basi_biologiche_dei_processi_cognitivi_1

BIOLOGIA DEI PROCESSI
COGNITIVI
Dr.ssa Rizzuto Alessia
[email protected]
Processi Cognitivi
 Mindfulness e Attenzione
 ADHD
 Immagine Corporea e Disturbi Alimentari
Frequentanti: lavoro in piccoli gruppi in aula,
volto alla creazione di una presentazione in PP
che avverrà durante il corso dell’ultima lezione.
Non Frequentanti: esame orale
Slides - Siegel D, Mindfulness e Cervello.
Raffaello Cortina Editore. Cap. 1, 2, 3, 6

L’insieme delle rappresentazioni e delle operazioni mentali che
permettono di percepire ed elaborare l’informazione resa disponibile
dall’ambiente e dal mondo interiore e che sono alla base del
comportamento umano.
I processi cognitivi sono connessi con quelle funzioni che hanno il
loro sistema di controllo nei centri superiori della corteccia
cerebrale; si distinguono dalle funzioni inferiori del cervello
(bisogno di cibo, acqua, sonno) che contraddistinguono gli animali e
li differenziano da essi.
Ogni comportamento rappresenta il risultato di una funzione
cerebrale.
Ciò che noi chiamiamo “mente” non è altro che una serie di
operazioni eseguite dal cervello.
Le attività cerebrali non comprendono perciò soltanto
comportamenti motori relativamente semplici come mangiare o
camminare, ma anche tutte le complesse attività cognitive che noi
tendiamo a mettere in relazione con comportamenti essenzialmente
umani come il pensare, il parlare ecc.
1. spiegare i processi mentali che ci permettono di pensare,
percepire o ricordare o, in altre parole, di spiegare il
comportamento in termini di attività cerebrali.
2. modalità attraverso le quali i neuroni operano nel cervello per
determinare la comparsa di comportamenti e in che modo
queste cellule possano essere influenzate dalle condizioni
dell’ambiente che le circonda, incluso il comportamento di altre
persone.
I fattori biologici sono fondamentali per la nostra esperienza
sensoriale, lo stato di coscienza, la motivazione e l’emozione, lo
sviluppo nel corso della vita e la salute fisica e psicologica.
1. Neuroscienza Molecolare. La materia cerebrale è costituita da una
grande varietà di molecole, cruciali per il funzionamento del
cervello.
2. Neuroscienza Cellulare. Focalizza l’attenzione sullo studio del
modo in cui le molecole lavorano insieme per conferire al neurone
le sue proprietà.
3. Neuroscienza dei Sistemi. Costellazioni di neuroni formano
complessi circuiti che eseguono funzioni semplici (vista,
movimento). I neuroscienziati studiano come circuiti neurali
differenti analizzano le informazioni sensoriali, come formano la
percezione del mondo esterno, come prendono decisioni o
eseguono movimenti.
4. Neuroscienza Comportamentale. Studia in che modo i sistemi
neurali lavorano insieme per produrre comportamenti integrati.
5. Neuroscienza Cognitiva. Riguarda la comprensione dei meccanismi
neurali responsabili dei livelli più alti dell’attività mentale umana
(autocoscienza, linguaggio, pensiero). In che modo l’attività del
cervello crea la mente.
Inoltre i progressi delle neuroscienze comportamentali hanno
preparato la strada alla creazione di farmaci e altri
trattamenti per malattie fisiche e psicologiche.
Non possiamo capire il comportamento senza
conoscere la nostra costituzione biologica.
Per comprendere le basi biologiche dei processi cognitivi è
necessario conoscere l’anatomia dei sistemi cerebrali preposti a
queste funzioni.
Il SNC ci consente di eseguire attività molto precise come
danzare, segnare un goal, ma anche semplicemente scrivere o
raccogliere una penna. Queste azioni dipendono, per certi versi,
da una precisa coordinazione muscolare.
Ma se consideriamo come i muscoli possono essere attivati in
modo così preciso, vediamo che sono coinvolti più processi
fondamentali. Affinché i muscoli producano i complessi
movimenti che rendono possibili attività fisiche elaborate, il
cervello deve fornire i giusti messaggi e coordinarli.
Tali messaggi passano attraverso i neuroni, che sono gli
elementi base del SNC.
La struttura, l’azione e le funzioni del neurone sono
aspetti biologici fondamentali del corpo che stanno alla
base di molti processi psicologici primari
La nostra comprensione di come sentiamo, percepiamo e
impariamo dal mondo sarebbe molto più ridotta senza le
informazioni sul neurone acquisite dai neuroscienziati
comportamentali.
Sebbene esistano diversi tipi di neuroni, tutti hanno una struttura
base simile. Come tutte le altre cellule del corpo, essi possiedono un
corpo cellulare contenente un nucleo. Il nucleo incorpora il
materiale ereditato che in definitiva determina il funzionamento di
una cellula. I neuroni sono fisicamente saldati tra di loro dalle
cellule gliali aventi funzione nutritiva e protettiva.
Al contrario della maggior parte delle altre cellule, tuttavia, i neuroni
hanno una caratteristica tipica: la capacità di comunicare con le altre
cellule e di trasmettere informazioni, talvolta attraverso distanze
piuttosto lunghe. Sebbene molti dei neuroni del corpo ricevano
segnali dall’ambiente o trasmettano i messaggi del sistema nervoso
ai muscoli e ad altre cellule bersaglio, la maggioranza di essi
comunica solo con altri neuroni, costituendo l’elaborato sistema di
informazione che regola il comportamento.
