Le grandi narrazioni e la lievità della comunicazione contemporanea

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N. 4/09
Una sfida per i cristiani
IDEE PESANTI CONTRO LA LEGGEREZZA
LAICISTA
L’ateismo si è estinto, lasciando una vaga indifferenza religiosa incapace di porsi
le domande ultime. Proponiamo un’analisi della suddetta affermazione.
Laicità e laicismo
Il concetto di secolarizzazione o laicismo è una delle
categorie più caratteristiche adottate per definire la
società moderna. E’ necessario, però, evocare la
distinzione che si deve operare tra “secolarità /
laicità” e “secolarismo / laicismo”. La prima coppia
designa la corretta autonomia della sfera politica,
economica e sociale per quanto è di sua competenza
rispetto all’orizzonte religioso – sacrale, sulla scia
del monito evangelico: “Rendete a Cesare quello che
è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Col
“secolarismo / laicismo” (parallelo, anche se
antitetico, alla teocrazia e al sacralismo integristico)
si vuole, invece, cancellare ogni presenza
“incarnata” della fede nella storia e nella società,
impedendole qualsiasi giudizio morale sull’agire
politico- sociale. Per questa via si elimina ogni segno
pubblico religioso, si estirpa ogni rimando teologico
nel confronto culturale, si accede a una sottile
destabilizzazione dell’etica naturale in nome di
un’autonomia assoluta della persona, si privilegia
l’esasperazione libertaria che lascia briglia sciolta su
ogni valore, si enfatizza la radicale indipendenza
della scienza da qualsiasi remora morale, considerata
come estrinseca e così via.
L’ateismo classico è istinto
A questo fenomeno - che, peraltro, ora risente di una
certa crisi non solo per l’attuale interventismo del
fondamentalismo religioso sulla scena del mondo,
ma anche per quella che Gilles Kepel in un suo
saggio del 1991 ha chiamato la revanche de Dieu,
cioè la rivincita di Dio e il ritorno del sacro –
possiamo associare un soggetto tematico affine,
quello della non credenza. E’ soprattutto su
quest’ultima che ora vorremmo porre l’accento.
Nell’Ottocento il poeta tedesco Heinrich Heine
rappresentava
paradossalmente
così
questo
fenomeno, inconcepibile in altre ere e civiltà antiche:
"In ginocchio! Suona la campanella: si stanno
portando i sacramenti a un Dio che muore”. In forma
anche più drammatica il filosofo conterraneo e
contemporaneo Friedrich Nietzsche sceneggiava
l’avanzata della morte di Dio con la celebre
descrizione della Gaia scienza (1882) in cui un uomo
grida per le strade l’annunzio ferale: “Dio è morto!
Noi l’abbiamo ucciso e le nostre mani grondano del
suo sangue”, mentre il lezzo della sua putrefazione
inquina le nostre città. Però bisogna riconoscere che
questo ateismo fiero e inquietante (si pensi, ad
esempio, anche allo scrittore Albert Camus) - che
aveva sollecitato persino una “teologia della morte di
Dio” - è ormai quasi estinto e ha lasciato spazio a
una sorta di scimmiottatura, fatta di sberleffi
sarcastici irreligiosi, come si può dimostrare
attraverso i vari libelli alla Odifreddi, Onfray,
Hitchens, Dawkins e così via.
Tre tipi di ateismo contemporaneo
E’ forse sorprendente, ma è ancor oggi la Bibbia a
indicarci meglio le tre tipologie di non credenza che
attualmente possiamo classificare a livello culturale.
L’ateismo rigoroso sopra descritto è da ricercare
nell’idolatria che genera pagine veementi nelle
Scritture. E’ la tentazione di sostituire se stessi o un
dato storico immanente alla trascendenza divina:
pensiamo al materialismo dialettico marxista, ma
anche allo Spirito immanente all’essere e alla storia
nella
concezione
idealistica
hegeliana
o
1
all’umanesimo ateo che pone l’uomo come misura e
senso esclusivo di tutto l’essere e l’esistere. San
Paolo nel primo capitolo della lettera ai Romani vede
nella sostituzione della verità divina con un sistema
su propria immagine e interesse la sorgente della
degradazione morale.
della vita, quanto piuttosto con l’indifferenza –
incredulità, realtà sfuggente e ambigua.
I media e la distrazione dal significato della vita
Essa è simile a una nebbia difficile da diradare, non
conosce ansietà e domande, si nutre di stereotipi e
banalità, si accontenta di vivere in superficie,
sfiorando i problemi fondamentali, secondo la ormai
notissima immagine del Diario del Sǿren
Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e
ciò che trasmette il megafono del comandante non è
più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”. I mezzi
di comunicazione di massa, infatti, ci insegnano tutto
sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il
significato ultimo dell’esistere, l’inquietudine della
ricerca interiore, le interrogazioni radicali sull’oltre e
sull’altro rispetto a noi e al nostro orizzonte. Un
conto è avere a che fare con la notte dello spirito
dell’ateo o del credente (alla Giovanni della Croce o
alla Meister Eckhart o alla Angelo Silesio) e un
conto è avere a che fare con quella che già il filosofo
Martin Heidegger, nei Sentieri interrotti, chiamava
“il tempo della notte del mondo, ossia il tempo della
povertà del mondo, quella di non riconoscere più la
mancanza di Dio come mancanza”. Ed è purtroppo
questa la dominante della non credenza nell’attuale
mondo secolarizzato.
