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(Oscar spiritualità) Alejandro Jodorowsky - I vangeli per guarire. Lo straordinario potere del mito cristiano (Oscar spiritualità)-Mondadori Milano (2010)

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spiritualità
Alejandro
Jodorowsky
I VANGELI
PER GUARIRE
Lo straordinario potere
del mito cristiano
OSC9.K910\ n1DORi
di Alejandro Jodorowsky
Alejandro Jodorowsky
nella collezione Oscar
Il dito e la luna
Il passo dell'oca
I Vangeli per guarire
nella collezione Varia
con Milo Manara
I Borgia - vol. I
I Borgia - vol. II
I VANGELI
PER GUARIRE
Lo straordinario potere dei mito cristiano
Traduzione di Antonio Bertoli
OSCARMOIDADORI
Copyright © Alejandro Jodorowsky, 1996
Titolo originale dell'opera: Los Evangelios para sanar
© 2003 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione Ingrandimenti aprile 2003
I edizione Oscar va ri a 2004
I edizione Oscar spiritualità gennaio 2009
ISBN 978-88-04-58848-1
Questo volume è stato stampato
presso Mondadori Printing S.p.A.
Stabilimento NSM - Cles (TN)
Stampato in Italia. Printed in Italy
Anno 2010 - Ristampa
Q
10 Il 12 13
(www.Iibrimoncaciori.it
I Vangeli per guarire
Introduzione
Il testo che compone questo libro proviene da un ciclo di conferenze
tenute da Alejandro Jodorowsky all'Università di Jussieu di Parigi,
sbobinate da Layla Bess e riviste integralmente da Antonio Bertoli
dopo un lungo confronto con l'autore.
All'inizio, quando ho cominciato a leggere i Tarocchi, mi concentravo sui problemi di chi mi consultava e consideravo certe
malattie come entità autonome. Poco alla volta mi sono invece
reso conto che ogni problema aveva la sua origine nel parto: il
modo in cui si viene messi al mondo influisce infatti sul destino
personale ire maniera determinante. Più tardi ho però capito
che studiare il parto non bastava: occorreva sapere come era
stata la permanenza nel ventre materno. La gestazione forse
non era quel paradiso di cui si parla, anzi, poteva addirittura
costituire, in sé, un inferno. Possedere un proprio posto nel
mondo è una sensazione strettamente legata al luogo che si
occupa durante i nove mesi prenatali.
Per capire meglio questo periodo mi è sembrato quindi
necessario conoscere la vita de ll a madre e il modo in cui essa
aveva percepito il padre del suo bambino. Ciò presupponeva
un esame dell'ambiente in cui aveva vissuto quella donna, un
esame dei suoi genitori e dei suoi nonni, oltre a uno studio
dei genitori e dei nonni dell'uomo con cui aveva generato. Ho
chiamato questo studio «psicogenealogia». In primo luogo, ho
posto l'accento sull'aspetto psicologico dell'albero genealogico,
dato che mi è parso subito evidente che tale albero era alla
base di qualunque nevrosi, ossessione, cancro, tubercolosi,
mania ecc. Ciascuno eredita una marcata impronta psicologica che pesa sù di lui come una trappola, finché non ne è
consapevole.
Ho visto, per esempio, un albero genealogico nel quale l'uomo non esisteva per tre o quattro generazioni: ogni volta che
il primogenito arrivava all'età di otto anni, il padre moriva e il
bambino si trasformava nel «marito» di sua madre. In questa
famiglia, quindi, i maschi erano considerati un disturbo: una
situazione del genere delinea strane configurazioni in chi la
sperimenta.
In seguito mi sono accorto che anche gli aspetti culturali,
economici e politici dell'albero genealogico avevano un ruolo
importante. Conoscere il livello culturale della famiglia nel
corso di varie generazioni, sapere se una professione si è trasmessa di padre in figlio, osservare l'impatto delle guerre nella
storia familiare, l'incidenza di nazionalità, radici sociali, religioni ecc., forniva dati interessanti e indispensabili per capire
l'influenza dell'albero genealogico su un essere umano.
Ho conosciuto una persona il cui padre era musulmano e la
madre ebrea. Entrambi i genitori avevano ripudiato le proprie
origini, e di conseguenza il figlio era carente di cultura, di nazionalità e di radici. Non c re do che sia indispensabile legarsi a
una determinata nazionalità o a determinate radici: sono per
quella libertà simboleggiata perfettamente da un personaggio
dei Tarocchi, Il Matto. Ma per approdare a tale libertà è in ogni
caso necessario aver conosciuto e onorato le proprie radici: se
non si sa da dove si viene, non si può sapere dove si va. Tagliare
i ponti con il passato non significa ignorare le nostre origini, e
conoscere le nostre origini non significa legarsi a esse.
Così ha assunto via via sempre maggiore importanza l'aspetto sociologico dell'albero genealogico. Non possiamo infatti
studiare una famiglia senza analizzare la società in cui è inserita. Poi, mi sono reso conto che esiste, al di là degli aspetti
psicologici e sociologici, un aspetto spirituale: alle radici di
qualsiasi malattia, depressione e problema incontriamo infatti
un mito, un mito dimenticato che sta alla base di tutto, della
religione in primo luogo, ma anche della società.
Indipendentemente dal fatto di essere ebrei, musulmani,
buddhisti, taoisti o atei, vivendo in Occidente siamo influenzati
dal mito che ha impregnato di sé tutto il mondo occidentale:
il mito ebraico-cristiano, alla base della nostra vita sociale,
economica, po litica, intellettuale, sessuale e spirituale. Jung,
che ne ha parlato in modo molto approfondito, ha studiato
l'interdipendenza tra il mito e l'inconscio profondo, arrivando
alla conclusione che non possiamo approdare alla nostra realizzazione se non costruiamo una «divinità interiore».
Per completare queste informazioni mi è sembrato indispensabile rileggere questo mito alla luce delle conoscenze
attuali, dato che ci è stato -trasmesso da generazioni che non
possedevano il livello di comprensione odierno. Il mito è un
simbolo e la sua interpretazione varia in funzione del livello
di chi lo interpreta. Ed è un'interpretazione sbagliata e malata
quella che è giunta fino a noi e tuttora ci coinvolge.
Se passiamo il Vangelo al setaccio del nostro grado di comprensione attuale, tutti i dipinti religiosi ci sembreranno «primitivi». Gli artisti che si sono applicati a questi temi obbedivano alle direttive morali di un periodo ormai passato; oggi tali
direttive non ci riguardano più e dobbiamo quindi proiettare
sui testi sacri uno sguardo che rifletta il nostro livello di evoluzione e di conoscenza.
Ci sono due modi di accostarsi al mito: il primo consiste nel
cercare di fissarlo come una verità e quindi intraprendere ricerche storiche, geografiche e sociali per dimostrarne la realtà (è
quello che fanno i religiosi); il secondo consiste nell'accettare
il mito come un simbolo e tentare di penetrarne il mistero. In
quest'ultimo caso non si tratta di stabilire se sia reale o no,
quanto piuttosto di immergersi in una nuova interpretazione,
a margine di tutti i fondamenti religiosi tradizionali, per ricercare una verità interiore e riconoscere la nostra anima.
Viviamo in un mondo materialista, dove la morale è davvero
la grande assente: ecco un'altra delle ragioni che mi hanno
spinto a esplorare il Vangelo. Le leggi che ci reggono non sono
«morali»; la bontà non compare nelle loro coordinate e del
resto sono promulgate per proteggere il più fo rt e: firmare un
contratto, per esempio, implica automaticamente che bisognerà sostenere avide battaglie per evitare di essere raggirati.
Tutti i contratti si fondano di fatto sul furto: si tratta solo di
vedere chi trarrà vantaggio dall'altro. Chi impone la propria
forza è rispettato e onorato: ne ammiriamo l'intelligenza e
il successo; la vittima, al contrario, è disprezzata perché si è
lasciata ingannare.
Erriamo così in un mondo materialista costruito sul furto, la
competizione, lo sfruttamento, l'egoismo... Tutto è predisposto
in modo da impedire alla coscienza di svilupparsi, perché la
coscienza disturba, confonde. Il sistema scolastico mantiene
i bambini a un livello distante da ll a presa di coscienza, un livello che impedisce al mondo di cambiare. Esiste una evidente
cospirazione che tende a mantenere il mondo così com'è, su
fondamenta prive di morale.
A sessant'anni, al tramonto della vita, gettiamo gli esseri
umani nella pattumiera della società. Li abbiamo abituati
da sempre a quest'idea e, accettandola, gli individui vivono
accompagnati dall'angoscia di raggiungere tale età critica.
Ci ritroviamo così all'interno di una società criminale che distrugge l'essere: la cospirazione contro il risveglio. Che fare? Mi
sono chiesto se mettersi a lavorare per «guarire» il mito potesse
contribuire a creare una nuova morale in grado di raggiungere
la coscienza collettiva. Questa morale non sarebbe basata sulle
nozioni di bene e male, ma su quella di bellezza.
In ogni caso, quale morale possiamo costruire vivendo in mezzo a persone che disprezzano lo spirito e coloro che lo sviluppano?
Un individuo è considerato un nemico dal momento in cui si
azzarda a coltivare una sensibilità, una coscienza, una creatività
proprie, dal momento in cui osa «convertirsi in se stesso».
Che fare di fr onte a questi individui che hanno la pretesa
che il mondo appartenga loro perché sono la maggioranza?
Che fare di fronte a queste persone la cui filosofia consiste
nel vender caro ciò che hanno ottenuto a poco prezzo, gente
sempre in competizione che cerca di umiliare gli altri in tutti
i modi possibili? Che fare in un mondo che si prende gioco di
ogni essere e de ll a sua genialità, un mondo che non ha bisogno
né della coscienza né del cuore di ciascuno? Un mondo che ci
vuole compratori frustrati.
Questo è il problema che mi si è posto, il motivo che mi ha
spinto a studiare il mito cristiano. Dico «mito» rivolgendomi
ai non credenti; i credenti possono intendere «religione».
Il mito cristiano, allo stesso modo dei Tarocchi, non può essere ridotto a una visione determinata, fissa, prestabilita. Funziona come un simbolo, pertanto non può essere colto intellettualmente. Nei Tarocchi l'errore consiste nel pietrificare ogni
Arcano in una definizione rigida e chiusa. Ogni carta è invece
un mistero insondabile che può avere mi ll e interpretazioni
diverse. Per imparare i Tarocchi bisogna impregnarsene finché
cominciano a entrare in relazione con la nostra emotività. A
partire da quel momento le carte esercitano un'azione su di
noi: solo allora si può parlare di ciascun Arcano al livello della
nostra ispirazione e proiettandovi ciò che siamo. L'importante
è capire che quello che vediamo corrisponde a una proiezione
di noi stessi: i Tarocchi funzionano come uno specchio. Allo
stesso modo, il mito funziona come uno specchio che descrive
avvenimenti inreonsci. La sua lettura deve passare tramite il
linguaggio emotivo, il linguaggio del cuore.
La memorizzazione è un cammino adatto per arrivare a questo linguaggio. Memorizzare il mito, così come memorizzare
i Tarocchi, permette di visualizzarli e poi di viverli.
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La mia prima preoccupazione, studiando il Vangelo, è stata
quella di esaltarlo, alla ricerca delle più be ll e interpretazioni
possibili. Sono perfettamente cosciente che si tratta di un
lavoro infinito, perché si potrà sempre trovare una bellezza
più grande. È come per i Tarocchi: bisogna cominciare e non
desistere mai. Nella misura in cui coltiviamo questo studio
arricchiamo le nostre vite e impercettibilmente cambia tutto
in noi: il modo di muoversi, di mangiare, di pensare, di sentire,
di fare l'amore, di partorire, di creare, di morire... Se non lo interrompiamo mai, questo lavoro produrrà un cambiamento.
Il mio modo di procedere non appartiene a nessuna scuola.
Con i Tarocchi ho imparato a guardare senza pregiudizi:
prima di lanciare qualsiasi idea bisogna anzitutto vedere. È la
condizione sine qua non per elaborare una teoria valida.
Osservando gli Arcani ho capito che ciascuna carta, per il
suo aspetto simbolico, è una forma aperta sulla quale chiunque
può applicare la propria immaginazione. Così, per esempio,
possiamo interpretare negativamente la carta chiamata La
Torre e dire che si tratta della torre di Babele, o del castigo
della vanità, dell'incidente, della rottura di un legame di coppia, ma possiamo anche dire che questo Arcano significa la
danza intorno al tempio, la ricezione della parola sacra, l'atanor (forno) alchemico o la presa di possesso di un terreno, un
omaggio alla vita divina ecc.
Allo stesso modo il Vangelo è una specie di forma aperta
che permette innumerevoli interpretazioni. Il suo messaggio è
misterioso e occulto. Come con l'Antico Testamento, quando si
inizia a penetrare in profondità nel Vangelo ci si trova davanti
a testi di una tale complessità, che sembra davvero impossibile
che abbia potuto scriverli un essere umano. Piuttosto, si direbbe
che si tratta di una sorta di opera divina «ricevuta» dall'uomo e
a lui molto superiore. D'altra pa rt e, queste opere sono superiori
a tutte le interpretazioni che se ne possono dare.
Ho affrontato ogni capitolo come se fosse un Arcano dei
Tarocchi. Ne ho osservato tutti i dettagli. Ho cercato di immaginare tutto quello che vi succedeva come se vedessi un film e poi,
nel momento in cui me ne ero ben impregnato, lasciavo parlare
la mia intuizione senza sapere dove mi avrebbe portato.
hideale sarebbe stato studiare il testo nella versione originale, però sono ricorso alla traduzione ecumenica, dato che
molti gruppi religiosi si sono accordati su questo testo.
Ho intrapreso questo lavoro di rilettura con totale umiltà
e senza voler offendere coloro che conoscono già il Vangelo.
D'altra pa rt e, credo che quando si ama un argomento non ci
sia niente di più bello che sentirne parlare.
Spero di contribuire, con questo studio, alla presa di coscienza collettiva ormai imminente. Ci sarà, ne sono certo,
anche se forse l'umanità non cambierà in modo decisivo fino al
XXII secolo. Cosa succederebbe se Cristo si presentasse oggi?
Il Cristo è un Messia: se viene, è per salvare l'umanità. Nessun
individuo può salvarla adesso. Se il Cristo viene, sarà un Cristo
collettivo. Sarà l'illuminazione di tutta l'ummanità. Se l'umanità
non si illumina, senza l'eccezione di una sola persona, finirà.
Il Cristo è collettivo oppure non è.
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E cos'è l'uomo? L'uomo deve capire che il suo corpo è l'Universo, che il tempo è ciò che accade a lui, il tempo intero, e
che la sua coscienza è pa rt e de ll a coscienza cosmica. Dobbiamo capire, anche se non lo vivremo, anche se moriremo
prima di vederlo, che l'uomo popolerà le stelle, e vivrà tanto
quanto l'Universo — merita di vivere altrettanto — e costituirà una coscienza globale e sarà la mente del cosmo. Se non
abbiamo questo ideale, non vale la pena di vivere. Dobbiamo
avvicinarci a questo ideale a poco a poco. Noi non vedremo
l'avvento de ll a Coscienza Cosmica; non vedremo i fru tt i di ciò
che stiamo seminando. Dobbiamo sacrificarci, perché non li
vedremo. È questo il senso del sacrificio che ci insegnano i
Vangeli: l'assoluta umiltà necessaria per agire pur sapendo che
non vedremo i risultati.
L'errata lettura del mito ci insegna a vivere nel più grande
egoismo: sporchiamo il pianeta e non ce ne importa perché
non assisteremo a ll a catastrofe; sporchiamo i nostri corpi e ci
autodistruggiamo per farla finita «al più presto» e non vedere i
risultati delle devastazioni che stiamo compiendo. Ci impo rt a
solo il tempo che calcoliamo di stare qui e non ci preoccupiamo
del futuro, nemmeno di quello dei nostri figli; ci tranquillizziamo vagamente pensando che si arrangeranno, come abbiamo
fatto noi, per «tirare avanti». La vera umiltà invece consiste nel
lavorare e nell'agire in ogni momento, credendo nell'umanità
futura, convinti che un giorno si aprirà al cosmo come un fiore,
una mattina che noi, tu, io, non potremo vedere.
Dobbiamo pensare a ciò che verrà e amarlo. Dobbiamo agire
credendo nell'umanità futura. Lavorare per essa, instancabilmente. Imparare ad accettare il sacrificio. Perché altrimenti
quel cambiamento non si verificherà. Noi pianteremo i semi,
noi lavoreremo, noi faremo avanzare l'umanità verso la sua
realizzazione.
,
Come nascono i miti? Dapprima qualcuno li sogna; poi
quei sogni diventano canti; in seguito qualcuno li trasforma
in poemi; infine, qualcun altro li scrive nei Libri Sacri. E da
dove provengono quei sogni iniziali? Forse dalla divinità stessa
(se siamo credenti), o dagli archetipi (se non lo siamo). Così
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come il ragno tesse tele, noi fabbrichiamo sogni. È questo il
mito fondatore, poiché sostiene tutta la società. E contro i
sogni si erige il potere, l'egoismo.
Perciò mi sono riproposto di leggere il mito fondatore in
senso letterale: ogni frase del Vangelo è perfetta e contiene un
insegnamento. Il mio progetto è stato quello di guardare questo
testo con l'occhio dell'artista.
Mi sono proposto di essere fedele alle scritture, di non mettere in dubbio le loro affermazioni, di non cercarne i lati negativi
né di esprimere la minima critica distruttiva, di non ferire la
sensibilità religiosa, di non essere blasfemo e, soprattutto,
di esaltare il testo sottolineandone la bellezza. Io non posso
cambiare nemmeno una lettera del mito; posso, tuttavia, modificarne l'interpretazione, porla al nostro attuale livello di
coscienza e nella prospettiva dell'umanità futura.
Perché il mito fondatore è avvolto da nuvole nere: le interpretazioni arcaiche di questo messaggio offe rt e dalle sette.
Oggi quelle interpretazioni stanno liquidando l'umanità: provocano guerre, stragi familiari, cancri in tutti gli organi — soprattutto quelli sessuali —, pervertono l'espressione umana,
annichiliscono la felicità, creano povertà.
Farò un esempio, purtroppo ne esistono tanti. Una de ll e
innumerevoli conseguenze di una cattiva lettura del mito, una
delle più nefaste, è quella che io chiamo «la sindrome del figlio
perfetto». Esaminiamo un albero genealogico: se nel corso di
varie generazioni si ripetono i nomi di Giuseppe e Maria, la
cosa più probabile è che questa sindrome si presenti in modo
ciclico. Questi due nomi possono essere «nascosti», per esempio un Giuseppe Emanuele sposato con una Rosa Maria, ma
la sindrome si presenterà comunque nel primogenito; non lo
chiameranno necessariamente Gesù;rpuò essere benissimo Cristiano, Salvatore, Emanuele, Pasqúale, Cristoforo o qualsiasi
altro nome con risonanze cristiche. Se è maschio, i genitori
esigeranno da lui che sia perfetto: dovrà essere saggio a sette
anni, incolume a quindici, irreprensibile a trenta, ed è molto
probabile che si ammali e muoia a trentatré anni, vittima di
una delle atroci malattie della «modernità».
Questo essere umano si sacrificherà incoscientemente per-
ché è stato condizionato in tal modo dall'albero genealogico e
dalla pessima lettura del mito come sessualità repressa. Se è
femmina, tanto «peggio», perché in tal caso non le si chiederà
nemmeno di essere perfetta: potrà soltanto essere la madre di
un maschio perfetto (è il massimo cui può «aspirare») e a sua
volta trasmetterà il ciclo e darà corso alla sindrome.
Il nostro mito fondatore è stato manipolato per metterci al
servizio dello sfruttamento. Perciò quello che ho fatto è stato
prendere questo mito e reinterpretarlo secondo una visione
artistica, nella convinzione che l'arte sia terapeutica.
Viviamo nella paura. Ci soffoca soprattutto l'assillo economico. Gli animali hanno paura, è la loro reazione istintiva
di fr onte all'imprevisto: è la caratteristica dell'animale, non
dell'essere umano. Nei Vangeli, quando un angelo si presenta
a qualcuno dice: «Non avere paura», il che significa porre la
persona nello stato umano. Oggi viviamo in una spaventosa bestialità economica. Una lettura positiva del mito inizia
esattamente così, con un «non avere paura», per affrancarci
dall'animalità in cui viviamo e collocarci nella prospettiva de ll a
nostra umanità presente e futura.
io
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IL VANGELO SECONDO MATTEO
Matteo inizia con la Genealogia di Gesù Cristo (1,1-17):
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide...
E dopo una lunga lista delle generazioni fino a Giuseppe,
finisce con
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è
nato Gesù chiamato Cristo.
Giuseppe: perché Giuseppe? Mi sono domandato quale sia
stata la vita del primo Giuseppe di cui parla la Bibbia. Lo si
trova nel capitolo 37 della Genesi.
Quel Giuseppe era talmente bello che il padre gli regalò una
tunica. I suoi fratelli (che erano dodici) erano invidiosi di lui
e si arrabbiarono molto perché il padre lo privilegiava.
Ricordando che era impossibile tagliare la tunica di Cristo perché era fatta di un'unica pezza e che coloro che se la
disputavano dovettero giocarsela a dadi, ci rendiamo conto
che questa tunica fa la sua comparsa con il primo Giuseppe.
D'altra pa rt e, chi diede la tunica a Cristo? Possiamo pensare
che fu Giuseppe (il padre di Gesù), dato che Cristo è figlio di
Davide per il tramite di Giuseppe. Bisogna avere molto chiaro
che è Giuseppe a innestare il suo albero genealogico su quello
di Cristo, e che in tal modo egli offa e a Dio la possibilità di
mantenere la promessa fatta alla casa di Davide (2 Samuele,
7,12-16). Dunque, per quanto incredibile possa sembrare, senza Giuseppe non ci sarebbe stato alcun Messia.
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Chi era questo Giuseppe della Genesi? I suoi fratelli, gelosi,
lo gettano in fondo a una cisterna o a un pozzo perché muoia.
Poi prendono la tunica di Giuseppe e la imbrattano col sangue di un animale; la mostrano al padre (Giacobbe) in queste
condizioni, ed egli crede che Giuseppe sia stato sbranato da
una belva e viene preso da una profonda tristezza.
Giuseppe, quindi, sta nudo all'interno di un pozzo. Si dice
che la verità è nuda in fondo a un pozzo. Giuseppe era la verità.
Si direbbe che era giusto. E cosa sapeva fare? Interpretare i
sogni. Eccone uno, che egli raccontò ai suoi fratelli:
Ascoltate questo sogno che ho fatto. Noi stavamo legando
covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò
e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono
davanti al mio.
Cosa vuol dire il fatto curioso che gli altri dodici covoni si
inchinano di fr onte a quello di Giuseppe? I dodici apostoli si
inchinano di fr onte a Cristo...
Giuseppe sapeva sognare e Dio lo proteggeva: cosa fece in
fondo al pozzo, nudo, senza nulla da mangiare? Non poteva fare
che un'unica cosa: mettersi a pensare. Cade in trance, dunque,
si concentra su se stesso. Comunica con il cosmo. Con il proprio
Maestro. Con il proprio destino.
Più tardi arriva quasi a diventare faraone, poiché i suoi fratelli lo vendono a certi mercanti che a loro volta lo rivendono
in Egitto. Qui è messo in prigione, finché non interpreta un
sogno del faraone, il famoso sogno delle sette vacche magre e
de ll e sette vacche grasse, grazie al quale il re gli dà da amministrare tutto l'Egitto.
È a partire dal fondo di quel pozzo che l'epopea cristiana
comincia a delinearsi molto chiaramente: non esisterebbe se
qualcuno non avesse gettato un uomo in fondo a un pozzo,
vale a dire nel più profondo abbandono. La nostra civiltà non
esisterebbe (secondo il mito, evidentemente).
L;altro Giuseppe (il padre di Gesù) si trova anch'egli in fondo a un pozzo (il pozzo della nostra ignoranza e de ll a nostra
incomprensione): è necessario farlo risalire, riconoscerne il
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valore. Egli è il motore principale del Vangelo. È da lui, quindi,
che bisogna iniziare.
L'ANNUNCIAZIONE A GIUSEPPE
(Matteo 1,18 25)
-
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria,
essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a
vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla,
decise di licenziarla in segreto.
Cos'è un uomo giusto? Per rispondere a questa domanda,
cerchiamo nella Bibbia il punto in cui si dice per la prima
volta che un uomo è «giusto». Si trova nel capitolo 15 della
Genesi, versetti 5-6, dove si parla di Abramo che, a quell'epoca,
è vecchio quanto Zaccaria, padre di Giovanni.
Poi [Dio] lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e
conta le stelle, se riesci a contarle».
Abramo esclama: «Non è possibile, come posso contare le
stelle?». Tenta inutilmente; poi Dio aggiunge: «Tale sarà la tua
discendenza».
Lo dice a un uomo anziano sposato con una donna vecchia
quanto lui. Ciò nonostante
Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
Ecco, dunque, la spiegazione della parola «giusto»: Giuseppe era un uomo che aveva fede in ciò che il Signore gli diceva.
Era quindi un uomo giusto. Ciò significa inoltre che conosceva
la Legge e seguiva tutti i precetti. (Gli ebrei imparano a memoria l'intera Toràh. Oltre a memorizzarla, analizzano ogni
frase, la commentano ecc.)
Un uomo giusto è un uomo perfetto, santo, che osserva la
religione in modo impeccabile e puro: questo è Giuseppe.
Il Vangelo non precisa la sua età. È falso affermare che era
vecchio, perché non sta scritto da nessuna pa rt e. Dal momento
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che la sua età non è indicata, ciascuno può farsi di Giuseppe
l'immagine che vuole. Il Vangelo lascia in ombra questo punto,
perché Giuseppe può essere lo spirito di chiunque, lo spirito
dell'uomo. Non occorre attribuirgli un'età precisa, non è importante. Potrebbe addirittura essere un ragazzo di quattordici
o quindici anni, come la Vergine.
C'è qualcosa di essenziale che non viene detto esplicitamente
e che però può benissimo leggersi tra le righe:
Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla...
Come viene a sapere, Giuseppe, che Maria è incinta? Bisogna immaginare il modo in cui se ne accorse, così come
bisogna immaginare la bellezza della sua donna.
Giuseppe non aveva scelto una donna qualsiasi: Maria era
una donna perfetta fino all'ultima cellula, una donna completamente consacrata fino all'ultima cellula, la perfezione stessa.
Una persona simile non poteva aver nascosto a Giuseppe un
fatto così impo rtante. Maria non era capace di mentire, così,
nel momento in cui il suo ciclo mestruale si interrompe, si
avvicina al marito e gli dice: «Sono incinta e sono vergine».
Sul momento Giuseppe non le crede: è un uomo giusto e di
fede, però inizialmente non le crede ed è il Vangelo stesso a
dirlo quando afferma che egli, non volendo diffamare Maria,
risolve di ripudiarla in segreto.
Allora gli si pone un problema: ripudiare Maria in segreto
non è compatibile col fatto che Giuseppe è un uomo giusto. Un
uomo giusto, come abbiamo visto, è un uomo che conosce la
Legge e ne segue tutti i precetti, un uomo perfetto, santo, che
osserva la religione in modo impeccabile. Quindi Giuseppe
dovrebbe annunciare pubblicamente che Maria è un'adultera
perché è incinta di un altro uomo, e dunque che va castigata
con la lapidazione.
Giuseppe entra in conflitto con se stesso: deve denunciarla
(perché segue la Legge e pratica i suoi precetti) ma non vuole
diffamarla. Ciò dimostra il profondo e completo amore di
Giuseppe per Maria, un amore che è più fo rte di tutta la Legge.
La forza di questo amore è più che evidente: per quale motivo
Giuseppe avrebbe chiesto in sposa una donna se non l'avesse
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amata? Soprattutto, Maria è di Nazaret, e constatiamo da
un'annotazione del Vangelo che Nazaret è uno dei posti più
sperduti, un piccolo villaggio senza alcuna importanza. E così,
Maria era una ragazza senza alcuna importanza.
Perché dunque un uomo giusto sposerebbe una ragazza
senza alcuna importanza andandola a cercare in un luogo
senza alcuna importanza? E perché non rispetterebbe la Legge? Per una sola ragione: perché quella ragazza era molto più
be ll a dell a Legge. Doveva esserlo davvero, perché Giuseppe
non solo non voleva lapidarla, ma nemmeno diffamarla. Allo
stesso tempo, però, non poteva accettare che lei fosse incinta
di un altro uomo.
decise di licenziarla in segreto...
Per nascondere che la ripudiava, Giuseppe pa rte. È possibile
immaginare l'immensa desolazione di quest'uomo, il dubbio
che lo toi menta? Era caduto in fondo a un pozzo. Pa rte senza
niente.
Per Giuseppe, partire significava abbandonare la Torah, la
Legge; significava peccare, chiudere con tutto quello che era,
annichilirsi completamente. Perché, come vedremo in seguito,
un uomo giusto non può vivere lontano dal Tempio. L'ideale
di un uomo giusto è vivere dalla mattina alla sera vicino al
Tempio, con la Scrittura, con Dio.
Giuseppe, oltretutto, essendo un uomo giusto, non può
mentire. Comportandosi in tal modo, quindi, oltre a ripudiare
Maria si separa dalla società e dalla comunità ebraica. Non
può incontrare altri ebrei, perché con loro sarebbe costretto
a mentire e non può farlo. La partenza di Giuseppe, perciò,
è definitiva. Deve andarsene in Egitto o in Arabia. Deve trasgredire la Legge, rompere con Dio. Lascia tutto e si ritrova
completamente solo: un uomo nudo in fondo a un pozzo.
Per Giuseppe, Maria è più fo rte di Dio stesso. Si tratta
dell'amour fou dei surrealisti, l'amore di un uomo che ama una
donna con tutta la forza del proprio essere. L'ama col sesso,
col cuore, con la testa, con la sua stessa vita; l'ama perché
non ha mai visto una donna così bella. D'altra pa rte, Maria è
davvero talmente be ll a che Dio stesso la vede.
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È dunque a causa di questo grandissimo amore che Giuseppe rompe con tutto: con la sua vita, con la tradizione e persino
col suo lignaggio, dato che proviene direttamente da Davide. È
con un dolore immenso in fondo all'anima che ripudia Maria,
ed è davvero difficile immaginare la dimensione di questo
dolore: nel perdere la sua donna, Giuseppe perde tutto ciò che
ha, eppure continua ad amarla.
Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse...
Giuseppe dorme, e in sogno gli appare l'angelo del Signore.
È necessario un arduo sforzo dell'immaginazione per rendersi conto di cosa significa vedere l'angelo del Signore, vale a
dire la manifestazione divina che si concretizza in un angelo.
Bisognerebbe visualizzare tutti i cambiamenti possibili delle
molecole, le vibrazioni, le musiche, gli aromi, le aureole, le
spirali di energia che girano, le modificazioni del colore...
Perciò la prima cosa che l'angelo dice quando appare a qualcuno è: «Non temere». E lo dice sussurrando dolcemente,
affinché la persona si calmi e possa sopportare la visione di
questo essere, l'unica entità cosmica in grado di contemplare
direttamente la divinità senza esserne polverizzata. Tale è la
forza di quella apparizione.
L'angelo si trova sul bordo di un precipuo e porta sulle
spalle l'enorme, l'infinito, l'inconcepibile, l'indefinibile, l'indecidibile, l'impensabile... Il mistero ultimo. Tutto questo è
lì, sulle sue spalle. Le ali dell'arcangelo Gabriele affondano
in questo mistero perché Dio oltrepassa i limiti del nostro
pensiero: il linguaggio è tutto, tranne che Dio. Tutto ciò che
siamo in grado di nominare non è Lui: possediamo uno strumento per definire tutto l'Universo a eccezione di Dio, perché
Egli è indefinibile e totalmente al di fuori del linguaggio, dei
numeri... Non possiamo nominarlo e dunque non possiamo
vederlo. Siamo incapaci di definirlo. Lui può vederci e amarci,
noi non possiamo.
Chi dice di amare Dio mente. È più corretto dire: «Mi lascio amare da Dio e trasmetto il suo amore», perché si tratta
sempre dell'amore di Dio, del pensiero di Dio, della fede di
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Dio, della Legge di Dio, sempre e solo di Dio. Il mondo intero
è di Dio. Eenorme mistero che portiamo dentro di noi è quello
che va oltre il linguaggio, e dunque la sola cosa che possiamo
fare è abbandonarci all'ignoto. È con le ali dell'inconoscibile,
dunque, che Gabriele si pone di fr onte a Giuseppe.
Cosa gli disse quest'incredibile visione e con che voce parlò?
Certo non dovette esprimersi con voce nasale o magniloquente:
gli parlò invece con una voce che entrava in profondità nel
plesso solare, in tutte le ossa, nella colonna vertebrale... Una
voce che si riversava come lava fin dentro l'ombelico, nel ventre, nel corpo intero. Essa si muoveva gorgogliando nell'intimo
di Giuseppe, ed egli era frastornato dalla visione quanto lo era
dal suono che lo attraversava.
E questa voce gli disse:
Giuseppe, figlio di Davide...
Non appena gli dice «Giuseppe, figlio di Davide», Giuseppe
vede subito la sua genesi, gli torna in mente tutto il suo albero
genealogico. Questa voce lo getta nel passato, gli scorrono
davanti tutte le generazioni che l'hanno preceduto. Vede il
momento in cui Davide disse a Saul, che voleva sgozzarlo:
«Ascolta, io vorrei ucciderti. Tu eri nell'oscurità e senza alcuna difesa. Io ho la mia lancia, sono armato. Guarda! Non ho
tagliato nemmeno un pezzo della tua tunica. Fermiamo questa
battaglia!» (1 Samuele 26,1-25). Vede anche Davide che danza davanti all'Arca ed esclama: «Sono una formica. Sono un
pover'uomo» (2 Samuele 6,20-23). La sposa di Davide allora
gli dice: «Mi vergogno di te. Come puoi tu, un re, danzare davanti all'Arca?», e Davide le risponde: «Non m'impo rt a ciò che
pensi. Se voglio ballare davanti a ll a parola divina, ballo! Il tuo
pensiero non ha alcuna influenza su di me. I tuoi limiti sono
i tuoi limiti. Non sono i miei, perché di fr onte alla divinità io
non posseggo limiti».
Giuseppe non era un debole, poiché possedeva la forza di
Davide, e Davide era un guerriero. La spada di Golia si trasforma nella spada di Davide: è stata consacrata.
Giuseppe vede anche il momento in cui Davide udì la promessa del Signore, che gli disse (2 Samuele 7,12-14):
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Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i
tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita da ll e
tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una
casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del
suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio.
È da questa discendenza che sorgerà il Messia, il cambia-
mento del mondo, la po rta, la luce e la via. Giuseppe ha trovato
le sue radici, rianimate dal soffio dell'angelo.
Poi l'angelo lo avverte:
... non temere di prendere con te Maria, tua sposa...
Nessuno lapiderà la Vergine. Giuseppe avrebbe potuto farla
uccidere; infatti, se la comunità ebrea avesse saputo, lei sarebbe stata lapidata. È questa la prima volta in cui Giuseppe
salva la vita del Messia, accettando Maria nella sua casa. Senza Giuseppe non ci sarebbe stato Cristo. E ciò dimostra che
tipo di uomo meraviglioso è Giuseppe. Perché accetta Maria,
dunque? Perché crede: è un uomo giusto.
... non temere di prendere con te Maria, tua sposa...
In realtà l'angelo sta dicendo a Giuseppe: «La Vergine è la
tua sposa, non quella di Cristo. Dicendo che è la tua sposa, Dio,
il mio padrone, ti unisce a lei, e tu l'accetterai perché il Cristo
deve essere un figlio di Davide. Sei tu che gli fornirai la sua
genealogia. Abbiamo bisogno di te. Tu sei psicologicamente il
padre di Cristo anche se il tuo sperma non lo ha materialmente concepito. Senza di te, non c'è Cristo, perché la promessa
divina è stata fatta alla casa di Davide ed è attraverso di te che
Dio realizza l'alleanza con l'uomo».
L'angelo chiede dunque a Giuseppe di condurre Maria nella
sua casa. Più tardi, Gesù chiederà a Giovanni di condurla nella
sua. Maria è sempre portata a casa di qualcuno e, viceversa,
nessuno va a casa di Maria.
Condurre Maria a casa di qualcuno, simbolicamente, significa riconoscere il nostro corpo. Non si tratta di un corpo con
uno spirito ma di uno spirito con un corpo.
... perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.
Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù...
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L'angelo trasmette a Giuseppe il nome: Gesù è stato quindi
nominato dal Maestro, cioè da Dio.
Quando l'angelo gli dice che il bambino si chiamerà Gesù,
le lettere del nome appaiono nel sogno di Giuseppe splendenti
come diamanti: egli vede nel cosmo queste lettere foi mate da
una materia inconcepibile e luminosa. Nel suo sogno, il nome
di Gesù ha la dimensione dell'Universo, forse è scritto con tutte
le stelle del cielo.
È la prima volta che Cristo viene nominato. E cosa significa nominare? Significa creare. Nell'atto di essere nominato,
Cristo è creato completamente, ed è assai bello e significativo
che sia proprio Giuseppe a nominarlo per primo.
Se Giuseppe non accettasse questo bambino, Dio dovrebbe designare qualcun altro e trovare un'altra Vergine. Ma il
bambino deve nascere nella casa di Davide ed è qui che risiede l'importanza del padre. Allo stesso modo in cui abbiamo
costruito de lle basiliche in omaggio alla Vergine, in futuro,
quando avremo finalmente tirato fuori Giuseppe dal pozzo,
costruiremo una basilica in suo onore. Egli è altrettanto importante di Maria e il suo significato è enorme.
L'angelo continua:
egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.
Mondare i peccati del suo popolo... Qui bisogna assolutamente citare una frase che si trova nell'Esodo (20,5-6):
Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che
punisce la colpa dei padri nei figli fino a ll a terza e a ll a quarta
generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il
suo favore fino a mi ll e generazioni, per quelli che mi amano e
osservano i miei comandi.
Questo significa che se gli archetipi paterno e materno cornmettono il crimine o il peccato di lasciare una «cattiva impronta» sul bambino, questo Dio geloso che tutti portiamo dentro
ci perseguiterà fino alla terza e alla qua rta generazione.
Ne trovo conferma ogni volta che studio l'albero genealogico di una persona. Non è casuale che il Vangelo cominci con
un albero genealogico. Non è casuale che il primo messaggio
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ricevuto da Giuseppe lo lanci all'inizio del suo albero: ogni errore che commettiamo ricadrà come una disgrazia, come una
calamità, sui nostri discendenti fino a ll a quarta generazione.
Ciò nonostante, qualunque cosa positiva facciamo dura mille
generazioni; non potrebbe essere più bello di così.
Apparteniamo al popolo di Cristo, però egli non ha ancora
mondato i nostri peccati. Ci salverà definitivamente a ll a sua
terza venuta: questo significa che ci salverà quando tutti noi
lo avremo realizzato dentro. Se non lo realizziamo, non raggiungeremo mai la salvezza.
Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato
detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che
significa Dio con noi».
Il Messia fu annunciato all'inizio stesso della Bibbia: se
prendiamo la prima e l'ultima lettera della prima parola della
Torci otteniamo la parola «figlia», pertanto «vergine». E se
prendiamo l'ultima lettera e poi la prima lettera della Toràh
otteniamo la parola «cuore». Tutta la Toràh è compresa in
questa parola, e questo libro è completamente dedicato all'annunciazione di un Messia.
Il proposito della Toràh è quello di dire che verrà un uomo
che sarà Dio: Dio in un corpo umano. E tutto il Vangelo è scritto
per compiere la Toràh. La Toràh è uguale a Maria, così come il
Vangelo è uguale a Cristo. La Toràh è patrimonio di una piccola
collettività che ha dato alla luce il Nuovo Testamento, che in sé
è patrimonio di tutta l'umanità. Senza madre e padre non si dà
figlio: non possiamo leggere l'uno senza leggere l'altro.
Destatosi dal sonno...
Risveglio da un sogno o apertura de ll a coscienza? Risvegliarsi è anche illuminarsi. Questa frase vuole dire che Giuseppe
si illuminò: quando dubita è addormentato, ed è il suo cuore
ad avvolgerlo nel sogno.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato
l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza
che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.
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Giuseppe non conobbe Maria fino al momento in cui lei
partorì. Nella versione ecumenica una nota al riguardo segnala: «Nel linguaggio biblico, il verbo conoscere può designare le
relazioni sessuali. In seguito Maria ebbe con Giuseppe rapporti
coniugali? Non possiamo trarre conclusioni a partire da questo
testo». Per il mito, dunque, ciò che succede in seguito non ha
alcun interesse. Secondo il mito, la versione è che Giuseppe
non la toccò, rispettò le parole dell'angelo, ebbe fede.
Più tardi Giuseppe fece altri sogni, come quello che precedette la fuga in Egitto (Matteo 2,13-15).
Essi [i Magi] erano appena partiti, quando un angelo del
Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi
con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto.....
Giuseppe salva la vita a Gesù per la seconda volta: è lui a
essere incaricato di questa missione.
Quello che volevo dimostrare fin dall'inizio di questo studio
è che nel nostro mito ci sono un padre e una madre, che l'importanza del padre è altrettanto grande di quella della madre,
e che in ciò si esprime un equilibrio perfetto.
Se immaginiamo la fi ne di Giuseppe, dovremmo chiamarlo
l'uomo dalla bella mo rt e. Infatti Giuseppe scompare in maniera discreta. Non sentiamo più parlare di lui. Possiamo immaginare la bella mo rt e che deve aver avuto prima di scomparire.
Chi non avrebbe voluto, come lui, morire tra le braccia di
Cristo e de ll a Vergine Maria? Perché è così che muore: suo
figlio e sua moglie lo aiutano a farlo.
Immaginiamoci la scena. Mentre Giuseppe agonizza, Cristo
lo accompagna e gli dice:
Tra un secondo scomparirai, e un secondo dopo ci riscontrerai.
Chiudi semplicemente gli occhi, quando li riaprirai noi saremo lì con
te, per l'eternità.
,
In quel momento appaiono tutti gli angeli e le potenze divine, perché si tratta di Giuseppe ed è grazie a lui che Dio si
è potuto incarnare.
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Quando rende lo spirito la sua morte non dura che un attimo. Chiude gli occhi e subito li riapre per ritrovarsi a fianco di
suo figlio e di Maria. È per questo che li chiamiamo la Sacra
Famiglia. La mo rte è durata solo un secondo, perché coloro
che lo hanno accompagnato alla fine del cammino dicendogli
addio sono gli stessi che lo accolgono subito dopo.
Per noi è la stessa cosa. Tra il momento in cui ci si addormenta e quello in cui ci si risveglia non si ha nozione del
trascorrere del tempo: non sappiamo quante ore abbiamo
dormito. Nella morte sarà uguale.
Sia che la morte esista, nel qual caso ci dissolviamo (e non
è un dramma; oggi, pensando alla mo rte, abbiamo paura, ma
quando verrà il momento succederà velocemente), sia che
chiudiamo gli occhi e riapriamo subito, non durerà che un
attimo, perché tutto il tempo in cui si aspetta la risurrezione
non conta.
Cos'è la morte? È esalare un ultimo sospiro e chiudere gli
occhi. Non dura più di un secondo. È ciò che fece Giuseppe.
Che mooe maestosa ebbe tra le braccia del suo Gesù.
sente durante il parto di Cristo, e affermarlo sarebbe pura falsità:
era sicuramente lì e assistette a tutto il fenomeno, vide svolgersi
quell'incredibile parto e accolse il neonato sulle sue ginocchia.
MARIA E LA NASCITA DI GESÙ
Quando l'angelo annuncia a Maria che concepirà un bambino,
lei risponde: «Come sarà possibile? Io sono vergine»; letteralmente: «Non ho mai conosciuto alcun uomo». Nei dire ciò,
quello che afferma è:
Sono arrivata a un tale livello di vibrazioni che mai ho potuto
riconoscere in un uomo la completezza. La mia pienezza e la mia
perfezione sono così grandi che non conosco un solo uomo che potrebbe
costituire il mio completamento. Come potrei concepire un figlio se
sono vergine e nessuno mi ha mai toccato, dato che non ho mai amato
nessun uomo? Non amo 41tri che la divinità.
Un altro compito di Giuseppe consiste, quindi, nell'insegnare al bambino il bene e il male. Bisogna aver presente anzitutto
il potere di questo bambino e capire che il compito affidato a
Giuseppe era molto impo rtante.
Secondo alcune leggende contenute nei quattro Vangeli apocrifi, durante la sua infanzia Gesù fece delle cose terribili. Se
il lettore ha qualche esperienza di bambini, potrà immaginare
facilmente cosa era in grado di fare a un anno un bambino
come Gesù: già a quell'età era il potere assoluto e avrebbe
potuto demolire un tempio con un gesto. Ma. Giuseppe era lì
e vegliava su di lui con grandissimo amore.
Non è scritto da nessuna part e che Giuseppe non fosse pre-
Il suo desiderio della divinità era così eccezionale e grande,
che fra tutte le donne del passato e del futuro Maria costituisce
il prototipo stesso della perfezione.
La prima cellula che si divide all'interno dell'utero di Maria
è davvero un gioiello senza pari, talmente eccezionale che lo
stesso Giovanni, ancora feto, quando si trova in presenza di
quelle prime cell ule nel grembo di Maria è subito posseduto
dallo Spirito Santo; Elisabetta stessa, la madre di Giovanni,
cade in una trance estatica.
La gestazione di Maria è un'epopea meravigliosa perché
rappresenta il processo di affioramento del Dio che noi stessi
creiamo. Non si tratta di riproduzione, ossia di procreare qualcuno che ci continuerà e ci assomiglierà: stiamo creando un
dio, un immortale, ed è per questo che intorno alla gravidanza
di Maria ogni cosa è sempre delicata (la luce della casa in cui
vive, la pace che vi regna).
Se abbiamo un Dio interiore portiamo con noi il gioiello
(come indica l'orazione tibetana Om Mane Padme Aum: «Oh,
il gioiello nel loto»), c'è un alito divino in noi e tutti i nostri
movimenti si rivestiranno allora di una squisita delicatezza.
Normalmente, quando vediamo una bella persona ci emo-
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Bisogna sottolineare inoltre che Giuseppe non ha mai abbandonato la sua famiglia e l'ha sempre protetta. Leggiamo
quello che si dice di Emmanuele (Isaia 7,15):
Egli mangerà panna e miele, finché non imparerà a rigettare
il male e a scegliere il bene.
zioniamo, così come è emozionante sentir parlare un guru, un
Maestro o comunque una persona particolarmente significativa: se incontrassimo una donna che porta nel proprio ventre
Dio, cosa potremmo sentire?
Se aprisse la po rta di casa ci lascerebbe sicuramente senza
fiato, e cadremmo in estasi. Vedremmo il suo ventre emettere
sottili raggi di luce che farebbero risplendere tutta la stanza,
raggi provenienti dall'inconcepibile essere che si sta formando
in quell'acqua benedetta. (Infatti, non è altro che acqua benedetta quella che può produrre un simile ventre.)
Con Maria, per la prima volta nella storia del genere umano
la divinità è contenuta nella sua stessa opera ed è generata
da un essere umano. Simbolicamente si tratta del processo
attraverso cui l'umanità si riappacifica con la propria carne,
col proprio corpo, rendendosi conto che esso racchiude la
divinità, che la materia non è caduca e corrotta, effimera, ma
tutt'uno con l'eterno e l'infinito.
Maria porta in sé il suo Dio; infatti, a mano a mano che il
feto cresce, Maria entra in comunicazione con Lui, lo ascolta.
Ascolta suo figlio: non gli impone nulla, ed è Lui che la guida,
che le parla. È Lui il suo Maestro; è dentro di lei e guida ogni
suo movimento, ogni suo pensiero, ogni sua azione.
A un certo punto le dice: «È venuto il momento». E Maria
ripete: «È venuto il momento». Poi Lui afferma:
Per tutta la vita conserverò la sensazione che ho provato quando
sono stato con te, perché non mi separerò mai da te. Quello che mi hai
dato è così bello che starò con te per tutta la mia vita terrestre e per tutta
la mia vita eterna. Quello che un essere umano può dare alla divinità
è davvero bello. Voglio mostrarti che hai uno scopo, che puoi unirti a
me, che la razza umana fa parte del Cristo. Siamo Dio. Sei Dio. Sono
Dio. Siamo uniti, e così continueremo sempre perché siamo sposati
definitivamente. La mia gestazione è stata il mio matrimonio. Capisci?
Siamo sposati. È il momento di dirsi addio.
LA VISITA DEI MAGI
(Matteo 2,1-12)
Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode.
A quell'epoca gli ebrei erano dominati da un re straniero e collaboravano esterioi mente con una religione diversa dalla loro.
Alcuni Magi giunsero da oriente...
