Colonialismo
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INTRODUZIONE
Colonialismo Termine con cui si designa la politica di conquista di territori d’oltremare e risorse
(materiali e umane) attuata dalle potenze europee a partire dal XV secolo. Indica inoltre l'insieme
dei principi a sostegno di tale politica e, infine, l'organizzazione del sistema di dominio.
Lo sviluppo del colonialismo può essere distinto in due fasi: una prima, che parte dal XV secolo
per giungere fino alla metà del XIX secolo; una seconda, che parte dagli ultimi decenni del XIX
secolo e termina a metà degli anni Settanta del Novecento con il crollo del sistema coloniale
portoghese.
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NASCITA DEL COLONIALISMO
Il colonialismo si sviluppò a partire dal XV secolo, a seguito delle esplorazioni geografiche, e
coinvolse soprattutto i territori asiatici e americani, fondando in Africa, in un primo tempo, solo
delle stazioni commerciali (per l'approvvigionamento di oro, avorio e schiavi) e portuali, di
supporto per le spedizioni marittime verso l'Asia. Nella prima fase, l'Europa occidentale, guidata
da Spagna e Portogallo, attuò una politica espansionistica nelle Indie Orientali e in America
centrale e meridionale. Nella seconda, la Gran Bretagna e la Francia guidarono l'espansione
europea in America settentrionale, Asia, Africa e nel Pacifico.
2.1
Le colonie asiatiche
I portoghesi, grazie alla stabilità politica interna, alla favorevole posizione geografica e alle
esplorazioni marittime, verso la fine del XV secolo furono i primi ad avventurarsi oltre il capo di
Buona Speranza. Interessati principalmente al controllo del commercio delle spezie, crearono
stazioni commerciali e piazzeforti. Verso la fine del XVI secolo il predominio portoghese fu però
minacciato da inglesi e olandesi, che stabilirono una fitta rete di scambi commerciali (vedi
Compagnie delle Indie Orientali). Agli inizi del XIX secolo il sistema di stazioni commerciali si era
trasformato in un controllo politico del territorio, che, amministrato inizialmente tramite le
Compagnie, passò in seguito sotto il diretto controllo degli stati europei. Nel XIX secolo gli
olandesi controllavano Giava, Sumatra, le Molucche e il Borneo meridionale; gli inglesi
controllavano l'India, l'Australia, le Maldive, le Seychelles, la Tasmania e Ceylon, tolta agli
olandesi; i francesi controllavano il sudest asiatico, fuso in un'unica colonia denominata Indocina
francese.
2.2
Le colonie americane
Diversi sono i motivi che portarono alla colonizzazione delle Americhe: l’ansia di conoscenza di
nuovi territori sui quali estendere il proprio dominio; il desiderio di accrescere la potenza
personale e degli stati appropriandosi delle risorse naturali e dei metalli preziosi di cui si
favoleggiava esistessero sterminati giacimenti (il famoso Eldorado spagnolo); la ricerca della
libertà dalle persecuzioni religiose. Grazie a un massiccio flusso migratorio, la colonizzazione
stanziale prevalse su quella basata sugli empori costieri e, una volta istituite, le colonie furono
soggette a rapporti commerciali esclusivi con le rispettive madrepatrie in Europa. L'impero
spagnolo fu il più vasto del Nuovo Mondo, estendendosi sulla maggior parte dell'America centrale
e meridionale. I portoghesi si stabilirono in Brasile; inglesi e francesi si insediarono
prevalentemente nell'America del Nord; gli olandesi occuparono piccole aree nell'America del Sud.
2.3
Il declino dei sistemi coloniali in America
Tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del secolo XIX gli imperi coloniali europei in America
crollarono. Al Nord, le colonie britanniche si emanciparono dalla madrepatria con una guerra
d'indipendenza che si concluse nel 1783 con la formazione degli Stati Uniti; la maggior parte delle
colonie spagnole ottenne l’indipendenza attraverso una lotta decennale culminata nel 1825 con la
cacciata definitiva delle truppe spagnole dal continente (vedi Guerre d’indipendenza
latinoamericane). Il Brasile dichiarò la propria indipendenza dal Portogallo nel 1822; solo il
Canada rimase sotto il dominio diretto britannico fino al 1867, quando ottenne lo status di
dominion e una maggiore autonomia.
La Gran Bretagna restò tuttavia una grande potenza coloniale: oltre al controllo dell'India,
mantenne a scopi strategici alcune delle colonie sottratte alla Francia durante le guerre
napoleoniche.
3
LA SECONDA FASE DEL COLONIALISMO
Durante la seconda metà del XIX secolo iniziò la seconda fase dell'espansione coloniale. La spinta
venne sia dagli interessi europei già radicati nelle periferie degli imperi – come in Australia, dove i
coloni erano penetrati sempre più profondamente nell'entroterra alla ricerca di terre coltivabili e
di nuove risorse – sia dalle esigenze poste dallo sviluppo del sistema industriale, cioè quelle di
trovare materie prime a buon mercato e sbocchi per le merci.
3.1
Le colonie africane
Con l'abolizione della schiavitù si aprì il periodo del commercio cosiddetto "legittimo", che da una
parte vide l'esportazione di manufatti dai paesi industrializzati verso le colonie, dall'altra lo
sfruttamento di risorse (minerali, legno, cotone ecc.) indispensabili alla produzione industriale. In
questo periodo le postazioni commerciali stabilite nel corso dei secoli precedenti furono utilizzate
dalle potenze coloniali come basi per la conquista militare dei territori interni e si andò definendo
il sistema amministrativo coloniale.
