Loewith - Progetto Fahrenheit

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A CHE SCOPO LA FILOSOFIA OGGI?*
Conversazione dello «Spiegel» con il filosofo Karl Löwith1
SP.: Professor Löwith, la settimana scorsa si è tenuto il IX congresso tedesco di filosofia a
Düsseldorf, con una serie di iniziative dedicate al tema: filosofia e scienza. Attualmente, nella
Repubblica Federale Tedesca, la filosofia è tenuta in scarsa considerazione dall’opinione pubblica e
viene praticata quasi esclusivamente nelle università dove, malgrado tutto, esistono 82 cattedre. A
che scopo, ci si potrebbe chiedere, un tale dispendio di mezzi per la filosofia?
Löw.: Anch’io trovo ridicolo questo grande dispendio di mezzi. Ci sono le possibilità e le
strutture e le si sfruttano. Una tale laboriosità, tuttavia, non parla né pro né contro la filosofia. Il
tema del congresso, vale a dire la sproporzione esistente fra filosofia e scienza, appare persino
straordinariamente sensato.
SP.: La direzione della Società Generale per la Filosofia in Germania ha parlato di una
«alienazione tra la filosofia e le scienze positive» e di una «posizione problematica e compromessa
della filosofia».
Löw.: Le cose stanno effettivamente così, il che dipende dal fatto che da almeno 50 anni coloro
che insegnano filosofia, per quanto siano dotati di talento e diligenti, non sono più in grado di tenere
il passo dei risultati della ricerca che si rinnovano ininterrottamente.
SP.: Lei stesso, d’altra parte, ha rilevato che «già da cento anni gli impulsi produttivi del pensiero
contemporaneo non si originano più dalla filosofia, ma si devono piuttosto alle grandi scoperte
scientifiche». Dal che emerge anche la difficoltà per cui la filosofia si trova a dipendere da scoperte
che non è più in grado di assimilare.
Löw.: Ciò è altamente deplorevole. Scoperte epocali, come quelle di Darwin, Marx, Freud ed
Einstein, attualmente non sono dominate nelle loro conseguenze né da uno studente medio né da un
docente di filosofia, neppure se costoro si interessano di tali argomenti.
SP.: E allora che cosa resta da fare per la filosofia? Essa deve limitarsi a fornire soltanto
un’immagine generale, con il rischio di guardare l’intero sotto una falsa prospettiva?
Löw.: A dire il vero è questa la difficoltà. Per distinguerla all’ingrosso dalle scienze altamente
specializzate, si può dire che la filosofia – a prescindere dal fatto che la si intenda come metafisica
in accezione tradizionale o nel senso in cui se la figura Heidegger – è possibile solo se si occupa
dell’“intero” (Das Ganze). Tradizionalmente l’intero non era semplicemente l’uomo bensì, fino a
Hegel, una triade composta da: Dio, uomo (anima) e mondo. Oggi, a mio avviso a ragione,
attraverso la critica della onto-teologia questo intero si è ridotto a uomo e mondo. Tuttavia “mondo”
non può venir inteso limitatamente al solo mondo umano (Menschenwelt), ma vuol dire universo, il
mondo-tutto (Weltall) fisico, reale.
*
Devo un sincero ringraziamento al professor Antonello Giugliano, tra le altre ragioni, per avermi messo sulle
tracce di questo scritto [A.C.].
1
Dal n. 43 del 1969 (datato 20/10/1969) del settimanale «Der Spiegel». L’intervista è stata condotta dai
redattori della rivista: Dieter Brumm e Helmut Gumnior, insieme allo stenografo Heinz Daenicke. [N.d.T.]
SP.: Ma oggi chi potrebbe osare fare delle affermazioni intorno all’universo?
