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Città Multietnica nel Mediterraneo: Porti, Cantieri, Minoranze

LA CITTÀ MULTIETNICA
NEL MONDO MEDITERRANEO
PORTI, CANTIERI, MINORANZE
A cura di
Alireza Naser Eslami, Marco Folin
Relazioni presentate al Convegno Internazionale dell’AISU
Genova 4-5 giugno 2018
Bruno Mondadori
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MULTI-ETHNIC CITIES
IN THE MEDITERRANEAN WORLD
PORT CITIES, BUILDING SITES, MINORITIES
Edited by
Alireza Naser Eslami, Marco Folin
Papers presented at AISU International Conference
Genoa 4-5 june 2018
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LA CITTÀ MULTIETNICA
NEL MONDO MEDITERRANEO
PORTI, CANTIERI, MINORANZE
A cura di
Alireza Naser Eslami, Marco Folin
Relazioni presentate al Convegno Internazionale dell’AISU
Genova 4-5 giugno 2018
Bruno Mondadori
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Il volume è stato realizzato grazie al contributo di
Il presente volume è stato sottoposto a double blind peer-review
Progetto grafico e impaginazione: Salvatore Russo e Ruggero Torti
Tutti i diritti riservati
© 2019, Pearson Italia, Milano - Torino
Prima edizione: 2019
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ISBN: 9788867742592
www.pearson.it
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SOMMARIO
PREFAZIONE
LA CITTÀ MULTIETNICA NEL MONDO MEDITERRANEO.
STORIA, CULTURA, PATRIMONIO
Rosa Tamborrino
XIII
(Politecnico di Torino, Presidente dell’Associazione Italiana di Storia Urbana)
GENOVA, "PORTA NOSTRI ORBIS", UNA GRANDE CITTÀ MULTIETNICA
DEL MEDITERRANEO, TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA
XVII
Alireza Naser Eslami
(Università di Genova, Direttore Scientifico del Centro Internazionale di Ricerca
sull’Architettura del Mondo Islamico e del Mediterraneo)
INTRODUZIONE
LA CITTÀ MULTIETNICA NEL MONDO MEDITERRANEO.
PORTI, CANTIERI, MINORANZE
INTRODUZIONE
Alireza Naser Eslami - Marco Folin
XXXI
(Università di Genova)
1. PORTI E MERCANTI FRA MEDIOEVO E PRIMA ETÀ MODERNA
THE RECONFIGURATION OF TRADE ROUTES FROM THE MIDDLE EAST
TO CENTRAL AND EAST ASIA BETWEEN THE 7TH AND 11TH CENTURIES
3
Toslima Khatun
(King’s College, London)
INCONTRI TRA CIVILTÀ E LINGUAGGI ARTISTICI:
IL CASO DEL QUARTIERE LOGGIA E LA CALA A PALERMO
19
Maria Vona
(Politecnico di Torino)
LE CITTÀ PORTUALI DEL MEDITERRANEO E LA DIMENSIONE MULTIETNICA.
IL RUOLO DEI MERCANTI AMALFITANI TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA
33
Teresa Colletta
(Università degli Studi di Napoli "Federico II")
MESSINA, UNA CITTÀ MULTIETNICA NEL MONDO MEDITERRANEO
Giuseppe Restifo
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(Università di Messina)
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2. IL CANTIERE MULTICULTURALE
IL LESSICO DELLE COSTRUZIONI GENOVESI:
PAROLE COME SPIE DI RELAZIONI TRA POPOLI E CULTURE
61
Anna Boato
(Università di Genova)
PALERMO AL TEMPO DEI TRASTÁMARA (1416-1516):
LA DIMENSIONE MULTIETNICA DEL CANTIERE DI ARCHITETTURA
73
Emanuela Garofalo
(Università di Palermo)
MAESTRANZE SPECIALIZZATE NELLE CITTÀ
DELLA FINE DEL QUATTROCENTO:
MULTICULTURALITÀ NEI CANTIERI SUBALPINI
85
Silvia Beltramo
(Politecnico di Torino)
GLI STRANIERI A TORINO “IL MESTIERE TRADOTTO IN ARTE”.
LA SOLIDARIETÀ, LE MAESTRANZE E IL CANTIERE DI LUGANESI E SAVOIARDI
PER LA FORMA URBANA E LE RESIDENZE DI CORTE TRA XVI E XVIII SECOLO
99
Cristina Cuneo
(Politecnico di Torino)
3. I LUOGHI DELLE MINORANZE
THE URBAN AND ARCHITECTURAL ENVIRONMENT OF A PORT TOWN
IN NORTHERN GREECE: THE CASE OF KAVALA IN OTTOMAN TIME (1391-1912)
113
Velika Ivkovska
(Bahçeşehir University, Istanbul)
LA MINACCIA TURCA IN TERRA D’OTRANTO TRA XV E XVI SECOLO:
RIFLESSIONI SULLE IMPLICAZIONI STORICO-ARCHITETTONICHE
E CULTURALI IN AMBITO TERRITORIALE E URBANO
129
Julia Puretti
(Università del Salento)
DALLA CONTRADA AL GHETTO. USI E CONFIGURAZIONI URBANE
NEI PROCESSI DI SEGREGAZIONE EBRAICA NELLE CITTÀ
DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA (XV-XVII SECC.)
