La Mitologia Familiare Approfondendo il lavoro di rivalutazione delle radici familiari, mi sono tornate alla mente le “storie di famiglia” che a mio avviso sono di grande importanza per lo sviluppo dell’identità familiare per i bambini, in quanto arricchiscono l’immaginario infantile, di storie che parlano all’inconscio delle radici di famiglia, di un passato per il bambino così lontano, da assumere una valenza mitologica. Radici antiche perché lontane nel tempo, profonde perché archetipiche. E’ evidente che ogni famiglia ha i suoi archetipi, rappresentati da ogni singolo familiare, spesso descritti da storie ed aneddoti raccontati o ricordati nelle riunioni di famiglia. Questi racconti delineano caratteristiche e peculiarità, pregi e difetti di ognuno, in una “tipizzazione” di caratteri, potenzialità e risorse umane che definiscono la vita di famiglia attraverso le scelte ed il cammino di “chi è venuto prima”, fungendo da canovaccio storico che rende reale il passato, rassicura sulla continuità del cammino tra “chi viene prima e chi viene dopo” e rinforza il senso di appartenenza alla famiglia. Mi è quindi venuto da definire mitologia familiare quel bagaglio di aneddoti che, liberamente interpretati, vengono trasmessi di generazione in generazione, all’interno d’ogni famiglia. Nell’esperienza di ognuno è facile ricordare momenti più o meno definiti, nei quali si è sentita fortemente la necessità di conoscere storie e personaggi di famiglia, in un’inconscia ricerca d’appartenenza. Sia durante l’infanzia che durante l’adolescenza, si attivano nei bambini momenti di naturale curiosità sulla propria genealogia, l’attivazione generalmente avviene per spontanea curiosità dei bambini o dei ragazzi, per quanto anche la scuola tenda da sempre a stimolare la descrizione della famiglia in forma più o meno allargata, questa attività negli ultimi anni si è arricchita di fotografie che documentano la crescita del bambino e l’allargamento della famiglia. In ogni caso è una curiosità naturale, che va a nutrire la necessità di comprendere “chi siamo e da dove veniamo” e se scolasticamente ci si ritrova a descrivere una famiglia sempre più nucleare, forse potrebbe essere utile considerare l’importanza di quella miriade di “storie ed aneddoti”, di frammenti d’esperienza che appartengono a svariati membri familiari e che un tempo venivano raccontati in famiglia intorno al focolare. In alcuni contesti familiari questa trasmissione avveniva per racconto diretto, quando cioè i nonni, gli zii, la madre o il padre, raccontavano aneddoti propri. di coppia o “di altri membri di famiglia”. Molte generazioni sono cresciute con i racconti di guerra, con le memorie tramandate della fame e della disfatta o delle soluzioni più svariate inventate per affrontare le difficoltà di sopravvivenza che la guerra induce.. Altre memorie sono chiaramente comunicate a fini “didattici”, per l’interiorizzazione di un modello sociale o d’appartenenza ad una classe o ad un contesto culturale. Gli elementi che sembrano avere grande importanza in queste trasmissioni indirette, sono svariati, spesso sono sottili fragranze, quali il tono della voce -sommesso o assertivo, da favola o da bollettino di guerra-, volto a trasmettere quel potenziale emozionale che “commenta e colora” il racconto. Altre volte sono i giudizi espliciti o impliciti sulle azioni di questo o quel parente che in maniera patente o latente, invita ad emulare o evitare atteggiamenti, stili di vita o azioni. Altri elementi significativi sono i segreti, i silenzi, gli isolamenti, le negazioni, i vuoti di memoria o le memorie negate. Queste memorie assenti o taciute rischiano di produrre incertezze ed insicurezze in quanto spesso nascondono memorie ad alta carica emotiva che viene inconsciamente registrata da “chi viene dopo”, per qualcosa che “si sente e non si sa”. In realtà per quanto intense possano essere, le memorie esplicite consentono un confronto con dimensioni reali che il bambino può registrare e – nel tempo – imparare ad accettare e gestire. Le memorie negate, invece, rischiano di assumere connotazioni incommensurabili, col rischio di diventare ingestibili, proprio perché non c’è misura alcuna per un confronto reale. Il silenzio al contrario della realtà oggettiva, si rivela schermo di proiezione per fantasie morbose ed ossessive, permeate da elementi di rigido giudizio e condanna. Considerando la visione che si ha della propria famiglia è facile evincere che essa sia il frutto della propria esperienza, arricchita, o potremmo dire condita, dalle interpretazioni degli adulti –siano essi genitori, familiari, educatori, preti, etc.