letteratura-italiana-contemporanea-sintesi

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Letteratura Italiana
Contemporanea
Letteratura Italiana
Universita degli Studi Roma Tre
21 pag.
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VERISMO fine 800
POESIA DIALETTALE fine anni 20
DECADENTISMO seconda metà 800 – prima guerra mondiale
VOCIANI primo 900
CREPUSCOLARISMO inizio 900
FUTURISMO inizio 900
NEOREALISMO 1930-1950
ERMETISMO 1930-1940
ESISTENZIALISMO 1920-1950
REALISMO MAGICO 900
VERISMO (Al di là dei singoli autori è importante il fatto che il verismo servì a promuovere un linguaggio
diretto sulla descrizione del reale, un linguaggio che successivamente è divenuto più crudo ma non per
questo meno letterario.) Scrittura di racconti di vita quotidiana, come per esempio le vicende dei pescatori
siciliani (Malavoglia). Si basa sul vero, vicende così come sono realmente. Soggetti spesso le classi sociali
meno abbienti. Altra caratteristica concezione pessimista della vita di tutti i giorni. Gli autori non devono mai
commentare ma solo descrivere. Fotografia della realtà.
POESIA DIALETTALE Nel Novecento il dialetto viene scelto dai contemporanei soprattutto per uscire
dalla prigione della lingua tradizionale, sentita come esaurita, inadatta e insufficiente ai fini dell’espressione
poetica.
DECADENTISMO Pascoli. Crisi totale dei tradizionali valori etici e conoscitivi, poesia come metodo di
intendere e svelare la realtà. Raffinamento della tecnica e dei mezzi espressivi: la parola tende a sottrarsi ad
ogni vincolo di natura logica e concettuale. Nuova esperienza metrica del verso libero, linguaggio simbolico,
poesia come illuminazione. Irrazionalismo. Rifiutata la visione positivistica.
VOCIANI La maggior parte di questi scrittori proveniva dall'esperienza della rivista La Voce e si
riconoscevano nel suo programma che esaltava il rinnovamento della cultura e delle lettere; molti di loro si
riconoscevano per le proprie posizioni interventiste e cercarono di vivere la Prima guerra mondiale non solo
attivamente ma anche a livello letterario. Spinti dalla necessità di abbandonare tutti gli schemi tradizionali
della narrazione dell'Ottocento, da quella del naturalismo e del verismo a quella psicologica, sperimentano
un tipo di scrittura frammentata e di breve misura. Le tematiche di questi scrittori sono di
carattere autobiografico e tendono, più che a raccontare, a testimoniare una esistenza che rifiuta
l'oggettività e mette in risalto una forte tensione etica e una sentita inquietudine morale. La narrazione viene
così ad essere spezzettata e anche il linguaggio, che utilizza diversi codici linguistici, più che raccontare
esprime e testimonia. (corrente che ebbe origine dalla rivista La Voce, settimanale e poi quindicinale di
letteratura, ma anche di cultura e d’impegno politico, civile e morale, pubblicato a Firenze tra il 1908 e il
1916)
CREPUSCOLARISMO Poeti che condividono un rifiuto del tono eroico e sublime. Sono antiretorici, tristi.
Tramonto di una tradizione poetica. Govoni, Corazzini, Gozzano, il maggiore esponente, poeta delle buone
cose di pessimo gusto. Un poeta divertente. Prima raccolta La via del rifugio 1907, I colloqui 1911.
FUTURISMO Marinetti- manifesto futurista, dichiarazione d’intenti, viene pubblicato 1909. Esaltazione
velocità e macchine, rifiuto tradizione classica, attrazione per la guerra, ricerca del nuovo e provocazione
culturale. Palazzeschi e Marinetti. Rifiuto convenzione, sganciata dalla grammatica, dalla sintassi, dalla
punteggiatura. Parole in libertà, segni, suoni, onomatopee (Zang Zang Tumb Tumb-Marinetti).
NEOREALISMO (ESPRESSIONISMO)
No scuola. Intellettuali reduci dalla Seconda guerra mondiale che volevano proporre nuovi valori per la
ricostruzione di un’Italia fascista. Esigenza di documentare e far conoscere la realtà così com’era. Parte ’43
fino ‘55. 8 settembre 1943 armistizio. Caratteristiche: rinascita morale e politica, intellettuale militante,
nuovo linguaggio- vicino all’italiano medio- per pubblico vasto. Unione sovietica vista come libertà, luogo
mitico, dittatura proletariato. VITTORINI rottura con il partito comunista, fonda rivista Il Politecnico.
Modelli letterari: Il verismo di Verga e Capuana, 1880. Anche narrativa americana del primo 900
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(Hemingway). Realismo italiano anni 30 (Moravia). 2 filoni:
Memorialistica ed esperienze di guerra (Vittorini, Fenoglio, Calvino nella prima fase, Pavese, Primo Levi) ed
analisi della vita del popolo (Moravia, Pratolini)
ERMETISMO anni 30, ambiente fiorentino. Rivista floralia. Ungaretti, Montale, prime opere di
Quasimodo. Nasce dall’esigenza di ridare alla poesia la sua carica espressiva, rifiutano le forme metriche
codificate, le rime e la sintassi, e puntano all’essenziale, linguaggio scarno e ricercato, versi brevi, tante
pause e silenzi. Temi: solitudine, sconfitte, male di vivere.
ESISTENZIALISMO alienazione, indifferenza, drammi esistenziali dell’uomo moderno, assenza di
significato nella vita, morte.
REALISMO MAGICO Contiene un elemento magico e sovrannaturale (o paranormale). L'elemento
magico può essere intuito ma non è mai spiegato. I personaggi accettano invece di mettere in questione la
logica dell'elemento magico. Esibizione di ricchezza di dettagli sensoriali. Distorsioni temporali, inversioni,
ciclicità o assenza di temporalità. Un'altra tecnica è quella di collassare il tempo in modo da creare
un'ambientazione in cui il presente si ripete o richiama il passato. Inversione di causa ed effetto, per esempio
un personaggio può soffrire prima che una tragedia avvenga. Incorporare leggenda e folklore. Presentare
eventi da prospettive multiple, ad esempio il credere ed il non-credere o il colonizzatore e il colonizzato. Può
essere una evidente ribellione contro un governo totalitario o contro il colonialismo. Può essere ambientato
in o provenire da un'area di mescolanza culturale. Usa un riflettersi del passato e del presente, dei piani
astrali e fisici, o dei personaggi.
VERISMO
CAPUANA (1839-1915) Lavorò come giornalista, entrando in contatto con molti letterati. Iniziò attività di
insegnante prima a Roma, poi a Catania dove morì. Fu teorico (insieme a Verga) e divulgatore del verismo:
primo romanzo verista Giacinta (1879), romanzo impersonale, analisi minuziosa dei singoli personaggi.
Giacinta violentata da un servo, papà inetto, madre intrigante e avida, rifiuterà di sposare Andrea, il vero
amore, che diventerà il suo amante una volta sposata con il vecchio conte (amore fraterno). Nascerà una
bambina da Andrea che morirà di differite, l’amore con Andrea finisce e lei non avendo un senso, si uccide.
Personaggi anonimi secondo la critica, cioè senza vita fantastica. Capolavoro: Il Marchese di
Roccaverdina (1901) [un marchese uccide il marito della sua amante perché sospettoso, vivrà la vita con il
rimorso]. Capuana sempre legato al naturalismo francese, gusto per il caso patologico e ricostruzione storica
e ambientale precisa, analisi psicologica del personaggio principale. Giacinta provocò scandalo nell’opinione
pubblica. Osservazione attenta. Apprezzati anche La Sfinge (1897), Profumo (1891) e Rassegnazione
(1906).
DELEDDA (1871-1936) Sarda. Formazione letteraria autodidatta. Ha sempre cercato contatti con il mondo
letterario, contatti che le verranno più facili una volta trasferita a Roma, grazie al matrimonio con un
funzionario statale. Fior di Sardegna (1891) primo romanzo. Elias Portolu (1900) storia d’amore di un
ex detenuto per la cognata. Cenere (1904) affronta il tema di un rapporto filiale. Canne al vento (1913)
rappresenta la fragilità dell’uomo travolto da una sorte cieca e spietata. La madre (1920) scandaglia la
relazione fra un sacerdote e sua madre. Cosima (1937-postumo) romanzo autobiografico. Inizialmente era
naturale inquadrarla nell’ambito della scuola verista, ma le manca l’atteggiamento di stacco che si trova nel
Verga come nel Capuana o De Roberto. Tutta la narrativa deleddiana ha per oggetto la crisi dell’esistenza,
che la rende partecipe del clima decadentistico. Sogno, magia e religione pesano sugli eventi quanto le cause
sociali ed economiche.
VERGA (1840-1922) Si iscrive alla facoltà di legge non terminando gli studi preso dalle vicende politiche
(lo sbarco di Garibaldi in Sicilia). Scrive l’inedito Amore e patria (1856) ispirato alla rivoluzione
americana, I carbonari della montagna (1861) (romanzo storico che dedicò ai suoi modelli di allora F.D.
Guerrazzi e A. Dumas) fu pubblicato a sue spese, impegnò la somma destinata al proseguimento degli studi
di giurisprudenza che interruppe. Sulle lagune (1863) fu pubblicato a puntate su un periodico. Diventa
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autore di successo con il romanzo Una peccatrice (1866). Dedicandosi allo studio della vita borghese che
aveva davanti agli occhi si interessa alle figure femminili e alle vicende sentimentali (Una peccatrice, Eva ed
Eros). Trasferitosi a Milano negli anni in cui nasceva la Scapigliatura tra 1873 e 1876 escono i romanzi
Eva, Tigre reale, Eros e la raccolta di novelle Primavera e altri racconti (1877). Grande successo
riscosse Storia di una capinera (1871) racconto di una monacazione forzata della protagonista che,
innamorata del marito della sorella, muore in preda alla disperazione. Con il bozzetto Nedda (1874)
abbandona per la prima volta la tematica mondana per ambientarlo in Sicilia, i protagonisti sono umili
contadini, la protagonista è una donna ma la sua situazione è tragica e concreta, non astratta e sentimentale.
Da questa novella la Sicilia contadina con la sua antica cultura è al centro del lavoro dello scrittore. Nella
seconda metà degli anni Settanta la sua scrittura diventa narrativa come “ricerca di verità”. Fantasticheria
(1880) Vita dei campi (1878) [Rosso Malpelo un ragazzo destinato a lavorare e a morire in miniera,
ricalcando il tragico destino del padre, e Cavalleria rusticana racconto di un duello mortale scatenato dalla
gelosia, episodio dei malavoglia ma racconto a sé stante. Eroe torna a casa, figura materna unico legame.]
precedono I Malavoglia (1881), che appare nello stesso anno in cui appare Malombra di Fogazzaro,
rappresenta la vita di un mondo rurale arcaico, non però del tutto immobile, la storia rompe in quel sistema
arcaico l’equilibrio. Racconta la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci Trezza, un
piccolo paese vicino Catania, protagonista del romanzo è tutto il paese, fatto di personaggi uniti da una stessa
cultura ma divisi da antiche rivalità. La scrittura riproduce alcune caratteristiche del dialetto riuscendo a
adattarsi ai diversi punti di vista dei vari personaggi, il romanzo crea quindi l’illusione che a parlare sia il
mondo raccontato, rinunciando così alla presenza in “prima linea” dell’autore. Romanzo interpretato come
celebrazione di un mondo primordiale e dei suoi valori, rappresenta la disgregazione di quel mondo e
l’impossibilità dei suoi valori. Romanzo corale. Ideale dell’ostrica (coloro che appartengono alla fascia dei
deboli è necessario che rimangano attaccati ai valori della famiglia, al lavoro per evitare che il mondo (pesce
vorace) li divori). L’insuccesso del romanzo verghiano denota la preferenza dei lettori che tende verso il
clima letterario del romanzo di Fogazzaro. Verga continua comunque a pubblicare I ricordi del capitano
D’Arce (1881), Il marito di Elena (1882), le raccolte di novelle Novelle rusticane (1883) [La roba
storia di Mazzarò, un contadino diventato proprietario terriero ma rimasto vecchio e solo, ridotto alle soglie
della pazzia], Per le vie (1882 ispirate all’esistenza squallida della plebe cittadina e della gente di Milano ),
Drammi intimi (1884). Intano inizia la nuova attività di autore di teatro con Cavalleria rusticana (1884)
(prima novella apparsa in Vita dei campi, poi messa in scena nell’84 da un riadattamento dello stesso
Verga). Vagabondaggio (1887) raccolta di novelle che riprende il tema delle novelle “Per le vie”, l’anno
dopo esce a puntate su “Nuova Antologia” Mastro Don-Gesualdo (1889) che mette in risalto la storia del
protagonista che dà il titolo al romanzo, motivo romantico conflitto tra individuo “diverso” e contesto
sociale che lo rifiuta e lo espelle. Di origini modeste, Gesualdo riesce a vincere il suo destino e diventa
ricco. Il matrimonio con una nobile non cancella la sua modesta estrazione sociale, la figlia si vergogna di
lui. Rimasto solo Gesualdo muore nel palazzo ducale di Palermo, abbandonato dai suoi e deriso dalla
servitù. L’ambiente anche qui è siciliano e la lingua rispecchia in modo raffinato la realtà che fa da sfondo al
romanzo. rappresenta la storia di un individuo eccezionale nella sua ascesa e nella sua caduta. Discorso
indiretto libero. Pur dedicando tutta la vita alla conquista della roba, conserva i valori dell’amore e della
famiglia. Non arriva a praticare fino in fondo i valori perché la roba è fondamentale per la sua esistenza>fallimento. Questo romanzo fu un insuccesso, il progettato “ciclo dei vinti” (cioè coloro che nella lotta per
l’esistenza sono destinati ad essere sconfitti) che prevedeva altri tre romanzi ambientati ad un livello sociale
superiore restò incompiuto. Vinta una causa per i diritti di autore contro un musicista riesce a ripianare i
suoi debiti, ma la sua avversione agli intrighi del mondo letterario e per alcuni lutti familiari, si allontana
dall’esercizio dell’arte. Prosegue la produzione per il teatro, La lupa (1896). E nel 1911 riprende a
lavorare alla Duchessa di Leyra (1964) che sarà il terzo romanzo del ciclo dei vinti, scriverà un solo
capitolo e verrà pubblicato postumo. Dopo un saggio di Luigi Russo intitolato “Giovanni Verga” il
riconoscimento dei suoi meriti si fa sempre più largo e l’arte verghiana comincia ad essere apprezzata. Nel
1920 il suo 80 compleanno è festeggiato a Roma e Catania, verrà incoronato nella nomina di senatore il 3
ottobre.
