I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Capitolo 1: I neuroni e l’elettrofisiologia 1.1 I neuroni Alla fine del XIX secolo non era ancora chiaro come applicare al sistema nervoso la teoria cellulare (formulata per la prima volta da Schleiden e Schwann nel 1839), che aveva già prodotto importanti successi in altri ambiti della biologia e della medicina. Il tessuto nervoso ha infatti una struttura molto complessa e si presenta come un fitto ed intricato reticolo in cui l’identificazione di una cellula nella sua interezza è un operazione difficile e apparentemente soggettiva. Dopo i pionieristici lavori di Jan Purkinje all’inizio del secolo, nel 1865 Otto Deiters descrisse e riprodusse una grande cellula nervosa motoria, identificando due tipologie di ramificazioni (chiamate successivamente dendriti e assoni). Nel 1885 il medico Camillo Golgi ideò un procedimento chimico (chiamato metodo della “reazione nera”) che permetteva di evidenziare in un tessuto nervoso le ramificazioni di un singolo neurone nella loro interezza. Il metodo di Golgi rimase pressoché sconosciuto finché un istologo spagnolo, Santiago Ramòn y Cajal, non vi “inciampò” nel 1888 [Ramon-Cajal94] . Cajal perfezionò il metodo di Golgi e lo applicò a svariati tessuti nervosi (di diverse specie animali), riuscendo ad ottenere una notorietà scientifica mondiale con una serie di pubblicazioni tra il 1888 ed il 1891. Cajal interpretò (a differenza di Golgi) la struttura ramificata evidenziata dal metodo come una singola e distinta cellula nervosa, screditando definitivamente la diffusa “teoria reticolare” del sistema nervoso (che negava l’esistenza di separazioni nette tra la fine di un dendrite di una cellula e l’inizio di quello di una cellula attigua, in modo analogo alla connessione capillare tra sistema arterioso e venoso). Nel 1891 Wihlelm Waldeyer riuscì a formulare i risultati di Cajal e di altri (come quelli di Wilhelm Hios sull’evoluzione embriologica delle cellule nervose) in modo organico e scientificamente convincente, dimostrando – con un ritardo di 50 anni rispetto ad altri ambiti della biologia – che la teoria cellulare era applicabile anche al sistema nervoso. Waldeyer suggerì il termine “neurone” per la cellula nervosa, e l’ipotesi della sua unità prese il nome di “dottrina neuronale”. Negli anni ’50 David Robertson e altri, mediante l’utilizzo della microscopia elettronica, dimostrarono definitivamente l’esattezza della teoria neuronale, mostrando che la membrana cellulare del neurone è continua intorno a tutta la cellula, come tutte le membrane cellulari. Ogni cellula nervosa è quindi un’entità anatomica (e genetica) indipendente ed i tessuti nervosi sono costituiti da popolazioni (sistemi funzionali) di queste entità. 2 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia In quegli stessi anni videro anche la luce le prime tecniche elettrofisiologiche: la creazione di elettrodi di pochi micron di diametro consentì a D.Albe-Fessard e P.Buser nel 1953 di registrare l’attività elettrica di singoli neuroni, mentre B.Katz e A.Hodgkin riuscirono a registrare i singoli potenziali d’azione e a correlarli alle modificazioni delle concentrazioni di sodio e potassio nella fibra nervosa. Ancora, William R.Hess nel 1952 riuscì a stimolare con elettrodi piccole aree cerebrali e addirittura singole cellule, finché nel 1971 Erwin Neher e Bert Sakmann effettuarono delicate misurazioni delle variazioni di corrente in singoli canali del sodio al livello della fibra nervosa, per mezzo della nuova tecnica del patch clamp. Se il neurone possedesse solo organelli citoplasmatici, non avrebbe la possibilità di sviluppare e mantenere una struttura morfologica così complessa e stabile, essenziale per le sue funzioni neuroelettrofisiologiche e neurochimiche. Figura . 1 : Organelli citoplasmatici del neurone Il citoscheletro è una complesso reticolo di proteine fibrose presente all’interno del neurone, localizzato in particolare nei dendriti e nell’assone; ha funzione di supporto strutturale ed è composto da tre tipi di proteine: i mictotubuli, i neurofilamenti ed i microfilamenti (o filamenti di actina). Dopo il ritardo iniziale, lo studio della struttura intracellulare del neurone è progredito seguendo l’evoluzione della biologia cellulare, adottandone i metodi (con le tecniche della biochimica, della biologia molecolare, della microscopia elettronica e della elettrofisiologia) e le basi teoriche (in particolare la genetica). La neurobiologia molecolare studia la struttura interna del neurone (la membrana, gli organelli interni, il nucleo) e l’organizzazione funzionale [Sheperd94]. 3 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 La struttura interna del neurone è qualitativamente identica a quella di tutti gli altri tipi di cellule: è presente una membrana cellulare (costituita da due strati di molecole fosfolipidiche), un nucleo (contenete l’informazione genetica organizzata in cromosomi), un nucleolo (sede di produzione del RNA ribosomale), il citoplasma (contenente lisosomi, ribosomi, mitocondri, il complesso di Golgi, il reticolo endoplasmatico liscio e ruvido). La complessa morfologia del neurone è caratterizzata da tre elementi: il corpo cellulare (soma), i dendriti e gli assoni. Mentre il primo ha struttura compatta (approsimativamente sferica, di circa 70 μm di diametro), i secondi presentano una struttura molto allungata e ramificata. La microscopia elettronica ha rivelato che il contenuto dei dendriti prossimali (larghi dendriti che non si allontanano molto dal soma) è simile a quello del citoplasma cellulare, rafforzando l’ipotesi secondo la quale i dendriti (e gli assoni) costituiscono semplici estensioni del resto del corpo cellulare e non sono organelli distinti (come ad esempio ciglia e flagelli in alcune cellule). Tuttavia con l’aumento della lunghezza dei dendriti (e quindi con l’aumento della distanza dal soma e la diminuzione del diametro dendritico) tale contenuto cambia: la densità degli organelli tende a diminuire e diviene predominante la presenza di una struttura cellulare specializzata (stabile ed altamente ordinata) denominata citoscheletro. -- microtubuli ornano lunghe strutture di forma tubolare di circa 25nm di diametro, disposti longitudinalmente nei dendriti e nell’assone (in quest’ultimo sono orientati tutti nella stessa direzione). Possono raggiungere diversi millimetri di lunghezza e sono distanziati l’uno dall’altro da circa 80-200 nm. --neurofilamenti sono disposti in fasci longitudinali (rispetto allo sviluppo assonico) di diametro medio di circa 10nm, uniti da legami crociati che forniscono sostegno meccanico ed impediscono la rottura dell’assone. Sono costituiti da lunghe proteine lineari a forma di bastoncello, suddivisibili in 6 classi in base alle omologie della loro sequenza aminoacida. -- I microfilamenti (o filamenti di actina) sono costituiti da filamenti di actina (1nm di diametro medio ) che formano un fitto intreccio posto in prossimità della membrana cellulare di tutto il neurone L’assone è una lunga protuberanza (lunga anche un metro è più, nei neuroni motori degli organismi animali superiori) che si proietta dal corpo della cellula nervosa: la sua funzione consiste nella trasmissione di uno stimolo elettro-chimco (chiamato potenziale d’azione) solitamente verso i dendriti di un’altra cellula nervosa, che può trovarsi anche molto lontano. In genere lungo il suo percorso l’assone ha una forma cilindrica liscia e regolare, con sezione di diametro costante. In prossimità della sua terminazione l’assone prende una forma ramificata (terminazione pre-sinaptica) con una serie di rigonfiamenti (varicosità o bulbi assonali) sedi di organelli (specializzati nella trasmissione di un segnale chimico – la sinapsi a strutture extracellulari attigue) chiamati vescicole sinaptiche. Questi rigonfiamenti possono essere presenti alle estremità dell’assone o lungo di esso (sempre nel tratto terminale): si parla nel secondo caso di varicosità assonali “en passant”. Figura 2: Struttura dell’assone 4 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Alcuni assoni presentano lungo il loro percorso una struttura esterna chiamata guaina mielinica che ha funzioni di protezione ed isolamento (con conseguente migliore trasmissione del segnale) ed è creata da cellule specializzate (neuroglia oligodendrociti).Nonostante il suo semplice sviluppo lineare l’assone si presenta con una grandissima varietà di forme e dimensioni [Sheperd98]. I dendriti sono estensioni del corpo del neurone specializzate nella ricezione del segnale sinaptico. Hanno in genere una struttura molto ramificata, ma a differenza dell’assone non si proiettano dal corpo cellulare per grandi distanze (raramente raggiungono il millimetro di lunghezza, e spesso molto meno). I dendriti di alcuni tipi di neuroni – come i motoneuroni – hanno una struttura liscia ed affusolata, mentre in altri mostrano una superficie irregolare ricca di piccole sporgenze sedi di contatti sinaptici (chiamate specializzazioni sinaptiche), soprattutto lungo il loro tratto terminale. A causa del grande numero di forme che possono essere assunte dal neurone, non è sempre facile individuare l’assone e distinguerlo dagli altri dendriti. Nei cosiddetti “neuroni di proiezione” (che formano tessuti nervosi con lunghe fibre che connettono altre regioni del sistema nervoso) l’identificazione dell’assone avviene facilmente attraverso l’osservazione della sua estensione ed altre sue caratteristiche peculiari (un “cono assonico” alla sua base sul corpo cellulare, diametro della sua sezione in genere costante, eventuali ramificazioni secondarie ad angolo retto). Negli altri tipi di neuroni (“neuroni intrinseci” o “interneuroni”, contenuti interamente in una singola regione del sistema nervoso) l’assone può avere le stesse dimensioni dei dendriti (o addirittura può non esserci affatto, nei “neuroni anassonali”): per identificarlo può essere necessario analizzare la struttura fine delle ramificazioni, ed in particolare le componenti intracellulari, la membrana o le strutture extracellulari prossime. -- Alcune proteine sono presenti in una sola delle due strutture (Map2, fosfochinasi nei dendriti, Gap-43 e Tau nell’assone); i microtubuli nell’assone sono tutti orientati con la parte positiva verso la sua terminazione, mentre nei dendriti non hanno un orientamento preferenziale. -- L’assone presenta molti più neurofilamenti (fosforilati) e microfilamenti (actina) mentre solo nei dendriti sono presenti ribosomi e RNA messaggeri per la sintesi proteica. -- Differenze nella composizione molecolare della membrana (ed in particolare la presenza e la densità di certe proteine di membrana) possono caratterizzare l’assone dai dendriti (ad esempio il cono assonico ed i suoi segmenti non mielinizzati contengono moltissimi “canali del sodio”) -- La struttura extracellulare, ed in particolare la guaina mielinica (costituita dalle cellule di Schwann o dagli oligodendrociti), è presente solo negli assoni, ma solo in quelli più estesi: per gli assoni più corti può anche non essere presente (ed in quelli molto corti non lo è mai). 