I neuroni seguono la legge del tutto o niente: sono disattivati o
attivati, non esiste una possibilità intermedia. Un neurone in stato di
riposo ha una carica elettrica negativa di circa -70 millivolt e
un’eccedenza di cariche elettriche positive sulla superficie esterna.
Questa carica è dovuta alla presenza di un numero maggiore di ioni
negativi all’interno del neurone rispetto all’esterno (la
concentrazione di K+ è più alta all’interno e quella di NA+
all’esterno) e questa differenza fissa viene mantenuta quando il
neurone non genera impulsi.
Quando arriva un messaggio la membrana cellulare del neurone si
apre brevemente per permettere agli ioni carichi positivamente
(NA+) di precipitarsi all’interno. L’arrivo improvviso di questi ioni
positivi provoca una modifica locale del potenziale di membrana
(depolarizzazione) da negativo a positivo. Quando tale modifica
raggiunge un valore critico (c.a. -55 mv) si innesca il potenziale
d’azione. Il livello critico di depolarizzazione che deve essere
ottenuto per causare un potenziale d’azione viene chiamato livello
soglia.
Tale modificazione della permeabilità al sodio dura soltanto per
mezzo millisecondo, poi i canali del sodio si chiudono e la
membrana riacquista la sua precedente impermeabilità agli ioni
NA+. Quasi immediatamente si aprono i canali del potassio a
controllo di potenziale e gli ioni K+ fuoriescono dall’assone
ripristinando il potenziale di riposo, poiché il flusso verso l’esterno
di ioni K+ bilancia l’inversione di polarità dovuta al precedente
flusso verso l’nterno di ioni NA+.
La pompa sodio-potassio trasporta
poi gli ioni NA+ e K+ attraverso la
membrana dell’assone, riportando
le concentrazioni di questi ioni ai
loro livelli di partenza (3 NA+ fuori
e 2 K+ dentro).
Il sistema di trasmissione nervosa in alcuni punti non ha bisogno di
una connessione strutturale tra i suoi elementi: una connessione
chimica nota come sinapsi, colma il vuoto tra due neuroni.
La sinapsi è lo spazio tra due neuroni in cui l’assone di un neurone
trasmittente comunica con i dentriti del neurone ricevente usando
dei messaggi chimici.
Quando un impulso nervoso arriva all’estremità di un assone e
raggiunge il bottone sinaptico, questo rilascia il
neurotrasmettitore. I neurotrasmettitori sono sostanze chimiche
che trasportano i messaggi attraverso la sinapsi a un dendrite di
un neurone ricevente. I messaggi viaggiano in forma elettrica
all’interno del neurone ma si spostano da un neurone all’altro
attraverso un sistema di trasmissione chimica
Esistono vari tipi di neurotrasmettitori, e non tutti i neuroni
riceventi sono in grado di fare uso del messaggio chimico
trasportato da un particolare neurotrasmettitore; infatti, ogni tipo
di neurotrasmettitore ha una configurazione caratteristica che gli
permette di entrare in un tipo specifico di cellula del recettore. La
comunicazione chimica ha successo solo quando un
neurotrasmettitore si infila precisamente in un’area del recettore.
Il messaggio chimico consegnato dal neurotrasmettitore può essere
fondamentalmente di due tipi: eccitatorio o inibitorio. Il
messaggio eccitatorio rende più probabile l’attivazione del neurone
ricevente e lo spostamento del potenziale d’azione lungo l’assone; i
messaggi inibitori fanno l’opposto: forniscono l’informazione
chimica che previene o diminuisce la probabilità di attivazione del
neurone ricevente
I dendriti di un neurone ricevono simultaneamente sia messaggi
eccitatori che inibitori; il neurone deve quindi integrare i messaggi
e, se la concentrazione di messaggi eccitatori è maggiore della
concentrazione di quelli inibitori, il neurone si attiva. Al contrario,
se i messaggi inibitori battono gli eccitatori, non succede niente e il
neurone rimane nel suo stato di riposo. I neurotrasmettitori vengono
poi disattivati dagli enzimi o, più frequentemente, vengono
riassorbiti dai bottoni sinaptici tramite il reuptake.
Verso la fine degli anni ’90 un gruppo di neuroscienziati,
coordinati dal Professor Giacomo Rizzolatti, ha scoperto
l’esistenza dei neuroni specchio, neuroni che si attivano non
solo quando si attua un comportamento ma anche quando si
osserva qualcun altro assumere lo stesso comportamento.
I neuroni specchio ci aiutano a capire come e perché gli esseri
umani abbiano la capacità di comprendere le intenzioni degli
altri. In particolare, attivandosi quando vediamo qualcuno fare
qualcosa, i neuroni specchio ci consentono di individuarne gli
scopi e prevederne le azioni successive.
La scoperta dei neuroni specchio indica che la capacità di
imitare gli altri, riscontrabile anche nei bambini, può essere
innata. Inoltre i neuroni specchio possono essere alla base
dell’empatia e dello sviluppo del linguaggio nell’uomo.