L’attività di Verga può essere divisa in 3 fasi:
La narrativa storico-patriottica degli esordi;
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I romanzi mondani;
La produzione verista.
Pone al centro la volontà di determinare la fisionomia della vita italiana moderna, la società è dominata dai
conflitti di interesse e schiacciando i più deboli (Darwin). Per riprodurre la società nel modo più vero lui
osserva l’ambiente fisico ed il dialetto, documentandosi sui mestieri e sulle tradizioni, inoltre usa uno stile
impersonale in modo che il lettore si trovi “faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra
le linee del libro attraverso la lente dello scrittore”. Così sembra che i personaggi e le vicende si presentino
da sé e chi legge ha l’impressione di essere messo a diretto confronto con la realtà di cui si parla. Per ottenere
l’impersonalità Verga adotta il punto di vista della gente, evita quindi di esprimere il suo personale giudizio
e i suoi sentimenti. Non usa il dialetto perché vuole che le sue opere siano lette in tutta l’Italia, quindi la
lingua è quella nazionale arricchita di termini di origine dialettale, modi di dire e proverbi, una sintassi
modellata sul ritmo della lingua parlata dal popolo.
DE ROBERTO (1861-1927) FATALISMO di De Roberto radici nel positivismo (visione meccanicistica
della storia). Collaborò con molti quotidiani, molto vicino al verismo considerò come maestri Verga e
Capuana. Encelado (1887) poesie di esordio. Ermanno Reali (1889) primo romanzo. L’impero romanzo
incompiuto. Romanzi come Spasimo (1897) e La messa di nozze (1911) pubblicati su vari quotidiani
vennero raccolti e stampati. Si recò frequentemente a Roma a studiare la vita parlamentare in vista di una
ripresa e rielaborazione de L’impero. L’ultima e appartata fase della sua vita si svolse a Catania. Opera
teatrale Il Rosario (1913) . Scrisse anche la monografia critica Leopardi (1898) . Il suo capolavoro sta nel
grande ciclo narrativo dedicato agli Uzeda, un affresco della Sicilia di fine dominio borbonico- inizio unità.
L’illusione (1891), I vicerè (1894), L’ultimo impero (1929) Il presupposto del romanzo è sperimentale
dal momento che si intende verificare la legge dell’ereditarietà attraverso i comportamenti delle diverse
generazioni degli Uzeda, caratterizzate dall’immutabile ossessione del possesso e del potere. La vera qualità
del romanzo è determinata dalla ricostruzione storica dell’epoca che fornisce ai personaggi e alle situazioni
narrative uno sfondo vivo e reale, in grado di ricondurre ogni astrattezza di tesi alle concrete dimensioni
storico-ambientali. Considerato il suo capolavoro, è una vasta narrazione storica di tre generazioni della
famiglia siciliana Uzeda di Francalanza, dai primi moti rivoluzionari siciliani agli ultimi decenni del secolo.
Le vicende si svolgono a Catania dove la famiglia si è trapiantata da alcuni secoli. Alla morte della
principessa Teresa, temuta dai figli, il principe Gaspare mette in giro la voce che i beni lasciati dalla madre
sono gravati da debiti per cui occorrono sacrifici da parte di tutti. Da qui lotte, liti, miserie che si intrecciano
alla quotidiana vicenda dei vari rami dei Francalanza. Dopo Gaspare (che sposa Isabella Grazzeri per volontà
della madre per poi lasciarla per la cugina Graziella) c’è il fratello Raimondo che, infedele alla prima moglie,
sposa una palermitana, pur non lasciando il suo stile di vita libertino. I fratelli vivono nella cornice che a essi
fanno gli zii don Blasco (pettegolo, sensuale e corrotto), donna Ferdinanda (avara, ignorante e chiusa nel suo
odio per le idee nuove), e il più abile e autorevole il duca Raimondo, che per avere amoreggiato coi liberali
riesce ad acquistare vasta popolarità e farsi eleggere primo deputato di Catania al Parlamento di Torino.
TOZZI (1882-1920) Rapporto con il padre difficile lo portò al trasferimento da Siena a Roma, con la moglie
(anche lei scrittrice). A Roma lavorò come giornalista, poi in un ministero. Entrò in contatto con i letterati
dell’epoca. Si traferì nuovamente in Toscana dopo aver vinto un concorso nelle Ferrovie. Morto il padre
tornò a Siena e decise di occuparsi dell’amministrazione dell’azienda familiare. Non interruppe mai i
rapporti con la letteratura, continuò a collaborare con diverse riviste letterarie, fondandone lui stesso una: La
Torre. Sentimentalmente e politicamente instabile cambiò da un iniziale socialismo ad un cattolicesimo
reazionario. Con gli occhi chiusi (1913) fu il suo primo romanzo, durante la grande guerra fu volontario
nella Croce Rossa. La sua grandezza si deve alla trilogia di romanzi sull’inettitudine: Con gli occhi chiusi,
Tre croci (1920), Il podere (1921). Ad eccezione delle prime due, tutte le sue opere furono pubblicate
postumi. Altra opera importante Bestie (1917) frutto della momentanea adesione dello scrittore alla poetica
del “frammento”, diffusa dal gruppo artistico de “La Voce”. Seguace del tardo Verismo, la presenza letteraria
costante nell’opera di Tozzi è quella di Verga, di cui però non condivide l’impersonalità. Tozzi fonde i
moduli espressivi di un certo romanzo naturalista e verista. Egli è profondamente coinvolto nelle vicende dei
personaggi che racconta e non rinuncia all'ansia analitica che non rinuncia al gusto per l'introspezione ed al
soggettivismo. Il reale è necessario ma per essere deformato dal soggetto. Inoltre, la realtà domina e sovrasta
l'io che la subisce quasi inerte. Anche in Tozzi è fortemente presente la realtà rurale, che è vista e subita con
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violenza non solo morale ma anche fisica dai protagonisti dei suoi romanzi. Tozzi osserva nella realtà
un'essenza misteriosa e carica di odio, che non si può spiegare e della quale non si comprende l'origine.
POESIA DIALETTALE
TESSA (1886-1939) Milanese. Si dedica alla poesia già in età giovanile, muovendosi nella tradizione
milanese ma innestandovi modi e spiriti della poesia francese decadentista ed espressionista, rielaborati in
maniera del tutto personale e curando al massimo la musicalità e le sonorità dei versi. I temi preferiti della
sua poesia sono quelli della vita quotidiana del cittadino, ma anche della drammatica realtà della Prima
guerra mondiale nonché quella degli “emarginati della società” (prostitute, ladri) con cui coltivava
discretamente lunghe, fedeli amicizie. Per arrotondare il salario si dedicò all’attività giornalistica. Le sue
liriche sono originali, il discorso appare disorganico e frammentario, il contenuto sembra pervaso da
desolazione, che in parte è di origine culturale (scapigliatura lombarda, decadentismo francese, pessimismo
russo) in parte invece prodotto dalla sua inquieta personalità, dominata dalla sfiducia negli uomini e nelle
loro istituzioni. L’è el dì di mort, alegher! (1932) raccolta di versi, unica da lui pubblicata in vita, passò
inosservata per via dell’opposizione del fascismo per i dialetti. Poesie nuove e ultime (1946), Alalà al
pellerossa: satire antifasciste e altre poesie disperse (1979), Piazza Vetra (1979), Ore di città
(1984), Vecchia Europa (1986), Color Manzoni (1987), Critiche contro vento (1990).
MARIN (1891-1985) Gorizia. Fra le raccolte di versi, pubblicate a partire dal 1912 con Fiuri de tapo,
segnaliamo: Le litànie de la Madona (1949), Solitàe (1961), Elegie istriane (1963), In non tempo del
mare (1965), El mar de l’eterno (1967), I canti de l’isola ( 1970 - raccoglie tutte le poesie pubblicate
fino al 1969), La vita xe fiama (1972), A sol calao (1974), El critoleo del corpo fracassao ( 1976,
dedicata a Pasolini), In memoria (1978), Nel silenzio più teso (1980), Poesie (1981), La vose de la
sera (1985). Ha scritto anche versi in italiano come Acquamarina (1973) e prose. Nel suo dialetto veneto
gradese - pieno di luce, cielo, mare - il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In
esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia
dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin. Poeta di frontiera. Il mare è lo
spazio infinito da cui il poeta trae ispirazione e nel quale vagare, cercare, scoprire il Tutto, l’unitario Tutto,
riconosciuto senso della sua vita e di ogni vita, umana e non. Uno dei suoi temi: il nido come luogo della
coscienza dell’io.
NOVENTA (1898-1960) Giacomo Cà Zorzi. Poesie con tema bellico, quasi sempre legato al paese natale
(San Donà). Nel ’33 abbandona il suo pseudonimo di Emilio Sarpi, periodo caratterizzato da continui viaggi
e svolta a maturità intellettuale. Il Castogallo (1929 a 4 mani con Soldati), Versi e poesie (1956), Il re e
il poeta (1963), Portème via... (1968). In prosa alcune sue pubblicazioni sono Futuro (1958), Il vescovo
di Prato (1958), Il grande amore (1960), Nulla di nuovo (1960), Dio è con noi (1960), I calzoni di
Beethoven (1965), Tre parole sulla resistenza (1965), C’era una volta (1966), Caffè greco (1969),
Storia di una eresia (1971 a cura della moglie), Hyde park (1972).
DECADENTISMO
FOGAZZARO (1842-1911) Sui suoi interessi letterari e sulla sua sensibilità influirono gli scrittori e i poeti
del secondo romanticismo. Dopo un periodo di inerzia e dissipazione si dedicò completamente all’attività
letteraria. Esordì con la novella in versi Miranda (1874) e la raccolta di poesie Valsolda (1876) nota
paesistica, verso immaginoso e musicale ma privo di note personali. Fu interprete di un nuovo modo di
sentire, pur rimanendo legato al solco della tradizione (manzonismo in letteratura e ortodossia cattolica
nell’ideologia). Adesione al manzonismo vivo soprattutto nella descrizione degli ambienti e dei personaggi
minori dialettalmente lombardi, e insieme nella ricezione delle ansie e delle turbe psichiche che sono al
centro dell’interesse della sua epoca, presenti nei protagonisti a partire dalla Marina di Malombra (1881
stesso anno di pubblicazione dei Malavoglia di Verga). Malombra parla dell’allucinante vicenda di Marina
che immagina di essere la reincarnazione di un’antenata morta folle che aveva ucciso un giovane scrittore
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innamorato di lei, Fogazzaro offre un campionario delle esperienze patologiche dell’animo umano, da
inquadrare in quel gusto medianico e dell’occulto che era diffuso nel clima scapigliato. Daniele Cortis
(1885) in una torbida passione d’amore fa da sfondo a un sogno di rinnovamento sociale ispirato a valori
cristiani. Il dualismo tra fede e ragione è al centro di Piccolo mondo antico (1891) considerato il suo
capolavoro. Muovendosi su uno sfondo risorgimentale, mette in conflitto lo spirito patriottico e
conservatorismo austriacante, poi fede cattolica e razionalismo ateo. In questa cornice storica trovano
equilibrio i diversi ingredienti della narrativa di Fogazzaro: ambientazione aristocratica, rappresentazione
macchiettistica e dialettale delle classi inferiori, contrasti sentimentali di anime nobili e raffinate, la
mescolanza di religione e sensualità, il tentativo di conciliare la fede con la scienza. Su questo terreno si
impegnò in un’opera di propaganda anche teorica della filosofia positivistica e dell’evoluzionismo
darwiniano, il suo programma di rinnovamento cristiano lo portò a condividere le posizioni dei modernisti
che ispirano gli ultimi romanzi. Piccolo mondo antico sullo sfondo della guerra d’indipendenza del 1859
narra la storia di un contrasto ideale tra due sposati senza il consenso della nonna austriacante di lui e sono
costretti a vivere in ristrettezze economiche, la figlia muore annegata nelle acque del lago e il contrasto tra i
coniugi si acuisce, il romanzo si risolve nell’esortazione a ritornare al “piccolo mondo” dell’intimità
familiare e nel vagheggiamento nostalgico della “vita calma e sonnolenta di quella generazione di gente
campagnola che passava buona parte del tempo a giocare a tarocchi e a pescare con l’amo. Piccolo mondo
moderno (1900) ideale continuazione del capolavoro in cui la passione amorosa è espiata con una scelta di
vita mistica. Segue Il santo (1905) dove il medesimo protagonista, fattosi monaco, espone le sue idee sulla
rigenerazione morale della chiesa; infine Leila (1911) in cui la protagonista è divisa tra fedeltà al fidanzato
morto e l’insorgere di una nuova passione. Irrisolto il contrasto tra presente e passato, tra decadentismo e
romanticismo tipico di Fogazzaro. Tardo-romantico per temi e modi di scrittura, predilige la terza persona
contrariamente all’uso della prima persona nel romanzo dell’epoca. Nei suoi romanzi la dimensione del reale
va perdendosi nelle sfere di una sensibilità diffusa nei modi del decadentismo. Infine il misticismo di
Fogazzaro altro non è che una dimensione inconscia della propria impotenza, incapace di fondere il reale con
l’ideale.