1.1.1 La neurogenesi Nei vertebrati l’embrione, duranti i primi stadi di crescita, si differenzia in tre strati cellulari (formando il disco embrionico): uno strato esterno (ectoderma), uno intermedio (mesoderma) 5 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 ed uno più interno (endoderma). Il sistema nervoso ha la sua origine in una regione dell’ectoderma chiamata neuroepitelio: il suo sviluppo è regolato da segnali biochimici provenienti dall’adiacente mesoderma. Nell’epitelio una sezione dell’ectoderma si ispessisce formando una placca neuronale i cui bordi successivamente si arrotolono su se’ stessi (andando a formare il tubo neuronale che sarà la base della spina dorsale e del cervello). I neuroni sono generati nella cosiddetta zona di proliferazione (che circonda il ventricolo centrale di questo cervello embrionale) dalla differenziazione di cellule precursori chiamate neuroblasti [Westermann]. Una volta generato, ogni neurone migra nella sua posizione finale, attraverso il supporto strutturale di particolari cellule gliali radiali (che esistono solamente in questo stadio dello sviluppo embrionale). Il posizionamento dei neuroni nel cervello embrionale segue una sequenza che va dall’interno all’esterno: i primi neuroni generati migrano negli strati più interni della placca neurale mentre quelli generati successivamente si posizionano in strati più superficiali. Durante (o immediatamente dopo) questa migrazione inizia il processo di differenziazione (o maturazione) neuronale, con l’emissione dal corpo cellulare di lunghe estensioni citoplasmatiche chiamate neuriti, destinati a diventare assoni e dendriti. All’estremità di ciascun neurite è presente una regione rigonfia (approssimativamente sferica con un diametro medio di circa 5 μm) chiamata cono di accrescimento (o cono assonico se ci si riferisce al futuro assone del neurone). Già alla fine del XIX secolo Ramon y Cajal ha ipotizzato che questa regione sia la sede dei cambiamenti morfologici del neurite, ovvero la sede dell’attività di movimento e crescita dei dendriti e degli assoni: nel 1907 Ross Harrison ha confermato questa ipotesi, osservando direttamente la neurogenesi in culture di neuroblasti embrionali. In tempi più recenti, tecniche microscopiche a maggior grado di risoluzione hanno permesso di dimostrare che il cono di accrescimento è rivestito da sottili protuberanze (con diametro di 0,1-0,2 μm e lunghezza massima di 50 μm) chiamate filopodi che esplorano lo spazio circostante e determinano la direzione nella quale far crescere il neurite: ad esempio quando alcuni di questi filopodi adericono a nuove superfici esercitano (probabilmente) una tensione trainante che costringe il neurite ad accrescere verso la nuova superficie. La forte instabilità intrinseca dei filopodi gioca anche un ruolo importante nel processo di biforcazione, anche se non ne sono ancora chiariti i dettagli. Figura 3: Filopodi del cono di crescita da un neurone di lumaca di mare (Aplysia californica).i[5] L’assemblaggio dei microtubuli I microtubuli possiedono una parte centrale vuota circondata da una parte di filamenti lineari chiamati protofilamenti (in genere 13 per microtubulo, ma occasionalmente il loro numero può aumentare). I protofilamenti sono costituiti da catene lineari di una proteina chiamata 6 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 tubulina, che è a sua volta composta da due catene polipeptidiche differenti (α-tubulina e βtubulina): attraverso analisi ai raggi X e mediante diffrazione ottica si è riscontrato che ciascun protofilamento è costituito da sequenze di eterodimeri di tubulina (dimeri composti da una molecola di α-tubulina e una di β-tubulina), assemblati in modo che catene di tubuline omologhe formino una secondo geometria elicoidale destrosa, stabilizzando fortemente la struttura. Figura 4: Composizione dei microtubuli I microtubuli possono allungarsi indefinitivamente (almeno teoricamente) mediante polimerizzazione, ovvero catalizzazione dell’assemblaggio di nuove molecole di tubulina alle loro estremità libere. I microtubuli, in certe condizioni, possono anche accorciarsi, mediante disassemblaggio delle molecole di tubolina presenti alle estremità. L’assemblaggio ed il disassemblaggio sono regolati dall’equilibrio tra gli eterodimeri di tubulina libera e di tubolina legata (polimerizzata): esiste una concentrazione critica (locale) di tubulina libera al di sopra della quale è favorito l’assemblaggio all’estremità del microtubulo, mentre al di sotto è favorito il disassemblaggio (la velocità invece dipende dagli enzimi catalizzatori dei due processi). La bassa temperatura e l’alta pressione favoriscono il disassemblaggio dei microtubuli, spostando l’equilibrio verso la tubulina libera. J.Rosenbaum ha incubato frammenti di tubulina marcati con isotopi radioattivi, con tubulina non marcata, in condizioni che favoriscono la polimerizzazione della tubulina. Analizzando il prodotto mediante autoradiografia al microscopio elettronico, si è scoperto che la maggior parte della tubulina non radioattiva è concentrata a una sola estremità del microtubulo in fase di allungamento: si è quindi concluso che l’assemblaggio del microtubulo è più rapido in corrispondenza di una zona, detta estremità positiva, mentre l’altra viene definita estremità negativa. La concentrazione critica dell’estremità positiva è più bassa di quella dell’estremità negativa: quando la concentrazione di tubulina è più alta della concentrazione critica in corrsipondenza dell’estremità positiva ma più bassa della concentrazione critica all’estremità negativa, può verificarsi il fenomeno del treadmilling (allungamento del microtubulo all’estremità positiva e accorciamento all’estremità negativo, con un effetto complessivo simile al moto lineare). Questo fenomeno è facilmente osservabile nei microtubuli isolati, ma non è altrettanto certo che si verifichi nelle cellule viventi. 7 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Il ruolo delle proteine MAPs Nei primi anni ’70 Richard Weisemberg scoprì che i microtubuli si assemblano spontaneamente negli estratti cellulari riscaldati a 37° in assenza di Ca2+ e in presenza di GTP; inoltre i microtubuli formatisi in queste condizioni contengono molti tipi di proteine oltre alla tubulina: queste proteine associate ai microtubuli (MAPs) costituiscono più del 10-15% della massa dei microtubuli. Le principali proteine che danno l’avvio all’essemblaggio del microtubulo appartengono alle famiglie delle MAP1, MAP2 e Tau. Esse possono essere fosforilate in più siti da parte di protein chinasi, il che rende possibile il controllo dell’assemblaggio (e quindi gli allungamenti e le biforcazioni dei neuriti in accrescimento) da parte dei meccansimi di fosforilazione delle proteine. Il GTP e l’instabilità dinamica L’eterodimero di tubulina possiede due siti di legame per il guanosin trifosfato (GTP): uno è situato sulla α-tubulina, l’altro sulla β-tubulina. Non appena un eterodimero si lega all’estremità del microtubulo in crescita, il GTP legato allla β-tubulina viene idrolizzato in GDP (GTP+H20→GDP+Pi) fornendo energia libera per la reazione di polimerizzazione. E’ stato osservato che in certe condizioni l’abbassamento della concentrazione di tubulina provoca la scomparsa di alcuni microtubuli, mentre quelli che rimangono crescono di più. Per spiegare questo fenomeno Tim Mitchison e Marc Kirschner hanno proposto l’esistenza di un’instabilità dinamica dei microtubuli, in condizioni di basse concentrazioni di tubulina, a causa della quale i microtubuli possono repentinamente passare da una fase di accrescimento a una di riduzione. In condizioni di alte concentrazioni di tubulina e GTP, i complessi GTPtubulina vengon aggiunti all’estremità in crescita del microtubulo più rapidamente di quanto venga effettuata l’idrolisi del GTP: il risultato è la formazione di una piccola regione stabile (chiamata GTP cap) all’estremità del microtubulo, in corrispondenza della quale la β-tubulina trattiene il GTP legato e viene fortemente favorita l’aggiunta di ulteriori eterodimeri di tubulina. Se la velocità di allungamento dei microtubuli diminuisce perché scende la concentrazione di tubulina libera, la velocità di idrolisi del GTP aumenta e la regione GTP cap si defosforila divenendo un’estremità instabile, in corrispondenza della quale si verifica una veloce perdita di eterodimeri di tubulina e quindi un repentino accorciamento del microtubulo. La maggior parte di microtubuli è soggetto a cicli alterni di crescita e riduzione: la lunghezza totale assume quindi un andamento nel tempo relativamente irregolare. Il passaggio repentino dalla crescita alla riduzione del microtubulo, detto catastrofe del microtubulo, si alterna quindi al ritorno alla fase di crescita (recupero del microtubulo) . Questi due eventi si manifestano con frequenza rispettivamente inversamente e direttamente proporzionale alla concentrazione di tubulina; inoltre sono più frequenti ed accentuati all’estremità positiva del microtubulo. 1.1.2 Il trasporto assonico Dal momento che il nucleo e l’apparato biosintetico del neurone sono localizzati nel corpo cellulare, assai lontano dalle regioni distali dei dendriti e soprattutto dell’assone, si pone il problema di come venga mantenuto l’apporto di molecole e di organelli essenziali per le 8 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia funzioni dell’assone. La semplice diffusione non è una spiegazione adeguata, in quanto perfino molecole di piccole dimensioni come il glucosio impiegherebbero mesi o anni per percorrere le distanze che caratteriziiano un tipico assone. Per risolvere questo problema i neuroni hanno sviluppato alcuni meccanismi per il trasporto di sostanze a grande velocità (differente per le diverse sostanze trasportate) lungo gli assoni (ed in maniera simile nei dendriti). Sono stati identificati due tipi principali di trasporto: il primo, definito trasporto assonico lento, sposta proteine e filamenti del citoscheletro lungo l’assone a una velocità di circa 1-5 mm al giorno. Benchè in questo tipo di trasporto sia probabilmente implicato il meccanismo di scorrimento dei microtubuli, la forza responsabile di tale fenomeno non è stata a tutt’oggi identificata con certezza. L’altro tipo di rasporto viene definito trasporto assonico veloce, in quanto in questo caso le sostanze vengono trasportate a una velocità circa cento volte maggiore (40 cm al giorno) Il trasporto veloce è stato messo in evidenza per la prima volta attraverso l’iniezione di sostanze radioattive nel corpo cellulare, e quindi monitorando la comparsa della radioattività in punti diversi dell’assone (ad esempio mediante autoradiografie). Oltre che per la velocità, i due tipi di trasporto si differenziano per i diversi materiali che vengono trasportati: mentre il trasporto lento media lo spostamento di proteine e filamenti citoscheletrici (come ad esempio gli eterodimeri della proteina tubulina, fondamentale per l’allungamento dei microtubuli), il trasporto veloce media il movimento di organelli come per esempio i mitocondri e le vescicole membranose. Inoltre il trasporto lento sposta materiali esclusivamente in direzione della punta dell’assone (direzione anteretrograda), mentre quello veloce sposta sostanze anche in senso opposto (direzione retrogada): gli spostamenti nelle due direzioni sono regolati dalle proteine chinesina e dineina, che fanno aderire le sostanze trasportate (in particolare le vescicole membranose) ai mictotubuli dell’assone e le fanno scorrere lungo la superficie di questi. 1.1.3 I fattori di crescita La crescita e lo sviluppo delle cellule nervose è controllato da una serie di fattori diversi, tra cui uno dei più studiati è senza dubbio il nerve growth factor (NGF) scoperto negli anni ’50 da Rita Levi Montalcini e Viktor Hamburger. L’NGF non induce proliferazione cellulare come molti altri fattori di crescita, ma stimola l’emissione dei neuriti nelle cellule nervose embrionali. I bersagli principali dell’NGF sono i neuroni sensoriali, che trasportano gli impulsi nervosi dalla periferia al sistema nervoso centrale, e i neuroni simpatici, presenti nel sistema simpatico, responsabile degli atti neurovegetativi involonatari. Questi due tipi di neuroni sopravvivono poco tempo in coltura in assenza di NGF (ma altre cellule continuano a crescere bene in sua assenza). Quando il fattore viene aggiunto a una cultura di neuroni sensoriali o simpatici, le cellule rispondono a questo trattamento con una sorprendente massiccia emissione di neuriti (Fig. 1.6). Il meccanismo di azione dell’NGF è complesso e non ancora completamente compreso: al pari di molti altri fattori di crescita, l’NGF si lega ad un recettore della membrana plasmatica che catalizza la fosforilazione dell’amminoacido tirosina, cui segue una lunga serie di eventi a cascata. Dopo la scoperta dell’NGF sono state identificate molte altre molecole collegate alla crescita delle cellule nervose, tra cui il fattore di crescita insulino-simile di tipo II, proteine di matrice extracellulare come la laminina, la fibronectina, il collagene, molecole di adesione come le N-CAM e le caderine. 