Sistema Nervoso
Centrale
Cervello
Midollo Spinale

Sistema Nervoso
Periferico
Sistema Motorio
Sistema Sensoriale

Sistema Motorio
Sistema Somatico
(volontario)
Sistema Autonomo
(involontario)

Sistema Sensoriale
Neuroni che ricevono
informazioni
dall’ambiente esterno e
trasmettono al cervello
informazioni dal corpo

Sistema
Somatico:

è specializzato nel
controllo dei movimenti
volontari e nella
comunicazione di
informazioni verso e
dagli organi di senso.
si occupa delle parti del
corpo che ci mantengono
in vita: cuore, vasi
sanguigni, ghiandole,
polmoni e altri organi
che funzionano
indipendentemente dalla
nostra consapevolezza;
gioca un ruolo molto
importante nelle
situazioni di emergenza.
Sistema
Autonomo:

Sistema
Simpatico:

Sistema
Parasimpatico:
agisce per preparare il
corpo in situazioni di
emergenza molto
stressanti, impegnando
tutte le risorse
dell’organismo a
rispondere alla minaccia.
Questa risposta spesso
assume la forma del
“combatti o fuggi”.
agisce per calmare il
corpo dopo che la
situazione d’emergenza è
stata risolta; sostiene la
conservazione
dell’energia corporea. I
due sistemi lavorano
insieme per regolare
molte funzioni .
Il SNC è una struttura bilaterale ed essenzialmente simmetrica,
formata da sette parti principali: midollo spinale, bulbo, ponte,
cervelletto, mesencefalo, diencefalo, emisferi cerebrali.
Sebbene le capacità del cervello umano superino ampiamente
quelle del cervello delle altre specie, gli umani condividono
alcune funzioni di base come respirare, nutrirsi, dormire, con gli
animali più primitivi, e non sorprende che queste attività siano
guidate da una parte relativamente primitiva del cervello.
Il cervello può essere diviso in due modalità pressappoco speculari;
queste due metà simmetriche, sinistra e destra (emisferi),
controllano il movimento e ricevono sensazioni dal lato opposto
del corpo. L’emisfero sinistro del cervello, quindi, generalmente
controlla la parte destra del corpo e l’emisfero destro controlla la
parte sinistra; in altri termini, ogni emisfero controlla la parte
controlaterale del corpo. Perciò i danni alla parte destra del cervello
si riflettono tipicamente in difficoltà funzionali nella parte sinistra
del corpo.
A dispetto dell’apparente similitudine tra i due emisferi del cervello, ci sono
delle differenze nelle funzioni che essi controllano e nei modi in cui le
controllano. Sembra che certi comportamenti riflettano l’attività di un emisfero
più che dell’altro.
Una prima prova a sostegno delle differenze funzionali tra i due emisferi
proviene dagli studi delle persone con afasia. I ricercatori constatarono che, chi
aveva difficoltà di parola , tendeva ad avere danni fisici all’emisfero sinistro. Al
contrario, delle lesioni all’emisfero destro, producevano molti meno problemi di
linguaggio. Questi e altri risultati hanno portato i ricercatori a concludere che,
per la maggior parte delle persone, il linguaggio è lateralizzato, cioè
maggiormente localizzato in un emisfero piuttosto che in un altro. In questo
caso, nel lato sinistro del cervello.
I due emisferi sono piuttosto specializzati nelle loro
funzioni.
Emisfero Sinistro:
compiti che richiedono
competenza verbale come
il parlare, il leggere, il
pensare, il ragionare (le
sue funzioni hanno 4 L:
linguistica, linearità,
logica, e pensiero
letterale).

Emisfero Destro:
nell’area non verbale come la
comprensione delle relazioni
spaziali, il riconoscimento di
schemi e disegni, la musica e
l’espressione emotiva; è
inoltre caratterizzato da una
serie di specialità non
correlate come la memoria
autobiografica, emozioni
spontanee, risposta iniziale
empatica non verbale,
modulazione dello stress e
dominanza dell’aspetto di
allerta dell’attenzione.

 Emisfero Sinistro:
 Emisfero Destro:
media gli stati affettivi
più positivi ed è
associato ai
comportamenti di
avvicinamento.
media il distress e le
emozioni dolorose e
correla con il ritiro
dalle situazioni nuove.
La corteccia cerebrale è la sede principale di tutte quelle
abilità che permettono all’uomo di distinguersi da tutti gli
altri animali: i sistemi cerebrali responsabili delle
sensazioni, delle percezioni, del movimento volontario,
dell’apprendimento, del linguaggio e del pensiero,
convergono tutti in quest’organo così importante.
Le operazioni cerebrali necessarie per esplicare le nostre
capacità cognitive hanno luogo essenzialmente nella corteccia
cerebrale (detta anche neoencefalo, per la sua evoluzione
relativamente recente), cioè la sostanza grigia che ricopre gli
emisferi cerebrali.
Pesci e anfibi non hanno una corteccia cerebrale, mentre i rettili e gli
uccelli presentano solo un abbozzo rudimentale di corteccia. I
mammiferi più primitivi, come i ratti, hanno una corteccia
relativamente liscia; tra i primati, invece, la corteccia diventa
estremamente estesa e complessa.
In ciascuno dei due emisferi cerebrali la sovrastante corteccia è
suddivisa in quattro lobi anatomicamente distinti: frontale,
parietale, occipitale, temporale, che prendono il nome dalle ossa
del cranio che li racchiudono. Ciascuno di questi lobi possiede
funzioni specializzate.
Lobo Frontale: programmazione delle azioni e controllo del
movimento, funzionamento esecutivo, ragionamento astratto,
attenzione diretta.