In seguito al congresso di Berlino (1884-85) l'Africa fu suddivisa tra Belgio, Francia, Germania,
Gran Bretagna, Italia e Portogallo (vedi Africa: L'imperialismo europeo). Nel 1914 la rete coloniale
racchiudeva tutto il globo. Quello britannico era di gran lunga l’impero più più vasto, ma altri
paesi – tra cui la Francia, il Belgio, la Germania, gli Stati Uniti e il Giappone – erano diventati
ragguardevoli potenze coloniali (vedi Imperi coloniali).
3.2
La fine del colonialismo
Il crollo degli equilibri di potere in Europa e le due guerre mondiali nel XX secolo segnarono
comunque la fine del colonialismo. La crescita di una coscienza nazionalista nelle colonie, il
declino dell'influenza politica e militare europea, l'erosione delle giustificazioni morali che per
secoli avevano sostenuto l'espansione coloniale contribuirono infine a una rapida decolonizzazione
dopo il 1945.
4
LE CAUSE DEL COLONIALISMO
Le ragioni della corsa alle colonie sono molteplici e controverse. Per quanto riguarda la prima fase
del fenomeno, quella avviatasi nel XV secolo in seguito alle grandi esplorazioni, i motivi sono vari:
il prestigio delle monarchie e delle nazioni; la possibilità di impadronirsi, attraverso il controllo di
territori vergini, di immense risorse; l'intento di diffondere la propria civiltà (le leggi, i costumi, la
religione) tra popoli considerati "selvaggi".
Il colonialismo sviluppatosi alla fine del XIX secolo conservò alcune di queste istanze, ma vi
prevalsero le motivazioni economiche e strategiche delle potenze europee e delle due nuove
potenze internazionali, gli Stati Uniti e il Giappone. Per i paesi che stavano vivendo un grosso
sviluppo industriale diventò infatti vitale proteggere i mercati interni dalla penetrazione di merci
straniere e conquistare altri mercati per le proprie, costituendo aree di sottomissione
prevalentemente economica.
Questa fu la spiegazione di molti studiosi marxisti e in particolare di Lenin, che definì il nuovo
fenomeno colonialista con il termine imperialismo, inteso come la fase monopolistica del
capitalismo. Secondo questi studiosi il colonialismo del XIX e XX secolo si spiegava con le
dinamiche del mercato capitalista e con le esigenze di materie prime e di sbocchi per il proprio
capitale eccedente. Altri spiegarono invece il fenomeno con motivazioni strategiche o
diplomatiche, oltreché economiche. Sicuramente fu un complesso di ragioni – politiche, militari,
economiche, culturali ecc. – ad agire nel processo storico che, nel corso di cinque secoli, segnò
indelebilmente lo sviluppo di interi continenti.
5
GLI EFFETTI DEL COLONIALISMO
Qualsiasi valutazione del colonialismo deve tenere conto del mutare delle circostanze storiche. Al
giorno d'oggi esso è inaccettabile in quanto contrasta con i diritti dei popoli
all'autodeterminazione. Questi diritti, tuttavia, solo di recente sono stati riconosciuti come
universalmente applicabili. I costruttori di imperi del XIX secolo, infatti, erano spesso convinti che
i popoli "civilizzati" avessero la responsabilità morale di guidare i popoli "arretrati" e di recare loro
i frutti della cultura occidentale.
Neanche gli effetti del colonialismo sono univoci, sia per i colonizzatori sia per i colonizzati. È
evidente che il possesso di un impero arrecò alle potenze coloniali numerosi benefici, tra cui
opportunità di emigrazione, espansione del commercio, possibilità di accedere a risorse
strategiche, profitti. Allo stesso tempo però i colonizzatori dovettero provvedere
all'amministrazione, all'assistenza tecnica, alla difesa delle colonie.
Per chi lo subì, il colonialismo ebbe da una parte indiscutibili effetti negativi: i modi di vita
tradizionali furono cancellati, le culture distrutte e interi popoli soggiogati o sterminati. Anche il
bilancio economico e politico non è positivo, perché il colonialismo lasciò delle economie
"estravertite", che producevano ciò che non consumavano e consumavano ciò che non
producevano, restando quindi totalmente dipendenti dal mercato estero ed esponendo i paesi che
avevano appena raggiunto l'indipendenza a nuove forme di colonialismo, stavolta prettamente
economiche. Inoltre lasciò degli stati autoritari, diretti da élite autocratiche, che non furono capaci
o non vollero trasformare le istituzioni ereditate in senso democratico. D'altra parte, il contatto
con la cultura europea portò ai popoli colonizzati indiscutibili benefici nel campo della sanità,
dell'istruzione, dell'accesso alle nuove tecnologie.
Oggi il rapporto tra paesi ex colonizzatori ed ex colonizzati presenta ancora un notevole squilibrio
a sfavore di questi ultimi, sprovvisti, tranne alcune eccezioni, di strutture politiche ed economiche
adeguate. Gli effetti perversi ancora attivi del colonialismo (visibili ad esempio nella forte
instabilità della gran parte dei paesi africani), insieme con quelli della mondializzazione
dell'economia e dei conflitti in corso in molte regioni del mondo, continueranno a gravare per
molti anni sui paesi ex coloniali, esponendoli al rischio di nuove politiche di conquista, forse meno
cruente ma altrettanto devastanti di quelle attuate in passato dalle potenze europee.
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