9 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Figura 5– Effetto del NGF su un neurone un vitro 1.1.4 I fattori di orientamento Non è stato ancora completamente compreso il complesso insieme di meccanismi che permette ai neuriti di orientarsi e di raggiungere la propria destinazione all’interno del SNC in via di formazione. Questo vale soprattutto per molti neuriti precursori di assoni, che spesso devono proiettarsi per diversi centimetri in direzione di una regione di terminazione particolare, quindi entrare in contatto con la cellula bersaglio e con questi formare una sinapsi in una posizione corretta. Negli anni ’70 Roger Sperry ha mostrato come gli assoni nel sistema visivo degli anfibi siano in grado di interagire in maniera selettiva con determinate regioni del cervello: successivamente è stato possible identificare numerose interazioni che guidano il percorso degli assoni negli embrioni di cavalletta, in cui le traiettorie di sviluppo embrionale dei singoli assoni sono facilmente tracciabili. Si distinguono in genere due tipi di meccansimi: in una prima fase predominano quelli non dipendenti dall’attività neuroelettrofisiologica, mentre in una fase successiva tendono a verificarsi meccanismi attività-dipendenti, per mezzo dei quali sono perfezionate le connessioni instauratisi nella prima fase. Inoltre il grado di utilizzo dei vari tipi di meccansimi all’interno di ciascuna fase varia nelle diverse regioni del SNC e nei diversi stadi di crescita embrionale. I meccanismi attività-indipendenti possono essere classificati in tre gruppi: 1) Stereotropismo: vari meccanismi utilizzano il contatto tra il cono di crescita e proteine di superficie appartenente ad altri neuroni (simili o di altri tipi di tessuti nervosi) per guidare la crescita dell’assone. Per esempio, quando gli assoni dei neuroni sensoriali in via di sviluppo iniziano ad allungarsi, i loro coni di accrescimento si muovono inizialmente lungo le superfici degli epiteli. Tuttavia, in punti specifici, la direzione di accrescimento del cono cambia improvvisamente, in corrispondenza di sedi nelle quali i filopodi entrano in contatto con neuroni specifici (cellule indicatrici): se questi neuroni vengono distrutti con un raggio laser, gli assoni vagano in direzioni casuali. I coni di accrescimento utilizzano anche gli assoni di neuroni circostanti già sviluppatisi come traccia lungo la quale estendersi (Labelled Pathways Hipothesis)Error! Bookmark not defined.. I nervi periferici visibili macroscopicamente che contengono assoni provenienti dal SNC si originano in questo modo (anche se in seguito gli 10 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 assoni vengono avvolti singolarmente e isolati l’uno dall’altro mediante le guaine mieliniche costituite dalle cellule di Schwann). Una famiglia di glicoproteine di superficie (fascicline) è coinvolto nel processo attraverso il quale i coni di crescita riconoscono i fasci di assoni appropriati. 2) Aptotassi: altri meccanismi utilizzano l’interazione diretta tra il cono di crescita e gradienti di molecule appartenenti alla matrice extracellulare (oppure alle cellule gliali, come le caderine e le proteine CAM, Cell Adhesion Molecule). 3) Chemotropismo: molti meccanismi infine utilizzano vari tipi di molecole diffusibili generate dalle cellule-bersaglio dell’assone, che viene guidato dalla direzione dei gradienti di concentrazione di queste molecole. Esperimenti in vitro hanno mostrato che particolari tessuti nervosi esercitano a lunga distanza un’attrazione (chemoattrazione) o una repulsione (chemorepulsione) sugli assoni di neuroblasti in coltura. E’ probabile che entrambi questi tipi di effetti chemotattili concorrano a guidare l’assone verso il suo bersaglio: la stessa sostanza può agire come attrattore per un’assone e come repulsore per un altro, permettendo l’instaurarsi di connessioni molto precise. 1.1.5 Morfologia del neurone La prima classificazione morfologica dei neuroni è stata proposta già da Ramon y Cajal all’inizio del XX secolo: egli suddivise in sole tre classi le svariate forme assunte dalla cellula nervosa, in base al numero di estensioni che dipartono dal corpo cellulare (Tab. 1.1). Neurone (pseudo) unipolare: un sola estensione citoplasmatica (che in genere biforca in due lunghe estensioni, come nei neuroni dei gangli dorsali). Neurone biopolare: due estensioni citoplasmatiche dal soma, uno delle quali non ramifica (almeno nelle immediate vicinanze) e funge da assone. Neurone multipolare: molte estensioni citoplasmatiche si estendono dal soma, tra le quali l’assone. Tabella 1 – Classificazione di Cajal della morfologia dei neuroni Una classificazione più complessa può essere effettuata in base al dominio spaziale nel quale si sviluppa la struttura dendritica [Fiala99]: si possono allora distinguere neuroni adendritici, a fuso, radiali, laminari, cilindrici, conici ed a ventaglio (Tab. 1.2) Un’altra caratteristica utile per diversificare le morfologie del neurone è il modo in cui i dendriti occupano il loro dominio spaziale: si va da neuroni altamente selettivi (che creano sinapsi con un solo assone), a neuroni che riempiono la maggior parte del loro dominio (creando sinapsi con ogni assone che lo attraversa), passando per morfologie intermedie. 11 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 La tendenza di un neurone a riempire un dominio spaziale può riflettere la sua propensione a creare (pochi) contatti con gli assoni di un gran numero di celle oppure molti contatti con assoni di poche cellule, in base anche alla disposizione geometrica degli assoni rispetto la struttura dendritica. Ad esempi una cellula di Purkinje (con morfologia dendritica a ventaglio) crea una o due sinapsi con ogni assone che la attraversa ortogonalmente al suo piano di sviluppo, mentre crea fino a 17 sinapsi con ogni assone orientato parallelamente a questo piano [Harvey91] . I neuroni possono essere infine classificati in due grandi classi: neuroni che si sviluppano interamente in una regione celebrale del SNC (neuroni intrinseci) e neuroni che collegano (in genere attraverso il proprio assone) regioni diverse (neuroni di proiezione). Alcuni esempi sono mostrati in fig. 1.7 Figura 6 – Esempi di neuroni di proiezione e neuroni intrinseci Neuroni adendritici Neuroni a fuso Sono cellule nervose prive di strutture dendritiche: dal corpo cellulare si dirama solo un assone, che in genere si biforca dopo un certo tratto, formando due lunghi assoni di direzione opposta. Esempio: cellule gangliari del sistema simpatico. Alcuni neuroni hanno due soli dendriti che emergono dal corpo cellulare in direzioni opposte, ramificandosi poi scarsamente. 12 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Neuroni stellati Neuroni cilindrici Neuroni piramidali Neuroni a ventaglio Neuroni con radiazione sferica sono molto comuni nel sistema nervoso centrale. Alcuni neuroni hanno una radiazione sferica parziale, con dendriti che si irraggiano in direzioni ristrette ad una parte della sfera: ad esempio nei neuroni attigui a nuclei celebrali i dendriti si sviluppano solo in direzione di quest’ultimi. Alcuni neuroni occupano un dominio spaziale di forma cilindrica, orientato perpendicolarmente agli assoni che li attraversono (così da costituire un numero di sinapsi per neurone relativamente costante). Questi tipi di neuroni formano la quasi totalità delle cellule presenti nel globus pallidus, una piccola regione del cervello dei primati. Molti neuroni assumono una morfologia a doppio cono, con una ramificazione apicale ed una basale, di distinti afferenti regioni assonali. La lunghezza del cono apicale e basale dipenderà dalla distanza del corpo cellulare dalla regione dove i dendriti aquisiscono i segnali eccitatori. Con molte variazioni: neuroni monopiramidali (cellule granulose del bulbo olfattivo); neuroni con una terza radiazione cilindrica (dovuta ad un ulteriore assone che passa attraverso l’asse dei coni, nelle cellule corticali della corteccia visuale) o laminare (cellule mitrali del bulbo olfattivo). in alcuni neuroni un unico dendrite può ramificarsi partendo dal corpo cellulare e rimanere approssimativamente su un piano, formando una struttura a ventaglio. L’esempio più importante di questa classe morfologica è costituito dalle cellule cerebellari di Purkinje, che arrivano a sviluppare fino a 105 differenti connessioni sinaptiche con altrettanti neuroni. Tabella 2 – Classificazione dei neuroni in base al dominio spaziale occupato 1.1.6 L'impulso Nervoso L'impulso nervoso rappresenta una trasmissione di segnali dai recettori sensoriali, al Sistema Nervoso Centrale (dove sono ricevuti, identificati e interpretati) e dal SNC alle placche motrici (dove producono contrazioni muscolari). Responsabile di queste caratteristiche è la membrana plasmatica, semipermeabile, che delimita la cellula. In condizioni di riposo la 13 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 membrana plasmatica presenta una differenza di potenziale elettrico fra l'esterno e l'interno di -70mv. Questo potenziale è dovuto al fatto che sul lato interno della membrana sono presenti grosse molecole proteiche con carica elettrica negativa, mentre sul lato esterno vi è una elevata concentrazione di ioni Na+, con carica positiva, espulsi attivamente dalla cellula mediante un meccanismo definito pompa sodio-potassio; quando è in riposo la membrana plasmatica è impermeabile all'ingresso degli ioni Na+ (Sodio). Se un neurone viene in qualche modo stimolato, la membrana plasmatica diventa permeabile agli ioni Na+, che entrano dentro la cellula in grande quantità; il flusso di ioni Na+ provoca un'inversione di polarità: all'interno della membrana c'è ora un eccesso di carica positiva, ed all'esterno una carenza di carica positiva: la membrana si depolarizza, fino ad assumere un potenziale di +50mv, detto potenziale d'azione. figura 7: l’impulso nervoso Una volta insorto, il potenziale d'azione si propaga da dove è stato applicato lo stimolo alla zona di membrana successiva, causando la sua depolarizzazione, quindi la trasmissione dell'impulso nervoso. La depolarizzazione della membrana continua lungo tutta la fibra nervosa grazie a continui flussi di ioni che spostandosi da un lato all'altro della membrana mantengono il potenziale d'azione, così il potenziale d'azione si propaga per tutto l'assone. La condizione di depolarizzazione però dura solo circa 0.5 msec. Trascorso questo tempo riprende l'attività della pompa sodio-potassio, che espelle attivamente gli ioni Na+ fuori dalla cellula e ripristina quindi il potenziale di riposo della membrana plasmatica. L'intervallo di tempo necessario perché venga ripristinata la condizione di riposo è chiamato periodo refrattario, ed in questo lasso di tempo quel tratto di membrana è incapace di rispondere agli stimoli. Nelle fibre nervose rivestite da guaina mielinica la depolarizzazione "salta" da un nodo a quello successivo, così che l'impulso si può propagare per balzi, assai velocemente. 