L’indifferenza religiosa
C’è però un secondo modello biblico da considerare:
è l’incredulità. Non è la negazione teorica e
programmatica di Dio quanto l’affermazione della su
distanza o irrilevanza nella storia. Sotto questo
schema potremmo rubricare la vera forma dominante
di non credenza, la cosiddetta indifferenza religiosa.
La figura di Dio non deve interferire nelle vicende
umane, non dev’essere principio di scelte
esistenziali, deve rimanere nel limbo della sua
remota trascendenza. Dio non lo si combatte, ma lo
si ignora perché considerato una realtà inattuale e,
comunque disturbante.
I surrogati spirituali
E’ paradossale, ma a questa particolare tipologia di
incredulità dev’essere associata anche una certa
forma di religiosità contemporanea, fluida e sottile,
che produce surrogati spirituali e cocktail religiosi
che fondono sincretisticamente spezie di fedi
diverse. Forse il modello più espressivo è quello
della New Age, divenuta poi Next Age, un percorso
che evita ogni discorso serio e severo, un itinerario
consolatorio che esclude l’inquietudine agostiniana
della ricerca – “finché si è inquieti, si può stare
tranquilli”, ammoniva Julien Green -, un’esaltazione
della spiritualità eterea che ignora il peso del peccato
e le insorgenze del reale drammatico e del tragico
della storia,
Le idee forti
Quale strategia sia da adottare di fronte a una simile
temperie culturale grigia è piuttosto difficile da
programmare. Certo è che le Chiese non devono
rassegnarsi a inseguire questa deriva, scegliendo la
strada dell’adattamento, riducendo la religiosità a
una spiritualità debole e inoffensiva, che si
accontenti del minimo, sia pure con la continua
consapevolezza che non si deve spegnere la
fiammella vacillante. Invece è da calibrare
innanzitutto un linguaggio che sia percepibile a
queste orecchie ostruite dai rumori di fondo della
società, dal brusio informatico, dalla distrazione
superficiale. Un linguaggio che sappia anche
ricorrere alle categorie deboli di questa cultura, ma
ne induca altre forti, quasi come una spina nel
fianco, una provocazione nella mente. Fuor di
metafora, è necessario procedere verso la proposta di
alcuni contenuti radicali che riescano ad artigliare la
coscienza intorpidita, anche se per un istante,
aprendole una ferita.
Lo scandalo del male e l’assenza di Dio
La terza tipologia biblica è quella dell’assenza
misteriosa di Dio. Essa, però, fa parte della stessa
esperienza di fede e ruota attorno alla domanda che
sale verso l’alto di fronte allo sconcerto degli
scandali del male, del dolore, della morte: “Dov’è
Dio?”. Questo interrogativo rivolto al Dio muto e
apparentemente assente scandisce l’intero itinerario
di Giobbe, che è in verità un vero credente anche
quando le sue parole acquistano iridescenze
blasfeme e quando ripete: “Io grido a te e tu non
rispondi!”. E’ la situazione di Qohelet che si sente
coinvolto e avvolto dal non-senso (habel, “vuoto,
vanità”) della storia e dell’essere e si trova di fronte
a un cielo muto e a un Dio taciturno. E’, allora,
necessario quando si affronta il fenomeno
dell’ateismo – operare una serie di distinzioni,
ricordando che il confronto anche culturalmente più
arduo non è tanto con l’idolatria – ateismo autentico,
che è vissuto con sincerità come una vera visione
Le grandi narrazioni e la
comunicazione contemporanea
lievità
della
Intendiamo riferirci ai cosiddetti temi ultimi, che
inesorabilmente attraversano l’esistenza di tutti: la
vita e la morte, il dolore e il male, l’amore e il
tradimento, il mistero e la trascendenza, la verità e il
2
falso, la prevaricazione dell’ingiustizia e la
solidarietà, il mondo con le sue bellezze, i suoi
segreti e la sua tutela, e infine come apice lo spirito,
Dio, il Vangelo. Quindi è necessario ritornare alle
grandi narrazioni, ai simboli capitali, alle idee
pesanti, espresse in modo incisivo e provocatorio,
senza facili sconti, pur nella lievità e chiarezza della
comunicazione contemporanea. Accanto a questo
vero e proprio attacco, che “incida ferite nei campi
dell’abitudine” tipica dell’”incredulo” – per usare
un’espressione suggestiva della poetessa ebrea
tedesca Nelly Sachs – occorre non abbandonare
neanche l’orizzonte delle realtà “penultime”.
Gianfranco RAVASI
(tratto da L’Osservatore Romano del 22 ottobre 2008))
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