Giugno 1975

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Allora ho preso matita e foglio
Il filo del mio intervento segue soprattutto gli appunti con cui Michelucci accompagnava la sua vita ed i suoi
impegni progettuali. E’ un materiale inedito, costituito da agende, quaderni, blok notes, dattiloscritti, lettere.
Brani autografi, spesso mescolati nei temi e nelle osservazioni, talvolta, più strutturati, portano la sigla di
Diario di un architetto o Appunti di un architetto. Sono appunti densi di correzioni, di aggiunte.
Uno spazio importante, tra loro, riveste l’ospedale:
analizzato da utente con note dai ricoveri nelle diverse strutture sanitarie a partire dalla clinica vicino a
Parma nel 1937 di cui parla nelle lettere a sua moglie, sino ai due ultimi ricoveri all’Istituto Ortopedico
Toscano per la rottura di un femore e poi nel reparto di unità coronarica di S.Maria Nuova nel luglio 1989;
studiato da progettista riferite all’ospedale di Sarzana, opera che lo impegna per 23 anni.
Un pezzo di biografia. La camerata e la cameretta, la corsia ed il reparto, la sala operatoria e la sala
d’attesa, elementi di una configurazione nota al progettista che dall’esperienza trae elementi di progetto.
L’isolamento del complesso ospedaliero viene rovesciato in rapporto con la città e urbanistica dell’ospedale;
la mancanza di socialità in valore dei chiostri porticati, rapporti tra spazi collettivi e spazi privati; il posto letto
dell’ammalato da assistere in spazio di degenza dove la centralità della persona è rispettata nella sua
interezza e dignità.
Il progetto dell’ospedale è una radicale trasformazione della sedimentata tipologia dell’ospedale arrivata
stancamente agli anni’60 e di cui lo stesso Michelucci aveva subito i
forti condizionamenti posti da una rigida normativa, riconducibile alla legge sanitaria del 1939. Il forte
carattere anticipatorio della versione che Michelucci inizia a studiare nel 1975 precede l'’affermazione di una
nuova concezione del problema sanitario che si afferma con la riforma sanitaria, coglie il valore della
prevenzione e della riabilitazione con il tema dell’ospedale invisibile e del rapporto tra città e salute. Si
riscontra il drastico ridimensionamento da 500 posti letto a 280, compare il day hospital in rapporto
all’ospedale per acuzie. Salta l’impostazione simmetrica e si arriva alla creazione di una struttura permeabile
capace di ospitare la variabilità crescente della qualità tecnica, ma di essere anche luogo di incontro e di
relazione. La ripetizione seriale delle degenze è contrastata dall’estroflessione dei balconi, ballatoi, loggiati,
dal disassamento dei corpi scala. L’ospedale è aperto in tutte le direzioni quasi a determinare la fine del
concetto della cittadella ospedaliera conchiusa da cui Michelucci organizza la fuoriuscita e la fuga.
L’ospedale di Michelucci si discosta dalla tradizionale famiglia di progetti ospedalieri, non accetta l’etica
riduttiva della sistematizzazione dell’esistenza nella sua forma minima, giustificata dalla complessità
dell’ingegneria organizzativa dell’apparato sanitario.
il mondo in una stanza. Non accetta le parodie estreme di altri di comprimere e ridurre al minimo la vita
sociale. Lo considera un deprimente avvenimento nella storia dell’architettura.
1974. Dattiloscritto per conferenza all’università
Visitai anni addietro vari ospedali europei degli ultimi realizzati nel nord Europa. Uno di questi mi interessò
particolarmente. Si tratta di una costruzione al cui piano terra si trova un vasto locale dove vi sono molte
cose della città: giornali, bar, giardino, locali dove la gente si muove liberamente; dove convalescenti e
conoscenti si incontrano. Le camere come quelle di un albergo di buona categoria, la cucina degna di essere
visitata. Passeggiando mi domandavo se un edificio come questo non poteva diventare uno dei più
funzionali centri d’insegnamento e se così ben studiato distributivamente e realizzato tecnicamente non
poteva essere considerato un pezzo di città
6/5/75
Dovrò ricominciare a studiare l’ospedale di Sarzana: è la sola cosa che mi interessa, ma non so quando mi
sarà chiesto e se mi sarà chiesto di studiarlo.
