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IL LUNGO CAMMINO DI PADMA VERSO L’INTEGRAZIONE
Era il 1979, avevo dodici anni. Abitavo ad Istanbul a quel tempo: era una bella città, solare,
piena di gente, mercati e compagnia. Purtroppo noi vivevamo in condizioni disagiate, il
governo opprimeva i diritti di tutti i cittadini.
Io e mamma stavamo spesso a casa e a volte uscivamo per andare al Gran Bazar al centro
della città, mentre mio padre lavorava in una fabbrica di pneumatici.
Era una mattina di Marzo quando papà arrivò a casa con una busta rossa che annunciava il
suo licenziamento. Presi dal panico decidemmo di abbandonare Istanbul e trasferirci
momentaneamente ad Atene. Nei giorni che seguirono cercammo il modo di attraversare la
lunga striscia di mare che ci separava da una vita migliore... una sera mentre mangiavamo
piccoli kebab cucinati dalla mamma con gli avanzi del pranzo, arrivò un signore molto alto,
con i capelli scuri e unti come l'olio, gli occhi erano due piccole fessure nere.
Ci scrutava torvo, restando sulla soglia della nostra piccola casetta, poi dopo qualche
minuto parlò: - Buonasera... ho sentito dire che volete attraversare il mare per andare in
Grecia... giusto? - Il suo tono di voce era basso e malevolo. Papà annuì lentamente e il tizio
continuò: - Sono lo scafista, nonché il comandante del gommone “Golge” che, se volete, vi
porterà al di là dello stretto fino ad Atene... il costo è di 105 lire turche in tutto... - Lasciò la
frase in sospeso aspettando che noi rispondessimo. Accettammo e lui riprese a parlare: Ahh... molto bene siete in tre allora. Mi sono scordato di dirvi che il gommone partirà
domani alle 10.00 in punto di sera: chi non arriva in tempo, non sale. Inoltre dobbiamo per
forza viaggiare di notte per non essere avvistati dalle motovedette della Marina Greca.Concluso il discorso, prese la piccola valigetta nera che aveva posato sul tavolo e si
congedò in modo freddo.
Eravamo sul molo di Istanbul, dopo aver preparato i bagagli necessari per sopravvivere
almeno due settimane in Grecia, ci recammo lì in anticipo di mezzora per paura di non
poter salire a bordo. Cominciò ad arrivare altra gente, non conoscevamo nessuno, alcuni
non sembravano nemmeno turchi. Ormai eravamo almeno una ventina di persone, mi
chiesi come cosi tanta gente potesse salire a bordo di un piccolo gommone.
Finalmente arrivò lo scafista, pian piano ci fece salire facendo l'appello: - Padma... Eloisa...
e OzkanCrisock?-Eccoci! - rispondemmo noi salendo a bordo di un gommone nero e rattoppato sui bordi.
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Il veicolo partì a tutta velocità puntando verso l'orizzonte, le grandi onde e il vento ci
costringevano ad accelerare sempre di più per poter proseguire.
Coperte di schizzi e fameliche come non mai, io e mamma cominciammo a tirare fuori
panini dalla nostra sacca gialla e a distribuirli a tutti i passeggeri, poi gli ultimi rimasti li
mangiammo noi.
Ad un certo punto il gommone si fermò... il tizio oleoso parlò ad alta voce: - Qualcuno deve
essere buttato a mare. Pesiamo troppo così non si può proseguire – Poi prese tre ragazze
,probabilmente Armene, che non avevano capito quanto detto e le buttò giù dal gommone.
Loro strillando cercarono di risalire a bordo ma non ci riuscirono perché quello
spregiudicato dello scafista accelerò lasciandole lì a nuotare nel buio della notte...
Erano passati circa tre giorni quando, finalmente, vedemmo all'orizzonte una piccola
striscia di terra: la Grecia!
Ci avvicinammo sempre di più alla costa, euforici e felici, ci abbracciammo tra di noi. Poi
arrivammo al piccolo molo e scendemmo da quel malfamato gommone.
Sotto un sole caldo e splendente passeggiammo nelle piccole e tortuose strade di Atene,
era davvero una bella città, c'era gente che veniva da ogni più remoto anglo della terra, un
bellissimo miscuglio di colori e lingue.
Trovammo una piccola casetta in riva al mare: era un po' rovinata dal tempo e dalla
salsedine ci sistemammo lì e andammo direttamente a dormire.
Finalmente dopo aver superato ostacoli e difficoltà, avevamo raggiunto la Grecia, ora
potevamo ricominciare da capo la nostra vita.
Ovviamente l’interesse principale dei miei genitori era quello di farmi studiare il più presto
possibile. Questa loro scelta di pensare al mio futuro, anche in momenti di difficoltà, fu per
me un grande esempio da seguire.
Passarono due settimane, mio papà trovò lavoro come barista in un piccolo café del centro
città, con i pochi soldi che guadagnava riuscivamo a mangiare e a pagare l’affitto della casa
dove vivevamo.
Un fortunato giorno, mentre giocavo a fare le bolle di sapone intorno a casa, arrivò vicino al
me una signora alta e magra. Si muoveva in modo altezzoso, i suoi capelli erano raccolti in
uno chignon, portava una lunga gonna nera attillata e una giacchetta grigia con un bottone
in mezzo. – Sono Akylina, la maestra della scuola di Atene e tu devi essere PadmaCrisock,
giusto? – io annuii lentamente. – Il preside ha ritenuto opportuno che tu possa studiare qui
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come tutti gli altri bambini ateniesi – parlava turco, anche se si capiva facilmente che non
era la sua lingua.