Löw.: Per farlo, bisognerebbe conoscere ciò che ha luogo nella fisica, nell’astronomia e nella
ricerca spaziale. Fra tutti i filosofi che hanno vissuto ai miei tempi ne conosco uno solo che sia stato
realmente competente in questo senso, dal momento che egli fu un importante matematico, un fisico
ed un collaboratore di Bertrand Russell: Alfred Whitehead. Whitehead ha potuto ancora arrischiarsi
a sviluppare nella sua grande opera una cosmologia che non fluttua semplicemente nell’aria, ma ha
come presupposti delle conoscenze esatte in fisica e in matematica. Al contrario, i filosofi tedeschi
(Fichte, Schelling, Hegel) non possedevano più alcun contatto produttivo con le scienze
specialistiche.
SP.: Dunque lei direbbe che delle diverse direzioni attualmente percorse dalla filosofia in
Germania possono considerarsi al passo con i tempi soltanto quelle che si impegnano in maniera
particolare con le scienze naturali, traendo da esse i loro metodi – e dunque, grossomodo, il
positivismo o il neopositivismo?
Löw.: Per quanto possa valutare le cose, avrei dei dubbi sul fatto che i positivisti o i neopositivisti
possano realmente avere voce in capitolo nelle scienze naturali.
SP.: Ma allora, alla luce di tutte queste difficoltà, non si dovrebbe porre la questione: a che scopo
la filosofia oggi?
Löw.: Posso rispondere soltanto con due esempi: le due opere filosofiche che più di 40 anni fa
hanno suscitato scalpore e che, a ragione, hanno corrisposto alle istanze di molti giovani: Essere e
tempo di Heidegger, del 1927, e Filosofia, l’opera in tre volumi pubblicata poco tempo dopo, di
Karl Jaspers. Jaspers possedeva delle cognizioni specifiche nel campo della psichiatria. Egli rifiutò
espressamente l’idea che la filosofia avesse a che fare con cose dimostrabili o confutabili,
divenendo così una vaga lettura di cifre della trascendenza. Di certo all’epoca tutto ciò produsse su
di noi una certa impressione, ma oggi lo ritengo particolarmente insoddisfacente e non vincolante.
SP.: Direbbe lo stesso di Heidegger?
Löw.: No, dal momento che Heidegger si interroga incessantemente circa la verità dell’essere in
totalità. In preparazione di questa domanda sull’essere, egli analizza con grande energia l’esserci
umano e questa analisi, in forza della sua condizionatezza storico-temporale, ha prodotto un effetto
straordinario.
SP.: Lei, dunque, intende dire che Heidegger e Jaspers hanno ancora una volta salvato la
filosofia?
Löw.: Questo sarebbe troppo; tuttavia in questi due esempi, e in Heidegger in modo ben più
penetrante che non in Jaspers, potete palesemente vedere come ancor oggi sia possibile, pur
astraendo dai risultati delle ricerche delle scienze specialistiche, riflettere sulla totalità dell’essere.
Ciononostante non ritirerei quanto ho detto sinora, vale a dire che tutto ciò si rivela assolutamente
precario se in esso non vengono in alcun modo introdotti i risultati delle scienze specialistiche.
All’epoca Heidegger non aveva letto un rigo di Marx né si era interessato in alcun modo di Darwin
e Freud. Eppure, malgrado questa fondamentale carenza, oggi un importante pensatore speculativo
è ancora in grado di offrire delle concrete analisi che risultano relativamente indipendenti dalla sua
impostazione di principio.
SP.: D’altro canto lei stesso si mostra scettico nei confronti del progresso delle scienze, mettendo
in guardia di fronte alla fiducia che la scienza moderna ha riposto nel progresso.
