RASSEGNA STAMPA

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Milano, 10 aprile 2010
ANDREA OLIVERO
(PRESIDENTE ACLI)
Nel cuore della nostra mission…
Abbiamo voluto concludere le giornate dedicate alla nostra Conferenza Organizzativa e
Programmatica con un incontro che mettesse a tema – nell’ambito dell’anno europeo della lotta alla
povertà e all’esclusione sociale – il nostro impegno per un’Europa solidale.
È il segnale che lanciamo a noi stessi, ai nostri associati, ma anche fuori di noi, al contesto in cui
operiamo, al Paese e al più vasto orizzonte, europeo e in qualche misura mondiale. Vogliamo
esserci, essere protagonisti di una rinnovata stagione di presenza e di testimonianza.
Guardare a noi stessi, come abbiamo fatto in questi giorni e nel percorso che li ha preparati, è per
noi una necessità, una scelta di verità e trasparenza finalizzata a riprendere il cammino, a ritrovare
entusiasmo e convincimento per la nostra azione quotidiana.
Ma si coglie il senso di questa volontà solo se la commisuriamo alla responsabilità di metterci al
servizio degli altri, della società, del bene comune. Senza questa direzione il nostro sforzo di autoanalisi diventerebbe sterile e manchevole. Questa è la ragione della nostra Tavola Rotonda di oggi
pomeriggio.
Sentiamo fortemente, in questo momento così difficile per la vita sociale e per la convivenza civile,
mentre si sentono ancora gli effetti di una crisi che appare ancora gravida di conseguenze negative
per la vita delle persone, delle famiglie, dei soggetti più deboli e a rischio, che la scelta degli ultimi,
degli svantaggiati, ma anche di coloro che rischiano l’impoverimento o quanto meno l’abbandono e
la solitudine, è più che mai attuale, qualifica la nostra presenza, dice “chi siamo” e di quali bisogni e
domande ci facciamo particolarmente carico.
L’attualità ci spinge alle origini, alle nostre fedeltà originarie (al lavoro, alla Chiesa, alla
democrazia), e le nostre fedeltà fondative ci muovono verso l’attualità, ci sollecitano a
comprenderla, a leggerla, e soprattutto a prenderci cura di quanti ne patiscono le fatiche, le nuove e
vecchie povertà. Materiali ma anche relazionali, economiche e al contempo di significati
condivisibili, di legami che confortino e stringano le persone in rinnovata fiducia reciproca.
Dunque: è a partire dalla nostra mission che ci chiniamo sulle ferite sociali, sui fenomeni di
esclusione che impoveriscono tutti, non solo quelli che ne sono colpiti direttamente. Lo vogliamo
fare, per riprendere le parole di papa Benedetto, con competenza e rigore.
Vogliamo mettere in campo – e lo abbiamo ripetuto in questi giorni – il sapere che ci viene
dall’ascolto dei bisogni, in ogni luogo del nostro sistema associativo, dalla loro rilettura costante
nel mutamento che le forme della povertà e dell’esclusione assumono in un mondo in rapida
trasformazione, e insieme la nostra passione di laici cristiani in ascolto della Parola e del
magistero sociale della Chiesa, passione che è “per tutto l’uomo e per tutti gli uomini”. Nessuno
escluso, pena il tradimento della “cattolicità”, cioè alla lettera dell’universalità del nostro impegno
laicale ed ecclesiale.
Ci sentiamo un “pezzo” di società civile senza del quale in questo nostro Paese, che si appresta a
festeggiare i 150 anni delle sua unità, mancherebbero le energie dalle quali esso rinacque, dalle
macerie della seconda guerra mondiale, e che ora lo debbono riedificare a partire dalle relazioni tra
le persone, dalla famiglia, dai luoghi della socialità e della gratuità.
Ci sentiamo non di meno parte della Chiesa, partecipi del suo inesausto compito di evangelizzare e
di annunciare ai poveri la bella notizia che il Signore è accanto a loro, guida il loro cammino verso
la piena dignità di figli, che è anche la piena manifestazione del loro essere fratelli.
Sì, solidarietà è valore sociale che implica e richiama la fraternità come valore politico, principio
strutturante della polis, se vuole essere veramente una “città per l’uomo”, per ciascun uomo, da
qualunque storia e luogo del mondo provenga.
Lavoro e famiglia, anche dopo il ‘900
Nel cuore della nostra vocazione popolare ed ecclesiale, troviamo l’impegno per il mondo del
lavoro.