GOZZANO (1883-1916) Non si laureò mai alla facoltà di legge, seguì i corsi di Arturo Graf con un gruppo
di giovani con cui costituì il gruppo dei crepuscolari torinesi. Nel 1907 rivela la sua necessità di rifugiarsi
nella poesia pubblicando La via del rifugio (1907). Il suo libro più importante I colloqui (1911) è diviso
in tre sezioni: Il giovanile errore, Alle soglie e Il reduce. Per tutto il corso della sua vita collaborò a giornali
e riviste letterarie, fiabe per bambini ( I tre talismani 1914, La principessa si sposa 1917) e novelle
(L’altare del passato 1918, L’ultima traccia 1919). CREPUSCOLARISMO
PAVESE (1908-1950) Timido ed introverso, amante dei libri e della natura sin dall’adolescenza, vedeva il
contatto umano come il fumo negli occhi. ‘Vocazione’ al suicidio si riscontra in quasi tutte le lettere del
periodo liceale. Segnato da profondi tormenti e una drammatica oscillazione fra il desiderio di solitudine e il
bisogno degli altri. Esiliato a Brancaleone Calabro per aver protetto una donna iscritta al PCI inizia a scrivere
Il mestiere di vivere (postumo 1952). Nel 1934 diventa direttore della rivista Cultura. Tornato a Torino
pubblica Lavorare stanca (1936) una raccolta di versi quasi ignorata. Tra il 1936 e il 1949 la sua
produzione letteraria è ricchissima. Durante la guerra si nasconde a casa della sorella a Monferrato il cui
ricordo è descritto ne La casa in collina (1948 che uscì insieme con Il carcere nel volume Prima che il
gallo canti). Il primo tentativo di suicidio avviene quando torna in Piemonte e scopre che la donna di cui
era innamorato nel frattempo si era sposata. A fine guerra si iscrive al PCI e pubblica I dialoghi con il
compagno (1947), nel 1950 vince il Premio Strega con La bella estate, nello stesso anno pubblica La
luna e i falò. Quello stesso anno si toglie la vita in un albergo a Torino lasciando scritto sulla prima pagina
di una copia de I dialoghi con Leucò (1947) “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate
troppi pettegolezzi.”
D’ANNUNZIO (1863-1938) Esordio letterario Primo vere e Canto novo (Carducci) e Terra vergine (Verga).
Opere che si rifanno a Carducci troviamo fusione di io e natura, mentre l’altro presenta mondo idillico,
natura rigogliosa e sensuale, esplodono passioni primordiali. Anni 80 influenza poeti decadenti, temi di
sensualità perversa, femminilità fatale e distruttrice. Coglie alcuni aspetti di Nietzsche, forzandosi entro un
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proprio sistema di concezioni, rifiuta conformismo borghese, esaltazione spirito dionisiaco cioè di un
vitalismo libero, gioioso, ovvero il mito del SUPERUOMO, interpretato da D’annunzio nel senso del diritto
di pochi esseri ad affermarsi. Nuovo personaggio ingloba la precedente immagine dell’esteta conferendone
una diversa funzione. L’estetismo non sarà più rifiuto della realtà, ma strumento di volontà di dominio sulla
realtà. Il mito del superuomo è un tentativo di reagire alle tendenze, direzione opposta esteta, affida al
protagonista superuomo una funzione di vate, di guida. E mentre la figura dell’esteta era in opposizione alla
realtà dominante, la nuova figura, pur con la sua violenta carica antiborghese, offre soluzioni che possono
affermarsi con le tendenze dell’età dell’imperialismo. Artista apre strada al dominio delle nuove élite, porre
fine al caos del liberalismo borghese della democrazia e deve entrare a farne parte egli stesso. Romanzi della
rosa, Il piacere (1889), l’innocente (1892) e il trionfo della morte (1889-94). Romanzi del giglio, Le vergini
delle rocce (1895), la grazia e l’annunciazione. Rosa immagine voluttà, giglio inteso come simbolo
dell’autorità monarchica, vitalità riproduttiva e decadenza, per via del profumo eccessivamente dolce.
Romanzi del melograno, Il fuoco, la vittoria e il trionfo della vita, visione positiva del trionfo della morte.
Questo ciclo di romanzi non sarà mai portato a termine. Il melograno simbolo gloria del trionfo all’interno
della dimensione religiosa neopagana. Tre trilogie avrebbero dovuto formare una visione totale dell’universo
dannunziano.
Studioso, brillante e intelligente ma un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole del collegio che
frequenta, il Cicognini di Prato, celebre per gli studi severi e rigorosi. Primo Vere (1879) prima opera di
poesia pubblicata a spese del padre, sequestrato nel convitto perché eccessivamente sensuale e scandalistico,
ma recensito favorevolmente dalla critica. Al termine degli studi liceali si trasferisce a Roma per frequentare
la facoltà di lettere, ma trascura lo studio universitario per immergersi negli ambienti letterari e giornalistici.
Pubblica sulle riviste Canto novo (1881) la sua seconda raccolta di poesie e il primo romanzo Terra
vergine (1882). Questo è anche l’anno del matrimonio con la duchessa Maria Altemps Hordouin di Gallese.
Il matrimonio è osteggiato dai genitori di lui, in questo periodo D’annunzio era perseguitato dai creditori a
causa del suo stile di vita dispendioso. Nascono i due figli, ma D’annunzio riacquista l’entusiasmo artistico
e creativo quando ad un concerto incontra il grande amore, Barbara Leoni (Elvira Natalia Fraternali). La
relazione con la Leoni non creerà poche difficoltà a D’annunzio che deciderà di allontanare dalla mente le
difficoltà familiari e si ritira in un convento a Francavilla dove in sei mesi elaborerà Il Piacere (1889). Nel
1893 affronterà un processo per adulterio, che porterà avversità nei suoi confronti, i problemi economici e il
duro lavoro lo porteranno l’anno seguente ad un nuovo periodo di solitudine nel convento dove elabora
Trionfo della morte (1894). Incontrerà Eleonora Duse a Venezia, in autunno inizia la faticosa elaborazione
del romanzo Le vergini delle rocce (1896). Francesca da Rimini (1901) uscirà negli anni contrassegnati
dall’intensa produzione delle liriche di Alcyone (1903) del ciclo delle Laudi. Questa raccolta si propone di
celebrare l’apice della poetica superomistica decadentista narrando esperienze di vari viaggi e collegando
ciascuna sensazione con i miti dell’antica Grecia. Trasferitosi a villa Borghese elabora Figlia di Iorio
(1904). Venuto meno il sentimento con la Duse inizia un rapporto con Alessandra di Rudinì con la quale
instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando la letteratura. In un momento di crisi
finanziaria Alessandra si ammalerà, lui la assisterà ma appena guarita la abbandonerà. Dopo questo choc
decide di ritirarsi a vira conventuale.
SVEVO (1861-1928) La coscienza di Zeno 1923, Zeno tenta di liberarsi dalla sua nevrosi attraverso la
psicanalisi, fuma tanto e vuole smettere, senso generale di inettitudine, rapporto difficile col padre, difficile
vivere serenamente, narrato in prima persona, un monologo interiore, quello che avviene nella coscienza.
Nato a Trieste, insuccesso primi due romanzi e lavora col suocero. Joyce lo invoglia a pubblicare un terzo
romanzo. Muore 1928.
La figura dell’inetto è tipica della narrativa del primo Novecento, in quanto proprio in questo periodo entrano
in crisi le certezze dell’uomo, prima fra tutte viene meno la fiducia nelle capacità dell’uomo di essere artefice
del proprio destino. Anche la figura dell’intellettuale perde la sua funzione di guida della società, anzi è
schiacciato da essa. Queste frustrazioni hanno alimentato quelle caratteristiche, che sono tipiche della figura
dell’inetto.
L’analisi di questo personaggio è presente soprattutto nell’opera di Svevo.
Nel primo romanzo, “Una vita”, l’autore analizza la figura di un umile impiegato, Alfonso, di cui mette in
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luce il suo disadattamento nei rapporti sia con i colleghi, sia con la donna.
Anche Emilio, il protagonista del secondo romanzo “Senilità”, non sa agire, è un debole e non coltiva alcun
progetto. Non riesce a farsi amare da Angiolina, che pure si concede facilmente ad altri e quando lei lo
abbandona, Emilio non sa reagire e continua una vita senile. Quest’ultimo aggettivo è quanto mai indicativo,
perché non vuole sottolineare una connotazione cronologica, quanto la condizione psicologica di chi non hai
mai avuto l’energia, la speranza e tutte quelle doti, che caratterizzano l’età giovanile.
Anche nel terzo romanzo “La coscienza di Zeno” Svevo tratteggia la figura del protagonista come un inetto,
incapace di prendere una decisione in piena autonomia, senza lasciarsi trascinare dagli eventi e dai
condizionamenti degli altri, che regolarmente decidono per lui. Per la sua inettitudine Zeno è agitato e
vorrebbe sperimentare nuove modalità di vita, perché è desideroso della “salute”, quella che poi è
considerata la “normalità”. Mentre i cosiddetti sani hanno assunto una forma, che è comunque rigida, egli
non riesce ad integrarsi nel suo ruolo familiare e sociale.
Ma proprio attraverso la malattia Zeno sottintende una denuncia della vacuità dell’esistenza di coloro che si
dichiarano sani, che vivono contenti, coerenti con le loro certezze.
A differenza degli due romanzi sveviani nella “Coscienza Di Zeno” quindi c’è quasi un riscatto della figura
dell’inetto o quanto meno vengono messi in luce anche gli elementi positivi. L’inetto infatti, proprio per la
sua propensione al cambiamento risulta più sano di coloro che sono considerati tali, ma che di fatto sono i
veri malati, perché sono affetti dal morbo della “staticità”.
In questo modo Svevo concorda con Pirandello nel considerare vitale tutto ciò che è in movimento e invece
ritenere destinato alla morte ciò che si sottrae al flusso continuo della vita e si cristallizza in forme rigide.
PIRANDELLO (1867-1936) Girgenti (Agrigento) Il soggiorno in Germania gli permise di conoscere la
cultura tedesca e quindi gli autori romantici, che influenzarono la sua opera e le sue teorie sull’umorismo.
L’esclusa (1901) è il suo primo romanzo (Sicilia) parla di una donna accusata di adulterio e cacciata di
casa. Presenta ancora le caratteristiche della narrativa naturalistica, sia per l’ambientazione provinciale che
per l’uso della terza persona con l’uso del discorso indiretto libero. Il romanzo ha una struttura a chiasmo che
sottolinea come le azioni degli uomini siano assurde e grottesche, tanto da provocare conseguenze opposte
da quelle previste. Al determinismo dei veristi e dei naturalisti Pirandello oppone il gioco imprevedibile del
caso. Lo stesso tema sarà al centro de Il turno (1895) , secondo romanzo pirandelliano, nel quale il
protagonista attende il proprio turno per sposare l’amata dopo che sono morti i suoi due precedenti mariti,
qui il gioco del caso diventa occasione per un divertimento comico. L’opera che diede la fama di romanziere
a Pirandello è Il fu Mattia Pascal (1904 a puntate sulla Nuova Antologia). Il protagonista, piccolo
borghese imprigionato in una misera condizione sociale, ha la possibilità di uscirne per un caso fortuito: una
vincita al casinò e il ritrovamento del cadavere di un annegato, che viene scambiato per lui. Ormai dato per
morto cerca di costruirsi una nuova identità, ma rimane invischiato nuovamente nelle costrizioni sociali da
cui si era liberato con la presunta morte. Il suo attaccamento alla vita sociale e l’impossibilità di parteciparvi
lo inducono a tornare al paese natio per essere nuovamente Mattia. Scopre però che la moglie si è risposata
e si è formata una nuova famiglia. Vive così osservando gli altri dall’esterno sperando di non essere nessuno.