• Lobo Parietale: sensazioni somatiche, formazione di uno
schema della propria immagine corporea e rappresentazione
dei rapporti che intercorrono tra il proprio schema corporeo e
lo spazio extrapersonale che ci circonda .
Lobo Occipitale: visione
• Lobo Temporale: udito,
comportamento emotivo.
apprendimento,
memoria
e
Ciascun lobo possiede una serie di circonvoluzioni (o giri) e solchi:
essi sono il risultato dell’enorme espansione della corteccia
cerebrale durante lo sviluppo fetale dell’uomo (che deve ripiegarsi
più volte su se stessa per poter esser contenuta nel cranio).
Questo tipo di corteccia, presente solo nei mammiferi è conosciuta
come neocorteccia (neocortex).
Dal punto di vista funzionale, la neocorteccia viene suddivisa in tre
aree principali:
•area motoria: controllo del movimento volontario
•area sensoriale: ricevono i segnali dalle vie sensoriali ascendenti;
si tratta di sensazioni corporee, vista (lobo occipitale) e udito (lobo
temporale).
•area associativa: è uno sviluppo più recente, una caratteristica
notevole del cervello dei primati e una delle maggiori aree della
corteccia cerebrale che ritroviamo in particolare nei lobi frontale e
temporale. Viene generalmente considerata il sito dei processi
mentali più avanzati come il pensiero, il linguaggio, la memoria,
l’articolazione della parola.
La parte anteriore della corteccia è responsabile dei processi motori,
attentivi e cognitivi. Nella regione frontale, troviamo l’area motoria,
l’area premotoria e la corteccia prefrontale.
La corteccia premotoria è stata la prima regione in cui sono stati
scoperti i neuroni mirror.
La corteccia prefrontale, maggiormente sviluppata negli esseri
umani, media molte funzioni tipiche della nostra specie. La
corteccia prefrontale laterale ha un ruolo importante nella working
memory. L’area mediale della corteccia prefrontale include varie
regioni interconnesse ed è la parte del cervello maggiormente
coinvolta negli stati mindful.
Consapevolezza
Attenzione
Capacità di essere pienamente consapevoli delle
situazioni che affrontiamo.
Mindfulness: momento presente; “qui e ora”.
Nel senso più generale del termine, la mindfulness
riguarda il risvegliarsi da una vita vissuta in automatico e
l’essere sensibili alle novità nelle nostre esperienze
quotidiane. Con la consapevolezza mindful, il flusso di
energia e informazioni che è la nostra mente entra nella
nostra attenzione cosciente e noi possiamo comprendere i
suoi contenuti e riuscire a regolare il suo flusso in modo
nuovo.
Essa è molto più dell’essere semplicemente consapevoli:
implica essere consapevoli degli aspetti della mente. La
consapevolezza, la riflessione sulla mente, ci mette nelle
condizioni di evitare di entrare in automatico nella modalità
dell’agire e di porci in un’ottica di semplice osservazione
rispetto a ciò che sta accadendo dentro e fuori di noi
permettendoci di fare delle scelte e quindi, di cambiare.
Mindfulness
Mindlessness
Mindfulness è la traduzione inglese del termine sati, che in
lingua Pali indica la piena consapevolezza, la presenza
mentale, il tenere a mente: il ricordarsi di mantenere
l’attenzione al momento presente. Al qui e ora. A ciò che
sperimentiamo in questo momento.
Il termine “meditazione” è piuttosto ambiguo e, pertanto, non
viene utilizzato spesso nell’insegnamento della mindfulness;
tuttavia, essa, deriva da una particolare forma di meditazione
dell’India, la meditazione vipassana, introdotta dal Buddha più
di 2500 anni fa per superare ogni tipo di sofferenza.
Nelle diverse tradizioni religiose, però, l’idea dell’essere
consapevoli del momento presente ha un senso diverso
rispetto a quello della mindfulness terapeutica.
L’idea di fondo di Buddha era che, se sono assorbito da
qualcosa, in quel momento specifico le mie sofferenze
passano. Si può non sentire il dolore o la fame, ma nel
momento in cui smetto di meditare, tutte le sofferenze
ritornano.
Dunque come posso affrontare la sofferenza nella mia vita e
non soltanto nel momento in cui medito? Ecco che fu
introdotto un altro tipo di meditazione, molto simile alla
mindfulness, il cui proposito non era di sfuggire alla
sofferenza, ma di riconoscerla, accettarla, persino esplorarla,
conoscerla per quello che è. Storicamente, nel corso di
migliaia di anni, sono state poi sviluppate varie pratiche che
possono assumere la forma della meditazione mindful (es.
yoga, tai chi chuan). In ognuna di queste attività, chi le
pratica, deve focalizzare la mente in modo molto specifico
sulla sua esperienza momento per momento.
La mindfulness è chiamata appunto, meditazione di
consapevolezza. La caratteristica fondamentale della
mindfulness è la vigile consapevolezza del momento presente,
di ciò che entra nel campo della coscienza, senza lasciarsi
andare in ragionamenti, giudizi, tentativi di spiegazione.
Senza respingere, ma allo stesso tempo senza essere catturati.
La bontà di una meditazione non si misura con il grado di
benessere o rilassamento raggiunto ma dalla qualità non
giudicante della nostra attenzione. Persino la tendenza a
giudicare, respingere, lottare, cedere agli impulsi, può essere
oggetto di meditazione.
“la consapevolezza che emerge se prestiamo
attenzione in modo intenzionale, nel momento
presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi
dell’esperienza, momento per momento”.