Giugno 1975
“non riesco a mettermi al tavolo da disegno per disegnare un edificio se prima non mi sono reso conto di
come la vita potrà inserirvisi, occupare gli spazi, seguire i percorsi, scegliere le soste. Naturalmente sono io
che delineo spazi e percorsi, che scelgo, ma non sono solo a scegliere: avverto la presenza di altre persone
in un continuo scambio, osservando, parlando non dell’edificio cui penso, ma di tutto. Vivo tra la gente che
vive. E cerco di capire, perché debbo servire gli uomini, gli altri. Debbo servire gli uomini, gli altri. Non debbo
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ritirarmi nel “pensatoio” privato, difeso gelosamente dal mondo….Al tavolo di disegno mi avvicino quando
l’edificio vive dentro di me; quando ho la certezza che gli spazi e percorsi che ho pensato sono tutti
indispensabili per quanto occorre alla vita degli uomini che debbono viverli; quando l’indispensabile ed il
superfluo (il superfluo, che è ciò della cui utilità gli uomini acquistano coscienza mano a mano che gli viene
indicato o proposto. Ad esempio: il “superfluo è lo spazio di attesa in un edificio pubblico; una galleria
panoramica in una chiesa ecc.)
12/7/75
Il giorno 10 sono rientrato a Fiesole, in complesso sono stato all’ospedale nove giorni. Non posso dire di
aver sofferto oltre il prevedibile. Fortunatamente solo l’ultimo giorno e l’ultima notte è arrivato il caldo. I
medici, gli infermieri, le suore sono stati gentilissimi; hanno fatto quanto era in loro potere per alleviarmi ogni
noia. Non così posso dire dell’ospedale, della costruzione cioè, che è nuova, costruita da pochi anni ed è
negativa funzionalmente: manca dei servizi o del numero di servizi indispensabili; è deprimente
psicologicamente. Ha una cosiddetta sala di soggiorno che potrebbe adattarsi come sala di pena o
punizione. L’uomo, l’utente è assolutamente ignorato. Tecnicamente è bestiale. Gli autori sono due miei ex
allievi.
26/8
L’Abetone.Ho lavorato al progetto dell’ospedale di Sarzana e dovrò lavorare ancora molto. Piove l’Abetone è
sotto la nebbia
31/8
Sto studiando l’ospedale di Sarzana, mi sembra di essere sulla buona strada, ma debbo ancora ragionare
dentro di me sulla giustificazione di una forma architettonica povera e di un’attrezzatura ricca
settembre 1976. Intervista
Sto lavorando ad un ospedale moderno, un centro di vita cittadina, in cui si riuniscono malati e non malati.
Finora l’ospedale era quella cosa che si guardava dicendo: “speriamo che non tocchi a me andarci”. Questo è
invece un Ospedale che chiama: c’è il ristorante, ci sono i negozi, la piscina.
15/9/76
Dopo un lungo periodo di assenza ritorno al Monastero di S.Croce a Bocca di Magra. Nella mattinata ho
partecipato ad una riunione per l’ospedale. Tutto è proceduto con chiarezza. Debbo presentare il progetto di
massima entro l’ottobre. La ditta che ha portato avanti il primo lotto sospenderà i lavori di finitura e realizzerà
la “gabbia” strutturale del secondo lotto fino a raggiungere il Consuntivo di L. 1.200.000 milioni dopo di che la
direzione dell’ospedale sarà libera di affidare ad altra impresa la realizzazione del nuovo progetto.
13/11/76
a Cutigliano per riposarmi per una settimana, dopo aver consegnato alla Direzione alcune tavole del progetto
di massima dell’ospedale di Sarzana, la sera del giorno 11. Una relazione ai Sindaci del circondario fatta dal
Presidente (Prof.ssa Cicinato), una mia ed una illustrazione del geometra Innocenti. Fra una ventina di giorni
dovrò consegnare il progetto di massima completo…La natura è bella come sempre e sempre diversa. Ci
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sono ancora alberi con le foglie gialle e con le foglie rosse, malgrado la pioggia e il vento ne abbiano fatte
cadere molte
14 /11/76
Mi sono svegliato con la voglia di rispondere al questionario che mi è stato inviato dalla T.V., che sta
preparando una ripresa dei miei lavori e dei miei concetti sull’architettura… con la massima sincerità e dire
che del mio passato non me ne importa nulla, che vorrei distruggere tutto quello che ho costruito. Ma ho
paura che si pensi ad un atteggiamento, ad una falsa modestia. Butterò giù quel che penso, che poi
straccerò.