-. Quest’inconscio tentativo di ritrovare le proprie radici, un tempo trovava risposta diretta dalla convivenza con nonni e nonne, zii e zie, compresenti in nuclei familiari allargati, oppure da un albero genealogico, che al tempo della monarchia aveva un chiaro senso sociale, necessario a comprendere come muoversi nel mondo. Oggi parlare di genealogia ha certamente minor senso sociale ma forse va recuperato il senso psicologico e soprattutto emozionale di ricerca della propria identità emotiva, un senso di appartenenza molto più profondo, cui forse è tempo di dare ascolto e risposta. LE CASTE Tipico esempio di educazione di casta è l’educazione degli aristocratici, che in alcuni casi, ancora oggi, vengono sottoposti ad un profondo condizionamento al rispetto e al dovere “di classe”. La stessa affermazione di classe avviene già da tempo, nelle genealogie di “classe professionale”, sia essa casta d’avvocati, medici o mafiosi. Se, infatti, oggi è fuori tempo riferirsi a classi e caste d’appartenenza in quanto le differenze tra le classi sociali sono meno definite e meno insormontabili di un secolo fa, restano altre eredità, che potremmo definire eredità emozionali e che trovano nell’eredità economica solo un risvolto praticamente utile e simbolicamente significativo. Quest’appartenenza può generare il desiderio di continuare ad appartenervi o di fuggire dalla casta. LE STORIE DI FAMIGLIA Ma si raccontano ancora le storie di famiglia ? Un tempo bastava chiedere il racconto di uno stesso episodio a padre e zia, allo zio ed alla nonna ed ecco che si avevano diverse prospettive della stessa realtà. Quale migliore allenamento per rendere il proprio animo cassa di risonanza della verità, dea dai mille volti, dalle mille sfumature emotive. Le interpretazioni delle memorie di famiglia possono creare un’immagine tridimensionale, olografica, assumendo forma e dimensione emotiva più che oggettiva e forse per questo più vera ed anche più utile all’anima, all’inconscio, al mondo emotivo. Di storia in storia, in un’autobiografia trasversale, il passato assume forma e colore, norma e regola, stile, giudizio e pregiudizio, e contemporaneamente qualcosa avviene dentro, qualcosa trova radici e ragion d’essere, qualcosa - l’anima? – trova limiti e certezze, terreno e nutrimento, stimolo al confronto ed all’autodefinizione. Ci sarà sempre tempo per mollare tutto, per potare, reagire o rifiutare, per poi comprendere ed integrare. Nel frattempo si collezionano pezzi di un puzzle che fa storia, una storia tutta personale, paragonabile alla ricerca sul DNA, che cerca un passato registrato dalle cellule in prima, seconda o terza generazione. Perchè l’anima come il DNA forse sente, di sicuro registra, ricorda, riconoscendo profumi e sensazioni, esprimendosi in scelte e colpi di testa. Forse un giorno si scoprirà che tutto era memorizzato in un microscopico segmento del menoma, ma nel frattempo chiamiamola anima, anima di famiglia. La mente vuole sapere? E nutriamola di nomi e date che qualcuno memorizzerà per quando ce ne sarà bisogno –c’è sempre uno storico in famiglia- qualcuno che funge da memoria storica, mentre altri, fungono da memoria emozionale. E allora si snocciolano le storie “strane”, si conservano lettere e bigliettini d’amore, ci si lascia scappare frasi che raccontano molto più di quel che si dice. Poi nel tempo, quando si scopre il senso delle emozioni, ci si guarderà indietro e si scoprirà che… era ed è amore. L’amore che scorreva e se siamo fortunati, scorre ancora in famiglia.