139
Stefano Zaggia
(Università di Padova)
LE CHIESE E LE CAPPELLE DEI GENOVESI IN SICILIA
149
Maria Concetta Calabrese
(Università di Catania)
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TRADE HUB E RESIDENTIAL SEGREGATION IN ADRIATICO ORIENTALE:
EBREI A RAGUSA (DUBROVNIK) E A SPALATO (SPLIT) NEL XVII SECOLO
159
Benedetto Ligorio
(Università di Roma la Sapienza)
IL CIMITERO DEGLI STRANIERI NELLA ROMA PONTIFICIA.
LA STORIA, TRA CONSERVAZIONE E TRASFORMAZIONE,
DI UN GIARDINO SORTO AI PIEDI DELLA PIRAMIDE
169
Maria Vitiello
(Università dell’Aquila)
LE DIGITAL HUMANITIES PER I CINQUECENTO ANNI DEL GHETTO DI VENEZIA
Ludovica Galeazzo
181
(Villa I Tatti, The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies)
Martina Massaro
(Università degli Studi di Padova)
«LA CITTADELLA MISTERIOSA». TRA RIMOZIONE E RECUPERO,
LE CONTROVERSE VICENDE URBANE
DEL GHETTO EBRAICO DI ROVIGO (SEC. XVI-XX)
193
Andreina Milan
(Università di Bologna)
MULTICULTURALISM ON THE BOSPHORUS SHORES:
THE KUZGUNCUK MAHALLE IN ISTANBUL BETWEEN PAST AND PRESENT
207
Luca Orlandi
(Özyeğin University, Istanbul)
4. FRA UN LUOGO E L’ALTRO:
MEDIATORI, INTERPRETI, TURISTI
MONETA E SOCIETÀ NELLA ROMA MULTICULTURALE
DEL RINASCIMENTO. I CASI CASTIGLIANO E CATALANO
Isabel Ruiz Garnelo
223
(Universitat de València)
INTERPRETING IN A “CONTACT ZONE”.
DRAGOMANS AT THE SULTAN’S COURT OF CONSTANTINOPLE
Elina Gugliuzzo
233
(Università Pegaso, Napoli)
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«QUELLA STRADA SENZA EGUALI CHE COSTEGGIA LA BAIA DEGLI ANGELI».
LA COLONIA STRANIERA E IL NUOVO CAMMINO DEGLI INGLESI
NELLA NIZZA MARITTIMA DI PRIMO OTTOCENTO
241
Sergio Pace
(Politecnico di Torino)
SEGNI DELL’IDENTITÀ NAZIONALE DEI DIVERSI PAESI
NELLE STRUTTURE RICETTIVE IN ITALIA. IL CASO DEGLI ALBERGHI
FONDATI DAGLI SVIZZERI FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
255
Ewa Kawamura
(Institute of Technology, Tokyo)
GLI AUTORI
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Messina, una città multietnica
nel mondo mediterraneo
Giuseppe Restifo
(Università di Messina)
A guardar la città su una carta cinquecentesca non si notano segni particolari di distinzione e di demarcazione nello spazio urbano di Messina; a entrarci dentro e a percorrerla
invece presenta diversi e caratteristici assembramenti di identità. In riva allo Stretto la vita
urbana occupa una posizione di preminenza grazie ai suoi abitanti; la città nella prima
età moderna ha una sua dinamica identità, ma è anche il punto di arrivo di altre identità
culturali provenienti da altre città del Mediterraneo e da tempi anteriori.
Agli occhi medievali e continentali una realtà cittadina andava costituendosi già nella mediterranea Sicilia del XII secolo e i suoi modi erano motivo d’apprensione. Il cosiddetto Ugo
Falcando nel Liber de regno Sicilie, evidenziando la propensione criminale dei Messinesi, così
la dipinge: «questa città, costruita di forestieri, di pirati e di ladri, raccolse fra le sue mura
quasi ogni razza di gente rotta a ogni scelleratezza, pronta ad ogni delitto, che reputava lecita
qualsiasi cosa purché potesse farla». Ma che ci fossero prostitute o briganti poco importa;
emerge chiaro – anche da altre fonti – il carattere panmediterraneo della città, grazie agli immigrati, alla presenza di commercianti e mercanti stranieri, alla circolazione di beni materiali
e immateriali, tutti elementi in grado di dare vitalità e dinamismo alla comunità cittadina.
Ma come si può definire la cittadinanza a Messina? Una definizione relativamente “classica” di cittadinanza viene offerta dal privilegio falsificato di Ruggero II del 1129: civis di
Messina era chi originariamente era nato a Messina (oriundus) oppure poteva diventare chi
vi abitava (habitator) per un anno, un mese, una settimana e un giorno, oppure ancora per
ductionem uxoris. Le minoranze etniche e religiose di Messina approfittarono di questo, della
“internazionalità” e delle attività economiche e commerciali della città. «Complessivamente
rimane l’impressione che Messina probabilmente a causa della sua forte attività di commercio, la sua posizione strategica, la sua centralità nel Mediterraneo e la rivalità con la capitale
politica, poté temporaneamente offrire in termini fiscali e legali… condizioni migliori soprattutto ai suoi abitanti greci ed ebraici rispetto alle altre grandi città siciliane»1.