(Kabat-Zinn)
Prestare un’attenzione “non giudicante” può essere interpretata
come un “non rimanere aggrappati ai giudizi”, in quanto la
nostra mente rivaluta e reagisce continuamente. “In modo
intenzionale” implica che questo stato venga creato con
l’intenzione di focalizzarsi sul momento presente.
Il concetto centrale della mindfulness è, dunque, l’attenzione
al momento presente: un’attenzione non giudicante. Sono
state fornite, negli anni, diverse definizioni e spiegazioni di
cosa sia la mindfulness e sembrerebbero emergere cinque
fattori importanti e indispensabili.
La non reattività rispetto
all’esperienza interna
(percepire sentimenti ed
emozioni senza reagire)
Osservare/notare/dedicarsi alle
sensazioni, alle percezioni, ai
pensieri e ai sentimenti
(rimanere in contatto con le
proprie sensazioni e i propri
sentimenti anche se spiacevoli
o dolorosi)
Agire in modo consapevole
anziché con il pilota
automatico, concentrazione
anziché distrazione
Descrivere/etichettare con le
parole (mettere in parole le
proprie credenze, opinioni,
aspettative)
Avere un atteggiamento non
giudicante rispetto
all’esperienza (es. non
giudicarsi e/o criticarsi perché
si provano emozioni irrazionali
o appropriate)
La riflessione sulla natura dei propri processi mentali è una
forma di metacognizione, un “pensare al pensiero”, un
“essere consapevoli della consapevolezza”.
Per molte persone, vivere in automatico rappresenta la
normalità; questa modalità, però, ci espone al rischio di
reagire senza mindfulness alle situazioni, senza riflettere sulle
varie possibilità di risposta che abbiamo a disposizione.
Un ulteriore punto cardine della pratica mindfulness è il
seguente: dobbiamo avvicinarci al qui e ora con curiosità,
apertura, accettazione, amore; avere, cioè, un assetto mentale
COAL. Questo non significa semplicemente prestare
attenzione a ciò che sta accadendo, ma esserne consapevoli.
Consapevolezza mindfulness significa essere
consapevoli della consapevolezza.
L’attenzione è sempre rivolta al presente, un’attenzione
non giudicante che, per quanto ci si sforzi di mantenere
alta, può spesso divagare ed essere catturata da pensieri,
valutazioni, giudizi, ricordi, emozioni e sensazioni di ogni
genere.
Tali divagazioni sono la norma. Ciò che fa la differenza è il
nostro atteggiamento nei loro confronti.
Quando la nostra mente inizia a divagare, la cosa più
semplice da fare è notarlo. Notare la nostra mente che si
sposta su questo pensiero. Si tratta semplicemente di notare,
prenderne atto, senza ragionamenti o ricerca di cause o
spiegazioni.
Si tratta semplicemente di notare che la mente non è lì dove
vorremmo che fosse ma piuttosto su questo preciso pensiero,
per poi tornare all’oggetto iniziale di meditazione.
La cosa fondamentale è la consapevolezza della nostra
esperienza presente e, se la nostra esperienza è pervasa di
divagazioni, o emozioni e pensieri intrusivi, ciò significa
semplicemente che la nostra esperienza è questa.
“attenzione
consapevole dei
nostri pensieri”
“perdersi tra i
pensieri”
Ci perdiamo tra i pensieri quando perdiamo la consapevolezza
del momento presente; non vediamo più i pensieri ma vediamo
il mondo attraverso di essi. Quando ciò capita, è necessario
rendersene conto e tornare al momento presente, osservandoli
per quello che sono. Dunque, ciò che conta non è la presenza o
l’assenza dei pensieri ma il nostro atteggiamento nei loro
confronti.
Alla fine degli anni ’70, Kabat-Zinn avverte la necessità e
l’importanza di inserire la mindfulness all’interno della
medicina tradizionale moderna. Ciò che si chiedeva era se ci
si potesse prendere cura dei pazienti che non potevano essere
più aiutati dagli interventi medici tradizionali.
La facoltà di medicina dell’Università del Massachusetts
Medical Center accolse le sue idee e diede avvio alla clinica per
la Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR); ad oggi
tale approccio è lì insegnato e applicato.
Le patologie trattate variano dal mal di schiena alla psoriasi e
si è riusciti a dimostrare che il training MBSR può aiutare a
ridurre gli stati soggettivi di sofferenza e a migliorare la
funzione immunitaria dei pazienti, ad accelerare la loro
guarigione e a coltivare le relazioni e il senso globale di
benessere.
Numerose ricerche hanno dimostrato che essa determina
miglioramenti fisiologici, psicologici e interpersonali in varie
popolazioni di pazienti.
Le ricerche in questo campo hanno rivelato miglioramenti
significativi in numerosi disturbi con riduzione dei sintomi e
prevenzione delle ricadute.
La mindfulness è risultata efficace nel prevenire le ricadute nei
casi di depressione cronica trattata con TCC e nel disturbo
Borderline con Terapia dialettico-comportamentale. I principi
della Mindfulness vengono applicati anche all’interno della
Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ACT),
utilizzata nelle Terapie Cognitivo Comportamentali. Essa si
pone come obiettivo principale quello di aiutare i pazienti ad
accettare i propri pensieri e le proprie emozioni.