In questo romanzo concentra vari motivi che caratterizzano la sua produzione, uno dei quali è la vita sociale
e familiare vista come trappola. C’è anche la critica all’identità individuale. Sperimenta qui quindi la sua
poetica dell’umorismo che sarà teorizzata in un saggio quattro anni più tardi. Il gioco del caso distorce la
realtà che viene ridotta a un meccanismo assurdo, bizzarro e grottesco. Dietro ciò c’è però la sofferenza che
prova il protagonista, da qui nasce il sentimento del contrario: nella vicenda narrata, tragico e comico sono
inestricabilmente uniti. Abbandona la terza persona, è il protagonista stesso a parlare in prima persona. La
narrazione è focalizzata sull’io narrato, cioè sul personaggio che rivive i fatti. Il declassamento sociale che
subì servì da spunto per rappresentare il grigiore opprimente della vita piccolo borghese, trattato in molte
novelle. Il primo contatto con il mondo teatrale risale al 1910 e si intensificò nel 1915. Da quel momento
divenne uno scrittore prevalentemente teatrale. Drammi come Pensaci Giacomino, Liolà, Così è (se vi
pare), Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Il giuoco delle parti, scritti e fatti rappresentare tra
il 1916 e il 1918 rompono con i canoni teatrali dell’epoca. Il teatro pirandelliano ebbe il suo massimo
successo dal 1920, Sei personaggi in cerca d’autore (1921), che porta all’estremo il meccanismo di
scomposizione. Le strutture drammatiche tradizionali vengono scomposte in modo critico e razionale anche
in Ciascuno a modo suo (1924) e Questa sera si recita a soggetto (1930). Questi due drammi, insieme
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a sei personaggi, formeranno la trilogia detta “del teatro nel teatro”, tutta giocata sui conflitti tra gli elementi
del teatro. L’interesse di Pirandello per la scomposizione avrà grande influenza sul teatro di quegli anni, e
aprirà la strada alle sperimentazioni dell’avanguardia. Il successo lo portò a occuparsi sempre più di teatro.
Il teatro diventa quindi una rappresentazione di come la vita stessa sia segnata dalla finzione: in ogni
individuo c’è una duplicità, dovuta allo sguardo che gli altri proiettano su lui. Le maschere si impegnano
quindi in puntigliose dispute dialettiche, durante le quali scavano nelle pieghe dei rapporti umani con una
sottigliezza estrema e ossessiva. Quello di Pirandello è quindi un teatro del “grottesco”, definizione che può
essere utilizzata anche per altri autori attivi negli anni della Prima guerra mondiale. I drammi mescolano
tragico e comico, e ricorrendo a elementi realistici portano sulla scena i rapporti che caratterizzano la vita
piccolo-borghese. I personaggi sono come delle marionette che si spartiscono i ruoli sulla scena allo scopo
di affermare la più assoluta insensatezza. Molti drammi pirandelliani ruotano attorno a complicazioni
familiari. I personaggi sono divisi tra i loro sentimenti e il ruolo che invece è loro richiesto dalla società e
dalla loro posizione all’interno della famiglia. La prospettiva del grottesco finisce però per stemperarsi in
drammi come Tutto per bene, Come prima, meglio di prima, La signora Morli, una e due. Oltre alle
opere in italiano si dedicava anche al teatro in siciliano, il dialetto gli dava la possibilità di giocare sulle
forme linguistiche e di attingere direttamente al folklore, portando all’estremo le possibilità comiche e
grottesche. I personaggi sono caratterizzati da singolari manie, e l’unico modo che hanno per comunicare tra
di loro è ricorrere all’assurdo. Tra i drammi di questo tipo si ricordano ‘A birritta cu ‘i cianchianeddi (Il
berretto a sonagli), La patende, ‘A giarra (La giara). Negli ultimi drammi troviamo ancora personaggi
dell’alta borghesia che si interrogano sul senso dell’esistenza e sulla necessità di affermare una vita
autentica, nonostante le convenzioni sociali. Per questa ultima fase si parla quindi di pirandellismo, di
ripetizione delle forme che avevano caratterizzato la produzione precedente dell’autore. Una polmonite lo
portò alla morte nel 1936 lasciando incompiuto I giganti della montagna in cui culminava una nuova fase
della sua produzione teatrale, quella dei “miti”. Tutta la realtà per Pirandello è vita intesa come eterno
divenire, un flusso continuo, incandescente, indistinto. Tutto ciò che si stacca da questo flusso e assume una
forma individuale si irrigidisce, inizia a morire. Questo vale anche per l’identità personale dell’uomo.
Facciamo parte dell’eterno fluire della vita ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali, a irrigidirci in
una realtà che noi stessi ci imponiamo. Questa personalità non è altro che una illusione che ci isola dal resto
della vita (questa la filosofia del lanternino di cui parla ne Il fu Mattia Pascal). Noi ci fissiamo in forme,
anche gli altri attraverso la loro prospettiva ci attribuiscono forme diverse, non siamo uno per noi stessi e per
gli altri, siamo tanti individui diversi che cambiano a seconda della visione di chi guarda (Uno nessuno
centomila 1925) . Queste “forme” sono “maschere” che ci imponiamo da noi e ci sono imposte dal
contesto sociale. Dietro queste maschere non c’è un volto definito, ma non c’è nessuno. Vi è un fluire
incoerente e indistinto di stati in perenne trasformazione e trasmutazione, per cui un istante più tardi non
siamo più chi eravamo l’istante prima. L’umorismo (1908) è un saggio utile per comprendere la politica
pirandelliana, nella prima parte passa in rassegna varie manifestazioni dell’arte umoristica, nella seconda
definisce il concetto di umorismo. Pirandello sostiene che l’opera d’arte scaturisce dal movimento della vita
interiore, nel momento in cui viene concepita l’opera, la riflessione rimane nascosta, invisibile, ed è quasi
una forma del sentimento. Per quanto concerne l’opera umoristica, invece, la riflessione è slegata dal
sentimento: di qui nasce i sentimento del contrario, che nell’opera pirandelliana è il tratto caratterizzante
dell’umorismo. Nelle sue raccolte di poesie Pirandello prende le distanze dalle correnti poetiche che avevano
caratterizzato la scena letteraria tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, come il
simbolismo, il futurismo e il crepuscolarismo. Però conserva le strutture metriche e i moduli espressivi
della tradizione e risente soprattutto nella prima fase, dell’influenza di Carducci. In Mal giocondo (1889) si
rammarica dell’impossibilità del suo sogno di armonia di ascendenza classica, che si scontra con la scienza
moderna che disgrega ogni cosa, l’opera si chiude con un invito ad abbandonarsi alla Natura. Pasqua di
Gea (1891) riprende il tema pagano dell’armonia in chiave carducciana, ma usa anche toni malinconici e
insiste sull’inutilità della vita. Le Elegie renane (1895) riprendono l’opera di Goethe, mentre l’influenza di
Pascoli è manifestata nella Zampogna (1901) dove si trovano spunti stranianti e umoristici. Nell’ultima
raccolta, Fuori di chiave (1912), viene precisato l’umorismo tipico dell’autore con il quale ribalta lo
statuto lirico della poesia. Nel 1922 progettò di riunire tutte le sue novelle in un’unica raccolta di
ventiquattro volumi intitolata Novelle per un anno a cui si aggiunse postumo Una giornata (1936). Nella
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raccolta non si riconosce un ordine tematico, sembrano messe in seguito senza una struttura organica. Questo
rispecchia la concezione pirandelliana del mondo come qualcosa di disgregato nei diversi aspetti
frammentari. Possibile è distinguere le novelle ambientate nella Sicilia contadina da quelle che descrivono
ambienti della piccola borghesia. Pirandello si avvicina al decadentismo riprendendo il fondo mitico e
folkloristico della Sicilia. Anche nelle novelle come nelle altre opere ricorre al suo umorismo, deformando le
situazioni e i personaggi fino al limite dell’assurdo e dell’inverosimiglianza. Le vicende soggiacciono al caso
e non è possibile intravedervi nessun disegno coerente. Secondo il sentimento del contrario il riso che
scaturisce da queste situazioni è sempre accompagnato da un senso di pietà per una umanità dolente e
sofferente. D’altra parte, le figure proposte da Pirandello sono anche una carrellata di ossessioni e angosce,
che portano alla luce i recessi ignorati della psiche umana. I vecchi e i giovani (1913) ha la struttura del
romanzo storico, vicenda ambientata in Sicilia tra 1892 e 1893, anni della rivolta socialista dei fasci siciliani
e lo scandalo della Banca Romana. Protagonisti sono i Lauretano, nobile famiglia, di cui vengono mostrate
due generazioni: i vecchi che hanno fatto il risorgimento e vedono crollare i loro ideali, dall’altra i giovani
che non sanno quale indirizzo dare alla propria esistenza. Per entrambi le azioni si concludono con un
fallimento. Nella visione disincantata e pessimistica di Pirandello, la storia è un movimento insensato che
torna sempre su sé stesso. Il vecchio don Cosmo Lauretano interpreta la figura del filosofo che ha capito il
gioco e se ne estrania, limitandosi ad osservare da lontano. A lui gli ideali patriottici come le conquiste della
modernità appaiono come vane illusioni che ognuno si crea per vivere. Ritorna anche qui l’umorismo
pirandelliano e il quadro storico finisce col dissolversi nel caotico fluire della vita. Suo marito (1911) parla
del contrasto tra Silvia e suo marito Giustino. Silvia incarna la spontaneità istintiva, Giustino è attento
unicamente agli aspetti economici e si interessa all’attività letteraria della donna per amministrarne i
guadagni. I punti di vista inconciliabili porteranno alla rottura finale. Pirandello sullo sfondo presenta in
modo satirico gli ambienti intellettuali romani. Uno, nessuno, centomila (1926) ultimo romanzo
precedente alla produzione teatrale, ritorna sul tema della crisi dell’identità individuale, già al centro del
Mattia Pascal. Il protagonista Vitangelo si accorge per caso che le persone che gli stanno intorno hanno di lui
una visione diversa da quella che ha lui di sé stesso. Scopre così di non essere “uno”, come ha sempre
creduto, bensì di essere “centomila” e quindi di non essere “nessuno”. Si propone dunque di eliminare tutte
le immagini che gli altri si sono fatti di lui, in modo da essere uno per tutti. Per raggiungere questo scopo
mette in atto una serie di azioni dissennate che minano la sua agiatezza economica, infine impiegherà tutti i
suoi ultimi beni per fondare un ospizio per poveri dove si fa ricoverare. Resta così isolato e si estrania dalla
vira sociale. Guarisce dalla sua ossessione allontanandosi dalla società, rinuncia a ogni identità e si
abbandona al flusso della vita. Diversamente dal Mattia Pascal, qui la mancanza d’identità si trasforma in
una cosa positiva e liberatoria.
PASCOLI (1855-1912) Infanzia segnata dall'uccisione del padre, in breve tempo perse la madre, la sorella
maggiore e due fratelli. Queste perdite segnarono per sempre il suo modo di fare poesia. Insegna in vari licei
italiani e all'Università di Bologna dove prese la cattedra di Giosuè Carducci. Grande amico di Gabriele
D'Annunzio. La sua produzione poetica è racchiusa nelle Myricae (1891), che prendono il titolo da
un'opera di Virgilio, e nei Primi Poemetti (1897) e Nuovi Poemetti (1909) in cui trovano posto anche le
vicende degli emigranti verso l'America. Ne I Canti di Castelvecchio (1903) Pascoli trasforma il
paesaggio in uno scenario su cui proiettare le proprie inquietudini. Altre opere da ricordare sono i Poemi
Conviviali (1904), Odi e Inni (1906) e i poemetti latini Carmina (1914) . La sua concezione della vita era
fondata sulla tragicità del destino che travolge gli uomini con la sua forza superiore e misteriosa. Non aveva
fede religiosa ma nella poesia non ci sono atteggiamenti di disperazione o di ribellione. Per lui erano
importanti le piccole cose e gli aspetti più semplici del vivere. Ne Il Fanciullino (1897), il suo manifesto
poetico, si ritrova questa concezione di semplicità e di capacità di stupirsi anche delle piccole cose. A livello
linguistico conferì nuova libertà al verso superando il linguaggio tradizionale e arricchendolo di accenti
sonori attraverso l'uso delle onomatopee.
VOCIANI
CAMPANA (1985-1932) Sin dall’adolescenza manifesta chiari segni di squilibrio mentale e la sua vita
divenne un continuo girovagare per manicomi. A ventuno anni ricoverato per la prima volta in manicomio,
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diagnosi di demenza precoce. Viaggerà molto, in Europa e in Argentina, facendo i mestieri più diversi per
mantenersi. È spesso coinvolto in risse e arrestato per vagabondaggio. Tra il 1916 e il 1917 ebbe una storia
d’amore tormentata e intensa con la scrittrice Sibilla Aleramo. Nel 1917 fu arrestato a Novara per
vagabondaggio, e fu internato all’Ospedale psichiatrico dove rimase sino alla morte, nel 1932. Durante il suo
soggiorno in manicomio Campana ebbe spesso degli sprazzi di lucidità: desiderava uscire da quel luogo, ma
non per riprendere la letteratura, ormai abbandonata (non scriveva più da tempo) ma per poter lavorare e
guadagnare. Alla fine del febbraio del 1932 si ferì, probabilmente tentando di scavalcare la recinzione
dell’ospedale: pochi giorni dopo morì di setticemia. Definito dai critici letterari: poeta visionario, allucinato,
pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo. Nella sua poesia i valori classici e una grande modernità si
compenetrano. La sua poesia è moderna ma tuttavia piena di richiami a D’Annunzio, a Leopardi e ai classici.
La sua espressione appare piena ed ermetica: è un flusso continuo di parole, del quale non si riesce a
cogliere facilmente il senso. Il suo linguaggio poetico sconvolge l’ordine sintattico in vari modi, anche
mescolando lingue diverse. Si rivela anche attentissimo conoscitore delle regole che sconvolge e nutre il
culto per la perfezione. La sua controversa collocazione ne ha fatto una figura contornata da un certo
mistero, quando si parla del caso Campana, si tende sempre ad associarlo all’immagine del poeta maledetto.