J. Becker, … ut omnes habitatores Messane tam latini quam greci et hebrei habeant predictam libertatem … Vita
cittadina e cittadinanza a Messina tra Normanni, Angioini e Aragonesi, in Urban Dynamics and Transcultural
Communication in Medieval Sicily, eds. T. Jäckh, M. Kirsch, Ferdinand Schöningh, Leiden 2017, pp. 60-63 e
1
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Messina, una città multietnica nel mondo mediterraneo
«Dicono, ch’era la Città di Messina in quattro parti divisa»: così il gesuita Placido Samperi, a metà Seicento, rievoca l’immagine medievale dell’impianto urbano. La prima contrada sarebbe stata quella dei greci, o Grecìa: non lontana dal porto, cominciava dal palazzo reale e sino al suo tempo la Porta della Marina, vicina al nuovo seminario, veniva detta
Porta de’ Greci. Nel rione abitavano greci, «così paesani, come levantini».
Il secondo dei quattro quartieri era la contrada della Giudecca, nucleo autonomo e
distinto, dove «separatamente moltissime famiglie d’Hebrei Mercanti attendevano a loro
guadagni», esercitando fondamentalmente – ad avviso di Samperi – la mercatura.
Al suo tempo, in questa parte della città, «hoggi si vede l’ampia strada detta Cardines
dal Vicerè».
Segue la contrada di Gentilmeni, sulla cui denominazione si incrociano discordi pareri, «ma io porto opinione – afferma Samperi – che Gentirmeni, come chiama il volgo,
fosse nome corrotto da gente Armena, e che quivi havesse questa natione habitato». L’area
è prossima alle mura; vi si apriva un’antica porta detta «Gentismenium» e lì, resistendo
ai saraceni, la Legione Armena avrebbe difeso la città. Sempre parlando dell’età pre-moderna, il gesuita conclude: «questa natione col traffico del Levante è stata in ogni tempo
familiare di Messina».
Infine, quarto quartiere della congetturata divisione, ci sarebbe la contrada della Latina,
detta così perché si pensava che «quì habitavano anticamente i Latini, e che in questo Tempio la prima volta havessero esercitato col Clero le cerimonie, e riti latini».
«Mà questa divisione in quattro parti della Città, non mi par verisimile» – commenta
Samperi – perché essendo stata sempre Messina una città «mercantile», ogni sorta di genti
vi affluisce. Così diverse «nationi» hanno contribuito a determinare il nome di alcune
contrade, dove avevano fissato la loro dimora: come i genovesi presso l’antica chiesa di San
Cataldo, luogo nel quale per i loro «frequentibus domiciliis» esisteva un vico detto appunto
dei Genovesi; come i pisani, presso la chiesa dei Santi Pietro e Paolo detta giusto dei Pisani,
e così allo stesso modo il territorio urbano circostante; come i fiorentini che diedero nome
alla strada, che dalla piazza dell’Uccellatore scendeva alla zona degli argentieri e degli
orefici; in età moderna quella via prenderà il nome di Ruvolo (grande quercia) o degli Argentieri. A queste aree, «hospitia» di diverse nazioni, più tardi si aggiungerà la via Calabra,
per la crescente presenza di calabresi2.
69-70; The History of Tyrants of Sicily by ‘Hugo Falcandus’ 1154-69, traduzione e curatela di G.A. Loud, T. Wiedemann, Manchester 1998, p. 156.
2
P. Samperi, Iconologia della gloriosa Vergine madre di Dio Maria, Matthei, Messina 1644, p. 526; P. Samperi,
Messana illustrata, Messina 1742, p. 184; N. Aricò, E. Bellantoni, G. Molonia, G. Salemi, I quindici comparti,
in Cartografia di un terremoto: Messina 1783, “Storia della città”, 45, 1988, p. 95. La via dei Fiorentini era
«detta oggi Ruvolo, per l’alto, ed antichissimo arbore di rovere, che ivi fino ai giorni nostri vedevasi». C.D.
Gallo, Annali della città di Messina, tomo primo, Gaipa, Messina 1756, pp. 28, 88 e 146. Nella città d’età
moderna permane il ricordo della Porta dei Gentilmeni, «o come altri vuole della Gente Armena, cosi detta,
perché quel Rione abitato veniva dalla Nazione Armena». La chiesa di Santa Maria la Concezione ai Gentilmeni era anticamente collaterale alla porta nella cinta medievale; nell’età successiva si parla della «rovinata
porta dei Gentilmeni». C. Cigni, Fonti economiche e demografiche per lo studio del territorio. Messina e le
50
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Giuseppe Restifo
Ancora agli inizi del sec. XVI si mantengono le denominazioni di «ruga» (strada) e di
contrada degli Amalfitani «grande», per distinguerla dall’altra contrada detta Amalfitana
Piccola, ch’era verso il Pozzoleone e dove insisteva la chiesa di San Michele. «Erano gli
Amalfitani – spiega l’annalista messinese Cajo Domenico Gallo – Negozianti d’Amalfi, che
col decorso del tempo cadendo il commercio, e subentrando nel traffico altri di Calabria,
che portavano telarie, restò la denominazione alla strada che oggi diciamo dei Calabresi».