Ospedale di Sarzana (sottolineato): la luce che viene dalla finestra di fronte al letto non disturba il degente,
perché la loggia esterna costituisce uno schermo. Quando, cioè, l’ammalato sta supino sul letto il suo sguardo
è diretto verso la copertura della loggia
15/11/76
Mano a mano che il tempo passa osservo con maggiore interesse il comportamento degli uomini, osservo la
natura e scopro una infinità di situazioni, di forme, di rapporti che non avevo scoperto fin ora e in queste
scoperte vi sono tanti suggerimenti di spazi e forme architettoniche. Questo significa che gli spazi e le forme
che ho realizzato nell passato mancano di questi suggerimenti che arricchiscono l’architettura e per questo
non amo il passato… Potrà sembrare strano ma sono pieno di speranza.
18/11/76 Cutigliano
Ho concepito l’edificio come un organo contro cui la città non si arresta, ma lo filtra invece al suo interno, non
interrompendo la continuità del proprio tessuto. L’edificio collabora a quella continuità. Le banche, le chiese e
gli altri edifici pubblici che ho realizzato, sono caratterizzati appunto da percorsi, da spazi di sosta che
prolungano nell’ospite il senso della città…La vita dimostra quanto frequentemente un edificio debba
demolirsi e ricostruirsi perché la sua attività è cambiata. Da tempo io penso alla città variabile che può
consentire il mutare dei suoi spazi, dei suoi percorsi per rispondere ad una richiesta pubblicamente utile.
Io preparo con uno o due collaboratori una prima stesura della pianta e delle sezioni del progetto. Su questo
abbozzo inizia la discussione a cui prende parte chi è interessato alla realizzazione dell’opera, amministratori,
medici, infermieri, amici che non hanno alcun rapporto col lavoro ma che lo seguono volentieri. Da questa
discussione nasce un secondo, poi un terzo progetto che perfezionano il primo.
Intervista a Borsi:
L’economia va considerata in rapporto ai fini che ci si propone e non nel dimensionare il fine all’economia.
4 Luglio 78. La Nazione, terza pagina “Le architetture per viverci dentro”. In occasione della mostra a Londra
del 1978, della Riba exibition.
Ho cominciato a pensare a Sarzana dieci anni fa: ora lo facciamo davvero. Questo è un ospedale contro
l’alienazione dell’uomo. Qui la gente resterà meno a lungo, che negli altri ospedali, perché i servizi di day
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hospital saranno tali da abbreviare la degenza, qui la gente non si sentirà strappata alla vita quotidiana
normale, e arriverà alla guarigione più tranquilla, qui i medici saranno indotti a stabilire rapporti di dialogo con
ammalati non schiacciati dalle strutture di ricovero. Ho avuto la disgrazia di andare per tre volte in clinica, ed
ho capito gli enormi difetti degli ospedali che adoperiamo. Fin dall’ingresso l’uomo è alienato e risente per
mesi dopo l’uscita della drammaticità dell’organizzazione.
In “alcuni aspetti della mia attuale ricerca”
Bisogna evitare il più possibile negli ospiti il ricordo, sia pure lontano, delle sale d’attesa degli ospedali
tradizionali che generano il primo stato di nevrosi, di spersonalizzazione alle soglie della malattia
24-3-83 Intervista su Pegaso a titolo ”La città ideale è quella che si crea e si distrugge giorno per giorno”
Ho ancora cantieri aperti come l’ospedale di Sarzana e altri. Tali opere richiedono una mia continua presenza
in loco. All’ospedale di Sarzana ci si lavora già da quindici anni con il mio collaboratore Mauro Innocenti… Il
rapporto tra città e istituzioni è stato sempre la base di ogni mia ricerca…fare organismi che contribuiscano a
rendere più ricca la vita sociale, per una forma più viva e reale della convivenza. Dicono che il mio concetto è
utopico, ma io vivo nella utopia perché sono sempre alla ricerca di quella realtà che si pone aldilà della realtà
immediata quale conquista dell’avvenire… La forma architettonica ha una grande importanza ed ancora di più
in quegli edifici di particolare natura come l’ospedale. Bisogna arrivare alla forma architettonica attraverso una
partecipazione diretta, umana e personale. Nell’ospedale di Sarzana abbiamo studiato un arredamento
completo e confortevole perché proprio non si debba sentire, chi vi è ospitato, alla mercé di uno squallido
ambiente che può provocargli un senso di profonda desolazione.