Dobbiamo rilevare che non si dice «tre Magi giunsero da
oriente» bensì «alcuni Magi». Non viene mai detto che fossero
tre. Quanti erano? Sappiamo che provenivano dall'Oriente:
potremmo anche pensare che fosse tutta una confraternita di
maghi, quella che arrivò a Betlemme.
In ogni caso, cos'era un mago a quell'epoca? Non si trattava
certo di un prestigiatore. Un mago era una persona che lavorava profondamente col miracolo, con l'altra dimensione dello
spirito. I maghi sono, il vertice spirituale di una cultura.
Questi «vertici spirituali» di diversi paesi (come vedremo
più avanti) si riuniscono forse per scambiarsi le loro conoscenze? No, viaggiano solo per rendere omaggio a qualcuno,
dato che l'essere che è nato non ha bisogno di alcuna conoscenza.
D'altra pa rt e, quando si dice che il Cristo ha girato il mondo
fra i venti e i trent'anni, usciamo immediatamente dall'ambito
del mito: Cristo non aveva alcun bisogno di imparare ciò che
già sapeva. Se frequentò diverse scuole fu per insegnare, non
per imparare. Secondo il mito, Gesù rimase con Maria e Giuseppe, e furono sempre insieme. Gesù nacque da una buona
madre e da un buon padre, perciò era equilibrato. Impossibile
pensare che Dio volesse incarnarsi in una coppia squilibrata:
Giuseppe, infatti, si confà a Maria. Sono marito e moglie a
tal punto che all'incredibile bellezza di Maria corrisponde
l'incredibile bellezza di Giuseppe.
La Vergine Maria gli risponde:
Si, è il momento di dirsi addio. E lo dico con allegria, perché non ti
ho creato per me. Ti ho fatto per il mondo. Oltretutto, non sono stata
io a farti: ti sei fatto dentro di me. Sei tu che mi hai scelto. È necessario
che tu nasca. È necessario che tu illumini il mondo.
È dunque una confraternita di maghi quella che si presenta
a Betlemme.
Sono portato a pensare che fossero dieci perché Abramo,
quando rincorre Dio, gli dice: «Distruggerai Sodoma, ma se in
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questa città vi fossero cinquanta uomini giusti, la distruggeresti?». Dio risponde: «No, non la distruggerei». Poi Abramo
chiede: «E se non ce ne fossero più di quaranta?». Dio dà la
stessa risposta. Abramo insiste: «E... se non fossero più di
trenta?». Dio: «Non la distruggerei». E Abramo: «E se fossero
venti?». Dio: «Non la distruggerei». Abramo: «E se fossero dieci?». A questo numero, Dio conferma che non distruggerebbe
Sodoma e se ne va.
Il numero minimo di uomini giusti deve quindi essere di
dieci. Comunque sia, non sono mai stati tre. E non erano
nemmeno uno di razza nera, uno di razza gialla e uno di razza
bianca. Questa versione è completamente errata e delirante,
come sostenere che giunsero su dei cammelli.
Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere
la sua stella e siamo venuti per adorarlo».
I Magi vedono dunque una stella in Oriente e raggiungono
subito Gerusalemme. Saggi com'erano, capiscono al volo il
messaggio della stella e intraprendono immediatamente quel
lungo viaggio per arrivare in Giudea. A piedi, a dorso di cammello o in qualsiasi altro modo avrebbero impiegato anni per
arrivare.
Si ritrovarono quindi a Gerusalemme e lì la stella scomparve, prima ancora che i Magi fossero giunti sul luogo della
nascita. Si trovano a Gerusalemme invece che accanto al neonato. Perché sono fuori strada? Perché era scritto che dovevano
presentarsi di fr onte a Erode.
Si tratta quindi di un'astuzia sacra: se la stella era la loro
guida, come mai allora i Magi vanno a chiedere a Erode dove si
trova il re dei giudei? Come mai l'astro li guida fino a un certo
punto e poi li lascia d'improvviso? Cosa significa questo fatto
così strano? Si sta preparando qualcosa di molto grave...
siamo venuti per adorarlo.
I Magi non vanno per imparare qualcosa di più ma per
«rendergli omaggio».
Nell'affermare che è nato il re dei giudei, essi annunciano
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in realtà la venuta del Messia, perché il re dei giudei non può
essere altri che il Messia.
All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui
tutta Gerusalemme.
Ecco la ragione della scomparsa della stella. La frase racchiude un significato profondo: «il re Erode restò turbato e
con lui tutta Gerusalemme» significa infatti che tutto il popolo
di Gerusalemme collaborava con Erode e quindi era schiavo
dei romani. I sacerdoti, che collaboravano già con l'impero
romano, avevano dunque «fissato» la lettera.
Com'è noto, in origine si scrivevano solo le consonanti de ll a
Toràh, e il lettore aggiungeva le vocali leggendo. Queste perciò
potevano cambiare, e in tal modo nascevano molte combinazioni diverse a partire da una sola frase o da una sola parola.
Più tardi le vocali furono introdotte nel testo, il che ridusse le
possibilità di interpretazione.
Perché tutti, dunque, cominciano a tremare? Perché il giro
d'interessi è stabilito, e questo re dei giudei compare a giochi già fatti: viene a turbare l'ordine costituito. A partire dal
momento in cui le vocali vengono fissate nella Toràh, tutto è
fissato, e bisogna tener presente che Maria, Giuseppe e Gesù
sono giudei.
Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo...
I religiosi, gli scribi, i sacerdoti, tutti si presentano e collaborano quando apprendono la novità...
Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli
risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per
mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele».
Dicono quindi a Erode: «È annunciato e avverrà a Betlemme».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi...
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Erode non comunica ai sacerdoti che progetta di uccidere
Cristo. Essi non sono a conoscenza del suo piano, e ciò sta a
significare che i giudei sprofondano nel dubbio, ma non nel
crimine.
Erode chiama dunque i Magi in segreto: per continuare a
essere il re dei giudei organizza da solo il piano dell'assassinio.
Non conta sulla collaborazione dei sacerdoti; che non si schierano contro Cristo; dicono semplicemente a Erode dove doveva
nascere il Messia secondo la tradizione; hanno letto l'Antico
Testamento e gli rivelano una profezia su Betlemme:
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con
esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e inviò
a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente
del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché
anch'io venga ad adorarlo».
Dunque, Erode vuole ingannare i Magi.
Questi si mettono in cammino e l'astro riappare. La loro
missione è compiuta: ora sono tutti al corrente, la nascita è
stata annunciata. Occorreva solamente che ciascuno si rendesse conto che la storia del genere umano stava attraversando un periodo critico - come succede anche oggi -, che tutti
cominciassero a tremare.
Anche oggi il mondo trema e, come allora, si sente in pericolo.
Bisogna sempre che tutto si estremizzi, è nella logica delle cose.
Affinché si verifichi un cambiamento sostanziale è necessario
sentirsi in pericolo di mo rt e. È questo ciò che accadde allora:
]'umanità si mise a tremare di paura e la stella scomparve. Oggi
il denaro, i valori, la famiglia, la patria, tutto si sfuma. La pace,
l'arte, la filosofia, tutto è in rovina. Ma in fondo è un bene che
questo accada: quando saranno accettate le paure, l'astro apparirà di nuovo e ci guiderà verso la nuova coscienza.
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che
avevano visto nel suo sorgere, li precedeva...
Perché l'astro riappare ai Magi? Allo scopo di precisare - ed
è scritto - che il Cristo non viene al mondo solo per il popolo
Gli ebrei, stanchi di servirsi di un alfabeto senza vocali, di
usare consonanti che erano allo stesso tempo dei numeri, esausti di leggere, rileggere e interpretare diecimila volte ciascuna
frase, stufi de ll a Cabala, di essere un gruppo chiuso nel quale
non potevano entrare stranieri, crearono il Cristo ebreo. Non
ignoravano il tesoro che avevano fra le mani: la meraviglia
delle meraviglie. Possedevano la conoscenza, possedevano la
fede, ma solo per se stessi: giunsero così alla coscienza che
bisognava dare quel tesoro a tutto il mondo, proprio in quanto
loro erano il popolo eletto (il cuore infatti deve far circolare il
sangue, che è la Scrittura). Ecco perché i primi a sapere della
nascita di Cristo furono stranieri: i migliori esseri di ogni
paese. In seguito saranno i pastori, gli uomini semplici privi
di cultura, vale a dire coloro che non hanno lettere fissate
da piccoli punti. Non gli scribi né i potenti ma i pastori, gli
analfabeti.
Cosa rappresentano questi personaggi? In effetti, tutte le
persone che crearono il Cristo da ll a gestazione, alla nascita,
alla vita e alla morte di Gesù, erano dei Giuseppe. Sono le persone che si sacrificarono affinché giungesse a compimento la
creazione del Cristo. Sono loro ad aprire lo scrigno del tesoro
per tutti gli altri:
... la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il
bambino.
La stella si posiziona sopra Cristo. Bisogna tracciare un
asse: padre, madre, bambino, stella. In questo modo comprendiamo che esiste un'unione tra il bambino e la stella. Il Cristo
sta in seno a Maria, la madre, e davanti a lei c'è Giuseppe in
adorazione. Giuseppe interpreta così il ruolo del sacerdote e
Maria quello dell'altare, mentre Cristo è l'ostia, l'«astronave
assoluta», ]'unione con la stella. E questa stella è a sua volta
unita al centro dell'Universo, al centro de ll a divinità... È l'asse spirituale del mondo, e si tratta della creazione del primo
tempio. Lo vediamo nascere in queste frasi:
ebreo.
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Al vedere la stella, essi [i Magi] provarono una grandissima
gioia.
È possibile immaginare una stella che guida? Immaginiamo
di trovarci nel cuore de ll a notte, a metà del nostro cammino, e
che d'improvviso ci appaia per farci da guida una luce sottile,
trasparente, delicata, incredibilmente bella.
La stella è una luce che guida, è una coscienza divina che
sa dove sta andando, chi deve chiamare e dove apparire. Sa
anche dove sparire e conosce esattamente il punto in cui collocarsi. Non commette errori. Si dice che quando si accende una
lampada nell'angolo di una stanza si fa luce in tutto il mondo.
E se noi accendiamo la nostra lampada, creiamo la stella che
guiderà tutti i maghi fino all'incontro con l'essenziale.
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre,
e prostratisi lo adorarono.
nel vedere quell'essere di luce e la bellezza della madre e del
padre. Cadono in ginocchio, senza pensare che il pavimento
può essere sporco e che indossano abiti preziosi e delicati.
Si inginocchiano, poi presentano i loro scrigni e aprono
davanti al neonato.
Quando il bambino, sorretto da Maria, vede i Magi, allarga
le braccia; in un atto d'amore Maria lo solleva verso la stella,
la cui luce si diffonde subito in tutta la stanza. Poi lo abbassa ed entrambi vedono gli scrigni: c'era una fortuna in oro.
Dobbiamo renderci conto che i Magi avevano effettivamente
portato in dono al bambino un tesoro. Con che cosa avrebbe
vissuto altrimenti Giuseppe in Egitto?
e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni...
Sottolineiamo, per inciso, che si parla dei «loro scrigni»,
non dei «loro tre scrigni».
I Magi gli rendono omaggio, non gli insegnano nulla.
Ciò che vedono è una madre col suo bambino, non un essere che
piange in continuazione. Anche se sta bene, un bambino appena
nato deve adattarsi al suo corpo: trema, si dimena, si muove incessantemente. Vedere un bambino immobile è quasi un miracolo.
Quando i Magi entrano, cosa vedono dunque? Un bambino
ben sistemato in seno a sua madre, sereno: era già un saggio.
I Magi entrano col maggior rispetto possibile perché la stella
li ha guidati fin lì e perché desiderano vedere colui che hanno
atteso per tutta la vita.
Nei rispettivi luoghi d'origine, ognuno di loro aveva aspettato quel momento standosene da solo a leggere migliaia e
migliaia di libri, a fare migliaia di orazioni e meditazioni.
Improvvisamente, ognuno dei Magi è cosciente che tutta quella
fatica è stata ricompensata. Pur possedendo dei poteri, capiscono che questi non contano niente se comparati a colui che
hanno di fr onte.
Col massimo rispetto uno di loro, il più anziano, si avvicina
e guarda. In seguito, senza pensarci, si inginocchiano tutti sui
loro preziosi vestiti. Sono entrati portando i loro scrigni, chinando il capo in segno di rispetto. Adesso si permettono solo
di lanciare uno sguardo, a cui segue un momento di stupore
Dunque c'è effettivamente dell'oro, il metallo più puro, più
bello e più duttile, cedevole e malleabile quanto il cuore. L'oro
è il metallo del cuore, il metallo dolce, la perfezione dei metalli.
È il cuore della terra, perciò si usa come valore di scambio,
ma questo denaro solare è sacro.
Offrendogli dell'oro, i Magi riconoscono Gesù in quanto
essere materiale, reale, fatto di carne umana. E questa carne
umana produrrà l'oro, e cioè il meglio della terra. I Magi,
dunque, tramite la loro offerta in oro riconoscono Gesù in
quanto uomo.
Con l'incenso lo riconoscono invece in quanto Dio.
E la mirra? La mirra è una medicina, serve per conservare
i cadaveri e impedirne la putrefazione. Le donne la usano
per indurre le mestruazioni. Si tratta di un olio molto spesso
e denso: con la mirra, i Magi riconoscono Gesù in quanto
medico, guaritore.
Si tratta dunque di un processo alchemico: l'oro, che è duttile, dà l'olio; la mirra e l'olio danno un profumo, l'incenso.
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e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi
in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero
ritorno al loro paese.
Ecco allora i tre processi: la terra, il cuore e lo spirito. Gesù è
riconosciuto in quanto Dio, uomo e guaritore.
Questi doni non sono assolutamente casuali: i Magi gli hanno portato i loro strumenti di lavoro.
La tradizione dice che i Magi erano tre perché erano tre i
doni. Inoltre, è un'invenzione che fossero tre re. Se parliamo
di re non rendiamo giustizia alla saggezza, ma al potere: un
mago si trova a un livello superiore di un re.
Coloro che giungono a Betlemme sono dei sapienti. Hanno
un cuore, perché un sapiente è un uomo di cuore.
Per questo sono percepiti. Erode era senza cuore, così come
i sacerdoti che collaboravano con lui, perché si erano allontanati dalla Bibbia, che è interamente contenuta nella parola
cuore.
II
L'ANNUNCIAZIONE DELLA NASCITA DI GIOVANNI
(Luca 1,5-25)
È strano, però la storia di Cristo non inizia con lui bensì con
Giovanni, l'uomo che gli prepara la via, colui che annuncia
il Cristo.
È necessario dunque capire che per arrivare a Cristo bisogna
assolutamente passare per Giovanni. Simbolicamente, senza
Giovanni e quello che rappresenta non c'è alcuna annunciazione dell'avvento e della fioritura del nostro Dio interiore; in
altre parole, senza un lavoro cosciente, un lavoro di preparazione, non realizzeremo mai la sua nascita. Occorre, quindi,
«gettarsi» nel deserto e cominciare a preparare la via.
Se non si annuncia che il lavoro è fattibile, se non ci si consacra a creare la via affinché emerga il nostro Dio interiore, ciò
non avverrà mai. Essere un Giovanni significa essere qualcuno
che va ad annunciare e a battezzare, a preparare la via. Se non
la si prepara, non si può realizzare niente.
Per dedicarsi a questo lavoro occorre un grande sacrificio.
Infatti Giovanni abbandona suo padre e sua madre da bambino, va nel deserto e diventa eremita. Si prepara. Si sottopone
alla prova. Affinché si verifichi l'avvento del secondo Cristo, e
del terzo, bisogna dunque capire profondamente Giovanni.
Al tempo di Erode, re della Giudea...
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Con questa prima frase entriamo subito nel vivo della questione: apprendiamo che la Giudea era vinta e che al potere
c'era Erode. La cultura ebraica si trova quindi so tt o il giogo
di un'altra cultura.
Ciò significa che le cose stanno andando male e che il popolo
ha toccato il fondo: è sottomesso, in schiavitù. I suoi sacerdoti, per di più, collaborano col potere straniero in quanto
continuano a officiare. Nessuno lotta. (Questa collaborazione
è paragonabile a quella che si ebbe in Europa durante l'occupazione nazista: è la condizione di un popolo vinto che, per
sopravvivere, viene a patti col nemico.) D'altra parte, sappiamo
che i sacerdoti cooperano col potere costituito: ricordiamo
per esempio il momento in cui Erode li chiama per ottenere
informazioni sulla nascita del Messia annunciata dai Magi.
È dunque un periodo di collaborazionismo e pertanto di
profonda tristezza, dato che il popolo ebraico confida nella
liberazione tramite lo Spirito.
In questo periodo in cui tutto sembra morto o moribondo c'è
comunque un rito, ma si tratta di un rito che non offa e speranze.
Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abia...
Esistevano a quel tempo ventiquattro classi di sacerdoti e
ognuna officiava nel tempio per una settimana: una classe
aveva cioè il diritto di andare al tempio due volte l'anno, e il
sacerdote celebrante era scelto mediante sorteggio. Toccò in
so rt e a Zaccaria.
e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata
Elisabetta.
figlio appena nato, dato che secondo la tradizione dovevano
mettergli il nome del nonno.
Elisabetta era sterile e anziana. Entrambi osservavano i
comandamenti di Dio in maniera irreprensibile. Essere «giusti
di fr onte a Dio» significa essere puri e osservare tutti i comandamenti. Zaccaria era un sacerdote; lui e sua moglie credevano profondamente, erano giusti: non potevano compiere atti
impuri e furono scelti per questo.
Inoltre, furono sottoposti a una dura prova, in quanto non
avevano figli. A quell'epoca infatti era vergognoso per una
donna non aver generato e non poterlo fare: la sterilità era
vista come un castigo, perché occorreva che la stirpe si riproducesse (il comandamento era «andate e moltiplicatevi»); se
la donna era sterile, dopo dieci anni l'uomo aveva il diritto di
divorziare.
Da tutto ciò possiamo dedurre che l'amore di Zaccaria per
Elisabetta era molto grande, dato che non volle mai separarsi
da lei: restarono insieme fino a ll a vecchiaia, anche se Elisabetta era disprezzata da tutti a causa della sua sterilità. Possiamo
dedurre inoltre che entrambi soffrivano di enormi complessi:
lui per non essere stato capace di generare un discendente,
e lei per non aver potuto dare un figlio all'uomo che amava
tanto. Ciò nonostante rimasero uniti, sopportando il disprezzo
della comunità.
Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della
sua classe, secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò
in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso.
Come vedremo in seguito, Elisabetta e Zaccaria erano talmente anziani che in principio volevano chiamare Zaccaria il
Zaccaria non viene certo designato per puro caso. All'inizio
sembra un fatto accidentale, ma in realtà egli è stato scelto: ha
già superato le prove e, nonostante queste, non ha mai incolpato Dio, mai gli ha rimproverato qualcosa. Dunque quest'uomo,
triste per i motivi che sappiamo, entra nel tempio. In quel
momento non pensa affatto 4d avere un figlio: ha perso ogni
speranza in proposito, perché è vecchio e sua moglie pure.
Attraversa il tempio in completa solitudine, dato che il rito
deve essere celebrato da un solo sacerdote. Tutto il popolo lo
aspetta fuori. L'immagine è precisa e realistica; il tempio e la
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In ebraico «Elie-sa-beth» significa «la casa di Elia». Elia
era il Messia o il messaggero del Messia, perciò non è affatto
casuale che Giovanni nasca da una Elisabetta.
Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le
leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché
Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
solitudine di Zaccaria, colui che avanza per fare ciò che tutti
i sacerdoti che lo hanno preceduto hanno fatto a loro volta:
chiedere l'avvento del Messia. Si tratta in definitiva del suo
incontro col Dio che ama.
Il più profondo desiderio di Zaccaria, dato che egli è «un
uomo giusto», è quello dell'avvento del Messia. È il suo maggior desiderio e non ne coltiva altro, particolarmente nel momento in cui si trova nel tempio per adempiere al rito. Non
pensa a se stesso e lascia da pa rte i suoi problemi personali. Dal
momento in cui entra, svuota il suo cuore e il suo spirito.
Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso.
Zaccaria avanza sospinto dalle voci del popolo provenienti
dall'esterno, delle quali è un semplice emissario. È umile, la
sorte gli ha concesso l'onore di diventare il messaggero del
popolo e desidera soltanto adempiere al suo compito: bruciare
l'incenso. Po rta l'offerta e si avvicina all'altare, ma cammina
provando il timore che sperimenterebbe qualsiasi uomo che si
presenta davanti a un Dio potente che ha fulminato, di colpo,
migliaia di persone. Zaccaria avanza, sebbene non si senta
abbastanza puro per presentare questa offerta.
avanza, l'angelo gli appare come l'asse rotante di una spirale da
cui scaturiscono mille scintille. Il pavimento inizia a tremare,
mentre fuori continuano a elevarsi ininterrottamente le voci della
moltitudine in preghiera. All'interno del tempio risuona la voce
del popolo, ma ancor più fo rt e Zaccaria sente e vede un'altra
cosa: radici sonore che scendono dal cielo provocando migliaia
di scoppi di luce, come un mazzo di piume di pavone reale.
l'angelo gli disse: «Non temere...».
Nel dire a Zaccaria «Non temere», l'angelo gli toglie davvero
ogni paura, poiché la sua voce è quanto di più puro si possa
immaginare.
Per esplicitare meglio questo passo e renderlo più comprensibile possiamo servirci di un racconto zen:
Due monaci sono intenti a ll a preghiera. Uno è circondato da
conigli, mentre l'altro se ne sta isolato.
«Perché» domanda quest'ultimo «tutti i conigli ti vengono
intorno e a me no?»
«È molto semplice» risponde il primo. «Si deve al fatto che,
al contrario di te, io non mangio conigli.»
È comprensibilissimo che gli dica: «Non temere», dato che
vedere un angelo non è affatto cosa comune. Mentre Zaccaria
Zaccaria cessa di aver paura dell'angelo perché questi gli
dice: «Non temere». L'angelo lo ama completamente: prima di
tutto, infatti, è un'incommensurabile energia d'amore.
Langelo è così immenso che all'inizio non possiamo credere in lui e ne abbiamo paura perché ci sovrasta. Ma quando
questa forma ange li ca, questa energia, ci dice: «Non temere»,
per una volta almeno nella nostra vita non abbiamo più paura.
È possibile, per noi che viviamo costantemente nel timore,
immaginare uno stato che consiste nel vivere senza paura?
Per cominciare, abbiamo paura di morire; è una paura che
ci perseguita costantemente ed è la prima che bisogna vincere.
Poi abbiamo paura de ll a pazzia; l'uomo è un animale folle
perché in Dio c'è follia: è l'Arcano dei Tarocchi conosciuto
come Il Matto. Nor¢ ha legge. Un giorno Dio si compo rta con
noi in una maniera e il giorno dopo si manifesta in una completamente diversa. Non segue mai un percorso logico. Perciò
abbiamo tanta paura della pazzia.
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Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra
dell'altare dell'incenso.
L'angelo appare alla destra dell'altare. Cosa significa? Se ci
si trova davanti all'altare, come Zaccaria, allora l'angelo appare
alla nostra sinistra; nella cultura occidentale questo è il lato ricettivo, mentre il destro è quello attivo. Ciò significa che l'angelo
si rivolge alla nostra ricettività, al nostro cuore, al nostro amore,
alla nostra emotività. L'altare è d'oro: è anche perfetto, puro. Ma
più puro ancora è quello che appare. Bisogna immaginarselo e
immaginarsi anche la reazione di Zaccaria.
Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma
l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria... » .
Non provare paura significa essere pronti ad affrontare
qualsiasi cosa e possedere una fede assoluta che l'angelo sarà
al nostro fianco. Come ha detto Swami Ramdas: «Dio è uno
strumento da utilizzare». Il nostro inconscio ci ha fatto lavorare e ci ha spinti a cercare in modo tale da crearci un mezzo,
uno strumento: dobbiamo utilizzarlo!
Dobbiamo capire che l'angelo apparso alla destra dell'altare
si manifesta in realtà nel nostro cuore. Siamo l'altare d'oro
e dentro di noi c'è un angelo che ci parla. Di colpo, in piena
notte, immersi nell'angoscia vedendo invecchiare il nostro
corpo e consumarsi la nostra vita, un angelo dentro di noi
ci dice: «Non aver paura». E ci abbandoniamo a lui perché
proviene direttamente dal nostro inconscio che comunica col .
Dio interiore, e per qualche minuto non abbiamo più paura,
sospendiamo per un attimo la nostra costante paura.
Zaccaria vede l'angelo; anche noi siamo Zaccaria, il vecchio deluso, il vecchio punito. Anche in qualche part e di noi c'è una zona
sterile: è la mancanza di fede. Infatti, sebbene dica il contrario e
faccia notevoli sforzi in tal senso, in realtà Zaccaria non ha fede.
Anche noi siamo un po' Zaccaria, e come lui riceveremo
la visita dell'angelo se lo aspetteremo
abbastanza, se non ci lasceremo sviare
da una sola critica, se non ci permetteremo distrazioni e dubbi. Essere anzitutto irremovibili nella nostra fede
anche se non crediamo, perché la vera
fede esiste anche quando non si crede.
Allora diciamo: «Non credo, eppure
sono qui».
L'Arcano dei Tarocchi conosciuto
come L;Eremita dice: «Sono qui con la
mia lanterna. Dirigo la sua luce verso di
me, nella notte oscura, affinché Lui mi
veda. Bisogna che mi venga a cercare.
Io persisto e non mi muovo. Se mi spezzo, ebbene sia, ma non mi muovo. Non
ho fede ma sto qui comunque».
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Io sono Zaccaria. Ignoravo che l'angelo sarebbe venuto a
parlarmi, ma non appena entro nel tempio l'angelo appare alla
mia sinistra e mi dice:
Non temere. Se hai paura non potrai vedermi né ascoltarmi. Pertanto
la condizione sine qua non affinché si verifichi la tua evoluzione è che
t u smetta di aver paura. Devi sapere che Dio ti toglierà sempre da dove
ti ha messo.
Ed è assolutamente vero. Senza paura, tutto andrà bene.
Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita...
Zaccaria si domanda: «La mia preghiera è stata esaudita?
Ma come? L:unica cosa per cui ho pregato è stata l'awento del
Messia. Allora il Messia verrà! Che gioia!».
e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai
Giovanni.
Zaccaria dice fra sé: «Ma questa non era la mia preghiera!
Non ho chiesto un figlio, lo giuro! Non ho pregato per questo!
Ho pregato per tutti, mai per me!».
Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua
nascita...
Zaccaria pensa: «Molti? Quante persone potranno rallegrarsi per la nascita di mio figlio? Quanti amici ho? Nessuno.
Mia moglie è disprezzata. C'è bisogno di almeno dieci persone
per circoncidere un bambino... Ne troverò almeno dieci che
si rallegrino con me a questo battesimo?».
Zaccaria non sipeva che quella nascita avrebbe riguardato
milioni e milioni di persone, e che l'umanità intera ne avrebbe
gioito. Se seguiamo il mito, a celebrare questa nascita sarebbero stati tutti gli esseri umani senza alcuna eccezione, compresi
i morti il giorno della loro risurrezione.
Zaccaria ignorava le enormi implicazioni delle parole dell'angelo perché non aveva coscienza dell'importanza dell'evento.
Langelo gli stava dicendo che a partire da quel momento tutti
gli esseri umani si sarebbero rallegrati della nascita di suo figlio;
e in effetti oggi, duemila anni dopo, ancora ci rallegriamo.
A volte riceviamo un'annunciazione... Lavoriamo come for41
miche a una piccola opera senza sapere che probabilmente
quest'opera resterà nei secoli. Eautore dei Tarocchi di Marsiglia
sapeva quanto ci saremmo rallegrati della sua creazione? La
fece nel più totale anonimato e ancora adesso, nel XXI secolo,
gioiamo di questa piccola creazione. Miguel de Cervantes aveva
chiaro quanto ci avrebbe allietati col suo Don Chisciotte?
poiché egli sarà grande davanti al Signore...
La persona che annuncia e prepara la via è «grande davanti
al Signore». Lo spirito che ci anima quando prepariamo la via è
uno spirito sacro, la pa rt e più sacra di noi stessi. È il Giovanni
che si trova nell'angolo più recondito del nostro io, è il nostro
stesso io utilizzato come si deve. L;io diventa Giovanni solo a
partire dal momento in cui smette di lavorare per se stesso e
inizia a farlo per l'altro.
Durante la maggior parte del tempo, mentre vedo, mi
vedo. Conta solo l'io, l'io che lavora sempre per se stesso.
(C'è una sillaba sanscrita impiegata nei mantra per evocare
l'Essere supremo: «AOM»; se invertiamo le lettere otteniamo
«MOA», io. L'Essere supremo e l'io sono opposti ma sono la
stessa cosa.)
Assomigliamo agli autistici: l'io lavora solo per s e. e chiede
senza sosta. La sua richiesta è come un pozzo senza fondo.
Chiedo. Chiedo all'altro. Chiedo alla vita. Chiedo a Dio. Chiedo
alle persone che mi stanno a fianco. Chiedo alla società. Chiedo.
Perché in questo consiste l'«io»: in una continua richiesta.
A questo stadio non c'è ancora un Giovanni, un io ben utilizzato. Solo quando l'io, invece di chiedere, impara ad annunciare l'avvento della luce, diventa Giovanni.
... non berrà vino né bevande inebrianti...
Questa frase significa che Giovanni sarà un asceta. In quel
momento il vino è la verità sancita dalla tradizione, la verità
«fermentata», antiquata, caduca. Più tardi Giovanni potrà bere
il vino di Cristo, il suo sangue: la nuova verità vivificata e non
semplicemente ereditata.
sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre...
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Lo Spirito Santo tocca Giovanni a partire dal momento in
cui è un insieme di poche ce llule: sarà quasi cosciente nel seno
stesso della madre.
Di che cosa sarà cosciente se non di Dio? Eunica coscienza
esistente è quella di Dio: noi non abbiamo una coscienza propria,
la nostra coscienza è quella di Dio attraverso ognuno di noi.
Ricordo una storia di Farid al-Din Attar:
Un sufi sta piangendo e un altro gli domanda:
«Perché piangi?»
«Perché ho tanto bisogno di Dio... Però Dio non ha alcun
bisogno di me!»
Chissà? Forse Dio ha bisogno di noi, invece, e proprio per
questo ci ha creati: abbiamo un'opera da realizzare. In realtà,
la storia di Attar significa che Dio non ha alcun bisogno de ll a
nostra sofferenza e che lo troveremo solo nella gioia.
A quelli che dicono «Io non vedo Dio!» potremmo rispondere: «Certo, tu non lo vedi, però Lui vede te». Non vediamo
il nostro Dio interiore, ma Lui vede la nostra coscienza.
Nessuno deve essere una stampella per noi. Nel momento
in cui ne cerchiamo una, il nostro Dio interiore ci castiga. Se
cerco la mia donna o il mio uomo ideali, cioè la mia stampella,
vengo punito e sarò seguito da quattro generazioni di malesseri.
Qualunque sia la stampella che scegliamo, saremo puniti per
il fatto di averla. Se per risolvere i propri problemi qualcuno
vuole un figlio, sia lui che il figlio saranno puniti, perché non si
mettono al mondo bambini per usarli come stampelle.
Certe persone credono che avere un figlio risolverà tutti
i loro problemi. Non solo non risolve alcun problema, ma
addirittura chi procrea per questo motivo danneggia il figlio
stesso. Un bambino non è una protesi, un bastone o una gamba
artificiale, un uncino che rimpiazza una mano. Generare un
figlio in queste condizioni è un atto di narcisismo. Il bambino
deve essere procreato come Giovanni: per fissare la via, perché
si verifichi l'avvento della coscienza collettiva.
e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio.
I figli d'Israele sono tu tt i coloro che cercano lo Spirito.
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Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia...
È fondamentale vedere in cosa consiste la missione di Elia
e la sua incomparabile bellezza.
... per ricondurre i cuori dei padri verso i figli...
Il lavoro consiste nel ricondurre il cuore dei padri (e quando
si dice «padri», si intende «padri e madri») ai figli. Ciò conferma quanto detto in precedenza: oggi, in genere, il cuore
dei genitori non viene dato ai bambini ma ai genitori stessi.
L'umanità ha molto sofferto per questi individui che si dedicano soltanto a se stessi, non preparano la via e non lavorano per
il bambino in quanto bambino, ma solo in quanto prolungamento narcisistico di sé. I padri e le madri non sono diventati
Giovanni, non si sono trasformati in esseri umani completi
che creano un nuovo essere umano completo.
Solo un padre e una madre senza volto possono dar vita a
un bambino che non abbia volto: un lavoro molto arduo.
e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore
un popolo ben disposto.
Questo significa che se il popolo non è preparato il Maestro
non può venire. È qui che risiede tutto il mistero.
Zaccaria disse all'angelo...
Ricordiamo che in quel momento Zaccaria non crede, perché ciò che stava accadendo era troppo bello. Quindi dice fra
sé: «Non sono che un miserabile vecchio dell'ottava delle ventiquattro classi di sacerdoti. Se mi trovo qui, in questo tempio,
è perché sono stato sorteggiato. Nessuno mi ha designato. È
solo un caso. Così, con quale diritto, con quale merito? Io?
Devo riconoscere la mia condizione. Inoltre ho una moglie in
menopausa che invecchia di giorno in giorno, un avanzo di
essere umano. Vivo con una vecchia, con dei resti, e anch'io
non sono diverso. La mia giovinezza, e tutto ciò che vi era
legato, se n'è andata. Come potrei produrre, per l'umanità,
questa enorme cosa? No, no, no! Non è possibile!».
Zaccaria disse all'angelo: «Come posso conoscere questo?».
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In realtà sta chiedendo: «Come fare a credere?».
«Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni.» Langelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio...».
Gabriele, che sta al cospetto di Dio. Bisogna immaginare il
suo potere, se era capace di stare di fr onte a Dio senza essere
f ulminato.
e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto
annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno
in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie
parole, le quali si adempiranno a loro tempo.
Zaccaria si ritrova muto: dovrà aspettare nove mesi per recuperare la parola. Ora sì che crede! E per fortuna, dato che è
assolutamente necessario. Infatti, se non credesse, è talmente
vecchio che non farebbe più l'amore con sua moglie, e invece
deve farlo. Dal momento in cui ottiene la prova che gli mancava,
crede e obbedisce. Perciò l'angelo gli toglie la parola. Come farà
Zaccaria a spiegare tutto a sua moglie? Lei sarà sorpresa...
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per
il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare
loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro
dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, to rnò
a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì...
Come accadde? Di ritorno a casa, Zaccaria trova Elisabetta
ringiovanita a tal punto da sentirsi attratto da lei. Lui stesso
recupera tutto il vigore e quella notte si trasformano in due giovani che si uniscono in un coito eccezionale. Il miracolo è avvenuto, e concepiscono Giovanni nel pieno della giovinezza.
Il mattino seguente questo vigore sparisce subito. Sono di
nuovo due vecchi.
e si tenne nascosta per cinque mesi...
Nei primi mesi Elisabetta era di nuovo una vecchia. Sapeva
di portare dentro di sé una vita, un grande miracolo, però non
poteva mostrarsi agli altri. Bisogna immaginarla: una vecchia
cui si ingrossava il ventre... Pertanto, durante cinque mesi
nessuno seppe niente di lei.
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e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei
giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli
uomini».
Elisabetta sta dicendo fra sé: «Ora non ho più vergogna.
Ho concepito un figlio. Non posso mostrarmi però accetto il
miracolo. Ce l'ho. Lo porto con un amore immenso perché mio
figlio è per sé e per tutti gli altri. Nel seno della mia vecchia
carne c'è quella nuova. Sono come Sara quando Abramo la
mise incinta. È la nuova vita che appare in un corpo vecchio,
come un pesciolino che nasce in un oceano millenario».
L'oceano era millenario: dopo un'eternità, era pieno di ricchezze. Improvvisamente appare un pesce vivo. Per l'oceano
questo pesciolino vivo è più importante di tutti i suoi tesori.
La vita che nasce fra le rovine, fra gli avanzi: nella nostra fede
e nella nostra sofferenza, grande come un oceano.
A un certo momento della mia vita, la mia pa rte sinistra e la
destra s'incontrano e fanno l'amore. Allora vedo nascere dentro
di me l'uomo nuovo. Capisco, allora, che non sarò mai più lo
stesso perché è successo qualcosa di incredibile e tutta la mia vita
è cambiata. La mia vita intera non è altro che una pelle vecchia;
adesso capisco che ciò che ho posseduto, accumulato, custodito,
si consacrerà alla mia crescita, a far maturare il Giovanni che è
dentro di me. E Giovanni non sarà per me, perché verrà a preparare la via miracolosa che l'umanità sta aspettando.
Mi è accaduto un miracolo: ho potuto fare l'amore e, nel farlo, mia
moglie e io siamo ringiovaniti, poiché non avremmo potuto amarci
senza ringiovanire. L'eccitazione sessuale appartiene alla vita, alla
gioventù. Quando questa eccitazione ci ha coinvolto entrambi, siamo
ringiovaniti: ci desideravamo completamente, altrimenti non avremmo
potuto fare l'amore. Nostro figlio è un frutto del desiderio. Ora io
credo! E questo mi succede in età avanzata. Ho piantato un seme nella
sterilità. Ho avuto sperma ed Elisabetta ha avuto ovuli. II bimbo è stato
concepito realmente. C'è, dunque, una verità; dovunque si nasconda, io
devo credere. Stiamo creando Giovanni. Saremo utili a tutta l'umanità.
Siamo stati scelti. La più grande ricompensa che abbiamo ricevuto è
stata far del bene agli altri. Questo è il regalo che ho ricevuto. Posso
servire agli altri. Sono utile.
In quel momento c'era qualcun altro che contava i mesi
insieme a Zaccaria ed Elisabetta? Sì, Maria. E dove si trovava
Maria? A Nazaret, una piccola città che non figura nell'Antico
Testamento.
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una
città della Galilea, chiamata Nazaret...
È lo stesso angelo che ritorna per una seconda missione.
Questa volta non va a trovare un vecchio bensì una ragazza.
Attraversa tutta la creazione. Il viaggio di questo incredibile
potere va dal più grande al più piccolo: Gabriele solca le portentose galassie, localizza il sistema solare, cerca la terra e va
dritto fino al più piccolo borgo. Perché? Perché li si incontra
- dice il Vangelo - con «una vergine».
L ANNUNCIAZIONE DELLA NASCITA DI GESÙ
(Luca 1,26-38)
... a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di
Davide, chiamato Giuseppe.
Elisabetta resta completamente nascosta per cinque mesi.
Nessuno si rende conto di quello che è successo, nessuno
va a trovarla. Zaccaria non può parlare: è nell'impossibilità
di farlo. Ora crede totalmente, in pa rt e perché ha perso la
voce e poi a causa di ciò che ha visto e che vede. Zaccaria
vede che sua moglie è incinta e pertanto attraversa una crisi
e si dice:
Abbiamo visto prima il significato di Giuseppe, sottolineando che senza di lui non ci sarebbe stato Cristo. Sappiamo
che è assolutamente necessario, nella misura in cui il Cristo
doveva pascere nella famiglia di Davide.
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La vergine si chiamava Ma ri a.
San Tommaso d'Aquino ha affermato che il nome Maria, dal
punto di vista etimologico, significa «interiormente illuminata». Occorre dunque descrivere in cosa consiste una persona
che si trova in tale stato, al fi ne di sapere cosa rappresenta per
noi diventare Maria. Essere «illuminati» equivale a eliminare
se stessi in quanto ego, vale a dire che assolutamente nulla
dell'io deve rimanere in noi. In questo senso, illuminarsi è
eliminare se stessi.
Maria significa anche «illuminatrice di altri». Essere eliminati (i ll uminati) vuoi dire eliminare l'altro nel senso di eliminare il suo dolore.
Il grande desiderio degli esseri umani è arrivare a essere quel
che sono. È ciò che indica la grande frase pronunciata da Dio:
«Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Finché non siamo quel
che siamo, soffriamo. E cosa siamo?
Siamo Giovanni. Siamo un'anima al servizio, un'anima che
crea la via per illuminare gli altri. Questo è essenziale: non esiste un'illuminazione personale e individuale. L'illuminazione
personale consiste nell'illuminare gli altri.
Come possiamo farlo? Saremo capaci di farlo quando non
esisteremo più , cioè quando non esisteremo più in quanto
«io». Solo così saremo al servizio dell'altro, lo assorbiremo, lo
vedremo completamente e lo eleveremo al nostro stesso livello
affinché egli a sua volta possa illuminare gli altri.
Più oltre, san Tommaso aggiunge che il nome di Maria
significa «sovrana». È evidente: tramite il dissolvimento del
proprio io, si inizia a comandare. Il vero sovrano è colui che
non esiste in quanto «io» ma in quanto canale dell'essenza,
vale a dire in quanto servitore di Dio.
Secondo san Tommaso d'Aquino, Maria significa inoltre
«stella marina». Questo è molto bello: noi siamo una stella in
mezzo all'oceano che guida i viandanti smarriti. Ogni volta
che saremo disorientati, dovremo soltanto cercare la stella
capace di guidarci. Questa stella è il dono della nostra carne
perché, se c'è qualcosa di impo rt ante nella Vergine Maria, è
il fatto che lei sia di carne e ossa, che possieda sangue, cuore
e così via.
È una giovane vergine. Perché si pone l'accento sulla sua
verginità? Semplicemente per dire che sarà sempre vergine: in
noi c'è una parte sempre vergine, che non è mai stata toccata
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da nessuno e mai lo sarà. È un punto luminoso necessario a
tutta l'umanità.
Entrando da lei, [l'angelo] disse...
Se lui entra, ciò implica che Maria si trovava in un posto
chiuso. Cosa ci faceva in questa cella? Cucinava, puliva? No:
era in totale comunicazione con ogni cellula del suo corpo e
pregava. Era un essere che stava pregando, e in modo tale che
ogni atomo del suo corpo si aprì per accettare e ricevere la
divinità. Il suo ventre, il suo seno si aprirono... Ogni battito
del suo cuore diceva: «Dio».
Era vergine e stava isolata perché si era separata dalla sua
tradizione (una tradizione che le chiedeva di riprodursi). Era
sposata e ciò nonostante non aveva copulato col marito: aveva sacrificato tutto, compresa quella che chiamiamo felicità.
Maria era predisposta a essere vergine e pertanto a soffrire
l'esilio, vale a dire, a vivere nella vergogna.
Maria era completamente separata dal mondo mentre si
trovava immersa nella preghiera, nella «chiamata», nel non
aver paura, nel darsi: perché era nel piano divino fi n dall'inizio
della creazione. Era la creatura prediletta dalla divinità.
Per l'essere umano amato dalla divinità il tempo della caduta
era finito e veniva quello dell'ascensione. Bisognava condurlo
all'eternità, e Maria era l'eletta.
Mentre Giuseppe proveniva da Davide e pertanto da una
dinastia di uomini giusti — questo è il punto: una dinastia di
persone che avevano fatto tutto il possibile per produrre il
Messia, l'essere collettivo —, Maria era sola (dato che si trovava
in un posto chiuso): non era rimasta attaccata neppure a sua
madre o alla sua comunità, e nemmeno al suo paese o al suo
borgo. Non aveva legami con nessuno.
In uno,sitato di meditazione profonda aveva avuto accesso a
un'intensità di preghiera tale che la divinità stessa si era messa
ad ascoltarla. In quel momento, in quel borgo sperduto nel
mondo e in un'epoca in cui la civiltà si trovava nel suo stadio
più basso, ecco un essere che era giunto alla vetta del dono
concesso all'uomo. Un vertice, in effetti: la sua luce era così
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grande che, se non si fosse rinchiusa, tutta l'umanità si sarebbe
resa conto che la purezza integrale era proprio lì.
Maria era la trasparenza assoluta. Nel suo sesso non entrava alcun desiderio se non quello di Dio. Inoltre, accettava il
suo sesso perché accettava tutto il' suo corpo. Nel suo cuore
non albergava emozione che non fosse rivolta a Dio, nel suo
cervello non c'era altro pensiero che quello rivolto a Dio. Era,
quindi, isolata in preghiera.
Ed è in questo esatto momento che l'angelo entra. Da dove
viene? Evidentemente, dal centro stesso di Maria. Da dove può
mai venire un angelo se non dal centro di noi stessi? Gabriele
scaturisce dall'interiorità di Maria. Bisogna rendersi conto che
in quell'istante la Vergine non è altro che una corteccia, una
buccia d'arancia senza arancia, una forma vuota nella quale
entra l'angelo: di colpo penetra in ogni atomo del corpo di
Maria. Per farlo doveva passare attraverso il suo cuore, ed è
proprio dal cuore che Maria riceve il messaggio.
Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te.
Proviamo a immaginarci la situazione: Maria è lì e, d'improvviso, vede l'arcangelo Gabriele. Non dimentichiamo che si tratta
dell'angelo che sta al cospetto di Dio! Conosce la divinità, della
quale è una manifestazione diretta. Si presenta e le dice «Ti saluto». È abbastanza chiaro che quest'angelo che «sta al cospetto di
Dio» si inchina di fronte a un essere umano? Che tipo di creatura
era Maria perché l'angelo si inchinasse di fr onte a lei?
Questo passaggio segnala — fra le altre cose — che un giorno l'essere umano raggiungerà un livello tale di bellezza che
l'arcangelo Gabriele si inchinerà di fr onte a lui. Implica inoltre che se l'arcangelo Gabriele sta al cospetto di Dio, l'essere
umano sarà con Dio. Andremo cioè più lontano nella divinità
che Gabriele, dato che il nostro destino è diventare tutt'uno
con Dio. Per noi l'arcangelo Gabriele è soltanto uno stadio
dell'evoluzione, non il suo compimento. Arriveremo più in alto
di lui. D'altronde, perché vivremmo altrimenti? La nostra meta
è diventare più grandi dell'angelo, dato che egli si è inchinato
di fr onte a un essere umano (anche se sto parlando di un essere
come la Vergine Maria).
San Bernardo interpreta così questa frase: l'angelo viene per
annunciare che il Signore è con lui, ma quando si presenta a
Maria le dice: «Il Signore è con te». San Bernardo si domanda — e io lo trovo geniale — cosa gli resta da annunciare, se il
Signore è già con lei. Perciò Maria, prima ancora di essere
fecondata, è già un essere eccezionale. Il suo profumo e il
suo aspetto sono già così forti che all'inizio Dio sente dove si
trova e le invia un messaggero. Dopo averlo mandato, Dio si
reca direttamente da lei. È più veloce del suo messaggero e
dunque arriva prima di lui.
Questa è l'interpretazione di san Bernardo. La mia visione
personale è diversa.
Eangelo dice a Maria: «Sento che sei piena di grazia». Cosa
significa essere pieni di grazia? Che cos'è la grazia? L'illuminazione riguarda la mente, l'orgasmo la sfera sessuale, la trance
il corpo, mentre la grazia si trova soltanto nel cuore.
Dicendole «sei piena di grazia», l'angelo afferma: «Sei piena
d'amore fino all'ultimo atomo, sei la grazia pura perché non
c'è nulla in te se non amore totale e puro. Le tue parole sono
amore, i tuoi gesti, la tua respirazione, i battiti del tuo cuore
sono amore. Tutto in te è amore, tutto!, sei così piena di grazia
da invadere col tuo amore l'intero Universo, col suo passato, il
suo presente e il suo futuro. Sei tu che hai perdonato Eva perché
ami tutta l'umanità che è stata e quella che sarà; sei tu che colmi
del tuo amore l'infinito e l'eternità, colmi persino Dio.
«Lo colmi in tal modo e il tuo amore è così grande che Dio è
davvero con te e diventa tuo marito, ma non è Lui che è venuto
a cercarti: è il tuo amore che è andato a cercare Dio.
«Quando hai iniziato eri lontana milioni e milioni di chilometri, nell'oscurità, nella mo rte e nell'angoscia. Sei stata
capace di vincere la mo rt e, l'angoscia, le frontiere del tempo
e dello spazio. Quell'amore era così potente da trasformarsi
in un profumo che ha invaso l'Universo intero, e il non manifestato si è identificato con una rosa: è questa la forma che,
per i tuoi atti, l'invisibile ha scelto per manifestarsi. Tu sei
la rosa, la pace. Hai portato la calma in tutto l'Universo, che
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Ti saluto...
non potrà mai disfarsi del tuo profumo, persistente ed eterno.
Hai lasciato la tua impronta: per il tuo amore sei già il cuore
dell'Universo e il tuo amore è l'Universo stesso.
«È per questa ragione che Dio è con te. Non in te ma con
te. Ciò vuol dire che ti ama a tal punto da separarsi da te solo
per il piacere di essere fuori di te e poterti vedere. Così, Lui è
te, ma allo stesso tempo è con te. Se fosse completamente te,
non ti vedrebbe. E se non ti vedesse, per la prima volta Dio
soffrirebbe. Pertanto, è col tuo essere.»
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso
avesse un tale saluto.