A questi si aggiungeranno i palermitani, alla cui confraternita venne concessa nel 1753 la
chiesa Santissimo Nome di Maria, che naturalmente fu dedicata a Santa Rosalia3.
Fino al 1492 anche a Messina c’era una contrada chiamata anticamente la Giudecca,
nelle cui vicinanze permaneva l’oratorio della Madonna della Neve. In questo avvenne
un fatto notabile, ricordato per tradizione «de vecchi convicini» per essere occorso a una
donna giudea, che abitava in quella contrada, «con quei della sua natione, in tempo, che i
Giudei liberamente habitavano in questo Regno di Sicilia».
Adiacente era la Porta della Giudecca, i cui «residui» si scorgevano in età moderna
nella piazza detta anch’essa della Giudecca. Tutto il «tratto di muraglia» della zona veniva
indicato come contrada del Paraporto, al cui ridosso si segnalava l’oratorio dei Padri di
San Filippo Neri, dopo il loro trasferimento nella strada della Giudecca detta Cardines a
partire dagli inizi del ’600, «ed il sito è lo stesso, dove un tempo fu Ghetto, ed abitazione
degli Ebrei»4.
Altra presenza nella città dello Stretto che appare esaurirsi nel ’400 è quella dei pisani,
i quali tuttavia lasciano una traccia ben visibile nella contrada di San Pietro e Paolo dei
Pisani. Qui era l’omonima chiesa; «per loro commodità hebbero questo Tempio vicino al
Porto», dal momento che a Messina, «per cagion de’ traffichi, molti Mercanti Pisani, havevano Navi, e Galee». La chiesa di San Pietro e Paolo era della «Nation Pisana», la quale
«anticamente in Sicilia fioriva, et in Messina in particolare». Allo sfiorire della nazione pisana il vuoto viene subito colmato con l’elevazione della chiesa a parrocchia, di cui diviene
titolare il canonico della Chiesa metropolitana.
Nel 1606 i Crociferi si impossessano del luogo e dell’edificio, che da loro viene ingrandito, anche se manterrà l’intitolazione originaria fino al XXI secolo5.
Un elemento di identificazione “diversamente etnica” in età moderna è dato sicuramente dalle chiese: così avviene per il nesso fra gli spagnoli e la parrocchia di San Giacomo Apostolo, posta dietro le absidi della cattedrale. «Il Samperi peraltro fornisce un dato
di grande interesse anche per le implicazioni sociali e cultuali»: la chiesa ospitava ai suoi
tempi – la metà del Seicento – la confraternita «detta altrimenti di Gente Spagnola» precisando poco dopo la nota divisione delle chiese cittadine per etnie. Qui si possono cogliere
circoscrizioni parrocchiali nel Settecento, tesi di Dottorato di ricerca, Università degli Studi di Roma “Tor
Vergata”, a.a. 2009-2010, pp. 138 e 140.
3
Aricò, Bellantoni, Molonia, Salemi, I quindici, pp. 61, 72, 92 e 114; Gallo, Annali, p. 222.
4
Samperi, Iconologia, p. 484; Gallo, Annali, pp. 88 e 133.
5
Samperi, Iconologia, p. 198; Gallo, Annali, pp. 117 e 232.
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Messina, una città multietnica nel mondo mediterraneo
in particolare: gli alemanni e il tempio vicino a San Michele Arcangelo, i lucchesi e Santa
Cita, dirimpetto al convento di San Domenico.
Questa seconda cappella, anticamente detta San Nicolò dei Gentiluomini, era di rito
greco, poi fu dedicata appunto a Santa Cita6.
Al tempo di Carlo V e quando la città di Messina non era estesa al di là del palazzo
reale, contigua all’antica chiesa di Santa Lucia detta della Grecìa, vi era una Porta «che delli
Spagnoli o di Terranuova denominavasi, come si scorge dalle antiche carte Topografiche di
quei tempi». Nella stessa parte meridionale della città era situato il convento di San Girolamo, con una cappella dedicata alla Madonna del Rosario. Nel 1554 questa viene concessa
alla «Compagnia» così intitolata e formata in particolare dai soldati del castello del San
Salvatore «della natione Spagnuola» e da quelli «che della medesima natione nell’avvenire
volessero esser Fratelli». Ai dieci scudi pagati annualmente ai frati debbono corrispondere
il «cantar la Messa solenne» nella festa del Rosario e le messe «per l’anime de’ Fratelli, e
delle Sorelle della Compagnia del Rosario defonte». La presenza iberica nella chiesa di San
Girolamo è marcata anche dai marmi funerari, fra cui quello di «Diego Sedegno huomo
assai honorato, et trattenuto con carichi assai honorevoli tra la militia Spagnuola»7.
L’ingresso della nazione catalana nella chiesa dell’Annunziata “firma” la sua presenza
nel cuore del centro marittimo, «nella miglior parte della curvità del Porto», in una zona
“nobile” della città.