Può esser fatto rientrare, almeno marginalmente, nell’ambito della corrente "vociana", di cui rappresenta
l’espressione legata al simbolismo ed all’espressionismo. Per Campana la poesia è un mezzo per riuscire ad
affermare la propria libertà. La poetica di Campana ha come tema centrale il viaggio, onirico o reale, inteso
come ricerca (o fuga). Nel 1913 affiderà il manoscritto dei Canti Orfici (1914) , la sua maggiore opera, a
Soffici e Papini che con negligenza lo smarriranno. Campana lo riscriverà ricostruendolo a memoria e lo
pubblicherà l’anno seguente. Il titolo allude all’antico orfismo, un movimento mistico-religioso legato
al mito di Orfeo, vuole dunque riallacciarsi a forme di scrittura "magica", come quelle in voga tra gli autori
simbolisti, e vuole esprimere il carattere divino e misterioso della poesia, associando le esperienze concrete
con le invenzioni dell’inconscio e del sogno. È un libro in cui Campana ha raccolto varie esperienze e vi
sono riunite le sue composizioni più antiche fino alle più recenti con una formazione dell’opera per stadi
successivi. L’opera verrà accolta favorevolmente dalla critica. I Canti Orfici sono una straordinaria opera in
cui si alternano prosa e versi (un prosimetro); vi si coglie una poesia spesso tortuosa, ma anche spontanea e
pura, certamente vissuta, legata ad una esistenza irregolare e soprattutto tragica; è un "racconto" di
esperienze visionarie denso di immagini, "allucinazioni", suoni e colori. Egli dà al testo poetico
un’organizzazione che abolisce la dimensione del tempo sovrapponendo passato e presente. La costruzione
del testo appare realizzata con un procedimento che si può definire cinematografico che permette a Campana
di annullare la dimensione cronologica. La poesia francese dell’Ottocento è una forte componente culturale
di Campana e la sua poetica risente spesso del modello degli autori francesi.
I Canti Orfici si concludono con alcune parole in inglese in cui Campana rielabora un verso di Withman, da
"Song of Myself", in cui si adombra la morte del poeta protagonista, vista come assassinio di un innocente.
Nei deliri di Campana spesso ricorre l'idea del sacrificio violento, del mito cruento, dove il fanciullo,
l’innocente viene sacrificato.
CREPUSCOLARISMO GOZZANO (1883-1916) Non si laureò mai alla facoltà di legge, seguì i corsi di
Arturo Graf con un gruppo di giovani con cui costituì il gruppo dei crepuscolari torinesi. Nel 1907 rivela la
sua necessità di rifugiarsi nella poesia pubblicando La via del rifugio (1907). Il suo libro più importante I
colloqui (1911) è diviso in tre sezioni: Il giovanile errore, Alle soglie e Il reduce. Per tutto il corso della sua
vita collaborò a giornali e riviste letterarie, fiabe per bambini ( I tre talismani 1914, La principessa si
sposa 1917) e novelle (L’altare del passato 1918, L’ultima traccia 1919). DECADENTISMO
FUTURISMO PALAZZESCHI (1885-1974) Scrittore dal temperamento focoso e ribelle, diventa
provocatore di professione, esercita originali forme di scrittura ma anche perché propone una letteratura dalla
realtà particolare, rovesciata rispetto al modo di pensare comune. Esordisce come poeta con I cavalli
bianchi (1905) e dopo la pubblicazione della terza raccolta di versi Poemi (1909) stringe amicizia con
Marinetti ed aderì al Futurismo (di cui Marinetti era deus-ex-machina), nel 1913 iniziò le collaborazioni con
la rivista Lacerba, rivista storica del futurismo. Dei futuristi ammira la lotta contro le convenzioni, gli
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atteggiamenti di palese provocazione tipici del gruppo, le forme espressive che prevedono la distruzione
della sintassi, dei tempi e dei verbi e propongono le parole in libertà. Da una rivista futurista nascerà uno dei
suoi più grandi capolavori Il codice di Perelà (1911) romanzo precursore della forma “antiromanzo”, il
libro è stato letto come una favola che intreccia elementi allusivi a significati allegorici. Perelà è simbolo di
una metafora dello svuotamento di senso, della disintegrazione del reale. Nel 1914 ruppe con il futurismo
quando la sua personalità indipendente e la sua posizione pacifista entrarono in rotta di collisione con la
campagna per l’intervento in guerra dei futuristi, evento che lo porta ad avvicinarsi a forme più tradizionali
di scrittura di cui ne è un esempio il romanzo Le sorelle Materassi (1934) altro grande capolavoro. Negli
anni Sessanta si sviluppa il terzo periodo dell’attività di Palazzeschi che lo vede interessato alle
sperimentazioni giovanili. La contestazione giovanile lo coglie anziano e considerato da più parti come una
sorta di “classico” rimasto in vita, prende con poca serietà e ironico distacco gli allori che i poeti della
neoavanguardia innalzano di fronte al suo nome, riconoscendolo come precursore. Ultime opere Il buffo
integrale (1966), Stefanino (1969) favola surreale, Il Doge (1967) e il romanzo Storia di un’amicizia
(1971). La sua opera è stata definita come “favola surreale e allegorica”. È stato un protagonista delle
avanguardie del primo Novecento. Un narratore e poeta d’eccezionale originalità, multiforme attività
letteraria.
MARINETTI (1876-1944) Temperamento esuberante. La conquete del étoiles (1902) primo libro in cui
già si scorgono i primi versi sciolti e quelle figure che caratterizzano la letteratura futurista. Fonda nel 1905
la rivista Poesia tramite cui inizia la battaglia per l’affermazione del verso libero, per il quale incontra
ostilità. 20 febbraio 1909 su Le Figaro pubblica Il manifesto del futurismo, e pochi mesi dopo sopprime la
sua rivista Poesia, che lui stesso considera sorpassata; concluderà la pubblicazione facendo apparire
sull’ultimo numero il poema futurista Uccidiamo il chiaro di luna (1909) atto d’accusa al
sentimentalismo dominante nella poesia italiana, un vero e proprio inno alla follia creativa. Le serate a teatro
sono la principale cassa di risonanza del Futurismo, il pubblico viene provocato con abilità e maestria e
spesso le serate si concludono con l’intervento delle forze dell’ordine. Allo scoppio del conflitto in Libia nel
1911 viene mandato come corrispondente di un giornale e sui campi troverà l’ispirazione che consacrerà
definitivamente le parole in libertà. Zang tumb tumb (1914) libro parolibero. Alla vigilia del primo
conflitto mondiale i futuristi si proclamano interventisti, e alla fine della PGM Marinetti stipula un
programma politico futurista, i suoi intenti rivoluzionari portano alla formazione di fasci futuristi. Nel libro
Al di là del comunismo (1920) propone un’analisi di come una rivoluzione bolscevica come quella russa
sia prospettabile per il popolo italiano. Il programma politico futurista affascina Mussolini che fa suoi molti
punti del manifesto programmatico, e nel 1919 alla riunione per la fondazione dei fasci combattenti il duce si
avvale della collaborazione dei futuristi. Un anno dopo Marinetti si allontana dal fascismo accusandolo di
reazionarietà e passatismo, rimanendo comunque rispettato da Mussolini. Marinetti intraprende delle tournée
all’estero per la divulgazione del futurismo e durante questi viaggi partorisce l’idea per un nuovo tipo di
teatro, “regno del caos e della molteplicità”. Gl’indomabili (1922) romanzo definito dallo stesso autore
“indefinibile” a cui seguiranno altri romanzi e saggi.
NEOREALISMO
VITTORINI (1908-1966) Sposa Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore. In un intervento nel 1929 su una
rivista già delineava le sue scelte culturali difendendo i nuovi modelli novecenteschi, contro gran parte della
tradizione letteraria italiana. Piccola borghesia (1931) prima raccolta di brevi narrazioni, Viaggio in
Sardegna (1932) pubblicato quattro anni dopo insieme a Nei morlacchi, ristampato nel 1952 con il titolo
Sardegna come infanzia . Era antifascista, eurpeista, universalista, antitradizionalista. Nel 1930 Scrittori
nuovi è un’antologia uscita mentre pubblicava a puntate il suo primo romanzo Il garofano rosso
(1933-34), testo che provocò il sequestro del periodico per oscenità (il romanzo fu poi edito in volume nel
1948). Intanto il suo amore per l’America lo porta allo studio dell’inglese e alla traduzione di opere che
vanno da Poe al Robinson Crusoe. Quest’opera di traduzione e divulgatore della letteratura d’oltreoceano ha
giocato un ruolo importante per lo svecchiamento della cultura e della letteratura italiana. Conversazione in
Sicilia (1941) pone al centro il tema del “mondo offeso” dalle dittature e quello delle responsabilità
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dell’uomo di cultura. Temi ripresi poi in Uomini e no (1945) nel quale rielabora la propria esperienza di
combattente nella Resistenza. Nel 1945 fonda una rivista impegnata a dar vita ad una cultura capace di
fondere la cultura scientifica con quella umanistica e che potesse essere strumento di trasformazione e di
miglioramento della condizione dell’uomo, non solo quindi come forma di consolazione dei suoi mali, la
rivista sarà fatta chiudere dai leader comunisti nel 1947. Il Sempione strizza l’occhio al rejus (1947), Le
donne di Messina (1949 poi in una nuova veste nel ’64). Negli ultimi anni della sua vita continuò
scrivendo un romanzo che doveva rompere un lungo silenzio creativo ma che non vedrà mai la luce lui
vivente. Muore a 57 anni e postumi usciranno Le due tensioni (1967) volume critico, una raccolta di brevi
saggi e il suddetto romanzo incompiuto scritto negli anni Cinquanta, Le città del mondo (1969).
FENOGLIO (1922-1963) 1952 I ventitré giorni della città di Alba prima opera letteraria che descrive
l’occupazione di Alba (suo paese natale) da parte dei partigiani. 1954 La malora primo successo
indiscusso. 1959 Primavera di Bellezza romanzo in cui si sente l’influenza dell’esperienza del liceo
classico, e in cui è resa più profonda l’amicizia con i suoi due professori, Corradi e Monti nel libro, che oltre
che ottimi insegnanti sono maestri di antifascismo. Il ritmo narrativo senza soste della descrizione della
battaglia svela nello scrittore una testimonianza interiore e pensierosa degli avvenimenti di quei giorni, nella
quale si crea un miracoloso equilibrio di passione contenuta dal suo carattere mite e di intelligenza
disincantata dei fatti. Carattere e temperamento schivo, non gli interessa la pubblicità, le sue energie le
spende nella quotidiana fatica dello scrittore. 1962 vince il premio “Alpi Apuane” per il racconto Ma il mio
amore è Paco e nello stesso anno compaiono le prime avvisaglie del male che lo rende sempre più debole.
Costretto ad abbandonare i libri trascorre un mese nelle sue colline sperando che l’aria gli giovi, ma la morte
lo raggiunge presto. Lascia interrotti molti lavori tra cui la continuazione di Primavera di Bellezza che uscirà
postuma con il titolo di Una questione privata (1963), postumo anche il libro intitolato Un giorno di
fuoco (1963) insieme ad altri racconti inediti e un altro romanzo con argomentazioni belliche dal titolo Un
Fenoglio alla Prima Guerra Mondiale (1973). La vera fortuna di Fenoglio è cominciata con le
pubblicazioni postume, viene raccolta una vasta cronaca partigiana intitolata Il partigiano Johnny (1968).
Beppe Fenoglio appartiene all'ultima generazione di scrittori italiani radicata in un contesto sociale che può
ispirare dal vivo un entusiasmo vero e genuino, programmando la radicale trasformazione in atto della civiltà
agricola che l’Italia conduce, accostandola all'arcaico mondo collinare Langhiniano che per naturale
disposizione si modella su una misura narrativa nei testi del compianto Fenoglio. Lo scrittore si è assunto il
ruolo di interprete di un'epoca della vita popolana nelle Langhe, con l'aspirazione di costruire come un
mosaico due generazioni di Pace e di Guerra.
PAVESE (1908-1950) Timido ed introverso, amante dei libri e della natura sin dall’adolescenza, vedeva il
contatto umano come il fumo negli occhi. ‘Vocazione’ al suicidio si riscontra in quasi tutte le lettere del
periodo liceale. Segnato da profondi tormenti e una drammatica oscillazione fra il desiderio di solitudine e il
bisogno degli altri. Esiliato a Brancaleone Calabro per aver protetto una donna iscritta al PCI inizia a scrivere
Il mestiere di vivere (postumo 1952). Nel 1934 diventa direttore della rivista Cultura. Tornato a Torino
pubblica Lavorare stanca (1936) una raccolta di versi quasi ignorata. Tra il 1936 e il 1949 la sua
produzione letteraria è ricchissima. Durante la guerra si nasconde a casa della sorella a Monferrato il cui
ricordo è descritto ne La casa in collina (1948 che uscì insieme con Il carcere nel volume Prima che il
gallo canti). Il primo tentativo di suicidio avviene quando torna in Piemonte e scopre che la donna di cui
era innamorato nel frattempo si era sposata. A fine guerra si iscrive al PCI e pubblica I dialoghi con il
compagno (1947), nel 1950 vince il Premio Strega con La bella estate, nello stesso anno pubblica La
luna e i falò. Quello stesso anno si toglie la vita in un albergo a Torino lasciando scritto sulla prima pagina
di una copia de I dialoghi con Leucò (1947) “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate
troppi pettegolezzi.”