Cosi, quattro giorni dopo mi ritrovai davanti ad un’enorme scalinata di marmo sovrastata d
un edificio su cui probabilmente c’era scritto “scuola” in greco. La maestra Akylina
comparve in cima alle scala, agitò la mano per salutare me, mamma e papà, poi ci venne
incontro. – Buongiorno – disse stringendo la mano di mamma. Anche se Akylina si sforzava
di parlare turco io non riuscivo a capire molto di ciò che diceva.
Salii le scale lentamente, mamma e papà non potevano venire con me: li salutai quasi con
le lacrime agli occhi e seguii la maestra. Il cuore mi martellava all’impazzata, sembrava che
stesse per esplodere, mi tremavano le gambe, mi sentivo la febbre… Continuavo a seguire
la maestra Akylina, poi ci fermammo, lei aprì la porta: davanti a me c’erano una ventina di
faccette sorridenti che mi fissavano. Poi probabilmente si presentarono e Akylinapresentò
me: - lei si chiama Padma. Viene dalla Turchia, perciò non sa parlare il greco. Noi
dobbiamo insegnarglielo e voi dovete fare amicizia con lei. Inoltre dovete sapere che
Padma è musulmana, quindi non starà con noi nell’ora di religione -. Dopo averlo detto in
greco provò a tradurmelo in turco e io riuscii a capire qualcosa.
Mi sedetti vicino ad un grande bambino di nome Carlo, lui cominciò subito a prendermi in
giro per via del velo che portavo in testa, lo capii subito perché aveva un tono di voce basso
e malizioso e continuava ad indicarmi ridendo.
I giorni a scuola passavano lenti e Carlo con i suoi amici continuava a prendermi in giro, io
non potevo ribattere perché non conoscevo neanche una parola di greco. Perfino le
ragazze mi evitavano, a volte di riunivano per parlare a bassa voce e quando passavo
smettevano subito fingendo che non fosse successo niente.
Insomma, io ero tutta sola in una scuola dove nessuno riusciva a capirmi e dove ogni
giorno venivo derisa.
Anche dopo mesi che ero li, i miei compagni continuavano a sparlarmi alle spalle e a farmi
piccole cattiverie; ogni giorno soffrivo sempre di più, infatti durante l’intervallo me ne stavo
sola a disegnare.
Un giorno mamma venne a prendermi a scuola e insieme ci incamminammo verso casa.
Svoltata la curva, ci ritrovammo di fronte a Carlo e a suoi amici, loro ci vennero incontro con
fare circospetto e poi cominciarono a lanciarci sassi, fango e cocci di vetro…Noi,
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coprendoci il viso con le mani, cominciammo a scappare verso casa, ma quei bulli ci
stavano alle calcagna, riuscimmo ad entrare appena in tempo. Eravamo coperte di lividi,
sangue e fango.
Quella sera stessa, quando papà arrivò a casa, decidemmo di lasciare Atene e di trasferisci
in Italia.
Fortunatamente, in questi sette mesi, papà era riuscito a racimolare abbastanza denaro per
permetterci di prendere un traghetto che ci portasse a Bari. Cosi, la mattina dopo, eravamo
su un grande traghetto bianco che solcava le onde del mare cristallino.
Incontrammo Abdul, un ragazzo turco che professava anche lui la religione musulmana.
Nelle ore trascorse insieme gli raccontammo la nostra storia e lui di offrì di darci un
passaggio fino a Messina, dove viveva. Noi accettammo volentieri.
Messina era una gran bella città: elegante, allegra e bagnata da un mare stupendo.
Ormai avevo 13 anni, dovevo frequentare l’ultimo anno delle Medie e, anche grazie ad
Abdul, riuscii ad iscrivermi appena in tempo. Il primo giorno di scuola in Italia fu il giorno più
bello della mia vita. Arrivai davanti alla porta verde di quella che sarebbe stata la mia nuova
classe: emozionatissima aprii la porta ed entrai… davanti a me c’erano tanti bambini di
nazionalità diverse, tutti colorati come fiori in un campo. In coro mi dissero – ciao! – capii
subito che era il loro modo di salutare, cosi dissi anche io – ciao! – e loro, stupiti,
cominciarono a cantare e ballare in cerchio. Dopo, ciascuno di loro mi donò un disegno; ero
piena di regalini, per la prima volta nella mia vita mi sentii davvero parte della mia classe,
mi sentii un’italiana, ora ero come tutti, uguale agli altri!
Cosi a Messina frequentai l’ultimo anno di Medie, il Liceo e l’Università. Mi laureai in
Giurisprudenza e diventai un importante magistrato.
Era il 16 aprile 1992 quando i miei genitori vennero uccisi per mano della Mafia: fu un duro
colpo per me, ma dopo poco mi feci forza e decisi che, in qualità di magistrato dovevo
combattere questa terribile piaga. Ora che mi sentivo davvero un’italiana volevo ricambiare
l’accoglienza che avevo ricevuto anni prima appena arrivata a Messina, per questo ora il
mio tempo è interamente dedicato alle famiglie che come la mia sono state colpite dalla
Mafia.
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A cura degli allievi della 2 A, IC “Giacomo Matteotti” – Rivoli (TO):
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Giulia C.
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Alessandro G.
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Federico G.
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Lorenzo G.
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Nicolò M.
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Alessia R.
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