La chiesa di Santa Maria Annunziata, che sorgeva sopra l’antico tempio di Nettuno ed
era inizialmente confinante con la fortezza della città chiamata Castello a mare, perché a
guardia del porto, era stata restaurata e dichiarata cappella reale dagli aragonesi. I catalani,
che «ò per cagion di servitio, e di corteggio, ò per cagion di mercantia» abitavano in Messina e «fiorivano nel commercio marittimo», chiesero al sovrano aragonese «per la loro
Nazione» la chiesa, «ove congregar si potessero per esercitar le opere di pietà». Concessa,
affinché «prosperassero ne’ loro negotij», presero come patrona la Vergine Annunziata;
per rimarcare insieme questa loro devozione e la loro provenienza, sull’altare maggiore
fecero campeggiare un dipinto con la «Signora Annuntiata dall’Angiolo» e con santa Eulalia, patrona di Barcelona, ai piedi. Poi, essendo capitato in Messina dopo il sacco di Roma,
Polidoro Caldara da Caravaggio, «ingegnosissimo Dipintore dell’età sua», il console della
«Natione Catalana» Pietro Ansalone gli commissionò «la bellissima dipintura dello Spasimo della B. Vergine»; alla consegna e alla posa del quadro nella chiesa si celebrò una
memorabile festa nel 1534. Famosa divenne dunque la festività dello Spasimo, «sebene poi
con gli anni, essendo rimasti pochi della Nation Catalana… si tralasciò questa solennità».
In effetti pian piano vennero a mancare col tempo la «Natione» e il «pomposo culto». Tentò di rimediare l’arcivescovo Lombardo portando nella chiesa il Santissimo Sacramento
6
Aricò, Bellantoni, Molonia, Salemi, I quindici, pp. 67 e 91; E. D’Amico, L’antica chiesa di S. Giacomo apostolo
a Messina, in Archivio storico messinese, 93, 2012, p. 41.
7
Gallo, Annali, p. 88; Samperi, Iconologia, p. 476; G. Buonfiglio e Costanzo, Messina città nobilissima, de’ Franceschi, Venezia 1606, p. 20v.
52
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Giuseppe Restifo
nel 1587, per «commodità di quella parte della Città così Nobile», ma questo non evitò il
rischio corso nel 1602, quando «alcuni» tentarono «di spogliar questo Tempio di sì ricco
thesoro». In quell’occasione si difese in tal modo la «Nation Catalana, che ne rimase vincitrice», proseguendo ad aver cura della chiesa e mantenendo la propria «fraterna»8.
A loro volta «i Signori Mercanti Fiorentini» adocchiarono l’oratorio sotto il titolo di
san Michele Arcangelo e lo chiesero all’arcivescovo D. Giovanni Retana, affinché «havessero quivi buona commodità, per ritirarsi da’ tumulti dei loro negotij, et attendere alle
christiane virtù». Nel 1580 Retana lo concede alla «Nazione Fiorentina», che lo dedica al
“Precursore” san Giovanni Battista, conservando anche un’iscrizione lapidea «con carattere arabico» proveniente dal tempio di Ercole preesistente all’oratorio. Nella strada Austria
si erige quindi il nuovo edificio sacro, sotto il governo della «Natione Fiorentina», che
«intendentissima delle buone arti» lo abbellisce riccamente e lo orna «con ogni politezza»,
per farlo poi servire «con ogni diligenza, e decoro».
Francesco Frescobaldi, mercante fiorentino, realizza nella chiesa una cappella con un
dipinto raffigurante la Vergine Annunziata, davanti al quale il 25 di marzo si celebra la
solenne festa. La pittura è così bella da essere “puntata” da «un personaggio assai grande»,
il quale cerca di acquistarla dalla «Natione» a qualsiasi prezzo; avendo ricevuto un netto
rifiuto, «si risolse per ogni modo di fargliela involare». Ma i fiorentini, avendo avuto questo
presentimento, operano in modo da metterla in salvo.
Verso gli inizi del 1600, il Senato di Messina progetta di gettare a terra le vecchie case
dell’angusta strada, che, essendo stata dimora degli ebrei, veniva chiamata della Giudecca.
Per ornamento della città, si vuole fare la nuova strada Cardines, ma nel piano del tracciato, fra 1604 e 1605, si sarebbe dovuto smantellare la chiesa di San Giovanni Battista.
Gli anziani messinesi e molti «huomini eruditi amatori della Patria», insieme alla «Nation
Fiorentina» gagliardamente si opposero al progetto, ricorrendo «con una eloquentissima
oratione» pure al patriarca e arcivescovo Secusio.
L’«arringo» per la difesa della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini fu dato anche alle
stampe. Si sospese allora l’esecuzione del programma urbanistico.
Tuttavia nell’anno 1623, essendo stata già cominciata la strada, per tirarla diritta fu necessario procedere in modo da togliere «quell’impedimento». Il Senato diede ordine che,
con le stesse pietre, con le stesse misure e secondo il medesimo modello, si riedificasse la
nuova chiesa di San Giovanni Battista, nel lato orientale della via Cardines all’incrocio con
la via Austria. «Per soccorso» il Senato diede alla «Nation Fiorentina» due mila scudi. Nel
XVIII secolo si era registrata tuttavia una progressiva assenza della nazione fiorentina, per
cui la chiesa passò a una congregazione di preti, che vi insegnavano il catechismo9.