PRIMO LEVI (1919-1987) Scrittore e testimone delle deportazioni naziste, sopravvissuto ai lager hitleriani.
Di origini ebraiche ha descritto in alcuni suoi libri le pratiche e le tradizioni tipiche del suo popolo e ha
rievocato alcuni episodi che vedono al centro la sua famiglia. La sua infanzia è contrassegnata da una certa
solitudine a cui mancano i tipici giochi condotti dai coetanei. Mente lucida e razionale era uno dei migliori
studenti. Fantasia fervida e grande capacità immaginativa, tutte doti che permettono di brillare sia nelle
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materie scientifiche che letterarie. Nel 1942, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano. La
guerra impazza in tutta Europa ma non solo: i nazisti hanno anche occupato il suolo italico. Inevitabile la
reazione della popolazione italiana. Lo stesso Levi ne è coinvolto. Nel 1943 si rifugia sulle montagne sopra
Aosta, unendosi ad altri partigiani, venendo però quasi subito catturato dalla milizia fascista. Un anno dopo
si ritrova internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz.
Questa orribile esperienza è raccontata nel romanzo-testimonianza, Se questo è un uomo (1947), scritto da
un uomo di limpida e cristallina personalità. Primo Levi afferma di essere disposto a perdonare i suoi
aguzzini e di non provare rancore nei confronti dei nazisti. Ciò che gli importa, dice, è solo rendere una
testimonianza diretta, allo scopo di fornire un contributo personale affinché si eviti il ripetersi di tali e tanti
orrori. Nel 1963 Levi pubblica il suo secondo libro La tregua , cronache del ritorno a casa dopo la
liberazione (il seguito del capolavoro Se questo è un uomo), per il quale gli viene assegnato il premio
Campiello. Altre opere da lui composte sono: una raccolta di racconti dal titolo Storie naturali (1966), una
seconda raccolta di racconti Vizio di forma (1971), una nuova raccolta Il sistema periodico (1975), una
raccolta di poesie L'osteria di Brema (1975) e altri libri come La chiave a stella (1978), La ricerca
delle radici (1981) e Se non ora quando (1982), con il quale vince per la seconda volta il Premio
Campiello. Infine, scrive un altro testo dall’emblematico titolo I sommersi e i salvati (1986). Si suicida
probabilmente lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal quel sottile senso di colpa che talvolta si
ingenera negli ebrei scampati all’olocausto, di essere cioè “colpevoli” di essere sopravvissuti.
CALVINO (1923-1985) A dodici anni si innamora dei mondi esotici, le avventure e le sensazioni fantastiche
tramite la lettura dei due libri della giungla di Kipling. Legge anche riviste umoristiche, cosa che lo spingerà
a disegnare lui stesso vignette e fumetti. Nell’adolescenza si appassiona anche al cinema. Lo scoppio della
guerra segnerà la fine della sua giovinezza, la sua posizione ideologica è incerta. Tra i sedici e i venti anni
scrive brevi racconti, opere teatrali ed anche poesie ispirandosi a Montale, suo poeta prediletto. L’amicizia
con il compagno di liceo Scalfari gli fa crescere interessi politici, conseguita la licenza liceale si arruola e
combatte negli scontri tra partigiani e nazifascisti. Nel 1946 si dedica alla stesura di un romanzo, il suo primo
libro Il sentiero dei nidi di ragno (1947), una ricognizione del periodo bellico e del mondo partigiano.
Collabora con varie riviste, nel 1949 Ultimo viene il corvo una raccolta di trenta racconti. A puntate uscirà
nel 1957/1958 I giovani del Po un romanzo d’impianto realistico-sociale. Il visconte dimezzato (1952).
Una serie di saggi volti a definire la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze culturali del
tempo esce su una rivista, il primo saggio sarà Il midollo del leone (1961). Le fiabe italiane (1956)
consolidano l’immagine di Calvino come favolista, quello stesso anno i fatti di Ungheria, l’invasione della
Russia comunista, provocano il distacco dello scrittore dal PCI. La sua creatività è invece sempre feconda
ed inarrestabile, tanto che non si contano le sue collaborazioni su riviste, i suoi scritti e racconti, nonché la
stesura di alcune canzoni o libretti per opere musicali. In questi anni scrive Il barone rampante (1957), Il
cavaliere inesistente (1959) e Marcovaldo (1963). Alla fine degli anni Cinquanta, passa sei mesi negli
Stati uniti e pubblica la trilogia Nostri antenati (1960) [di cui fanno parte Il cavaliere inesistente, il
visconte dimezzato e Il barone rampante]. Nel 1965 Le cosmicomiche e nel 1967 Ti con zero ambientati
in un passato remoto con ipotesi di sviluppo dell’universo, personaggi ed episodi comici. Parallelamente
sviluppa un interesse per le tematiche legate alla semiologia e alla decostruzione del testo, tanto che arriva a
adottare procedimenti assai intellettualistici nell’elaborazione dei suoi romanzi, così come succede ad
esempio in quel gioco di specchi che è il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979).
L’inclinazione fantastica rappresenta comunque la corda più autentica dello scrittore. In molte delle sue
opere infrange una regola ferrea della vita (e della letteratura) che vuole da una parte la realtà, dall’altra la
finzione; spesso mescola i due piani facendo accadere cose straordinarie e spesso impossibili all’interno di
un contesto realistico. Una delle sue caratteristiche è quella di saper mantenere nei confronti della materia
trattata un approccio leggero, trattenuto dall’umorismo, smussandone gli aspetti più sconcertanti con un
atteggiamento quasi di serena saggezza. Dal 1974 inizia a scrivere sul Corriere della sera racconti, resoconti
di viaggio ed articoli sulla realtà politica e sociale del paese. Scrive anche Le interviste impossibili,
Dialoghi di Montezuma e L’uomo di Neanderthal. In seguito molti saranno i viaggi e le continue
collaborazioni con case editrici e riviste. Viene chiamato anche in varie università a tenere lezioni,
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conferenze. Nel 1982 alla Scala di Milano viene rappresentata l’opera La vera storia, morirà per
un’emorragia celebrale a Siena a 61 anni.
TOMASI DI LAMPEDUSA (1896-1957) Romanzo di Tomasi di Lampedusa nutrito dalla cultura decadente
europea, apparentemente romanzo ottocentesco, ricompare lo scetticismo nei confronti del processo storico
contemporaneo. Tomasi di Lampedusa non crede nell’oggettività del processo storico, la storia è solo
un’apparenza esteriore dietro cui si cela lo scorrere inarrestabile del tempo che precipita nel nulla. Visione
del mondo cupa e senza speranza dominata da un senso di paralisi e impotenza. Simbologia mortuaria
ripetuta, il centro del romanzo non sono le vicissitudini della gente del popolo, ma la condizione interiore del
principe di Salina, tutto è visto attraverso i suoi occhi. Impianto narrativo apparentemente ottocentesco e
naturalistico, all’oggettività tipica del verismo si sostituisce una dimensione del racconto soggettiva, come è
proprio del romanzo novecentesco. Pare che Il gattopardo (1958) sia stato scritto di ritorno da un convegno
letterario in cui aveva conosciuto Montale. Inizialmente ignorato da Vittorini, il romanzo verrà pubblicato
postumo per mano di Bassani.
BASSANI (1916-2000) Scrittore (poesia, narrativa e saggistica) ed operatore editoriale. Lavora anche nel
mondo della televisione (vicepresidente Rai) e insegna nelle scuole. Oltre alla collaborazione con varie
riviste. Dopo alcune raccolte di versi (tutte le poesie verranno poi raccolte nel volume In rima e senza
(1982)) e la pubblicazione in un unico volume Cinque storie ferraresi (1956) raggiunge il grande
successo con il romanzo Il giardino dei finzi contini (1962). Tutte le opere successive si sviluppano
intorno al grande tema geografico-sentimentale di Ferrara. Ricordiamo: Dietro la porta (1964), L’airone
(1968), Gli occhiali d’oro (1958) e L’odore del fieno (1973) poi riunite in un unico volume dal titolo Il
romanzo di Ferrara (1974).
(ESPRESSIONISMO)
GADDA (1893-1973) Allo scoppio della PGM partecipa come volontario nel corpo degli alpini, su questa
esperienza scriverà Giornale di guerra e di prigionia (1955) opera scritta come un diario, senza un vero
e proprio impianto letterario e riporta in differenti punti alcuni temi come l’affetto per il fratello, l’orrore per
la guerra, il disprezzo delle gerarchie che saranno alla base della maggiori opere di Gadda. Tra il 1928 e il
1929 scrive il trattato filosofico Meditazione milanese (postuma 1974) e inizia a dedicarsi al romanzo La
meccanica (1970). Dopo la sua prima opera narrativa La madonna dei filosofi (1931) decide di
abbandonare la professione di ingegnere. Il castello di Udine (1934). Alla morte della madre nasce una
bozza de La cognizione del dolore (pubblicato a puntate tra 1938/1941). Dal ’40 al ’50 vive per un
periodo a Firenze dove pubblicherà L’Adalgisa (1940 raccolta di racconti di ambiente milanese), Disegni
milanesi (1944 quadro storico ma anche satirico della borghesia milanese agli inizi del secolo). Nel ’50 a
Roma inizia a lavorare per i servizi di cultura di Rai, in questo periodo la produzione letteraria è più matura,
e fa si che Gadda si imponga come una delle grandi personalità letterarie dell’intero Novecento. Pubblica Il
primo libro delle favole (1952) e Novelle del ducato in fiamme (1953). Quer pasticciaccio brutto de
via Merulana (1957) romanzo giallo ambientato nei primi anni del fascismo. Tra le ultime opere il
romanzo-saggio Eros e Priapo: da furore a cenere (1967). Opere postume: Meditazione milanese (1974)
e Romanzo italiano di ignoto del Novecento (1983).
ERMETISMO
QUASIMODO (1901-1968) Provincia di Ragusa, sarà costretto a trasferirsi a Messina dopo il terremoto del
1908, esperienza di dolore che lascerà un segno nell’animo del poeta. Nella città messinese collaborerà con
alcune riviste simboliste locali, dopo il diploma si trasferirà a Roma, mantenendo comunque un legame
edipico con la Sicilia. Il lavoro al ministero come geometra lo allontanerà dalla poesia, che riprenderà più
tardi tramite il riavvicinamento alla Sicilia e ai contatti ripresi con i vecchi amici. Riprende i versi del
decennio romano per rivederli e aggiungerne di nuovi, così nel contesto messinese nasce il primo nucleo di
Acque e terre (1930). Nel 1929 a Firenze il cognato Vittorini lo introduce nell’ambiente di Solaria dove i
letterati riconoscono subito le doti del giovane siciliano, il primo libro della storia poetica infatti esce su
Solaria (Acque e terre). Oboe sommerso (1932). Nel 1934 si trasferisce a Milano, che segnerà una svolta
nella sua vita. Viene accolto nel gruppo di “corrente” e si ritrova al centro di una sorta di società letteraria.
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Erato e Apòllion (1936) conclude la fase ermetica della sua vita. Poesie (1938) prima raccolta antologica.
Intanto collabora alla principale rivista dell’ermetismo, “Letteratura”. Ed è subito sera (1942).
Parallelamente alla sua produzione porta avanti l’opera di traduzione. E insegnerà dal 1941 fino alla sua
morte. Giorno dopo giorno (1947) prima raccolta del dopoguerra che segna una svolta nella sua poesia. La
sua poesia supera sempre lo scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto all’omologa poesia
europea di quegli anni. Il poeta, sensibile al tempo storico che vive, accoglie temi sociali ed etici e di
conseguenza varia il proprio stile. La poesia simbolo di questa svolta, che inoltre apre la raccolta, è Alle
fronde dei salici (1945). Al clima resistenziale ispirato anche La vita non è un sogno (1949). Nel 1954
Il falso e il vero verde un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia, che rispecchia un mutato
clima politico. Dalle tematiche pre e post-belliche si passa a quelle del comunismo, della tecnologia, del
neocapitalismo. Il linguaggio ridiventa complesso, più scabro e suscita perplessità in quanti vorrebbero il
poeta sempre uguale a sé stesso. Segue un antologia della Poesia italiana del dopoguerra (1958). Nobel
letteratura 1959. La sua ultima opera Dare e avere (1966) raccolta che è bilancio della propria vita, quasi
un testamento spirituale (sarebbe morto due anni dopo).
UNGARETTI (1888-1970) Malgrado la sua lontananza con l’Italia rimane sempre in contatto con il gruppo
fiorentino che ha dato vita alla rivista Lacerba. Proprio su questa rivista pubblicherà le sue prime liriche. La
prima poesia dal fronte è datata 22/12/1915. Trascorre l’intero anno successivo tra la prima linea e le
retrovie, e scriverà Il porto sepolto (1916) una raccolta che contiene all’inizio la poesia omonima.
Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario aprendo la strada all’ermetismo. Le liriche sono brevi, a volte ridotte
ad una sola preposizione ed esprimono forti sentimenti. Pubblica L’allegria (1931) e la prima parte del
Sentimento del tempo (1933). La raccolta (con prefazione di Mussolini) segna l’inizio della sua seconda
fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più ricercate. Alla morte del fratello scrive le liriche Se tu
mio fratello e Tutto ho perduto apparse nell’opera omnia Vita di un uomo (1942) (poi in francese Vie
d’un homme). Escono poi il volume di prosa Il povero nella città (1949) e La terra promessa (1950).
Nel capodanno del ’70 scriverà quella che sarà la sua ultima poesia L’impietrito e il velluto.