Come poteva non turbarsi? Ascoltare le parole dell'angelo era
il suo massimo desiderio, ma da qui alla sua realizzazione concreta c'era un salto notevole. Quando le viene comunicato che
tutti i suoi desideri si stanno realizzando, Maria non può crederci
perché la sua umiltà non ha limiti. Apprende che il suo lavoro di
ricerca della purezza totale è stato riconosciuto e, qualunque sia
il nostro livello, essere riconosciuti è sempre emozionante.
La Vergine si turba perché lei può, in un istante, infrangere
la sua umiltà e dare libero corso alla sua allegria. Si turba
perché è divisa tra la sua gioia e la sua immensa modestia.
Langelo ha corso il rischio di ferire l'estrema umiltà de ll a
Vergine. È un momento molto delicato perché, per lei, permettersi un attimo di soddisfazione significherebbe spezzare
in due la sua opera e distruggerla.
Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio
gli darà il trono di Davide suo padre...
Sarà, dunque, potente e riceverà il nome di Figlio di Dio.
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe...
In altre parole, sull'umanità.
e il suo regno non avrà fine.
In quei momenti, Maria pensa: «Quest'angelo mi sta tentando. Dice che mio figlio sarà grande e riceverà il nome di Figlio
di Dio e regnerà...! Però non sono obbligata ad accettarlo! Che
mi lascino tranquilla! Che cosa mi verrebbe dal restare incinta
di un re? Voglio un figlio perfetto; non desidero altro per lui
se non che sia completamente se stesso, cioè la sua divinità.
Voglio che mio figlio sia la sua vita, il Dio interiore che è. Se
mi sono separata dalla casa di Davide, non è stato per potermi rallegrare ora di generare un re! Mi sono isolata, mi sono
appartata dal mio popolo, dagli uomini. Perché dovrei essere
contenta per una cosa che non è buona? Eppure, è l'angelo del
Signore che mi sta parlando. Lo ascolterò fino alla fine».
Allora Maria disse all'angelo...
Lei gli parla: non ne ha paura.
Come è possibile? Non conosco uomo.
A questo punto Maria deve reagire, dato che non le è stato
precisato che rimarrà incinta di Dio. Quindi deve dire fra sé: «Io
incinta? Ma perché? Mi sono consacrata a Dio totalmente. Non
voglio restare incinta se non di Lui. Non voglio procreare con un
uomo. Non che detesti gli uomini, però voglio consacrarmi a un
altro disegno. Qualcosa mi dice che non è questa la mia via».
Bisogna capire la posizione di Maria. Gabriele le dice che
Gesù «sarà grande», e in tal caso «grande» significa «divino».
Affermando di essere vergine, vuol dire che, per natura, è
impenetrabile: tutto deve provenire da lei; niente può essere
creato dall'esterno, dato che l'anima è impenetrabile.
Come diceva Gurdjieff: «Non posso fare il lavoro per te». In
altre parole: «Il fatto che io sia illuminato e che tu ti avvicini
a me non significa che tu sia illuminato». È per questo che
i giapponesi affermano: «Se incontri un Buddha per strada,
tagliagli la gòla!».
I:illuminazione di un altro non è la mia, quantunque evidentemente la sua condizione possa essermi d'aiuto. In effetti,
se sono illuminato aiuterò un altro a trovare la sua illuminazione. Ciò nonostante, finché lui non è illuminato, finché non
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L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato
grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce
e lo chiamerai Gesù...».
siamo allo stesso livello, non possiamo comunicare davvero:
non potremo essere effettivamente uniti e cantare insieme. La
meta non è essere illuminato io e l'altro no.
Maria dice di essere vergine perché il fenomeno deve compiersi nel suo utero; deve nascere come un fiore dalla sua
intimità.
L'anima è vergine e lo sarà sempre. A pa rte Dio, nessuno la
possederà mai, nessuno la feconderà. Allora, non aspettiamoci
da un altro quello che dobbiamo fare noi stessi! È la lezione
che ci dà la Vergine quando dice: «Come è possibile? Non
conosco uomo». Vale a dire: «Non cedo a nessuna tentazione!
Poco m'importa che sia re o no, che sia più o meno grande!
Io sono vergine e decisa a rimanere tale! Quindi tu, Gabriele,
dimmi come sarà possibile ciò che mi hai detto se io cerco la
coscienza assoluta senza abbandonare la mia verginità!».
Maria pensa: «Qui si parla di un'altra cosa: "Lo Spirito Santo
scenderà su dite" significa che una dimensione incommensurabile della divinità comparirà e scenderà su di me. Mi avvolgerà
tutta, perché "su di me" vuol dire che mi circonderà come un
anello splendente. Lo Spirito Santo è l'anello che costituiremo,
una sfera universale d'incredibile purezza. Sarò per lo Spirito
Santo come il nocciolo di un frutto. Farà di me il suo cuore!».
Gabriele ha detto che Dio «su te stenderà la sua ombra»,
e in seguito Maria riflette su queste parole: «Dunque, sarò
circondata da un'oscurità che mi introdurrà nel segreto più
totale. Nessuno potrà vedere quello che succederà. Un giorno
sarò qui, sicuramente in atteggiamento di attesa e di meditazione (quale altro atteggiamento potrei avere?), e il potere
mi prenderà. Quando lo farà, mi lascerò a ll e spalle tutti gli
universi. Oltrepasserò tutti i misteri della materia, tutte le
dimensioni infinite, tutti i templi, le creazioni, i colori, tutto!
Assolutamente tutto! Lo Spirito Santo è un potere immenso,
ma io riuscirò a resistergli perché, a mano a mano che mi
ricoprirà, per farlo dovrà darmi sempre più forza.
«E poi ancora di più, per non distruggermi.
«E deve rendermi sempre più forte affinché io non mi riduca in polvere.
«Sempre più forte!
«Di fatto, la divinità lo compie nell'istante stesso in cui
l'angelo me lo annuncia. Scoppio. Il mio cuore è palpitante.
Questo cuore! La forza m'invade, mi assorbe e mi stupisce. La
forza si produce in me! Piacere! Grido! Silenzio...»
La Vergine ha sperimentato il più grande orgasmo dell'umanità. Dice fra sé:
«Inspiro... È con me. Non sarò mai più la stessa.
«Inspiro e arrivo al momento della creazione dell'Universo.
«Inspiro e arrivo alla fine dell'Universo.
«Sento la vita di tutti gli astri.
«Vedo tutti gli uomini che verranno.
«Ho la conoscenza totale.
«Porto un Dio dentro di me.
«Cosa succederà adesso in me, dentro le mie cellule? Lui
comincia a crescere. So di possedere in me la coscienza assoluta di Dio. Port o una coscienza superiore alla mia, e questa
coscienza mi sostiene, mi osserva e mi guida. Ora so di non
aver paura, perché aspetto Dio dentro di me. Nel mio intimo,
non fuori di me. Po rt o l'infinito totale. Ho dato le mie cellule
a Dio. Lui mi ama perché si ricopre con l'unica cosa che mi
resta: la mia carne. Sono carne vuota. Lui si nutre del mio
cadavere vivente.
«A partire da adesso do il mio essere totale. Tutto sarà al
servizio del tempio che si erige dentro di me. Io sono il tempio
e porto in me l'altro tempio: il corpo del mio Signore.
«Qui, nel mio ventre, si trova mio padre. Ora tutto il mio
essere si consacrerà a mio padre. Lui crescerà nel mio ventre.
A Lui offro la mia carne più pura. È mio padre ma è anche
un neonato. Io creo il neonato mentre Lui crea la sua anima.
Nasce, dunque; da se stesso e da me. Mentre io creo Gesù,
Lui sta per creare Dio. Lui è il Cristo. Lo facciamo insieme:
collaboriamo. Lui non mi dà nulla: è in me. Io non gli do nulla:
sono in Lui. Realizziamo l'opera insieme.
«È mio figlio, mio amante e mio padre.
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Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su
te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che
nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio».
«Lui mi ha dato una cellula e ora ne po rto quattro. È incredibile! Dentro di me, quattro delle mie cellule sono abitate da
Dio. E poi, vertiginosamente, si sdoppiano: otto, sedici, trentadue, sessantaquattro... e così via, sempre abitate da Lui.
«Chi sono? È inconcepibile! Dovrò sorvegliarmi da sola,
perché potrei diventare pazza. Potrei pensare di essere la creatura più impo rt ante dell'umanità. Potrei credere di essere la
più grande donna del mondo. La tentazione è immensa. In
verità sarà bene che mi controlli, che -non creda a tutto questo.
Sono un'umile serva, un granello di polvere. È Lui che mi ha
scelto. Io non voglio nulla; Lui vuole tutto.
«Questo Dio, questo bambino che po rto, è infinitamente più
import ante di me. Io non conto per Lui. Non sarò io a influire su
di Lui. Sarà Lui a influire su di me. È Lui, il mio bambino, che mi
sta facendo. Come il mare, come la marea, mi crea a ogni ciclo.
Non ho nulla da dargli; Lui ha tutto da prendere. La sola cosa che
posso dargli è la mia purezza, la mia verità, il mio profumo e la mia
devozione. Lui nasce dal mio profumo. Io non ho alcun merito,
assolutamente nessuno! Lui è l'opera. Io sono il fiore effimero.»
L'angelo aggiunge:
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha
concepito un figlio...
Dice «anche» alludendo a Sara, rimasta incinta di Abramo
a novant'anni.
e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:
nulla è impossibile a Dio.
E Maria dice fra sé: «Se niente è impossibile per Dio e io lo
port o dentro di me, niente è impossibile per me. Per la prima
volta vivo quel che sono sempre stata, perché ho sempre desiderato l'impossibile.
«E se niente è impossibile per Dio, ciò vuol dire che se desidero l'impossibile lo otterrò. Sono la dimostrazione vivente, per il
mondo intero, che è necessario desiderare l'impossibile. Finché
nessuno lo desidera, non si realizza. Finché qualcuno non lo
desidera, non resta gravido della sua divinità interiore.»
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Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore...».
Perché la serva, se sarà la madre? Perché la serva, se sarà il
tempio e la struttura? Perché la serva, se non c'è redenzione
senza Maria, in quanto non c'è Cristo?
Perché Dio non poteva entrare in un tempio sudicio, imperfetto. Non poteva incarnarsi se non in ciò che è perfetto e
fiorire sulla vetta più alta del corpo e dell'essere umano.
Ciò nonostante, Maria pensa di essere la sua serva poiché
obbedisce alla sua Volontà, ed esclama:
avvenga di me quello che hai detto.
Sta dicendo: «Accetto. Accetto perché so che sono la sua serva e non cadrò nella tentazione di sentirmi la più grande delle
creature. So di non avere alcun merito nell'essere illuminata.
In effetti: non c'è alcun merito. Non c'è altro Dio all'infuori di
Dio, e siamo tutti suoi servi. Mi succeda pure tutto come hai
detto! Io non ho fatto altro che darmi alla grazia. Non realizzo
la mia illuminazione: mi consegno a essa. Sono priva di qualsiasi merito. Non ho nemmeno il merito di amare».
La bellezza non ha merito. Maria è priva di meriti perché è
la serva. È la bellezza di Dio, l'illuminazione di Dio, la grazia
di Dio, il desiderio di Dio, la Legge di Dio, la fede di Dio, la
coscienza di Dio.
E l'angelo partì da lei.
Quando Maria gli dice: «Sono la serva del Signore», l'angelo
si allontana dalla sua presenza. Non c'è più niente da fare:
Gabriele ha visto il fenomeno umano al suo grado più alto e
non gli resta che lasciarla.
Altrettanto succede a Maria: non ha più bisogno dell'angelo
perché lei è con Dio. Il re è nella sua sposa. Che altro potrebbe
fare Gabriele? Umilmente, si ritira. La sua missione è compiuta
in quanto la Ver„ine è stata fecondata: è incinta, e Dio è qui,
fra noi, nel ventre di una donna.
Che nessuno neghi la bellezza del ventre femminile, che è
capace di contenere Dio!
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III
È senza dubbio una bella storia e un capitolo meraviglioso.
Sottolineiamo una cosa: se un cervello umano poté concepirlo (e diversi cervelli lo fecero), ciò significa che è inscritto
nell'essere umano e che la nostra finalità consiste nel realizzarlo. Se non lo facciamo, l'angoscia sommergerà l'umanità.
Bisogna sapere che abbiamo una divinità interiore. Possiamo sentirla in qualsiasi momento; è anche la divinità esteriore,
ma è dall'interno che la sentiamo.
Se l'angelo non sorge dall'intimo, se non sgorga dal cuore,
non arriva da nessuna pa rte. Siamo un Universo infinito con
un centro. Se entriamo in contatto con questo centro, la nostra
divinità interiore potrà nascere.
Così, quando parliamo di tutto ciò siamo Giovanni. Annunciamo, mostriamo, descriviamo: «Il tuo Dio interiore è il
Cristo; il tuo corpo diventa il tempio, è la Vergine».
È necessario realizzarlo dentro di sé, per questo bisogna isolarsi. Uno si mette a meditare e lo realizza. Nonostante tutto, ci
sono nove mesi di lavoro. La Vergine, come tutti gli esseri umani,
ha impiegato nove mesi perché era incinta di un uomo.
Era scritto che Gesù fosse partorito e che, al contrario di
Adamo, possedesse cordone ombelicale e ombelico (Adamo
non ce l'aveva perché non aveva madre). Così, il Cristo nasce
in mezzo all'acqua materna, in mezzo all'amore della donna,
questo amore sacro. Lui le disse: «Benedetta tu fra le donne» (Luca 1,42), e ciò significa che la Vergine racchiude in sé
l'amore di tutte le donne.
Giuseppe era al suo fianco perché è il padre di Cristo. I
Vangeli dicono che è il padre spirituale. Impedendo che Maria fosse lapidata, e poi proteggendo tutta l'infanzia di Gesù,
Giuseppe gli dona la sua vita.
Giuseppe è il nostro spirito interiore. Tutto si realizzerà sotto
la sua sorveglianza. Per arrivare all'illuminazione si attraversano
emozioni profonde che possono farci naufragare nella follia o nella mort e. Giuseppe ci farà attraversare queste emozioni senza che
ci perdiamo nei loro eccessi. Così, andiamo verso l'illuminazione
come su una corda tesa tra la follia e la mo rte, ed è Giuseppe a
sorvegliare queste esperienze e a salvarci. È la nostra coscienza,
senza la quale siamo incapaci di compiere il lavoro.
Maria è una ragazza che ha sposato Giuseppe. Naturalmente,
anche lui è molto giovane. Contrariamente a quello che ci si
immagina, non è vecchio. Il Vangelo si prende la briga di precisare con grande chiarezza che Zaccaria era in età avanzata;
al contrario, in nessun momento specifica che Giuseppe fosse
anziano. Solo la tradizione popolare lo dice.
Questa tradizione, evidentemente, vuole che Giuseppe sia un
vecchio perché sarebbe scandaloso se Maria avesse vissuto con
un uomo. Si vuole che Maria abbia abitato con un impotente,
non con un maschio.
Giuseppe invece è un uomo giovane e bello: perché mai
questa giovane così bella e perfetta avrebbe dovuto sposare
un vecchio impotente? Cosa avrebbe fatto con un nonno? E,
d'altra part e, perché un anziano avrebbe voluto sposare una
giovane vergine in possesso di quell'incredibile spirito, di quella purezza e di quella forza di cui sappiamo che era dotata? Se
qualcuno sostiene il contrario, spieghi allora perché Giuseppe
deve per forza essere un vecchio.
Fare di Giuseppe un uomo finito equivale a spogliarlo di
tutta la sua potenza. Di fatto, si tratta di un uomo giovane e
vigoroso, un adolescente in gran ferma e dotato di un apparato
genitale perfetto. Concepirlo in tal modo mi sembra più fondato, più adatto alla nostra epoca, dato che saranno i giovani
a produrre il Cristo:'
Allo stesso modo, pensando in termini artistici, non posso
fare a meno di credere che fosse giovane. Se avessi scritto io il
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MARIA E GIUSEPPE
In quale momento Maria comunica a Giuseppe di essere
incinta? Appena Dio l'ha posseduta, Maria sa` sentendo la
potenza sacra nel prop rio corpo, di essere già incinta. Allora, intraprende immediatamente un viaggio per far visita a
Elisabetta e rimane con lei fino alla nascita di Giovanni, che
ha luogo tre mesi più tardi. In seguito, suppongo, torna a
casa e ritrova Giuseppe. Allora gli annuncia: «Sono incinta
di tre mesi». (Se si calcola a partire dai dati offerti in questo
capitolo del Vangelo, c'è una certa discrepanza temporale; ma
non preoccupiamoci per questo: siamo nei territori del mito,
dove alcune leggi umane sono abolite.) Il Vangelo ci dice che
Giuseppe, siccome era giusto e non voleva che il popolo la
lapidasse per adulterio, decise di partire in segreto.
Proviamo a immaginare, con tutti gli elementi che possediamo adesso, il tremendo shock provato da Giuseppe quando
scopre che la donna che ha scelto per sposarsi è incinta di Dio,
che pertanto diventa il rivale di Giuseppe.
Per part e mia, se amassi profondamente e completamente
una donna e scoprissi che è stata fecondata da Dio, è certo che
sarei geloso di Lui, come se si trattasse di un altro qualsiasi.
Quale bene potrebbe venirmi dal fatto che sia Dio? Il mio
primo impulso è quello di vedere chi mi ha rubato la moglie.
Si è preso gioco di me! Se ci sono così tante donne al mondo,
perché ha scelto proprio la mia? È il più grande amore della
mia vita e mai più ne avrò un altro!
Il fatto che Maria abbia sacrificato la sua vita sessuale per la
creazione di Gesù implica che anche Giuseppe ha sacrificato la
sua per la stessa enorme e bellissima ragione. Altrettanto bello
è che la storia di Maria e Giuseppe sia una storia d'amore. Ciò
dà ancor più forza alla partenza in segreto di Giuseppe.
Egli sogna che un angelo gli parla. Abbiamo già visto che
meraviglia può essere un angelo: un complesso poligono di
fuoco. L'angelo gli dice: «Devi tenerti vicina Maria perché da
questo bambino dipende il destino dell'umanità». Questo è
determinante: il destino dell'umanità dipende da Giuseppe,
dato che lui avrebbe potuto far lapidare Maria.
Più tardi questo destino dipenderà di nuovo da Giuseppe,
perché fa un altro sogno e po rta con sé il bambino in Egitto
per proteggerlo da Erode. Ed è ancora Giuseppe, in seguito,
che lo riporta dall'Egitto. Non lo si ripeterà mai a sufficienza:
senza Giuseppe non c'è Cristo.
È un uomo che segue sua moglie nella misura in cui lei ha
scelto di vivere al massimo grado di coscienza.
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Vangelo non avrei ripetuto uno dei miei «effetti» drammatici:
già Zaccaria era un anziano, perché replicare questa situazione con Giuseppe? Sarebbe come dire che due importanti
personaggi del Vangelo sono figli di anziani e che solo i vecchi
possono procreare i profeti e gli dei.
È molto più bello, invece, pensare che Giuseppe fosse giovane come Maria — o appena un po' più grande di lei — ed entrambi in età di sposarsi secondo la tradizione giudea dell'epoca. Se desideravano avere figli, gli ebrei non aspettavano di
invecchiare per contrarre matrimonio.
Inoltre è bello che Giuseppe sia giovane e che non accetti le
parole di sua moglie: «Sono incinta di Dio»; questo ci dimostra
che l'amava davvero.
Giuseppe discendeva dalla stirpe di Davide e abitava nella
città di questi, Betlemme, mentre Maria risiedeva a Nazaret.
Più tardi, in occasione del censimento — come si può vedere
in «Nascita di Gesù» (Luca 2,1-21) —, Giuseppe si porta Maria
a Betlemme.
Abbiamo già visto che Nazaret, essendo uno dei villaggi più
piccoli del paese, è un borgo quasi immaginario. Maria non era
oriunda di Betlemme; inoltre, non si parla della sua famiglia
né si descrive il suo albero genealogico. Maria proviene da
una famiglia anonima.
Come è potuto accadere che un uomo sorto da una discendenza così prestigiosa sposasse una donna di lignaggio sconosciuto, che risiedeva in un borgo quasi inesistente? La risposta
è che era perdutamente innamorato di lei. Se Giuseppe non
avesse amato così totalmente, terribilmente, profondamente
e appassionatamente Maria, il racconto non avrebbe alcuna
ragion d'essere. È il più grande amore che l'umanità abbia
conosciuto. Lamore di Giuseppe e Maria è più grande di quello
di Romeo e Giulietta.
Eva fece lo stesso: senza di lei non sarebbe esistita Maria.
La grande eroina del nostro mito o della nostra religione è
Eva. Adamo viveva senza preoccupazioni nell'Eden, saltellando come un bambino. Se fosse rimasto lì, oggi saremmo in
paradiso, né più né meno intelligenti dei gorilla. Non sarebbe
successo niente. Eva però volle essere inte lligente a scapito
di tutto: fu lei a muoversi in direzione del risveglio quando si
mise ad ascoltare il serpente, vale a dire quando obbedì alla
chiamata dell'intelletto. Senza di lei non ci sarebbe stata caduta e senza di questa non ci sarebbe stata ascensione. Senza
Eva, Maria non sarebbe esistita, dato che Maria equivale alla
sua realizzazione.
Quando veneriamo Maria dovremmo rendere omaggio anche a Eva e capirla. Se un giorno si realizzerà la presa di coscienza collettiva, sarà grazie a lei. Eva mangiò dell'albero della
conoscenza e fece bene. Ora giungiamo alla fi ne di quest'albero
e dobbiamo mangiare dell'albero dell'eternità. Secondo il mito
o la religione, dobbiamo mordere proprio il frutto dell'eternità.
Raggiungeremo l'eterno. Grazie a Eva, grazie al serpente. («Oh
anima, che fai della tua caduta un'ascesa!» si dice nel Dibbuq,
una pièce di teatro yiddish.)
È davvero possibile pensare che Giuseppe e Maria fossero
così? Personalmente li vedo invece entrambi giovani, robusti
e svegli.
Vedo la Vergine Maria salda e fo rt e, così fo rt e da aver generato
un Dio: per essere capace di portare l'intero potere di Dio nel suo
grembo, bisogna che Maria possegga una considerevole energia
fisica. C'è bisogno di un ventre e di ovaie piene di energia, di un
utero potente e di una indescrivibile elasticità. C'è bisogno di
buone gambe e di un petto pieno di un latte meraviglioso.
Dovendo nutrire Dio, a Maria non poteva mancare il latte.
Non poteva offe irgli alimenti acidi o avvelenati, o che gli provocassero l'orticaria. No: Maria è piena di purissimo latte e
gli dà tutto ciò di cui ha bisogno.
Maria è fo rt e. Non nutre alcun timore. Niente e nessuno la
spaventa. Come può Maria spaventarsi per qualcosa se non
si è spaventata di fronte all'arcangelo Gabriele, che sta al co-
spetto di Dio?
È una questione di preferenze: secondo alcuni, Giuseppe era
un vecchio dalla barba bianca che trascinava i piedi e aveva
le mani callose per aver lavorato a lungo il legno; e Maria
era una ragazza innocente, ignorante, ingenua, dedita solo a
nutrire il neonato.
Secondo questa versione, l'immagine di Maria corrisponde a
una donna buona, pura, ingenua, ignorante e un po' sciocchina. In effetti: Giuseppe la protegge senza sapere bene perché.
Maria è tanto umile che Dio le ha fatto l'onore di produrre un
Dio. La più alta de ll e sue «qualità» è quella di seguire Giuseppe, di lasciarsi condurre. Questo anziano, ricco di esperienza,
guida la piccola e gentile Maria. Le dice: «Andiamo in Egitto,
mia cara. Non preoccuparti! Conosco la vita. Seguimi tranquillamente! Occupati del tuo bambino! Dagli da ciucciare!». E
lei, innocente e sottomessa, risponde: «Sì, mio caro Giuseppe.
Ti ascolto e ti seguo».
È una donna che è stata avvolta dall'ombra del Signore.
Si tratta di uno shock paragonabile a quello di tremila sedie
elettriche. Bisogna immaginare l'inconcepibile piacere che
prova nel corso di questo evento. Lo Spirito Santo è entrato
nel suo cuore, che è aperto, e Dio per intero si è introdotto nel
suo corpo. Il potere totale l'ha penetrata. Potrebbe una fr agile
ragazzina vivere un simile momento?
A metà di quest'ombra incommensurabile, per la prima
volta Maria ha sentito la divinità penetrare in ciascuna delle
sue cellule. È immaginabile un piacere più grande di quello
che si sperimenta quando Dio entra in un corpo umano? Rappresenta qualcosa d'infinito. Quando Dio entra nelle ovaie di
Maria, lei non of fr e nessuna resistenza. La vagina è completamente umidificata (poiché si tratta di un essere normale che
prova un desiderio totale). Il cuore è completamente aperto. Il
cervello assolutamente vuoto. Niente famiglia, niente ricordi,
niente: Maria non è altro che carne aperta. Il suo cuore, il suo
sesso, tutto è aperto. In quell'istante Dio stesso ha invaso ogni
cellula del suo corpo, che deve aver sperimentato un tremito
immenso. Maria dovette dar prova di una forza inconcepibile
per contenere questo enorme potere.
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Così, in un'esplosione di incommensurabile piacere, Maria
assorbe la divinità nelle sue ovaie e resta incinta.
La donna che ha attraversato una simile esperienza dev'essere accompagnata da un uomo altrettanto forte. Quest'uomo
era Giuseppe. Era pronto a battersi contro tutta quanta Roma,
contro il mondo intero. Era pronto a proteggere il segreto di
quella nascita per tutta l'infanzia di Gesù. Ricordiamo che, se
si fosse saputo, il bambino sarebbe stato assassinato. Giuseppe
è prontissimo a difenderlo. Perciò lo po rt a con sé in Egitto
quando riceve l'ordine.
Passano dieci anni all'estero. Di cosa vissero in questo periodo? Dell'oro offerto dai Magi. Non era una coppia di poveri
contadini: possedevano uno scrigno d'oro, e altri di mirra e
incenso, due sostanze che valevano il loro peso in oro, dato
che era difficilissimo trovarle.
assoluta di piacere nella vita, persone con il sesso rinsecchito,
orgasmi precoci e così via.
Se ci applichiamo a leggere il mito veramente alla lettera,
troveremo senza ombra di dubbio che Maria è stata colei che
ha provato il più grande piacere di tutta la storia umana. Se è
esistito un essere che abbia sperimentato un orgasmo cosmico,
è lei. Non può, pertanto, essere il simbolo della frigidità. Al
contrario, essa è il simbolo de ll a donna appagata e soddisfatta
in tutto il suo essere.
Inoltre, Maria si realizza in quanto madre. Lo vedremo in
seguito.
VISITA DI MARIA A ELISABETTA
(Luca 1,39-56)
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e
raggiunse in fr etta una città di Giuda. Entrata nella casa di
Zaccaria, salutò Elisabetta.
Quando penso alla Vergine non posso dimenticare che oggi
un'elevata percentuale di donne non conosce l'orgasmo cosmico.
La cosa peggiore è che questa frigidità femminile nella nostra civiltà proviene da una cattiva interpretazione di Maria.
Proprio la donna che ha avuto il più grande orgasmo di tutta
la storia dell'umanità ha prodotto il numero più considerevole
di donne frigide nel mondo.
Nel corso del mio lavoro con la psicogenealogia mi sono
imbattuto in alberi genealogici nei quali tutte le donne si chiamavano Maria e gli uomini Giuseppe: molto spesso portare
questi nomi corrisponde a una carenza di attività sessuali.
In una cattiva interpretazione dei Vangeli la Vergine Maria
è rappresentata come frigida e Giuseppe come impotente. Ciò
ha provocato drammi sociali, suicidi, nevrastenie, alcolismo,
cancri, tubercolosi, malattie cardiache ecc. Il dramma de ll a
nostra mitologia male interpretata, nella quale c'è una concezione de ll a Vergine Maria priva di sessualit „ ha provocato più
morti di Hitler. Famiglie complete sono state afflitte da questo
problema, che è altresì la causa di stragi ecologiche e sociali,
di vite sprecate da persone che hanno sofferto la mancanza
Conosciamo già Zaccaria ed Elisabetta. Dove si trovano
dopo essere stati aiutati a concepire un figlio dall'angelo del
Signore?
Dopo che Elisabetta è rimasta incinta, lei e il marito si sono
nascosti. Hanno vergogna di dirlo. Zaccaria non può farlo,
dato che è diventato muto, ed Elisabetta non osa mostrare il
suo ventre che comincia a crescere.
Elisabetta è talmente vecchia che, normalmente, dovrebbe
morire per la gravidanza. Cosa accade perché sia in grado di
sopportarla e di portarla a termine? Di fatto, tutto il suo organismo è ringiovanito. Elisabetta è come un vecchio albero che
si riempie di nuova linfa. Tutta la sua carne è stata rinnovata
ed è be ll a. Infine, ha avuto il piacere di sapere che era capace
di generare. Il miracolo si è verificato: Elisabetta è incinta di
suo figlio e ne è molto orgogliosa.
Non sa che è incinta di Giovanni; nessuno glielo ha detto.
Rimane, dunque, un mistero.
Zaccaria sa che è stato aiutato e che non è così potente come
crede Elisabetta. Lui non si sente orgoglioso.
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Mentre lei sta formando il bambino, Zaccaria sta formando il proprio spirito. Al principio non aveva creduto, e anche
davanti all'angelo aveva conservato un dubbio. Il suo spirito
è puro, ma non perfetto. E così, durante i nove mesi in cui
Elisabetta crea Giovanni, Zaccaria si consacra a costruire il
proprio spirito e anche la propria fede, poiché l'aveva perduta.
Sa che avrà un figlio, però non è ancora convinto. Cosicché
passa un mese, due, tre... in silenzio, nella totale assenza di
comunicazione.
Tuttavia Zaccaria è un sacerdote, e cosa fa un sacerdote
ebreo durante tutto il giorno? Discute le Scritture con gli altri
sacerdoti. Ma essendo sordo e muto Zaccaria non può farlo:
è smarrito e vede i suoi amici studiare la Bibbia senza potersi
unire a loro. È incapace di dire una sola parola e di udire quel
che sia. Passa così nove mesi nel silenzio di Dio, osservando il
grembo di sua moglie. È 11, separato dalla Toràh, nell'oscurità
e nel silenzio totale: in fondo a un pozzo. Bisogna immaginare
con quanta impazienza dovesse aspettare la nascita di quel
bambino per verificare se era tutto vero.
Zaccaria aspetta, dunque, però manca di fede. E finché non
l'avrà, non potrà parlare.
vecchio dolore fino al termine de lla vita. Esiste una speranza
di cambiamento, in ogni caso.
Siamo segnati da tutto quello che ci capita, da tutti gli insuccessi cui siamo andati incontro. Eppure cambierà. In questo
capitolo del Vangelo si chiede qualcosa di concreto al nostro
anziano e alla nostra anziana interiori: avere fede. Fede. Se
accettiamo, dobbiamo sottometterci al silenzio per lavorare,
senza comunicare con nessuno. Dobbiamo creare questa fede
senza chiedere aiuto. Dobbiamo lavorare nel nostro intimo.
Dobbiamo, in seguito, attraversare il deserto, la solitudine che
c'è dentro di noi, l'oscurità e l'assenza totale di comunicazione interiore. Poi, una volta che ci siamo resi conto di essere
sordi, muti e soli, in quel preciso momento potremo parlare,
esprimerci e ricevere la nostra fede.
Se non abbiamo fede dobbiamo immergerci nel silenzio. A
cosa corrispondono Elisabetta e Zaccaria nel nostro intimo?
Rappresentano la nostra vecchia vita, la sconfitta della nostra
vita di un tempo, dove tutto andava bene però non avevamo
fede. Simboleggiano tutto ciò che abbiamo vissuto e il dolore
per quello che abbiamo passato. Elisabetta è una donna afflitta
e la sua sofferenza servirà per un certo fine. La pa rte di noi
che soffi e e non ha ricevuto tutto quello che aspettava è Zaccaria. Bisogna che a un certo punto questa parte si immerga
nel silenzio e si decida ad avere fede — di questo si tratta —, ad
accettare che la sua sofferenza generi un essere che preparerà
la strada alla presa di coscienza assoluta. Questo essere è il
nuovo io. È Giovanni.
Zaccaria, dunque, è quella pa rte di noi che deve generare
l'amore nel nostro intimo per rinnovarsi; richiede di aver abbastanza fede da pensare che non dobbiamo restare nel nostro
Zaccaria non riceve aiuto: vede ingigantire l'evento dentro
di sé e non può fare nulla. Non so se creda o no, però so che
in ogni caso dice fra sé: «Qualcosa in me sta per cambiare».
Dovremmo riuscire a vedere che dentro di noi qualcosa si
fa strada. Constatiamo intanto che Elisabetta è incinta: è la
prova decisiva che quel qualcosa sta crescendo. Giovanni però
non è ancora nato. Ed è indispensabile farlo nascere.
In quel momento arriva Maria. Ha attraversato di fretta il
paese ed entra nella casa di Zaccaria senza toccare la po rta.
Essendo stata fecondata, ha in sé un bocciolo di cellule grande
quanto'l'Universo. Esteriormente non si nota, il suo ventre non
si è ancora arrotondato. Ma lei sa di non essere più la stessa.
Solo Maria lo sa: po rta con sé un segreto.
L'angelo l'ha informata che Elisabetta è incinta e subito dopo
Maria si precipita a trovarla. Perché? Sta vivendo l'esperienza
della sua vita e desidera comunicare con qualcuno come lei:
viaggia per vedere una sua simile, vale a dire per vedere il
suo livello.
Quale è la gioia più grande di una persona illuminata? Incontrarsi con un altro illuminato e poter parlare allo stesso
livello, sperimentare il piacere di essere di fr onte a qualcuno
non per parlare di sé, ma per vibrare insieme sullo stesso
registro.
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In genere, quando veniamo da una meditazione, da un periodo di lavoro su noi stessi, o quando abbiamo appena acquisito una nuova conoscenza, ritorniamo alla vita quotidiana
e subito siamo aggrediti, umiliati: si prendono gioco della
nostra scoperta. Ciò è deplorevole. Al ritorno da questa nuova
esperienza vorremmo incontrare persone che condividano la
nostra scoperta, e invece no! I nostri parenti, amici, vicini,
tutti ci aggrediscono perché esiste una cospirazione contro
la presa di coscienza. Le persone ci hanno conosciuto tali e
quali eravamo, con la nostra mediocrità, e ciò bastava loro.
Se stavano con noi, era perché volevano mantenere inalterato
quel livello.
È terribile quando una coppia fa un lavoro su di sé e uno dei
due avanza mentre l'altro rimane indietro. Non pensiate che
quest'ultimo sia felice del progresso del suo amato; succede il
contrario e ne deriva una catastrofe con riflessioni come: «Ma
chi ti ha cambiato? Smetti di frequentare certa gente! Non è
possibile! Non ti riconosco più. Non sei come prima e questo
mi fa soffrire. Allora, o torni quel che eri o sarò obbligato a
cambiare io, e non voglio».
Non vogliamo mutare, non lo vogliamo assolutamente. L'io
si abbarbica. L'io negativo sa che deve esplodere affinché noi
mutiamo e non è disposto a farlo. È come un uovo; a un dato
momento l'uovo inizia a tremare e dice fra sé: «Perdiana!
Come mi piacerebbe essere messo nell'acqua bollente e diventare sodo, in modo che non ci sia un pulcino che mi rompe
dall'interno!».
Maria, quindi, entra nella casa di Zaccaria. Lui la vede passare ma non può parlarle. Maria va direttamente a trovare
Elisabetta: cosa fa in quel momento? Può fare solo una cosa:
ringraziare la divinità per aver ricevuto quel regalo.
Elisabetta ha tanto desiderato quel bambino che è totalmente concentrata sulla sua gestazione. Ha pulito la sua stanza, ha
messo fiori dappertutto, ascolta una musica meravigliosa. Tutti
i cattivi odori sono stati eliminati e non c'è ombra di sporco in
casa. Elisabetta ha apertole finestre; le tendine sono bianche:
tutto è luce. La casa è preparata affinché nessuna bruttura
del mondo entri nel bambino che ha tanto aspettato. Lei gli
offr e quanto ha di meglio. Questa donna si trova in uno stato
di religiosità assoluta.
Elisabetta sa molto bene che il feto sperimenterà tutto ciò
che lei vivrà durante i nove mesi di gravidanza. Sa anche che
le sue emozioni saranno alla base dello sviluppo del cervello
di suo figlio. Così, farà ogni sforzo possibile per restare calma,
tranquilla e in pace.
Elisabetta non avrà paura perché nel suo grembo cresce un
bambino sacro: lei lo sente e sa di vivere un miracolo, dato che,
se ha generato alla sua età, vuol dire che ha ricevuto un dono
meraviglioso. Così, si trova in uno stato di calma perfetta.
È già incinta di sei mesi. È anziana, però i suoi seni cominciano a gonfiarsi e si vede che il suo petto è pieno di latte. È
qualcosa di sublime: la vita stessa che nutre un corpo che già
aveva detto addio al mondo. Infatti Elisabetta ha settanta o ottant'anni ed è piena di vita. Nemmeno un quadro di Leonardo
da Vinci potrebbe immortalare un avvenimento tanto bello come
questa umile donna che se ne sta nascosta, con i suoi capelli
bianchi e la pelle rugosa, il ventre ingrossato e i seni gonfi.
Elisabetta sta dritta perché con la sua colonna vertebrale
deve sostenere il bambino. Perciò deve poggiare bene i piedi.
Chissà, forse non ha più denti... Si trova in uno stato di totale
euforia. Bisogna rendersi conto di cosa rappresenta il fatto di
sentire la vita in un corpo vecchio. È fantastico, senza dubbio:
la cosa più bella che si possa immaginare.
In questo momento, cosa succede? Da una pa rte c'è un'anziana piena di nuova vita e, dall'altra, una ragazza di quindici
anni che è stata penetrata completamente da Dio e lo po rta
nel suo corpo. Sono due monumenti sublimi. La prima po rta
Giovanni: uno degli uomini più santi che siano mai esistiti
(possiamo anche dire che era il più santo, dato che è il primo
ad annunciare il Cristo); l'altra po rta con sé il primo seme di
Gesù, il seme che cambierà tutta l'umanità. Maria ha il cambiamento totale nel suo grembo; ciò significa che porta la nostra
intera civiltà e tutte le civiltà future: po rta la rivoluzione, la
convulsione, la caduta di un impero...
Queste due donne si guardano: che incontro! Se volessimo
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parlare di un incontro femminile modello, eccolo. Potremmo
forse pensare che comincino a criticarsi o che entrino in competizione, o che desiderino verificare quale delle due abbia
maggior merito? A partire dal momento in cui si incontrano,
si capiscono e si adorano, avendo conosciuto entrambe un
alto grado di possessione.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel
grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran
voce...
Elisabetta non sa assolutamente che cosa è accaduto a Maria. Nel suo mondo personale è incantata, realizzata, e non
si commuove per nessun motivo. D'improvviso vede arrivare
una ragazza e immediatamente il suo feto si mette a vibrare
perché ha riconosciuto il Cristo.
Il feto di sei mesi parla a Elisabetta da dentro. Ha presentito quel punto incredibile di luce. Siccome Giovanni viene ad
annunciare il Cristo, il feto sa già che Cristo si è incarnato nel
grembo di Maria.
Ciò implica che già nel grembo di Maria il feto conosceva la
propria finalità. Allora comunica; e la minuscola incarnazione,
che è pienamente cosciente, invia una vibrazione.
È impossibile affermare che il Cristo non fosse cosciente fin
dalla sua prima cellula: egli è la coscienza assoluta.
Così il feto-Giovanni assorbe completamente la coscienza
assoluta e si muove nel grembo di sua madre. Lei lo percepisce
e ascolta la voce del figlio che vuole dirle qualcosa e che in
effetti le trasmette un messaggio.
Subito questa anziana, che è umile e non informata, si mette
a tremare d'estasi e lancia un grido immane. Che tipo di grido?
Una manifestazione di allegria.
Il testo dice che Elisabetta si ritrova piena di Spirito Santo: dunque è un potere ineffabile quello che la riempie. Da
dove viene questo potere? Dal suo feto, dato che l'angelo
aveva predetto che suo figlio sarebbe stato pieno dello Spirito Santo.
E da dove viene questo Spirito? Dall'altro grembo. Questo
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emette vibrazioni mentre l'altro le riceve. Entrambe le donne
ascoltano i rispettivi feti allo stesso tempo.
È il contrario di quel che accade ai nostri giorni, quando i
feti sono costretti ad ascoltare i genitori. Oggi praticamente
nessuno sta in ascolto del proprio feto. Al contrario, gli imponiamo tutto. Gli imponiamo il suo albero genealogico, il
carattere, le nevrosi ecc. Chi ascolta nella nostra civiltà la voce
del proprio feto? Nessuno o quasi. Quando si trova nel grembo
materno, il bambino è considerato una specie di girino. Dato
che non è ancora nato, non esiste. Lo vediamo vivere e muoversi, però rimaniamo in pieno delirio narcisista.
Queste due donne sanno di portare in sé dei monumenti e
li ascoltano. Elisabetta dice a questa ragazza di quindici anni
che è andata a trovarla:
Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!
Fra quali donne? Fra tutte quelle che sono nate e nasceranno. Elisabetta le dice: «Sei, per sempre, la più benedetta fra le
donne dell'umanità». Tuttavia, non è Elisabetta a parlare, ma
il suo feto: sono le prime parole di Giovanni.
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
L'anziana, orgogliosa di suo figlio, riconosce immediatamente il miracolo e si inchina di fr onte a questa ragazza, la sua
cuginetta di quindici anni. Assistiamo, quindi, a un miracolo
di percezione.
Immaginiamo la forza che emanava da Maria. Non è un'adolescente che arriva con l'aria timida, innocente e timorosa.
Ad aprire la po rt a è un essere che sa. È un Maestro: un vero
Maestro di fronte al quale tutti i guru del mondo si inchinerebbero così come fa Elisabetta.
Di fr onte a questa ragazza, tutti i sapienti del mondo si
inchinano, tutti i Buddha, tu tt i i Maometto, tutte le culture,
tu tt i i romani, tutti gli ebrei... Se seguiamo il mito, l'umanità
intera si inchina di fr onte a questo essere. La storia completa
dell'umanità, tutti quelli che hanno vissuto e quelli che vivranno si inchinano.
N oi stessi ci inchiniamo davanti a questa ragazza incinta: è
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l'esempio de ll a donna incinta come dovrebbe sempre essere.
Finché le altre donne non genereranno come lei, la coscienza
collettiva non nascerà. Bisogna farlo, imparare cioè ad avere
un bambino.
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi,
il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
Il bambino si muove nell'udire il saluto di Maria. Occorre
immaginare quella voce. Potremmo pensare che Maria parlasse con voce nasale o una voce strozzata in gola o nel petto? Com'è la voce di questo Maestro? Ha una respirazione
affannosa? La sua inspirazione si arresta nella glottide o nel
diaframma?
È un essere che respira la divinità, il cosmo. In ciascuno dei
suoi respiri Maria inspira fino in fondo alle sue ovaie perché
Dio si trova lì. In quel momento Maria pensa soltanto ad alimentarlo, a compiere la propria missione: lei non esiste. Per
Maria esiste solo quella goccia che si trova nel suo grembo
e che non è per lei. Se lei respira, dunque, è per ossigenarsi
completamente il corpo. Inspira il cosmo fino in fondo ai suoi
atomi, e dopo espira un'aria profumata benedetta. È pienamente unita al cosmo, dato che solo un essere cosmico può
portare colui che Maria po rt a.
La sua voce, pertanto, è delicata. Non c'è alcuna differenza
tra Maria e la sua voce: lei è la sua voce.
Quando parla, questa voce entra nelle orecchie di Elisabetta
provocando in lei un cambiamento istantaneo. Detto in altre
parole, la voce di Maria eleva immediatamente il livello della
coscienza di Elisabetta.
Allo stesso modo in cui il Cristo guarda una persona e questa
si alza e lo segue, poiché è avvenuta una comunicazione tramite lo sguardo (col suo sguardo entra in profondità nell'essere e
automaticamente ne eleva il livello affinché diventi un essere
spiritualmente elevato), la voce di Maria penetra nel nostro
cuore. È impossibile che la voce di questo personaggio mitico
non ci arrivi al cuore.
A quale parte di Elisabetta si rivolge una Vergine Maria
come quella che cerchiamo di concepire? Maria parla al cer72
vello, al sesso e, principalmente, al cuore di Elisabetta. Maria
è una donna di cuore. Quando ci parla, il nostro cuore si mette
a vibrare. Nell'udirla proviamo la gioia più grande della nostra
vita. È, dunque, una conversazione d'amore.
Cosa succede a una persona quando ascolta la voce del
suo amato? Cosa fa un bambino, per strada, quando sente
d'improvviso la voce della madre? Si me tt e a saltare di gioia.
Ricordiamo la voce di nostra madre quando eravamo piccoli:
era il nostro più grande piacere. Se incontriamo qualcuno
che ha la stessa voce di nostro padre o di nostra madre, ci si
strugge il cuore.
Le nuove generazioni possono sperimentare questa gioia
perché oggi siamo in grado di registrare le voci su dischi o cassette. I bambini potranno così vivere questa enorme emozione,
potranno chiedersi: «Com'erano le voci di mio padre o di mia
madre all'epoca in cui sono nato?», e ascoltarle subito.
Potranno sentire il padre che dice:
Ti parlo mediante questa registrazione che ascolterai fra vent'anni.
Parlo al tuo futuro. Voglio che tu sappia che io ero lì fin dal primo
secondo della tua nascita (e anche dal primo secondo della tua concezione). Ti aspettavo. Ero consacrato a riceverti. Ero a fianco di tua
madre. Quando sei uscito dal suo grembo, sei finito sulle mie ginocchia.
Ora ti sono vicino e spero di esserlo ancora quando ascolterai questa
registrazione.
Se non sarò più accanto a te, sappi che la mia voce mi contiene per
intero. È la cosa migliore che ho. Te la trasmetto perché può aiutare il
tuo sviluppo e l'ottenimento della coscienza universale.
Oppure potranno ascoltare la madre:
Piccolo(a) mio(a): ti ho dato il meglio del mio sangue e del mio essere.
Partorirti è stato per me il più grande piacere del mondo. Non c'è stata
lotta fra te e me. Abbiamo lavorato insieme alla tua nascita. Non hai
avuto la necessità di batterti contro di me per nascere. Non è stato un
affrontarsi. Entrambi, tu e io, alla presenza di tuo padre, abbiamo fatto
uno sforzo insieme e tu sei uscito da me. La tua uscita non è stata una
rottura né una separazione, ma un processo di prolungamento, perché
nella vita, figlio(a) mio(a), non c'è rottura né separazione. È tutto un
processo continuo. Niente comincia. Niente finisce. Sono, dunque, una
parte del tuo processo.
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Sono felice che tu possa ascoltarmi nel futuro. Spero di essere lì con
te. Altrimenti, sappi che, mediante la mia voce, ti trasmetto tutto il mio
amore. Spero che un giorno questo amore che ti do con la mia voce
possa servirti ad attraversare le tenebre se sei nell'oscurità, o a ricevere
ancora più luce se sei nella luce.
fetale, la sua nascita e anche la sua mo rt e, la sua rinascita,
ciò che diventerà e le strade che seguirà per arrivare a essere
coscienza cosmica: angelo.
La voce di Maria arriva fino al feto di Elisabetta.
Questo indica che ogni voce deve arrivare alla radice stessa
della persona alla quale si rivolge. Quando comunichiamo con
qualcuno dobbiamo stabilire un contatto con l'età che questo
qualcuno ha al momento della conversazione, però dobbiamo comunicare anche con il suo bambino. Perché ognuno di
noi po rt a in sé, fino alla mo rt e, il bambino che è stato. Così
dobbiamo comunicare accettando tutte le età che possiede la
persona con cui parliamo. Un essere umano non si riduce a ciò
che emana da lui nel momento in cui sta parlando con noi. Ci
rivolgiamo a lui in un determinato momento, ma ancor più al
suo bambino, al suo anziano e a tutte le età comprese tra questi
poli. Ci rivolgiamo persino alle sue reincarnazioni precedenti
e future. (Perché non dire che ci sono?) Così siamo coscienti
del fatto che l'altro non è fisso ma è invece un ciclo infinito.
Faccia a faccia con l'altro, dobbiamo avere molta pazienza,
tolleranza, benevolenza e speranza, sapendo che siamo incapaci di giudicare sull'istante. Questo è impossibile: occorre
saper vedere il processo completo dell'interlocutore, che non
si li mita all'istante in cui lo vediamo.
È meraviglioso vedere un processo, vedere l'altro e al tempo stesso contemplare il suo bambino, il suo anziano, la sua
nascita, la sua morte e la sua rinascita. Quando si arriva a
questo, si capisce cosa significa comunicare con una persona:
vederla completamente, vedere la sua vita anteriore, la sua vita
Tutti diventeremo un Gabriele. È uno stadio che ci aspetta nel
nostro processo. Ci prepariamo. Quando verremo ad annunciare
il nuovo Cristo saremo pieni di luce, di spirali, di movimenti,
di vibrazioni. Ogni istante sarà un momento di gioia creativa
perché un angelo crea e si crea in continuazione. Quando diventeremo angeli saremo un'anima che crea, si crea ed è contenta
di esistere, perché un angelo non può che essere estasiato.