Aricò, Bellantoni, Molonia, Salemi, I quindici, p. 67; Gallo, Annali, pp. 169-170 e 615-619; Samperi, Iconologia, p. 231; Buonfiglio, Messina, p. 32v; C. La Farina, Intorno le belle arti, e gli artisti fioriti in varie epoche in
Messina, Messina 1835, p. 22.
8
Aricò, Bellantoni, Molonia, Salemi, I quindici, pp. 60-61; Gallo, Annali, pp. 14, 28 e 146; Buonfiglio, Messina,
p. 17v.; Samperi, Iconologia, pp. 10, 43 e 622-625; si veda pure Difesa fatta in Messina dalla natione fiorentina
in favor del Tempio di S. Gio. Battista per non buttarsi à terra, Messina 1605.
9
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Messina, una città multietnica nel mondo mediterraneo
I genovesi trovano sede nella cappella dei mercanti, situata nel chiostro del convento
di San Domenico, dopo aver abbandonato la chiesa di San Cataldo della «Nazione Genovesa», che poi diverrà la chiesa di Santa Maria del Carmine Maggiore con il convento dei
carmelitani, posta nella contrada del Pozzo Leone10.
Sin dal 1117 Ruggero II aveva donato una casa al console dei genovesi vicino al castello
reale; con Federico II si ha la concessione, «per comodo dei loro traffichi», di un palazzo
in Messina, perché vi potessero edificare le loro logge. Ancora in età moderna la loggia dei
Genovesi è vicina alla Dogana Regia.
I genovesi erano talmente integrati nella vita cittadina già dall’età medievale, «che gagliardamente per più tempo difesero quella città contro i feroci e aspri assalti degli Angioini». E il re Giacomo, volendo far stabilire mercanti catalani in Sicilia, ordinò che fossero
trattati «alla maniera dei Genovesi»11.
Lasciata la chiesa di San Cataldo, saranno la chiesa di San Domenico e il convento dei
domenicani a ospitare l’oratorio di San Giorgio della «Nazione Genovesa». Nella prima
età moderna nel chiostro si vede la cappella dei mercanti genovesi con la pala del santo
“ufficiale” della Repubblica di Genova, mentre nella navata principale della chiesa è posto
il monumento marmoreo del “Capitan” Visconte Cigala. «Ora però – scrive l’annalista Gallo a metà Settecento – quest’Adunanza è affatto estinta, ed il quadro celebre di San Giorgio
di mano di Cesare Milanese si conserva in Sagrestia.12»
A ben guardare, tutte le presenze forestiere, a cominciare dalla “latina”, non fanno altro
che innestarsi su una “etnia” primigenia: al di là delle espressioni del Falcando sulla città
«rivolta ai traffichi e ad altre imprese di mare» e densa di presenze diverse, Messina all’arrivo dei normanni era popolata «abbondantemente da greche famiglie»13.
La stessa storia degli edifici sacri, delle chiese, degli oratori e delle cappelle rende visibile questa esistenza “anteriore”. Dietro il palazzo reale vi è la piccola ma antichissima
santa Lucia delli Greci, già contigua alle antiche mura della città, vicino alla porta «per cui
si usciva alla Campagna». La chiesa era preesistente alla potestà musulmana e forse d’impianto bizantino. Poco distante dal palazzo reale erano pure Santa Maria della Candelora
e Santi Elena e Costantino, chiese di rito greco, nell’antica contrada del Paraporto. Poi
nel piano, detto ancora la Grecìa, si vedeva Sant’Angiolo, che viene rifatta nel 1543 con il
nuovo titolo di santa Maria delli Derelitti, «abbenchè non potè mai rimoversi quello di S.
Angiolo, che in vece della Grecia prese il titolo dei Rossi»14.
10
Gallo, Annali, p. 183.
R. Gregorio, Opere scelte, terza edizione, volume unico, Garofalo, Palermo 1845, pp. 217, 283-284 e 768;
Gallo, Annali, p. 288.
11
12
Buonfiglio, Messina, p. 26r; Gallo, Annali, pp. 120-121; Aricò - Bellantoni - Molonia - Salemi, I quindici, p. 92.
13
Gregorio, Opere scelte, p. 82.
14
Gallo, Annali, p. 160; Aricò - Bellantoni - Molonia - Salemi, I quindici, p. 55; Buonfiglio, Messina, p. 19r.
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Nel tempo, e soprattutto nel ’500, i greci si allontanano dall’originaria contrada della
Grecìa, prossima al palazzo reale e alle mura meridionali, per spostarsi nei quartieri a
settentrione: qui, «nel Piano di S. Gio. Battista», l’arcivescovo Simone Carafa elegge come
unica parrocchia per questa etnia la chiesa sotto il titolo di san Nicolò dei Greci. In questa
si riverisce l’immagine della Vergine Odigitria, portata dai “rifugiati politici” fuggiti nel
1533 da Coron nel Peloponneso. Appena giunti a Messina avevano chiesto all’arcivescovo
un’antica chiesa, «pure de’ Greci» dedicata ai Santi Innocenti; ottenutala, prese il nome di
San Nicolò e vi si stabilì «una numerosa Confraternità di persone honorate della natione
Greca». Eretta San Nicolò in parrocchia, essa amministrava i sacramenti «a tutt’i Greci
Orientali in qualunque parte della Città abitassero». Il 25 marzo si portava in processione
l’immagine miracolosa della Madonna Odigitria, «ma poscia per la scarsezza dei tempi,
non potendo quella Chiesa supplire alle spese, si è dismessa».
