37539 - Università degli studi di Bergamo

Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà, NEURO - MANIA il cervello non spiega chi siamo, Ed. Il
Mulino, Bologna 2009
Recensione a cura di Marisa Vicini
Dottorato di ricerca in Scienze Pedagogiche
Università degli studi di Bergamo
La testa di un uomo con il cervello evidenziato da un cerchio è ciò che appare sulla copertina del
libro di Legrenzi e Umiltà. Guardando nel dettaglio si scopre che il disegno non è costituito da una
linea continua ma da una frase scritta con minuscole lettere che dice: “Si affacciano oggi sulla scena
nuovi ambiti di ricerca caratterizzati dal cortocircuito tra saperi antichi – come l’economia, l’etica,
la politica, la teologia – e le scoperte sul funzionamento del cervello. Le discipline nate grazie al
prefisso ‘neuro’ cercano di scavalcare la mente”. In queste brevi frasi è sintetizzano il contenuto
dell’opuscoletto, che fa parte della collana “voci” e che rappresenta una voce alternativa rispetto
all’opinione comune. Una voce al di fuori dal coro, con la quale gli autori tentano di incrinare il
mito delle neuroscienze, offrendo un punto di vista critico e richiamando coloro che si occupano di
divulgazione scientifica a non puntare solo ad incuriosire con “effetti meraviglia” ma ad informare
nel rispetto di un approccio che tenga conto di tutti i fattori in gioco.
Il primo aspetto critico del libro è che le neuroscienze non hanno inventato nulla di nuovo
rispetto al passato ma si pongono in continuità con ricerche e conoscenze che hanno radici antiche,
solo si avvalgono delle nuove, moderne, strabilianti e sofisticate tecnologie di neuro immagine
“Il futuro ha un cuore antico”, per dirla con Carlo Levi.
L’idea che le funzioni della mente e i contenuti mentali siano prodotti dall’attivazione di aree
cerebrali specifiche (con funzioni modulari avrebbe detto Jerry Alan Fiodor nel 1983) non è nuova,
risale a Franz Joseph Gall che tra la fine del 700 e l’inizio dell’ 800 inventò la frenologia. A questa
visione modulare della mente si oppose agli inizi del 900 l’approccio olistico, sotto l’influsso della
psicologia della Gestalt, per cui, anziché di moduli, si cominciò a parlare di cervello equipotenziale
(escluse, ovviamente le aree deputate alle funzioni elementari sensitive e motorie). Tra gli anni 50 e
60 del novecento vi fu poi una ripresa dell’approccio modulare; lo studio dei disturbi dei pazienti
con lesioni cerebrali focali consentì alla neuropsicologia di esplorare le basi nervose delle funzioni
mentali in diversi campi del sapere (economia, estetica, politica, pedagogia,ecc), senza per questo
che si avvertisse la necessità di inventare nuove discipline. L’uso del prefisso neuro in questo
contesto sarebbe sembrato improprio. La nascita di queste discipline si può spiegare, invece,
suggeriscono gli autori, forse col fatto che nell’ultimo decennio del 900, il “decennio del cervello”,
vennero stanziati finanziamenti per fini di ricerca. Questo spiegherebbe perché molti ricercatori si
adoperarono per aggiungere il prefisso neuro a discipline che fino a quel momento mai si erano
occupate di meccanismi cerebrali.
Le neuroscienze, oltre a condividere col passato gli scopi della ricerca, sviluppano anche idee non
nuove. Il riferimento è, in particolare, all’idea di sottrazione cognitiva dell’olandese Franciscus
Cornelius Donders del 1868 e a quella di misura del flusso sanguigno cerebrale regionale di
Angelo Mosso del 1876.