Tentiamo di immaginare cosa significa essere l'arcangelo
Gabriele. È estasiato perché si trova al fianco di Dio. Potrebbe
un angelo arrivare triste e sconsolato da Maria per darle l'annuncio? Al contrario: gioisce di essere il messaggero di Dio, di
poter stare al suo cospetto senza bruciarsi. Se esiste qualcuno
davvero a ll egro, è un angelo.
Quando vediamo un angelo, all'inizio siamo terrorizzati;
poi, ci dice: «Non temere», e di colpo non abbiamo più paura
e cominciamo a ridere perché siamo allegri. È il riso assoluto.
Ecco in cosa consiste essere un angelo.
Tutti diventeremo angeli, senza alcun dubbio. È evidente
che un giorno rideremo a crepapelle. Si dice che questa sarà
l'illuminazione. A volte, quando i monaci si illuminano, la loro
prima reazione è una risata, per esprimere e sperimentare la
loro gioia di vivere.
La gioia di vivere. In quanto artista ho l'opportunità di avere
momenti di gioia creativa e anche quella di vedere qualcuno
trasformarsi e realizzarsi. Quando vediamo qualcuno guarire,
è la gioia totale. Non gioiamo forse quando qualcuno guadagna
molto denaro o si realizza, o si illumina?
Uno stato gioioso è un piacere per l'altro. Non è la gioia per
noi, dato che la sperimentiamo. Ciò significa che l'illuminazione è sinonimo di gioire per l'altro, per la sua realizzazione.
Che gioia ci procura un bambino quando è allegro! Per
esempio, è meraviglioso vederlo aprire il suo regalo a Natale e
mettersi a giocare al punto da dimenticare la nostra presenza.
È talmente concentrato nel gioco che non ci vede nemmeno. Si
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Riusciamo a renderci conto di cosa udì Elisabetta quando
Maria le parlò? Dov'era la radice della voce di Maria? Nel suo
grembo, in quel Dio che portava. Il suo Dio interiore era Dio.
Egli parlava attraverso di lei. Maria non aveva bisogno di di
dire determinate parole: era sufficiente che parlasse.
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi,
il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
culla nel piacere assoluto e la nostra gioia personale consiste
nell'avergli procurato la sua, anche se in quel momento non
contiamo niente per lui. Che piacere, per un uomo, procurare
un orgasmo a una donna che è stata frigida quasi tutta la vita.
È davvero una gioia liberare qualcuno. L'allegria di aprire
una prigione e dare la libertà a chi era incarcerato. L'allegria
di curare un animale che soffi e. L'allegria di dare un po' di
latte a un gatto abbandonato e guardarlo bere. Sono allegrie
indicibili. Elisabetta loda Maria:
E beata colei che ha creduto...
Siccome Cristo è presente nel momento in cui Giovanni esce
dal grembo di Elisabetta, la prima cosa che vede Giovanni è il
grembo di Maria, ancor prima di vedere sua madre. È ovvio,
dato che egli viene ad annunciare Dio e Dio è lì davanti a lui,
ad aspettarlo. Giovanni stabilisce un contatto telepatico con
Cristo ed entrambi comunicano ancora. E in questo modo si
ratifica l'unione.
NASCITA E CIRCONCISIONE DI GIOVANNI IL BATTISTA
Quando crediamo, siamo fortunati. Credere fa più bene
che non credere.
Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla
luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva
esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.
Allora le due donne cadono in estasi e Maria si mette a cantare un lungo poema gioioso. Entrambe sono illuminate.
Elisabetta era incinta di sei mesi quando Maria andò a trovarla:
possiamo pensare che le rimase accanto durante il suo parto.
Nel momento in cui nasce Giovanni accorrono tutti i vicini
e i parenti e si meravigliano del fatto che l'anziana Elisabetta
abbia avuto un figlio. Diventa la curiosità della regione. È un fenomeno che tutti vengono a festeggiare. Di fatto, non sanno chi
stanno festeggiando e meno ancora sanno che Dio è fra loro.
Supponiamo che una donna segretamente incinta di Dio
assista a un'assemblea. Nessuno lo sa e, ciò nonostante, nessuno può essere triste, proprio per il fatto che lo splendore di
Dio non ammette tristezza intorno a sé.
È quel che succede in questo parto. Maria, una donna che
po rt a nel suo grembo il creatore dell'Universo, è presente,
perciò tutto splende di energia e tutti si rallegrano senza sapere perché. Non sono coscienti di essere elevati da Dio, però,
essendo tutti devoti, cadono in estasi.
Quali sarebbero le nostre reazioni se arrivasse alla nostra
porta una donna incinta del Messia? Domanderemmo chi è
il padre? No: casomai le toccheremmo un po' il ventre e ci
farebbe l'effetto di mille funghi allucinogeni. Entreremmo in
un vero viaggio. Fluttueremmo. Per la prima volta nella nostra
vita conosceremmo uno stato percepito solo da pochissime
persone, in cui non si ha alcuna paura.
Pochissime persone conoscono quella che chiamiamo pace,
serenità, che si manifesta in questo modo: improvvisamente
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77
«L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente,
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e a ll a sua discendenza,
per sempre.»
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
non abbiamo più problemi intellettuali o emotivi, desideri
insoddisfatti e necessità materiali. Non abbiamo paura di morire o del futuro. Siamo completamente presenti, fluttuiamo
e viviamo con l'Universo, immersi in una pace assoluta. Non
abbiamo dubbi e non ci prefiggiamo mete. Non temiamo più
aggressioni né la mancanza di qualcosa. Siamo qui interamente, nell'istante, nella pace totale, nel rilassamento assoluto,
senza angosce né timori, né preoccupazioni.
Durante la nascita di Giovanni tutti i presenti erano immersi
in questa pace. In seguito Maria se ne va ed Elisabetta resta
col bambino.
All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria.
Era tradizione dare al bambino il nome del nonno, e non
quello del padre. Zaccaria però era talmente vecchio che la
gente pensò di dare il suo nome al neonato.
Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni».
Si tratta davvero di un miracolo, perché nessuno ha detto a
Elisabetta quale doveva essere il nome del bambino. Langelo lo
aveva suggerito nel tempio a Zaccaria, il quale però era muto
e non aveva potuto comunicarlo. Così è del tutto autonomamente che Elisabetta dice: «No, si chiamerà Giovanni» e ciò
significa che è stato il feto stesso a suggerirle quel nome.
Gesù ha ricevuto il suo nome dall'arcangelo Gabriele. Poco
dopo la sua nascita (Luca 2,21), c'è una frase precisa:
Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
Ciò significa che ognuno di noi possiede un nome prima
di essere concepito. Non sarà un essere umano a darci questo vero nome, solo Dio può farlo. (Quando accettiamo che
qualcuno ci battezzi e ci dia un nome, lo riconosciamo come
nostro creatore.)
Il nome che ognuno possiede prima di essere concepito
non proviene dal suo albero genealogico. Quel che succede
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di solito è che i genitori non siano percettivi: fanno figli per
ragioni che non hanno niente a che vedere col motivo normale,
che consiste nell'obbedire a ll a Legge divina e creare un essere
che andrà per il mondo per aumentare la coscienza cosmica e
realizzare il nuovo Cristo. Quando si genera un figlio affinché
ci serva da stampella o da protesi, o per dovere, o ancora per
problemi sessuali dovuti alle generazioni precedenti, egli avrà
un nome prima di essere concepito, e non gli sarà dato dai
nonni. È consuetudine ripetere in continuazione il nome di
tutti i nodi nevrotici esistenti nell'albero genealogico.
A volte l'inconscio fa degli scherzi con i nomi. Per esempio,
una donna sposa un Pasquale; in seguito divorzia e sposa un
altro Pasquale. Oppure ha una piccola fissazione col padre,
che si chiama Emilio; gli anni passano e si prende per amante
un uomo che assomiglia fisicamente al padre e che si chiama
anche lui Emilio.
A volte sono scherzi sinistri, come nel caso di un uomo che
si chiamava Landru e che sposò la signorina Dufour.*
Bisogna rendersi conto della vergogna e dei problemi che
possono nascere da un nome. Conosco un uomo, Pierre Delhorme, che è insegnante di kendo (l'arte della spada giapponese). Le sue iniziali sono P.D.; quando volle inciderle su un
anello, il gioielliere si rifiutò e scrisse invece D.P., trasformandolo giustamente in un maestro di spada.*
Comunque sia, bisogna immaginare l'incredibile distrazione
dei genitori. Si pensa che la ricorrenza dei nomi sia un caso,
ma in effetti funziona come una trappola diabolica.
Chiunque se ne può rendere conto studiando i nomi che
ricorrono nel proprio albero genealogico; è come l'inconscio:
vi troviamo tutti i segreti.
Conosco il caso incredibile di un emigrante francese che
iniziò in miseria, poi comprò un asino, poi un altro, più tardi
Four significa «forno». Dunque, du four: «del forno». Henri-Désiré Landru
era il nome di un celebre psicopatico francese, che uccideva le sue mogli e
ne inceneriva i cadaveri in un forno.
In francese le iniziali P.D. si leggono «pedé» , vale a dire «pederasta»• D.P. si
legge invece «dépé», che suona come d'épée, cioè «di spada».
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tutto un branco e, a ll a fi ne, un parco di camion. Accumulò una
fortuna che fu ereditata dai suoi discendenti: tutte le donne
di quella famiglia si chiamano Anne, Vivianne, Lilianne, Marianne... Ci sono dappertutto asini.
È impo rt ante vedere come funziona il nome che abbiamo
ricevuto. È il nostro vero nome o un appellativo malato imposto da un albero genealogico malato? Viviamo la nostra vita
o quella di un altro, a causa del nome che ci hanno dato? Ci
chiamiamo come un nostro zio che si è suicidato? Come una
nonna morta di parto? Come un fratello morto da bambino?
Quel che è preoccupante è che ci innamoriamo dei nomi e
delle professioni, indipendentemente dalla posizione economica. Osserviamo bene i nomi delle persone con cui abbiamo
avuto rapporti, cerchiamo di conoscere i nomi dei loro parenti
e vedremo che si ripetono. Soprattutto, attenzione se ci chiamiamo Renato. In genere questo nome appare dopo la mo rt e
di un membro della famiglia: un Renato nasce per prendere il
posto e riempire il vuoto lasciato dall'altro che non c'è più.
In realtà portiamo il nostro nome nelle cellule. Abbiamo un
nome che non è personale. È nostra responsabilità battezzare
noi stessi, un giorno. È il nostro Dio interiore che deve farlo.
Bisogna rilassarsi e battezzarsi dicendo: «Il mio nome è...».
Può darsi che, per caso, il nome sia ricevuto dai genitori
prima della nascita del bambino, come accadde a Zaccaria e
a Elisabetta. Non è impossibile.
Quando aspettavamo mio figlio Adan, io e Valerie - la mia ex
moglie - gli cercavamo un nome. Un giorno Valerie mi disse:
«Lho trovato». Le risposi: «Anch'io». Mi chiese: «Qual è?», e
io dissi: «Ada». Valerie esclamò: «Ma è incredibile! È il nome
che avevo scelto anch'io! Ho pensato a Ada perché l'ho sentito
pronunciare da una donna algerina e mi è piaciuto».
Così avevamo deciso di chiamarla Ada, dato che allora credevamo tutti e due che si trattasse di una femmina. Ero presente al parto. Quando uscì e gli vidi i testicoli, gridai: «Ah, è
un maschio! È Adan!».
Asino in fr ancese è âne; per assonanza: Anne, Vivianne ecc.
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Il destino lo aveva preparato per chiamarsi Adan: è stato
lui stesso a darsi il nome. Penso che mio figlio porti il suo
vero nome.
Il vero nome del bambino dev'essere intuito telepaticamente
dal padre e da ll a madre, all'unisono. Se sono sufficientemente
intuitivi, i genitori lo ricevono prima che il figlio sia concepito, e questi avrà il suo vero nome; altrimenti sarà lui stesso a
darselo più tardi.
Quando pratichiamo la meditazione per trovare la nostra
guida interiore, questa giammai deve somigliare a qualcuno,
sia esso il Cristo, il nostro guru o chiunque altro. All'inizio
essa si presenta senza volto. Arriva in forma nebulosa, come
qualcosa di non formato. Così, via via che si sviluppano questi
incontri, si forma e si precisa, e acquista allora un volto. Il
metodo migliore per sapere se si tratta davvero de ll a nostra
guida interiore, infatti, è verificare se assomiglia a qualcuno
che conosciamo. Se assomiglia a nostro padre, a qualcuno
che amiamo o a qualche conoscente, non è la nostra guida,
ma qualcosa che è entrato dentro di noi. In tal caso è meglio
abbandonare questo personaggio e cercare la nostra vera guida
interiore, che ci sarà molto più utile.
Nell'Antico Testamento, quando Mosè gli domanda qual
è il suo nome, Dio non risponde con precisione ma gli dice:
«Io sono colui che sono!». Poi, quando glielo chiede anche
Giacobbe, Dio ride e non risponde. Non dice mai il suo nome
perché Egli è l'unico che può conoscerlo.
Allo stesso modo, noi siamo gli unici in grado di conoscere il nostro nome interiore. Se lo confidiamo a qualcuno, lo
deformiamo. Non dare il nostro nome è un'attitudine divina:
seguire questo esempio è un omaggio a ll a pa rt e divina di noi
stessi.
È giustamente la Vergine che dice: «Santo è il suo nome»,
senza però precisarlo. Nella preghiera si afferma: «Sia santi-
ficato il tuo nome», però, quale nome? «Che il tuo nome per
me sconosciuto sia benedetto.» Proprio perché non possiamo
conoscerlo lo benediciamo e affermiamo che è santo.
È bello dare tutto, però bisogna imparare a farlo. In un
certo senso dobbiamo ancora imparare a custodire qualcosa
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con amore. Se non sappiamo possedere niente con amore,
non sappiamo dare.
Finché non diamo il nostro nome, lo porteremo con un amore incredibile. Una volta che l'abbiamo dato non lo potremo
portare col medesimo amore perché lo abbiamo condiviso.
È evidente che bisogna condividere tutto, però deve esistere
un punto irremovibile nel centro di ognuno di noi. Al centro di
tutto ciò che diamo c'è qualcosa che non diamo. Lo daremo
solo a Dio.
È un segreto totale tra noi e Dio. Non possiamo amare qualcosa più elevato di Lui. I nostri figli, le nostre donne e tutto
il genere umano vengono immediatamente dopo nella scala,
però c'è una cosa che riserveremo solo per Dio. Bisogna morire
con questo segreto. In tal modo avremo apportato qualcosa
che solo Dio conosce.
Elisabetta, Zaccaria scrive lo stesso nome pronunciato da lei.
I due trovano il nome nello stesso momento.
In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse
la lingua...
Il fatto che facessero dei cenni a Zaccaria invece di parlargli normalmente indica con chiarezza che egli era sordo
e muto.
Zaccaria scrive: «Giovanni». Una luce alla fi ne è comparsa
e dal fondo del silenzio di Zaccaria — un silenzio abbandonato da ll e parole — la voce dell'arcangelo Gabriele mormora:
«Giovanni».
Nel momento in cui Zaccaria scrive, tutti furono meravigliati. Questo stupore è naturale perché, senza aver potuto udire
È stato liberato perché, per la prima volta, crede veramente.
La sua liberazione avviene otto giorni dopo il parto della
moglie, precisamente al momento della circoncisione del figlio.
Durante questa cerimonia, il taglio di un frammento anulare
sul sesso del battezzando simboleggia un anello di matrimonio.
Tramite questo atto si introduce Dio nel sesso del circonciso,
vale a dire che l'alleanza di Dio con l'uomo si fa tramite il sesso.
Anche Cristo fu circonciso. In lui, quindi, si è realizzata nel
sesso l'alleanza col Padre.
Cos'è la circoncisione? Il rabbino taglia con un coltello il
prepuzio del bambino affinché questi pensi a Dio ogni volta
che farà l'amore. Ciò significa che Dio è nelle profondità del
nostro tempio sessuale e che il sesso è sacro. È attraverso di
esso che avviene l'alleanza con Dio.
Non voglio dire che l'alleanza consiste nella castrazione. Se
così fosse il battesimo consisterebbe nel taglio dei testicoli, e
non è certo questo il caso. Nella cerimonia della circoncisione si
parla di tagliare il prepuzio, il che significa aprire il sesso; dunque, il battesimo ha per oggetto l'apertura del sesso e non la sua
chiusura. È detto molto chiaramente: «Io ti battezzo. Ti unisco
a Dio. Apro il tuo sesso all'ottavo giorno. Non lo chiudo».
Si apre il sesso di Cristo così come quello di Giovanni. Non
sto interpretando: è scritto nel Vangelo.
Ho assistito a una circoncisione. Secondo le tradizioni, si
dà al bambino una goccia di vino per ubriacarlo. È lo stesso vino che troviamo nella Cena: si dà il sangue di Cristo al
bambino. In seguito gli si aprono le gambe come a una rana.
Tutti pregano. Dieci uomini sono presenti; rappresentata da
loro, tutta la comunità assiste alla cerimonia. È un affare da
uomini. Le donne stanno dietro.
Si taglia il prepuzio all'ottavo giorno, quando inizia un nuovo ciclo. Non so cosa accade nella circolazione del sangue,
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Le dissero [a Elisabetta]: «Non c'è nessuno della tua parentela
che si chiami con questo nome».
Giovanni è l'emergenza del nuovo. La persona che annuncia una qualsiasi novità nella nostra vita è il Giovanni che è
dentro di noi. Qualcosa in noi comincia ad annunciare che
stiamo cambiando livello spirituale. Non siamo ancora arrivati
a questo livello, però lo annunciamo, ci troviamo al grado più
elevato di noi stessi. Vibriamo. È una novità: mai abbiamo
conosciuto niente di simile.
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che
si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il
suo nome». Tutti furono meravigliati.
però in questo giorno si sanguina pochissimo. Il bambino in
pratica non perde sangue. È ubriaco, confuso.
In seguito lo si copre e tutti si mettono a cantare in allegria
perché il bambino si è unito a Dio ed è comparsa la testa del
suo sesso. Prima non si vedeva. È dunque l'unione sessuale
con Dio per eccellenza. Nel linguaggio simbolico il prepuzio occulta la testa del sesso, vale a dire la coscienza. L'operazione fa uscire a ll a luce ciò che era occultato nell'ombra,
nell'animalità.
Cosa fa Zaccaria dopo aver recuperato la parola?
In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse
la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Zaccaria era illuminato e la prima cosa che fece fu benedire Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione
montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose.
Questo bambino è giunto nel bel mezzo di una cospirazione
contro la presa di coscienza. Evidentemente, quest'ultima ha
iniziato a compiersi. La gente dice fra sé: «Chi sarà questo
bambino? Cosa diventerà in futuro? Ci farà uscire dalla nostra
mediocrità». E anche per questo tutti hanno paura.
GIOVINEZZA DI GIOVANNI IL BATTISTA
(Luca 1,80)
Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni
deserte fino al giorno de ll a sua manifestazione a Israele.
rittura vicine a ll a pazzia. Stare sette giorni con se stessi senza
disporre di alcun elemento di distrazione, solo sette giorni, è
veramente il deserto!
Vivere nel deserto significa separarsi dalla società, dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni e dai nostri desideri, e da
tutte le attività che riempiono la vita, allo scopo di purificare
il nostro modo di reagire.
Quando Giovanni si isola nel deserto è completamente accompagnato dal suo Dio interiore, dal suo punto irremovibile.
Così il suo deserto è completamente abitato e, a partire dal
momento in cui può contare soltanto su un sole interiore e
sulla divinità che lui viene ad annunciare, Giovanni capisce.
E cosa annuncia, quindi? Il suo Maestro. Il suo Maestro è il
deserto che ci insegna a stare con noi stessi.
Dunque Giovanni annuncia ciò che ha appreso dopo essere
passato attraverso il segreto.
Anche noi, prima di insegnare o di cercare di curare gli altri,
dobbiamo passare dal segreto, dobbiamo passare attraverso
il deserto, tenere viva la solitudine e stare perfettamente con
noi stessi.
È meraviglioso vedere che Giovanni passa attraverso questa
scuola e che anche Cristo trascorre quaranta giorni nel deserto.
Non gliene servono di più; Giovanni invece ci passa tutta la giovinezza. Impara a sopravvivere, fortifica il suo spirito, diventa
saggio. A partire da quel momento può dare l'annuncio.
Noi, per essere Giovanni, dobbiamo imparare a fortificarci e a conoscerci nella solitudine, perché solo allora saremo
capaci di dare.
Per me «vivere nel deserto» ha un significato particolare.
Una volta ho fatto un training di gruppo e ho partecipato a un
insegnamento intensivo di meditazione: «ero nel deserto».
Mi sono chiuso sette giorni in casa. Stavo nudo, senza libri,
radio, televisione, telefono, senza fare niente e anche senza
niente da guardare, vale a dire senza simboli in vista. Niente,
mangiando il minimo, senza chiamare un amico...
Questa situazione provocò reazioni incredibili, a volte addi84
85
IV
IL CENSIMENTO
I titoli che scandiscono la prima pa rt e del secondo capitolo
del Vangelo di Luca, «Nascita di Gesù» e «Circoncisione e
presentazione al tempio», potrebbero colpirci per due motivi.
Il primo è l'uso della parola «nascita»: come può Dio nascere
se non inizia né finisce? Ciò nonostante non si tratta di un
paradosso perché non c'è scritto «Nascita di Cristo». Gesù può
nascere, il Cristo no, in quanto c'è già.
La seconda ragione: perché Cristo deve stipulare un'alleanza
con Dio Padre se già sono uniti?
Diede a ll a luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce
e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro
nell'albergo.
Inoltre, il fatto che un po' più avanti in questo capitolo la
Vergine avvolga il Cristo nelle fasce è un punto molto delicato
la cui spiegazione risulta indispensabile. Inizialmente uno
potrebbe domandarsi: com'è possibile che la Vergine si sia
potuta comportare così con il Cristo se sappiamo quanto sia
terribile per un bambino essere fasciato?
Meno di un secolo fa questa pratica è stata abbandonata e
i bambini sono stati lasciati in libertà. Prima li si avvolgeva
per intero in fasce di tela per impedire che si muovessero. A
volte i più fortunati avevano le braccia fuori dal bendaggio e
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godevano della possibilità di muoverle, però era tutto quello
che potevano fare. In genere li si metteva in una cesta di vimini
dove restavano quasi in piedi, senza libertà di movimento.
Si applicava questo trattamento ai bambini in modo che non
infastidissero gli adulti. Guardare un neonato è come guardare un oceano: ebbene, quest'oceano veniva immobilizzato,
passava le giornate prigioniero delle fasce, pietrificato fra i
suoi escrementi. Non poteva far altro che piangere o starsene immobile. Il suo cervello non si evolveva completamente,
perché tutti i movimenti del bambino sono una preparazione
muscolare per lo spirito, per l'amore, per le carezze ecc.
Sapendo tutto questo, come giustificare il fatto che Gesù
sia stato fasciato? Dev'esserci una spiegazione.
Muovo dal principio che il mito trasmette un messaggio in
ogni momento. È come un Arcano dei Tarocchi. Di fr onte a
qualsiasi Arcano ci vengono offe rt e due possibilità: la prima
è interpretarlo negativamente - la dimensione del negativo è
infinita - e arrivare in tal modo agli abissi della sofferenza a
partire da qualsiasi dettaglio; la seconda opzione consiste nell'interpretare questo Arcano positivamente e raggiungere l'estasi.
Tutto dipende da ciò che offa iamo di noi stessi per ottenere una
visione dell'Arcano: ogni capitolo del Vangelo è un Arcano al
quale dobbiamo conferire ciò che abbiamo di più bello.
Se è scritto «lo avvolse in fasce», dobbiamo trovare la bellezza racchiusa nel fatto di fasciare qualcuno e non rimanere
con l'impressione che lo trasformino in una mummia. Non è
possibile imprigionare corporalmente l'essere che viene a salvare il mondo. Ci vuole una valida ragione, altrimenti vorrebbe
dire che Maria non sapeva prendersi cura di un bambino, o
cosa significasse essere madre.
Bisogna dunque trovare una spiegazione, capire perché
Gesù fu circonciso e fasciato. Iniziamo dal principio:
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto...
Esce un editto dell'imperatore romano, questo è il fatto...
ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.
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Bisogna rendersi conto de ll a vanità di questo Cesare Augusto quando pretende di censire il mondo intero.
Da un punto di vista mistico un censimento non ha alcuna
ragione d'essere, dato che la divinità sa quante persone ha
creato: è onnipotente e onnisciente, e conosce ognuno di noi.
Siccome la divinità sa quante persone ci sono al mondo, non si
fa un censimento col proposito di servire Dio, ma il potere.
Per i soggetti al censimento si tratta di un atto di sottomissione atroce: vengono censiti per limitare la loro libertà di
comunicare col divino.
Durante quest'epoca triste che sta vivendo il popolo eletto
(vale a dire noi, perché siamo tutti il popolo eletto), Cesare
Augusto (o qualsiasi altro governante) ha il diritto di censirci.
A tale scopo si compila un questionario, fornendo un certo
numero di dati su di noi. Così perdiamo la nostra libertà.
Censimento equivale a perdita di libertà.
Giuseppe, la Vergine e il Cristo si prestano a questo censimento e lo fanno perché la verità non doveva essere conosciuta.
Il fatto che la Vergine sia incinta di Cristo è assolutamente
segreto e tale deve rimanere, altrimenti il bambino correrebbe
un pericolo mo rtale. Obbediscono quindi alla legge del censimento, che non aveva altro fine se non quello di servire il potere e consisteva nel ridurre ogni essere umano a un semplice
numero, a un capo di bestiame qualunque nella mandria.
Questo primo censimento fu effettuato quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare,
ciascuno nella sua città.
Si verificò un esodo. Farsi censire non corrispondeva certo
al desiderio e a ll a volontà del popolo, dovevano esistere minacce considerevoli perché la gente obbedisse.
Non è per piacere che la gente cambia città solo per farsi
contare e schedare, soprattutto un popolo mistico che capisce
subito la mostruosità di quell'atto e la perdita di libertà fisica
che ne deriva.
È con grande malumore, quindi, che tutti acconsentono
alla richiesta dei soldati di ritornare nelle rispettive città. Li
si fa uscire dalle loro case, li si spia ecc. A quell'epoca simili
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imposizioni erano senza dubbio molto inquietanti per la popolazione. Inoltre non era semplice né comodo dato che non
esistevano alberghi, ma solo qualche misera locanda. Quando
c'era un'affluenza notevole in una città, dove dormivano le
persone? Tutti borbottavano malcontenti, soprattutto il popolo
eletto, che viveva il censimento come il trionfo del potere sullo
spirito. In quel momento anche gli ultimi capisaldi della vita
spirituale stavano agonizzando.
Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide,
da ll a città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea a ll a città di
Davide, chiamata Betlemme...
Sappiamo che l'albero genealogico di Giuseppe risale a
Adamo ed Eva e che ha settantasette avi compreso Giuseppe.
(Settantasette più la divinità fa settantotto, come i Tarocchi:
settantasette ca rt e numerate più Il Matto.)
Giuseppe è obbligato a raggiungere la città di Davide e porta
con sé la sposa incinta. Con questo atto egli realizza la connessione tra il bambino e il suo intero albero genealogico.
In effetti è un atto splendido, perché è segretamente magico
accompagnare quella donna incinta per assicurare la connessione con Davide e anche con Adamo ed Eva, dando così al
bambino il suo posto nell'albero genealogico.
Questo censimento, che è davvero ripugnante, non costituisce un contrattempo per Giuseppe e Maria e meno che mai
per il Cristo, che già nel grembo materno è supercosciente (in
precedenza l'abbiamo visto comunicare con Giovanni quando
questi si trovava nel grembo di Elisabetta). Essi vogliono approfittare dell'occasione per prendere contatto con il proprio
lignaggio attraverso Giuseppe: questo personaggio, quindi, si
rivela di nuovo un gigante, dato che senza Giuseppe non c' è
Gesù né Cristo né Messia.
Questo viaggio in prevalenza materiale diventa allora qualcosa di completamente spirituale e, pertanto, un motivo di
allegria: farsi censire si trasfigura in gioia, dato che permette
l'integrazione nell'albero genealogico.
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IL SACRIFICIO DI GIUSEPPE
... per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era
incinta.
Per Giuseppe, Maria è ovviamente la sua sposa. Come abbiamo visto, l'ama perdutamente e accetta che sia stata fecondata
da ll a divinità; come un monaco, si sacrifica e aspetta che lei
partorisca. Per il solo fatto di non ripudiarla, protegge tanto
Maria quanto il bambino, che è il suo figlio spirituale.
Quando Giuseppe osserva il grembo di Maria che s'ingrossa,
trema di piacere, poiché assiste a ll a gestazione del suo Dio: ha
l'infinito onore di contribuire a salvarlo. A pa rt e Giuseppe, nessun essere umano al mondo ha mai avuto questo privilegio.
Quando possiamo salvare il nostro Dio salviamo la vita della
galassia e di tutta la razza umana, e quella del destino umano,
perché noi siamo il destino, siamo l'umanità. Restando so li , il
nostro piccolo io morirà. Facciamo pa rt e della razza umana
e il nostro scopo non è individuale ma universale: creare la
coscienza cosmica.
Giuseppe è l'archetipo del dono, è lo spirito che si dà in
sacrificio.
Ciò mi ricorda un episodio dell'epopea di Gilgamesh, il racconto più vecchio dell'umanità: l'eroe si rifiuta disperatamente
di morire, il suo desiderio di sopravvivere diventa un'ossessione. Un giorno apprende che in un'isola vive un immortale. Si
precipita, lo trova e lo informa della sua tortura:
«Devo sapere il segreto dell'immortalità!»
«Ma è molto semplice!» gli risponde l'immortale. «Non c'è
alcun segreto. Dio ha creato me immortale, mentre ha creato
te mortale.»
Non c'è alcun segreto. Ecco il paradosso dell'io che parla
all'essenza:
«Voglio essere immortale» dice l'io.
«Puoi diventarlo» risponde l'essenza.
«Davvero? Posso fare a meno di morire?»
«Sì.»
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«Come?» insiste l'io. «Presto, dimmelo!»
«È molto facile» gli dice l'essenza. .Ti basterà dissolverti e sparire:
trasformarti in me.»
Abbiamo dentro di noi una vecchia pa rt e che ci aderisce e
abbiamo bisogno di Giuseppe per sacrificarla: bisogna imparare
a morire con se stessi per poter rinascere «senza se stessi».
Se vogliamo risvegliare in noi il livello di Maria e di Cristo
(dato che sono due livelli che possiamo trovare dentro di noi),
dobbiamo imparare a morire. Per questo è necessario vigilare
la nascita e la crescita del bambino (divino) che vive dentro di
noi. Bisogna che ci imponiamo di scomparire, che arrestiamo
il dialogo interiore che sosteniamo sempre con noi stessi.
Se Giuseppe è così bello, è proprio perché il suo scomparire
permette l'amore assoluto fra Gesù e Maria, la loro completa
unione. Senza il sacrificio di Giuseppe non ci sarebbe Maria,
non ci sarebbe niente.
Luca scrive che Giuseppe se ne andò dalla Galilea «con Maria
sua sposa che era incinta». Non dice: «Maria e il Cristo se ne andarono con Giuseppe». Questo indica che è Giuseppe a guidarli.
LA CONCEZIONE E IL PARTO PERFETTO
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i
giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito...
Perché precisare che si tratta del primogenito quando è
chiarissimo che la Vergine non aveva avuto altri figli? In realtà
«primogenito» sta a significare il primo nato tra noi; infatti,
fino a quando il Cristo del mito non sarà nato, nessuno realmente nascerà, finché non si raggiungerà la coscienza collettiva il primogenito non potrà venire.
Dostoevskij ha detto: «Se c'è un crimine sulla Terra, tu fai
parte dei colpevoli». In effetti: se sulla terra qualcuno ha fame
siamo tutti responsabili. Se una persona non arriva al suo
più alto grado di coscienza, ciò significa che non lavoriamo
per il domani ma per noi stessi: continuiamo a chiedere, ci
nutriamo, ci sviluppiamo, ci facciamo proteggere... e gli altri?
91
Come mai vogliamo sempre di più per noi senza pensare che
gli altri devono avere altrettanto? Ci preoccupiamo mai di dare
qualcosa a ll a persona cui chiediamo?
Nel cervello di questa donna non c'era rancore verso chicchessia: era in pace assoluta. Non aveva problemi metafisici
perché non considerava il fatto di concepire un figlio mo rtale.
Lei sapeva di essere portatrice dello Spirito immortale: aveva
in sé il centro dell'Universo e dell'immortalità.
È lo stesso per ogni donna che aspetta un bambino: nel descrivere la gestazione e il parto di Cristo, in realtà descrivo un
parto normale e lo libero dall'anomalia in cui lo ha collocato
la patologia. Ogni bambino è il Cristo incarnato.
Dunque Maria portava in sé la divinità incarnata: cosa aveva
a che vedere la sua psicologia con il Cristo? Niente, in realtà:
non era altro che luce, pace e perdono assoluto per chiunque
l'avesse fatta soffrire.
Se non perdoniamo, in effetti, non possiamo generare un
figlio sano: il perdono assoluto è necessario, altrimenti il rancore si riversa nella carne e nelle ossa del bambino.
Si tratta di un perdono completo, assoluto, che si rivolge a
tutta la civiltà umana, all'intera creazione: un perdono senza
limiti a qualsiasi caduta.
Bisogna dire «ti perdono» a qualsiasi immagine negativa
che emerge dal nostro interno: «Perdono la macchina che mi
ha amputato una gamba. Perdono il padre che mi ha ingravidato. Perdono la madre assente. Perdono tutto ciò che non
ho avuto».
Perché senza perdono non posso generare un figlio sano,
senza perdono farei scivolare tutte le malattie del mondo nella
sua gestazione. Potrei danneggiargli gli occhi, le orecchie, il
midollo, le ossa, gli organi, i piedi... Posso danneggiarlo completamente perché la gestazione di un bambino si realizza a
partire dall'essere umano integrale.
Dopo aver mondato il proprio spirito, come la Vergine Maria, la donna incinta deve mondare anche i propri sentimenti.
Immaginiamo lo stato emotivo in cui si trovava quella madre:
era l'oceano, l'oceano cosmico. Navigava nel bel mezzo di un
cosmo di piacere. Aveva perdonato tutto, possedeva una fiducia incondizionata, una fede completa e una calma sovrana.
Era in atteggiamento di ascolto, perché non era lei che doveva
parlare, ma suo figlio.
Il figlio di Maria non era una stampella per lei, e nemmeno una protesi o una missione. Era se stesso e in se stesso.
Maria era in ascolto del suo feto perché questo disponeva
di una coscienza integrale ed era lui a dirigere, a sapere,
mentre la Vergine era ignoranza, assenza di angoscia e piena
fiducia.
E soprattutto non si chiedeva: «Come sarà il mio parto?
Morirò? Mi drogheranno con calmanti o anestesie? Tireranno
fuori il bambino col forcipe? Nascerà in posizione seduta?
Lo soffocherò col cordone ombelicale? Si disidraterà? Con il
pretesto che uscirà più facilmente, mi incideranno l'addome
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Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce
e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro
nell'albergo.
Eccoci al punto fondamentale.
A partire dal momento in cui l'ombra di Dio avvolse la Vergine e la fecondò, la luce totale entrò nel suo grembo. Da
quell'istante, per la prima volta, l'umanità intera (passata,
presente e futura) ebbe Dio nel grembo: era l'incarnazione.
Nel preciso momento in cui nasce la prima cellula, il grembo
di Maria si converte nel centro dell'umanità; si tratta di un
centro potente perché Dio è lì per intero. Questo grembo irradiava fin nel passato, all'inizio stesso dell'Universo; irradiava
anche nel futuro e in tutti gli universi possibili. Irradiava nel
centro de ll a coscienza collettiva di tutti gli esseri pensanti,
compreso l'uomo.
Quando la Vergine fu fecondata, si disse:
Inizio a dare la mia carne. Che tipo di cellule offrirò a questo essere
che si trova nel mio grembo? Non posso utilizzare i miei ormoni, i
miei acidi e tutta la mia materia per fabbricare cellule impure. Perciò
nessun sentimento negativo dovrà attraversare il mio spirito. Qualsiasi
bruttura, pensiero decadente e mancanza di fede che entrasse nel mio
spirito sporcherebbe le cellule che formerò.
con un bisturi, impedendo in tal modo a ll e labbra della mia
vagina di abbracciare la testa di mio figlio? Giuseppe avrà un
paio di forbici per tagliare il cordone ombelicale?».
In che stato si trovavano gli organi sessuali della Vergine,
la sua vagina, il suo utero, le sue trombe, le sue ovaie? Erano
pieni di Dio, perché se c'era qualcosa di particolarmente vicino
al bambino divino, era il suo sesso.
La porta del sesso si apprestava ad aprirsi. Le ossa pelviche
si stavano muovendo. A ogni movimento delle ossa, la madre faceva una lunga inspirazione controllata e diceva fra sé:
«Così sia. Sia fatta la tua volontà». Apprezzava il movimento
del suo scheletro perché le obbediva. La vagina irradiava luce
e potere, dato che si preparava a lasciar uscire la divinità, il
salvatore del mondo.
Quel canale non poteva assolutamente essere impuro. È
aberrante concepire un'altra uscita per far nascere un figlio che
non sia la vagina, e più aberrante ancora è pensare alla vagina
come alla parte più sporca del corpo femminile. Pariment
assurdo è pensare che la dea non abbia partorito tramite il suo
sesso: c'è qualcuno che afferma addirittura che Gesù sarebbe
nato da un orecchio...
Quella vagina in realtà era formidabile, un tunnel d'amore
che si dedicava all'opera: si preparava a diventare il più disponibile possibile, all'apertura, all'amore, ai massaggi, alle
carezze, a uno scivolamento perfetto.
Via via che il ventre si dilata, la madre sente i movimenti
del bambino: questi comunica sempre di più con lei, tra i due
sboccia l'amicizia giorno dopo gio rno. La gioia totale le invade
il corpo: non nutre dubbi, rimane in estasi, preparandosi alla
nascita, cosciente di rappresentare le ovaie della coscienza
umana.
In fondo Maria non desidera nulla, s'immerge nella meravigliosa sinfonia di sensazioni che le sale dai piedi e circola
nel suo seno, si dà a questo ossigeno che si purifica al suo
contatto. In quel momento sta purificando il mondo, perché a
mano a mano che Dio s'incarna il mondo si purifica. Il cuore
del mondo è in formazione: l'unione si realizza.
All'ottavo mese Giuseppe le dice: «Ascolta. Andiamo a Betlemme». Perché porta con sé una donna incinta in un viaggio
così lungo? Perché obbedisce all'obbligo del censimento se
Maria è così vicina al parto? Immaginiamo la situazione.
I due giovani intraprendono il duro e lungo viaggio perché
hanno una fede assoluta nella realtà. Sanno che il miracolo
si realizzerà, non importa dove e con chi. Sanno che il luogo
dove Lui verrà sarà il luogo. Sanno che le cose succedono al
momento dovuto e che bisogna vivere sempre nel presente
ed essere coraggiosi. In tale stato spirituale, quando arriva il
momento si ha una fede assoluta che andrà tutto bene.
Non ci sono parole per descrivere l'estasi che Gesù sperimentava nel grembo di quella madre portentosa.
Cosa avrebbe sentito se si fosse trovato nel grembo di una
donna che voleva impossessarsi di lui o in quello di una donna piena di rancore? O in quello di una donna convinta che
il figlio è il suo fallo e quindi il suo potere? O in quello di una
donna che pensa di partorire la stampella della sua vita e non
un bambino? Cosa avrebbe sentito nel grembo di una donna
che, senza assumersi la propria maternità, avesse tentato di
stringergli il cordone ombelicale intorno al collo per impedirgli di nascere? O in quello di una donna che, detestando sua
madre, avesse fatto di tutto per non diventare anche lei una
madre, trattenendolo più del necessario o partorendolo a sette
mesi? Quel bambino sarebbe stato inquieto durante tutta la gestazione, perché l'inconscio del feto avrebbe saputo che a sette
mesi gli avrebbero dato «un calcio in culo», scaraventandolo
nel mondo senza avergli dato tutto ciò di cui aveva bisogno.
È molto doloroso nascere in simili condizioni.
Cosa avrebbe sentito il Cristo se avesse saputo che la madre
stava avvelenando il proprio latte o che si preparava a non
darglielo? La bocca del lattante è perfettamente formata e
adattata ai capezzoli della madre; l'unico posto in cui deve
poppare è il seno di sua madre. È poppando che il neonato
sviluppa l'organo della parola. Effettivamente, se la madre ci
priva del suo latte e ce ne dà dell'altro, qualcosa non si sviluppa
nel nostro spirito. D'altra pa rte, tutti o quasi tutti siamo spossessati (mutilati) del latte materno. Bisogna saperlo.
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Bisogna sapere inoltre che non si nasce mai eccessivamente
grassi. Se lo siamo, vuoi dire che nostra madre ci ha ingozzato più del necessario. Siamo innocenti: è lei che ci ha fatto
ingrassare per crearsi dei problemi. Bisogna sapere che non
si nasce mai prematuri: ci espellono in anticipo! Non si nasce
mai troppo tardi: ci trattengono! Non facciamo mai soffrire
nostra madre: è lei che ci to rt ura!
Perché? Perché il padre è assente. Quando i genitori sono
Giuseppe e la Vergine, o quando il bambino è il frutto di due
esseri che sono completamente presenti, la maternità e il parto
avvengono in modo meraviglioso.
Quando questi due individui hanno compiuto il loro lavoro
di pulizia spirituale, tutto va per il meglio.
Al contrario, quando il padre non c'è e i due genitori non
hanno compiuto il loro lavoro, la maternità e il parto diventano
una to rt ura per il bambino.
Maria era sola nell'assunzione di questa maternità? No,
assolutamente: Giuseppe era con lei, del tutto pronto a ricevere la divinità.
Nel grembo di Maria, Dio è contento perché la bellezza di
Maria è immensa. Il desiderio che aveva di lei, quando Lui era
il Padre, era grandissimo, e la donna era stata scelta molto
bene; Dio ha scelto la donna più bella che l'umanità avesse mai
prodotto: quindi, è davvero felice nel suo grembo, contento
dell'amore materno che riceve.
È stato trattato bene e splendidamente formato: gli hanno
dato la materia migliore. Le sue ossa sono ben formate, il suo
corpo è perfetto: è stato costruito con amore, senza angosce,
senza fr etta e senza scopo. Tutto si è svolto nel piacere. Felice,
Lui nuota nelle acque di Maria.
Cerchiamo per un attimo di immaginare l'acqua nel grembo di Maria, di immaginare questo alimento perfetto. Chi
non vorrebbe bere quest'acqua benedetta e poppare dal suo
seno?
Immaginiamo anche quel bambino del tutto cosciente: po rt a
con sé la divinità, è nel grembo della madre e sa cosa sta accadendo, vale a dire che si rompono le acque: allora si mette
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davanti alla vagina, perfettamente consapevole che è venuto
il momento di nascere.
Anche il corpo di Maria sa che è giunto il momento e che Dio
sta per uscire da lei ed entrare nel mondo. Lei vive allora gli
ultimi momenti di possesso de ll a divinità nel proprio grembo.
Dicono che si capisce una cosa per la prima volta quando la
si vede l'ultima volta. Per Maria è venuto il momento: il parto
sta per avere luogo. Lei non eviterà di spingere per espellerlo;
ciò nonostante, durante un secondo che sembra eterno, Maria
dice fra sé:
È l'ultimo secondo in cui stai dentro di me. È giunto il momento di
salutarci. Ma non ci separeremo mai, perché l'unione è fatta e perché
nessun essere si allontana mai dall'altro. Dammi la tua benedizione!
Maria chiede al suo bambino di benedirla. Lei non può
farlo, dato che Lui è infinitamente superiore. Il neonato si
mette allora nella posizione più adatta per iniziare a uscire.
Tra i due l'armonia è perfetta. Si dicono:
A partire da adesso tu non sei tu e io non sono io. Collaboriamo,
lavoriamo uniti. Insieme realizzeremo un parto perfetto.
A quel punto interviene Giuseppe:
Attenzione! Non dite «noi due»; dite «noi tre», perché io sono qui.
Se tutto va così bene è perché sono presente. Senza di me, tutto ciò non
potrebbe avvenire senza problemi.
Maria si mette allora nella posizione del parto.
È detto che non c'era posto per loro nell'albergo e che lei
mise il neonato in una mangiatoia. Si trovano quindi in una
stalla. Il posto è pieno di paglia e di sudiciume, e dunque Maria
non vi si corica, tanto più che non c'è nemmeno un letto.
Allora, aiutata da Giuseppe, si aggrappa a un tronco di
legno e si me tt e accoccolata a gambe aperte; Giuseppe è in
ginocchio ai suoi piedi e allunga le mani per prendere il figlio
ed evitare che cada a terra.
Il bambino, quindi, passa direttamente da ll a vagina della
Vergine nelle mani di Giuseppe. È lui il primo a toccare il
Cristo! Quale onore! È per questo motivo che, nella Bibbia, il
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Salmo 22 (versetto 10) afferma: «Sei tu che mi hai tratto dal
grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre», che
chiaramente potrebbe essere detto così: «Sono uscito direttamente dalla vagina fra le tue braccia». Nella visione del mito,
il bambino esce dalla vagina della madre per arrivare sulle
ginocchia o fra le mani del padre.
Il bambino si adatta immediatamente a lla posizione e inizia a effettuare un lento movimento rotatorio. Dio l'ha dotato
dell'impulso che dà ai pianeti. È la nuova galassia che arriva.
Vale a dire che il bambino, con una lentezza incredibile, comincia a girare a spirale. Deve venire al mondo per collocare
l'occhio del suo settimo chakra nella «porta» de lla Vergine e
formare così «l'occhio del mondo». (La nozione di chakra è
utilizzata nel tantrismo indù e buddhista. Il settimo chakra è
situato nella pa rte superiore della testa.)
Chiunque abbia assistito a un parto può sottoscrivere che
avviene così: la vagina forma un ovale esattamente uguale al
contorno di un occhio umano, e la testa del bambino, nell'uscire, prende il posto del globo oculare. Se allora guardiamo di
fronte il sesso della partoriente, vediamo il settimo chakra del
bambino che comunica con tutto il cosmo. Il bambino e sua
madre formano l'occhio cosmico.
È evidente che, millimetro dopo millimetro, la vagina della
Vergine Maria accarezza la pe lle del bambino con un amore
incredibile. Da pelle a pelle si forma una corrente di addio,
di fede, di aiuto, di massaggio e di coscienza, intanto che la
madre dice:
A partire da adesso prenderò in considerazione ogni millimetro del
tuo corpo perché, da quando la mia vagina lo sacralizza, ogni millimetro
è sacro. Se non riconosco ciascuna particella del tuo corpo con la mia
vagina, se non ti accarezzo, se nel passaggio non ti do il tuo primo
massaggio, nella tua vita non sarai mai accarezzato, mai chiederai
né esigerai una carezza completa, né tantomeno offrirai te stesso alle
carezze, e pertanto non sacralizzerai mai il corpo umano.
La vagina della Vergine accarezza, quindi, ogni parte co n
amore infinito.
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.
Che ne fa del suo dolore? Possiamo immaginarla mentre
grida e geme? Assolutamente no. Il dolore va e viene; ogni volta
che si presenta, Maria non si lascia prendere dall'angoscia,
dato che non le fa male.
Quando non c'è altro che dolore lo accettiamo, lo riceviamo
come un amico; però, quando questo dolore si trasforma in angoscia, allora diventa qualcosa di terribile. Ma non è questo il caso:
Giuseppe è presente, Maria partorisce il figlio, sono uniti.
Nel momento in cui appare l'occhio nel tempio di Maria,
Giuseppe deve aver pianto di gioia.
Il primo essere visto dal settimo chakra del bambino è il
padre, perché senza di lui non ci sarebbe cosmo né coscienza
collettiva. La prima cosa che ogni bambino dovrebbe vedere
quando nasce è il padre, che dovrebbe accoglierlo con le sue
mani, col suo cuore, con tutto il suo essere.
In seguito Giuseppe si ritira e si mette di fianco. Non avrei
accolto mio figlio restando al centro, bensì alla destra della
Vergine, perché lei equivale a lla sinistra. Maria è tutta cuore
e io tutto protezione. Affinché mio figlio diventi se stesso e si
realizzi, non gli sbarrerei mai il passo. Non intralcerei la sua
nascita simbolica.
Esattamente come la vagina permette il passaggio, anch'io,
in quanto padre, rimango di fianco per consentirglielo, cioè
per far sì che mi lasci indietro e vada esattamente dove deve
andare senza subire la mia interferenza. Le mie mani sono
una seconda vagina.