Presso la chiesa di san Giovanni Battista Gerosolimitano, si estende quindi l’area abitata dal Cinquecento in poi prevalentemente dall’etnia greca; qui si ritrovano la strada dei
Greci e i nominativi ellenici di svariati proprietari e affittuari residenti. «La presenza di
un discreto numero di mercanti, specialmente di etnia greca, di fondaci, di due locande o
posate… testimoniano un intenso passaggio di uomini e merci in quest’area della città.15»
In un altro punto della città vi è l’antichissima chiesa di santa Marina, preesistente alla
dominazione musulmana e restaurata in epoca normanna. Questa chiesa è servita da sacerdoti greci ed è «frequentata dalle genti di quella natione», fra cui una buona quantità di
rodioti, pervenuti a Messina dopo la conquista ottomana della loro isola16.
Infine nella centralissima strada Austria è situata la Cattolica, chiesa del protopapa del
clero greco dal 1168. A questa cattedrale prestano ubbidienza tutte le chiese greche esistenti in Messina e in essa si venera e si festeggia il 3 giugno – in perfetta sintonia e in gara con
il clero latino – santa Maria della Lettera, patrona della città17.
Per breve tempo, nella seconda metà del Cinquecento, il grappolo etnico messinese
ebbe anche degli acini scuri: la confraternita degli schiavi neri, che aveva trovato sede nella
chiesa di San Marco, la quale sorgeva nel piano di San Filippo dei Bianchi.
La confraternita aveva i suoi dirigenti e i suoi membri partecipavano ai riti devozionali in città. La fratellanza è tenuta in buona considerazione, tanto da meritare un’ambita onorificenza: il 25 aprile, giorno di san Marco, viene visitata dal Senato cittadino.
La classe dirigente messinese consente questa forma di identità, che peraltro non mette
in discussione la struttura gerarchica della città e nello stesso tempo concorre alla sua
integrazione. Ma nel 1580 nella vicina chiesa di san Filippo si insediano i frati spagnoli
della Trinità della Redenzione dei Cattivi, che avendo il compito di riscattare gli schiavi
e di educarli alla religione cristiana, iniziano una sorda lotta contro l’esistente confraternita degli schiavi. Così i frati trinitari alla fine riescono a spingere le autorità ad abolire
15
Cigni, Fonti, pp. 43, 169, 414 e 422; Samperi, Iconologia, pp. 536-538; Gallo, Annali, p. 226.
16
Gallo, Annali, p. 220; Aricò, Bellantoni, Molonia, Salemi, I quindici, p. 103; Samperi, Iconologia, pp. 609-610.
17
Gallo, Annali, pp. 32-33 e 191.
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Messina, una città multietnica nel mondo mediterraneo
la confraternita e a far trasferire in una cappella della propria chiesa il dipinto di san
Marco18.
A questo punto, va notato come il Cinquecento sia il secolo dell’apice della multietnicità della città dello Stretto, ma allo stesso tempo il punto d’inizio del suo declino.
Il registro della grande storia del Mar Interno annota il cangiante ruolo di Messina,
luogo d’accesso del sistema reticolare mediterraneo in età moderna. Con acume lo storico
Rosario Gregorio, agli inizi dell’Ottocento, vede «le scoperte del Nuovo mondo» come
apertura d’una fase diversa per le città portuali siciliane, in particolare per Messina e Trapani, «ammendue città fiorentissime, e che avean date loggie, alberghi, e chiese alla più
parte delle nazioni, che vi esercitavano i lor traffichi, e vi teneano i lor consoli». Solo e in
qualche modo poté dopo ripigliarsi Messina, «imperciocchè per essa avviossi quell’avanzo
di commercio, che a farsi continuò per le antiche vie col levante»19.
Così come mutanti appaiono gli spazi e il paesaggio, le fasi storiche e le congiunture,
allo stesso modo si manifestano gli abitanti del Mediterraneo. Rivestono una notevole importanza coloro che si combinano in quelle frazioni di umanità sempre in movimento
– una sorta di internazionale nomade – e che si vanno ad addensare e a diluire nelle città-porto. Tuttavia le realtà urbane marittime del reticolo mediterraneo, in età moderna,
debbono affrontare l’aggressiva avanzata dei luoghi centrali, delle capitali e degli Stati a
essi sottesi; l’ingegneria etnica, fatta di “nationes” forestiere e di genti locali, risulta a un
dominio centrale troppo complessa, pericolosa per la mista sociabilità che comporta20.
Da questo processo conflittuale percebile sull’arco di tre secoli deriva quindi un progressivo deperimento della multietnicità, come si può verificare nell’esemplare caso di
Messina, nel passaggio dal medioevo alla piena età moderna. Ciò avviene visibilmente, per
la verità, nella sfera occidentale del Mediterraneo; non così accade nelle società marittime
nordafricane, che Albert Camus indicava come luoghi in cui il Mediterraneo trovava la
piena espressione nell’incontro fra Est ed Ovest e dove i corsari mostravano le loro origini
multietniche e davano luogo a forme di cosmopolitismo21.