La sottrazione cognitiva è una procedura che serve a valutare in una ricerca l’adeguatezza del
compito di controllo rispetto a quello sperimentale. Quando si procede ad un esperimento si utilizza
un compito sperimentale ed uno di controllo. Nel compito di controllo si osservano tutte le funzioni
mentali coinvolte nel compito sperimentale ad eccezione di quelle le cui basi nervose si intendono
individuare. I soggetti coinvolti eseguono prima il compito sperimentale e poi quello di controllo
mentre l’osservatore rileva la differenza (sottrazione) di attivazione delle porzioni del cervello
1
coinvolte (detti voxel: cubetti di circa 3 mm che contengono numerosi neuroni). Se la differenza è
zero vuol dire che non c’è alcuna differenza fra il compito sperimentale e quello di controllo; vuol
dire anche che il compito di controllo è sbagliato. Si devono avere, quindi, numeri diversi da zero.
Da questa considerazione si capisce quanto sia importante scegliere nel modo corretto le
caratteristiche dei compiti da osservare; e l’invito (e questa è la critica) a coloro che si occupano di
divulgazione scientifica affinché comunichino, nei loro articoli, il tipo di procedura e le
caratteristiche dei compiti utilizzati. Vi sono, inoltre, dei fattori casuali che l’esaminatore non può
controllare completamente e che vanno esplicitati; è in relazione ad essi che i ricercatori dovrebbero
parlare più di probabilità casuale che di certezze assolute. Ma siccome mostrare un cervello con
tanti numeri (che stanno a indicare l’esito della sottrazione cognitiva), non dice nulla al lettore, si
preferisce ricorrere all’uso dei colori per individuare, per esempio, la sede dell’innamoramento o
della paura: si tratta però di un artificio che rende visibile sul piano percettivo ciò che in realtà non
lo è.
Un’altra idea che attualmente guida le scoperte che si ottengono con le ricerche di neuro immagine
è la stessa che spinse nel 1870 Angelo Mosso a dimostrare la relazione fra le funzioni mentali e il
flusso della circolazione sanguigna in determinate regioni cerebrali. Osservando in un suo
paziente, attraverso le aperture prodotte nelle ossa craniche frontali da lesioni traumatiche, le
variazioni della pressione del sangue nelle arterie cerebrali, che accompagnavano le pulsazioni del
cuore, notò che queste aumentavano quando Bertino (il suo paziente) udiva il suono delle campane
di mezzogiorno. Mosso aveva chiesto a Bertino che cosa gli rammentasse il suono delle campane e
poiché lui aveva risposto che le campane gli rammentavano di recitare una preghiera, Mosso mise
in relazione questi due elementi: le variazioni della pressione nel sangue in una parte del cervello
col fatto che Bertino recitasse una preghiera. A suo modo, inconsapevole, dicono gli autori, Mosso
aveva scoperto la neuro teologia! Le neuroscienze sviluppano esattamente la stessa idea, solo che
oggi si avvalgono di tecnologie più sofisticate rispetto al passato; il problema è che spesso certa
stampa scientifica divulgativa riporta gli esiti delle ricerche in maniera semplicistica mentre la
questione è molto complessa. Prima di arrivare a dire che quando una persona compie un’azione (o
pensa qualcosa o ha un’emozione) si attivano determinate aree del cervello, esistono molti passaggi
e molti problemi non ancora risolti: uno di questi è il fatto che accanto alle aree specifiche si
attivano anche aree generiche. Questo aspetto tende ad essere ignorato, non si dice cioè che
l’attivazione del cervello riguarda contemporaneamente aree specifiche e generiche, per cui la gente
comune, non esperta, crede che l’ area del cervello indicata si attivi in seguito ad una azione,
emozione o pensiero. Un conto è mettere in relazione due fatti dichiarando che tra loro ci può essere
una possibile correlazione, un altro è presentare questa stessa relazione secondo un rapporto di
causa – effetto.