14 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 figura 10: propagazione impulso 1.1.7 Le sinapsi Le singole cellule nervose sono in contatto tra loro al fine di poter trasmettere l'impulso nervoso. Questi contatti, denominati "sinapsi"(dal greco "sinapsis" = collegamento), sono dispositivi al cui livello ha luogo la trasmissione dell'impulso nervoso da un neurone ad un altro. In base alla modalità di funzionamento, le sinapsi vengono distinte in elettriche e chimiche. Nelle sinapsi elettriche il potenziale d'azione si propaga direttamente dalla membrana del neurone presinaptico a quella del neurone postsinaptico. Nelle sinapsi di tipo chimico il passaggio dell'impulso nervoso da un neurone a quello successivo avviene tramite la liberazione di sostanze, dette neurotrasmettitori. Nell'organismo umano tutte le sinapsi sono di tipo chimico, ed il neurotrasmettitore più diffuso è l'acetilcolina. Le strutture componenti le sinapsi sono: la membrana presinaptica, corrispondente alla terminazione assonica della cellula dalla quale proviene lo stimolo; la membrana postsinaptica, corrispondente alla membrana del neurone alla quale giunge lo stimolo; la fessura sinaptica, cioè lo spazio extracellulare fra i due neuroni coinvolti. All'estremità, l'assone del neurone presinaptico si ramifica e forma espansioni, che a causa della loro forma prendono il nome di bottoni sinaptici. Qui il citoplasma è ricco di vescicole contenenti il neurotrasmettitore. 15 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 figura 11: la sinapsi L'arrivo dell'impulso nervoso provoca la rottura di queste vescicole, che liberano il neurotrasmettitore nella fessura sinaptica. I dendriti del neurone postsinaptico possiedono recettori chimici al quale si lega il neurotrasmettitore; questo legame modifica la permeabilità agli ioni Na+ della membrana plasmatica e ne causa la depolarizzazione, cioè l'insorgenza del potenziale d'azione. In questo modo l'impulso nervoso si trasmette da un neurone ad un altro. La presenza della sinapsi è dunque all'origine di un piccolo intervallo nella trasmissione dell'impulso nervoso, un intervallo brevissimo, che dura meno di un millesimo di secondo. Sinapsi chimiche ed elettriche Nelle sinapsi chimiche La variazione del potenziale transmenmbrana innesca il rilascio di un neurotrasmettitore che diffonde attraverso la sinapsi e giunge in contatto con specifici recettori sulla membrana cellulare opposta. Gli effetti di questo legame variano in relazione alla natura chimica e alle proprietà del recettore. Ve ne sono di diversi tipi : colinergiche, adrenergiche, GABA ergiche…etc a seconda del neurotrasmettitore rilasciato. Il bottone sinaptico contiene mitocondri, vescicole ed aree di reticolo endoplasmatico; le moecole di neurotrasmettitore sono disperse nel citoplasma o racchiuse entr vescicole sinaptiche. La depolarizzazione della membrana presinaptica che segue l’arrivo di uun potenziale d’azione costituisce lo stimolo per il rilascio del neurotrasmettitore, attraverso il fenomeno di esocitosi delle vescicole sinaptiche. Nelle sinapsi elettriche invece, le membrane cellulari pre e post sinaptiche sono strettamente connesse tra loro, permettendo il passaggio di ioni o piccole molecole attraverso un gap di circa 2-4 mm. Questa modalità elimina il ritardo sinaptico, che si può iinvece verificare con le snapsi chimiche, a caua del tempo necessario per i rilascio del neurotrasmettitore e per il verificarsi del suo effetto sulla membrana postsinaptica. Questo fenomeno può essere descritto matematicamente mediante una corrente proporzionale alla differenza di potenziale: delta V= Vpre-Vpost La maggiorparte delle interazioni tra neuroni e tutte le comunicazioni tra neuroni ed effettori periferich coinvolgoo sinapsi chimiche. Una sinapsi chimica è più dinamica di una elettrica in quanto nella prima intervengono anche altre sostanze che possono essere rilasciate ed esercitare la funzione di 16 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia neuromodulatore, influenzando la risposta della cellula postsinaptica al neurotramettitore stesso, in maniera diretta o indiretta (attaverso un secondo messaggero); le cellule in questo caso, non sono direttamente accoppiate e le interazioni tra neurotrasmettitori eccitatori ed inibitori rendno variabile la risposta della cellula postsinaptica. La risposta riflette tutti gli aspetti dello stimolo, nelle sue componenti eccitatorie e inibitore, che agiscono sul neurone postsinaptico in un dato momento: l’effetto finale non dipende solo dal neurone presinaptico, ma è il risultato di un processo di integrazione dell’informazione a livello sinaptico. Un singolo neurone viene incontatto con migliaiai di bottoni sinaptici;alcune sinapsi hanno l’effetto di depolarizzare la membrana postsinaptica (potenziale postsinaptico eccitatorio, EPSP), altre provocano una iperpolarizzazione transitoria della membrana postsinaptica (potenziale inibitorio postsinaptico, IPSP) Un tipico EPSP determina una depolarizzazione di circa 0,5mV, molto meno della depolarizzazone dei 15-20 mV necessaria per raggiungere la soglia e generare il potenziale d’azione; tuttatvia, singoli EPSP possono combinarsi tra loro e permettere di ottenere i valori richiesti: sommazione temporale : a livello di singola sinapsi, quando un secondo EPSP arriva prima che gli effetti del primo siano comparsi sommazione spaziale: effetti cumulativi di più bottoni sinaptici. È possibile che si verifichino contemporanenamente, nella stessa parte della membrana cellulare, EPSP e IPSP: in ogni momento le attività di ogni singolo neurone riflette il loro bilancio. Principali neurotrasmettitori e recettori Le sostanze potenzialmente utilizzabili come neurotrasmettitori vengono definite neurotrasmettitori candidati e sono normalmente concentrati in specifici neuroni. Microdosi di neurotrasmettitori candidati, rilasciate nel SNC, danno vita a determinate risposte. Per essere certi che un neurotrasmettitore sia il trasmettitore di una sinapsi deve soddisfare le seguenti condizioni: Il neurone presinaptico deve contenere il neurotrasmettitore, e deve altresì essere in grado di sintetizzarlo. Il neurotrasmettitore dev'essere liberato dal neurone ad una determinata stimolazione. L'applicazione mediata di microdosi di neurotrasmettitore nella membrana sinaptica, deve avere i medesimi effetti del normale rilascio dello stesso neurotrasmettitore da parte del neurone. Sostanze farmacologiche devono modificare allo stesso modo i due tipi di stimolazione (da rilascio normale e da applicazione indotta di neurotrasmettitore). La maggior parte dei trasmettitori conosciuti fa parte di una di queste tre categorie: Amine; Aminoacidi; Oligopeptidi. 17 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Sono stati fatti molti progressi nella scoperta dei neurotrasmettitori conivolti a livello sinaptico nel sistema nervoso. I recettori neuronali più diffusi nel SN sono quelli per gli amminoacidi. I quattro amminoacidi di cui è più sicura la funzione di neurotrasmettitore sono: -- l’acido glutammico e l’acido aspartico ce sono i principali mediatori dell’eccitamento. -- l’acido gamma-aminobutirrico, GABA, che media le interazioni inibitorie nel cervello -- la glicina, sostanza inibitoria a livello delle sinpasi tra le cellule nervose del midollo spinale. I recettori glutammaergici (il cui nome deriva da glutammato che è il loro più importante neurotrasmettitore agonista) sono interessati in diversi processi come per esempio l’apprendimento e il loro ruolo è fondamentale nel normale sviluppo delle connessioni sinaptiche nel cervello. Glutammato ed aspartato sono amminoacidi non essenziali che vengono sintetizzati a partire dal glucosio e da altri precursori. Enzimi specifici per il glutammato e l’aspartato sono localizzati in neuroni e cellule gliali. Recettori glutammaergici Il glutammato è il principale neurotrasmettitore eccitatorio nel SNC e promuove la sopravvivenza neuronale durante lo sviluppo cerebrale e distrugge i neuroni danneggiati nel cervello maturo. La presenza di recettori glutammaergici è stata scoperta in neuroni di molte formazioni encefaliche, in particolare nella corteccia cerebrale dell’ippocampo, ma anche nei nuclei della base e nella corteccia del cervelletto, ove si ritiene che tale acido sia neurotrasmettitore nelle sinapsi formate dalle fibre parallele con le cellule del Purkinje, ed anche nel midollo spinale. Sono in corso studi clinici per valutare se gli antagonisti del glutammato siano in grado di eliminare i danni neuronali dopo un trauma cerebrale. Inoltre gli antagonisti del glutammato sono considerati farmaci neuroprotettivi nelle malattie neurodegenerative croniche, rallentando la progressione verso la morte cellulare. L’acido glutammico è accumulato in vescicole sinaptiche e viene liberato per esocitosi Ca++ dipendente: la depolarizzazione della membrana presinaptica, che segue l’arrivo di un potenziale d’azione, porta ad un aumento della pemeabilità al sodio e ad un rapido aumento della permeabilità agli ioni calcio, che diffondono nel citoplasma del bottone sinaptico; il loro aumento di cncentrazione attiva gli enzimi che determinano il rilascio del neurotrasmettitore nello spazio sinaptico. Esso diffonde quindi attaverso lo spazio sinaptico verso opportuni recettori, situati sulla membrana postsinaptica. I recettori per amminoacidi eccitatori sono classificati in: -- recettori ionotropici (l’attivazione del recettore è direttamnte accoppiata alla mebrana del canale ionico): NMDA e non-NMDA(AMPA e KA) -- recettori metabotropici (l’attivazione del recettore è accoppiata ad una cascata biochimica intracellulare, che può portare ad apertura o chiusura di canali ionici): mGluRs 18 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 I recettori non-NMDA appartengono alla classe dei recettori canale ionico, che attivati, consentono il passaggio di K+ e Na+ secondo gradiente elettrochimico, portando alla rapida depolarizzazione della membrana postsinaptica. I recettori NMDA invece presentano un meccanismo d’attivazione più complesso: oltre a quello per il glutammato, vi è anche un sito di legame per la glicina. L’ attivazione del recettore avviene solo in presenza di entrambi i trasmettitori e di una depolarizzazione della membrana cellulare di entità tale da vincere il blocco del canale prodotto dagli ioni Mg++ . figura 12: canali NMDA e non 19 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 1.2 L’elettrofisiologia 1.2.1 Le membrane biologiche Le membrane cellulari svolgono molte funzioni: da quelle di barriera a quelle di permeabilità selettiva per certe sostanze, dalla trasduzione di segnali in ingresso, alla liberazione di sostanze come trasmettitori e ormoni. Fisicamente la membrana è troppo sottile per cadere entro i limiti di risoluzione del microscopio ottico. La sua esistenza è stata quindi dedotta dalle sue proprietà di barriera e permeabilità. Infatti se si inietta un colorante nella cellula si osserva che il colorante diffonde all’interno del citoplasma fino a raggiungere un limite oltre il quale non và. È quindi presente una barriera che lo ferma. Se con un microago si punge la periferia della cellula si potrà vedere il colorante e il contenuto della cellula stessa riversarsi all’esterno. La sua permeabilità è bassa per le sostanze idrofiliche ma buona per le sostanze lipofiliche. Questo condusse già nel 1899 Ernst Overton a proporre che le cellule sono circondate da uno strato superficiale costituito da acidi grassi e colesterolo. In seguito a opportuno trattamento di fissazione e colorazione la membrana può essere osservata al microscopio elettronico che rivela la sua struttura a doppio strato. I due foglietti lipidici hanno uno spessore di circa 2.5 nm e sono separati l’uno dall’altro da una banda altrettanto spessa da