Domanda. Allora non è forse un ospedale d’élite?
Risposta. E’ un ospedale di tutti.
24/2/83 Intervista a La Città a titolo “Giovanni l’eretico”
Si sono relegati gli ospedali in periferia, perché si aveva paura dell’ospedale. Ora si comincia a pensare
diversamente…Sto costruendo un ospedale a Sarzana che è in piena campagna. Ora però le teorie stanno
cambiando e gli ospedali sembrano ricongiungersi alla città. Comunque nell’ospedale a Sarzana ho inserito
negozi e ristorante, l’ho voluto vivo.
8/1/86 Intervista a Paese sera
Ho contati con gli ammalati. E’ essenziale comprendere lo stato d’animo ed i pensieri di chi dovrà usufruire
delle strutture che costruisco: ecco perché è importante parlare con gli ammalati. In questo modo si prende
coscienza del valore della vita ed anche del valore della città. Se prima la città costituiva un evento storico o
creativo, ora la vedo come forma di vita. Quando ho visitato l’ultimo ospedale costruito a Londra sono rimasto
molto stupito di vedere come gli ammalati partecipino alla vita della città. La struttura ospedaliera si trova
infatti nel cuore della capitale. I pazienti prendono così parte alla vita cittadina, al movimento che c’è sul
Tamigi. Il malato non è dunque isolato, non è intristito dallo squallore che talvolta regna negli ospedali… Se
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una struttura ospedaliera deve essere a misura d’uomo, ogni malato deve avere una propria dimensione.
Deve avere un piccolo tavolo dove scrivere, un armadio per i propri vestiti, un divisorio da usare durante la
visita, dei servizi igienici da condividere con altri due o tre pazienti, deve poter contattare il medico in modo
semplice e diretto.
4/10/86 Intervista a Paese Sera
Domanda. Quando progetta che rapporto ha con il luogo?
Risposta. Prendo immediatamente contatto con il luogo, cerco di andare a vivere sul posto per conoscere
meglio il territorio, le persone, la vita di quell’ambiente. Mi metto in contatto con le strutture più vicine per
vedere se è possibile stabilire tra loro un collegamento in modo da evitare la realizzazione di un architettura
come elemento isolato… Vivo nell’ospedale perché ne sto progettando uno ed ho voluto prendere contatti con
quel mondo e provare a togliere all’ospedale il senso di malattia.
20/5/80 L’Europeo: Scienza
Intervista a Michelucci in articolo a titolo “Nasce un Ospedale a misura d’uomo” di Salvatore Giannella
Domanda “Come nasce il progetto dell’ospedale di Sarzana ?
Risposta “Nasce da un’esperienza diretta. Finora sono stato ricoverato 4 volte in ospedali di Firenze.
Nonostante il riguardo che avevano verso di me, è stata una brutta esperienza. Non mi sono limitato al
mugugno. Ho preso foglio e matita, e tutto quello che di negativo ho trovato, ho cercato di eliminarlo
nel nuovo ospedale. Che è soprattutto un ospedale psicologico, dove cioè ci si sforza sempre di curare
l’ammalato con la sua dignità di uomo. Faccio esempi. Una volta operato, avevo bisogno di andare in bagno.
Mi ha accompagnato un infermiere. Ho dovuto fare 100 metri di corridoio per arrivare ai servizi. Dopo questo
percorso, faticoso per un convalescente, li abbiamo trovati tutti occupati. Allora ho eliminato, nel mio progetto
questo inconveniente, per ogni stanza di quattro letti, ho messo un bagno completo. Ancora: quando i medici
mi visitavano, mi scoprivano davanti agli altri malati. Questo mi imbarazzava. Allora ho previsto una tenda
scorrevole, che isola. Un altro particolare: i letti erano posti uno di fronte all’altro. E del dirimpettaio io vedevo
solo i piedi. Un dettaglio che scoraggia il dialogo. Io ho previsto solo letti affiancati”
“ Il problema urbanistico fondamentale è proprio quello di legare l’ospedale con la città, di non isolare
l’ospedale come se fosse un carcere o un cimitero, ma sentire che esso partecipa ancora alla vita della città.