Se è vero che multiculturalità e multietnicità sono fin dall’antichità un connotato delle
grandi città portuali, per superare qualsiasi tentazione di sguardo “attualizzante” occorre
con rigore riprendere il filo non lineare della storia mediterranea, per segnarne mutamenti
e discontinuità. Se è vero che il mondo mediterraneo ha inventato la città-stato, l’urbanità,
la cittadinanza, la politica, e che, in misura maggiore o minore, le città mediterranee sono
G. Restifo, Même les esclaves peuvent avoir une confrérie, in “Cahiers de la Méditerranée”, 87, 2013, pp. 291292.
18
Gregorio, Opere scelte, pp. 519-520; si veda G. Giarrizzo, Gregorio, Rosario, in Dizionario Biografico degli
Italiani, volume 59, 2002, in http://www.treccani.it/enciclopedia/rosario-gregorio_%28Dizionario-Biografico%29// (accesso 1.4.2018).
19
20
E. Gugliuzzo, Libri e dibattiti, in “Incontri mediterranei”, 2, 2002, p. 355.
M. Fusaro, After Braudel, in Trade and Cultural Exchange in the Early Modern Mediterranean. Braudel’s
Maritime Legacy, eds. M. Fusaro, C. Heywood, M.S. Omri, I. B. Tauris, London-New York 2010, pp. 16-17.
21
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state multiculturali, multireligiose e multietniche per lunghi periodi22, certamente c’è una
rottura di continuità a partire dalla metà del Quattrocento. Diventerà da allora sempre
più distinguibile l’incrinatura mediterranea, fra la Costantinopoli multiculturale e multireligiosa a oriente e la soglia occidentale/orientale di Messina, da cui vengono espulsi gli
ebrei e in cui gli “antichi” greci perdono sempre più peso, così come d’altronde avviene per
genovesi, amalfitani, catalani, pisani e fiorentini23.
Appare significativa del restringimento del pluralismo etnico la comparsa nella città
dello Stretto di calabresi e palermitani, registrati fra toponimi e fratellanze nella piena età
moderna. Persino degli spagnoli, che pure provenivano dalla “dominante” potenza imperiale, si perdono le tracce all’esordio del Settecento; per non parlare degli schiavi neri
cristiani, che riuscirono a marcare una presenza abbastanza breve e contrastata, e che già
all’inizio del Seicento si era volatilizzata. Tutte queste presenze “straniere” esprimono –
insieme alla cittadinanza – resistenze al processo di affermazione di un dominio centrale,
ma alla fine o riprendono quella strada sotto il mare che mai s’era persa e che riconduceva
“a casa” o trovano la strada verso il cuore della città per mescolarvi accenti e geni e da ciò
nascono nuovi messinesi.
Nel Mediterraneo d’età moderna i più visibili gruppi umani veramente plurali sembrano essere gli equipaggi delle navi che percorrono il mare avanti e indietro: capitani e raìs,
schiavi e passeggeri, soldati e mercanti, consoli e religiosi, pellegrini e spie, navigatori e
marinai, pirati e corsari, cuochi e medici, bonavoglia e galeotti, rematori e artiglieri, mozzi
e lupi di mare, dame e vescovi, ufficiali e mezzi marinai si affollano sulle tolde, sui ponti
e sottocoperta delle navi di tutte le bandiere, in una babele di lingue, di provenienze e
destinazioni. Eppure la nave andava. Anche sui vascelli ottomani si trovavano ciurme ed
equipaggi tratti da “stocks” di marinai etnicamente misti ma travolgentemente mediterranei d’origine. Importante era che il vascello andasse24.
Tutte le navi hanno un luogo di nascita e in genere è una città portuale; quindi sono
come dei brani di quella città che galleggiando ne portano schegge per il vasto o per il
ridotto mare che navigano, per il Mediterraneo grande o per un Mediterraneo magari più
limitato, di cabotaggio. Nave poliedrica è quella partita dalla città multietnica dell’età moderna e riapprodata in questi giorni del XXI secolo; una nave poliedrica dell’età moderna
poteva avere a bordo sfaccettate e colorite molteplicità di gruppi e individui, ma essi tutti
cooperavano per raggiungere una meta, un porto, un rifugio, un santuario, un magazzino; all’attracco del XXI secolo, pure nel più solare porto mediterraneo, sul molo si trova
la nebbia ed è calata fitta e pochi sanno dove andare, in direzione del cuore impegnato di
futuro della città.
22
S. Guarracino, Il Mediterraneo tra cristianità, ebraismo e islam, in “Mediterranea”, IV, 2007, p. 222.
Per Costantinopoli in età moderna si veda, fra i numerosi altri, E.J. Holmberg, An Ottoman City of Strangers:
Placing the Jews in early modern English texts on Istanbul, in “Città e storia”, VII, 2012, pp. 117-134.
23
24
E. Gugliuzzo, Factories of galleys. Mediterranean Arsenals in the Early Modern Age, Messina 2012, p. 46.
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