cui risulta che lo spessore totale della membrana è di circa 7.5 nm. Questa struttura a doppio strato è una costante per tutte le membrane biologiche comprese quelle degli organelli intracellulari. La struttura delle membrane biologiche Le membrane biologiche sono costituite da lipidi e proteine, associati tra loro da interazioni di tipo non covalente. Le membrane sono strutture fluide e asimmetriche (la superficie interna ed esterna ha una composizione molecolare diversa). Figura 13: i lipidi di membrana 20 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia La componente lipidica I principali costituenti lipidici della membrana sono fosfolipidi, colesterolo e glicolipidi. I fosfolipidi e i glicolipidi di membrana hanno un carattere anfipatico. Sono costituiti da una porzione polare e idrofilica, la testa e da una coda apolare e idrofobica Fig. 1A. Le teste polari sono costituite da glicerolo, fosfocolina e dai gruppi carbossilici degli acidi grassi esterificati. Le code invece sono formate dalle catene idrocarburiche degli acidi grassi. Per la caratteristica distribuzione delle cariche elettriche nei lipidi di membrana, tali molecole hanno la tendenza ad aggregarsi in modo da volgere tutte le teste polari verso l’ambiente acquoso e le code apolari le une verso le altre a formare un ambiente apolare. Le teste polari quindi formano le due superfici extracellulare e intracellulare della membrana plasmatica, mentre le code formano la porzione apolare idrofobica intramembranosa. Questi doppi strati lipidici hanno anche l’interessante tendenza di chiudersi in bollicine paragonabili alle bolle di sapone. Le teste dei fosfolipidi presentano in genere una preponderante carica elettrica negativa, pertanto sulle superfici delle membrane biologiche esistono delle cariche negative strutturali che contribuiscono a determinare il potenziale della membrana (vedi oltre). Siccome il movimento della testa di una molecola lipidica da una superficie all’altra della membrana (movimento di flip flop) è un evento assai raro, questo rende possibile una certa asimmetria nei componenti lipidici dei due strati. I glicolipidi ad esempio sono localizzati nello strato rivolto verso l’ambiente extracellulare. Il colesterolo Fig. 1B è presente nelle membrane plasmatiche degli eucarioti. In minor misura è presente nelle membrane degli organelli all’interno di queste cellule, così come è scarsamente rappresentato nella maggior parte delle membrane dei procarioti. Il suo nucleo steroideo si dispone nella porzione interna del doppio strato lipidico, parallelamente alle code degli acidi grassi. Negli eucarioti il colesterolo è il principale regolatore della fluidità delle membrane. La componente proteica Oltre alla trama lipidica fondamentale le membrane sono composte da una frazione variabile di proteine che in talune cellule supera il 50% in peso della membrana. Le proteine sono di varie dimensioni e funzioni. Sono associate alla membrana, in parte sulla superficie esterna o interna (periferiche) e talune sono inserite nella membrana attraversandola a tutto spessore (integrali). Le proteine integrali formano numerose interazioni con le catene idrocarburiche dei lipidi di membrana e possono essere estratte solo con detergenti, agenti che competono con queste interazioni apolari. Le proteine periferiche sono associate alle membrane con interazioni elettrostatiche e con legami idrogeno, interazioni che possono essere rotte dalla aggiunta di sali (in opportune concentrazioni) o dal cambiamento del pH. Singer e Nicholson hanno suggerito un modello di membrana a mosaico fluido. Secondo tale modello le proteine assomigliano ad iceberg fluttuanti in un mare di lipidi Fig. 2. Talune proteine sono effettivamente libere di diffondere, di andare alla deriva nella membrana e questi spostamenti consentono loro di avvicinarsi alle altre molecole funzionali e espletare le loro funzioni. Questo è il caso di alcuni recettori che quando vengono attivati dal trasmettitore, per trasdurre il loro specifico segnale devono interagire con una seconda proteina di membrana, una G-proteina, la quale non è associata al recettore in modo permanente. Altre proteine invece non sono in grado di muoversi. Ne costituiscono un esempio i recettori postsinaptici dell’acetilcolina nella placca neuromuscolare i quali si trovano raggruppati in corrispondenza del bottone sinaptico e non sono liberi di diffondere per 21 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia tutta la membrana della fibra muscolare. I possibili vincoli che trattengono i recettori sono con il citoscheletro e con la matrice extracellulare. Neurotrasmettitori e ormoni controllano le funzioni cellulari legandosi a specifici recettori e attivando raffinati sistemi di trasduzione Neurotrasmettitori e ormoni (esclusi gli ormoni steroidei) si legano ai recettori specifici delle cellule bersaglio e svolgono la loro azione rimanendo confinati all’esterno della cellula. Le membrane plasmatiche possiedono i sistemi necessari per trasdurre il segnale extracellulare in un segnale citoplasmatico. Una volta formatosi il complesso ligandorecettore si avvia una catena di eventi che portano alla produzione di un segnale citoplasmatico (secondo messaggero). Figura 14: noradrenalina in fibre cardiache Come esempio in Fig. 14 è rappresentata l’azione della noradrenalina sulle fibre cardiache. Le proteine di membrana e citoplasmatiche implicate nel processo sono: il recettore adrenergico, la G-proteina con le sue subunità , , , l’adenilico-ciclasi (AC), la proteinchinasi di tipo A (PKA) e il canale del Ca2+ che viene modulato. I recettori sono glicoproteine che attraversano completamente lo spessore della membrana, presentano una grossa porzione extracellulare dove si trovano i siti di legame per l’ormone o il neurotrasmettitore o per qualsiasi altra molecola che il recettore è deputato a riconoscere. La porzione immersa nel doppio strato lipidico, chiamata porzione transmembrana, è costituita da una serie -eliche ricche di aminoacidi idrofobici. La porzione intracellulare è quella che prende contatto con la G-proteina quando si forma il complesso ligando-recettore. Sulla porzione intracellulare del recettore sono presenti siti di fosforilazione, punti di regolazione dell’attività del recettore (ad es. durante i fenomeni di desensitizzazione). Le G-proteine sono complessi proteici associati alla superficie interna della membrana. Sono costituite da tre subunità , e . Quando la G-proteina è disattivata, alla subunità è legata una molecola di GDP (guanosindifosfato). Quando si forma il complesso ligandorecettore, il recettore che prende contatto con la G-proteina ne determina cambiamenti di affinità e induce la sostituzione della molecola di GDP con una molecola di GTP (guanosintrifosfato). La subunità si stacca dalle altre due subunità e per diffusione lungo il foglietto lipidico va ad attivare enzimi presenti sulla superficie interna della membrana, nel nostro esempio l’adenilico-ciclasi. L’adenilico-ciclasi è l’enzima che catalizza la conversione del ATP (adenosintrifosfato) in AMPc (adenosinmonofosfato-ciclico), in seguito alla sua attivazione si verifica un aumento della concentrazione citoplasmatica di AMPc. Questo è il secondo messaggero che attiva la PKA. La PKA, così come altri tipi di proteinchinasi, è un enzima che fosforila le proteine cellulari. La sua attività dipende dalla presenza di uno specifico secondo messaggero, l’AMPc. Le proteinchinasi riconoscono e fosforilano le proteine a livello degli aminoacidi serina e treonina di specifiche sequenze consenso. La fosforilazione delle proteine (siano esse enzimi, recettori, o canali) rappresenta un sistema di regolazione della loro attività (può determinarne l’attivazione o l’inattivazione a seconda dei 22 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia casi). L’attivazione della PKA della fibra cardiaca fosforila i canali del Ca2+, determinando, durante la depolarizzazione della fibra, un aumento del flusso di Ca2+ e quindi producendo un aumento della forza di contrazione della fibra (vedi oltre). 1.2.2 Gli ioni calcio E’ noto che le variazioni in più o in meno del [Ca2+] extracellulare che si possono verificare in malattie quali l'iperparatiroidismo o l'ipoparatiroidismo, inducono rispettivamente una "debolezza muscolare" o una tendenza dei muscoli a contrarsi spontaneamente. Questi effetti sono dovuti a variazioni del potenziale di membrana in senso iperpolarizzante, quando aumenta il [Ca2+] extracellulare e in senso depolarizzante quando il [Ca2+] diminuisce. La spiegazione di tale fenomeno sta nel fatto che alla superficie esterna dei canali del sodio e più in generale su tutta la superficie della membrana plasmatica ci sono delle cariche elettriche negative fisse, strutturali, dovute a gruppi ionizzati Fig.8. Tali cariche negative esterne producono una diminuzione del potenziale positivo del compartimento esterno in prossimità della superficie della membrana. Gli ioni Ca2+ nella soluzione extracellulare, ma anche altri ioni bivalenti quali il Mg2+, esercitano un'azione di schermatura di queste cariche di superficie, accentuando pertanto la differenza di potenziale tra le due superfici della membrana. Il valore del potenziale di riposo si allontanerà quindi dalla soglia per il potenziale d'azione e più in generale dai valori a cui i canali voltaggio-dipendenti si attivano. Le porte voltaggio-dipendenti dei canali ionici presenti nella membrana, sono infatti soggette al gradiente di potenziale elettrico che si forma alle due estremità del poro, piuttosto che alla differenza di potenziale esistente tra i due compartimenti acquosi. Ecco quindi spiegato il motivo per cui la diminuzione di [Ca2+] plasmatico aumenta la probabilità che si inneschino potenziali d'azione e quindi l'eccitabilità muscolare e viceversa un aumento del [Ca2+] diminuisce l'eccitabilità e induce una apparente "debolezza". 1.2.3 Pompa Na+-k+ Prima di prendere in considerazione il meccanismo di azione della pompa, consideriamo le concentrazioni intra e extracellulari di Na+ e di K+ riportate nella Tab.2. Il Na+ è più concentrato all’esterno che all’interno della cellula, mentre il K+ viceversa è più concentrato all’interno. Esistono pertanto a cavallo della membrana due gradienti di concentrazione, uno di Na+ diretto dall’esterno all’interno e uno di K+ diretto in senso opposto. Poichè la membrana plasmatica presenta una certa permeabilità agli ioni Na+ e K+, è chiaro che entrambe le specie ioniche tenderanno a muoversi lungo i loro gradienti di concentrazione riducendo i gradienti stessi. Questa diffusione è controbilanciata dalla presenza di un meccanismo attivo, la pompa Na+-K+, che mantiene lo squilibrio ionico operando contro gradiente. Mantenere i due gradienti ionici, a cavallo della membrana è infatti essenziale per il funzionamento cellulare, soprattutto per le cellule elettricamente eccitabili (nervi e muscoli) che utilizzano i due gradienti per generare correnti elettriche. L’attività della pompa Na+-K+ è pertanto molto importante: essa determina due flussi strettamente accoppiati, di Na+ e di K+, diretti entrambi contro i relativi gradienti di concentrazione secondo la reazione stechiometrica: 3 Na+int + 2 K+est => 3 Na+est + 2K+int 23 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Sia per il Na+ che per il K+ si tratta di un trasporto attivo; l’energia necessaria per l’attività della pompa deriva dall’ATP e più precisamente dall’idrolisi dell’ultimo legame fosforico dell’ATP secondo la reazione: ATP => ADP + P La pompa del Na+ ha quindi attività enzimatica, è un’ATPasi. La reazione stechiometrica che descrive l’attività della pompa può pertanto essere completata in questo modo: 3Na+int + 2K+est + ATP => 3Na+est + 2K+int + ADP + P Il