L’idea generale degli effetti benefici della Mindfulness è che
l’accettazione della propria situazione possa alleviare il
conflitto interno che si scatena quando le nostre aspettative
rispetto alla vita non corrispondono alla realtà.
Essere mindful significa percepire ciò che è, anche i propri
giudizi, e notare che queste sensazioni, queste immagini,
questi sentimenti e pensieri, arrivano e vanno via.
Discernimento: si è consapevoli del fatto che le attività
della propria mente non sono la totalità di ciò che si è.
Mediante questo processo la Mindfulness contribuisce ad
alleviare la sofferenza: si diventa consapevoli delle attività
della propria mente osservando i pensieri, i sentimenti, le
sensazioni, le immagini come attività che vanno e vengono.
La consapevolezza mindful è una forma di
esperienza che sembra promuovere la plasticità
neurale.
L’esperienza, nel SNC, è data dall’attivazione di scariche
neurali in risposta agli stimoli: i neuroni diventano attivi e le
connessioni aumentano. I neuroni si attivano quando noi
facciamo un’esperienza. Quando un neurone si attiva si crea
il potenziale per alterarne le sinapsi favorendo la crescita di
nuove sinapsi, rafforzando quelle esistenti o stimolando la
crescita di nuovi neuroni che daranno, vita a loro volta, a
nuove connessioni sinaptiche. I modi in cui il cervello
sviluppa nuove connessioni sono la sinaptogenesi e la
neurogenesi.
Neuroplasticità è il termine utilizzato quando le connessioni
tra i vari neuroni cambiano in risposta all’esperienza;
avvengono, quindi, dei cambiamenti strutturali nel cervello.
Quando, per esempio, focalizziamo la nostra attenzione in
modi specifici, stiamo attivando i circuiti del cervello, e
questa attivazione può rafforzare le connessioni sinaptiche
delle aree coinvolte. La neuroplasticità non coinvolge solo la
struttura cerebrale ma anche la funzione di molte strutture
(es. corteccia anteriore sinistra), nell’esperienza mentale e
negli stati corporei.
La Mindfulness, e quindi la consapevolezza dell’esperienza che
facciamo momento per momento, ci da la possibilità di sentire e
accettare direttamente la nostra esperienza mentale. Questo stato di
consapevolezza può coinvolgere, in uno stato integrato coerente,
diverse regioni del cervello incluse aree importanti della corteccia,
aree subcorticali del sistema limbico e del tronco encefalico. Il
sistema limbico è coinvolto nell’attaccamento, nella memoria, nella
comprensione del significato, nella creazione degli affetti, delle
sensazioni interne e delle emozioni. Le regioni limbiche
contengono anche il principale regolatore degli ormoni,
l’ipotalamo. Le zone limbiche e il tronco encefalico si combinano
per influenzare le nostre pulsioni motivazionali e l’attivazione dei
nostri bisogni di base di sopravvivenza, affiliazione e significato.
La Mindfulness, inoltre, favorirebbe uno stato di avvicinamento con
un incremento dell’attività elettrica frontale dell’emisfero sinistro.
La Mindfulness consiste nella capacità di sviluppare e
mantenere un’attenzione consapevole.
Lo stato di coscienza riguarda la consapevolezza delle
sensazioni, dei pensieri e dei sentimenti provati in un dato
momento; è la comprensione soggettiva sia dell’ambiente che
ci circonda, sia del nostro mondo interno privato, nascosto
agli osservatori esterni. Nello stato di coscienza vigile siamo
svegli e consapevoli dei nostri pensieri, delle nostre emozioni
e delle nostre percezioni. Tutti gli altri stati sono considerati
stati alterati di coscienza. Tra questi, il sonno e i sogni
avvengono naturalmente, l’uso di droghe e l’ipnosi, al
contrario, sono metodi per alterare deliberatamente il
proprio stato di coscienza.
Elementi essenziali dello stato di coscienza sono i
livelli di vigilanza e i processi attentivi.
L’essere umano esperisce uno stato di coscienza vigile per
circa il 60-70% della giornata: tale percentuale è soggetta a
variazioni in base all’età, influenze ambientali (stress,
affaticamento, processi digestivi), differenze individuali (il
bisogno di sonno che varia da persona a persona). Lo stato di
coscienza vigile mette l’organismo nella condizione di poter
acquisire informazioni e fornire risposte congruenti agli
stimoli provenienti dall’ambiente esterno ma, affinché tali
informazioni possano essere interpretate per mezzo dei
processi percettivi, elaborate per essere memorizzate e
riutilizzate nei processi di pensiero, è indispensabile
l’intervento dell’attenzione.
Nel linguaggio comune si tende a confondere l’attenzione con
la concentrazione: quest’ultima deve essere intesa come una
forma di attenzione selettiva, uno dei processi implicati
nell’attenzione.
L’attenzione, al contrario, racchiude tutti quei processi che
consentono all’organismo di selezionare una parte
dell’informazione ambientale.
L’attenzione divisa consente di effettuare due o più compiti
contemporaneamente; l’attenzione distribuita permette di
cogliere un maggior numero di elementi a scapito, però, della
velocità con cui ciò avviene; l’attenzione selettiva è l’insieme
dei processi che consentono di concentrare la propria
attenzione su alcune informazioni; l’attenzione sostenuta
rende possibile mantenere, per un prolungato periodo di tempo,
uno stato di vigilanza adeguato soprattutto in compiti
monotoni.
I processi attentivi rispondono appieno a due importanti
criteri: il principio di sopravvivenza e quello di
economicità.