Löw.: Non dubito del fatto che sia stato compiuto un evidente, inconfutabile progresso all’interno
delle scienze naturali, il quale ha contribuito a determinare tutti i rapporti della vita politica e
sociale del nostro tempo. Mi interrogo soltanto in riferimento a tutti questi progressi in generale, se
oggi essi possano ancora motivare l’ottimismo di produrre un progressivo miglioramento della
convivenza umana. Nutro il sospetto che attualmente, per le stesse autorevoli persone che
promuovono il progresso nelle scienze della natura, il progresso si sia trasformato in fatalismo. Non
lo si può più arrestare: lo sviluppo della tecnica scientifica è irreversibile.
SP.: Intende dire che oggi il progresso è già divenuto un fine in se stesso?
Löw.: Ciò che mi chiedo è che, forse, all’interno del rapporto complessivo dell’uomo verso il
mondo qualcosa smette di funzionare allorché si crede di poter e dover dominare sempre più il
mondo. Nutro dubbi sul fatto che l’uomo debba davvero fare tutto ciò che può fare de facto. Per noi
non esistono più istanze, né religiose né morali, che siano in grado di imporci un freno.
SP.: Lei accorderebbe una tale istanza alla filosofia?
Löw.: Porre delle misure e dei limiti di responsabilità in tutte le questioni simili sarebbe in sé un
compito legittimo della filosofia, così come lo è stato della religione e della chiesa nel corso dei
primi secoli. Se tuttavia non si sa o non ci si sente in grado di poter affermare quale sia l’istanza
somma – e oggi nessuno si sentirebbe di fare una cosa del genere – allora questo compito, pur
legittimo, diviene inadempibile.
SP.: Il suo scetticismo si limita alla sola situazione tedesca? In Francia, ad esempio, i filosofi
rivestono un peso ben diverso che non da noi in Germania.
Löw.: L’isolamento accademico della filosofia tedesca è stato sempre straordinariamente grande.
In Francia, al contrario, la filosofia ha sempre avuto un legame più stretto con la letteratura e i
problemi sociali e politici. Dal che consegue che lì il marxismo, a prescindere dalla specifica
variante che ha assunto, ha giocato un ruolo incomparabilmente maggiore che non da noi, dove
dopo la fine della guerra è stato “affidato” alla sola Germania orientale.
SP.: Lei stesso, però, ha affermato che «il marxista nel senso di Marx non può essere nel
contempo un filosofo».
Löw.: Sì, malgrado tutto, continuerei a sostenerlo. Al pari di molti francesi, anche i nostri
intellettuali che oggi ricoprono un certo ruolo – penso, ad esempio, all’istituto francofortese con
Horkheimer e Adorno e soprattutto con lo straordinariamente acuto e responsabile Habermas – si
sono formati con Marx e il marxismo. Il che è un fatto nuovo. D’altro canto il marxismo, quale
Marx stesso lo intese, risulta incompatibile con la filosofia così come è stata appena caratterizzata.
Ciò dipende dal semplice fatto che, così come già il giovane Marx chiarì senza mezzi termini, a
seguito della conchiusione (Vollendung) della filosofia speculativa tedesca diventava necessario
superare la filosofia in quanto tale, realizzandola nella prassi sociale e in tal modo riportando il
mondo alla ragione. Se si prende sul serio questo programma, allora si è abolita la filosofia come
tale e al suo posto subentra ciò che d’ora in avanti viene chiamato marxismo.
SP.: Molti marxisti, però, si considerano filosofi. Persino in Russia.
Löw.: Un marxista che comprenda davvero se stesso non può tollerare alcuna filosofia accanto a
sé. Se in Jugoslavia o in Cecoslovacchia viene ancora insegnata filosofia nelle università, ciò
rappresenta soltanto una concessione fatta ad un’attività tramandata. Lì si insegna, per quanto
secondo un orientamento marxista, sempre e solo storia della filosofia.
SP.: Ciò significa che Habermas, Adorno e Horkheimer o non sono marxisti oppure non sono
filosofi?