fatto che il numero degli ioni Na+ e K+ implicati nel trasporto non sia lo stesso (ad ogni ciclo sono pompati all’esterno 3 Na+ mentre all’interno solo 2K+) porta a due conseguenze: La pompa ha attività elettrogenica in quanto trasporta fuori una carica positiva netta ad ogni ciclo di funzionamento ed induce quindi una iperpolarizzazione (aumenta la negatività) del potenziale di membrana. È stata riconosciuta l’importanza dell’attività elettrogenica della pompa nelle cellule pacemaker del cuore, dove cambiamenti del grado di funzionalità della pompa inducono variazioni del potenziale di membrana e quindi dell’eccitabilità e della frequenza di scarica delle cellule cardiache (vedi oltre). Vediamo ora cosa suggeriscono i dati della biologia molecolare circa la struttura della pompa Na+-K+ e il suo probabile meccanismo d'azione. La pompa Na+-K+ è una proteina transmembrana costituita da due subunità glicoproteiche e e forse una subunità di cui si ipotizza l'esistenza ma di cui non si conosce molto. La subunità presenta un residuo aspartico fosforilabile e i siti di legame specifici per il Na+, il K+ e l'ATP. La subunità , di dimensioni inferiori, ha un prevalente dominio extracellulare. Il meccanismo di azione della pompa si basa su modificazioni conformazionali cui la molecola va incontro in seguito a fenomeni di fosforilazione e defosforilazione, a loro volta attivati in modo allosterico dagli ioni Na+ e K+ che si legano ai propri siti di trasporto. I fenomeni di fosforilazione e defosforilazione avvengono a carico del residuo aspartico fosforilabile della subunità . Il meccanismo d'azione può essere spiegato in questo modo: la pompa si trova inizialmente in una conformazione E1, che espone i siti di legame per il Na+ e il K+ verso il lato citoplasmatico della membrana. In questa conformazione ha più affinità per il Na+ che per il K+. Il legame col Na+ porta all'idrolisi dell'ATP e alla fosforilazione della subunità della pompa secondo la reazione: ATP + E1 => E1-P + ADP (in presenza di Na+ e Mg2+) La pompa nella conformazione E1 fosforilata, con i 3 ioni Na+ legati (conformazione E1-P-Na+3) va incontro ad una modificazione conformazionale per cui i siti per il Na+ e il K+, che prima erano rivolti verso il lato citoplasmatico della membrana, si spostano verso il lato esterno, con aumento dell’affinità per il K+ e diminuzione di quella per il Na+. 24 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia La nuova conformazione, che indichiamo con E2-P è più stabile della precedente (infatti si raggiunge spontaneamente in quanto ha un contenuto energetico inferiore rispetto all'intermedio E1-P-Na+3) e prevede la liberazione del Na+ nell'ambiente extracellulare e il legame del K+ al suo sito specifico. Il legame col K+ stimola l'attività fosfatasica della pompa per cui avviene il distacco del gruppo fosforico secondo la reazione: E2-P => E2 + Pi (in presenza di K+ e Mg2+) La defosforilazione induce il ritorno della pompa alla conformazione iniziale E1, con i siti per il Na+ e il K+ rivolti verso il lato intracitoplasmatico e un'affinità per il Na+ maggiore di quella per il K+. Lo ione K+ viene così liberato nell'ambiente intracellulare contro gradiente di concentrazione e il ciclo ricomincia. 1.2.4 Pompa del Ca2+ Normalmente la concentrazione di Ca2+ intracellulare è molto bassa (10-7 M) mentre la concentrazione di Ca2+ extracellulare è più elevata (10-3 M). Il Ca2+ a livello intracellulare è in grado di attivare e regolare molti processi, quali la contrazione, l’esocitosi, l’endocitosi e l’attivazione di enzimi fosforilanti. Pertanto è essenziale, quando questi processi non devono essere attivati, che la concentrazione di Ca2+ si mantenga bassa e a questo compito provvedono le pompe del Ca2+. Per diminuire la concentrazione di Ca2+ citoplasmatica, questo ione viene in parte riversato all’esterno della cellula e in parte sequestrato all’interno di organuli citoplasmatici come il reticolo endoplasmatico e i mitocondri. Distinguiamo due tipi di ATPasi Ca2+ attivate: Una pompa del Ca2+ presente a livello del reticolo sarcoplasmatico: questa pompa trasporta Ca2+ all’interno del reticolo scambiando 2 ioni Ca2+ con 2 ioni H+ per 1 molecola di ATP scissa. Questa pompa presenta forti analogie, sia per la struttura che per il meccanismo di trasporto, con la pompa Na+-K+. Una pompa del Ca2+ presente a livello della membrana plasmatica delle cellule. Trasferisce 2Ca2+ nell’ambiente extracellulare per molecola di ATP scissa. Anche questa pompa presenta estese analogie con la pompa Na+- K+: ad esempio ha un’attività fosfatasica ed una chinasica legate a due conformazioni differenti. L’attività della pompa può essere aumentata aggiungendo a livello citoplasmatico una proteina Ca2+ regolatrice, la calmodulina; questo aumento di attività sembra essere legato al fatto che la calmodulina aumenta l’affinità della pompa per il Ca2+. Questi meccanismi di trasporto del Ca2+ sono praticamente ubiquitari. Quelle cellule che per paricolari funzioni vanno incontro a notevoli aumenti della concentrazione di Ca2+ intracellulare (ad esempio le cellule muscolari duranti la contrazione) presentano sistemi di trasporto del Ca2+ aggiuntivi, come il trasporto secondario Ca2+-Na+. 1.2.5 Il potenziale d’azione Il potenziale d'azione o spike è un rapido transiente del potenziale elettrico a cavallo delle membrane eccitabili quando queste vengono opportunamente stimolate Fig.19B. La 25 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 membrana passa dal potenziale di riposo (solitamente -60 - 90mV) a circa +30mV e poi si ripolarizza e riassume il potenziale di riposo, generalmente in pochi msec. Affinché sia generato il potenziale d'azione, è necessario che lo stimolo induca una variazione positiva del potenziale di riposo della membrana (depolarizzazione), portandolo oltre il valore di soglia (circa -45mV). Quando il valore di soglia è superato, il potenziale d'azione evolve in modo autonomo. Si dice pertanto che è un fenomeno tutto-o-nulla. Una volta innescato avviene sempre nello stesso modo, il potenziale raggiunto al suo apice e la durata sono pressoché indipendenti dall'entità dello stimolo attivante. D'altro canto stimoli "deboli" possono essere inadeguati a innescarlo. Quali sono le caratteristiche di uno stimolo affinché sia "adeguato"? Il potenziale soglia Supponiamo di metterci nelle condizioni sperimentali riportate nella Fig.15A, con un elettrodo registrante misuriamo il potenziale elettrico E della cellula e attraverso un secondo elettrodo, stimolante, pompiamo impulsi di corrente di varia intensità (I) e durata (t). In queste condizioni possiamo determinare i valori di intensità e durata necessari affinché lo stimolo sia in grado di innescare il potenziale d’azione Fig.15B,D. La curva nel diagramma intensitàdurata di Fig.20 indica per ciascun valore di durata dell’impulso, in ascissa, l’intensità minima della corrente, in ordinata, necessaria per innescare il potenziale d’azione. L’andamento della curva si approssima a quello di una iperbole dal momento che ogni punto della curva risponde all’incirca alla legge: I t = costante. Questo significa che per raggiungere la soglia è necessario pompare, a cavallo della membrana, una certa quantità Q = I t di cariche elettriche. Queste cariche servono a caricare l’elemento capacitivo della membrana affinché il potenziale si sposti dal valore di riposo al valore di soglia. Figura 15 La curva si approssimerà all’iperbole quanto più la membrana si comporterà come un elemento puramente capacitivo. Essendo tuttavia presente anche un elemento resistivo in parallelo con l’elemento capacitivo, la curva tenderà a scostarsi dall’iperbole, in particolar modo per impulsi di bassa intensità e di lunga durata. In questo caso la soglia potrebbe anche non essere mai raggiunta perché la corrente pompata sfugge attraverso l’elemento resistivo. È come versare acqua in un secchio bucato. Si può riempirlo all’orlo solo se si versa l’acqua 26 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia necessaria in un tempo breve. Se la si versa lentamente, questa uscirà via via dal foro (resistenza) e il secchio (condensatore) non si riempirà mai. La fase ascendente del potenziale d’azione Una volta superato il potenziale di soglia si ha un rapido incremento del potenziale di membrana che non è più spiegabile in base alla sola corrente pompata attraverso l’elettrodo stimolante. In altre parole il potenziale di membrana cresce molto più di quanto ci si potrebbe aspettare in base alla legge di Ohm per la sola corrente di stimolazione. Si è scoperto che la corrente che causa il rapido aumento di potenziale nella fase ascendente del potenziale d’azione è trasportata da un flusso di ioni Na+ verso l’interno della cellula. Questi ioni passano attraverso specifici canali per il Na+ voltaggio-dipendenti che si aprono in seguito alla prima depolarizzazione indotta dallo stimolo. L’ulteriore depolarizzazione indotta dall’ingresso di Na+ a sua volta fa aprire altri canali del Na+, innescando un feedback positivo che spiega il carattere “esplosivo” del fenomeno. La membrana divenuta permeabile al Na+, per la legge di Ohm, tende al potenziale di equilibrio del Na+ (circa +60mV). La fase discendente del potenziale d’azione In realtà nel potenziale d’azione la membrana non si depolarizza fino al potenziale d’equilibrio del Na+ ma si ferma a circa +30mV. Il motivo per cui il potenziale di equilibrio del Na+ non viene raggiunto è duplice. Da un lato i canali del Na+ si chiudono rapidamente per effetto dell’inattivazione (vedi oltre). Viene quindi meno il flusso di Na+. Un secondo motivo è rappresentato dall’apertura, in seguito alla depolarizzazione, di altri canali permeabili selettivamente al K+. Questi danno origine a un flusso di cariche positive verso l’esterno (il K+ è maggiormente concentrato all’interno della cellula). Questa nuova corrente contraria a quella del Na+ inverte l’andamento del potenziale e ripolarizza la cellula. La iperpolarizzazione postuma La ripolarizzazione della membrana, in molte cellule, procede oltre il potenziale di riposo, verso valori più negativi e più prossimi al potenziale di equilibrio del K+. Questa fase del potenziale d’azione è detta iperpolarizzazione postuma e ha una durata variabile di diversi msec. È causata dalla lentezza con cui i canali del K+ voltaggio-dipendenti si richiudono in seguito alla ripolarizzazione. Dopo questa fase la membrana ritorna al potenziale di riposo. Le conduttanze per gli ioni sodio e potassio In Fig.15C è rappresentato l’andamento delle conduttanze per il Na+ e il K+ nel tempo, durante il potenziale d’azione. È importante osservare che queste conduttanze pur essendo entrambe voltaggio-dipendenti e pur attivandosi entrambe in seguito a una depolarizzazione, presentano cinetiche diverse. La conduttanza per il Na+ si attiva più rapidamente della conduttanza per il K+. Questo è un aspetto fondamentale per comprendere il potenziale d’azione, perché la diversa velocità di attivazione implica una alternanza delle opposte correnti di Na+ e K+ che è causa della oscillazione del potenziale. 