Legato al principio di sopravvivenza è il processo di
attivazione dell’organismo, cioè di preparazione a ricevere
informazioni dall’ambiente e, conseguentemente, a reagire
con comportamenti adeguati agli stimoli ambientali: quanto
prima percepisco i cambiamenti ambientali potenzialmente
pericolosi, tanto prima sarò in grado di reagire in maniera
appropriata.
I processi di attenzione selettiva e gestione delle risorse
rispondono invece al principio di economicità: ogni individuo
è costantemente bombardato da ingenti quantità di
informazioni, impossibili da gestire contemporaneamente in
modo efficace; è quindi necessario ridurre la complessità e la
quantità di informazioni in ingresso per avere buone
probabilità di elaborarle con successo.
La riduzione delle informazioni in ingresso è resa possibile da
un lato dalla focalizzazione su una parte di esse, sulle quali si
concentra la nostra attenzione selettiva, dall’altro, non
prendendo in considerazione le informazioni irrilevanti, quelle
non connesse all’oggetto di attenzione selettiva, ignorando,
cioè, tutto quanto è rumore di fondo che potrebbe ostacolare
l’elaborazione dell’informazione.
La mindfulness viene considerata una delle forme più efficaci
di rieducazione alla consapevolezza; essa è, allo stesso tempo,
niente, poiché non c’è nessun posto dove andare e nulla da
fare, e tutto, dato che la nostra abitudine all’inconsapevolezza è
molto radicata. L’inconsapevolezza richiede meno fatica della
consapevolezza ed è favorita da alcuni fattori quali la
consuetudine alla ripetizione, la focalizzazione sugli obiettivi
(essere orientati al risultato anziché al processo, riduce
l’attenzione, la riflessione, la consapevolezza).
Per passare da una situazione di inconsapevolezza ad una di
consapevolezza, è necessario innanzitutto esercitare una
forma particolare di attenzione volontaria: l’attenzione
esecutiva.
Solo attraverso lo sforzo attentivo il soggetto diventa capace
di bloccare le risposte automatiche, che tendono a riportarlo
nell’inconsapevolezza degli automatismi.
In quest’ottica possiamo considerare la mindfulness non
come una pratica meditativa o una tecnica di rilassamento
ma bensì come una pratica per sviluppare l’attenzione
volontaria.
Michael Posner ha proposto di distinguere tre sistemi
attentivi: il sistema di allerta (o vigilanza), il sistema di
orientamento (o sistema attenzionale posteriore) e
l’attenzione esecutiva (o sistema attenzionale anteriore).
Sistema di allerta: ha come principale struttura di
riferimento il tronco dell’encefalo e in particolare il locus
coeruleus
del
ponte.
Grazie
al
rilascio
del
neurotrasmettitore noradrenalina, da parte del sistema
noradrenergico, questo sistema è in grado di mantenere
uno stato di attivazione e risvegliare l’individuo in
condizioni potenzialmente pericolose. I neuroni del locus
coeruleus sono coinvolti oltre che nell’attenzione, anche nei
cicli sonno-veglia, così come nell’apprendimento e nella
memoria, nel dolore e negli stati d’ansia.
Sistema
di
orientamento:
è
responsabile
sia
dell’orientamento dell’attenzione verso stimoli sensoriali, che
della facilitazione verso stimoli selezionati per la loro posizione
nello spazio o per il possesso di caratteristiche specifiche. Di
questo circuito fanno parte tre strutture: la corteccia parietale
posteriore, il pulvinar, il collicolo superiore, responsabili
rispettivamente dello sganciamento, agganciamento, e
spostamento dell’attenzione.
Attenzione esecutiva: è responsabile del controllo esecutivo,
del monitoraggio del comportamento e dell’elaborazione
consapevole dell’esperienza. Essa permette di mantenere
volontariamente la concentrazione dell’attenzione su di un
compito. Si tratta di un sistema tipico degli esseri umani, che
non è presente alla nascita, ma che si sviluppa gradualmente in
un’interazione sinergica fra componenti neurobiologiche,
relazionali ed educative.
È detto anche sistema attenzionale anteriore poiché il suo
correlato neurofunzionale risiederebbe nella corteccia
prefrontale mediale, inclusa l’area supplementare motoria e
la corteccia cingolata anteriore; il neurotrasmettitore
coinvolto è la dopamina.
La CCA fa parte del lobo limbico, più precisamente del circuito
di Papez (sistema limbico), responsabile dell’esperienza
emozionale.
informazioni
È
un’area
viscerale,
primitiva
di
associazione
motoria,
tattile,
autonoma
delle
ed
emozionale che comincia a partecipare all’attività cerebrale
durante il secondo mese di vita. Ha fatto la sua comparsa nel
corso dell’evoluzione negli animali che mostravano un
comportamento materno, giocavano, allattavano.
Gli anfibi, i rettili e gli animali più antichi sono privi della
corteccia cingolata come anche di duraturi legami sociali ed
emozionali. L’integrazione di alcuni aspetti dei processi
cognitivi ed emozionali – nonché l’attivazione, la
modulazione, e la coordinazione del circuito frontale e
motorio – è regolata dalla CCA. Indagini condotte con
tecniche di brain imaging hanno evidenziato il ruolo della CCA
come nodo cruciale della rete dell’attenzione esecutiva.