Il bambino compie, quindi, un giro completo. Tira fuori
il braccio sinistro e poi il destro e alla fine della rotazione si
ritrova con il viso di fronte alla madre. Giuseppe lo prende per
la nuca e lo tira verso di sé dolcemente: il bambino lo guarda.
Gli occhi di Giuseppe vengono contemplati da quelli di Cristo. Subito avviene in lui il cambiamento completo, perché lo
sguardo di Cristo ha trasformato la sua anima. Contemplare lo
sguardo dell'illuminato ci pone a un livello prima sconosciuto.
Nel momento in cui viene visto da questo Dio che ha tanto
protetto, Giuseppe ne riceve la ricompensa. Lo sguardo di Gesù
ha completato il suo sviluppo: ha fatto di lui un santo e lo ha
trasformato in suo padre. Lo sguardo di Cristo gli dice:
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Io sono tuo Padre, però, con questo sguardo, stringo la prima alleanza
con te. Ti adotto e, con questo gesto, ti dono la condizione di padre. D'ora
in avanti ti obbedirà, perché sarai tu a insegnarmi i primi passi. A te spetta
educare Gesù. Io, Cristo, ti conferisco tutti i diritti di educare il bambino
che sono, perché ho fiducia in te e ho bisogno sia di un padre sia di una
madre. Ho fiducia in te perché sono stato Io a creare il Principio del Padre,
e tu devi essere il padre di questo bambino nel quale Io sono.
In quel momento Giuseppe è il padre di Gesù. Perciò il
Vangelo afferma in seguito che Gesù era obbediente. Perché
un Dio avrebbe dovuto obbedire a Giuseppe? Eppure è proprio
quello che fece, ed è particolarmente bello.
Poi Giuseppe solleva il bambino verso la Vergine. Il cuore
di Maria e quello del bambino battono allo stesso ritmo, e
Giuseppe non si affretta e non spezza l'unità dei due cuori.
Tranquillamente, dà il cordone ombelicale alla Vergine e lei
inizia a morderlo con i denti. Maria lo fa perché Giuseppe non
oserebbe mai recidere il cordone divino con un coltello. Mentre
lei morde, il bambino ha il tempo di prendere le prime boccate
d'ossigeno e di assumere il proprio ritmo cardiaco.
In tal modo non è nato nell'angoscia o nella violenza. Non
gli viene data una pacca sul sedere. Non gli fanno inspirare
dell'aria che gli brucerebbe i polmoni.
Ha un padre. Ha una madre. Ha ossigeno. È nato in un ambiente tranquillo e sereno. Tutti gli animali del presepe sono
silenziosi: osservano meravigliati. Regna la pace.
Quando la Vergine finisce di mordere il cordone ombelicale,
si realizza il fenomeno: Cristo è nato.
Come nasce? Forse si mette a piangere appena esce? Questo
è ciò che facciamo quando nel grembo di nostra madre abbiamo sofferto tutta una serie di violenze. L'aggressione de ll a
madre non è l'unica: soffriamo anche quella della città, lo stress
della società, la violenza di ogni guerra ecc. Tutti questi soprusi
influiscono sul feto. Possiamo essere certi che se si ammazza
qualcuno in Palestina il nostro feto ne risentirà; se c'è una
guerra in Cina, anche se ci troviamo al Polo Sud il nostro feto
ne risentirà, perché l'umanità è legata da uno spirito collettivo,
e tutto ciò che accade là ha ripercussioni qui.
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Cristo non nasce nell'angoscia ma nella gioia. È la luce. In
quel momento Giuseppe e Maria vedono il mistero, ascoltano
in segreto le prime parole di Cristo, che ha cominciato subito
a parlare. E si è anche messo a camminare, se è per questo. È
evidente: se nelle leggende buddhiste si afferma che Buddha ha
parlato fi n dalla nascita, e se sappiamo che quando partorisce
una mucca, il vitello si alza subito e si muove, perché dovrebbe
essere straordinario che questo bambino fosse cosciente fin
dalla nascita?
Torniamo a un passo che è necessario chiarire, quando la
Vergine avvolge il bambino in fasce. Di fatto, lei si compo rt a
così per occultarlo, non c'è altra ragione. Siccome è impossibile
nascondere la luce che emana dal bambino, con suo rammarico
Maria deve fasciarlo e avvolgerlo. È essenziale tenere il segreto
e nascondere il bambino, altrimenti potrebbero ucciderlo.
Dato che Cristo viene a portare un messaggio d'amore, non
può mettersi a uccidere tutti coloro che vogliono ammazzarlo.
Questa soluzione sarebbe stata adottata ai tempi di Mosè, ma
questo è il tempo di Cristo. Egli non può vendicarsi. Quindi,
deve difendersi.
Si farà uccidere in un momento preciso e, come vedremo in
seguito, morirà come Maestro e non come vittima.
Anche se non è ancora giunta la sua ora, il pericolo resta
grande: Erode vuole la sua mo rt e. Ha contro tutti. Giuseppe
e la sua famiglia devono essere censiti, e ciò significa che
devono passare davanti ai romani, ai sacerdoti ebrei e a tutti
i fanatici. Come attraversare senza inconvenienti la città con
un bambino che è la luce stessa? L'unica soluzione consiste
nel nasconderlo e avvolgerlo.
Per noi è la stessa cosa. Come mostrare una verità che abbiamo ottenuto senza che ce l'affossino subito? Bisogna nascondere e avvolgere il cambiamento che si è prodotto in noi, e non
raccontare la nascita della nostra nuova verità finché non sia
abbastanza matura da poterne offrire parte al mondo, affinché
faccia il suo effetto. Dobbiamo essere molto forti per mostrarci
come siamo affinché nessuno venga a distruggerci.
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Mostrare Gesù com'era sarebbe stata un'incredibile vanità
da part e di Giuseppe e Maria. Ecco perché è così bello che sia
scritto: «lo avvolse in fasce».
E con che cosa lo avvolse? Strappò un pezzo della sua tunica. Lacerandosi, la tunica emise un suono molto dolce, perché
sapeva. In quel posto tutto aveva acquisito una coscienza.
Quello strappo non equivaleva a una ferita ma a un dono.
Maria era la serva del figlio. Con estrema delicatezza e infinito amore gli fasciò i piedi, poi le caviglie, poi le gambe...
Giuseppe reggeva la fascia di tela affinché non toccasse il pavimento e non si sporcasse. Quando Maria ebbe finito di fasciare
il bambino, i tre scoppiarono a ridere poiché non era una vera
bugia ma un bel sistema per nascondersi. Erano contenti di
occultare la luce e di non spegnerla del tutto.
Poi qualcuno bussò alla po rt a: un Mago. Dato che non ci
vedeva molto bene, rimase perplesso di fr onte al bambino
fasciato e disse fra sé: «Fasciato? Ci stanno ingannando?».
Poi, via via che si avvicinava, il cuore del Mago iniziò a
battere sempre più fo rt e e finì per riconoscere il suo Maestro
in quel pezzetto di carne. Per la prima volta nella sua vita vide
colui che aveva atteso da sempre: il suo Maestro.
Il bambino, infatti, è i1 nostro Maestro. Non è un corpicino
né un nostro prolungamento, ma il pesce che viene a dare
un senso al nostro oceano deserto. Dobbiamo quindi essere
totalmente attenti a lui perché egli è il futuro, colui che andrà più lontano, più in alto, infinitamente meglio di noi. Noi
siamo il piedistallo, lui è la statua. Non viene a prendere il
nostro posto ma a farci avanzare di un altro grado verso la
coscienza cosmica.
Quando il primo Mago riconosce il suo Maestro, entrano
anche gli altri. Il gruppo è al completo. Gli basta contemplare
il bambino per capire tutto. Non hanno più bisogno di niente,
non servono lezioni: hanno visto, e questo è sufficiente.
E il bambino guarda ogni Mago. La polvere da sparo che
ciascuno di quei Magi è s'infiamma subito: il suo sguardo è
come una scinti ll a fra barili di esplosivo. L'esplosione avviene
in ciascuno dei nuovi arrivati e poi si estende.
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Chi arriva dopo i Magi? I sacerdoti? I governanti? I commercianti? No: arrivano i pastori, la gente più umile. Arriva
la base dell'umanità, la maggioranza.
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei
i giorni del parto. Diede a ll a luce il suo figlio primogenito, lo
avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia...
Perché lo mette in una mangiatoia, cioè in un recipiente
per il cibo del bestiame? Perché non aveva bisogno di essere
sostenuto: era lui che sosteneva il mondo, era il salvatore del
mondo.
perché non c'era posto per loro nell'albergo.
Non c'era posto nelle case dei ricchi. Questo significa che la
verità non trova posto nell'uomo ricco di conoscenze. Finché
non diventiamo «poveri di spirito» (l'espressione non allude
a un animale, ma a un uomo pronto ad assorbire nuove conoscenze), non riusciamo a conoscere la nascita di Cristo.
Essere poveri non vuol dire essere senza denaro, bensì avere
uno spirito vuoto. Essere poveri significa: «Io non sono. Tu
sei. Ascolto e obbedisco».
Gli individui ben installati e assistiti nell'albergo non vedono
il fenomeno. Si crogiolano nei loro io. Non hanno abbastanza
umiltà per accettare il nuovo essere. Per loro è impossibile
vedere un bambino e accettarlo come Maestro: cercano la
complessità.
Parlando della nascita in un libro, la psicoanalista Melanie Klein impiega tutta una terminologia che non mi sembra
adatta alla realtà del neonato.
L'autrice afferma: «La nascita del soggetto avviene a prezzo
di una perdita».
Nascere ha quel prezzo? Secondo questa opinione, allora,
nel perdere un bambino lo facciamo nascere. Perché parlare
di perdita quando si passa da una situazione all'altra? Perché
non parlare di guadagno? Perché frammentare un fenomeno
come la nascita invece di descriverlo come un processo unitario e naturale? Perché usare termini infetti? Perché la nascita
103
sarebbe una frustrazione e perché pensare che il ventre sia un
paradiso che dovrebbe durare in eterno? Infine, perché questa
psicoanalista dice che nasciamo troppo presto?
Scrive: «Ogni essere umano nasce troppo presto e richiede
tempo per assimilare un nuovo modo di essere».
Quanti termini malati! Non si nasce troppo presto! Si nasce
precisamente nel momento in cui si deve nascere. Non siamo
separati dalla madre. Veniamo concepiti proprio per nascere.
La madre non ci «espelle», come si dice nel libro della Klein.
La nascita è un processo nel quale non esiste assolutamente
l'idea di espulsione.
Conviene descrivere ancora una volta come si svolge un
parto naturale.
Quando viene il momento, la madre e il bambino si mettono a lavorare insieme. Non è solo la madre a lavorare per
partorire, non è l'unica che deve spingere: si tratta di un'azione realizzata congiuntamente da ll a madre e dal bambino, di
un'unione.
Il bambino si piazza sulla porta e dirige il suo settimo chakra
verso l'uscita. È questo chakra ad apparire per primo, come
un occhio: in mezzo al sesso della madre, quest'occhio si va a
connettere col cosmo, con le stelle, col centro dell'Universo e
con tutto ciò che accade.
Via via che il bambino esce, inizia a girare a spirale. Questo
movimento non è diretto dal bambino o dalla vagina della
madre: si realizza da solo. Lo provocano insieme la madre
e il figlio. Fra i due si crea una vera unità. Non c'è lotta, c'è
creazione comune.
E le labbra de ll a vagina, che a volte vengono tagliate come
in una macelleria! Queste labbra sono perfettamente adatte a
formare una prima corona intorno a ll a testa del bambino, che
viene incoronata dalle labbra amorose, calde, umide e dolci
della madre. Ma queste labbra, soprattutto, massaggiano il
bambino: non solo il suo corpo, ma anche lo spirito. Intanto, il
bambino gira dentro le labbra vaginali e inizia a uscire. Viene
completamente abbracciato.
Tutto il corpo gira e si allunga come una pianta, come l'orbita ascendente di un astro. Le braccia si stendono verso la
luce. Il viso appare rivolto a terra; la testa riceve allora tutto
l'ideale cosmico attraverso la nuca, poi ruota e si mette di
fronte al cielo.
È un processo di un equilibrio perfetto quello portato a
termine all'unisono fra la madre e il figlio. Non c'è alcuna
separazione.
Uessere umano è concepito affinché la madre recida il cordone
ombelicale con i denti. È mostruoso farlo con delle forbici. Il cordone ombelicale non è fatto per entrare in contatto con l'acciaio.
È un po' duro da tagliare con i denti e richiede un certo tempo,
perché quando esce il bambino è ancora unito al cuore della madre. I minuti necessari a rompere il cordone danno al bambino il
tempo sufficiente per trovare il proprio ritmo cardiaco.
Tagliarlo con un paio di forbici è la prima aggressione di cui
risente il bambino. Volendo essere «moderni», in realtà siamo
aggressivi. Inventiamo pa rt i sempre più avanzati nella ricerca
del benessere de ll a madre e del bambino, eppure recidiamo
brutalmente il cordone ombelicale.
Citerò un testo che spiega bene come il nostro primo contatto col mondo avviene attraverso lo spavento. Il dottor Leboyer
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scrive:
Per quattro o cinque minuti il bambino si trova, quindi, a
cavallo tra due mondi. Il medico ascolta impaziente e ansioso
le grida del neonato che gli segnalano che sta bene. Questo,
in genere, spinge il neonato a fare il suo ingresso nel mondo
sotto la modalità del terrore. La brusca resezione del cordone
ombelicale priva di ossigeno il suo cervello. È in risposta a
questa violenza che la respirazione si stabilisce in un contesto
di panico per il neonato. Respirare a pieni polmoni equivale
all'inizio a essere invasi da una sensazione di bruciore. Così, la
precipitazione dell'adulto, all'inizio della vita, creerà nel neonato
l'associazione fra respirazione e angoscia.
È per reagire all'aggressione, dunque, che cominciamo a
respirare. E respiriamo male perché abbiamo il «panico de ll a
respirazione». Per vincere questo panico non basta, come suggerisce Leboyer, aspettare un po' prima di recidere il cordone,
perché rimane comunque la terribile violenza delle forbici.
Non siamo fatti per nascere in simili condizioni. Questo atto
dev'essere compiuto naturalmente.
Fin dalla nascita sono gli esseri umani che infondono angoscia negli esseri umani.
Dobbiamo immaginare il parto di Cristo, dato che è un modello di nascita perfetta, per ribellarci contro la terminologia
introdotta dalla psicoanalisi, che siamo abituati a prendere
come riferimento. Se non abbiamo altri modelli all'infuori di
quello psicoanalitico, è impossibile cambiare.
Cominciamo con l'immaginare la Vergine che partorisce
in una stalla e visualizziamo come si svolge l'evento. Bisogna
ammettere che il luogo più sacro per la nascita di Cristo sia
la vagina, e che tutto il suo corpo sia abbracciato dal sesso
di Maria.
Il sesso non è il luogo dell'impurità. Se la donna vuole liberarsi, deve cominciare a ribellarsi all'idea che il sesso sia
peccato e che la dea non abbia labbra né vagina. Questa convinzione è inconcepibile! Maria non partorisce da un orecchio!
A volte ci danno questa versione e pretendono di giustificarla
adducendo che fu con un orecchio che Maria ascoltò lo Spirito
Santo. Ma come si fa a trasmettere un mito del genere! Dobbiamo avere una religione che sia solida, ce la meritiamo. Ci
meritiamo di deificare una donna che ha avuto un bambino
come qualsiasi altra donna. Altrimenti deificheremmo il contrario di quello che è la razza umana, e ciò non è possibile.
Ecco perché bisogna immaginare il parto della Vergine con
la massima devozione.
Abbiamo visto che Maria non era angosciata perché aveva
formato il bambino in modo meraviglioso. Estranea allo spirito di possesso, Maria lo aveva generato per se stesso, per il
mondo.
Abbiamo visto inoltre che il bambino collaborava in piena
coscienza. Si metteva facilmente nel posto più adatto per nascere, poiché non aveva alcun problema. Non è il caso dei bambini
nevrotici: ci sono feti che lottano contro il parto. La nascita
avviene senza difficoltà se il bambino collabora, ed è evidente
che non collaborerà se la madre lo ha deformato spiritualmente.
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So di bambini che non volevano nascere perché erano stati concepiti nella nevrosi e perciò si aggrappavano all'utero. Secondo
Melanie Klein, la nostra prima reazione consiste nell'attaccarci
a nostra madre come scimmie. «Attaccarsi» è un termine improprio. Non ci si attacca: si è con la madre. Allo stesso modo in
cui il bambino la cerca, la madre lo attira a sé. È una relazione
magnetica, una collaborazione reciproca. Nell'atto di stringersi
alla madre non c'è angoscia: è un atto d'amore.
Abbiamo assolutamente bisogno di un'immagine del bambino che sia perfetta. A partire dal momento in cui disponiamo di
tale modello, sappiamo cosa dare, cosa chiedere e cosa curare
in noi, perché la vera malattia spirituale inizia nel ventre della
madre, durante la gestazione e il parto.
Ecco una frase della nostra psicoanalista: «La nascita è il
lavoro di espulsione... ».
Come osa impiegare questa espressione, «espellere»? Non
si «espelle un bambino» come se fosse vomito. Madre e figlio
fanno qualcosa insieme, e si tratta di un dono per l'umanità.
Tutto ciò che facciamo per gli altri lo facciamo per noi stessi.
Così, quando mettiamo al mondo un figlio, lo abbiamo per
noi, e se non lo facciamo lo perdiamo.
L'albero dà il suo frutto. Possiamo immaginare un albero
che rifiuta di dare i suoi frutti?
Leggiamo la seguente frase della nostra psicoanalista pensando alla Vergine Maria: «La donna affronta la maternità
con il suo carico emotivo fatto di aggressività, colpevolezza
e dipendenza».
È ciò che viviamo oggi, però questo carico non è altro che
menzogna e illusione. Non è vero. Nasciamo tutti nell'illusione
sociale.
«Nella nascita» dice l'autrice «la madre si sente spogliata del
figlio.» Quando la madre ce l'aveva nel ventre, lo possedeva, e
a partire dal momento in cui lo «espelle», si sente spogliata?
Leggiamo quest'altra mostruosità: «Sappiamo ora che lo
stimolo...». Lo stimolo! Abbiamo bisogno di stimoli per partorire? Dobbiamo drogarci? Mi chiedo: un fiore ha bisogno
di stimoli per nascere?
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«Sappiamo ora che lo stimolo che avvierà il lavoro...» Per
questa «specialista» il parto diventa un lavoro.
Gurdjieff ha detto molto bene che il lavoro deve trasformarsi
in piacere. Quando è un godimento non è più un lavoro. E
quando si prova piacere, che stimoli occorrono?
«Sappiamo ora che lo stimolo che avvierà il lavoro viene
dal neonato.» È il colmo: questo povero neonato avvierà il
ro.» Leggendo questa frase - è incredibile che sia una donna
a scriverla - non possiamo far altro che immaginare questo
povero neonato armato fino ai denti e pronto a lottare fino
alla morte...! Che brutta immagine!
«La madre, profondamente scossa nel suo narcisismo, non
si riconosce più nel bambino.» Tutto questo indica che il parto
è da una pa rt e una questione di vanità e dall'altra una lotta feroce per la vita. Come può pretendere l'autrice che un bambino
lotti per la vita, se lui è la vita stessa? La nascita è il fenomeno
vitale per eccellenza e la mo rt e non vi gioca alcun ruolo: non
c'è altro che la vita.
Come capire che i bambini non «vengono» al mondo, ma è
il mondo che crea? Come capire che i nostri genitori sono in
effetti i nostri genitori, ma sono soprattutto un canale? Dietro
di loro vi sono il Padre Eterno e la Madre Cosmica. Come capire che abbiamo uno scopo anche se non lo conosciamo? Come
capire che nasciamo perché l'Universo ha bisogno di noi? Un
frutto nasce perché è necessario, questo è quanto: ignora che
l'uccellino se lo mangerà. Che ne sa della propria finalità?
«Quando un parto è stato particolarmente difficile, può
succedere che la madre, stanca e offuscata dall'angoscia, provi un impulso aggressivo verso il figlio.» Ma è il contrario di
quello che accade! Un parto è particolarmente difficile per la
semplice ragione che la madre aveva già impulsi aggressivi
verso il neonato, fin da quando lo teneva in grembo. In tal
caso non bisogna parlare di «impulso aggressivo»: lo abbiamo già aggredito in precedenza. In effetti, i pa rti difficili non
esistono per caso.
Dire che la madre detesterà il figlio se il parto risulta diffi-
cile è semplicemente sbagliato: di fatto, la madre già detesta
il bambino, e proprio per questo il parto è difficile.
La ragione per cui una madie maltratta i figli sta nel suo
albero genealogico. Studiandogli alberi genealogici di molte
persone, ho riscontrato che in genere non viviamo la nostra
vita perché nostra madre ama soltanto suo padre o sua madre.
Risultato: per essere amati e riconosciuti da lei, dobbiamo
vivere la vita della nonna o del nonno. Inoltre, nell'albero
genealogico esistono ideali prestabiliti a cui bisogna piegarsi.
Nella maggior pa rt e dei casi nessuno ci ha visto, nessuno ci
ha accarezzato e nessuno si è davvero preoccupato di noi.
Non ci hanno presi in considerazione. Siamo dovuti diventare
quel che volevano i nostri genitori, con i loro ideali e le loro
fissazioni amorose.
Come una donna che era innamorata del padre, il cui nome
era Giacinto: sposò un individuo inconsistente e con lui fece
un figlio che chiamò immediatamente Giacinto, affinché fosse
come l'altro Giacinto, suo padre. Risultato: il povero ragazzo
era in competizione con il nonno ideale!
Che bisogno c'è di impiantare nei figli le nostre storie passate? Mettiamo i nostri genitori e i nostri nonni al loro posto!
Il bambino è più impo rtante di loro. C'è un antico proverbio
che dice: «Prima dei miei parenti ci sono i miei denti».
Quando faccio un figlio, devo automaticamente mettere
al loro posto i miei genitori, altrimenti il bambino non potrà
vivere.
Per mettere i nostri genitori al loro posto dobbiamo perdonarli, e per perdonarli bisogna capire perché si sono comportati così con noi. Nessuno è colpevole; quando si risale la catena
della colpa, si arriva molto lontano nel passato. Nei secoli, ogni
generazione fa ammalare l'altra. Siamo il frutto di un albero
genealogico malato e non viviamo la nostra vita.
Marx ci dice che i nostri problemi emotivi derivano dalla
situazione economica. Freud ci dimostra che non siamo padroni dei nostri pensieri, che la ragione provoca de lle crisi e che
- come afferma Lacan - «prima parliamo, poi pensiamo».
In seguito ci rendiamo conto che siamo il prodotto di proiezioni, che nessuno ci vede davvero perché tu tti proiettano
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lavoro!
«È lui che lotta per la propria vita nell'abbandonare l'ute-
immagini su di noi come su uno schermo cinematografico.
Allo stesso modo noi non vediamo nessuno perché anche noi
proiettiamo sugli altri. Siamo eternamente innamorati di fantasmi che non corrispondono alla realtà dell'essere che vive
con noi. Non abbiamo mai visto i nostri figli, i nostri fratelli,
nostro padre... Non arriviamo mai alla nostra vera essenza.
In seguito non ci innamoriamo di qualcuno per quello che è
davvero, dato che non lo conosciamo. Ci innamoriamo di una
forma fisica, di una professione, di un cognome, di un nome
di battesimo o di una situazione economica... E in tutto ciò
l'essere umano non è da nessuna pa rt e. Chiunque può provarlo:
osserviamo cosa è successo nelle nostre famiglie, la ripetizione
dei nomi di battesimo lungo le generazioni. Osserviamo tutto
e vedremo.
tu vuoi cambiare, evviva! Sono fatti tuoi. Che piacere vedere
la luce che ti abita.
Evidentemente, posso rallegrarmi quando le nubi lasciano
l'orizzonte e appare il sole, ma non devo cercare di cambiare
le cose. Piuttosto di combattere per trasformare una città, è
meglio costruire una casa perfetta nel bel mezzo della città.
Fra venti, cinquanta o mille anni la città crollerà mentre la
nostra casa resterà.
Non siamo. Siamo poveri. Essere poveri è una meraviglia.
Quando non siamo possiamo entrare nella stalla ed essere un
Mago che dice a Cristo: «Tu sei. Io non sono. Creami! Sono
in Te! Abbi pietà di me! Dammi il mio essere! E il mio essere
sei Tu!».
Quando siamo poveri siamo capaci di amare l'altro per
quello che è, non per quello che proiettiamo su di lui. Inoltre,
siamo capaci di perdonare.
Lo ripeto: invece di vedere le persone con le quali abbiamo a
che fare, vediamo degli schermi su cui proiettare. Incontriamo
qualcuno a cui si adatta perfettamente la nostra proiezione
interiore e restiamo incantati: abbiamo incontrato l'uomo o la
donna della nostra vita. In seguito ci rendiamo conto che certe
cose non corrispondono alla nostra proiezione e le tagliamo.
Allora l'altro ci dice: «Ehi! Smetti di farmi a pezzi! Sì, accetto
di essere il tuo schermo, però ho bisogno dei pezzi che tagli!»
A quel punto si verifica la lotta feroce nel corso della quale ci
battiamo perché l'altro si perfezioni e «cambi».
In un vero amore, invece, non si critica nulla. Se mi ami .
amami con i miei difetti! Amami per quel che sono! Non chiedermi niente, non giudicarmi. Non ho nulla da darti: faremo
qualcosa insieme. Io ti amo come sei, non ti chiedo nulla, non
voglio che cambi, non esercito pressioni in questo senso. Se
Vediamo ora come la già citata psicoanalista considera la
nascita: «La prematurazione fisiologica del neonato umano»
(perché esso è fisiologicamente prematuro) «fa di lui un essere
fisiologicamente frammentato, sottoposto a una tensione interiore il cui effetto si traduce in una rigidità muscolare».
Questa autrice non pensa che i muscoli del bambino si irrigidiscono perché li sta costruendo. Il bambino si muove perché
si sta formando. Grida perché in questo modo si fa la voce.
«Zitto! Shhh! Non disturbare i grandi! Non esistere! Resta
nel tuo angolino, perché la tua presenza mi disturba e io devo
intrattenermi, divertirmi e fare le mie cose! Non importunare
i grandi, il mondo è per loro e non per i bambini! Perciò, non
infastidirci!»
Se invito a cena degli amici e mio figlio entra nella stanza
in cui ci troviamo, naturalmente lo accolgo dicendogli: «Esci
di qui! Non vedi che abbiamo da fare? Lasciaci tranquilli!».
Eppure, è lui il proprietario della casa. Quando entra in
una stanza, entra il re. Tutti gli adulti dovrebbero inchinarsi
davanti a lui, trasformarsi in Magi e offrirgli incenso, oro e
mirra. Quando il bambino entra, arriva un vero essere, un
essere che si trova in uno stato incredibile. È colui che po rta
la coscienza. Gli adulti possono ferirlo, mentre lui non può
farci del male.
Allora passiamo un po' di tempo giocando col bambino e ci
trasformiamo noi stessi in bambini per mezz'ora. L'accettiamo
tra di noi: non è un estraneo ma uno di noi, fa pa rte dell'umanità. Lo espelliamo, forse?
Se non voglio che i miei bambini parlino a tavola perché ho
l'impressione che i loro discorsi siano stupidi, ciò rivela che io
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stesso, in realtà, non parlo mai. Se mangiare è un atto sacro,
allora dovremmo essere all'altezza de ll a situazione e imparare
a parlare, a toccarci, a fare de ll e pause.
Invece di costituire l'occasione per inghiottire, tracannare
e rimpinzarsi di qualsiasi cosa, ogni cena familiare dovrebbe
essere una festa, una cerimonia. Ogni volta che mangiamo con
un bambino è una messa, un momento sacro. Soprattutto, al
bambino non piace subire pressioni mentre mangia, bensì
disporre di tutto il suo tempo. Non è un'oca da ingrassare.
Quel che impo rt a è il suo ritmo, il suo tempo e non il nostro,
e dobbiamo seguirlo, entrare nel suo gioco.
Con un bambino bisogna procedere come quando si vuole
accarezzare un animale selvatico. Entriamo nel suo mondo
lentamente. Con la massima delicatezza allunghiamo una
mano e l'avviciniamo a poco a poco all'animale. Alla fi ne riusciamo a toccare una lucertola, un coyote, un gatto selvatico...
Alcuni miei amici lo sanno fare.
Quando vogliamo toccare qualcuno, possiamo stabilire il
contatto solo attraverso un rispetto assoluto nei suoi confronti.
È come quando, per strada e di notte, chiediamo un'informazione a qualcuno. Non possiamo piombargli addosso e
domandargli a bruciapelo: «Che ore sono?.. No: da lontano,
stando a due o tre metri da lui, lo guardiamo e gli diciamo:
«Scusi, signore, posso chiederle che ore sono?». Così l'altro ci
risponderà facilmente.
rigidimenti che fanno parte di lui stesso. La separazione si
effettua all'interno dell'unità, dell'uovo». Ciò significa che se
siamo separati cadiamo nell'angoscia, che è il prodotto della
separazione.
Se Lacan ci condanna a essere separati dall'uovo, dall'unità,
che tipo di psicoanalisi eserciterà questo autore? Che cos'è la
psicoanalisi? Qual è la sua base? Si tratta della base malata che
abbiamo appena visto? In tal caso possiamo dire che la psicoanalisi ha costruito sulla sabbia, perché non ha compreso il neonato. Infatti: se non comprendiamo il neonato, come faremo
a comprendere l'essere umano? Finché non ci identifichiamo
con la nascita di Cristo, diremo soltanto sciocchezze.
È p ro prio questa la lezione che Cristo ci ha dato, e a partire
da qui dobbiamo ribellarci. Perché si parla sempre di patologia
dell'uomo e mai della sua santità.
«Il sistema nervoso incompleto...». secondo lei, un bambino
nasce incompleto; « ... e la regolazione delle precarie funzioni
vegetative...» Ma se è il momento in cui siamo più ricchi! Il
neonato è insieme l'essere più fr agile e quello più forte del
mondo: è come una candela che ha ancora tutta la sua cera.
Conserva tutta l'energia de ll a crescita: è come una bomba
atomica. Noi siamo più deboli del neonato perché abbiamo
speso la maggior parte della nostra energia, mentre lui arriva
con tutta la forza. Eppure lo vediamo precario, incompiuto,
rigido.
Lacan sostiene: «La frattura si compie tra quello che si
trasforma nell'individuo rispetto al mondo esterno e gli ir-
Risulta più che evidente che attualmente siamo malati. Tuttavia, se è così, significa che la nostra influenza è durata più
di diecimila anni. Contemporaneamente, però, significa anche
che possiamo acquisire coscienza e curare questa influenza
endemica, perché siamo in grado di creare una scuola dove
le madri imparino a parlare con i loro feti.
Questo implica anche che commettiamo degli errori. Cosa
vuoi dire commettere un errore? Bisogna sbattere la testa
contro il muro per tutta la vita perché si è sbagliato una volta?
A partire dal momento in cui riconosciamo il nostro errore,
questo fatto deve renderci allegri perché non commetteremo
mai più lo stesso errore. Inoltre, potremo parlare agli altri
per renderli coscienti come noi, potremo consigliarli e guarirli. Diciamo dunque che è permesso commettere un errore;
al contrario, è criminale diventarne coscienti e poi rifarlo
un'altra volta.
Il senso di colpa è inutile. Appartiene alla vanità. Quando
qualcuno commette un errore e poi ne diventa cosciente, si
arricchisce e non si impoverisce. Non è mai troppo tardi per
correre ai ripari, perché quello che non abbiamo fatto per
i nostri possiamo farlo per gli altri; e quello che facciamo
per gli altri lo facciamo per i nostri, perché gli altri sono i
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nostri. Quando facciamo qualcosa di positivo per l'umanità,
facciamo del bene a tutti quelli che verranno. Non dobbiamo
lavorare unicamente per la nostra compagna o per la nostra
famiglia, bensì per l'umanità intera. È tanto evidente quanto
semplice.
Dobbiamo lavorare per tutti senza caricarci di un eterno
senso di colpa. Anche se siamo stati dei criminali, se abbiamo
provocato aborti, se abbiamo spinto nostro figlio al suicidio,
non siamo colpevoli. Siamo stati perdonati. Finiamola con
la colpevolezza! Non serve assolutamente a niente. Il nostro
errore appartiene al passato; ha avuto lo scopo di renderci
coscienti: è divino. Nel momento in cui prendiamo coscienza,
tutti i nostri errori vengono divinizzati, perché diventano utili
agli altri. Prendiamo coscienza e rendiamoci responsabili.
Aggrapparsi al senso di colpa è un atto di puro narcisismo.
Per concludere, è necessario immaginare mi ll e volte la nascita di Cristo, e farlo passare dalla vagina di Maria nelle mani
di Giuseppe altrettante volte, per capire cosa dobbiamo esigere
dalla nascita degli esseri umani.
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V
LA VISITA DEI PASTORI
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio...
Questa frase è bella: i pastori, che sono analfabeti, arrivano
alla mangiatoia, vedono il neonato e ritornano cantando la
gloria del Signore. Hanno quindi compreso senza l'ausilio di
uno scritto. Hanno capito con lo sguardo, tramite il contatto
diretto: il neonato non parla ancora ma lo hanno visto e questo
è sufficiente per scoprire la verità che portano dentro di loro.
Comprendono, quindi, e partono.
La visita dei Magi, seguita da quella dei pastori, ci insegna
qualcosa: possiamo essere Magi, ma dobbiamo contemporaneamente essere pastori. Sia il livello più alto di conoscenza sia
quello più modesto arrivano comunque a inchinarsi davanti a
questa splendida verginità, allo spirito, al Dio interiore.
Io paragono i pastori ai Denari dei Tarocchi - cioè al corpo -, i Magi alle Spade - cioè all'intelletto -, e il luogo dove
tutto accade alle Coppe: la sfera emotiva. Quindi, se la nascita
avviene nel cuore, l'intelletto e il corpo si inchineranno.
Viviamo in un'epoca analitica, nella quale l'istruzione mira
a formare uomini analitici, separati dal loro cuore; il pensiero
analitico sviluppa certe ghiandole corporee e un atteggiamento
duro, freddo, crudele e competitivo.
Anticamente, l'uomo viveva immerso nel pensiero analogico:
era l'epoca della magia. Era comunque necessario uscire da
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quel mondo analogico, ed è proprio quel che abbiamo fatto
passando al mondo analitico.
Oggi, per diventare degli esseri completi, dobbiamo reintrodurre l'elemento analogico nella nostra cultura al fine di
utilizzare l'analitico e l'analogico contemporaneamente.
È quello che vediamo nel presepe: vi si trovano due sistemi, l'analogico e l'analitico, perché i due estremi - i Magi e i
pastori - si riuniscono nel cuore.
Quanto più avanziamo nella conoscenza dell'essere umano,
tanto più ci rendiamo conto che il problema risiede nel cuore.
Constatiamo sempre più che i problemi emotivi coinvolgono
tutto quanto. E - come abbiamo visto nel capitolo precedente il primo problema che abbiamo fin dalla nascita è provocato
dal brutale taglio del cordone ombelicale, con il quale veniamo
separati dal cuore della madre molto prima del dovuto. Per
questo non riusciamo a creare il nostro ritmo cardiaco senza
provare dolore.
Ogni essere umano possiede un ritmo peculiare. È una delle sue caratteristiche personali. Quando amiamo qualcuno,
amiamo il suo ritmo, che si manifesta essenzialmente tramite
un intermediario: il cuore. Amiamo dunque il cuore di una
persona attraverso il suo ritmo. Quando amiamo tutti quanti,
amiamo anche il ritmo di ciascuno. Siamo coscienti del ritmo
dell'altro e non interferiamo assolutamente. Ciò significa che
andiamo piano con una persona il cui ritmo è lento, e in fretta con un'altra il cui ritmo è accelerato. Percepiamo il ritmo
dell'altro e lavoriamo con lui.
QUELLO CHE MARIA CUSTODISCE NEL CUORE
Maria, da pa rt e sua, serbava tutte queste cose meditandole nel
suo cuore.
Questo indica che lei non dice niente: Maria è obbligata a
mantenere il segreto. La città si trova in un tale stato di agitazione e la crisi è così grave che non si può annunciare la verità
senza correre rischi mortali.
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Arriviamo alla verità quando formuliamo pensieri che ci
mettono in pericolo di mo rt e. Sostenere un pensiero vero implica sempre un rischio letale, perché quel pensiero si forma in
un mondo completamente sviato. Se introduciamo un pensiero
costruttivo e positivo in un mondo tenebroso, questo mondo
cercherà subito di eliminarlo. È per questa ragione che Cristo
è costantemente in pericolo di mo rt e e la Vergine deve tacere
per non fargli correre rischi.
Da dove viene questo pericolo? La sua origine è abbastanza
incredibile: viene dal tempio. Quella che dovrebbe essere la
casa di Cristo si trasforma nella tana del lupo, perché il tempio ha stretto un'alleanza col nemico: collabora con i potenti
che regnano, è al loro servizio, è vigliacco e limitato nella sua
azione. Sottostà a una legge iniqua ed è incapace di cambiarla;
la rispetta anche se è completamente paralizzata ed è consapevole che quella legge non corrisponde alla realtà.
L'avvento di Cristo annuncia la rottura della tradizione
per come si era fossilizzata in quel momento: è per questo
che il velo del tempio si strappa in due al momento della sua
morte.
Maria, dunque, custodiva tutto questo nel suo cuore, che
doveva essere davvero incredibile, dato ciò che aveva sperimentato: aveva conosciuto la divinità e il parto di Dio, era la
donna più perfetta di tutta la terra.
Mentre i pastori cantavano le lodi di Dio, Maria non poteva farlo. Riusciamo a immaginare le lodi che custodiva,
la musica incomparabile, la sinfonia che albergava nel suo
cuore nel momento in cui arrivarono i pastori e i Magi? Era
una melodia di una bellezza senza pari, fatta di lodi, di gioia,
di piacere, di soddisfazione e di pace, perché lei sapeva che il
mondo stava per realizzarsi: conosceva il meraviglioso destino
dell'umanità e lo serbava nel cuore. Si può tenere segreta una
cosa così grande? Non traspariva il piacere che provava? In
realtà, Maria si trovava in uno stato straordinario perché non
esprimeva niente, eppure da lei emanava tutto.
Inoltre, se accettiamo la leggenda dell'Assunzione, il suo
sacro cuore è andato a situarsi al centro dell'Universo, ba tte
all'unisono con quello del Cristo. Sono lo Yin e lo Yang. La
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Vergine conosceva quel destino: sapeva di portare in seno il
cuore dell'Universo per l'eternità. Ci rendiamo conto della
sensazione che doveva procurarle?
Aveva avuto l'immenso piacere di rivestire la divinità della
propria carne: quale atto migliore si può mai compiere? Cosa
poteva fare di meglio la razza umana se non produrre la coscienza cosmica e mettere tutta la propria carne al servizio
di tale coscienza?
LA CIRCONCISIONE
Nel secondo capitolo del Vangelo di Luca, una frase è fondamentale:
Quando furon passati gli otto giorni...
Sappiamo che l'otto è il numero della perfezione. È anche il
numero del battesimo: per questa ragione le fonti battesimali
hanno otto lati. Per lo stesso motivo gli ebrei circoncidono i
bambini a otto giorni dalla nascita. Si dice che a questa data
circoli una minor quantità di sangue e che quindi il neonato
ne perda di meno. Un ciclo si chiude e ne inizia uno nuovo. Il
numero otto simboleggia infatti la perfezione nella materia.
Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione...
Chiediamoci di nuovo che cos'è la circoncisione e andiamo
a vedere a casa corrisponde questa cerimonia nella Bibbia. È
necessario capire le sue origini perché sono molti gli uomini
che hanno perso il prepuzio senza sapere bene il perché.
Quando il diluvio sommerge la terra, è Dio che punisce la
sua creazione: tutti gli uomini, salvo Noè e i suoi, muoiono
annegati. Allora Dio stringe un patto con Noè: si impegna a non
far più soccombere gli esseri umani, e il patto si concretizza
con l'apparizione di un arcobaleno. Quest'ultimo costituisce,
dunque, il simbolo dell'alleanza.
Un arcobaleno è un semicerchio. René Guénon, nel suo libro
Simboli fondamentali della scienza sacra, sviluppa molto bene il
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tema. Secondo lui, il semicerchio dell'arcobaleno corrisponde
all a part e celeste, mentre l'altra metà, il semicerchio inferiore,
corrisponde all'Arca di Noè o alla terra; nel centro di questo
cerchio, secondo Guénon, avverrebbe l'unione con la divinità.
Dal punto di vista simbolico, si tratta di una felice intuizione:
esiste in cielo un semicerchio che viene completato dalla terra,
e dato che Dio è presente ne saremo ricolmi.
Dopo il Diluvio c'è la storia di Abramo, molto simile a quella di Zaccaria ed Elisabetta. Abramo ha novantanove anni,
mentre Sarah, sua moglie, arriva ai novanta. Dio gli dice: «È
giunto il tempo. Avrai un figlio». E qual è la reazione di Sarah
quando Abramo le comunica questa notizia? Si sbellica da lle
risa: ed è per questo che il figlio che mettono al mondo si
chiama Isacco, che significa «colui che fa ridere».
Prima di annunciare ad Abramo la nascita di Isacco, comunque, Dio gli dice che farà un'alleanza con lui. Il passo biblico
è abbastanza fo rte:
Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono Dio Onnipotente: cammina davanti
a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò
numeroso molto, molto».
Abramo deve essersi domandato: «Come posso moltiplicarmi alla mia età?».
e Dio parlò con lui: «Ecco, la mia alleanza è con te...».
Cioè: «Ecco quello che farò per te».
e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abramo perché padre di una
moltitudine di popoli ti renderò. E ti renderò molto, molto
fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re.
È l'annuncio del Cristo, dato che il lignaggio di Cristo proviene da Abramo. È, anche, l'annuncio della circoncisione di
Cristo.
Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo
di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per
essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. Darò a te e
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alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto
il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio.
Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia
alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te di generazione in
generazione. Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo dite: sia circonciso
tra di voi ogni maschio. Vi lascerete circoncidere la carne del
vostro membro...».
Questo significa «il vostro prepuzio».
e ciò sarà il segno dell'alleanza tra me e voi. Quando avrà
otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione; tanto quello nato in casa come quello
comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della
tua stirpe. Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene
comperato con denaro; così la mia alleanza sussisterà nella
vostra carne come alleanza perenne. Il maschio non circonciso,
di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia
eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza.
In questo patto o alleanza, non essere circoncisi comportava l'esclusione dal popolo. Circoncidere Cristo ha lo scopo,
dunque, di non farlo escludere dal popolo.
Allora Abramo prese Ismaele suo figlio e tutti i nati nella sua
casa e tutti quelli comperati con il suo denaro, tutti i maschi
appartenenti al personale della casa di Abramo, e circoncise
la carne del loro membro in quello stesso giorno, come Dio gli
aveva detto.
LA CIRCONCISIONE DEL SESSO
L'alleanza fra Dio e l'uomo si concretizza dunque tramite un
cerchio: si fa un'incisione, un anello di sangue intorno al sesso,
si toglie la parte che occulta il glande e lo tiene nell'oscurità e
nell'umidità. A partire da questo istante, il glande rimane in
luce e Dio vi è inscritto per sempre. Senza la circoncisione,
rimane costantemente nell'oscurità ed è lubrificato e umido.
Il fatto di inscrivere Dio nel sesso implica che l'essere umano
non farà mai l'amore come un animale.
Per cominciare, dunque, l'alleanza con Dio si realizza attraverso il sesso. Tutte le persone metaforicamente «tagliate in
due» all'altezza della cintura che rifiutano il loro sesso sono
malate: devono riconoscere Dio nel loro sesso. La Bibbia lo
dice molto chiaramente. Questo atto di riconoscimento si
chiama circoncisione.
È a partire dal suo sesso che Cristo stringe un patto con
Dio. Del resto è un patto inutile, poiché egli è Dio. È sempre
mediante questo atto che Cristo comincia a essere introdotto
nella cultura della sua razza.
La prima alleanza, dunque, avviene su un piano corporeo,
animale, e ha come finalità che il sesso dell'uomo si trasformi
in un tempio.
LA CIRCONCISIONE DEL CUORE
Strana scena: mentre Abramo a ffi la i coltelli, tutti i maschi
aspettano il momento fatidico tremando di paura. È presumibile che tremassero: oggi, la circoncisione di un adulto o di
un bambino si pratica con l'anestesia generale perché quella
locale è impraticabile ed eccessivamente dolorosa. Inoltre, si
tratta di un atto cruento che Me t te paura: ci rendiamo conto
di cosa rappresenta per un adulto farsi tagliare un pezzo del
suo sesso?
Benché sia un atto impressionante e molto cruento, Abramo
taglia il prepuzio a tutti i maschi de ll a sua casa.
San Paolo ha detto: «La circoncisione è utile, sì, se osservi la
Legge; ma se trasgredisci la Legge, con la tua circoncisione
sei come uno non circonciso. Se dunque chi non è circonciso
osserva le prescrizioni della Legge, la sua non circoncisione
non gli verrà forse contata come circoncisione?».
E subito dopo: «... la circoncisione non è quella visibile nella
carne ... la circoncisione è quella del cuore, nello spirito».
Paolo si riferisce a ll a circoncisione del cuore: quella «nello
spirito e non nella lettera» (Romani 2,25 26, 28-29). E subito dopo cita un passo dell'Antico Testamento (Deuteronomio
30,6):
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-
LA DONNA E LA CIRCONCISIONE
Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della
tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il
cuore e con tutta l'anima e viva.
Si passa molto chiaramente, dunque, dalla circoncisione
del sesso a quella del cuore: da una parte si nega la Legge e si
parla di cuore (la Vergine Maria conserva tutto nel suo cuore,
per inciso), e dall'altra ci dicono che si comincia dalla circoncisione del sesso, il che equivale a inscrivere Dio proprio in
questa pa rt e del corpo.
A parer mio non c'è alcuna negazione del sesso: al contrario,
ciò corrisponde a un'alleanza fra Dio e il sesso che implica l'accettazione della sessualità come qualcosa di divino e di bello,
come un onore e un ringraziamento per la divinità. Implica
altresì l'accettazione del piacere, non da un punto di vista puramente animale ma soprattutto come un evento divino.
Una volta che abbiamo praticato la circoncisione del sesso
e che questo in tal modo ha innalzato il suo livello, bisogna
accedere al livello del cuore. E per farlo è necessario inscrivere
la divinità nel proprio cuore.
LA CIRCONCISIONE DELL'INTELLETTO
Nell'intelletto il cerchio si trasforma in corona. Circoncidiamo
la nostra testa con una corona: questo vuoi dire che vi delimitiamo un cerchio di luce pura, all'interno del quale cancelliamo completamente ogni parola volontaria. Nessun discorso,
nessuna verità scritta entreranno nella corona. Questo cerchio
può essere infinito, poiché il cerchio è infinito.
Quando abbiamo questo cerchio mentale nel quale non pu e)
entramouplcheiartng;qudobbiamo questo cerchio spirituale che ci fornisce le parole e ci fa
parlare solo quando soffia lo Spirito; quando abbiamo questo
cerchio nel cuore e nel sesso, i nostri desideri provengono dalla
divinità: sono divini ed è grazie a loro che siamo al servizio
della divinità. Solo allora siamo davvero circoncisi.
122
La donna non ha bisogno di essere circoncisa, dato che è un
elemento di elezione divina: tutto comincia con Eva, infatti, mentre la caduta cessa con Maria. La Vergine introduce
l'ascensione, e tutta la carne, che è femminile, produrrà la
coscienza collettiva. La donna, dunque, non ha bisogno di
stringere un patto, dato che questo avviene attraverso di lei.
Due donne hanno salvato l'umanità.
Da un lato, la razza umana sarebbe completamente immersa nell'animalità, nell'idiozia e non sarebbe circoncisa:
si ciberebbe tuttora di frutta e sarebbe rimasta in uno stato
di innocenza animalesca se Eva, con la sua estrema intelligenza, non si fosse proposta di imparare e di conoscere. È
lei a detenere l'intelligenza, in quanto spinge Adamo, che la
segue ingenuamente. Gli dice: «Mangia di questo frutto!», e
lui, senza dar prova del minimo spirito critico, obbedisce. È
Eva il motore dell'azione, quella che trova le parole adatte per
parlare al serpente. Del resto, a chi si rivolge quest'ultimo? Se
voglio sedurre qualcuno, a chi mi rivolgerò? Chi convincerò
a prendere il frutto della conoscenza? Mi rivolgerò al più intelligente, ovvio. È quello che fa il serpente, e l'esito è davvero
formidabile poiché ha consentito tutti i successivi sviluppi,
la nascita di Cristo e quant'altro. È solo grazie a Eva, perché
senza di lei non sarebbe esistita Maria. È lei la Maga che ha
provocato la rivoluzione più grande, perché è grazie a lei che
esiste una Maria capace di desiderare la divinità.