27 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 La refrattarietà La refrattarietà è una diminuzione del grado di eccitabilità della membrana che si verifica dopo un potenziale d’azione. Il fenomeno ha una durata variabile nell’ordine della decina di msec durante i quali passa da un grado massimo (refrattarietà assoluta), via via a un grado minore (refrattarietà relativa) fino a sparire del tutto. Può essere studiata stimolando la membrana a tempi diversi dopo un potenziale d’azione. Per questo si utilizza un impulso test di corrente depolarizzante, di intensità appena sopra la soglia del potenziale d’azione (riferito alla membrana a riposo). La Fig.16 rappresenta in alto il potenziale di membrana in funzione del tempo, in tre prove sovrapposte realizzate con i protocolli di stimolazione rappresentati sotto. Quando l’impulso test segue il potenziale d’azione dopo un tempo abbastanza lungo (STIM 1 e 2 in Fig.16), nella membrana può essere evocato un secondo potenziale d’azione. Sotto un certo intervallo di tempo la membrana è nel periodo refrattario relativo, indotto dal primo potenziale d’azione e l’intensità dello stimolo non è più sufficiente per eccitare la membrana (STIM 3). Nel periodo refrattario relativo la soglia di eccitabilità è più elevata pertanto sarà necessario uno stimolo più intenso per indurre il potenziale d’azione. Questo periodo coincide circa con la iperpolarizzazione postuma che ne è in parte la causa. Infatti l’iperpolarizzazione postuma allontana il potenziale di membrana dal potenziale soglia. Figura 16 Un’altra causa della refrattarietà è l’inattivazione dei canali del Na+ che fa seguito alla depolarizzazione. L’inattivazione è uno stato del canale per cui questo non è disponibile ad aprirsi. Quanti più canali del Na+ sono inattivati tanto più la membrana è refrattaria. Il grado massimo di inattivazione dei canali del Na+ è raggiunto in cima al potenziale d’azione e nella fase discendente e corrisponde al periodo della refrattarietà assoluta. In questo periodo è impossibile indurre un secondo potenziale d’azione. Durante l’iperpolarizzazione i canali del Na+ si deinattivano gradualmente. La membrana passa quindi dalla refrattarietà assoluta alla refrattarietà relativa. La refrattarietà dopo un potenziale d’azione pone un limite alla frequenza massima di scarica che una certa membrana può avere. La tecnica del blocco di voltaggio La tecnica del blocco di voltaggio o voltage-clamp è stata sviluppata alla fine degli anni quaranta da Cole, è stata ampiamente sfruttata in quegli anni per studiare le caratteristiche elettrofisiologiche della membrana dell’assone gigante di calamaro, permettendo a Hodgkin e Huxley di caratterizzare le conduttanze all’origine dello spike. Questo sistema consente di misurare l’intensità e la direzione delle correnti ioniche che fluiscono attraverso la membrana, in funzione del potenziale di membrana che viene imposto e del tempo. Gli esperimenti vengono condotti in condizioni ioniche intracellulari ed extracellulari controllate. 28 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 L’andamento delle correnti nel tempo è legato alla conduttanza di membrana (G) dalla relazione di Ohm: I = G (Em Eioni ) In blocco di voltaggio si studia quindi come varia la conduttanza di membrana in seguito a variazioni di potenziale o in seguito alla somministrazione di particolari sostanze. Il blocco di voltaggio viene ottenuto con un meccanismo a feedback negativo, il segnale del voltaggio misurato a cavallo della membrana è inviato a un circuito di controllo, un amplificatore operazionale, che provvede a confrontarlo con il segnale di comando, ovvero con il valore che si desidera imporre alla membrana Fig.17. Ogni differenza tra il potenziale di membrana effettivo e il potenziale che si desidera imporre, viene pressoché istantaneamente corretta, fornendo alla membrana corrente di intensità e carica opportuna. Il sistema è così in grado di mantenere costante il potenziale della membrana, nonostante vari nel tempo la sua conduttanza totale (per l’apertura o la chiusura di canali ionici). Quello che viene registrato è l’intensità e la direzione della corrente che è necessario pompare per portare e mantenere la membrana ai potenziali desiderati, cioè la corrente che si deve fornire per caricare la componente capacitiva della membrana e per controbilanciare la corrente che fluisce attraverso i canali, quella che altrimenti determinerebbe la variazione di potenziale. Figura 17 Per realizzare una registrazione con la tecnica del blocco di voltaggio sono necessari due microelettrodi in contatto con il citoplasma della cellula e un elettrodo di riferimento immerso nel bagno di registrazione. Dei primi due citati, uno misura il potenziale di membrana, l’altro serve a pompare corrente all’interno della cellula. Registrazione in voltage-clamp di un assone Prendiamo ora in considerazione un esperimento di registrazione, in voltage-clamp, delle correnti che fluiscono attraverso la membrana di un nodo di Ranvier di un nervo di rana Fig.18A,C. In seguito a depolarizzazioni crescenti queste correnti presentano un andamento prima verso il basso (per convenzione questo rappresenta un flusso di cariche positive entranti) e poi nel tempo la deflessione diventa positiva (flusso di cariche positive uscenti). Questo andamento delle correnti anche se a potenziali bloccati, è già indicativo di quanto avviene nel potenziale d’azione. La corrente entrante è depolarizzante in condizioni fisiologiche e genererà la fase ascendente del potenziale di azione. In un tempo successivo si attiva una corrente di cariche positive, uscente, che ci può spiegare la ripolarizzazione della membrana durante lo spike. Le due correnti sono state identificate e sono rispettivamente di Na+ e di K+. Le registrazioni di voltage-clamp permettono di valutare quantitativamente le caratteristiche cinetiche della corrente, tuttavia in questo tipo di registrazioni la corrente misurata nei diversi istanti è il risultato della somma algebrica della corrente entrante, 29 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 depolarizzante di Na+ e di quella uscente ripolarizzante di K+. Per poter studiare le singole conduttanze è necessario isolarle facendo uso di tossine specifiche in grado di bloccare quelle che non ci interessano. Le tossine sono fondamentali nello studio delle caratteristiche delle singole conduttanze ioniche in un preparato in cui siano presenti diversi tipi di canali. Nel nostro caso potremmo studiare la conduttanza di K+ una volta che è stata eliminata la corrente di Na+ con tetrodotossina (TTX) Fig.18B. La TTX è una tossina presente nel pesce palla. E’ un efficacissimo bloccante dei canali del Na+, che agisce a concentrazioni nell’ordine di 10-9 M, (1nM). Quando si vuole studiare la conduttanza di Na+, viene bloccata la corrente di K+ aggiungendo nel bagno di registrazione tetraetilammonio (TEA) Fig.18D. Il TEA è un bloccante specifico dei canali del K+, agisce a concentrazioni millimolari sia quando viene aggiunto internamente che esternamente alla cellula. Figura 18 1.2.6 I canali ionici I canali ionici sono macromolecole proteiche e possono essere immaginati come pori di contenuto acquoso che attraversano il doppio strato lipidic. La proprietà delle membrane biologiche di essere selettivamente permeabili ai vari ioni è dovuta proprio alla presenza di questi canali. Gli ioni infatti non possono attraversare direttamente il doppio strato lipidico perché sono elettricamente carichi. Il flusso degli ioni (principalmente Na+, K+, Cl- e Ca2+) attraverso i canali è in sostanza una corrente che provoca variazioni del potenziale a cavallo della membrana. Tali variazioni sono la forma fisica assunta da gran parte dell’informazione quando viene trasdotta, elaborata, o trasportata attraverso l’organismo. Gli ioni Ca2+ si comportano, oltre che da trasportatori di cariche, anche da secondi messaggeri. L’ingresso di ioni Ca2+ nella cellula, oltre a depolarizzare la membrana modifica la concentrazione di Ca2+ citoplasmatica. Attraverso variazioni di [Ca2+] sono controllati nella cellula numerosi processi, dalla secrezione di neurotrasmettitori nei terminali sinaptici delle cellule nervose a quella di ormoni, all’accoppiamento eccitazione-contrazione nelle fibre muscolari. Dal Ca2+ citoplasmatico dipende inoltre il grado di attivazione funzionale di numerose proteine Ca2+-dipendenti che controllano a loro volta numerosi processi metabolici e regolativi sia nel citoplasma che nel nucleo. Lo studio dei canali ionici Quando nei primi anni ‘50 Hodgkin e Huxley studiavano, nell’assone gigante di calamaro, le correnti ioniche alla base del potenziale d’azione, non erano in grado di dire come questi ioni passassero attraverso la membrana, se attraverso pori a contenuto acquoso o con altri 30 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia meccanismi di trasporto. Negli anni ‘60 sono stati condotti esperimenti con TTX radiomarcato, un bloccante selettivo delle correnti di Na+. Questi esperimenti hanno consentito di stimare il numero di siti di legame del TTX nella membrana. Supponendo che la TTX si legava dove erano i punti di passaggio del Na+ e dividendo la corrente totale di Na+ per il numero di siti, è stato possibile calcolare che in ogni punto individuato dalla TTX passavano più di 107 ioni/sec. Tale flusso era troppo elevato per un qualche meccanismo di trasporto mediato. Era invece compatibile se si assumeva che in ogni punto marcato fosse presente un canale a contenuto acquoso attraverso la membrana. La prova definitiva dell’esistenza dei canali ionici è però venuta con la tecnica del patch clamp. La tecnica del patch-clamp Tale tecnica sviluppata da E. Neher e B. Sakmann è una evoluzione della tecnica del blocco di voltaggio. Il potenziale a cavallo della membrana cellulare è imposto utilizzando una micropipetta di vetro opportunamente forgiata, con un diametro della punta di circa 1 um .La micropipetta di vetro è riempita con una soluzione elettrolitica. Un filo di argento clorurato è immerso in questa soluzione e assicura il collegamento con lo strumento di registrazione. All'atto della registrazione la micropipetta viene appoggiata sulla membrana cellulare, quindi viene applicata una leggera depressione al suo interno migliorando l'adesione alla cellula. Il vetro dell'elettrodo e la membrana cellulare stabiliscono così un contatto ad elevatissima resistenza elettrica. Se nella membrana sottesa alla punta della pipetta di vetro è presente anche un solo canale è possibile registrare la corrente che lo attraversa. Questa configurazione si chiama cell-attached . -attached, producendo una ulteriore depressione all'interno della pipetta si provoca la perforazione della membrana sottesa alla punta dell'elettrodo, mettendo quindi in continuità la soluzione della micropipetta con l'interno della cellula. In queste condizioni è possibile registrare le correnti che fluiscono attraverso tutti i canali presenti nella membrana della cellula. La configurazione di questo tipo è detta di whole-cell. Esistono altri due tipi di configurazioni che consentono registrazioni di singolo canale. Dalla configurazione di whole-cell, se la pipetta viene leggermente allontanata dalla cellula, si stacca un piccolo frammento di membrana. In questo caso si registra l’attività dei canali rimasti nel pezzettino di membrana e la configurazione è detta di outside-out, perché la superficie esterna del pezzettino di membrana (outside) rimane rivolta verso la soluzione extracellulare (out). Un altro tipo di configurazione viene raggiunto partendo ancora una volta dalla configurazione di cell-atteched. Allontanando la pipetta dalla cellula si stacca una vescicola di membrana. La vescicola esposta all’aria si apre. Una volta riimmersa nel bagno la superficie interna del pezzetto di membrana (inside) rimarrà rivolta verso la soluzione extracellulare (out), questa configurazione è detta di inside-out. La scelta del tipo di configurazione dipende dalle esigenze dello sperimentatore. Quando si vuole studiare l’ampiezza e le cinetiche di attivazione della corrente attraverso i canali dell’intera cellula si utilizza la configurazione di whole-cell. In genere viene studiata una certa popolazione di canali e quindi vengono bloccate le correnti che non interessano. Sia la composizione del bagno che quella all’interno della cellula vengono determinate dallo