È proprio l’attenzione esecutiva che viene sviluppata nella
pratica mindfulness: tecniche di neuroimaging, infatti, hanno
evidenziato una maggiore attivazione del lobo prefrontale nei
soggetti che la praticano. Ciò significa che chi pratica la
mindfulness diventa capace di fermarsi, di non fare, di non
essere distratto dagli stimoli irrilevanti.
L’attenzione ha un ruolo molto importante nel nostro agire con
consapevolezza. Per portare qualcosa all’interno della
consapevolezza non basta semplicemente registrare gli input
sensoriali ma è necessario impegnarsi in un processo di ricerca
attiva e intenzionale dei dati percettivi che ci circondano.
Con la consapevolezza mindful, abbiamo qualcosa in più della
sola consapevolezza della sensazione: abbiamo una meta
consapevolezza; siamo cioè consapevoli della consapevolezza.
Questo processo implica l’attivazione delle aree prefrontali
mediali. La corteccia prefrontale mediale differenzia la
semplice esperienza sensoriale diretta da una forma di
consapevolezza sensoriale che include anche l’osservazione
dell’esperienza.
Sul cerchione esterno della ruota si trova tutto ciò che può
entrare nel focus della nostra attenzione. Ogni punto del
cerchione rappresenta l’oggetto potenziale della consapevolezza.
I raggi che partono dal mozzo centrale della ruota simbolizzano
la nostra capacità di focalizzare la nostra attenzione su un punto
del cerchione.
Il mozzo presente al centro della ruota della consapevolezza
simbolizza la spaziosità della mente, che può ingaggiare un
raggio su un punto particolare del cerchione, o essere recettiva
rispetto a qualsiasi cosa emerga lungo il cerchione non appena
entri nel mozzo. Il mozzo è aperto e sufficientemente ampio da
permettere a qualsiasi elemento del cerchione di entrare nella
nostra esperienza cosciente senza impadronirsene. Qualsiasi
elemento del cerchione può essere esperito in modo diretto,
osservato, concettualizzato e conosciuto.
Il cerchione della ruota
I primi cinque sensi acquisiscono le informazioni dal mondo
esterno. Il sesto senso include invece le sensazioni dei nostri
arti, i movimenti del corpo, la tensione o il rilassamento dei
nostri muscoli, lo stato del nostro ambiente interno, inclusi
gli organi interni come i polmoni, il cuore, l’intestino. Il
settimo senso permette di portare al centro del focus
dell’attenzione anche gli aspetti mentali – pensieri,
sentimenti, intenzioni, atteggiamenti, credenze, sogni -.
L’ottavo senso è il senso delle relazioni, e rappresenta il
nostro senso delle relazioni, l’essere in contatto con gli altri
essere viventi.
I raggi della ruota
I raggi della ruota rappresentano il focus intenzionale
dell’attenzione sui diversi aspetti del cerchione. Possiamo
focalizzare un raggio su una parte del nostro corpo, sul
respiro, su una sensazione.
Focalizzare la mente e tornare all’oggetto quando la nostra
attenzione si distrae è la pratica che permette di sviluppare la
funzione “indirizza e sostieni” della concentrazione. Noi
rafforziamo la capacità del mozzo della mente di mandare un
raggio a un bersaglio che scegliamo sul cerchione. Questa
capacità di concentrazione, così come avere un forte insieme
di raggi, è una caratteristica necessaria ma non sufficiente
alla mindfulness.
Uno stimolo può entrare nella nostra consapevolezza e attirare
la nostra attenzione; questa è la cosiddetta “attenzione
esogena”, molto frequente nella vita di ognuno. Nella
consapevolezza mindful, il mozzo della mente rappresenta la
funzione esecutiva che ci permette di ritornare a quello che
vogliamo fare. Possiamo mandare un altro raggio per riportare
la nostra attenzione sull’oggetto che vogliamo ne sia il focus.
Questa capacità di avere un’attenzione focalizzata e intenzionale
viene a volte considerata “endogena” poiché deriva da una
nostra intenzione e non è la conseguenza di uno stimolo
esogeno.
Il mozzo della ruota
La scelta di ri-focalizzare la propria attenzione e la capacità di
capire che essa ha divagato sono aspetti essenziali della
consapevolezza mindful. Il mozzo della ruota mentale della
consapevolezza ha la capacità, dunque, di mantenere una
traccia del bersaglio dell’attenzione e di alterare poi il focus
attentivo per realizzare gli obiettivi desiderati.
Quando pratichiamo la consapevolezza mindful, alleniamo
intenzionalmente la mente a rivolgere la sua attenzione al nostro
bersaglio e riportiamo lì la nostra attenzione quando ci rendiamo conto
di esserci distratti, monitorando il processo dell’attenzione stessa.
Queste pratiche che implicano il rivolgere l’attenzione ad un singolo
punto e raggiungere e mantenere uno stato di consapevolezza
costituiscono la base a partire dalla quale è possibile creare uno stato
di consapevolezza mindful.
Stati ripetuti di attivazione mindful del mozzo della mente inducono
mutamenti neuroplastici che consentono la trasformazione di stati
deliberati di pratica in tratti involontari del vivere. Il training di
consapevolezza mindful rafforza il mozzo della mente e rende la
mindfulness un modo di vivere e non solo una pratica. Nella
mindfulness noi dirigiamo la nostra attenzione alle intenzioni,
stimolando le regioni prefrontali mediali. Dove va l’attenzione, lì si
attivano i neuroni, e dove si attivano i neuroni, lì possono anche
riconnettersi.