La Vergine dice: «Niente uomini per me! Non voglio altro
che la perfezione: Dio!», perché è capace di desiderare Dio
completamente, dato che tutto ciò che le succede non è altro
che il prodotto di quello che lei ha desiderato.
Eva non ha paura. Va contro Dio, è capace di sfidarlo e di
disobbedirgli. È uno spirito forte, mentre Adamo trema di
paura. Quando Dio appare e gli chiede ragione del suo comportamento, si affetta ad accusarla: «Non sono stato io, lei
mi ha obbligato a farlo!». Adamo accusa, è debole, mentre
Eva accetta. E chi viene punito con la predizione de ll e sue
sofferenze?
123
Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore
partorirai figli.
Eva. È lei che viene maledetta. Tuttavia, subito prima le è
annunciato che sarà lei a schiacciare il serpente:
questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.
Questo vuol dire che Eva schiaccia il peccato, e lo fa trasformandosi in Maria. In primo luogo, Eva affi onta il Padre:
gli disobbedisce e lo sfida, mangia del frutto della conoscenza.
Poi viene espulsa dall'Eden.
Tuttavia, Eva va avanti: procrea, vive, si riproduce persino
con i propri figli, dato che è l'unica donna. L'intera umanità
nasce dall'incesto. Ed Eva va avanti. Di caduta in caduta comincia a elevarsi, a diventare sempre più cosciente, fino al
momento in cui ritornerà, trasformata in Maria, e così facendo
l'umanità conosce la Verità. Se possediamo una coscienza, è
solo grazie a Eva.
Nel momento in cui arriva Maria, nessuno è puro eccetto
lei. Abbiamo di nuovo una donna che possiede un cuore ed è
completamente circoncisa. Infatti il suo sesso, il suo cuore e il
suo intelletto hanno registrato Dio in ogni cellula del corpo; la
divinità è inscritta nei suoi ovuli, nella sua clitoride, nella sua
vagina, nelle sue ovaie, nel suo pube, nel suo ano, nel liquido
che le lubrifica il sesso. Quando pensa alla divinità, questa si
trova lì, dentro di lei.
In effetti, la divinità è totalmente presente nel piacere che
Maria sperimenta quando è avvolta nell'uovo d'ombra. Riceve il «bang» energetico completo nel corso del quale, con
un piacere incredibile, Dio l'ha fecondata, attratto dalla sua
carne così pura e così bella. Maria ha il potere di assorbire
integralmente il divino: quanto più le concede la divinità, più
lei assorbe, apre il grembo e riceve senza alcun timore.
Così come Eva non ha paura di sfidare Dio, Maria non ne
ha di accettare la divinità: sono due situazioni parossistiche
della cui forza dobbiamo essere coscienti.
Ecco dunque perché la donna è già circoncisa. E dato che
lo è, si può parlare di alleanza solo per suo tramite.
124
IL CRISTO E LA CIRCONCISIONE
Cosa possiamo dire della circoncisione di Cristo? Che bisogno
aveva di passare attraverso un simile atto? Secondo il mito
era perfettamente inutile, dato che egli era la divinità stessa.
Perché avrebbe dovuto stringere un'alleanza se egli stesso era
l'alleanza?
In primo luogo, la circoncisione indica che Cristo aveva un
sesso: non possiamo negarlo. C'è chi lo mette in dubbio, ma
ce l'aveva, e lo dimostra la stessa circoncisione.
Inoltre, Maria, Giuseppe e Gesù si prestano al rito della
circoncisione perché tutto doveva svolgersi nel popolo eletto.
Secondo la tradizione di questo popolo, era necessario praticare dei sacrifici: il primo era la fasciatura del bambino, il
secondo il rito de ll a circoncisione. Siccome si tratta di un'alleanza con Dio, Cristo non aveva bisogno di stringere un'alleanza
con se stesso.
Piena d'umiltà, la Sacra Famiglia accetta di piegarsi a queste
convenzioni anche se erano diventate inutili, dato che la nuova
alleanza era lì: Cristo era la nuova alleanza.
125
VI
LA LEGGE DI MOSÈ
Nel paragrafo «Circoncisione e presentazione al tempio» si
leggono questi versetti:
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo
la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per
offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore:
Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire
in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come
prescrive la Legge del Signore.
Giovanni (1,17) dice: «La legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo». Ciò
significa che la grazia e la verità non sono nella Legge e che
Mosè non possiede né l'una né l'altra. Questa Legge era certamente utile e necessaria quando fu promulgata, ma quel
tempo è ormai passato, poiché tale Legge non rivela né grazia
né verità.
Quale grazia poteva mai possedere Mosè, che era stato abbandonato dalla madre? Più tardi lei lo ritrova, ma solo molto
tempo dopo che lo ha messo in un cesto per lasciarlo in balia
de ll e acque.
Mosè è un uomo senza moglie, è il patriarca separato dalla
parte femminile. In lui non si distingue nemmeno un briciolo
di femminilità. Mosè balbetta. Se ne sta costantemente con
suo fratello Aronne, che assolve a ll a funzione di suo portavo126
ce. Sempre in compagnia di un uomo, Mosè non è capace di
c ondividere i comandamenti con una donna e non arriva mai
a c onoscerla veramente. Ciò deriva dal suo albero genealogico,
dato che è stato abbandonato nella prima infanzia. Sarebbe
potuto annegare: sua madre sperava che sopravvivesse, però
bisogna pensare che tipo di madre può essere quella che lascia
il figlio nelle acque di un fiume. La figlia del faraone trova il
bambino e lo salva; quindi prende il posto della vera madre,
ma si tratta di un caso fortunato. Mosè, dunque, è un uomo
separato da ll a madre e sappiamo bene che non c'è peggior
angoscia che quella dell'abbandono.
Mosè si trasforma poi in quello splendido colosso prescelto
da Dio. È il colosso de ll a Legge, ma dove ci conduce una Legge
senza grazia né verità?
Nell'episodio dell'adultera, la gente dice: «Secondo la Legge
di Mosè bisogna lapidarla», e Cristo, mentre con un dito traccia
dei segni per terra, risponde: «Chi è libero da peccati scagli la
prima pietra». Cosa vuole dire tracciare dei segni per terra e
che cosa «scriveva» Cristo? Qualunque cosa fosse, l'incideva
nella terra. Cristo veniva a cambiare la Legge scritta, e questo
cambiamento era dinamico e vitale, dato che a questa Legge
mancavano la grazia e la verità.
È molto impo rt ante che le donne conoscano la Legge di
Mosè, perché essa ha causato moltissime stragi e ne provoca
ancor oggi: è di lì che provengono tutti quegli alberi genealogici di cui le persone soffi ono, nei quali tutte le donne si
chiamano Maria, mettono al mondo almeno dieci bambini,
non sperimentano mai un orgasmo e vivono nella completa
insoddisfazione sessuale. Questa Legge provoca la divisione del
corpo in due pa rt i e fa sì che le persone vivano soltanto nella
metà superiore; genera quel tipo di donna a cui dispiace non
essere un uomo, il fratello maggiore, e che tenta di sedurre il
padre trasformandosi in un «ragazzo mancato».
Questa Legge di Mosè è all'origine di una devastazione che
ha causato milioni di morti: le famiglie e le donne ne stanno
ancora soffrendo ed è per questo che risulta determinante
sapere di cosa si tratta.
127
La Vergine Maria e Giuseppe si prestano alla commedia,
questo è più che evidente.
Quando venne il tempo de ll a loro purificazione secondo la
Legge di Mosè...
Come pretendere che Maria si faccia purificare? Non è forse
la Vergine? E come pretendere che Giuseppe si purifichi? Non
è forse giusto? Purificare questi due esseri è un atto completamente inutile, così come circoncidere Cristo.
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo
la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per
offrirlo al Signore...
momento in cui cominciano ad averle, si dice loro: «Ora sei una
donna!» e «non sederti più sulle ginocchia di tuo padre!».
Eppure, è il momento più bello, perché il corpo comincia
a cambiare e a purificarsi.
L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa [la madre]
resterà ancora trentatré giorni...
Notiamo, per inciso, che Cristo vivrà trentatré anni.
... a purificarsi del suo sangue; non toccherà alcuna cosa
santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i
giorni della sua purificazione.
Secondo questo testo, la donna rimane impura per quaranta
giorni: è il deserto, la quarantena... Resta isolata come se sof-
Come presentare Dio a Dio?
... come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio
primogenito sarà sacro al Signore...
Come possiamo consacrare Cristo al Signore se egli è il
Signore? Lo consacreremo a se stesso? È insensato!
e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani
colombi, come prescrive la Legge del Signore.
Perché fare un sacrificio? Perché uccidere delle tortore o
dei colombi? Che relazione esiste fra la consacrazione di Cristo e un massacro di animali? Cosa significa tutto ciò? Per
rispondere a queste domande dobbiamo consultare la Legge
di Mosè.
Questa Legge si trova nel Levitico e il passo che ci interessa è
12,1-8, nel capitolo intitolato «Purificazione dopo il parto».
II Signore aggiunse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: Quando
una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio,
sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo
delle sue regole».
In primo luogo, le «regole» non sono «immonde», come
qui si dice.
Le bambine ripetono i modelli di condotta appresi dalle
loro madri, crescono con quest'idea di «malattia» e vedono
le mestruazioni come un'esclusione dalla società. Inoltre, nel
128
frisse di una malattia, sperando di non essere contagiosa.
Queste frasi ci dicono, dunque, che per una donna generare
un bambino implica restare impura. Se i nostri alberi genealogici sono malati, si deve al fatto che lo è in primo luogo la
nostra mitologia.
Ma se partorisce una femmina sarà immonda due settimane
come al tempo delle sue regole; resterà sessantasei giorni a
purificarsi dal suo sangue.
Sessantasei più quattordici fa ottanta. Il doppio dei giorni
della quarantena. Quindi, se partorire un maschio è immondo,
partorire una donna lo è doppiamente... È incredibile...
Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una
figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all'ingresso della
tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto...
Questo vuol dire che, una volta che si è data la vita, bisogna
toglierla, sgozzando un agnello.
e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione.
Cosa si tratta di espiare? Il peccato di avere un figlio come
esito di un coito?
Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei...
129
Vale a dire che viene assolta dall'aver avuto un figlio, vieni
perdonata di aver partorito...
essa sarà purificata dal flusso del suo sangue. Questa è
la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una
femmina. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due
tortore o due colombi: uno per l'olocausto e l'altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed
essa sarà monda.
È il punto più terribile, ma è necessario affi ontarlo perché
siamo tutti intrisi di questo senso negativo della concezione.
Leggiamo, allora, l'Esodo 13,1-2:
Il Signore disse a Mosè: «Consacrami ogni primogenito, il
primo parto di ogni madre tra gli Israeliti — di uomini o di animali — esso appartiene a me».
relazione tra «accecare» e «castrare» risulta molto chiara nel
mito di Edipo, che si strappa gli occhi quando viene a sapere
di aver procreato con la madre (qui gli occhi e i testicoli si
uniscono in forma simbolica).
Ammazzare due colombe dopo la nascita di un bambino
è, dunque, un atto pregno di senso. Ammazzare un agnello
è come ammazzare il figlio. Ciò significa che mentre lo procreiamo al contempo lo assassiniamo per il «peccato» che
rappresenta e per l'impurità che la sua concezione compo rta.
A un livello o all'altro, viviamo in quest'atmosfera di peccato
e impurità legata alla concezione e al parto; e tutto questo
proviene dalla Legge di Mosè.
PRESENTAZIONE DI GESÙ NEL TEMPIO
O il versetto 12 dello stesso capitolo:
... tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno
materno; ogni primo parto del bestiame, se di sesso maschile,
appartiene al Signore.
Ora, sapendo a cosa fa riferimento il Vangelo, è necessario
vedere la presentazione di Gesù nel tempio da un altro punto
di vista.
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la
Legge di Mosè...
Secondo questo testo, il primogenito maschio appartiene a
Dio. Più avanti si spiega come praticare il sacrificio: si taglia
il collo a un agnello e si spruzza l'altare col suo sangue, un
atto molto crudele.
Al termine dei quaranta o ottanta giorni, si portano al tempio due colombi o due tortore. Nel Cantico dei Cantici, sia il
personaggio femminile sia quello maschile, descrivendosi l'un
l'altro, paragonano i propri occhi a delle colombe. Cercando il
significato occulto delle due tortore possiamo pensare a vari
elementi: la coppia di uccelli sgozzati può essere paragonata
a due seni che vengono mozzati oppure a due ovaie che vengono «castrate» in modo simbolico. Quest'ultima ipotesi si
regge sul fatto che gli occhi sono paragonati a delle colombe.
Nell'antica tradizione indù gli occhi sono messi in relazione
con le ovaie.
Colombe = occhi = ovaie. Sgozzare colombe, accecare, castrare. Castrare le ovaie e i seni, punire simbolicamente la
donna per il «peccato sessuale» di generare e partorire. La
Nella versione ecumenica una nota precisa: «Certe antiche
attestazioni dicevano: la purificazione di "lui" o di "lei". Di
fatto, la Legge, in Levitico 12,1-8, non concerne il padre bensì
la madre».
È dunque per questo che Maria va al tempio per essere
purificata. Quella povera Vergine che già ha dovuto fasciare
il proprio bambino e farlo circoncidere, è adesso obbligata
dalla Legge a sostenere questa nuova prova: la donna più pura
della storia dell'umanità deve farsi purificare dai sacerdoti che,
senza alcun dubbio, sono molto meno puri di lei.
I due giovani (Giuseppe e Maria) avanzano quindi umilmente verso il tempio. Non sono tristi, non potrebbero: sono due
esseri totali; portano due uccelli, l'offerta dei poveri, il dono
più piccolo richiesto dal tempio per il sacrificio, dato che era
scritto: «se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due
tortore o due colombi». Sappiamo che Giuseppe e Maria erano
130
131
ricchi perché i Magi avevano dato loro dell'oro: adottano quin
di il sacrificio riservato ai poveri in quanto consapevolment
vogliono dare il minimo possibile in questa cerimonia. Avân r,
zano verso il tempio col bambino avvolto nelle fasce; egli si
presta al rito perché deve entrare a far parte del popolo eletto:
deve diventare come gli altri, passare attraverso tutto ciò che
prescritto per conferire grazia e verità a questa stessa Legge. ,
Eesame degli alberi genealogici mi dimostra tuttavia che questo processo non si è realizzato compiutamente: ancor oggi con ,.
tinuiamo a pensare, secondo la Legge di Mosè, che l'atto sessuale
sia sporco, che la donna non sia pura e che debba purificarsi dopo
il parto, e che il bambino sia un frutto del peccato.
Venendo a conferirle grazia e verità, Cristo viene anche
a cambiare la Legge di Mosè: mette in atto una rivoluzione
totale, perché Mosè non ha mai avuto donne mentre Cristo
ne ha una.
Il Cristo è nato da una donna: ha una madre che si occupa
di lui, a partire dalla sua concezione e per tutta la sua infanzia
(Maria comme tt e soltanto una distrazione: il giorno in cui
Gesù si trattiene nel tempio senza che lei se ne renda conto).
Ricevendo l'amore di una donna, Gesù impara ad amare la
rt e femminile. Non può, allora, essere d'accordo con la Leg- pa
ge di Mosè, e meno che mai dopo aver conosciuto la nascita.
Dall'interno del grembo di Maria ha visto quanto meraviglioso ;
e eprftosialdunqepòirchadon
impura dopo aver partorito.
Tuttavia, c'è un motivo di tristezza, uno solo, per Gesù,
Giuseppe e Maria mentre si incamminano verso il tempio: le'
tortore che uccideranno. Il Cristo le benedice e le tranquillizza
dicendo loro:
Non abbiate paura. Quando sarete sacrificate vi ritroverete nelregno
di mio Padre, dove avrete un posto di elezione.
Le tortore gli rispondono:
Non preoccuparti, nostro Dio. Diamo la vita con piacere perché
sappiamo che ti incontreremo di nuovo. Chiuderemo gli occhi ma li
riapriremo subito... e Tu sarai al nostro fianco.
132
I primi due animali che entrano nel regno dei cieli sono
ueste
due tortore: si offrono in sacrificio come nessun altro
q
animale ha mai fatto prima, perché sono piene di fede e dello
Spirito divino.
Questi uccelli sono i primi a essere sacrificati e annunciano
la strage dei bambini perpetrata da Erode (Matteo 2,16-18).
Bisogna provare pietà per tutte le madri e i bambini che
sono stati massacrati perché era nato Cristo. È necessario
comprendere la sofferenza toccata in so rte a tutti quegli innocenti, capire che quando il nuovo essere emerge in noi, quando
finalmente affiorano il nostro Giuseppe e la nostra Maria, molti
innocenti e molte cose vengono sacrificati. Nel momento in cui
la nostra vita si trasforma radicalmente, il dolore è la prima
cosa che provochiamo intorno a noi.
Siccome avevamo vissuto fino a quel momento in un mondo
con un livello abbastanza basso, e siccome questo livello ci
corrispondeva, quando cambiamo, le persone che rimangono
al vecchio livello non possono capirci, e noi non possiamo più
vibrare insieme a loro.
Quelle persone cominciano dunque a soffi ire. Cercando
un colpevole, tentano di demolire quel che ci ha fatto cambiare e il loro attacco si basa su opinioni come: «Chi ha detto
questo? Chi ha fatto quello? Chi è il (o la) criminale che ti ha
cambiato così? Perché?», oppure: «Cosa ti è successo? Perché
sei diventato così cattivo? Perché sembri indifferente alle mie
aggressioni?».
Passiamo allora attraverso il «massacro degli innocenti».
È la legge della crescita; ciò significa che il dolore è la prima
manifestazione del cambiamento.
Ci saranno parecchie sofferenze intorno e dentro di noi al
momento della presa di coscienza, perché è triste abbandonare
quello che ci definiva. Com'è triste non poterci più identificare
con il nostro ego! Com'è triste non serbare più rancore nei
confronti dei nostri genitori!
Il giorno in cui è morto il dittatore Francisco Franco, non
ho visto nessuno più triste di uno scrittore antifranchista che
frequentavo. Aveva passato tutta la vita a scrivere pièce teatrali contro Franco e in quel momento, in preda allo sconfor133
to, mi ha detto: «Cosa faccio adesso?». Più tardi ha risolto il
problema: è diventato anticomunista e ha potuto vociferare .
di nuovo.
Il giorno in cui perdoniamo noi stessi, la tristezza ci opprime perché il rancore, una delle basi della nostra esistenza;
scompare.
portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio
primogenito sarà sacro al Signore...
mai più gli stessi. Come diceva Breton: «Lasciare il certo per
l'incerto. Lasciare la preda per l'ombra», il che equivale a vivere
nel rischio, ed è quello che non vogliamo assolutamente. La
«Legge di Mosè» garantisce l'assenza di rischi perché in essa
tutto è stato registrato e previsto.
Per non essere massacrati dalla Legge di Mosè, bisognava
andare al tempio e adempiere al rito: è esattamente quello che
fece la Sacra Famiglia.
Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore...
Qui è molto chiaro che la Legge di Mosè è quella del Si- '
gnore. A partire dal portentoso momento in cui s'incarna e
conosce una madre, Dio inizia a concepire una nuova base:
adesso conosce l'uomo, conosce l'illuminazione, il corpo e
cuore umani.
In precedenza, quando Dio consegnò la Legge a Mosè, questa Legge proveniva dal cielo, mentre ora appare la divinità
incarnata e si mette in discussione. È bello vedere come Dio,
discute la propria legge e la cambia. Se Eg li è capace di cambiare le sue leggi, perché noi non cambiamo le nostre?
È molto difficile per gli esseri umani cambiare le loro leggi.
Mentalmente, ognuno di noi possiede una «Legge di Mosè» che ï'
io chiamo la trappola. Possiamo applicarla al nostro quotidiano .
e segnalare a qualcuno: «Ti trovi in questa trappola».
Per esempio: «Se sei figlio o figlia di un alcolizzato, anche se
detesti l'alcol, in fondo lo ami. Anche se odii il suo vizio, finirai
per contrarlo». Oppure: «Se sei figlio o figlia di un medico, o
se nella tua famiglia si ha sempre a che fare con le malattie, le
vivrai in modo emotivo: per ottenere amore ti ammalerai».
Ci sono persone che seguono per vent'anni una terapia psicoanalitica e non cambiano assolutamente la loro «Legge di :
Mosè», anzi la mantengono.
È necessario invece svegliarsi e rivoluzionarsi, assorbire e
trasformare le energie della trappola e decidersi a cambiare.
Ciò non si può realizzare se non con una ferma decisione, ,
altrimenti ci ribelleremo contro la Legge di Mosè molte volte
senzabolirdv,pchéusneigfatru
nuova forma di vita nella quale tutto cambierà e non saremo:
Anche oggi quasi tutte le famiglie si attengono a questa «legge», che esige che il primogenito sia un uomo. È un'ingiustizia
totale: dove si esilia la donna? In quale angolino si gettano
gli altri fratelli? A quell'epoca forse andava bene perché c'era
carenza di sacerdoti, ma oggi è addirittura inconcepibile.
Se nasce una figlia è una gran delusione: la chiameranno
Antonia, Daniela o Michela e avrà quindi un nome con risonanze maschili. Se la maggiore è una femmina e il secondo un
maschio, litigherà in continuazione col fratello: tenterà cioè
costantemente di castrarlo per essere accettata ed entrare in
relazione con i genitori. Se la maggiore è una figlia e la segue
un'altra femmina, i genitori faranno anche un terzo figlio, e se
nasce un'altra femmina, ne faranno un qua rt o. Se finalmente è
un maschio, evviva! Sarà il centro de ll a famiglia, sarà il figlio
meglio accudito e tutte le sue sorelle finiranno in un angolino
a litigare e a struggersi per conquistare l'amore dei genitori. Se
la primogenita di una famiglia di sei bambini è una femmina,
sarà lei a occuparsi di tutti i fratelli e le sorelle, poi si sposerà
e continuerà a occuparsi di bambini. E il secondo maschio,
quanto dovrà soffrire per il fatto che il primogenito ha tutti i
diritti ed è il più importante!
Tutto ciò vale per una famiglia che desidera un maschio.
In una terapia psicogenealogica ho trattato un caso molto
specifico: padre e madre avevano entrambi un fratello che
detestavano perché erano in competizione con lui. Questi due
fratelli morirono contemporaneamente in guerra, alla stessa
età: tanto il padre quanto la madre, dunque, sentivano di es-
134
135
sersi «disfatti» del rispettivo fratello. Mi resi però conto che
uno dei loro figli, un adolescente nel quale di fatto i genitori
vedevano il fratello rivale scomparso, era sull'orlo del suicidio
perché aveva perso il desiderio di vivere.
A volte, quando siamo in competizione, l'inconscio, che è
privo di morale, fa scomparire l'avversario: la competizione'
tra fratelli sorge dal fatto che ognuno di noi vuole essere il
centro del mondo per i genitori.
C'è ancora qualcosa di peggio, che si può desumere dal seguente schema: Oscar odia Javier, suo fratello maggiore, che gli
ha tolto l'amore della madre; poi si sposa, ha un primogenito
maschio e lo chiama Javier. Oscar entra in competizione con
questo Javier perché vi proietta il fratello rivale; contemporaneamente, Oscar proietta sua madre sulla moglie (chiamiamola Elisa), che «interpreta», dunque, la madre di Oscar. Dato che
entra in competizione con suo figlio Javier davanti a E li sa, la
madre-moglie, Oscar odia il figlio come se fosse suo fratello:
Eccetera. Questo fenomeno è molto più frequente di quel che
sembra e può non avere mai fi ne.
Tutto ciò perché il primogenito maschio è l'eletto del Signore, e non gli altri. Questa «legge» provoca insufficienze
emotive profonde, e perfino guerre e devastazioni. Bisogna
sradicare immediatamente la terribile «Legge di Mosè» da ll e
leggi umane perché a mio avviso è responsabile di milioni di
morti: per l'alcol, la depressione, la pazzia...
Tutti i bambini dovrebbero essere uguali: per questa ragione,
nella parabola de ll a vigna (Matteo 20,1-16), il proprietario paga
la stessa somma a tutti gli operai alla fine della giornata, senza
badare al fatto che si siano presentati al lavoro di mattina, di
pomeriggio o di sera. In una famiglia, tutti hanno gli stessi
diritti: il maschio non può essere a priori l'eletto del Signore.
Perché mai non potrebbe essere la donna? Fino a quando, negli
alberi genealogici, la donna sarà confinata nel ruolo di Eva?
Vediamo (Genesi 3,16) in cosa consiste questo ruolo.
Alla donna [Dio] disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue
gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il
tuo istinto, ma egli ti dominerà».
136
Con quale immagine della donna viviamo! La Vergine Maria
viene a cambiare quest'immagine: è la donna piena di potere, di bellezza, di purezza. Ma, non appena essa provoca il
c ambiamento, cosa facciamo di lei? La trasformiamo in una
donna frigida, la tagliamo metaforicamente in due affinché
la parte inferiore del suo corpo, incluso ovviamente il sesso,
non sia contemplata: la convertiamo cioè nel modello de ll a
donna priva di sesso.
Continuiamo quindi a seguire la Legge di Mosè e le donne
stesse si rallegrano nel castrare i propri figli. La donna frigida
è rispettata, quella che ha fatto dieci figli per dovere, e non
per piacere, suscita l'approvazione generale. Anche quella
che detesta il marito perché troppo propenso a ll a sensualità
corrisponde alla Legge di Mosè, così come la donna inibita o
quella che non è se stessa.
Questa Legge non smette di fare stragi: la sua devastazione
si fa sentire fi n negli ospedali, nei repa rt i di maternità dove le
donne devono subire ogni tipo di aggressione durante il parto,
perché «partorire è un peccato, un atto impuro». E le ostetriche che lavorano in questi repa rt i, essendo state a loro volta
sessualmente soffocate da un mito mal compreso, commettono
l'oscenità di ficcare le dita nella vagina delle partorienti per
rompere la membrana e accelerare la nascita, mentre i medici
praticano tagli cesarei e maltrattano la donna in mille maniere.
La Legge di Mosè diventa una tragica commedia.
Fino a quando una donna in periodo mestruale accetterà di
non entrare nel tempio? Fino a quando sopporterà di vivere
il ciclo mestruale come una vergogna? Dato che il Signore
ha creato il ciclo della riproduzione, é impossibile che Eg li
respingaluczotrvndla«impu».Dob
cambiare tutto. Come indicano molto bene i Tarocchi, deve
esserci una condizione di uguaglianza fra l'uomo e la donna:
ci dovrebbero essere presidenti e presidentesse, papi e papesse;
in tutti i posti di rilievo dovrebbe esserci una coppia. Eppure,
anche se è così evidente, non ci pensiamo mai e accettiamo
con naturalezza l'assurda situazione in cui viviamo.
137
PROFEZIA DI SIMEONE
e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere alla Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio...
(Luca 2,25-35)
Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo
giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele...
Cos'è il conforto di Israele? È la salvezza d'Israele, e se Simeone l'aspettava, significa che si rendeva conto che Israele
non aveva ancora ricevuto la salvezza.
Simeone aspettava pertanto il Messia, perché cos'altro è il
Messia se non la salvezza d'Israele? Egli è la grazia e la verità:
Simeone aspettava dunque la grazia e la verità, aspettava la
verità dell'amore.
lo Spirito Santo, che era sopra di lui...
'
'
Immaginiamo Dio avvolto in fasce, camuffato, completamente mescolato alla moltitudine, mentre po rt a delle colombe
in sacrificio, e quest'uomo giusto che arriva mosso dallo Spirito Santo, cosciente di ciò che accade, e dice fra sé: «Posso morire, infine!» (Simeone aspettava la mo rt e). Vede un bambino:
scambiano qualche sguardo e chissà cosa gli comunica, dato
che Simeone si mette immediatamente a declamare. Cade in
estasi perché quel bambino lo guarda.
Simeone declama:
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace...
La risposta è «mai», perché il vero monaco non lascia ma
il tempio: un vero monaco è tutt'uno col tempio.
Il tempio è la casa del Signore. Se Simeone aspettava
Messia, si sarebbe dovuto trovare lì. Orbene, egli non si trovava
nel tempio perché era stufo della Legge di Mosè.
D'improvviso lo Spirito gli suggerisce di andare e lo spinge
nel tempio; Simeone entra e dice fra sé che forse c'era qualcosa di nuovo nella Legge di Mosè. Che cosa vede allora? Una
donna col suo bambino.
La pace è uno stato al quale è necessario arrivare e la pace
con noi stessi è il primo stadio da realizzare. Finché non conosciamo questo stato, non potremo conoscere la pace e meno
che mai comunicarla ad altri: non lasciamo in pace nessuno
perché la guerra si svolge dentro di noi.
Se sono in pace con me stesso e all'improvviso mi mettono
in prigione, possono anche darmi de ll e seccature sul piano
esteriore, ma di fatto non mi infastidirebbero assolutamente,
perché io non farei altro che passare attraverso questa prova. Interiormente, sarei in pace perché sarei contento di me
stesso: essere contenti di possedere la pace spirituale è la più
grande difesa. La battaglia che abbiamo vinto in anticipo è la
più grande di tutte.
Quando qualcuno mi dice: «Ho dei problemi in famiglia»,
rispondo: «Hai dei problemi perché non sei in pace con i tuoi
sentimenti. Le tue sofferenze, sei tu stesso a provocarle. Hai
scelto esattamente la situazione che ti conviene per godere del
tuo dolore. Fa' la pace nel tuo cuore, nella tua vita emotiva.
Non ti propongo stati emotivi negativi o distruttivi. Nessuno
ti ha fatto niente. Ripeto: nessuno ti ha fatto niente. Ti fai del
male per mezzo degli altri. Non puoi accusare che te stesso: sei
tu che ti approfitti dell'altro per farti del male, perché nessuno
può farti niente se sei in pace con te stesso».
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139
Dunque, era un profeta.
gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la mo rte
senza p ri ma aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque
dallo Spirito, si recò al tempio...
Non sappiamo dove si trovasse Simeone, però sicurament e
non era nel tempio.
Questo mi ricorda un koan zen (un koan è un indovinello
sacro che non mira a una soluzione razionale ma a una realizzazione spirituale, all'acme della quale si trova l'illuminazione):
Quando il monaco esce dal tempio, i rospi vi entrano. Quando
entrano i rospi nel tempio, allora?
a dottiamo, qualcuno deve dirci quanto valiamo: è per questo
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele.
che le guaritrici mapuche del Cile, quando curano un ammalato, per prima cosa descrivono tutte le qualità che possiede.
Riconoscere tutte le qualità che si colgono nell'altro è il
primo passo per curarlo.
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si
dicevano di lui. Simeone li benedisse...
Simeone parla già del fatto che la Legge di Mosè non
riservata solo al popolo eletto, ma è anche per il mondo de
gentili, i pagani; afferma cioè che non esiste una sola verit
riservata unicamente al popolo eletto: questa verità è per tut
e bisogna amare tutto il mondo. È per questo che un sacerdot
cattolico non deve detestare un'altra dottrina.
La Legge di Mosè si scaglia contro gli dei stranieri, mentr
la Legge della Verità dice che Cristo darà la salvezza ai pagani
che non è venuto per intraprendere guerre sante, ma per rive
lare ai gentili la grazia e la verità, e che questo mito è rivolto
tutti; un mito che, fino a quel momento, era stato appannaggio
di un piccolo nucleo.
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si
dicevano di lui.
Si stupivano? Io mi domando: come potrebbe la Vergine
meravigliarsi di questo fatto? Nella versione ecumenica, una
nota suggerisce: «Stupiti o meravigliati». Stupirsi e meravi-,
gliarsi sono due verbi ben distinti.
Se mi stupisco, significa che mi domando: «Come si può dire
una cosa simile a proposito del mio bambino?». A dispetto di
tutto quello che so e che ho vissuto, ciò mi sorprende.
Al contrario, se sono meravigliato vuol dire che provo un
senso di esultanza e mi dico: «Riconoscono il mio bambino!
Che gioia, che piacere! Lo riconoscono anche se l'abbiamo
fasciato, circonciso e portato con noi per sacrificare le tortore.
Anche se ci siamo camuffati, lo riconoscono!».
In effetti è una cosa meravigliosa quando viene riconosciuta
la nostra bontà a dispetto di tutti i travestimenti che adottiamo;
quando arriva questo formidabile momento, naturalmente ci
meravigliamo.
C'è un momento in cui, malgrado tutti i travestimenti che
140
'
Cosa significa benedire? Quante volte abbiamo chiesto una
benedizione e quante volte l'abbiamo data?
Una volta una donna mi espose un problema che non potevo
risolvere, una storia di processi e vendita di una casa. Piangeva,
e io le dissi: «Come vuoi che faccia a risolverti questo problema? Non posso fare niente per te, ma adesso tu, io e tutte le
persone che sono qui pregheremo affinché il tuo Dio interiore,
il mio e quello di ognuno di noi ti benedicano». Proprio in
questo consiste la benedizione: nel pregare per l'altro.
La donna pianse a lungo, ma dopo si sentì molto meglio. In
fondo desiderava soltanto un rapporto umano, aveva bisogno
di qualcuno che le dicesse: «Ti aiuterò». Tutto qui. Per me, la
benedizione è riconoscere quello che non siamo capaci di fare,
ed è anche pregare per l'altro davanti a lui.
Una volta che siamo in pace con noi stessi, che smettiamo
di criticarci e prendiamo coscienza di tutti i nostri errori,
decisi a non ripeterli, una volta che abbiamo stabilito che se
avremo un problema lo risolveremo in piena coscienza, allora
siamo perdonati.
Non possiamo vivere tutta la vita nella colpevolezza, anche
se abbiamo commesso le peggiori azioni: dobbiamo assolverci.
In tal modo ne diventiamo consapevoli; infatti, se ci sentiamo colpevoli di qualcosa è solo perché abbiamo acquisito
coscienza: una persona che non lo ha fatto, non vorrà mai
assolversi.
Una volta che ci siamo accordati l'assoluzione, possiamo
assolvere l'altro e dirgli francamente: «Ti perdono», anche se
in realtà non siamo noi a perdonare. Dandoci un'assoluzione
personale, il nostro Dio interiore ci concede la gioia di prendere coscienza: con questa riceviamo la colpevolezza dell'altro e
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lo perdoniamo, perché, se siamo stati capaci di perdonare noi
stessi, allora possiamo davvero perdonare anche gli altri. Questo è tutto: non occorre nulla di più per assolvere gli altri.
È molto positivo che una persona ci dica: «Ti perdono».
Una volta ero con un amico di nome Pierre e con un pover'uomo che si portava addosso un enorme senso di colpa
da non so quanti anni. Gli dissi: «Soffri molto perché ti stai
incolpando, ma io ti perdono». Affermai che lo perdonavo e
domandai a Pierre se anch'egli poteva perdonarlo, e Pierre
lo fece. L'uomo si mise a balbettare e a ringraziarci mentre
piangeva come una fontana. E piangeva di sollievo, perché lo
avevamo perdonato. L'atto così semplice del perdono!
Quando siamo capaci di assolvere, perdonare e benedire,
raggiungiamo la pace interiore. Per questo non occorre essere curatori o stregoni, né possedere grandi poteri o cose del
genere.
Tuttavia, non possiamo perdonare a caso. È necessario conoscere il massimo di dettagli sulla colpa prima di perdonarla; è indispensabile che la persona confessi completamente.
Subito, le facciamo comprendere che non ha commesso la
colpa da sola ma insieme a qualcuno, cioè in seno a una famiglia e all'umanità. Arriviamo, dunque, a ll a conclusione che
siamo altrettanto colpevoli della persona che ci racconta la
sua colpa.
Quando la luce inonda una stanza, la sporcizia che vi si trova è immediatamente visibile. Prima non la vedevamo. Dopo,
la eliminiamo. Pertanto, quando la luce arriva si tratta della
caduta: all'inizio, qualsiasi presa di coscienza è accompagnata
da un'enorme sofferenza.
Una volta un maestro sufi mi disse: «Il giorno in cui ho
raggiunto l'illuminazione, mi sono messo a vomitare. Poi è
venuta la gioia».
Solo attraverso l'errore e la caduta si impara, perché se non
cadiamo non possiamo rialzarci, e senza errori non otterremo
la perfezione. Raggiungiamo la perfezione dopo aver attraversato una serie di errori: il Maestro della perfezione è proprio
l'errore, così come il Maestro della salute è la malattia. È evidente: se non siamo mai stati ammalati, non sapremo curarci.
È con la malattia che si impara cos'è la salute: il Maestro di
un'alimentazione sana è una be ll a indigestione...
Dobbiamo entrare profondamente nelle nostre forze istintive per realizzare un'ascensione verso le forze spirituali.
Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele,
segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti
cuori
...
In certe versioni è scritto: «è qui per la rovina o la risurrezione». È molto più bello dire «la rovina e la risurrezione» che
«la rovina o la risurrezione». Il perché risulta chiaro.
Se sta scritto «la rovina e la risurrezione», questo vuole
dire che ogni ascensione è preceduta da una caduta. Ogni
angelo è un diavolo che ha subìto una trasformazione, ed è
necessario arrivare fino in fondo al nostro pozzo, in fondo al
nostro diavolo, affinché questo possa trasformarsi in angelo.
Dobbiamo riconoscere il nostro diavolo prima di trasformarlo
in angelo: finché non l'abbiamo riconosciuto, come possiamo
trasformarlo?
Il Cristo sarà quindi un segnale o un segno contraddetto,
contestato... e contestatore! Contro che cosa, principalmente?
Contro la Legge di Mosè. È davvero venuto per contraddire la
Legge che egli stesso aveva dettato in precedenza.
Dopo aver scolpito il primo messaggio sulla pietra — le Tavole
della Legge —, traccia il secondo con un dito sulla terra. È molto
bello: questo creatore che scolpisce sulla pietra i dieci comandamenti, poi scrive sul terreno qualcosa che nessuno leggera e
che il vento cancellerà. Lì è arrivato a ll a sua perfezione.
Tutte que ll e persone che vogliono perpetuare la loro opera
nei secoli, immortalare le loro azioni, mettere dappertutto il
loro ritratto, rimanere impresse, che relazione hanno con la
persona che realizza a poco a poco la sua opera d'arte sulla
terra con un dito?
Cristo arriva davanti al tempio e, per terra, disegna l'opera
d'arte più be ll a della storia dell'umanità. Il segno che traccia, e
142
143
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui
per la rovina e la risurrezione di molti in Israele...».
che il vento si po rt a via, è superiore a diecimila templi perché
è stato il grande artista a realizzarlo.
E mentre componeva questa meravigliosa opera d'arte, Cristo salvava la vita di una donna: impediva che la lapidassero.
Non dimentica mai nemmeno per un secondo di salvare la vita
degli altri mentre sta creando con il dito. È particolarmente
significativo e bello: l'opera è effimera.
La donna che lapidiamo è anche la nostra donna interiore.
E d'altronde, dov'è l'uomo in questa storia? Perché si lapida
la donna per adulterio e non l'uomo con cui l'ha compiuto?
Ricadiamo nella Legge di Mosè. Una donna va a letto con un
uomo: la donna viene lapidata... E l'uomo?
In mezzo a quel gruppo di uomini che reclamano giustizia,
nessuno riconosce il Messia. Tuttavia, la donna gli dice: «Grazie,
Signore». Lo riconosce. È lei che, prima di chiunque altro, inizia
a riconoscerlo. Per gli uomini, lei è la loro donna interiore.
Voglio dire che è attraverso la donna che il Cristo cosmico si
realizzerà. Finché tutti gli uomini e le donne non sveglieranno
la propria donna interiore, non potranno generare il Cristo .
cosmico. Fino a quando non diventeremo tutti androgini,
non riusciremo a realizzarlo, perché la donna interna è la
ricettività.
Dunque, Simeone dice a ll a Vergine:
segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di
molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima.
Nella versione ecumenica, una nota a piè di pagina propone
al lettore un'interpretazione: «Questa oscura minaccia deve
essere situata nel contesto: Israele si dividerà rispetto a Gesù,
e Maria sarà lacerata da questo dramma. Altri vedono qui un
annuncio della Passione».
Possiamo credere che l'annuncio di una spada che le trafig
gerà l'anima sia un'«oscura minaccia»? Come fa una spada, ch
è materiale, a trafiggere un'anima, se questa è immateriale?
Dobbiamo ammettere che si usano termini simbolici. Non s
dice che la spada le trafiggerà il cuore, non si allude al dolore .:
Se Simeone avesse detto «una spada ti trafiggerà il cuore
sarebbe stato corretto tradurre: «Si annuncia una sofferenza,
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e una minaccia oscura». Al contrario, quando si dice «anche
a te una spada trafiggerà l'anima» significa che quest'anima
sarà trafitta da una parola, da un vocabolo, da una conoscenza,
da uno spirito.
A volte nelle icone compare una spada, simbolo dell'intelletto,
in bocca a Dio. È il Verbo. Se la spada è maschile, attiva, e l'anima è femminile, ricettiva, questo vuole dire che Maria creerà
l'androgino nella propria anima. Sarà una donna completa.
... perché siano svelati i pensieri di molti cuori.
Che cosa sono i pensieri dei cuori? Sono i ritmi cardiaci:
quando, dentro di noi, realizziamo Maria, quando creiamo la
Vergine universale, la Vergine cosmica, tutti i cuori si metteranno a battere all'unisono con questo Dio cosmico. E noi ci
troveremo nel centro del Cristo cosmico. Partoriremo la coscienza cosmica di tutta l'umanità e creeremo il terzo avvento.
Saremo la Vergine di questo terzo avvento, e l'essere collettivo
che creeremo sarà il Messia, l'illuminazione collettiva.
Non esistono altri Messia né altre illuminazioni desiderabili.
Se l'illuminazione non è collettiva, non è desiderabile: non ci si
rinchiude in una stanza per illuminarsi. I monaci si riuniscono
nei monasteri per cercare l'illuminazione. E cosa fanno quando
la trovano? Sono inviati a fondare altri monasteri.
Ciò significa che l'illuminazione vuol dire grazia per l'altro.
Per l'altro, mai soltanto per sé! Tutto ciò che è esclusivamente
per sé è malato. La nostra illuminazione è anche per l'altro: è
poesia per l'altro, conoscenza per l'altro, salvezza per l'altro,
cortesia per l'altro.
PROFEZIA DI ANNA
(Luca 2,36-39)
C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù
di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette
anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora
aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio,
servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
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Quando ebbero tutto compiuto secondo la Legge del Signore,
fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret.
Anna visse «col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza»; notiamo, intanto, che non era vergine. Inoltre, nel tempio
si comportava come un uomo: la presenza delle donne non
era permessa, e tuttavia Anna poteva restarci.
Una nota chiarisce: «Non allontanarsi dal tempio è l'ideale
israelita di perfezione. In ogni caso, di sera le donne non erano
ammesse nel recinto del tempio». E invece Anna ci stava, dato
che prendeva parte al culto «di notte e di giorno». Che personalità! Chi avrebbe osato scacciare dal tempio questa vecchia
di ottantaquattro anni? Nel farlo avrebbero potuto spezzarla
come un fr agile recipiente.
Tutti i maschi ammettevano fra loro con rispetto questa
ottuagenaria. In effetti Anna era il cuore del tempio, la sua
Nazaret è la città della Vergine. Il Cristo vivrà tutta la sua
infanzia nella città della Vergine: nella sua casa e non in quella
di Giuseppe, che stava invece a Gerusalemme. Si insiste di
nuovo sull'importanza della donna nella creazione di Cristo.
gioa.Inquelcrdmibaut,erscnodursi almeno una donna. Pregava notte e giorno e digiunava
come i maschi. Anna aveva fatto la sua rivoluzione.
Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare
Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione
di Gerusalemme.
All'interno del tempio, nessuno parla: sono tutti immersi nel-
le loro orazioni. Quando entra il Cristo, l'anziana si raddrizza,
grida e salta perché ha visto il Signore; esclama: «È giunta la
salvezza». Anna è l'unica che vede Cristo.
Il fatto che sia stata una donna a vedere il Messia costituisce
un nuovo colpo per la Legge di Mosè. Ciò conferma alla perfezione la teoria secondo cui la donna interiore (che sia l'uomo
sia la donna portano dentro di sé) è essenziale per riconoscere
il nuovo Cristo. Se non la risvegliamo e ci lasciamo guidare
dalla Legge di Mosè, il nuovo Cristo non si realizzerà mai.
È fondamentale mondare il mito, e non meno impo rt ante
fare l'amore con gioia, senza macchiare quest'atto con la nozio'
ne di peccato. È altresì essenziale riconoscere che gli errori che
possiamo aver commesso vengono perdonati grazie alla nostra
presa di coscienza, e che dobbiamo aiutare gli altri a divenire
coscienti, a mondare il mito e a non rimanervi impigliati.
La maternità non è un atto impuro. Procreare un Cristo e
immensamente bello, e ogni neonato è un Cristo.
146
147
VII
Perché a trenta? Aspetta di avere l'età di Adamo, che è il suo
modello e fu creato in età già adulta.
Adamo è un uomo privo d'infanzia, che vive solo la maturità
la
vecchiaia, mentre Cristo è un uomo che ha un'infanzia e
e
una maturità ma non vive la vecchiaia. Insieme formano un
tutto.
Cosa fanno Maria e Giuseppe? Vivono con Dio e devono
custodire il segreto nel loro cuore. Si tratta senza ombra di
dubbio di un'umiltà infinita.
PRIME PAROLE DI GESÙ NEL TEMPIO
(Luca 2,41-52)
INFANZIA DI CRISTO
(Luca 2,40)
I genitori di Gesù, dopo aver scongiurato tutte le minacce
che incombevano sul figlio e dopo essersi prestati a tutti i riti
necessari per farlo entrare nella comunità ebrea, ritornano a
Nazaret col bambino.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza...
E «pieno di sapienza» significa che è tutto sapienza e pertanto non è più un bambino. Un bambino si evolve: è ingenuo,
si sviluppa, cresce. Il Cristo invece è «tutto sapienza», vale a
dire che si guarda crescere.
e la grazia di Dio era sopra di lui.
I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la
festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni...
Questo episodio avviene quando Cristo ha dodici anni: prima dei tredici, che è l'età della pubertà. È la prima volta che
Gesù parla.
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo
l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano
la via del ritorno...
Si tratta, dunque, di una festività annuale a Gerusalemme;
quando finisce, la Sacra Famiglia ritorna a casa.
... il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.
Mentre cresce, Cristo gioca con altri bambini. Ovviamente,
insegnerà loro dei giochi. Con immensa discrezione, è facile
che compia piccoli miracoli qua e là. Senza che nessuno se
ne renda conto, fa sì che un ragazzo la cui famiglia non ha di
che mangiare riesca a pescare un pesce o trovi una moneta
d'oro per terra.
Immaginiamo la vita di Giuseppe e Maria, che nascondono questo grande segreto. Mettiamoci al loro posto: devono
aspettare, dato che Gesù ha annunciato che inizierà la sua
opera a trent'anni.
Non è strano questo? Pensiamo alla Vergine Maria e a Giuseppe, che hanno lottato tanto per proteggere il bambino, portandolo perfino in Egitto per salvarlo dalla minaccia rappresentata
da Erode. Un giorno vanno a una festa in città e quando finisce
ritornano a casa. D'improvviso, a un punto già avanzato del tragitto, Giuseppe e Maria si rendono conto che il bambino non è
con loro. L'hanno allevato, occultato, difeso... È possibile che in
quel contesto si distraggano? Non credo. Qui succede qualcosa
di molto speciale...
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Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e
poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti...
Questo implica che l'avevano dimenticato e non si sono
accorti della sua assenza per un'intera giornata.
... non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono...
Gesù resta quindi assente quattro giorni: il primo mentre
Giuseppe e Maria erano sulla via del ritorno e i tre successivi
durante i quali lo cercano.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai
dottori, mentre li ascoltava e interrogava. E tutti quelli che
l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue
risposte.
Siccome il Cristo è pieno di sapienza, non è necessario
occuparsi di lui. I suoi genitori vanno, dunque, alla festa e lo
lasciano fare a modo suo. Essendo più saggio di loro, non è un
bambino a cui si dice: «Vieni qui! Vai là! Seguimi!». Egli potrebbe impartire lezioni a Giuseppe e Maria: sa più di loro.
È bello un bambino che sa più dei genitori: da bambini sogniamo che un giorno i nostri genitori accetteranno di ricevere
da noi anche solo una piccola verità.
Comunque non è raro che un bambino di dieci o dodici
anni dimostri qualcosa di giusto ai suoi genitori; quel che L
molto difficile e raro, invece, è che questi gli diano ragione;
dato che non vogliono assolutamente deporre la corona del
potere. Riconoscere che il bambino sa più di loro li mette in
pericolo: hanno paura che il figlio diventi il maestro della casa,
loro casa e non in datocheignrpsdtael
quella del bambino.
