Recensione del libro.

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Il caso e la necessità
Dal sito: http://www.uaar.it/ateismo/opere/03.html
Jacques Monod. Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea (titolo
originale: Le hasard et la nécessité). Traduzione di Anna Busi. Oscar Saggi Mondadori, Milano 1996, pp. 210, €
7,20. ISBN 880449607X
È il libro che ha suscitato nel mondo scientifico e filosofico il più vasto dibattito dopo L’Origine
della specie di Darwin. Muovendo dalle ultime scoperte della biologia molecolare e del DNA, è
dedicato non solo ai biologi, ma a tutti coloro che si interessano alle prospettive più originali della
cultura moderna e ai rapporti delle scienze della vita con il pensiero filosofico.
«Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità» - Democrito.
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La biosfera. Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, ordinati da sempre. Tutte le
religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni
dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza
(p. 52).
Frontiere attuali della conoscenza biologica. Ritroviamo la certezza dell’evoluzione nel
suo insieme. Il miracolo è «spiegato», eppure ci sembra ancor più miracoloso. Come scrive
il cattolico Mauriac: «Quanto dice questo professore è ancora più incredibile di quel che
crediamo noi poveri cristiani» (135).
L’origine del codice. Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del
destino. Il destino viene scritto nel momento stesso in cui si compie, e non prima. Il nostro
non lo era prima della comparsa della specie umana [...] L’universo non stava per partorire
la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non
dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di
colui che ha appena vinto un miliardo? (141)
Illusione dualistica e presenza dello spirito. Chi potrebbe dubitare della presenza dello
spirito? Rinunciare all’illusione che vede nell’anima una «sostanza» immateriale non
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significa negare la sua esistenza, ma al contrario cominciare a riconoscere la complessità, la
ricchezza, l’insondabile profondità del nostro retaggio genetico e culturale [...] (153).
Selezione delle idee. Noi siamo i discendenti di quell’homo sapiens [...] che aveva bisogno
della spiegazione mitica. [...] È da loro che abbiamo ereditato probabilmente l’esigenza
d’una spiegazione, l’angoscia che ci costringe a cercare il significato dell’esistenza.
Angoscia creatrice di tutti i miti, di tutte le religioni, di tutte le filosofie e della scienza
stessa (160).
Il Regno e le tenebre. L’invenzione dei miti e delle religioni, la costruzione di vasti sistemi
filosofici sono il prezzo che l’uomo ha dovuto pagare per sopravvivere in quanto animale
sociale, senza piegarsi ad un mero automatismo (161).
Ontogenie mitiche e metafisiche. Di tutte le grandi religioni, la giudeo-cristiana è
indubbiamente la più primitiva, grazie alla sua struttura storicistica direttamente connessa
alle gesta di una tribù beduina, prima di essere arricchita dall’avvento d’un profeta divino
(161).
La rottura dell’antica alleanza animistica. Nell’arco di tre secoli la scienza, fondata sul
postulato di oggettività, ha conquistato il suo posto nella società: nella pratica, ma non nelle
anime. Eppure le società moderne sono costruite sulla scienza (163).
Il male dell’anima moderna è questa menzogna che alligna alla radice dell’essere
morale e sociale. [...] Il rifiuto è rivolto proprio al messaggio essenziale della scienza. La
paura è quella del sacrilegio: dell’attentato ai valori. E’ vero che la scienza attenta ai valori.
Non direttamente, poiché essa non ne è giudice e deve ignorarli; però essa distrugge tutte le
ontogenie mitiche o filosofiche su cui la tradizione animistica, dagli aborigeni australiani ai
dialettici materialistici, ha fondato i valori, la morale, i doveri, i diritti, le interdizioni (165).
Etica della conoscenza. Le società moderne devono la loro potenza materiale a quest’etica
fondatrice della conoscenza, e la loro debolezza morale ai sistemi di valori, distrutti dalla
conoscenza stessa e ai quali esse tentano ancora di riferirsi. Questa contraddizione è fatale, e
scava quella voragine che vediamo aprirsi sotto di noi (169).
L’etica della conoscenza è anche, in un certo senso, conoscenza dell’etica, delle pulsioni,
delle passioni, delle esigenze e dei limiti dell’essere biologico. Nell’uomo essa sa
riconoscere l’animale, non assurdo ma strano, prezioso per la sua stessa stranezza; un essere
che, appartenendo contemporaneamente ai due regni - la biosfera e il regno delle idee - è al
tempo stesso torturato e arricchito da questo dualismo lacerante che si esprime nell’arte,
nella poesia e nell’amore umano (170).
Questa è forse un’utopia. Ma non è un sogno incoerente. [...] Ed è la conclusione a cui
necessariamente conduce la ricerca dell’autenticità. L’antica alleanza è infranta; l’uomo
finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per
caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il
Regno e le tenebre (172).
L'AUTORE
Jacques Monod (1910-1976 Parigi, Francia), biologo di fama mondiale, premio Nobel per la
medicina nel 1965, per le sue originali ricerche sul DNA. Autore, tra l’altro, di Per un’etica della
conoscenza, Torino 1990.
Luciano Franceschetti
Giugno 2000
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