È stato un grande tema, una grande idealità del secolo scorso. Era nel lavoro che si costruivano
percorsi di affratellamento, di crescita umana, di formazione all’essere cittadini pienamente
responsabili, soggetti di diritti e di doveri.
È stata certamente questa una delle vie maestre che il Novecento ha indicato per l’edificazione di
una società più giusta, più dignitosa, liberata dal bisogno e dalla miseria che umilia la dignità della
persona.
Abbiamo voluto, come Acli, essere al crocevia di questo difficile cammino, negli avamposti di un
movimento di crescita e di coesione, e abbiamo scelto, in questo orizzonte, di essere anzitutto i
portatori di una pedagogia sociale inclusiva, promozionale, popolare.
È la parte che la storia del secolo scorso ci ha specificamente assegnato. La parte che la Chiesa ci ha
affidato. Ci rendiamo conto di quanto questo compito sia più che mai attuale e di come al contempo
richieda un ripensamento profondo, una nuova messa a punto degli strumenti di conoscenza e di
interpretazione, perché l’azione sociale che quotidianamente viviamo sul territorio sia appropriata,
efficace, incisiva. Le buone intenzioni non bastano, anche se di “bontà” c’è bisogno, anzi di
“amore”intelligente e sapiente per agire nel difficile contesto in cui siamo.
Mi pare di dover sottolineare anzitutto questo. Il lavoro rimane la via maestra per la liberazione
dalla miseria e dalla soggezione che umiliano gli esseri umani. Anche se siamo convinti che la
dignità della persona sia valore più esigente e ultimativo dei diritti che le vengono dal suo essere
lavoratrice… E rimane anche, più che mai oggi, un luogo “teologico”, come si diceva, cioè un
luogo dove leggere la storia umana come storia di salvezza e di possibilità di comunione tra gli
uomini. Anche dopo il ‘900, anche e soprattutto a fronte di una cultura che esalta l’individualismo
radicale, inasprendo i conflitti dell’autoaffermazione e della competizione.
Ridare al lavoro la sua centralità è, insieme all’economia del dono, la strada per uscire dalla crisi
nell’unico modo veramente decisivo: rivedere l’antropologia sottesa al nostro modello di sviluppo e
riumanizzare i nostri rapporti, economici sociali e politici. È la “terapia” lucida indicata nella
“Caritas in veritate”per un mondo che non è solo “inceppato” nei meccanismi produttivi, ma
smarrito nei suoi riferimenti etici e relazionali.
Lavoro e solidarietà non sono un binomio qualunque: su questi due termini si è costruito un
percorso di cittadinanza che ha, sia pure con i suoi limiti, attraversato il mondo sviluppato nel
secolo scorso. Ricostruire le ragioni del lavoro, dei lavoratori e riedificare quelle della socialità
sono un processo unitario, dalla cui riuscita dipenderà certamente il nostro futuro, e soprattutto
quello delle generazioni più giovani.
Con analoga convinzione, vogliamo guardare alla famiglia, soggetto indebolito dalla crisi
economica e valoriale che ci stringe, ma anche e ancora un luogo decisivo in ordine alla crescita
delle persone, nel segno di una relazionalità primaria, dalla quale dipende l’educazione alla
socialità, alla convivenza, all’ascolto dell’altro, al dialogo tra generi e generazioni.
Analogamente al lavoro, l’erosione della solidarietà intra-familiare è figlia di un individualismo
atomizzante, di un’incapacità diffusa a stringere patti duraturi, alleanze di una vita intera, legami
saldi generativi di progettualità, di “storie” di vita, di affetti solidi.
Come Acli siamo impegnati per riconoscere alla famiglia il ruolo fondamentale che le spetta, la
ricchezza delle sue competenze affettive e relazionali, i diritti ad una soggettività sociale e politica
che interpella istituzioni e società civile. L’educazione è compito che la famiglia svolge in
condizioni oggi troppo difficili, in solitudine e abbandono, specialmente in alcune aree del nostro
Paese, dove i servizi sociali sono più carenti quando non del tutto assenti.
La povertà e l’esclusione sociale vanno combattuti, dunque, a partire da questi luoghi,il lavoro la
famiglia, da queste dimensioni essenziali dove maturano le scelte e i percorsi di vita delle persone.
La solidarietà del resto si costruisce in questi stessi luoghi. Luoghi del rischio e della speranza. Le
Acli ne sono convinte e qui vogliono agire come testimoni del Vangelo. Ne sentiamo il peso e
l’urgenza, insieme a tutti gli uomini di buona volontà.
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