Löw.: Adorno rappresenta un caso particolare, poiché egli è stato un uomo coltissimo e
filosoficamente informato che ha voluto limitarsi alla teoria. Il nucleo ed il motivo di fondo dei suoi
scritti filosofici, tuttavia, è stato il tentativo di introdurre, in una maniera sublimata e più o meno
raffinata, la tendenza rivoluzionaria di Marx all’interno della filosofia. E lo ha fatto per mezzo di
una critica radicale di tutto l’esistente.
SP.: E per quanto riguarda Habermas?
Löw.: Una volta Habermas mi ha spiegato, suscitando in me una certa impressione, che per lui gli
scritti giovanili di Marx erano stati incomparabilmente più importanti di Nietzsche. Questa è una
differenza generazionale. Può essere che oggi per i giovani tutto il pathos e lo Jugendstil dello
Zarathustra di Nietzsche siano divenuti qualcosa di insopportabile. Dal canto mio, non mi sono
lasciato scandalizzare da ciò e ho sempre ritenuto, al pari di quanto avrebbe fatto successivamente
lo stesso Heidegger, Nietzsche l’ultimo grande filosofo tedesco.
SP.: Professor Löwith, lei è, in certo modo, allo stesso tempo allievo e contemporaneo di
Heidegger. Lo stesso vale per Herbert Marcuse, la cui critica della società è stata da lei definita un
«marxismo utopico». Ora, quando afferma che la giovane generazione si è rifatta a Marx ben più
della sua e quando aggiunge che questo prendere Marx sul serio significa effettivamente la
distruzione della filosofia, in tal modo non contesta ad una intera generazione di giovani filosofi il
fatto stesso di essere filosofi?
Löw.: Sì, è questo ciò che faccio in realtà, dal momento che chi riduce il mondo alla prassi
politico-sociale del mondo storico degli uomini ha in tal modo rinunciato ad interrogarsi intorno alla
totalità (Ganze) di ciò che è. Quando, alla fine degli anni venti, furono pubblicati per la prima volta
i testi del giovane Marx – e quindi la critica alla filosofia hegeliana –, essi hanno destato subito una
forte impressione in me. La critica di Marx alla filosofia tradizionale divenne per me di grandissima
importanza. Marcuse, che conoscevo già all’epoca, era della mia stessa opinione. D’altra parte
l’interesse per Marx non mi ha mai condotto ad impegnarmi politicamente – sebbene io, a
differenza di Adorno, saluti con favore il fatto che un uomo dell’intelligenza di Marcuse abbia
ricoperto in modo così palese una rilevante posizione politica.
SP.: Tuttavia, sul piano teoretico, lei caldeggia l’impegno dei filosofi. Ritiene che il compito della
filosofia sia quello di mirare ad un cambiamento della società?
Löw.: Non posso figurarmi nessuna filosofia in senso autentico che possa avere la tendenza o la
concreta possibilità di essere immediatamente effettiva nella odierna o in una qualsiasi altra società.
Secondo la mia concezione di vecchio stampo, la filosofia è una faccenda per pochi, singoli. Se
viene esercitata seriamente, essa richiede una concentrazione sull’essenziale che esclude uno
sguardo secondario diretto alla immediata produttività contemporanea. Ad un livello mediato essa
può senz’altro influire.
SP.: Dunque, per essere conseguenti bisognerebbe far sparire la filosofia dall’università, così
come ora sta sparendo il “Philosophikum”?2
Löw.: Ho salutato con favore una cosa del genere. Tutte le persone ragionevoli lo hanno fatto. E
in effetti, perché per avere un’aula piena bisognerebbe contare su persone che vengono lì per un
esame? Neppure avrei nulla in contrario all’eliminazione della filosofia dalla cosiddetta facoltà
filosofica, presso la quale recita in ogni caso un ruolo ambiguo. L’intera facoltà si chiama filosofica,
ma la filosofia qui non c’è proprio più. Non dico questo perché oggi sono professore emerito e
dunque non prendo più parte in maniera diretta, bensì perché il dato di fatto – così com’è accaduto
in Germania intorno al 1800 – che molti importanti filosofi di rango europeo (Kant, Fichte,
Schelling e Hegel) fossero nel contempo docenti universitari ed impiegati dell’università è stata
soltanto una improbabile coincidenza. Quasi tutti gli altri filosofi più significativi nella storia della
filosofia – F. Bacon, Descartes, Hobbes, Spinoza, Leibniz, Locke, Hume – non erano docenti
universitari.