Al giorno d’oggi quando si parla di attivazione si intende ancora la possibilità di rilevare la quantità
di sangue che in un dato momento irrora le varie aree cerebrali (il flusso sanguigno cerebrale
regionale di Mosso). Il principio è lo stesso: più sangue arriva in una zona del cervello, più c’è
ossigeno, più la zona è attiva, più sono attivi i neuroni. Per fare questa rilevazione attualmente si
possono utilizzare due modalità: la prima è la P.E.T. ( Positron emission tomography), che si basa
sulla messa in circolo, tramite iniezione endovenosa, di un isotopo radioattivo la cui concentrazione
viene rilevata nelle varie aree cerebrali da sensori disposti a raggiera attorno al capo del soggetto,
che rilevano i raggi gamma emessi dagli elettroni colpiti dai positroni che si liberano per effetto
dell’isotopo radioattivo dell’ossigeno. La seconda modalità è la risonanza magnetica funzionale o
F.M.R.I. ( functional magnetica resonance imaging), che sfrutta l’acqua naturalmente presente nel
sangue. Il capo del soggetto viene posto in un campo magnetico (il forte rumore è quello prodotto
dai magneti) che causa l’allineamento degli atomi di idrogeno presenti nelle molecole di acqua del
sangue, i quali colpiti dalle onde radio, risuonano ed emettono a loro volta onde radio in numero
2
proporzionale al loro numero: maggior numero di atomi di idrogeno segnala maggiore quantità di
acqua, quindi di ossigeno, quindi di attività cerebrale. 1
Un altro modo per osservare il livello di attività dei neuroni è quello di misurare la loro capacità di
variare la frequenza di scarica in risposta a eventi esterni o interni all’organismo. Tale variazione è
rilevabile per mezzo di microelettrodi che vengono introdotti nel cervello di animali svegli e liberi
di muoversi. Rizzolatti e Sinigaglia hanno recentemente scoperto che in alcune aree dei lobi
parietale e frontale dei macachi vi sono dei neuroni che rispondono in modo selettivo a gesti che
rivelano uno scopo manifesto. Li hanno chiamati neuroni specchio perché si attivano in modo
speculare sia quando i macachi compiono delle azioni sia quando le vedono fare da altri. Anche
l’idea che il nostro cervello possa entrare in risonanza con quanto accade all’ esterno del soggetto è
un’idea antica. Prima della scoperta dei neuroni specchio, però, si trattava solo di un’ipotesi non
ancora dimostrata sul piano scientifico.
Un secondo aspetto critico su cui Legrenzi e Umiltà ci invitano a riflettere è il motivo per cui le
neuroscienze sono diventate una vera e propria “neuro – mania”, diffusa a tal punto da far nascere
una vastità di fantasiose discipline che studiano i rapporti fra i saperi specifici di cui sono
tradizionale espressione e quelli sul cervello: la neuro economia, la neuro teologia, la neuro estetica,
il neuro marketing, ecc. Ma ce n’era proprio bisogno? Gli autori dicono di no.
Le neuroscienze sono una moda, alimentata da pressioni di tipo commerciale finalizzate alla
diffusione di informazioni che suscitano meraviglia e curiosità piuttosto che trasmettere correttezza
scientifica. Chi non rimane affascinato nel vedere immagini del cervello che mostrano le zone
colorate che si attivano in seguito ad un pensiero o a un’emozione o a un’ azione? Ma un conto è
mettere in relazione un pensiero con una zona del cervello (evidenziando una possibile
correlazione), un altro è dire che questa correlazione è dovuta ad una causalità biunivoca, per cui ad
un dato pensiero, emozione o azione, corrisponde l’attivazione di una precisa area del cervello.