In genere, pensiamo che la nostra casa ci appartenga
che concediamo una stanza al bambino. Per tutta l'infanzi
e l'adolescenza egli non vive nella propria casa, ma in quell
dei genitori.
È necessario che il bambino abbia la sua stanza dove poter
fare quello che desidera: inviti gli amici che vuole, anche a dormire se decide così, abbia l'opportunità di organizzare feste
150
,
appenda alle pareti le immagini che gli piacciono e dipinga
la stanza come gli pare; compri pure ciò di cui ha bisogno...
la casa sia sua!
Noi non regaliamo la casa al bambino: fin dal momento
della sua nascita tutto ciò che abbiamo gli appartiene.
Perché, mentre si mangia, il padre è sempre a capotavola
e il bambino di lato? Ogni tanto un padre dovrebbe lasciare
il proprio posto ai figli; si dovrebbe girare intorno al tavolo.
Perché avere un posto fisso? Perché c'è sempre la stessa persona a sinistra del padre o della madre, la stessa a destra e la
stessa nel posto più lontano? Perché è sempre la stessa persona
a occupare il posto di riguardo? Perché non può cambiare
questa situazione?
Perché non c'è un padre che po rta con sé il figlio al lavoro
e lo tiene in ufficio mentre riceve una persona, sia egli specializzato in architettura, in finanza, in psicoanalisi o in qualsiasi altra professione? Perché non invita il figlio ad assistere?
Perché non gli perme tt e di usare gli strumenti con cui lavora?
Perché non condividiamo la nostra professione o mestiere con
i nostri figli affinché imparino?
Questi sono atti molto importanti: è necessario condividere
tutto col bambino: libri, oggetti, esperienze... Ed è necessario
che possa vedere tutto quello che vediamo noi. Non è sano
nascondergli quello che vediamo o che facciamo.
Quando conversiamo tra adulti, il bambino deve poter assistere: se si annoia, o se così desidera per motivi suoi, se ne
andrà. È lui che se ne va, non siamo noi a mandarlo via, e
nemmeno smettiamo di parlare col pretesto che è presente.
Bisogna dare al bambino il suo posto, perché egli ha un
posto.
Tuttavia, di cosa ha bisogno Cristo? La casa è sua: ha il suo
posto e, ciò nonostante, sparisce d'improvviso.
Perché Giuseppe e Maria si spaventano tanto? Per una sola
ragione: Gesù è in pericolo di morte. Se si viene a sapere che
Gesù è il Messia, verrà immediatamente ucciso. Giuseppe e
Maria lo cercano in città perché hanno paura che i soldati
151
l'abbiano catturato. Recarsi al tempio è l'ultima risorsa, ed è
proprio lì che lo trovano.
Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio,
perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti
cercavamo».
Cioè, «eravamo angosciati».
Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io
devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole.
Gesù domanda loro: «Perché mi cercavate, se sono nel tempio?». Inoltre, perché non sono andati prima di tutto a cercarlo lì? Perché il tempio era la tana del lupo. Cristo è entrato
proprio lì, e la sua vita è in pericolo.
Maria e Giuseppe non si sarebbero mai immaginati che quel
bambino, sapendo che lo cercavano per ucciderlo, conscio
del grande pericolo costituito dai sacerdoti, avrebbe agito in
tal modo. La prima cosa che fa lui, invece, è andare a parlare
con i sacerdoti: si presenta esattamente nel posto dove corre
i rischi maggiori.
Gesù si mette a discutere la Legge e dice cose molto intelligenti all e persone che si trovano li, ma non dice di essere
il Messia. In realtà, sta imparando a difendersi. Pienamente
consapevole dei propri atti, impartisce lezioni, si misura con i
Maestri del tempio e osserva. Si reca al tempio per studiare
le leggi - convertite in tradizioni e superstizioni - che più tardi
condannerà. Per lui, il sacrificio sulla croce è necessario. È
quello che né Giuseppe né Maria comprendono.
Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sotto-
messo.
Sottomesso! Ci rendiamo conto di cosa rappresenta il fatto
che questo Dio sia sottomesso a quelle due persone, mentre
sono loro che dovevano sottomettersi a lui? È un atto di estrema cortesia.
Arriviamo finalmente alla gioventù di Cristo. Scompare per
diversi anni.
Dunque, si reca al tempio per impartire la sua lezione.
Tutti sono stupiti ma nessuno è urtato. Ciò significa che si
misura con i Maestri: dice loro certe piccole cose e tutti i
presenti si meravigliano. Poi si ritira e dice ai genitori: «Non
è necessario cercarmi. Non dovete angosciarvi. Sto dove devo
stare. So molto bene quel che devo fare. Non dovete temere
per me». Dopo, non sentiamo più parlare di lui fino a quando
ha trent'anni.
I MAESTRI DI CRISTO
C'è chi
afferma che in questo periodo Gesù si dedicò a viag-
giare per apprendere. Ma siamo seri! Non andò certo in India per imparare quel che sia, non andò in Egitto e non fece
visita ai maya. Nessuno poteva insegnargli alcunché. È già
pronto per insegnare, dato che sa più di tutte le civiltà. Non
viaggiò, dunque, da nessuna pa rt e. Se fosse andato in India,
lo avrebbero ascoltato, così come in Giappone o nell'impero
maya: l'avrebbero seguito tutti. Se tutti l'avessero ascoltato,
non avrebbe avuto bisogno della crocifissione. Avrebbe creato un movimento mondiale con i maghi dei vari paesi che
sapevano della sua esistenza. Avrebbe provocato, dunque, la
rivoluzione in tutti i paesi. Avrebbe visitato i supremi sacerdoti
di ogni religione, i saggi di tutta la terra, avrebbe impartito
lezioni e il mondo intero sarebbe cambiato.
Abbiamo, così, due possibili soluzioni: la prima è che non
andò da nessuna pa rt e; la seconda invece che viaggiò attraverso
il mondo ma non fu ascoltato, perché erano tutti paralizzati,
chiusi e corrotti.
Nel mito, un simile personaggio non è concepibile, perché si
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù
cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
tratta di un Dio incarnato. È il Dio-uomo che viene a portare
proprio quello che manca al mondo. Mi chiedo come possa
Dio imparare da un sacerdote: è in comunicazione col Padre
che è onnipotente e onnisciente. Per quale motivo farsi iniziare
da esseri umani?
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153
O andò dappertutto e non fu ascoltato, oppure non viaggi
affatto, sapendo che l'ora della rivelazione non era ancor
giunta. E lo sapeva: rimase dunque a Nazaret, nella modest
casa di Maria. Se ne stette lì tranquillo per prepararsi, pe
crescere e sostenere le prove necessarie. Ecco la storia: er
venuto per insegnare e non per imparare.
Gli fanno vedere Il Giocoliere. Cristo contempla la carta e
si riconosce: Il Giocoliere è il Cristo, l'iniziato, colui che sa
ogni cosa e ha ogni cosa da dare. Il sacerdote gli mostra La
Papessa: è, naturalmente, la madre di Gesù e la Chiesa che
egli stesso fonderà.
Immaginiamo Cristo a vent'anni che parla col supremd
sacerdote. Questi gli dice: «Ti inizierò ai Tarocchi. Ti mostrerò
la carta conosciuta come Il Giudizio». Cristo si avvicina alla
carta e cosa vede? L'angelo nella parte superiore e tutto il
resto; si vede nascere e vede Giuseppe e Maria nella coppia
che circonda il personaggio al centro. Il sacerdote gli hai
mostrato la carta della nascita di Gesù stesso. Cosa potrà;
mai imparare h?
Il sacerdote gli mostra allora un altro Arcano: Il Matto. Cri
sto vede il proprio ritratto, naturalmente. Il Matto è il Cristo
che cammina: la libertà assoluta.
'
;
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155
Vede ora L'Imperatrice: di nuovo, sa che la carta parla dell
sua storia. Egli è l'aquila e Maria è il personaggio femminile;
sua madre incinta. E cosa vedrà nell'Imperatore? Cosa impa,
rerà da un imperatore se egli è il re della terra, il vero re, il re
spirituale, quello che regnerà al centro dell'Universo?
carta viene mostrata a Cristo, che è completamente pieno
dell'amore più puro, che è l'Amore.
Il sacerdote gli mostra Il Carro: in questa carta compare un
veicolo che conduce in trionfo per il mondo un principe. Cristo
non ha bisogno di viaggiare. Egli guida il mondo: l'Universo
intero verrà a lui, tutte le nazioni, tutti gli esseri coscienti.
VI
L'INNAMORATO
L'Arcano V: Il Papa. Cristo è l'ispirazione divina di tutti i
papi. Cosa può imparare da questa carta? I papi, passati presenti e futuri, saranno i suoi servitori. Segue poi LInnamorato,
col suo sole bianco e l'angioletto che simboleggia l'amore; la
Gli viene mostrata poi La Giustizia. Il Cristo è superiore a
qualunque giustizia!
Davanti all'Eremita, Cristo dice fra sé: «Costui mi sta chiamando. Mi mostrano un uomo che mi chiama. Cosa imparerò da lui,
se sono io la sua risposta?». Il sacerdote gli mostra ora La Ruota
della Fortuna, che è tutta l'incarnazione, tutti i movimenti ciclici,
e la mette davanti agli occhi di Cristo, venuto a rivoluzionare il
mondo. Che enigma può rappresentare per Cristo La Ruota della
Fort una, quel nuovo ciclo, se lui stesso è il nuovo ciclo? Cosa imparerà da questo Arcano, se per lui non esistono enigmi? Cristo
viene a risolvere tutti gli enigmi, a restituire tutti i cicli al loro
corso e a girare la manovella della Ruota de lla Fortuna.
Cosa può imparare Cristo dalla Forza se per pura forza si
lascia crocifiggere e si abbandona all'umiliazione e alla mo rte?
Egli conosce la propria natura, si conosce totalmente. Quando
gli mostrano LImpiccato, Cristo sa che rappresenta se stesso.
157
^^
- ^í
17-AlI I
Di nuovo vede il suo ritratto: è il dono di sé e anche la sua
profondissima concentrazione.
Davanti all'Arcano XIII, l'Innominato, Cristo si mette a rider
perché ama questo personaggio: è la rivoluzione, il cambiament
Sa che la morte non esiste perché egli è l'eternità. Cristo attrave
serà volontariamente la mo rt e perché viene a concedere l'eterni
cosa può rivelargli questa carta? Il sacerdote vuole che Cris
veda La Temperanza: l'angelo. Cristo conosce tutti gli angeli,
il Maestro dell'arcangelo Gabriele che è il suo servitore. Lo invi
dove vuole, quando vuole. Gabriele è il suo servo fedele. Cristo
conosce tutti i fluidi interni: è la comunicazione stessa, l'equità
e la pace: che cosa potrebbe imparare da ll a Temperanza?
Poi gli viene mostrato Il Diavolo. Cristo conosce il proprio
diavolo alla perfezione. Come vedremo in seguito, se c'è qualcuno che conosce bene il diavolo, è proprio Cristo. Vedremo
gli sono presentate le tentazioni e come le vince. Con come
La Torre gli viene mostrata la sua casa: i personaggi danzano
presentano un'offerta. È la gioia intorno a Cristo.
egli
158
159
XVIII I
E La Stella è il dono infinito che purifica le acque e fa fruttificare i fiumi; è collegata alle galassie, agli astri, alla divinità,
al ciclo eterno, che è Cristo stesso. Potrebbe imparare qualche
cosa da questa carta?
Gli viene poi mostrata La Luna. Allora Cristo cade in estasi
perché sa che La Luna è Maria. E sa anche che è potuto entrare
in Maria perché lei si è trasformata del tutto nella Luna.
Ciò significa che Maria è diventata completamente nera,
minima, per poterlo riflettere. E Cristo sa che, nella Luna
deiTaroch,qulvsparen'toèglise
primo istante della sua incarnazione. Adora La Luna perché
Maria è stata capace di trasformarsi in essa in modo integrale,
cancellando tutti gli scintillii del suo essere affinché entrasse
in lei solo lo splendore de ll a divinità. Questa carta, perciò, non
può insegnare niente a Cristo.
Quando contempla Il Sole, ancora una volta Cristo si riconosce in questo Arcano: egli è il sole, la gioia, la vita, il centro
del mondo. Il sole è la divinità stessa.
Quando Cristo contempla Il Giudizio, vede come le preghiere e la fede di Maria e Giuseppe gli hanno dato l'opportunità di
nascere e di crescere per risvegliare la coscienza dell'umanità e
creare il suo terzo avvento: l'angelo-Messia collettivo, partorito
da tutti gli esseri viventi, quelli che, senza alcuna eccezione,
sono arrivati all'illuminazione, convertendosi in giusti.
Segue Il Mondo, l'Arcano XXI, l'anima del mondo. Neanche
da questa carta Cristo avrà qualcosa da imparare. Vi entrerà
dentro ed esclamerà: «Oh madre mia, moglie mia, figlia mia!
Entrerò ancora dentro di te, per puro piacere, per incarnarmi,
un'altra volta, perché mi è piaciuto tanto essere tuo figlio, è stata
un'esperienza così grande che la rifarò ma, questa volta, non
inizierò da una piccola scintilla ed entrerò nella carne di tutta
l'umanità. Così un giorno tutto il mondo si trasformerà in te
perché tutto il mondo è mia madre. L:intera razza umana è mia
madre e io, con piacere, mi dissolverò in essa. Con un piacere
incommensurabile, mi farò partorire dalla razza umana».
Ecco quindi perché, quando mi dicono che Cristo andò
Egitto per iniziarsi ai Tarocchi, mi sembra davvero una sciocchezza: nessuno poteva insegnargli niente.
Tutti abbiamo un Cristo, una Maria e un Giuseppe dentro
di noi. Il nostro Cristo interiore non deve imparare niente da
nessuno. Conosce la verità. Ci si può insegnare a imparare
da noi stessi, tuttavia il nostro Cristo interiore, cioè la nostra
divinità interiore, sa tutto. Quando comunichiamo con questa
divinità ci colleghiamo con la sua estrema saggezza. Con la
massima semplicità lei affronterà i misteri e risolverà: questo
si chiama fede, fede nel nostro Dio interiore. Per acquisirla è
necessario essere umili e sapere che questo Dio interiore, che
non è noi, parla attraverso di noi.
Allora, cosa fa Cristo durante questo periodo di silenzio?
Tranquillamente, aiuta sua madre in cucina, lavora col padre,
pulisce la casa, parla con i vicini, collabora a fare il vino e il
pane, mangia de ll a frutta. Ogni mattina esce e prende il sole.
Non legge perché sa già tutto. Non studia. Vive semplicemente in pace con suo padre, sua madre e i suoi amici. Non ha
bisogno di fare altro. Per quanto possibile, vive una semplice
vita umana. Pensare diversamente è insensato.
E Giuseppe e Maria non fanno niente d'insolito: mangiano
ogni giorno e puliscono la loro casa. Fanno quello che la società chiede loro. Una volta l'anno assistono a ll a festa di Pasqua, assistono a ll a nascita dei bambini eccetera. Aspettando
il momento, si comportano come fanno tutti.
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IL SOLE
Tutto quello che Cristo dice è bello. Declama poemi, li compone di nascosto perché non può mostrarli agli altri.
Ci rendiamo conto della luce che risplende in questa casa?
Sentiamo i canti che intonano? Riusciamo a concepire quello
che sa Maria, dal momento che suo figlio le ha rivelato tutti
i segreti della creazione? O crediamo che Cristo non abbia
raccontato a sua madre come ha creato il mondo? Potremmo
sostenere che Maria abbia vissuto trent'anni insieme a Dio
senza che Egli le abbia rivelato qualche segreto? Maria conosce
ciascun mistero perché suo figlio l'ha iniziata.
La Sacra Famiglia è un nucleo potente che si prepara per
darsi al mondo.
Se il Cristo ha qualcosa da imparare, non si trova in Egitto
e nemmeno nel Tibet, non si trova in India né da nessun'altra
parte: l'unica persona che può insegnargli qualcosa è Maria,
l'interlocutrice più progredita che ha trovato.
Se nella mia casa a Nazaret c'è Maria, la donna più incredibile
della storia dell'umanità, il monumento che vale più di tutte le
cattedrali, di tutti i guru, di tutti i papi, di tutti gli eroi, di tutte le
enciclopedie e di tutti i libri sacri, cosa andrei a fare in India? Me
ne starei tranquillo a casa mia a godermi il più grande piacere
della vita. A maggior ragione sapendo che in seguito verranno
anni molto duri e che dovrò cambiare l'umanità. Mentre aspetto
che il momento si compia, dunque, vivrei in pace.
Non è ancora giunta l'ora. Vivono, dunque, in piena tranquillità e nella gioia aspettando il momento, dato che conoscono
già quello che succederà. La Vergine Maria lo sa. Non è triste
al pensiero che suo figlio dovrà morire perché, grazie alla sua
fede, sa che egli risorgerà e che tutto ciò è necessario.
Se lavoriamo su noi stessi e realizziamo il nostro Cristo
interiore, se purifichiamo il nostro corpo e seguiamo la nostra guida, Giuseppe, l'unica cosa che dobbiamo fare è vivere
serenamente e in pace: possiamo vivere con serenità ogni
giorno della nostra esistenza perché la nostra ora non è ancora
venuta, e sappiamo che quando verrà saremo all'altezza della
situazione. Solo due elementi possono prepararci per l'azione:
la pace e la fede interiore.
In modo analogo, Giovanni ha abbandonato i genitori che
l'amavano tanto per andarsene nel deserto. Vive lì senza niente,
ha rotto i ponti con la società e si prepara al suo compito. Si
prepara da solo.
C'è stata semplicemente una nascita, ma da quel momento
il mondo è entrato in convulsione. Tutto si prepara perché, in
trent'anni, l'umanità cambierà, ma prima bisogna godersi i
piaceri della vita.
Giuseppe, Maria e Gesù vivono una quotidianità serena e
gioiosa. Immaginiamo i pranzi di questa famiglia, l'incomparabile bellezza di stare a tavola con Giuseppe e Maria.
Vediamo risplendere la pace: non vi sono liti, discussioni o parole inutili. Cosa potrebbero dirsi? Sanno tutto:
non si comunicano niente, non parlano. Dicono due o tre
parole. Consumano cibi semplici, cucinati con amore. Chi
non desidererebbe mangiare un po' di riso preparato dalla
Vergine?
Possiamo pensare che Cristo non sia mai stato accarezzato?
I membri di questa famiglia, naturalmente, si abbracciano e
si accarezzano perché si amano.
Non pregano. Perché dovrebbero? Il Cristo vive nella casa.
Dal momento in cui è nato, Giuseppe e Maria non pregano.,
una sola volta: Dio è con loro.
In questa casa non ci sono libri: il Verbo è già li. Quando èpresente il Verbo legittimo, i libri sono inutili.
Per quanto riguarda la vita sessuale di Cristo, non sta a me
immaginarla, ma a ognuno. Non bisogna proibirselo e ho già
fornito in precedenza tutte le basi per poterlo fare: che il lettore
la immagini da solo. È evidente che Cristo possedeva degli ormoni e quindi doveva conoscere il desiderio. Cosa ne fece?
Il Cristo non può avere altro che un bel sesso, completamente normale: o non sarebbe il Cristo. Suggerisco a chi mi
legg e d'immaginare in prima istanza questo: «Ho un bel sesso e dunque possiedo un corpo normale, il corpo più bello
dell'umanità. Somiglia esattamente a quello di Adamo, dato
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163
LA VITA SESSUALE DI CRISTO
che sono un prototipo. Maria è la donna più bella e io l'uomo
più bello. Se sono il Cristo, cosa me ne faccio de lla mia sessualità? La nasconderò? Non conoscerò mai l'orgasmo? Non
sperimenterò mai l'emissione di sperma? Non conoscerò mai
la materia che ho dentro di me? Vivrò ignorando cosa significa fare l'amore con un altro essere umano? Se lo ignoro, non
conosco l'essere umano».
Si ponga il lettore la questione, si metta al posto di Cristo:
sta a ognuno di noi rispondere con la propria anima.
L'errore consiste nel fatto che un tema del genere è tabù.
Ciò nonostante, è un tema che va posto: è il Vangelo a porlo,
e rispondere spetta a ognuno di noi. La nostra vita sessuale
corrisponderà alla risposta che saremo in grado di dare: se
rispondiamo bene saremo equilibrati; al contrario, se rispondiamo male o ci rifiutiamo di affrontare l'argomento, saremo
subito squilibrati.
Da duemila anni l'umanità è squilibrata perché ha nega- ,
to la questione. Se la risolveremo troveremo un equilibrio
personale. Questo è il tema. Evidentemente, troveremo una
risposta che ci stupirà molto, ma non c'è bisogno di confidarla a nessuno: custodiamola nel segreto del nostro cuore
allo stesso modo in cui la Vergine custodiva nel suo tutte le
emozioni.
PREFIGURAZIONE DI CRISTO NELL'ANTICO TESTAMENTO
Finora abbiamo lavorato sostanzialmente sulla Vergine Maria e
su Giuseppe, e abbiamo visto quanto fossero entrambi formida
bili. Ciò che intraprenderemo ora è molto impo rtante perché,
la prima volta, assisteremo all'apparizione del Cristo adulto.
Tuttavia, dobbiamo prima incontrare di nuovo Giovanna.
Già sappiamo quanto egli sia impo rtante: viene ad annunciar
il Cristo.
Prima di addentrarci nel Vangelo, cominciamo quindi dal
lettura del Salmo 2, che viene evocato nei capitoli del Vangel
in cui si parla di Cristo. I Salmi sono delle chiavi: lo vedrem
164
a mpiamente rivisitando l'episodio della tentazione di Cristo.
È certo che si inizia a tremare leggendo queste righe del
Salmo 2:
Perché le genti congiurano,
perché invano cospirano i popoli?
Non è forse vero che ancor oggi si parla di congiure e di
inutili cospirazioni dei popoli?
Insorgono i re della terra,
e i principi congiurano insieme
contro il Signore e contro il suo Messia...
Si parla già, dunque, del Messia e del fatto che tutti quanti
congiurano contro di lui.
Spezziamo le loro catene,
gettiamo via i loro legami.
Se ne ride chi abita i cieli,
li schernisce dall'alto il Signore.
Egli parla loro con ira,
li spaventa nel suo sdegno:
«Io l'ho costituito mio sovrano...»
Cioè, il Cristo.
sul Sion mio santo monte.
Annunzierò il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato».
Si parla chiaramente, dunque, del Figlio di Dio.
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti...
Sottolineiamo che qui si annuncia che egli riceverà le genti
in eredità.
••• e in dominio i confini della terra.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai.
E ora, sovrani, siate saggi,
istruitevi, giudici della terra;
servite Dio con timore,
e con tremore esultate;
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che non si sdegni e voi perdiate la via.
Improvvisa divampa la sua ira.
Beato chi in lui si rifugia.
Il Salmo 2 presenta una visione terrificante: afferma che
Figlio porterà il fuoco e il terrore.
Ora, conoscendo già l'immagine del Figlio data dall'Antic
Testamento, vediamo cosa diventa nel Vangelo.
VOCAZIONE PROFETICA DI GIOVANNI IL BATTISTA
(Matteo 3,1-16; Luca 3,1-6)
In Matteo 3,1 si legge:
In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel
deserto della Giudea...
Giovanni compare nel deserto. Sappiamo che aveva abban .
donato la vita in società. Come nel Salmo 2, dentro di noi
tutti temiamo la distruzione. I re e le regine che governano
nostra interiorità litigano: il nostro intelletto dice una cosa,
nostro cuore ne vuole un'altra, mentre il nostro sesso ne de
dera una terza e il nostro corpo ne esige un'altra ancora. Nono
abbiamo una finalità precisa. Siamo preda de ll e cospirazion
Non disponiamo di pienezza: soffi iamo.
Improvvisamente, Giovanni appare nella nostra coscienz
perché è l'intelletto illuminato; tuttavia, non è il cuore. Ap
pare, dunque, e dice: «Attenzione, perché il tuo Dio interior
si manifesta. Se hai fatto del bene, sarai in pace. Altrimenti
se per caso fai cose malvagie, sarai schiacciato e distrutto
Questa distruzione potrà essere una malattia, un incidente
l'omicidio». Parla di un giudizio interiore.
L'Antico Testamento annuncia quindi la comparsa di quest
Figlio terribile: perché ce lo presenta in tal modo?
Come abbiamo visto, dopo il Cristo, la Vergine e Giuseppe
Giovanni è uno degli esseri più sacri del Vangelo. Quando er
un feto di sei mesi nel seno di Elisabetta percepì lo spirito d
Cristoche,nlgmbdMaritolencs.
166
Ciò significa che io, essere umano, sono un feto in formazione; tuttavia, non appena sento di vivere come nuovo essere,
percepisco in me la nuova luce. Percepisco il vero centro de ll a
mia vita. Tutti siamo pura luce, un cuore puro: non lo vediamo
ancora ma già lo sentiamo.
Giovanni si trova nel deserto. È fuggito, non vivrà in una
città perché lì governa la Legge di Mosè. Questa Legge per
la donna ha dichiarato impure la donna e la riproduzione e
punisce la relazione sessuale a causa del piacere che procura.
Nell'Antico Testamento il piacere è dunque proibito.
Inoltre, questo libro ha prodotto scribi che hanno fissato la
lingua tracciando le vocali su un testo composto di sole consonanti (anticamente si scrivevano solo le consonanti, mentre
le vocali si trasmettevano oralmente). Fissare la lingua è stato
come uccidere il Verbo. All'epoca di Giovanni il problema era
considerevole perché il Verbo, già morto, non corrispondeva
più ai tempi.
In realtà, la vera storia risale a Eva — l'intelligente Eva —,
quando l'essere umano abbandona il paradiso e l'umanità
perde il proprio centro, si inoltra in un labirinto e si affida a
dei che non le corrispondono.
Oggi, l'annunciazione di Giovanni consiste nel ritornare al
centro originario. L'umanità ne ha paura e si è smarrita cercando la divinità fuori di sé, quando invece ciascuno dovrebbe
guardare dentro di sé. Ecco in che cosa consiste l'opera di
Giovanni, l'annunciatore.
Giovanni sa che esiste questa luce interna e allora si inoltra
nel deserto. Per lui, vivere nel deserto non è fastidioso o sgradevole. Si ciba di cavallette e di miele selvatico (Matteo 3,4).
Il miele è eccellente e le cavallette sono ricche di proteine.
Giovanni sa cibarsi e vivere quasi senza niente.
Non studia il Libro; ha eliminato qualsiasi desiderio di
ricchezza e non ha possedimenti, ha eliminato ogni pensiero,
legge , emozione e desiderio inutili. Nel deserto ha fortificato
il suo corpo. Vestito con una pelle di cammello e una cintura
di cuoio, vive in santità. È forte. Nessuno può ingannarlo
né tentarlo. Se la ride del denaro. Per lui, il potere non è
niente.
167
Fatta eccezione per Maria e Giuseppe, che vivono con il Cri
sto, Giovanni è l'essere più evoluto de ll a sua epoca. Godend
di una libertà totale, cosa viene ad annunciare?
Giovanni si presenta in noi nel momento in cui rompiam
con qualsiasi compromesso, cioè nel momento in cui la nostr
creazione intellettuale è libera, quando non siamo dominat
dai pensieri ma li dominiamo, quando non siamo controllat
dalle nostre emozioni ma le dominiamo, quando vogliamo
purificare il nostro cuore.
Giovanni giunge nel momento in cui dobbiamo sloggiar
dal nostro cuore tutte le persone care, padre, madre, figli, il
nostro uomo o la nostra donna. Dobbiamo sradicare da noi
tutto quanto per riunirci col nostro centro. Questo momento
esiste e non si tratta di egoismo: è paragonabile piuttosto ali
momento in cui un'auto smette di funzionare perché ha bisogno di benzina. Consiste nel ritornare al centro, dove si trova
ogni essere umano.
Quando ci separiamo dalle persone care, esse dove vanno?
Nei loro rispettivi centri, e il centro di ognuna di loro è il nostro
stesso centro. È dunque nella divinità che ci uniremo con I
persone amate, non attraverso noi stessi.
Giovanni realizza tutto questo. Dato che nel suo cuore noci
c'è niente, ce l'ha pieno.
Non è tormentato dal desiderio, non ne ha bisogno perché
i desideri che prova sono centrati e non sono malvagi. Ch
potrà mai sapere la vita che Giovanni condusse nel deserto?
In ogni caso, a partire dal momento in cui Giovanni inizia a'
predicare, tutti i suoi desideri si focalizzano su un altro desiderio: l'apparizione del centro.
Ecco cos'era Giovanni: colui che si dedica all'opera di creare
noi stessi.
Giovanni predica nel deserto di Giudea:
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!
Di cosa parla? Qual è quel regno dei cieli? È Cristo che
vicino e si trova sulla terra: si è incarnato.
168
Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando
disse:
Voce di uno che grida nel deserto...
La voce di chi? Siamo riusciti a sentire una voce che grida nel nostro deserto? Sono convinto che i poeti conoscono
questa voce: se qualcuno di loro pensa di essere l'autore dei
propri testi, non credo sia un vero poeta. Il poeta è Giovanni.
Si trova nel deserto assoluto e d'improvviso una voce si me tt e
a chiamare e la mano di Giovanni comincia a scrivere. Giovanni sa di non essere l'autore delle proprie creazioni: queste si
realizzano per suo tramite, sono voci risuonate nel suo deserto
che lo spingono a creare.
«Una voce che grida nel deserto» significa che dentro di me
si produce un suono essenziale. È per mezzo di una voce che
sorge il mondo: il suono di Dio, della divinità, il suono essenziale che ha dato inizio a ll a creazione dell'Universo.
Sono talmente vuoto da essere il deserto. Non sono abitato.
La mia lingua è scevra di desiderio, di piacere, di tutto. L'ho
pulita. I miei occhi non hanno alcun desiderio: vedono soltanto
il deserto con le sue dune.
Anni fa ho percorso in jeep il deserto del Sahara per duemila chilometri. In un tragitto simile non si vede niente e si
comincia davvero a perdere il senso dell'orientamento: non
ci sono limiti davanti a noi. Perciò perdiamo i nostri stessi
limiti, ed è il nostro cervello a perderli. Non ha niente a cui
aggrapparsi. Nel nostro Sahara le idee sono paragonabili a
piccoli animali: un'idea o una parola arrivano come una lucertola o un granchio, hanno esattamente que ll e dimensioni,
commisurate al deserto.
E il silenzio! Si può ascoltarlo completamente: è così smisurato che quando si pensa qualcosa, si produce un rumore.
Siamo costantemente attraversati da molti movimenti mentali perché siamo circondati da molti rumori. Il rumore non
cessa mai. Inoltre, siamo noi stessi a generarlo ogni volta che
abbiamo un pensiero.
Nel deserto, i sentimenti sono del tutto paragonabili alla
sabbia. Se immergiamo una mano in una duna e la richiudia169
mo, tratterremo soltanto un pugno di sabbia. Al contrario,
l'apriamo, può passarvi attraverso tutta la sabbia del deserto.
nostro cuore può essere una mano aperta nella quale posson
circolare tutti i sentimenti: scivolano via senza aderirvi. N
nostro cuore non c'è niente.
E come si può avere un desiderio nel deserto, se lì non c
niente?
Bisogna capire che Giovanni viene da un mondo silenzios
Lì il silenzio è tale che si possono udire i passi di un cane
chilometri di distanza. Il ronzio delle api diventa una musi ,
cosmica.
D'improvviso, mentre Giovanni è in completa solitudin,
una voce risuona nel deserto. È fantastico immaginare ques ta
voce che attraversa chilometri e chilometri di silenzio.
Giovanni cita il poema di Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
n on passerà per la nostra via. La sfida, ciò che è in gioco, è
enorme. Siamo abituati a giocare con l'idea dell'eternità e
di andare oltre la mo rt e. Giochiamo con l'idea di avere una
morte felice. Giochiamo con tante cose, per esempio con la
salute dei nostri figli e de ll e tre o quattro generazioni che
s eguiranno.
Realizzare la via del Signore non significa fare qualsiasi
cosa. Nel momento in cui nutriamo il minimo desiderio di
successo, quando non ci dedichiamo completamente all'opera,
quando ci rimane anche un solo frammento di ego, quando
pensiamo al frutto della nostra azione, non siamo la via del
Signore ed Egli non passa di qui. L'opera non si fa: se siamo
artisti riusciamo a capirlo. Se non siamo del tutto al servizio
dell'opera, questa non si realizza: non è al nostro servizio.
Nemmeno il nostro corpo è al nostro servizio, niente lo è. Noi
siamo il servo, siamo la via del Signore.
E chi è il Signore? È il nostro essere essenziale che tramite
noi deve andare verso l'altro. Da se stesso, attraverso di sé e
verso di sé: i1 ritorno al centro.
Abbiamo già visto che cos'è la voce nel deserto, ma quai
la via del Signore?
Vuol dire che il Signore passerà per una via? In tal caso,
assolutamente necessario pulirla. Perché se rimane un sol
granello di polvere sulla via del Signore, quel sentiero sar
sporco. Se su diecimila chilometri rimane anche un piccolissimo ciottolo sporco, tutta la via sarà sporca: non vi abbiamo
messo abbastanza impegno.
Che cos'è la via del Signore? O piuttosto: chi è la via del
Signore? Ciascuno di noi: siamo la via del Signore perché i
Signore deve passare attraverso di noi.
Affinché Egli possa farlo, niente di noi deve disturbare:
dobbiamo, dunque, eliminare il nostro ego.
Per questo è necessario che ci annulliamo. La via del Signor
è un essere che si è dissolto sulla via, è diventato la via.
Se non diventiamo la via, come potremo essere del Signore
Bisogna darsi interamente: se rimane di noi un minuscolo
frammento, un sentimento, un desiderio, un'idea, il Signor e`
Nella versione di Luca (3,5), la citazione di Isaia è riportata
integralmente:
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Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore;
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito,
ogni monte e ogni co ll e sia abbassato...
Il nostro burrone sarà riempito quando avremo fatto il vuoto
dentro di noi, quando avremo fermato il nostro pensiero. Nella
meditazione, quando non pensiamo più, ci trasformeremo in
un abisso.
Sul piano del cuore, dobbiamo smettere di desiderare delle
«romanticherie», abbandonare i sogni di grandezza, di successo e d'amore. Smettiamola con le richieste. Diciamoci:
«Anche se nessuno mi amasse, ciò non mi tocca. Io amo. Sono
una collina spianata». Non cerchiamo più soddisfazioni e
gratificazione.
Ogni montagna, ogni autorità, ogni collina, ogni ego, saranno abbassati, tagliati. Non possiamo opporci alla luce: quando
lo facciamo ci provochiamo una malattia, un incidente, la,
rovina, il suicidio.
CHIAMATA DI GIOVANNI ALLA CONVERSIONE
(Matteo 3,7 - 10)
MINACCIA DEL GIUDIZIO
(Luca 3,7 9)
-
Continua Luca, citando Isaia:
i passi tortuosi siano diritti...
Se sono un passo tortuoso, cioè se ho un'anima difficile e
complicata, il Signore mi spezzerà passando per la mia via.
Bisogna essere flessibili per lasciarlo passare, non opporsi.
Se sono una via che tenta di far inciampare il Signore mentre passa, sarei come quello che ha una bella immagine dentro
di sé e la trattiene. Ecco cosa accade quando cominciamo a
meditare e a sospendere il pensiero. A volte si perde la meditazione perché si comincia a guardarla, a tentare di appropriarsene e di ricordarsene. Cerchiamo di essere testimoni
e di vedere cosa stiamo facendo. Prendiamo nota. Quando
facciamo del bene a qualcuno, siamo compiaciuti e ci applaudiamo. Sosteniamo un dialogo interiore. Ci osserviamo
senza sosta. È la via del Signore che cattura il Signore e non
lo lascia proseguire. E invece bisogna lasciarlo avanzare, bisogna essere una via che, in quanto tale, non trattiene nient:
permette di andare e venire (Luca 3,5-6).
Giovanni battezza la folla che arriva da tutta la Giudea e da
tutta la regione del Giordano. In questi due capitoli del Vangelo
comincia a insultare la gente che accorre a vederlo.
Si dirige principalmente agli scribi e ai religiosi, e domanda
loro cosa ci fanno lì:
Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all'ira imminente...
È la minaccia de ll a fine del mondo.
Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate
a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico
che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre.
Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che
non port a buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco.
La voce che grida nel deserto è profetica. Non è Giovanni
che parla. Egli è «parlato», cioè è il canale di una voce che no
domina personalmente.
Qui comprendiamo l'idea che Giovanni si fa del Messia:
annuncia una punizione spaventosa e prefigura un terribile
Messia di fuoco che incendierà tutto sulla sua via.
In realtà, quando viene il Cristo, è esattamente il contrario
di quello che era stato annunciato. Che sorpresa sarà per Giovanni, che promette l'avvento dell'uomo più fo rt e del mondo,
di un uomo che incendierà tutta la terra. «Fatevi battezzare,
presto!» dice Giovanni alle persone; le immerge nell'acqua
ed esse lo vedono e tremano di paura: formano una fila per
confessare i loro peccati.
Ci rendiamo conto di cosa sente Giovanni durante queste
confessioni? Egli, che prima si trovava nel deserto e non sentiva un rumore, inizia a udire un torrente di pazzie e infermità. Tutti vengono a riversare i loro peccati nelle orecchie di
Giovanni, che si trasforma così nello zerbino, nel «pulitore».
Monda tutte le persone affinché non vengano gettate nel fuoco:
sente, dunque, che deve fare in fr etta.
172
173
i passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
BATTESIMO CON EACQUA E CON IL FUOCO
Che emozione vedere la differenza fra il terribile Messia che
era stato annunciato e l'essere che si presenta, veder arrivare
la nostra anima così come l'abbiamo desiderata, il nostro Diti:
interiore pieno di dolcezza.
Non appena lo vede, Giovanni sente di nuovo quello ch
aveva sperimentato quando era un feto: è attraversato da u
tremore, diventa elettrico, da tutti i pori della pelle capta 1
luce di quell'essere incredibile.
Come procede questo Messia? Adotta l'andatura maga
loquente che gli ha imposto il cinema? No: cammina corn
un semplice essere umano e non dimostra niente. Giovan
gli dice immediatamente «Dio mio» perché lo percepisce sul
piano del cuore. Se avessimo l'opportunità di vedere davanti
a noi il nostro Dio, a che stato accederebbe il nostro cuore?
Si metterebbe a battere come un tamburo e sarebbe possibile
ascoltarlo da molto lontano, perché se Dio ci comparisse davanti vorrebbe dire che siamo eterni, che la mo rte non esiste
e che le nostre sofferenze sono finite. Vorrebbe dire inoltre
che la verità esiste e che l'umanità è salva perché Egli viene a
salvarla. Dato che possiamo vedere Dio, l'Eternità ci ha scelti:
che onore vederlo, e che emozione! Giovanni piange, emozionato: è impossibilitato a muoversi.
Cristo gli dice: «Battezzami! Mondami!». Giovanni non può
evitare di schermirsi: «Chi sono io per battezzarti?». Fino ad
allora lo faceva: mondava chiunque. Ma dal momento in cui
vede il Cristo, Giovanni si rende conto dello stato in cui egli
stesso si trova e prende la decisione di non battezzare più. Ma
Cristo gli ordina di continuare: «Mondami!».
Immaginiamo la situazione: mondare Dio! Egli è la purezza
totale, e noi stiamo eliminando gli escrementi di tutto il mondo. L'acqua è sporca: scorrendo, si po rta via i peccati ma non
per questo rimane meno inquinata. D'improvviso, per il solo
fatto di toccare l'acqua, questo essere la purifica. Con un solo
sguardo ci purifica e ci chiede di fargli l'onore di mondarlo.
Giovanni dice fra sé: «Non posso fare una cosa simile». Si
vergogna. Allo stesso tempo, però, capisce la lezione: Giovanni
annunciava un distruttore che avrebbe propagato il fuoco al
proprio passaggio e distrutto le montagne, e invece si presenta un uomo che gli si inginocchia davanti: un Maestro che si
inchina ai piedi del discepolo.
Giovanni vede Dio inginocchiarglisi davanti: cosa sentirebbe chiunque di noi incontrando l'essere che ha desiderato
vedere per tutta la vita? Arriva davanti a noi: Krishna, Shiva,
Buddha... Mentre avanza, tutti gli angeli e tutte le voci della
terra cantano. Si avvicina, si inginocchia ai nostri piedi e dice:
«Purificami! Fammi entrare nella comunità umana! Dammi
il battesimo!».
Cosa faremmo? Come Giovanni, con un'emozione infinita,
prenderemmo un po' d'acqua. Poi, con amore infinito, con
174
175
(Matteo 3,11 12)
-
Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene
dopo di me è più potente di me...
Ma non è «più terribile di me»: è infinitamente più dolce
di me.
e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi
battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Nella versione ecumenica, una nota segnala che in questo
passo non si allude a un fuoco spirituale, bensì a un fuoco che
incendia e punisce.
Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco
inestinguibile.
Il fuoco inestinguibile è l'inferno eterno.
BATTESIMO DI GESÙ
(Matteo 3,13-17; Luca 3,21-22)
In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo...
La gioia più grande che possiamo concepire è quella di
essere cercati e scelti.
devozione e dono totale, verseremmo l'acqua sulla testa
quell'essere e ci trasformeremmo in quell'acqua. In quel mo .
mento Giovanni si trasforma davvero nell'acqua, fluisce e co
in Cristo, si dà completamente nel battesimo. Il battesim
di Cristo diventa quello di Giovanni, che ottiene il perdon
assoluto.
Allora il Cristo impartisce una lezione di umiltà, perch
dice: «Sono venuto sulla terra per servire chi soffre. Non son
venuto a distruggere: sono venuto a costruire. Non sono
ferro che soggiogherà le nazioni. Non sono un re né un guru]
né un supremo sacerdote. Non cerco le moltitudini: cerco
delle persone vere. Io non sono niente. Meglio di ogni cosa iw
l'essere umano».
Comprendiamo, dunque, che la lezione consiste nello stare ,
Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora...».
Comprendiamo con quale dolcezza glielo dice? Cosa significa «Lascia fare per ora»?
Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo
ogni giustizia.
«Lasciati fare! Trattieni la tua volontà! Accetta! Lasciati
fare! Sii capace di cogliere la gioia! Lasciati fare! Lascia che la
aipedlsco.IMatrdev'silopra,
altrimenti non si tratta di un vero Maestro.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno
di essere battezzato da te e tu vieni da me?».
Sta dicendo: «Io ti ho cercato e invece sei tu che vieni d
me!». Giovanni non ha cercato il Cristo: è il Cristo che riesc
a vedere Giovanni, il quale è pronto a riconoscerlo. Ciò signi='
fica che è la nostra divinità interiore che viene a noi, e non
il contrario. È il Cristo interiore a trovarci, non siamo noi
cercarlo.
Il nostro ego non accetta quest'idea; tuttavia, è la nostr
essenza a cercarci. Bisogna capire che siamo sollecitati dall
pienezza, dalla perfezione, dalla grandezza e dalla maturità
È la nostra essenza a venire e a inginocchiarsi davanti a n
perché l'usiamo e ci dissolviamo in essa.
C'è in noi un Universo completo che desidera realizzarsi
e tutte le sofferenze hanno l'unico scopo di impedire quest
realizzazione. La verità è che non vogliamo essere cercati
se siamo egoisti, ci cerca la generosità. Se siamo collerici,
persegue la calma.
La coscienza superiore cerca l'umanità per realizzarsi,
se non si realizza si avranno guerre, sofferenze, distruzion
e angoscia.
176
luce penetri nel tuo spirito! Lasciati fare! Lascia che l'amore si
depositi nel tuo cuore! Lasciati fare! Lascia che la vita penetri
nel tuo sesso! Lasciati fare! Permetti che il benessere scenda
nel tuo corpo!»
Lasciati fare! Il cuore è come un fiore: si apre dall'interno;
nessuno può aprirlo dall'esterno.
Lasciati fare! Qualsiasi verginità si perde dall'interno: è la
lezione che ci offa e il mito con la nascita di Cristo. Per il Cristo
non esiste ambiente migliore per nascere di quello tramite cui
nascono tutti gli esseri umani: non è venuto a dire che l'essere
umano è malfatto e che la donna è impura. Quando nasce,
attraversa l'imene dall'interno.
Il nostro cuore è la Vergine: quando il nostro Cristo interiore
nasce, ci apre il cuore dall'interno.
Non chiudere il tuo cuore! Lasciati fare! Lascia che il cuore
si apra, non opporre resistenza. Apri! Apriti sesamo! Questa
formula magica non si pronuncia fuori della grotta, ma dentro.
È il tesoro a dirci: «Apriti sesamo!». È il tesoro ad aprirci: il
tuo cuore si apre e l'essere si manifesta. Lasciati fare! Non c'è
alcuna giustizia per chi è chiuso.
Allora Giovanni acconsentì.
Ê possibile capire tutto quello che esprime questa piccola
frase? Il tempio di Giovanni è pulito e puro, e il Cristo gli dice:
«Lasciati fare!», e all'improvviso il corpo di Giovanni comincia
ad assorbire la presenza dell'essere che gli sta davanti.
«Lasciati fare! Donati! Non opporre resistenza!» La luce
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di Cristo comincia a cadere su Giovanni. Cristo guarda l'o c .
chio sinistro di Giovanni e questi guarda l'occhio sinistro `
di Cristo. Il contatto si realizza da occhio sinistro a occhio
sinistro. Un raggio di luce li unisce e, all'improvviso, il vol
to di Cristo si apre e Giovanni è assorbito da un abisso. Vv
cade dentro, dona tutto il suo essere e quel volto lo riceve .;
Quando si è dato completamente, quando tutto il suo essere
essenziale si lascia trasportare in quest'abisso, Giovanni vede
il proprio volto in quello di Cristo, che è diventato il suo
specchio. Giovanni si vede nel Cristo e si mette a piangere
perché si riconosce.
Ecco cosa significa «Lasciati fare!»: Giovanni ha «vasocomunicato» il suo essere con l'altro, e l'altro gli restituisce
la sua perfezione.
Qual è il volto di Cristo? È il nostro stesso volto. Cristo e
un essere che ha uno specchio al posto del volto, e in esso si
riflette il nostro volto. Infatti, cosa percepiamo della divinità
se non noi stessi? Quanto più siamo, più percepiamo. Quanto
meno siamo, meno percepiamo.
Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua; ed ecco, si aprirono
i cieli...
Come può aprirsi il cielo? Non è già aperto? Furono le nut
vole ad aprirsi? No, dato che si dice che «si aprirono i cieli»
non «si aprirono le nuvole».
ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
scendere come una colomba e venire su di lui.
Vediamo cosa succede: è pieno giorno e sopra di loro c
naturalmente il cielo, quello spazio infinito. All'improvviso
sente un rumore e il cielo inizia ad aprirsi, come due palpeb
che si separano. Cosa si vede allora? Un altro Universo fatt
di tutte le possibili energie celesti.
Anche quest'altro Universo è dentro di noi: quando lo spirit
si apre, entriamo in pieno nel nostro inconscio. Nella coscien
si crea un'apertura verso l'inconscio.
In principio, quando ci succede, è angosciante, dal mo rn e
to che non sappiamo di cosa si tratta. Ci accorgiamo foi
178
dell'emozione che si può provare vedendo cosa c'è oltre la
realtà, in un'altra dimensione?
In realtà, appare una colomba, come in un quadro di Magritte. La realtà si apre, appare l'irrealtà e subito, in mezzo a
questa irrealtà, sorge l'essere più concreto del mondo.
Vediamo quello che i dignitari di tutte le religioni (poiché
si tratta della versione ecumenica) hanno scritto a proposito
della colomba. I loro commenti risultano interessanti: «Non
è possibile fornire interpretazioni sicure di questo simbolo.
Probabilmente si tratta di un'allusione alla colomba che ritorna
all'Arca di Noè. Alcuni, basandosi sulle tradizioni ebraiche,
identificano la colomba con Israele; secondo altri, suggerisce
l'amore di Dio che discende sulla terra. Infine, conformemente
ad altre tradizioni ebraiche che vedevano una colomba nello
Spirito di Dio che volteggiava sulle acque, per alcuni evoca la
nuova creazione che avviene con il battesimo di Gesù».
Tutto ciò va bene, ma dobbiamo ricordare che il giorno in
cui Gesù si presenta al tempio vengono sacrificate due colombe
sull'altare. Per millenni i sacerdoti hanno offerto colombe in
sacrificio, fossero tortore, piccioni o colombelle. Nell'antica
religione la colomba è dunque un animale sacrificale.
Questa colomba simbolizza Cristo stesso, il quale più tardi
si sacrificherà in un altro tempio: quello dell'umanità.
Cristo è crocifisso in un posto chiamato Golgota, cioè «la
montagna del Cranio», un simbolo umano. La croce si conficca
nella testa dell'essere umano affinché entri fin nei recessi più
profondi del nostro cervello.