SP.: Lei ha rimproverato ai tedeschi «di essere oltremodo sensibili al pathos e al comando, mentre
di non esserlo affatto per la sobria scepsi, la “levità” spirituale e il common sense. Trova che ciò
valga anche per i filosofi tedeschi?
Löw.: Oggi, per fortuna, questo è meno vero che non ai tempi della mia giovinezza, quando
ancora prosperava il circolo raccolto intorno a Stefan George e quando lessi Essere e tempo di
Heidegger e Chiarificazione dell’esistenza di Jaspers. Credo che in nessun altro Paese sarebbe stato
possibile creare una sorta di culto dei santi a partire dalla venerazione nei confronti di poeti quali
Hölderlin e Rilke. Attualmente le scuole di Vienna e di Oxford hanno portato anche presso di noi,
per quanto con un certo ritardo, una grande sobrietà; conosco un gran numero di giovani che hanno
tratto una forte impressione da questi studi di critica del linguaggio. Anche i molti dibattiti intorno
alla teoria della società sono delle faccende in sé molto misurate. Ciò che trovo terribile è che,
malgrado questa sobrietà, da parte dei leaders dell’opposizione extraparlamentare – ad esempio
dagli studenti della SDS3 – vengano pronunciati dei discorsi carichi di un pathos tanto dogmatico e
dottrinario pari a quello che conobbi ai tempi del nazismo.
SP.: Li paragona solo sul piano del pathos o anche del contenuto?
Löw.: Il mio interesse autentico è sempre stato di carattere critico, una “distruzione”
(Destruktion) – nel senso di Heidegger – di una tradizione non più in vita, una demolizione dei
fondamenti. Di ciò fa parte la demolizione della tradizione teologico-cristiana all’interno della
metafisica, così come il dubbio nei confronti dell’interpretazione heideggeriana della tecnica, della
quale egli afferma che non si tratterebbe di qualcosa che è fatto dall’uomo, bensì di un destino
inviato (Geschick) dall’essere. Di un tale destino dell’essere (Seins-Geschick) io non ho la benché
minima esperienza. Per contro, ho una ben chiara esperienza del progresso della tecnica scientifica
come di una grandiosa impresa dell’umanità lungo una direzione che già Max Weber ha posto in
rilievo nella maniera più chiara: la direzione di una universale razionalizzazione di tutte le relazioni
umane, incluse quelle sociali e politiche.
SP.: Tra le attuali direzioni della filosofia ce n’è una che possa resistere alla sua critica?
Löw.: Ritengo il lavoro di critica del linguaggio filosoficamente più importante rispetto alla teoria
della società. Se la critica del linguaggio viene condotta in maniera ragionevole e senza l’eccessiva
Si tratta di un esame in filosofia previsto all’interno del percorso di abilitazione all’insegnamento. [N.d.T.]
Sozialistischer Deutscher Studentenbund (Unione degli Studenti Socialisti Tedeschi), sindacato studentesco
fondato nel 1946 ad Amburgo e vicino alle posizioni della SPD. [N.d.T.]
2
3
pretesa di decretare quali sono le domande sensate e quali no, se essa lavora criticamente da un
punto di vista filologico e semantico allora è in grado di svolgere una funzione straordinariamente
feconda e significativa. Di conseguenza, mi pongo totalmente al di fuori dell’orizzonte e della
dimensione del pensiero di Heidegger, allorché egli afferma che il linguaggio non è solo una dimora
dell’uomo bensì la «casa dell’essere».