Questa moda rappresenta la punta di un iceberg di cui non si vede la parte sommersa, la più
insidiosa perché nasconde la pretesa di voler spiegare la mente a partire dal cervello, secondo
un’ottica materialista. In questo contesto il corpo farebbe parte a pieno titolo della natura e la vita
“sarebbe riconducibile a una realtà sottostante, di natura biologica (sia che si tratti dei meccanismi
dell’eredità genetica, sia del funzionamento del cervello)” 2. Accettare questa ipotesi significa porsi
nella prospettiva della localizzazione delle attività mentali. Il senso comune e la ricerca scientifica
paiono orientati in questa direzione. Sono pochi gli psicologi, e i nostri autori Legrenzi e Umiltà
sono tra questi, che “pensano che ci sia qualcosa al di là o meglio al di sopra della biologia,della
fisica e della chimica. Eppure questa convinzione non implica essere riduzionisti e accettare
soltanto livelli biochimici di spiegazione dei fenomeni.”3
A conferma del fascino che le spiegazioni neuroscientifiche hanno sulla gente comune gli autori
riportano una ricerca ingegnosa condotta a Yale4 che dimostra quanto le spiegazioni che si rifanno
a concetti “ neuro” abbiano più presa presso i non esperti rispetto a quelli che lo sono. Il
1
“ La TAC e la RM sono tecniche che forniscono immagini strutturali dell’organo esaminato ( non necessariamente il
cervello).Informano sull’anatomia e sulla presenza di eventuali lesioni macroscopiche. Nulla dicono sulle funzioni. Le
immagini PET e FMRI invece riguardano sia la struttura che la funzione.” Pag. 35
2
Ibidem p..55
3
Ibidem p. 71
4
Ibidem pp. 64 - 71. Si tratta di una ricerca pubblicata sul “Journal of Cognitive Neuroscience” da alcuni studiosi
dell’Università di Yale (Deena Skolnick Weisberg e Frank Keil e altri), i quali si sono chiesti se le spiegazioni del
comportamento umano, alcune errate e altre corrette, sarebbero parse più credibili qualora fossero state integrate con
alcune informazioni di tipo “ neuro”. Gli studiosi hanno dimostrato che l’arricchimento “ neuro” ha un potere salvifico
nel senso che le persone tendono a fraintendere il senso di tale arricchimento che trasforma in spiegazione
soddisfacente quella che in sua assenza non lo è. In altre parole l’informazione “ neuro” è un valore aggiunto che rende
credibile qualcosa di fasullo
3
carattere “neuro”, in sostanza, renderebbe più credibile una spiegazione sbagliata, rispetto ad
un’altra che è priva di tale carattere, e tale dinamica accadrebbe per la semplice aggiunta di
informazioni relative alla localizzazione cerebrale. La semplice giustificazione biologica trasforma
in convincente ciò che non lo è. Questo risultato fa molto riflettere gli autori i quali allarmano i
lettori sulle possibili derive culturali che potrebbero scaturire quando si parla di argomenti
eticamente delicati, come la vita, la morte, l’aborto, ecc. Una nota legge generale della Gestalt (il
rapporto figura – sfondo), ci aiuta a capire quanto stia accadendo, quando cioè il corpo assume
notevole importanza rispetto alla mente: il corpo diventa “figura” e la mente “sfondo”5. Se si evoca
una parte del corpo interessato ad una condizione psicologica, questa prevale rispetto alla
descrizione della stessa condizione; come, per esempio il partire dall’attività del cervello per predire
come voteranno gli indecisi alle prossime elezioni. In tal modo si sancisce una sorta di supremazia
medico – biologica rispetto alla rappresentazione dei fenomeni psicologici.
Nel libro non ci sono solo critiche: gli autori riconoscono, ad esempio, la funzione positiva dei vari
“neuro” in quanto dimostrano che non tutto è frutto dell’apprendimento e dell’ambiente sociale
( come si voleva far credere nel ’68). Detto questo, però, mettono in guardia i lettori, soprattutto i
non esperti, dall’affidarsi completamente all’analisi delle condizioni biologiche del corpo per
fondare rigide regole di comportamento: “ il cervello non spiega chi siamo”. Infine, poiché lo
studio delle basi nervose delle funzioni mentali ha sempre costituito l’oggetto di studio della
psicologia e della neuro-psicologia, è inspiegabile che debbano nascere tutte queste nuove
discipline dal carattere “neuro”. Un sospetto malizioso: forse gli autori temono che gli economisti, i
politici, i teologi, gli esteti, i musicisti, gli esperti di marketing, ecc., possano prendere il posto degli
psicologi e dei neuropsicologi?
Marisa Vicini
5
Ibidem pag. 80. Il rapporto figura-sfondo è alla base di ogni rappresentazione che abbia a che fare con un’immagine
dotata di contorni e di forma definita. Le figure, cioè i profili dei corpi del disegno che gli autori hanno presentato ,
hanno una forma mentre lo sfondo su cui si collocano non ne ha. Per questo motivo tendiamo a percepire innanzitutto la
forma dei corpi rispetto a quella del vaso che appare sullo sfondo .
4