All’ammalato la vita non da fastidio. Io in ospedale stavo peggio quando il silenzio era profondo, miglioravo
quando sentivo il rumore di riflesso della città. Il silenzio dà angoscia. L’ospedale deve essere un posto dove
si va per continuare a vivere, non per prepararsi a morire. L’architettura tante volte è rigida, sbagliato il posto
scelto per costruirlo. Anche i sofisticati impianti nei nosocomi più attrezzati hanno creato un’atmosfera
asettica, spettrale, con conseguenze gravi. L’ammalato non può stabilire un contatto reale con il suo medico,
gli sembra di essere un numero o un organo da curare…”
L’ospedale di Sarzana non è il punto di arrivo. Bisogna lavorare attorno all’idea di strutture
architettoniche mobili, capaci di assumere domani una funzione diversa da quella inizialmente
destinata: in modo che ciò che oggi è ospedale domani possa essere banca; e ciò che è banca,
mercato; e così via
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Una struttura per l'uomo
Giovanni Michelucci*
…la mia esperienza di costruttore di un ospedale mi ha dato modo di meditare a lungo sul rapporto tra la
salute ed un modo di vivere diversamente la città.
Tenete inoltre presente che la nascita e l'esecuzione del progetto ha attraversato e seguito tutta la
complessa vicenda della riforma sanitaria.
Ci eravamo, all'inizio, posto il problema strettamente tecnico di costruire un buon ospedale, ove alla
razionalità degli spazi corrispondesse una condizione di degenza il meno possibile traumatica per i malati.
La forma dell'ospedale è venuta chiarendosi man mano che progrediva dentro di noi tutto l'arco dei problemi
che investe il rapporto salute-città. Il punto di partenza era quello di creare uno spazio propulsore di vita, un
luogo pubblico a tutti gli effetti.
Non ci pareva potessero esserci contraddizioni tra le esigenze tecniche dei medici, del personale sanitario e
la elaborazione di spazi adeguati per i degenti perché non interrompessero le loro abitudini, perché, ad
esempio, potessero ricevere adeguatamente parenti ed amici. Ma, nel corso della progettazione, avemmo
presto modo di accorgerci che in realtà non era facile conciliare questi due aspetti, entrambi fondamentali,
dell'ambiente ospedaliero. Ci rendemmo conto che, nonostante la buona volontà di medici e di infermieri, la
loro disponibilità e comprensione a proposito dell'importanza dello stato d'animo del paziente, sussisteva
all'interno dell'ospedale una predisposizione di spazi, una serie di abitudini sedimentate e persino un tipo di
apparecchiature tecnico-sanitarie tali, per cui tutto l'apparato comincia ad essere pienamente efficiente man
mano che l'ammalato si aggrava, che la sua identità tende a coincidere a confondersi con la malattia stessa.
Nella maggior parte dei casi in cui i pazienti sentono il bisogno di far coesistere la propria attività, la propria
personalità con la terapia adeguata, I'organizzazione ospedaliera entra in crisi, si blocca. E, ripeto, ho potuto
constatare - anche nella mia esperienza di cittadino che ha dovuto spesso essere ricoverato - ciò avviene
non per particolare malanimo della organizzazione sanitaria, piuttosto, forse, per una serie di meccanismi
culturali e produttivi che si creano all'interno dello stesso funzionamento della città contemporanea che è
cresciuta e si è sviluppata allontanando da sé il concetto di malattia.
La città ha creduto spesso di rispondere a criteri di maggiore efficienza tecnica, relegando la funzione della
salute in appositi edifici, gli ospedali, che, per la maggior parte dei casi, dovrebbero rimettere in condizione
di tornare ad essere attivi cittadini il cui organismo è deteriorato dagli stessi meccanismi della vita urbana.
Il rapporto ospedale-città cominciò allora ad apparirmi non tanto il frutto di una necessaria settorializzazione
delle funzioni, ma piuttosto un nodo di contraddizioni che non riesce a rispondere, nella società
contemporanea, neanche al criterio della efficienza.
La città, dunque, allontana da sé non solo il concetto di malattia, ma anche quello di prevenzione e tutti quei
sottili legami, culturalmente indispensabili, che fanno sì che non ci siano mai, all'interno di una comunità,
persone totalmente sane o totalmente malate. Quando questa rigida distinzione viene operata, la città
diventa più intransigente verso i cittadini definiti sani, impone loro ritmi che portano presto allo stress, alla
malattia o a dover difendersi personalmente, ricorrendo al sistema sanitario come unico rifugio per riposare,
per sottrarsi a incombenze troppo onerose e incalzanti.