MONTALE (1896-1981) Autodidatta, le lingue straniere e la letteratura sono la sua passione. Entra in punta
di piedi nell’officina della poesia italiana con un signor biglietto da visita, l’edizione degli Ossi di seppia
(1925) in cui Non chiederci parola ne è la poesia-manifesto. Collabora con Solaria e scrive per quasi tutte le
nuove riviste letterarie che nascono e muoiono in quegli anni. Si dedica anche alla traduzione. 1967 senatore
a vita. 1975 Nobel letteratura. Senso di vuoto esistenziale. Male di vivere. Le occasioni (1939), la bufera
(1956) sono altre opere. Correlativo oggettivo: associazione di una singola emozione ad un singolo oggetto.
SABA (1883-1957) (Umberto Poli) Cresce in un contesto malinconico per la mancanza della figura paterna.
Viene allevato da una balia slovena su cui avrà modo di scrivere citandola come “madre di gioia”. La
composizione delle prime poesie dà i primi buoni risultati, i suoi lavori sono perlopiù sonetti, che risentono
dell’influenza di Parini, Foscolo, Leopardi e Petrarca. Frequenterà a Firenze i circoli artistici “vociani” senza
mai legarsi con nessuno degli intellettuali. Partito per il servizio militare a Salerno nasceranno i suoi Versi
militari (1907). Nel 1909 sposa Carolina (la Lina delle sue poesie), l’anno prima si era messo in affari con
il futuro cognato, e l’anno successivo nasce la figlia. Dal 1911 con lo pseudonimo Umberto Saba pubblica il
primo libro Poesie (1911) e poi la raccolta Coi miei occhi (il mio secondo libro di versi) (1912)
successivamente intitolata Trieste e una donna. In Quello che resta da fare ai poeti (1959) propone una
poetica schietta e sincera, senza fronzoli; contrappone il modello di Manzoni a quello della produzione di
D’annunzio. Allo scoppio della PGM svolge la mansione di dattilografo presso un ufficio militare, in questo
periodo approfondisce la lettura di Nietzsche e si riacutizzano le crisi psicologiche. Rientrato dalla guerra
prende forma la prima versione del Canzoniere (che vedrà la luce nel 1922) e raccoglierà tutta la sua
produzione poetica del periodo. Inizia poi a frequentare i letterati vicini alla rivista Solaria, i quali nel 1928
gli dedicheranno un intero numero. Dopo una intensa crisi nervosa va in analisi con un allievo di Freud. A
causa delle leggi razziali è costretto a cambiare abitazione più volte andando anche a vivere un tempo a
Parigi. Nel dopoguerra si trasferisce a Milano dove pubblica Scorciatoie (1946). Non appartiene a nessuna
tendenza. Usa le rime a differenza degli altri poeti. Uno dei temi ricorrenti era la sua città, oltre anche alla
sua vita.
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(SUPERAMENTO ERMETISMO)
PENNA (1906-1977) Pubblica la sua prima raccolta di versi nel 1939 Poesie. Negli anni ’40 molte riviste
pubblicano alcune prose di Penna che saranno poi raccolte e pubblicate nel 1973 Un po' di febbre. Il
secondo libro di versi Appunti (1950). E dopo Arrivo al mare (1955) pubblica due opere che si
riveleranno molto importanti nella sua produzione letteraria: Una strana gioia di vivere (1956) e la
raccolta completa delle sue Poesie (1957). L’identità letteraria e lo stile sono ormai maturi, i suoi versi
esprimono una purezza classica e assoluta, fatta di strofe brevi e versi musicalmente dolci. La sua poesia è
spesso legata al tema dell’amore omosessuale e secondo alcuni rappresenta un vero e proprio contraltare di
Montale. Croce e delizia (1958), Tutte le poesie (1970) che comprende sia le poesie precedenti che molti
inediti. 1976 Stranezze che verrà premiato pochi giorni prima della morte.
CAPRONI (1912-1990) Affascinato dalla letteratura sin da piccolo, studierà già a 7 anni la Divina
Commedia, alla quale s’ispirò per Il seme del piangere (1959) e Il muro della terra (1975). Genova da
lui definita la sua vera città. Le sue prime poesie Vespro e Prima luce. La morte della ragazza nel 1936 dà lo
spunto per la piccola raccolta poetica Come un’allegoria (1936), la tragica scomparsa provoca nel poeta
una profonda tristezza che si può notare dai componimenti di quel periodo. Dopo la pubblicazione di Ballo
a Fontanigorda (1938) si sposa e si trasferisce per pochi mesi a Roma. Cronistoria (1943) pubblicazione
importante. Torna a Roma nel 1945 e la produzione di questo periodo è basata soprattutto sulla prosa e sulla
pubblicazione di articoli relativi a vari argomenti letterari e filosofici. Aderisce al partito socialista. La sua
poesia si afferma sempre di più, Stanze della funicolare (1952) vince il premio Viareggio. 1959 Il
passaggio di Enea e nello stesso anno vince il Premio Viareggio con Il seme del piangere (1959). È del
1976 Poesie la sua prima raccolta, mentre nel 1978 esce un volumetto di poesie Erba francese. Dal 1980
al 1985 vengono pubblicate molte sue raccolte poetiche ad opera di vari editori. Si è spento nel 1990, l’anno
dopo viene pubblicata postuma la raccolta poetica Res amissa. Mette in musica uno scetticismo senza
soluzione: la sua poesia è capace di una nitidezza espressiva amara e straziante. Alcune opere ricordano Saba
sia per la tematica della “fresca vita” sia per la lontananza delle soluzioni stilistiche dell’ermetismo. Costante
letterarie: allegoria, le più frequenti legate a motivi come Il viaggio, L’ascensione, La caccia, L’osteria.
Attingeva la materia poetica dalla realtà quotidiana, per lui l’allegoria aveva la funzione di suggerire verità
universali, di insinuare l’idea che il mondo fenomenico è solo un inganno.
BERTOLUCCI (1911-2000) Comincia a scrivere poesie quando aveva non più di 7 anni. 1929 Sirio prima
raccolta di poesie. Fuochi di novembre (1934) gli meritò gli elogi di Montale e Sereni. La capanna
indiana (1951) Premio Viareggio. Viaggio d’inverno (1971) il migliore forse dei suoi libri. Per molti anni
impegnato nella rifinitura de La camera da letto (due libri 1984 e 1988) che vinse il premio Viareggio.
1993 Verso le sorgenti del Cinghio, 1997 La lucertola di Casarola che contiene poesie giovanili e
componimenti più recenti.
LUZI (1914-2005) Considerato uno dei fondatori dell’ermetismo nonché uno dei maggiori poeti italiani
contemporanei. Prima raccolta La barca (1935). Collabora a riviste d’avanguardia, questa è la fase ermetica
che durerà più di un decennio e che non verrà abbandonata ma ampliata e approfondita negli anni successivi.
Già presente è l’aspetto che perdurerà in tutte le stagioni. Le liriche del poeta di rifanno al simbolismo e a
Mallarmé per il linguaggio prezioso e cifrato, per l’assenza totale della realtà contingente e della storia. Il
periodo migliore della poesia di Luzi è quello che si apre con la raccolta Primizie del deserto (1952) in cui
ciò che prima era posa, languore, diventa esperienza esistenziale. L’assenza e l’immobilità degli anni
precedenti lasciano il posto a un’inquietudine profonda che si traduce da un lato in paesaggi tetri, aspri,
scossi dal vento; dall’altro lato nella costante ricerca di un ponte tra essere e divenire, mutamento e identità,
tempo ed eternità, nell’incerta speranza che questo possa in qualche modo lenire la penosa insensatezza del
vivere. Più di recente Luzi ha modificato lo stile e in parte i contenuti. Il verso è diventato prosastico, il
lessico di nobile estrazione saggistica, i contenuti si sono aperti a memorie di adolescenza, ambienti della
quotidianità urbana. La sua resta comunque una poesia d’elezione, intesa come pratica salvifica da una vita
apparentemente priva di senso; in fondo alla quale resta forse la speranza di una sopravvivenza dell’anima
alla morte del corpo. Risposta essenzialmente religiosa che si rifà a un cristianesimo sentito, anche se
tormentato, che compare nelle liriche del poeta sin dai suoi esordi. 2004 senatore a vita.
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SERENI (1913-1983) Collabora con le riviste di area ermetica in cui pubblica alcuni versi di Frontiera
(1941). Chiamato alle armi, dopo la guerra pubblica Diario d’Algeria (1947) ispirato all’esperienza della
prigionia. Seguono un volume di prose Gli immediati dintorni (1962), altri versi come Strumenti umani
(1965), Un posto di vacanza (1973), poi raccolto con altri versi in Stella variabile (1981). Importanti
anche le sue traduzioni poetiche. La prima fase della lirica di Sereni (Frontiera e Diario d’Algeria) si svolge
a contatto con le esperienze ermetiche, ma l’ansia metafisica dei cattolici fiorentini si tramuta in lui;
lombardo e laico, in un’ansia e in un’attesa esistenziale, laica, che nella fase successiva (Gli strumenti umani
e Stella variabile) si sviluppa decisamente in direzione storico-esistenziale. Analogamente sin dagli inizi; pur
nella comune ricercatezza stilistica, alla “poetica della parola” degli ermetici oppone piuttosto una “poetica
degli oggetti”, che lo accomuna in parte a Montale. La riflessione poetica di Sereni muove dal luogo natale,
rappresentato negli elementi del paesaggio lacustre, la cui natura potenzialmente idillica viene
frequentemente ad essere turbata da minacciose presenze, che insinuano il disagio negli uomini e nelle cose.
Si tratterà di segnali minimi, il calare della sera che sottrae familiari e rassicuranti punti di riferimento, la
comparsa di una vedetta militare sul lago, la sensazione di sospensione nel vuoto che dà una terrazza pensile
(Terrazza) o il ritirarsi del lago che lascia affiorare poveri oggetti infranti (Settembre). Ma il significato di tali
segnali minimi viene potenziato e dilatato dal poeta che, in preda magari a una visione catastrofica
(Settembre) li solleva a emblemi o “correlativi oggettivi” di una condizione esistenziale di volta in volta di
dubbiosa sospensione, di non pienezza vitale, di male di vivere. Tale condizione costituisce il nucleo del
messaggio che il poeta affida ai suoi primi versi e su cui tornerà insistentemente anche in seguito, come
dimostra il breve componimento Non sanno d’esser morti (Diario d’Algeria) che dalla condizione di
prigioniero bellico fa un simbolo più vasto. Come si è detto nella premessa, la "poetica degli oggetti" è a
giudizio di molti uno dei principali tratti distintivi che separano Sereni dagli ermetici fiorentini, votati a una
"poetica della parola". Talora addirittura rinuncia all'auscultazione del proprio io per affrontare direttamente
la rievocazione - sempre schiva, mai retoricamente sostenuta ed eloquente - di catastrofi reali, che hanno
segnato il destino dell'uomo e del mondo contemporaneo.
ESISTENZIALISMO
MORAVIA (1907-1990) Convalescenza tubercolosi compone Gli indifferenti (1929) anche se il suo primo
racconto è Lassitude de courtisane (1927) in francese, poi tradotto in italiano con il titolo Cortigiana
stanca. Seguono poi Inverno malato (1930) sulla rivista diretta da Ojetti. Continua con le pubblicazioni su
varie riviste come Villa Mercedes, Cinque sogni e La bella vita. Con Mondadori pubblica Le ambizioni
sbagliate (1935). Le opere non riscuotono successo dalla critica, anche per via dell’ostracismo da parte
della cultura fascista. Dopo un soggiorno a Londra, e due viaggi negli Stati Uniti e Messico torna in Italia
dove pubblicherà L’imbroglio (1937). Inizia anche a lavorare su alcune sceneggiature cinematografiche.
Nei primi anni ’40 dopo un viaggio in Grecia si trasferisce vicino Napoli insieme con Elsa Morante
(conosciuta nel 1936 a Roma). Pubblica nel 1940 I sogni del pigro, nel 1941 La mascherata che sarà poi
sequestrato. L’imbroglio e Le ambizioni sbagliate saranno inclusi nella lista dei libri di autori ebrei. Nel 1941
sposa Elsa. A causa delle leggi razziali sarà costretto a non firmare più niente con il suo nome ma con degli
pseudonimi. Negli anni della guerra escono le raccolte di racconti L’amante infelice (1943) bloccato dalle
autorità e L’epidemia (1944), e il breve romanzo Agostino (1944) Quando scopre di essere sulla lista dei
nazisti delle persone da arrestare scappa a Fondi con la Morante. Da li si recheranno poi a Napoli per poi
tornare a Roma. La speranza, ovvero cristianesimo e comunismo (1944). Per guadagnarsi da vivere
comunque continua con articoli, riviste, programmi radiofonici e sceneggiature. Escono: Due cortigiane
(1945), La romana (1947), La disubbidienza (1948), L’amore coniugale e altri racconti (1949), Il
conformista (1951). Colpa del sole film di 6 minuti che realizza e dirige. Fonda con Carocci la rivista
“Nuovi argomenti” sulla quale pubblica nel 1954 L’uomo come fine, Racconti romani e Il disprezzo.