SP.: In questo modo, però, la filosofia continua a rimanere nell’ambito della scienza. Ritiene
impossibile che essa sfoci nella prassi sociale o politica?
Löw.: La prassi politica e sociale racchiude la teoria – oggi, ad esempio, quella marxista o
antimarxista – e quindi il linguaggio. Un compito della filosofia che critica il linguaggio potrebbe
essere quello di porre in questione anche entro questa sfera l’ambiguità, l’equivocità e spesso
l’insensatezza del vocabolario e del gergo di cui ci si serve abitualmente.
SP.: Dunque, un compito della filosofia sarebbe quello di analizzare il linguaggio in ambito
politico e a partire da qui esercitare una critica alla politica?
Löw.: Certo. E potrebbe farlo persino in prima linea. Negli ultimi anni, leggendo ed ascoltando
tutti questi manifesti e discussioni dei nostri studenti della sinistra radicale con il loro vocabolario
socialista e marxista, mi è parso terribile che dei giovani uomini – che pur sempre desiderano
studiare ed imparare qualcosa – impiegassero ininterrottamente e con una tale sfrontatezza un
vocabolario che in parte deriva da Marx e in parte dagli odierni sociologi di orientamento marxista,
le cui parole (quali: tardocapitalistico, repressivo, progressivo) sono manipolate, oltre che
totalmente indimostrate.
SP.: Allorché il filosofo esercita la critica del linguaggio e sottopone ad analisi anche il
linguaggio politico contemporaneo, non si dà in questo caso il punto di tangenza tra filosofia e
società?
Löw.: Quantomeno si tratta nel luogo nel quale attualmente si dà la massima tangenza. Tuttavia
temo che non ci troviamo d’accordo su quanto lei chiama “filosofia” e “presente”. Quest’ultimo non
è di oggi, ma di molto prima. E la filosofia vive da sempre nel linguaggio e del linguaggio. Per
questo mi interessa la scuola analitica del linguaggio.
SP.: Il filosofo che analizza il linguaggio politico desidera incidere in maniera immediata sulla
prassi politica e sociale, per esempio avversando l’uso linguistico della SDS?
Löw.: Non potrebbe farlo in maniera immediata neppure se lo volesse. Il linguaggio della politica
e della scienza sociale è accessibile in via realmente critica soltanto alla riflessione filosofica.
Quando i sociologi e i politologi cercano di farlo, essi riflettono proprio sulla loro attività e tuttavia
senza porne in questione il presupposto: che l’uomo sia per essenza un essere sociale. La riflessione
dei sociologi riflessivi si limita all’ossessione di una volontà di cambiamento che essi impongono
moralmente a se stessi come un dovere sociale.
SP.: Quindi lei direbbe che la critica del linguaggio intona il definitivo commiato dalla
metafisica?
Löw.: In effetti essa è un congedo dalla metafisica. E in ciò si palesa un momento fecondo e
positivo; tuttavia non è lecito immaginarsi che su questo piano sia possibile restaurare la filosofia
con i suoi problemi metafisici classici. Ci si rende semplicemente conto, a buon diritto, dello
strumento universale di tutto il pensiero.
SP.: Crede che la filosofia con i suoi problemi classici sia in assoluto restaurabile?
Löw.: No, per quanto riguarda i problemi classici: Dio, uomo (anima), mondo. Dell’anima non
può più parlare nessuno, dal momento che non si sa più se ve ne sia una. Di Dio non osano parlare
nemmeno più i teologi. E del mondo della natura sarebbe possibile parlare in maniera sensata –
ovvero non dilettantistica o semimitica o semipoetica – a patto però, come abbiamo detto, di
possedere le necessarie conoscenze nel campo della scienza naturale.
SP.: Professor Löwith, la ringraziamo per questa conversazione.
(traduzione di Agostino Cera)
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