L'ospedale, d'altra parte, sovraffollato da pazienti che in una città provvista di una cultura sanitaria non
avrebbero bisogno di ricorrere al ricovero, diventa un organismo non solo poco funzionale, rispetto ai malati
più gravi, ma anche necessariamente autoritario nei confronti del proprio personale, dei visitatori, di coloro
che vi ricorrono per analisi, per controlli, pur non essendo necessariamente affetti da una precisa malattia.
Si è indotti infatti a subire un modello di vita esattamente opposto a quello della città che si e lasciata alle
spalle, ma ugualmente insopportabile.
Da questo tipo di riflessioni sul rapporto città - salute - ospedale, dalla documentazione sulle esperienze più
interessanti, in materia sanitaria, in altri paesi, dalla collaborazione con medici ed amministratori, maturò in
noi la necessita di progettare uno spazio intermedio tra la città e l'ospedale, una forma urbana in cui fossero
presenti tutte le attività che un cittadino può desiderare di svolgere, ma in cui naturalmente l'aspetto
prevalente fosse il recupero della salute, e forse la speranza di forme di vita meno alienanti, capaci di
suggerire alla città nel suo insieme una maggiore consapevolezza delle cause che rendono più cagionevole
il corpo e più fragili le difese dell'individuo. In realtà è stata sviluppata nei suoi aspetti e nelle conseguenze
più radicali la struttura dell'hospital-day.
Senza entrare nei dettagli, si può riassumere l'impostazione del progetto descrivendo l'itinerario di un
qualsiasi cittadino che debba fare ricorso alla struttura sanitaria.
Entrare in questi spazi non deve significare dunque entrare in un edificio recintato e chiuso in se stesso,
ma in un quartiere cittadino particolarmente attrezzato.
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La dislocazione delle funzioni è realizzata in modo tale che chi vi si inoltra trova all'inizio le attrezzature
sanitarie che dovrebbero essere pertinenti più ad una città che voglia dedicare maggiore attenzione ai
problemi della salute, che ad un ospedale vero e proprio.
Immediatamente dopo l'ingresso, si incontrano gli uffici USL, il pronto soccorso, il poliambulatorio, il
day-hospital, le aule universitarie, ma anche la mensa ristorante, il bar, i negozi. Metterei in evidenza il fatto
che si è cercato di fare qualcosa di più che accorpare un servizio all'altro. Si è tentato di delineare, attraverso
le funzioni, un percorso urbano, ricostruendo, all'interno dell'ospedale non tanto l'aspetto formale della strada
e della piazza, quanto un tipo di giornata di occasioni di incontri, di rapporti tra i vari protagonisti dell'edificio,
per i quali fossero indispensabili la strada e la piazza. Mensa, negozi, bar sono pensati come punti di
riferimento per i pazienti del day-hospital ed i loro parenti, per il personale sanitario, per gli studenti.
Man mano che ci si addentra nel complesso, si incontra, ovviamente, una parte dell'ospedale dove è
necessario che prevalgono i criteri della degenza e del silenzio. Questa parte centrale dell'edificio è, credo,
I'unico aspetto della struttura sanitaria difficilmente modificabile, perché qui la malattia e davvero
protagonista.
Forse ora si comprende meglio, si chiarisce anche a me stesso, I'aspetto formale, il tipo di espressività
che la costruzione vorrebbe comunicare. Quando elaboro un progetto non predispongo infatti, ne
sovrappongo gli aspetti cosiddetti formali a quelli strettamente tecnici, funzionali cui l'edificio deve
rispondere. Non si tratta, come alcuni potrebbero credere, di una scarsa attenzione verso i valori espressivi
e formali; tutt'altro, credo che la forma sia il risultato finale, la “prova del nove” di un faticoso percorso, una
specie di premio ambito che raramente arride al costruttore.
“L’architettura non consiste nell’invenzione delle forme; ma dalla convergenza di infiniti interessi umani
che arrivano ad armonizzarsi tra loro, nasce la forma, nuova imprevista, la quale è lo specchio di una
situazione che si rivela agli stessi costruttori.