sperimentatore, quando infatti si raggiunge la configurazione di whole-cell la soluzione all’interno dell’elettrodo diffonde nella cellula sostituendosi in una certa misura al citoplasma. Quando si desidera studiare il comportamento del singolo canale ci si orienta sulle altre configurazioni. In particolare il vantaggio della configurazione di cell-attached è quello di mantenere integra la cellula, molti canali per funzionare hanno bisogno di fattori presenti all’interno del citoplasma che garantiscano il loro stato di fosforilazione. Uno svantaggio invece è rappresentato dall’impossibilità di controllare e modificare la soluzione intracellulare. Le configurazioni di outside-out e di inside-out permettono registrazioni di singolo canale in cui si può cambiare rapidamente e più volte durante un esperimento sia la 31 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia soluzione extracellulare che intracellulare. Per studiare l’effetto di mediatori chimici extracellulari si preferirà la configurazione outside-out, aggiungendo il mediatore nel bagno di registrazione (ad es. acetilcolina su recettore-canale nicotinico). Molti di questi studi possono essere comunque condotti anche nella configurazione cell-attaced aggiungendo il mediatore nella micropipetta. La configurazione di inside-out si usa invece quando si vuole osservare l’azione di mediatori sul versante citoplasmatico del canale, questi sono generalmente secondi messaggeri o enzimi (proteinchinasi) che agiscono sul canale. La configurazione di inside-out è stata usata ad esempio per studiare l’azione dell’AMPc e della PKA sui canali del Ca2+ nella fibra cardiaca (vedi oltre). Lo schema circuitale per il patch-clamp è concettualmente simile a quello già spiegato per il blocco di voltaggio. 1.2.7 Modalità di risposta delle cellule nervose: I canali ionici Si ritiene che l'informazione nel sistema nervoso sia codificata sotto forma di frequenze di scarica di potenziali d'azione. L’intesità dello stimolo stesso è espresso in termini di frequenza di potenziali d’azione. La scarica del neurone rappresenta l'informazione in uscita dal neurone stesso. Tale output è il risultato dell'elaborazione che la cellula ha fatto delle informazioni in ingresso provenienti da altre cellule (attraverso le sinapsi, i trasmettitori e gli ormoni che diffondono nei volumi extracellulari, le giunzioni elettriche ecc.) oppure dall'ambiente esterno (sotto forma di stimoli sensoriali). L'output di un neurone contiene inoltre informazioni che provengono dall'interno stesso della cellula, ad esempio sotto forma di una diversa espressione genica di quei componenti della membrana che determinano le caratteristiche computazionali del neurone. La membrana plasmatica con le varie strutture molecolari connesse, recettori, meccanismi di modulazione, canali ionici, rappresenta il livello più importante al quale si verifica il confronto tra i vari tipi di informazione e dove avviene il processo decisionale. Nelle cellule eccitabili la frequenza di scarica è proporzionale alla intensità della corrente di stimolazione Vediamo ora alcune modalità di scarica in funzione dell'input e dei canali implicati. Se per simulare un input eccitatorio si inietta un flusso continuo di corrente depolarizzante all'interno di un assone che, come si è detto, generalmente ha un corredo di sole due conduttanze, una per il Na+ e l'altra per il K+, si otterrà, a corrente costante, una scarica di frequenza costante Fig.19. La frequenza della scarica sarà determinata da ciò che avviene tra un potenziale d’azione e l'altro, cioè da quell'equilibrio dinamico fra il flusso di K+ verso l'esterno (che ripolarizza la cellula dopo il potenziale d’azione e tende a mantenere il potenziale della membrana a riposo) e il flusso di corrente depolarizzante che viene iniettato. Aumentando l'intensità della corrente depolarizzante si otterrà un aumento di pendenza nell’andamento del potenziale tra un potenziale d’azione e l’altro, con l'effetto di raggiungere più rapidamente la soglia e di aumentare la frequenza di scarica. L'effetto opposto, di diminuzione della frequenza, si potrà osservare se in qualche modo aumenterà il flusso ripolarizzante di K+ [Klinke03]. 32 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Figura 19 1.2.8 Il codice neuronale e l’apprendimento Possiamo riassumere così la comunicazione neuronale e i processi che la compongono: I segnali di input al neurone alterano il voltaggio dello stesso. Quando il voltaggio supera una certa soglia il neurone “spara”uno spike (potenziale d’azione) Gli spike sono quindi dei segnali elettrici impulsivi con un’ampiezza di circa 100 mV e con una durata di circa 1 ms. Il segnale si propaga ad una velocità che varia da 1 a 100 m/s. L’alta velocità di conduzione è ottenuta per mezzo della guaina mielinica. Il neurone a riposo è polarizzato con una ddp di -70 mV (potenziale membrana a riposo). La concentrazione di ioni negativi è aggiore all’interno del neurone. Iperpolarizzazione: aumento della polarizzazione (e.g. -90mV) Depolarizzazione: diminuzione della polarizzazione (e.g. -50mV) Lo spike non può superare il “gap” tra un neurone e l’altro quindi è a questo punto che entra in gioco la sinapsi. Questa, come già spiegato è un meccanismo complesso che riesce a decodificare lo stimolo in input mediante rilascio di neurotrasmettitore, che raggiunge il neurone vicino e permette l’apertura/chiusura di canali ionici tale per cui anche il potenziale di membrana del neurone postsinaptico subisce variazioni. Quando il voltaggio di questa differenza di potenziale supera la soglia, il neurone postsinaptico “spara” il suo potenziale d’azione e il viaggio ricomincia. L’ampiezza del segnale d’uscita è determinata dall’ampiezza della depolarizzazione (iper) che, a sua volta è determinata dal numero e dalla frequenza degli impulsi. Ovviamente, dopo avere generato lo spike il neurone entra in fase refrattaria e per 10ms non potrà più generare potenziali d’azione. I potenziali d’azione hanno tutti la stessa forma, ampiezza e durata. Il segnale si pensa quindi venga codificato nella frequenza di scarica (ovvero frequenza dei treni di spike). Questa ovviamente è solo una teoria, in quanto ad oggi nessuno è riuscito a decifrare i segnali neuronali ne tantomeno a capire “il linguaggio” che permette la codifica dell’impulso in un rilascio chimico di neurotrasmettitore. Quello che sembra assunto come “certo” tra i neurofisiologi è che lo stimolo elettrico sia da cosiderare unicamente nella forma di spike, anche se ovviamente si ha coscienza del fatto che tutte le volte che si va a registare, in vivo o in vitro, mediante tecniche più o meno invasive, il codice neuronale venga alterato in una qualche maniera. Ma un codice neurale può essere definito? 33 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Lord Ardian (Premio Nobel in Fisiologia e Medicina 1932) definì i seguenti principi: [http://www.nbb.cornell.edu] 1) Neuroni individuali producono spike stereotipati (tutto o nulla) 2) In risposta ad uno stimolo statico, il “rate di spiking” cresce proporzionalmente all’ampiezza dello stimolo figura 20: Ampiezza dello stimolo vs numero di spike Nel grafico (figura 20) appena mostrato, il numero di potenziali d’azione (response) è proporzionale all’ampiezza dello stimolo (stimulus). Se il numero di spike viene riportato in funzione dell’ampiezza, si crea una relazione lineare. Esempi di questo tipo di risposta includono i recettori olfattivi e i recettori del freddo. Ma che c’è di sbagliato in questa semplificazione? Per esempio, i neuroni non “sparano” ad alte frequenza arbitrarie (il perido refrattario del neurone limita di creare un spike sopra una certa frequenza) figura 21: Saturazione 34 I neuroni e l’elettrofisiologia Capitolo 1 Il fatto che i neuroni non rispondano con alte frequenze arbitrarie può essere descritto come ua saturazione. Inoltre, molti neuroni non creano spike in risposta a stimoli con piccola ampiezza. Questa proprietà può essere descritta introducendo una soglia di “firing” che può variare. figura 22: Potenziale soglia Ma c’è un’errore in quanto detto finora, infatti, l’assunzione 1) non è valida per tutti i neuroni: 3) Se uno stimolo viene applicato per lungo tempo, lo spiking rate inizia a decrescere (adattamento). figura 23: Adattattamento Per qualche ragione, è difficile stabilire quali siano i parametri rilevanti nella risposta neurale, parametri che di sicuro possono variere in base alla natura del neurone, allo stimolo, alla situazione, etc. 35 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Possiamo cosiderare un semplice caso, il codice di frequenza. Il codice di frequenza significa che il numero di spike durante un dato periodo contiene informazioni circa la natura e l’ampiezza dello stimolo in questione. Ma questo non risulta valido sempre. A volte infatti, il rate di spike , ovvero il numero di spike sparati durante il tempo di osservazione non varia come una funzione dell’ampiezza dello stimolo. Quello che varia è la frequenza di spike (figura 24): figura 24: Ampiezza dello stimolo vs frequenza di spike Similmente, se la finestra di osservazione diventa più piccola, il numero di potenziali d’azione può variare come una funzione dell’ampiezza di stimolo. Analogamente, in altri casi considerando finestre di osservazioni crescenti, entra in gioco un altro parametro: primo intevallo di interspike. (figura 25) 36 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia figura 25: Ampiezza dello stimolo vs primo intervallo di interspike . In qualche altro caso nessuno dei tre parametri descritti da informazioni sull’ampiezza dello stimolo ed possibile risalire ad altri parametri, come per esempio la distribuzione degli intervalli di interspike durante la risposta. Questa infatti risulta essere proporzionale all’ampiezza dello stimolo. figura 26: Distribuzione degli intervalli di interspike 37 Capitolo 1 I neuroni e l’elettrofisiologia Recenti studi, poi hanno anche mostrato come alcuni neuroni usino come codice neuronale, i singoli timing di ogni spike e non quindi le frequenze medie di tutti gli spike generati, e come i neuroni della corteccia olfattiva sembrino utilizzare un codice che vede la partecipazione attiva del tempo: gli output vengono codificati in termini di differenze di tempo tra uno spike e un tempo di riferimento dato dall’analisi degli altro spike o dalle oscillazioni del background. [Natschläger98] Come si può vedere, i parametri in gioco sono tanti e quindi un codice neurale non è stato ancora definito, ma probabilmente, in base ai risultati mostrati, non ne esiste uno universale, per cui diventa importantissimo definire lo stimolo di interesse, definire il “time scale” di interesse e definire il “sampling step”. Gli studi teorici e sperimentali finora condotti sono stati basati sull’assunzione che lo stimolo elettrico sia definito unicamente dagli spike e tutte le evidenze di “possibili codici” sono state trovate analizzandone la proporzionalità con l’ampiezza di stimolazione. È semplice concludere che la strada verso una decodifica del messaggio neurale sia ancora lunga. Putroppo però, trovare il giusto codice diventa di giorno in giorno sempre più importante e interessante, date le recenti scoperte sull’apprendimento. Questo pare creare delle modifiche morfologiche e sinaptiche a livello neuronale (dentriti e assone), e tali modifiche, grazie alle moderne tecniche di imaging non sono più un gran mistero. Il problema però rimane: si è scoperto l’effetto ma si conosce poco o nulla sui meccanismi che causano tale effetto. Vi è evidenza sperimentale, infatti di modifiche sinaptiche dipendenti da ogni possibile codice prima mostrato, e dunque vi è in corso una dura lotta tra i neurofisiologi di tutto il mondo. 38