Pubblicherà in seguito La ciociara (1957), Un mese in URSS (1958), Nuovi racconti romani (1959),
La noia (1960). Un’idea dell’India (1962) nata dall’esperienza del viaggio in India con la moglie
Morante e l’amico Pasolini. Nel 1962 si separa definitivamente da Elsa e va a vivere con Dacia Maraini,
conosciuta nel 1959, con lei e Pasolini viaggeranno in Africa. Pubblica poi la raccolta di racconti L’automa
(1962), la raccolta di saggi L’uomo come fine (1963) e L’attenzione (1965). Fonda con la Maraini ed
Enzo Siciliano la compagnia del porcospino. Per il teatro scriverà Il mondo è quello che è (1966), Il dio
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Kurt (1968) e La vita è gioco (1969). Successivamente Una cosa è una cosa (1967), La rivoluzione
culturale in Cina (1967), Il paradiso (1970), Io e lui (1971), A quale tribù appartieni? (1972),
Un’altra vita (1973). Nel ’75 viene assassinato Pasolini e lui verrà protetto per alcuni mesi da una scorta,
usciranno in seguito Boh (1976), La vita interiore (1978) che verrà poi accusato di oscenità, Impegno
controvoglia (1980), Lettere dal Sahara (1981), 1934 (1982), Storie della preistoria (1982), La cosa
e altri racconti (1983) dedicato a Carmen Llera, che Moravia sposerà nel 1986. Diventa deputato al
Parlamento europeo (1984-1989). In questo periodo pubblica L’uomo che guarda (1985), L’angelo
dell’informazione e altri scritti teatrali (1986), L’inverno nucleare (1986), Passeggiate africane
(1987), Il viaggio a Roma (1988), La villa del venerdì (1990). Dopo la sua morte verranno pubblicati
Vita di Moravia (1990), La donna leopardo (1991), Diario europeo (1993), Romildo ovvero
racconti inediti o perduti (1993), Viaggi – Articoli 1930-1990 (1994), Racconti dispersi 1928-1951
(2000).
Intellettuale impegnato a sinistra, leader del mondo letterario romano. Bersaglio di conservatori e
conformisti. Temi: sesso, alienazione, significato rapporti economici. Scrittura borghese. Interpreta eventi
che hanno agito sulla società italiana. 2 strumenti: psicanalisi per comprendere il rapporto dell’individuo con
sé stesso e marxismo per analizzare rapporti sociali, e dinamiche legate al possesso.
PASOLINI (1922-1975) Nel 1928 sarà il suo esordio poetico, annota una serie di poesie su un quadernetto a
cui ne seguiranno altri ma andranno persi nel periodo bellico. Collaborerà nel 1939 con un periodico
bolognese, in questo periodo scrive poesie in friulano e in italiano che poi saranno raccolte in un primo
volume Poesie a Casarsa (1942). L’uso del dialetto rappresenta in qualche modo un tentativo di privare la
Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse. Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un
approfondimento della cultura. Gli intellettuali “organici” scrivono servendosi della lingua del Novecento,
mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo senza cimentarsi in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto
ciò sembra inammissibile: molti comunisti vedono in lui un sospetto disinteresse per il realismo socialista, un
cosmopolitismo, un’eccessiva attenzione per la cultura borghese. Impegnato con azioni giudiziarie e denunce
e processi, si troverà a trasferirsi a Roma. A Roma i primi anni sono difficilissimi, non chiederà aiuto ai suoi
amici letterari e tenta la strada del cinema, viene assunto come generico a Cinecittà, fa il correttore di bozze
e vende i suoi libri nelle bancarelle rionali. In questi anni nelle sue opere trasferisce la mitizzazione delle
campagne friulane nella cornice delle borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un
doloroso processo di crescita. Nasce insomma il mito del sottoproletariato romano. Prepara poi delle
antologie sulla poesia dialettale; collabora con una rivista (Paragone) su cui pubblicherà il primo capitolo di
Ragazzi di vita (1955). Poi viene chiamato a far parte della sezione letteraria del giornale radio al fianco di
Gadda, nel ’54 si possono dire lontani i primi anni di vita a Roma, si trasferisce a Monteverde Vecchio e
pubblica il suo primo importante volume di poesie dialettali La meglio gioventù (1954). Con Ragazzi di
vita diventa uno dei bersagli preferiti dai giornali di cronaca nera, viene accusato di reati al limite del
grottesco. Esordisce come attore nel film Il gobbo (1960). Pubblica Le ceneri di Gramsci (1957) una
raccolta di poemetti, L’usignolo nella chiesa cattolica (1958), Passione e ideologia (1960), La
religione del mio tempo (1961). Realizza il suo primo film Accattone (1961) che sarà vietato ai minori e
causerà non poche polemiche. Mamma Roma (1962) diretto e La ricotta (1963) episodio poi sequestrato.
Il vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1965), Edipo re (1967), Teorema (1968),
Porcile (1969), Medea (1970), e poi la trilogia della vita, o del sesso, ovvero Il Decameron, I racconti
di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte (1970-1974), e per concludere Salò o le 120 giornate
di Sodoma (1975). Dai molti viaggi effettuati nella sua vita ricava anche alcuni documentari. Essendo
ormai i pieni anni Settanta, non bisogna dimenticare il clima che si respirava in quegli anni, ossia quello
della contestazione studentesca. Pasolini assume anche in questo caso una posizione originale rispetto al
resto della cultura di sinistra. Pur accettando e appoggiando le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene
in fondo che questi siano antropologicamente dei borghesi destinati, in quanto tali, a fallire nelle loro
aspirazioni rivoluzionarie. Vicino alle tematiche del neorealismo, ma sperimentatore. Letteratura per capire
la realtà fuori da ogni espressione intellettualistica, uno dei pochi a interpretare con coraggio e dignità il
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dovere civile dell’indignazione. Diritto di una letteratura volta a comprendere come rifiutare corruzione e
disumanità.
REALISMO MAGICO
ORTESE (1914-1998) Quasi autodidatta, scopre la letteratura e quindi la sua vocazione di scrittrice. La
mancata formazione scolastica fa risaltare ancora di più la sua perfezione stilistica. La morte del fratello nel
’33 porterà eco di tragedia, velata di rimpianto e ricordo, in tutta l’opera della scrittrice. Quello stesso anno
pubblica 3 poesie su una rivista tra cui una dedicata interamente al fratello. Di li a poco perderà un altro
fratello e poi i genitori, rimanendo da sola con la sorella che non si sposerà mai per sacrificare la propria vita
per la sorella, il che sarà fonte di perenne rimorso per la scrittrice. La sorella Maria, come gli altri
componenti della famiglia, prenderà corpo trasfigurandosi in alcuni personaggi dolorosi, eterei e senza
tempo, fondamentali nell’opera della scrittrice. Ne Il porto di Toledo (1975) probabilmente la sorella della
scrittrice è Juana e la scrittrice stessa forse si trasporrà nell’iguana in un’isola sperduta nell’Oceano, una
piccola iguana fatta serva da una famiglia di miseri antichi nobili spagnoli, parla e si veste come una donna
e si innamora di un uomo, un nobile milanese venuto a comprare l’isola per farne un paradiso per ricchi.
L’iguana e le altre creature della natura hanno sempre tratti “umani” nella sua opera ( Il cardillo addolorato
(1993), il puma di Alonso e i visionari (1996)) mentre gli umani nell’opera sono angelici e bestiali ( Il
monaciello di Napoli (2001), le persone incontrate in Silenzio a Milano (1958)). Tra una città e l’altra
Ortese comincia a pubblicare alcune opere che non avranno mai successo di vendite, solo qualche eco di
polemica che poi ricorderà in Corpo Celeste (1997), opera-testamento che condensa il pensiero e la vita
della scrittrice. La “stranezza” continua che suscita l’esperienza della vita (mai egocentrata ma sempre
cosmica) è una viva relazione fra le creature viventi, la scrittura può raccogliere e restituire questa relazione
solo assecondandone il movimento, quindi operando nello stesso senso della vita e della natura, per
somiglianze, per spostamenti, per metafore. Con Il mare non bagna Napoli (1953) avrà una labile
notorietà, la scrittrice non rinuncerà mai a posizioni critiche nei confronti del mondo letterario dal quale si
sente respinta e a cui sente di appartenere a tutti gli effetti. Il desiderio di essere riconosciuta come scrittrice
sarà sempre un punto dolente nella vita di Ortese. Dagli intensi scambi epistolari fra la scrittrice e amici si
possono cogliere momenti intimi e aneddoti, di alcuni dei quali è possibile trovare un’eco nell’opera della
Ortese, come ad esempio gli scambi con Dario Bellezza che la aiuterà, in seguito a una confessione, a
ottenere la pensione prevista dalla legge Bacchelli. Ortese riuscirà ad avere un maggior successo di pubblico
con Il cardillo addolorato (1993).
FLAIANO (1910-1972) Scrittura tra Penna e Montale. Ricordato come brillante umorista, critico teatrale e
cinematografico. Sposa la sorella del musicista Nino Rota dal quale avrà una figlia che morirà nel 1992 a 40
anni. Le pagine di Flaiano che ricordano questa vicenda si trovano ne La valigia delle indie (1996). Nel
1943 inizia a lavorare per il cinema, il suo sarà un rapporto di amore-odio con il cinema. Partecipa a Roma
città libera (1948), Guardie e ladri (1951), La romana (1954), e altri. E con Fellini collabora ad alcune
sceneggiature come per La dolce vita (1960). Scrive e pubblica Tempo di uccidere (1947), romanzo che
gli procurerà la vittoria del Premio Strega. Da qui e per i successivi 25 anni scriverà alcune delle più belle
sceneggiature del cinema del dopoguerra. Odiata ma anche odiata Roma, la città che saprà vivere in tutti i
suoi aspetti, tra i cantieri, i locali della “dolce vita” e le strade trafficate. Nella sua produzione narrativa
stigmatizza gli aspetti paradossali della realtà contemporanea. Diretto e tragico, il suo stile è soprattutto
quello di un ironico moralista. Dopo un primo infarto nel ’71 inizia a rimettere ordine tra le sue carte con
l’intento di pubblicare una raccolta organica di tutti i suoi appunti sparsi rappresentanti la sua vita. Gran
parte di questa catalogazione verrà pubblicata postuma.
MORANTE (1912-1985) Legata sentimentalmente allo scrittore Alberto Moravia in una delle storie
d’amore più travagliate e romanzate di sempre. Grande amica del poeta Pasolini il quale non ha mai nascosto
tutta la sua stima nei confronti dell’autrice romana. In realtà si sarebbe dovuta chiamare Lo Monaco di
cognome in quanto nata dall’unione tra Irma Poggibonsi (maestra ebrea) e Francesco Lo Monaco (impiegato
delle poste). Alla nascita viene riconosciuta a tutti gli effetti da Augusto Morante, marito della madre e
sorvegliante di un istituto di correzione giovanile. Romana, trascorre i primi anni della sua vita a Testaccio.
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L’amore per la scrittura la coglie sin da adolescente con la stesura di fiabe e storielle per bimbi. Dal 1933
pubblica su giornali e riviste i suoi scritti. Terminato il liceo decide di andare a vivere da sola e iscriversi alla
facoltà di Lettere, non potendo però terminare gli studi e ritrovandosi costretta a vivere con le redazione di
tesi di laurea, dando lezioni private di italiano e latino e collaborando con alcuni periodici. Il primo libro per
la Morante arriva nel 1941, una raccolta di storie giovanili dal titolo Il gioco segreto. Si sposerà con
Moravia in pieno periodo bellico, e intratterrà rapporti con i massimi artisti italiani del Novecento, Pasolini,
Saba, Bertolucci, Bassani, Penna. Nella casa di Roma inizia a lavorare alla stesura del suo primo romanzo,
Menzogna e sortilegio (1948). A causa delle leggi razziali segue il marito, in fuga a Fondi, con cui avrà
sempre un rapporto in tensione, lei alterna un bisogno di autonomia ad una forte esigenza di protezione e di
affetto, allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia definitivamente rimpiangendo la scelta
in un secondo momento. Il primo capolavoro della Morante (Menzogna e sortilegio) rivela le sue grandi
qualità di narratrice e affabulatrice, per quanto risenta ancora di certi schematismi narrativi dei quali si libera
con il suo secondo lavoro, L’isola di Arturo (1957), vincitore del Premio Strega e ispiratore dell’omonimo
film. Negli anni ’60 recita una parte nel film Accattone dell’amico Pasolini interpretando una detenuta.
Questi sono anche gli anni che la vedono riflettere e rinunciare a diverse pubblicazioni, nel pieno di una crisi
artistica senza precedenti. Distaccatasi dal marito si trasferisce in via del Babuino, non rinunciando alla
residenza coniugale e allo studio ai Parioli. La casa di via dell’oca in cui è nato Menzogna e sortilegio è un
ricordo ormai lontano. Alibi (1958) è la raccolta di 16 poesie, mentre la seconda raccolta di brani sarà Lo
scialle andaluso (1963), seguito dal mix di poesia e prosa de Il mondo salvato dai ragazzini (1968).
Tra polemiche più o meno coerenti nel 1974 pubblica il romanzo La storia. L’ambientazione tutta romana
della vicenda conferisce un carattere di universalità dell’opera, la quale attraversa tutta la Seconda guerra
mondiale in lungo e in largo. Aracoeli (1982) sarà il suo ultimo romanzo. Nel 1980 l’autrice si frattura un
femore ed è costretta a letto, a seguito di un intervento chirurgico perde l’uso delle gambe, cosa che la
addolora ulteriormente, minando il suo stato psichico. Nel 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas,
ma sarà salvata da una domestica. Morirà di infarto nell’85. Verrano pubblicati postumi Opere e Racconti
dimenticati.
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