In questo caso, se l'ospedale di Sarzana sarà davvero in grado di assolvere agli obiettivi che mi ero
proposti, I'intero complesso dovrebbe dare l'impressione di un nucleo centrale, I'ospedale tradizionale, che
ha espulso da se tutte le funzioni di carattere medico sanitario che potrebbero essere assolte e distribuite
nella città.
Devo solo aggiungere che questo ospedale non pretende di presentarsi come “modello” per strutture
sanitarie analoghe. Vorrebbe, se mai, costituire un punto di passaggio, un elemento di verifica di quanto sia
possibile oggi restituire alla città un concetto di salute che non può essere racchiuso in un singolo edificio
25/1/75. Agenda
Perché dieci anni fa hai costruito quel tale edificio con quei caratteri e cioè con quella pianta, quella sezione,
quella forma, ecc,, caratteri che oggi non sono accettabili?
Cosa rispondere se non che il tempo e cioè la realtà storica, il momento è riflesso in ogni nostra situazione e
che al tempo non si sfugge e che la nostra scelta è condizionata, anche se si è dei contestatori?
Alcuni aspetti della mia attuale ricerca:
“C’è sempre uno scarto tra ciò che si sarebbe voluto fare e ciò che si è potuto fare, un coefficiente di
irrealizzabilità che il disegno documenta, proponendo un tracciato parallelo e ideale dell’opera dell’architetto.
“Io non ho risposte. Non ne ho mai avute. Il dubbio, il timore di sbagliare mi ha sempre accompagnato. Certo,
vedendo i naufragi delle certezze degli altri, posso dire che quella che ho sempre considerato una mia
personale condanna era, forse, un metodo di lavoro a sua volta rigoroso”.
Conclusione
Gli ospedali sono uno dei sistemi di grandi attrezzature dalle quali dipende la cosiddetta "qualità urbana" della
città contemporanea, assieme ai trasporti, al sistema della cultura, ai servizi della produzione. La relazione
con la vita urbana di queste attrezzature è stretta: dimensione, localizzazione, accessibilità, ma anche modi di
accogliere gli utenti, di erogare i servizi, sistemazione degli spazi aperti, qualità architettonica, rapporti con i
tessuti circostanti sono fattori che condizionano l'efficienza complessiva di un ospedale. Questi parametri non
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possono essere pianificati dall'interno del singolo impianto, e richiedono un punto di vista urbano di insieme,
una capacità di correlare problemi ed elementi diversi in un disegno coerente rispondente ai bisogni effettivi
dei cittadini e degli utenti.
Nella maggior parte dei casi invece gli ospedali di oggi continuano ad essere concepiti come oggetti isolati,
periferici rispetto al tessuto urbano, idealmente quando non materialmente separati da un muro come
macchine altamente specializzate e tecnologizzate ma indifferenti al contesto.
Prima o poi l'attrito con la città si accentua fino a tradursi in costi e disagio per gli utenti.
Basti pensare ai costi che sarebbero richiesti da un complesso come quello di Careggi per poter disporre di
una comoda accessibilità, costi che non sono solo economici ma che sono anche di impatto ambientale delle
infrastrutture, difficoltà tecniche crescenti, ecc.
Quindi urbanistica degli ospedali allude alla necessità di pianificare queste relazioni complesse dal punto di
vista della città e degli utenti.
Questo argomento è stato introdotto da tre punti di vista:
- il primo è quello di uno storico (il prof. T. Verdon) che inquadra il caso di Firenze dalla particolare angolatura
dell'urbanistica religiosa: è un modo di riaffermare lo stretto legame originario tra strutture urbane e filosofia
ospedaliera nel caso di una città dove gli ospedali sono una componente fondamentale dell'impianto urbano;
questo intervento quindi è come un'introduzione alla mostra che si inaugurerà domani sulla storia degli
ospedali di Firenze;
- il secondo è quello di due architetti urbanisti che illustrano i modi con cui oggi il piano e il progetto possono
rompere l'isolamento ospedaliero e riproporre forme di integrazione fra città e ospedali: l'arch. M. Brullet
illustrerà l'Ospedal do mar di Barcellona, il prof. L Pontuale tratterà problemi di metodo della pianificazione di
questo settore;
- il terzo è quello di due direttori generali di grandi ospedali che discutono le tendenze di "umanizzazione" dei
grandi ospedali in rapporto ai problemi di gestione e di bilancio (C. Galanti, direttore dell'Azienda ospedaliera
di Careggi, R. Fatarella direttore del Policlinico Umberto I di Roma).
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