Cosa si sacrifica sull'altare? Si tratta naturalmente del sacrificio dell'ego: la colomba che chiamiamo il nostro «io»,
«me stesso», quel piccolo mostro, quella caricatura segnata da
tutta la nostra storia. Questa colomba è bella perché il nostro
essere è bello: sacrificando la caricatura che siamo, arriviamo
all'essere essenziale. Ciò implica che dobbiamo essere pronti
a sacrificare la nostra psiche e le nostre pratiche spirituali.
Non è una cosa semplice da realizzare, perché siamo abituati
a essere sempre gli stessi.
Prendere coscienza non serve a niente, se non si agisce
immediatamente. Nella presa di coscienza, l'«agire» è la cosa
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più importante, altrimenti ridiventiamo le stesse caricature
prima. Per venti, quaranta o sessant'anni siamo la caricatu
di noi stessi e non l'abbandoniamo mai: il sacrificio consist
nell'abbandonarla e nel trasformarsi in un essere nuovo.
molto arduo sacrificare la colomba, cioè l'idea che abbiamo d
noi stessi, i nostri punti di vista, le nostre abitudini...
L'essere che è soltanto una caricatura pensa che il mond
circostante abbia la sua forma e le sue idee, proietta tale for
ma e ta li idee negli altri e vede in funzione di ciò che è egl
stesso. L'ego è solo un punto di vista: sacrificare la colomb
significa sacrificare il punto di vista che proiettiamo su no
stessi e sugli altri.
In effetti, possediamo un punto di vista su di noi che dirige e trasforma la nostra vita. Ci diciamo: «Non farò questo
non farò quello. Sono così, sono cosà». Dopo, quando viene
il momento di confermare tutte queste concezioni mentali
l'io non agisce come ci si aspettava. Allora scopriamo cho
non siamo quello che abbiamo sempre pensato: non eravam
eroi ma codardi, non uomini forti ma deboli, senza dignità:
l'avevamo persa completamente. Basta ricevere uno schiaffo
da qualcuno più forte di noi per perdere tutta la nostra dignità. Subito cadiamo e non ci rialziamo più perché siamo
caduti in noi stessi. L'io è caduto. Oppure, al contrario, ci
rendiamo conto che possiamo sacrificarci e porgere l'altra
guancia. Ci lasciamo picchiare mentre difendiamo una verità
e abbiamo la sorpresa di constatare che non eravamo così
disprezzabili né piccoli come immaginavamo. Scriviamo un
poesia di getto e ci rendiamo conto che non avevamo così
poco talento come pensavamo, non eravamo tanto medioc
come ci piaceva credere. Ci accorgiamo di possedere risors
sconosciute.
ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba
e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi
è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
Questa è la versione di Matteo. In quella di Luca (3,21-22
la voce proveniente dal cielo afferma:
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Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.
Luca cita dunque il Salmo 2 (7 - 9) in questo passo:
Annunzierò il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato.
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti,
e in dominio i confini della terra.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai».
Il Salmo 2 è recitato in cielo e immediatamente dopo vengono le tentazioni del diavolo. Ciò che risulta incredibile è
che ci sia un parallelo tra Dio e il diavolo, nella misura in cui
entrambi offrono «in possesso le genti» al Messia.
LA TENTAZIONE DI GESÙ
(Matteo 4,1-11)
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere
tentato dal diavolo.
Di che spirito si tratta? Matteo dice: «Gesù fu condotto dallo
Spirito»; ebbene, prima aveva detto: «ed ecco, si aprirono i cieli
ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba»,
dunque la colomba era presente. Subito essa si allontana in
volo e Cristo la segue.
Egli non decide quindi da solo di andare nel deserto, si lascia guidare dallo Spirito. Una sua pa rte ordina e lui la segue,
le obbedisce.
Quando Gesù va nel deserto rimane quaranta giorni senza
mangiare né bere, il sole gli brucia la pe lle, s'indebolisce. È
allora che si presenta il diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe
fame.
Alla fine di quel periodo, il suo corpo doveva essere molto
debole, tremando nel freddo della notte. Nel deserto, di not181
te, regnano il silenzio e il freddo: Cristo spera. Non ha alcun
problema mentale, sa che sarà tentato, ma da chi? Da dove
scaturirà il diavolo?
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di
Dio, di' che questi sassi diventino pane».
Il Cristo è seduto in meditazione, non mangia e riesce a
controllare il suo spirito. La sua colonna vertebrale è diritta
e niente lo tocca. È fo rt e. Sapendo che il diavolo verrà, lo
aspetta con fermezza. È dunque un guerriero, un cacciatore,
una sentinella. La debolezza non lo affligge. La forza di un
samurai non è niente in confronto a quella di Cristo dopo
quaranta giorni di digiuno. È allegro mentre attende questa
battaglia, poiché sa che trionferà.
All'improvviso, un essere identico a lui esce dal suo intimo.
È ovvio che il diavolo gli assomigli da ogni punto di vista: Cristo potrebbe avere paura solo di se stesso, infatti. Solo il suo
doppio è in grado di tentarlo, il quale si esprime con la voce
più bella e dolce del mondo.
Per questo la tentazione è effettiva, perché Cristo vede se
stesso e parla a se stesso. Si dice: «Hai fame», e lo sa alla perfezione, perché è proprio quello che sta vivendo.
Se sei Figlio di Dio...
Egli sa di essere il Figlio di Dio.
... di' che questi sassi diventino pane.
Il suo doppio si rivolge a lui tranquillamente: Cristo non gli
risponde in maniera personale, ma cita la Bibbia:
Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vive l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Si tratta di un passo del Deuteronomio (8,1-5), «Le prove nei '
deserto», pa rt e della Legge di Mosè. Eccolo per intero:
Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha
fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto...
In quaranta giorni Cristo ha percorso la strada che tutto il
popolo aveva percorso in quarant'anni. Ecco perché rimane
nel deserto per quel numero di giorni.
... per umiliarti...
Abbiamo visto l'umiltà di Giovanni e ciò che implica questo
termine.
e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel
cuore...
Non «nella testa» o «nel sesso»: nel cuore. Il nocciolo del
problema è infatti nella sfera emotiva: se il cuore non funziona,
neanche la testa e il sesso funzionano. Al contrario, a un cuore
contento corrispondono una testa e un sesso felici.
e metterti a ll a prova, per sapere quello che avevi nel cuore
e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha
umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna,
che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai
conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane,
ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Quando il Cristo dice che «l'uomo non vive soltanto di
pane», prova quanto è forte la sua fede. Non ha il minimo
dubbio. È centrato. Il suo diavolo viene a dirgli: «Hai fame»,
ma dentro di sé Cristo sa di non averla, perché è nutrito dallo
Spirito: si nutre di se stesso perché è completo, presente.
Non dubita nemmeno un secondo di se stesso. È particolarmente bello non dubitare di sé, essere un guerriero, attraversare il nostro deserto e sapere che siamo noi stessi i nostri
più grandi tentatori, e che possiamo quindi resistere.
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose
sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati
giù, poiché sta scritto...».
Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do,
perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del
paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri.
e il diavolo ci mostrano qui che, secondo il modo in cui si
182
183
Ora il diavolo cita il Libro: è una battaglia di Libri. Cristo
interpreta la Bibbia, è possibile trovare il diavolo o Dio. In
effetti: secondo l'interpretazione che si dà dei testi, si finisce
per obbedire a Dio o al diavolo. È come per i Tarocchi: possono
essere positivi o negativi, secondo l'interpretazione che ne diamo. Assistiamo, dunque, alla battaglia fra un'interpretazione
letterale della Legge e una nuova interpretazione scaturita dal
cuore, una lettura viva che si libera de ll a Legge perché sa che
la verità sta nel cuore e non nella Legge. È come un faccia a
faccia fra l'accademia e lo scrittore.
Cristo conosce a memoria la Bibbia perché è stato lui a
scriverla: l'ha dettata quando era il Padre. La conosce, perciò,
parola per parola, e anche il diavolo la conosce bene, dato che
è lo stesso Cristo.
Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,
ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,
perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede.
Qui il diavolo cita il Salmo 91 (9 14):
-
Poiché il tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell'Altissimo la tua dimora,
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno
perché non inciampi nella pietra il tuo piede.
Camminerai su aspidi e vipere,
schiaccerai leoni e draghi.
Lo salverò, perché a me si è affidato;
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.
«Ha conosciuto il mio nome»: Cristo è l'unico a conoscere
il nome del Padre perché Dio è il Nome. Non c'è differenza
fra il suo nome e Lui. Conoscere il suo nome quindi signific
conoscerlo e nessuno di noi può farlo: se lo conoscessimo
scompariremmo immediatamente, dissolti nella potenza de
Verbo.
Il nome di Dio è l'innominabile. È per questa ragione ch
184
ogni volta che un essere umano gli chiede il suo nome, Dio
elude la risposta. Lo fa per amore: non ha nome perché è il
Nome, il Verbo.
Solo Cristo può conoscerlo perché egli stesso è il Nome.
Perciò il diavolo lo tenta in questo modo... ma conosce il
Nome.
Cristo si trova sul tetto del tempio. Il diavolo, cioè Cristo
stesso, lo fa volare finché non arriva sul tetto.
La tentazione è costituita dalla folla che si trova davanti: se
si lancia dal tetto volerà, e se vola diventerà un guru o un papa,
e questo miracolo gli farà guadagnare migliaia e migliaia di
discepoli. Sarà applaudito. Sarà, dunque, il diavolo.
Respingendo questa tentazione, Cristo respinge il Potere:
non ama quella moltitudine a cui bastano piccoli miracoli per
essere sedotta. Rifiuta di trasformarsi nel leader di una folla.
Cristo non si maschera con vestiti stravaganti, non si preoccupa del suo aspetto esteriore. Non ha la testa rapata, non si
lascia crescere i capelli o la barba, non crea Chiese, società o
sette, non vuole che gli bruciamo dell'incenso in offerta né che
ci prostriamo ai suoi piedi... Non s'impone a nessuno, respinge
tutto ciò, anche se avrebbe potuto ottenerlo facilmente, se solo
avesse voluto. Respinge il suo diavolo, una pa rt e di sé.
Non compra niente perché è libero. Ha sempre vissuto nella
casa di Maria a Nazaret. Non ha mai posseduto una casa, un
posto. Cammina a piedi nudi. I suoi indumenti sono quanto
di più sobrio si possa immaginare. Non solleva le folle, non fa
discorsi. Scrive semplicemente per terra con un dito, e quello
che traccia viene cancellato dal vento. Compatisce gli scribi,
perché sono inutili (Matteo 4,7).
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore
Dio tuo».
Si torna a Mosè e in particolare all'Esodo (17,1-7). A quell'epoca il popolo inizia a mettere alla prova Dio, vale a dire si ribella
costantemente.
Tutta la comunità degli Israeliti levò l'accampamento dal
deserto di Sin, secondo l'ordine che il Signore dava di tappa
185
in tappa, e si accampò a Refidim. Ma non c'era acqua da bere
per il popolo. Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua
da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché
mettete alla prova il Signore?».
Bisogna avere fede, fiducia. Quando vogliamo sapere se
qualcuno ci ama, basta osservare il grado di fiducia che ha
in noi. Se non ne ha, non ci ama. Se siamo adulti, chiediamo
alla persona amata di firmarci un assegno in bianco: dalla sua
risposta capiremo se si fida o no.
Se non ci fidiamo, se non abbiamo fede, non riusciremo
mai ad amare. In genere, diciamo: «Perché io ti ami bisogna
che tu ami me. Prima di darti qualcosa, voglio essere sicuro
che tu dia qualcosa a me». Siamo dei commercianti, allora, e
non nutriamo un vero amore per l'altro.
Quando amiamo ci fidiamo dell'altro e non gli chiediamo
prove. Un gatto che ci ama si fida di noi, possiamo grattargli
la pancia e lui ci lascia fare, ma proviamo a fare la stessa cosa
col gatto del vicino di casa!
In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua;
il popolo moi morò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire
dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè invocò l'aiuto del Signore, dicendo: «Che
farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno».
Mosè era l'unico credente fra migliaia e migliaia di persone.
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con
te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui
hai percosso il Nilo, e va'! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia,
sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo
berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d'Israele.
Possiamo credere che Mosè abbia tenuto per sé le prime
gocce di quell'acqua? Assolutamente no: egli batte sulla roccia per spegnere la sete di tutti, e sono sicuro che fu l'ultimo
a bere. Quando alla fi ne sgorga l'acqua, gli anziani di Israele
che sono testimoni si precipitano alla fonte e bevono fino a
saziarsi; poi chiamano gli altri. Uomini, donne e bambini si
affrettano, portando con sé il bestiame. Quando tutti hanno
bevuto, partono soddisfatti. Allora Mosè si avvicina a ll a fonte
e placa la sua sete.
Si chiamò quel luogo Massa e Meriba [che significano: prova
protesta],
a causa della protesta degli Israeliti e perché misero
e
alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì
o no?».
Come il popolo mette alla prova il Signore, il diavolo dice a
Cristo: «Metti alla prova Dio!», e Cristo gli risponde: «Egli non
ha mai dubbi». Cristo sa perfettamente che può gettarsi nel
vuoto, ma sa anche che se lo facesse diventerebbe un guru.
Ecco l'ultima tentazione (Matteo 4,8-11):
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria...
Il Cristo negativo conduce il Cristo positivo su una montagna: vede sfilare davanti a sé tutti i paesi dell'umanità: Stati
Uniti, Russia, Cina, India, Giappone, Tibet, Egitto... Vede ancora più lontano: gli anni 2000, 4000, 5000, 10.000, 20.000...
Tutti i secoli, tutti i regni dell'umanità, assolutamente tutto.
Dopo avergli mostrato i paesi della terra e tutte le ricchezze
e i regni, il diavolo gli dice:
Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai.
Mosè batte sulla roccia: egli crede, e allora dalla roccia esce
l'acqua. Un elemento per natura assolutamente privo d'acqua
la fa sgorgare: ciò significa che la fede e la fiducia possono
realizzare l'impossibile. Se abbiamo fede e colpiamo il cuore
di pietra dell'altro col nostro bastone (la nostra fede), il suo
cuore si aprirà: nessun cuore potrà resistere. Se seminiamo
amore e fiducia, otterremo amore e fiducia.
Ciò significa: «Io posso darti tutto questo. È chiaro che
possiedo un simile potere perché sono il Dio incarnato! Se
io volessi potrei rimanere per sempre sulla terra senza farmi
crocifiggere. Sarei eterno nei secoli dei secoli e non conoscerei
la mo rt e. Sarei il re di tutte le nazioni. Potrei avere tutto quello
che desidero e comandare su chiunque».
Cristo vede questo enorme miraggio, la moltitudine di uomi-
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Aveva ragione, dunque. Ha digiunato quaranta giorni, ha
vinto il diavolo e quindi le entità vengono a servirlo. Ha sete e
gli angeli gli offa ono del nettare. Ha fame e lo saziano di frutta.
Apre la bocca e ci saltano dentro delle belle cavallette dorate
per farsi mangiare da Dio. Tutto si compie.
È l'accoglienza senza ego. Ha vinto se stesso, ha scoperto
la sua ricchezza interiore.
ni e donne, le montagne di ricchezze, di veicoli, divertimenti,
danze, decorazioni, oro, pietre preziose... Vede gli innumerevoli templi, i parchi, i giardini, i paesaggi e le sculture con la
sua effigie. Vede ovunque le sue fotografie, i suoi video, i film,
la televisione, tutta la stampa, la pubblicità... Vede dappertutto
gli ologrammi con il suo ritratto: nelle borsette, sugli orologi...
È la tentazione di imporre al mondo la sua immagine.
Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo,
e a lui solo rendi culto.»
Non possiamo trasformarci in un oggetto di culto e non
dobbiamo permettere a nessuno di adorarci.
ä
Allora il diavolo lo lasciò...
Il diavolo lo lascia perché Cristo non accetta di diventare
un oggetto di culto.
Tramite Cristo, dovremmo creare il culto della divinità, e
svegliando il nostro Cristo interiore svegliamo il culto della
divinità interiore. La nostra forma umana occulta l'inumano,
l'innominabile, l'indicibile.
Noi siamo il Nome. Tutto è il Nome. Allora, come possiamo nominarci, se siamo il Nome? Come può un nome nominarsi?
Non esistono parole per definire ciò che non ha inizio né
termine: quando lo si definisce, il Nome non c'è più. Quando
conosciamo il nome di Dio, lo definiamo e, nel farlo, lo uccidiamo. Diventa una semplice definizione. Bisogna capire bene
questo passo: quando ci nominiamo siamo una caricatura di
noi stessi, perché, in fondo, non abbiamo nome.
Quando ci viene dato un nome, ci viene dato un veicolo.
Tutto qui. Non ci viene dato un essere essenziale, perché sta a
ognuno di noi realizzarlo; quando lo realizzeremo saremo il
nostro Nome, ma non lo conosceremo. Gli altri lo sentiranno
e ne subiranno l'effetto senza che noi lo conosciamo. Non sappiamo qual è, ma il nostro Nome agisce comunque in noi.
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e
lo servivano.
188
189
VIII
In quanto uomo, questo atteggiamento è già rivoluzionario:
spezza i confini del gruppo, delle nazionalità e della cultura.
Diciamo pure che Cristo è ebreo e che comincia la rivoluzione
nel suo paese: la sua prima azione consiste nel convertirsi,
subito, in cittadino del mondo.
... il popolo immerso nelle tenebre
ha visto una grande luce...
Ecco un essere che si è formato nella solitudine della sua
famiglia e in quella del deserto. Invece di recarsi al tempio,
dove si riuniva una collettività chiusa, si dirige precisamente
verso un luogo aperto che è in rapporto con tutte le nazioni,
perché in quel punto fanno scalo le navi.
Gesù si pone così in mezzo all'umanità, dove può influenzare tutte le nazioni, non si ritira in un angolo.
Una poesia zen dice: «Quando una lampada si accende in
un angolo, la luce brilla nel mondo intero». Questa grande
luce di cui parla Isaia i ll umina qui, ora, ieri, domani, tutto lo
spazio e tutto il tempo. È una luce immensa, più fo rt e di tutti
i soli riuniti.
Se si accetta il mito, il sole è una lucciola rispetto a questo
essere inconcepibile. Sappiamo che ha respinto l'offerta del
suo diavolo che gli propone di diventare il leader dei paesi
passati, presenti e futuri. Cristo potrebbe conquistare la terra
e possedere tutto l'oro del mondo. Il potere assoluto è a sua
disposizione, è capace di levitare, di volare, di fare miracoli,
di stabilire un rapporto col diavolo e di dominarlo. Può risuscitare i morti.
Immaginiamocelo: è a Cafarnao e si guarda intorno. Ci
rendiamo conto del suo primo sguardo? Viene dal deserto,
la sua esistenza è un segreto. Solo Giovanni ha visto quello
che è: battezzandolo, ha provato una viva emozione. Tuttavia,
secondo Matteo, in quel momento vicino al mare di Galilea
nessuno sa chi sia Cristo e cosa ci faccia lì.
Mentre vede le imbarcazioni andare e venire, Gesù contempla la sua morte, la sua crocifissione. Vede la Chiesa e tutti i
popoli che verranno, tutte le persecuzioni e le morti che sarà
lui a causare. Vede i milioni e milioni di vittime, e le guerre di
cui è l'origine. Vede le to rt ure, le esecuzioni, le persone bruciate
sui roghi, vede coloro che fraintenderanno il suo messaggio e
provocheranno danni su scala planetaria. Vede i bambini che
soffriranno, la società dei consumi che è destinato a suscitare.
Vede come si farà mercato della sua immagine, che sarà issata
sulle bandiere per le guerre e la distruzione del mondo. Vede
la bomba atomica. Vede tutto.
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GESÙ SI RITIRA IN GALILEA
(Matteo 4,12-17)
Dopo che «gli si accostarono gli angeli e lo servivano», Cristo
lascia il deserto e lo ritroviamo in Galilea.
Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato...
Giovanni, il precursore, viene accusato. La sua missione si
è conclusa.
Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulon e di
Neftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo
del profeta Isaia:
Il paese di Zabulon e il paese di Neftali,
sulla via del mare, al di là del Giordano,
Galilea delle genti...
Sa che provocherà tutto ciò. Lo sa, altrimenti non sarebbe
Dio. Sa anche che queste cadute sono periodi che bisogna
attraversare per poi potersi rialzare. Sa che l'umanità deve
passarci attraverso per arrivare al prendere coscienza.
La profezia di Isaia finisce in questo modo:
... su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte
una luce si è levata.
Di fr onte al mare di Galilea, Cristo vedeva il mondo intero
nelle tenebre. In quell'istante, «una luce si è levata». Sentì
cioè che doveva mostrare la luce al mondo. Allora l'opera
ebbe inizio.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi,
perché il regno dei cieli è vicino».
Che cosa vuole dire «convertitevi»? Convertirsi a cosa? Di
che regno parla?
Avrebbe potuto dire: «Abbandonate le vostre scritture! Smettete di leggere il Libro! È tutta superstizione. Voi declinate le
vostre responsabilità e le delegate a un Libro, a un testo, a
una Legge. Voi non vivete: state cercando delle giustificazioni. Credete di esservi salvati perché ripetete ciò che è scritto?
Convertitevi!
anche potuto dire: «Uscite da quegli ambienti chiusi! Smettete di leggere! Vivete la vostra bellezza! Respirate!
Andate avanti!».
Convertirsi è abbandonare il delirio intellettuale che non
ha radici nella realtà.
... il regno dei cieli è vicino.
,
dove c'è la divinità, e pertanto il regno dei cieli, non ci può
essere sofferenza. Convertirsi vuol dire perdere il dolore e
l'oscurità interiori.
Se il regno dei cieli è vicino, è dentro di noi. Non siamo altro
che luce, pienezza e gioia. Tutto quello che ha detto Cristo è:
«Rallegratevi! Siate felici! Credete!».
I PRIMI DISCEPOLI
(Matteo
4,18-22)
11 passo del Vangelo di Matteo intitolato «I primi quattro Apostoli» ci dà una chiave di lettura per comprendere le «prosperità».
Mentre [Gesù] camminava lungo il mare di Galilea...
Costeggia il mare, le onde vengono a lambirgli i piedi. Quan-
do toccano l'acqua, tutto l'oceano si rallegra e di mare in mare i
passi di Cristo si diffondono in tutte le acque del pianeta. Tutti
gli oceani e le creature marine esultano di gioia al contatto
con quei piedi divini che li benedicono.
... vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo
fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed
essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide
altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello,
che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano
le reti; e chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre,
lo seguirono.
Da dove si avvicina se il Cristo non ha limiti? Perché «è
vicino»? Perché tutte que ll e persone che sono incollate al loro
libro e lo recitano senza sosta cercano di farsi capire da un
«cielo» esterno a loro. Al contrario, quando il regno dei cieli si
avvicina cominciamo a parlare sempre più dolcemente, perché
il regno dei cieli è dentro di noi.
«Convertitevi» significa: «Siate il paradiso!». Questa è la
conversione. Lì dove c'è Dio, non ci può essere oscurità. Li
Gesù chiama quattro persone. Non si sa se i primi due fratelli erano giovani, ma lo sono gli altri due, dato che Zebedeo,
il loro padre, lavora ancora. Il Cristo convoca, dunque, due
fratelli e due figli: due più due.
Conoscendo bene i Tarocchi, sappiamo che ci sono quattro
assi che formano due gruppi di due. Le Spade e i Bastoni formano un'unità, le Coppe e i Denari ne formano una seconda.
Sappiamo inoltre di essere costituiti da quattro centri: intel-
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Come disse Chuang-tzu: «Un funzionario che tiene in ordine
la sua scrivania ha altrettanto merito di un imperatore che
tiene in ordine il suo impero». Ciò significa che quando un
bravo artista lavora alla sua opera, tutti i suoi strumenti sono
bel li e in ordine. Li conosce nei minimi particolari e, pertanto,
lavora magnificamente alla sua creazione. Al contrario, se i
suoi attrezzi sono in disordine, la sua opera e la sua stessa vita
saranno disordinate.
Cristo vede quei due fratelli gettare le loro reti e li capta.
Sa che sono capaci di comprenderlo. Inoltre, i due pescano
insieme, collaborano. Non sono, dunque, in competizione
come tanti altri fratelli.
lettuale, emotivo, sessuale e corporale. Abbiamo quattro centri
e un'unica essenza (la quinta).
Il numero quattro può farci pensare anche ai quattro punti
cardinali, e la quinta essenza al centro del mondo.
Ritorniamo a Matteo e vediamo cosa ci suggerisce:
Mentre [Gesù] camminava lungo il mare di Galilea, vide due
fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che
gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
Cristo cammina lungo la costa e cerca quattro uomini. Sa.
Vede. Per il momento, ha bisogno di quattro uomini.
Ci sono molti pescatori lungo la costa, ma Cristo ne vuole
solo quattro. Li osserva: cerca i suoi discepoli. Si dice che non
è il discepolo a cercare il Maestro, ma il Maestro a cercare il
discepolo.
Cristo procede e vede due uomini di grande purezza. Vede la
loro anima. Nel gesto con cui lanciano le reti, Cristo percepisce
un'enorme umiltà, una tecnica perfetta e un incontestabile
dono di sé.
Il Maestro Filippo di Lione diceva che la caccia era proibita ''
e la pesca permessa; come dire: se cerchiamo con il nostro
intelletto non troveremo niente.
Al contrario, se impariamo a ricevere, molte cose finiranno
nella nostra rete. Allora sceglieremo i pesci più grossi e rifiuteremo quelli che non ci servono.
Come fare per tirare bene le reti? Prima bisogna prepararle
coscienziosamente. Un pescatore è qualcuno che prepara i suoi
strumenti con attenzione e amore. Egli stesso cuce la rete e
la dota di galleggianti. Sa che se tutto quanto non è perfetto,
non mangerà.
Cristo notò con quale perfezione quegli uomini preparava-';
no i loro attrezzi. Essere perfetti nelle piccole cose vuoi dire
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Detto altrimenti: «Voi pescate così bene i pesci che potete
pescare anche gli uomini, cioè convertirli».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.
averlposibtàd anchelgrdi.Èpqusto
che una persona che inciampa costantemente camminando
o che non è cosciente del quaderno su cui scrive e sciupa 1 i
carta, o che semplicemente disprezza le piccole cose, non può;
compiere grandi azioni.
194
Quegli uomini sono pescatori, non scrittori, religiosi o mistici. Si recano al tempio per pregare perché hanno una religione e la praticano, nient'altro. Allora, come mai lasciano
immediatamente le reti per seguire Cristo?
Cristo arriva: i due pescatori lo guardano. I loro occhi entrano in comunicazione e davanti a loro Cristo appare tale quale
è. I vocaboli e le parole non sono necessari per trasmettere
la verità, nessuno potrà mai essere convinto dai discorsi, che
non sono la meta. Convinceremo qualcuno solo con quello che
siamo, e non con quello che diciamo.
Tuttavia, certe persone non sanno vedere il livello di coloro
che frequentano. Questo vuol dire che il Maestro cerca chi è
capace di vederlo e di riconoscerlo. Cristo guarda la spiaggia
e dice fra sé: «Chi può riconoscermi? Non voglio parlare.
Comincerò con le persone che mi percepiscono. Parlerò solo
a quelli che non mi riconoscono subito e hanno bisogno di
parole».
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e
Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro
195
padre, riassettavano le reti; e chiamò. Ed essi subito, lasciata
la barca e il padre, lo seguirono.
La prima azione di Cristo è stata scegliere quattro discepoli
e poi dedicarsi alla guarigione. Era un medico. Cosa curava?
La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui
tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati,
epilettici e paralitici; ed egli li guariva.
Percepiamo la forza di quell'essere? Chiama Giacomo e
Giovanni e, su due piedi, i due fratelli abbandonano il padre
per seguire Cristo. Che chiamata indescrivibile!
L'essere umano non può essere un Cristo. Può, al massimo,
essere un Giuseppe o un Giovanni. Mai un Cristo. Possiamo
diventare un Buddha o un profeta, un Maometto, ma non possiamo diventare un Cristo. Uomini o donne possono diventare .
una Vergine Maria, ma non un Cristo, non la divinità stessa.
Possiamo averlo dentro di noi, dissolverci in quella divinità :
e imitarla. Tuttavia, essere Cristo è un'altra cosa.
È molto bello sapere che esiste sempre qualcosa di superiore a noi. Non è un caso se diciamo «Padre nostro»: siamo
sempre bambini.
Il Padre e la Madre cosmici simboleggiano la nascita e contemporaneamente il luogo in cui entriamo di nuovo. Essi cioè :
ci creano e poi ci assorbono. Dunque, ritorniamo al luogo da
cui siamo usciti. Per questo motivo, se vogliamo sapere dove
andiamo, dobbiamo risalire alla nostra origine! L'origine è alla
fi ne di tutte le strade.
Quando si menzionano indemoniati ed epilettici, si parla di
malattie mentali. Il Vangelo descrive quindi il Cristo come un
medico che curava sia il corpo sia le malattie dello spirito.
Tornando ai quattro fratelli, bisogna capire che essi simboleggiano i quattro centri principali: le necessità materiali, i
desideri sessuali, le emozioni e le idee.
Per curare, è necessario che questi quattro aspetti abbiano
l'obiettivo comune di trasformarsi in ricettacoli della Volontà
della Coscienza superiore, eliminando tutto ciò che li allontana dall'amore di Sé e dell'Altro. Questo significa eliminare
le necessità inutili, le emozioni inutili, i desideri e i pensieri
inutili. Tutto ciò che ci avvicina a ll a totalità è utile, mentre
tutto quello che ce ne separa è inutile.
GESÙ E LE MOLTITUDINI
IL DISCORSO DELLA MONTAGNA
(Matteo 4,23-25)
(Matteo 5,1-2)
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni
sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Vedendo le folle, Gesù sali sulla montagna e, messosi a sedere,
gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola,
li ammaestrava dicendo...
Entra nelle sinagoghe e cosa dice? «Uscite di qui, date
da fare! Cosa fate nelle sinagoghe? Bisogna curare tutte 1
malattie e i malanni del popolo. Uscite e cominciate a fari
Finché tutti non saranno guariti, non si potrà realizzare
coscienza collettiva.»
La Buona Novella predicata da Cristo è la terapia collettiv
Per questo stesso motivo Buddha ha chiamato «Ospedale» il p
mo monastero che ha fondato subito dopo l'illuminazione.
Sale su una montagna, fa accomodare i suoi quattro discepoli tutt'intorno a sé e quindi incomincia a insegnare. La
moltitudine li circonda.
Nel disporsi così, Cristo disegna uno schema molto particolare costituito dal punto che egli occupa in cima alla montagna
su cui si trova, dal quadrato creato dai quattro discepoli e
dal cerchio formato dalla folla. Un punto, un quadrato e un
cerchio: è un mandala.
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E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
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Se consideriamo il punto centrale come l'asse del mondo, il quadrato e il cerchio vi girano attorno. Il
cerchio simboleggia il movimento
eterno ed è giustamente costituito
dalla folla che ascolta Cristo, cioè
dalla vita. Il quadrato simboleggia
l'immobilità dell'eternità ed è incarnato dai quattro discepoli con
il Cristo al centro.
Questo discorso ha un'altra particolarità: Cristo lo costruisce ripetendo la parola «beati» prima di ogni frase. La parola
viene ripetuta nove volte.
Chi studia i Tarocchi si sorprenderà nel ricordare che ci sono nove
piccole righe sulla schiena del personaggio che nasce nell'Arcano XX,
Il Giudizio, e che un cerchio dell'Asso di Coppe contiene nove punti: un
scala di nove gradini è appoggiata al suo petto e il nono gradino
è all'altezza del suo cuore. Ciò significa che bisogna salire nove
gradini e raggiungere il cuore per arrivare a Cristo. Sappiamo
bene che in numerologia il nove costituisce l'approdo di un
ciclo perfetto, mentre il dieci corrisponde al primo gradino
del nuovo ciclo. Cristo ci trasmette un ciclo che va da uno a
nove e che è una scala progressiva.
Dobbiamo riassestare questa scala (il Discorso della Montagna), poiché è stata spesso oggetto di confusione. In genere
viene interpretata nel seguente modo:
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Questa frase è stata letta come: «Cristo ama soltanto i poveri, quelli che non hanno denaro. Perciò, amici miei, siate
poveri! Vivete in miseria, non lottate e lasciate ai peccatori le
ricchezze insensate, lasciatevi sfruttare!».
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
enneagramma.
L'enneagramma è un antico simbolo il cui profondo significato ha
costituito l'eredità di comunità spirituali occultate per duemila anni
circa. Nel corso della sua ricerca, Gurdjieff individuò l'enneagramma come metodo per trasmettere degli insegnamenti
tradizionali. Secondo il matematico John G. Bennett, questo
simbolo, che prende il nome dal suo disegno fatto di nove linee,
rappresenta tutti i processi che si perpetuano autorinnovandosi,
come la vita stessa. In certe regioni asiatiche l'enneagramma
è impiegato come strumento di divinazione. Certi matematici utilizzano i principi che contiene per valutare la capacità
di qualsiasi organizzazione di conservare la propria esistenza
(trasformare l'energia) ed evolvere. Secondo questi esperti, l'enneagramma riflette una modalità di pensiero trinaria, con una
differenza abissale rispetto alla nostra mentalità binaria.
Nella po rt a centrale de ll a cattedrale di Notre-Dame di Parigi!
una donna giace ai piedi di Cristo, inscritta in un cerchio; una
198
La lettura usuale è: «Lasciatevi schiacciare, siate masochisti,
non concedetevi mai il piacere!».
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Che diventa: «Non discutete mai un ordine, obbedite ai
potenti!».
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Argomento trasformato in: «Vivete nell'ingiustizia! Accettatela e avrete il paradiso!».
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Per molti, ciò significa: «Vivete in mezzo ai malvagi! Accettate la crudeltà dei potenti! Non ribellatevi e guadagnerete
il cielo!».
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Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Cioè: «Siate idioti! Lasciatevi imbrogliare!».
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Lettura usuale: «Lasciate che gli altri facciano la guerra,
distruggano le vostre famiglie e brucino tutto! Lasciatevi bombardare!
Beati i perseguitati per causa de ll a giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Si legge: «Sopportate l'ingiustizia dei potenti, dei giudici
corrotti e dei poliziotti avidi! Sopportate tutto, perché è opera
dello Stato!».
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,
mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia.
Cioè: «Lasciatevi oltraggiare senza reagire! Siete spazzatura!
È normale che la polizia abbia il potere di schiacciarvi!».
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima
di voi.
Cristo sapeva che le sue parole sarebbero state interpretate
in questo modo. Disse fra sé: «Devo in ogni caso trasmettere questo discorso, affinché un giorno qualcuno comprenda
questa scala con nove gradini che arriva al massimo della
perfezione tramite le cose più semplici. Sono i nove gradini
dell'evoluzione dello spirito umano».
In questa carta, in alto a sinistra c'è un angelo che corrisponde alle Coppe (la sfera emotiva). In basso a sinistra c'è un
bue, un cavallo, un toro o un unicorno che equivale ai Denari (la sfera corporea). In alto a destra un'aquila corrisponde
alle Spade (l'intelletto). In basso a destra il leone equivale ai
Bastoni (la sessualità). Il personaggio centrale simboleggia
la quinta essenza. Per comprendere l'atteggiamento di Cristo
nel Discorso della Montagna, è necessario capire che cos'è la
quinta essenza.
Esaminiamo prima un'altra carta: il Sette di Denari. È costituito da tre Denari centrali (molto ben delimitati dalle foglie),
incorniciati da altri quattro. È impo rt ante vedere che il tre sta
dentro il quattro: simboleggia lo spirito nella materia.
LA QUINTA ESSENZA
Esiste una stretta corrispondenza fra i Tarocchi e il Vangelo.
In cima a ll a montagna, insieme ai suoi quattro discepoli, il
Cristo è in una posizione che corrisponde esattamente all'Arcano XXI, Il Mondo.
Ciascuno di noi, dunque, è costituito da quattro centri: intellettuale, emotivo, corporale e sessuale.
Bisogna comprendere che ognuno di questi centri possiede
un linguaggio suo proprio.
Nei primi anni del suo insegnamento, Gurdjieff parlò di tre
centri: intellettuale, emotivo e corporale. Più tardi ne aggiunse
un altro: quello sessuale.
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201
LE BEATITUDINI E I TAROCCHI
Nel sufismo, che pure è una filosofia islamica molto evoluta,
si parla solo di tre centri, omettendo il sesso.
In genere nessuna dottrina, salvo il tantrismo, parla del
sesso. Abbiamo dovuto aspettare che il tantrismo arrivasse
in Occidente, negli anni Sessanta del secolo scorso, perché si
cominciasse a menzionare il sesso.
Utilizzare l'energia sessuale nel misticismo è uno dei principi di base del tantrismo. Nella nostra cultura questo principio
è relativamente nuovo e in genere non è ben accettato, poiché
il sesso nella religione ha sempre costituito un tabù.
A ogni modo, ciascun centro possiede un linguaggio e una
velocità differenti. Quando impariamo a guidare un'automobile, cominciamo integrando i movimenti con l'intelletto e
guidiamo molto lentamente, perché l'intelletto è lento. D'altra parte, guidare con l'intelletto è pericoloso, perché così il
pensiero precede qualsiasi azione: prima di premere l'acceleratore o di fare qualunque cosa, bisogna pensare. Quando
acquisiamo un po' più di pratica passiamo al centro emotivo
e diventiamo un po' più veloci. Poi passiamo per il centro
sessuale e finalmente per quello corporale. I nostri movimenti
allora diventano molto più rapidi ed efficaci. L'atto di guidare
si compie praticamente da solo.
Analogamente, possiamo guidare la nostra vita secondo
differenti linguaggi e velocità.
Per fare in modo tale che due centri comunichino tra loro,
per esempio il linguaggio articolato dell'intelletto con il linguaggio gestuale del corpo, è necessario un elemento di mediazione: la quinta essenza.
I samurai sono perfettamente centrati nei loro corpi, dominano alla perfezione il linguaggio corporale; un colpo di
spada dev'essere di una rapidità sorprendente e non ha nulla
a che vedere col pensiero.
Se il desiderio passa per l'intelletto, cioè per un universo di
parole, attraversa un centro che non gli corrisponde e, di conseguenza, il sesso non può funzionare come dovrebbe. Essere
un grande amante sul piano intellettuale non significa, dunque,
essere un grande amante sul piano sessuale o emotivo.
Affinché la nostra vita funzioni e tutti i nostri centri siano
efficienti, è necessario che non prendano direzioni opposte. Se
ognuno se ne va per conto suo, siamo come quei condannati
medievali che venivano squartati legando ognuna delle loro
estremità a quattro cavalli diversi, che erano lanciati al galoppo
ciascuno verso un punto cardinale.
Veniamo squartati e non sappiamo che fare perché la nostra
mente ci dice una cosa, il nostro sesso ne dice un'altra, le nostre
emozioni una terza e il nostro corpo una qua rta.
È necessaria dunque un'integrazione per vivere senza che
il nostro centro emotivo ci impedisca di pensare, senza che il
sesso si opponga alle nostre realizzazioni intellettuali, emotive
o corporali, e senza che il nostro corpo lotti contro la realizzazione dei nostri ideali e ci trascini nella malattia. Per questo
bisogna risvegliare una quinta essenza.
Tutta questa teoria proviene direttamente dall'inizio dell'umanità. La quinta essenza è un centro spirituale che si
desta, la coscienza che possediamo dei quattro principi e
che traduce il linguaggio di ognuno di noi. È un centro traduttore.
Se non abbiamo risvegliato la quinta essenza, il nostro essere è frammentato. Come fare allora per ridestarla?
Il centro sessuale non ha lo stesso linguaggio né la stessa velocità dell'intelletto. Il linguaggio del desiderio non si esprime
a parole. È per questa ragione che il poeta che esprime il suo
amore in lunghe poesie è generalmente un impotente quando
arriva il momento della verità.
Cominciamo dall'intelletto! Il lavoro da praticare su di esso è
molto facile e, al tempo stesso, dura la vita intera. Non bisogna
fare altro che una cosa: smettere di identificarci con le nostre
parole, smettere di credere che siamo quello che pensiamo o
le parole che diciamo.
Quando smetto di identificarmi col pensiero, non sono più
italiano, spagnolo, francese o messicano. Perdo il concetto di
nazionalità, che dipende dalla lingua. Abbandono il dialogo
interiore con me stesso.
In genere, mentre agisco mi vedo agire. È estremamente
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difficile agire senza vedersi agire, ed è ugualmente arduo non
definirsi. Solo un uomo come Bodhidharma ci riuscì.
Quando l'imperatore della Cina gli domandò: «Chi sei?»,
Bodhidharma rispose: «Non lo so».
Ci vediamo agire e, inoltre, sentiamo di portare una maschera. Ogni volta che tentiamo di trovarci, non ci riusciamo.
E la cosa peggiore è che sotto la prima maschera ce ne sono
molte altre. Qual è la soluzione di questo problema?
Se riprendiamo la terminologia di Gurdjieff, abbiamo l'intelletto, il centro emotivo e quello corporale. Quando vogliamo
vedere chi siamo, ci immergiamo nel centro emotivo e, di lì,
vediamo l'intelletto e il corpo. Quando ci situiamo in quello
corporale, vediamo l'intelletto e le emozioni. E quando ci immergiamo nell'intelletto, vediamo gli altri due centri. Questo
vuol dire che per poterci sentire al nostro livello bisogna cambiare di livello, così non ci sono maschere.
Tentare di definirsi è un problema che appartiene solo all'intelletto. Gli altri centri non hanno alcun interesse a definire
alcunché. Il lavoro sull'intelletto consiste, dunque, nel fermare i pensieri inutili, la definizione di se stessi e il dialogo
interiore.
Il lavoro da compiere sul cuore è lo stesso, ma il risultato è
molto diverso. Per imparare il linguaggio del cuore, è necessario fermare le emozioni.
Nell'intelletto, quando smettiamo di pensare, la testa si svuota. Quando l'intelletto pensa, vuole essere, e quando smette
impara a non essere.
Nel centro emotivo avviene il contrario: quando il cuore si
riempie, proviamo il piacere totale. Ci liberiamo dell'enorme
peso del vuoto dovuto al fatto di non amare. La mente deve
svuotarsi e il centro emotivo si deve riempire. L'intelletto è
se stesso quando si svuota (di pensieri). Il cuore è se stesso
quando si riempie (d'amore).
Nel sesso dobbiamo fermare il desiderio. Quando un uomo
ama le donne, ogni donna che gli piace gli provoca un'angoscia,
perché non può averla. Ugualmente, quando una donna ama
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gli uomini, ogni uomo che le piace rappresenta un'angoscia.
Non potremo mai avere tutte le persone da cui ci sentiamo
attratti. Quando il desiderio non è soddisfatto si trasforma in
angoscia perché non abbiamo la capacità né l'opportunità di
soddisfarlo. Quando calmiamo questo centro, però, l'energia
sessuale diventa energia creativa.
,
Sul piano del corpo, il lavoro consiste nel fermare l'azione.
Il corpo vuole sempre essere presente. Si muove in continuazione. Sono poche le persone capaci di stare ferme. In genere,
siamo pieni di tic gestuali. È necessario imparare a stare fermi
tramite la meditazione.
Quando purifichiamo questi quattro centri, appare la quinta
essenza. Una cosa è pura quando è se stessa. I centri purificati
diventano canali recettori della divinità.
Desiderio di Dio, pensiero di Dio, amore di Dio e azione di
Dio. Qui la quinta essenza può parlare e quando si esprime
entra in comunicazione con l'inconcepibile mondo dell'inconscio, quest'oceano infinito. In quel momento troviamo il
nostro cosmo. Ci rendiamo conto di essere un Universo il cui
centro è la quinta essenza. Siamo microuniversi completi,
con angeli, diavoli e un'immensa estensione di galassie. In
quest'immensità ci ritroviamo con noi stessi, cioè col nostro
diamante, la nostra innominabile perfezione.
Al centro della nostra perfezione si trova quello che abbiamo
chiamato il Cristo interiore. Possiamo chiamarlo Brahma o
in qualsiasi altro modo. Questa perfezione è evidentemente il
Regno, il cielo in cui si trova il Cristo, che non è noi e tuttavia
è il motore della nostra vita.
Quando parliamo di questo Cristo, parliamo ovviamente
anche della Vergine Maria. Sono entrambi in noi e formano
il nostro androgino perfetto. Ecco dunque quello che ci portiamo dentro e a cui dobbiamo arrivare. Il Cristo che ci riceve
è il nostro mistero. Non vi sono altri misteri. La nostra unica
finalità è destare il Dio interiore che possediamo affinché si
manifesti attraverso di noi.
205
206
Quadrato Umano
.
della Terra
Se contempliamo la serie de lle Spade dei Tarocchi (dobbiamo
utilizzarla per parlare di tutti gli Arcani minori), abbiamo
dieci carte.
La prima è l'Asso: l'uno corrisponde evidentemente a lla totalità, è il maschio e la femmina, l'androgino. Tutto risiede in
lui, ma solo in potenza. Subito dopo viene una prima coppia,
formata dal due e dal tre. Poi ce n'è un'altra (che metto sopra la
prima, come nello schema riprodotto nella pagina successiva),
formata dal quattro e dal cinque.
Studiando la nurerologia dei Tarocchi, vediamo che queste
prime cinque carte formano il Quadrato della Terra, con il suo
lato femminile a sinistra (il due e il quattro) e quello maschile
a destra (il tre e il cinque). Questi lati sono evidenti nella serie
delle Spade perché su tutte le ca rte a destra figurano delle
spade e a sinistra dei fiori.
Il numero due rappresenta l'inerzia e la ricettività; è tutto
pronto ma non si fa niente: accumulazione.
Il tre equivale all'azione violenta, per smuovere il due dalla
sua inerzia: esplosione. È il primo amore, la prima idea folle,
il primo piacere, la prima scoperta... Sottolineiamo che le
sensazioni che proviamo per la prima volta non saranno mai
identiche a quelle della seconda, perché la prima volta tutto
sembra molto forte. Nel tre, dunque, tutto risulta molto intenso. Ma non dura. È necessario fissare questa prima esperienza
nel quattro.
Il quattro infatti è il numero della stabilità. È il numero
della materia: le quattro gambe di un tavolo. Sicurezza. Nel
Quadrato della Terra, il quattro è il numero perfetto. È L'Imperatore stabile.
Quando passiamo al cinque non possiamo rimanere nel
Quadrato della Terra. Si tratta di un numero dispari, e i numeri
dispari esprimono azione. Il cinque è Il Papa, il ponte verso
un altro quadrato che chiameremo il Quadrato del Cielo. Un
ponte con la vita spirituale: l'ideale.
Il cinque chiama il sei, che è il piacere. Per la prima volta
si abbandona la vita materiale e si conosce la vita spirituale:
Quadrato delCielo
NUMEROLOGIA DEI TAROCCHI
l'unione. Proviamo un tale piacere che corriamo il rischio di
restare bloccati su questo numero.
Il sei nel Quadrato del Cielo corrisponde al numero due
nel Quadrato della Terra, perché una volta che cominciamo a
realizzarci rimaniamo nella nostra realizzazione individuale,
senza pensare ad altro: siamo nel narcisismo.
Di qui passiamo al sette, il numero dell'azione verso l'umanità. Nel sette diciamo: «Mi sono stufato di stare con me stesso,
di tenere tutto questo piacere unicamente per me! Ho fatto una
scoperta interessante, ma se non la dò agli altri, a cosa servirà
la mia realizzazione spirituale?». Quando ci diamo al mondo,
nel sette, possiamo raggiungere l'otto, che è la perfezione,
l'Arcano La Giustizia. Nell'otto abbiamo realizzato la nostra
opera: non possiamo andare oltre. Cosa succede quando non
possiamo più avanzare? Ci rinchiudiamo in un cerchio. La
perfezione diventa un circolo vizioso. Non rimane, dunque,
che morire o cambiare.
Il nove è una crisi tra la vita e la mo rt e: qualcosa di nuovo
che viene a spezzare la perfezione per passare al nuovo ciclo
che comincia col dieci. Il nove è crisi.
Dieci: fine di un ciclo e inizio di un altro, ma su un piano
differente: evoluzione.
LE BEATITUDINI
(Matteo 5,3-12)
Tramite le beatitudini il Cristo ci dà una scala progressiva.
Ciò implica che esse non sono indipendenti una dall'altra. Le
nove beatitudini indicano un perfezionamento che va dal più
piccolo, cioè da ll a cosa più semplice e limitata, fino all'esplosione e alla realizzazione totale, passando dal piano materiale
a quello spirituale.
Abbiamo detto che l'uno è il numero della totalità. A cosa
corrisponde nel Discorso della Montagna?
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
208
Abbiamo visto che essere poveri in spirito non significa
essere materialmente poveri. I potenti hanno sfruttato questa beatitudine per indurre la maggioranza a sopportare la
miseria. Tuttavia, sta scritto: «Beati i poveri in spirito» e non
«beati i poveri».
È la prima frase e indica che il lavoro comincia dallo spirito,
poiché questo ha un'enorme importanza.
I problemi fondamentali dell'umanità sono quelli emotivi.
Le persone che non hanno sviluppato la sfera intellettuale e
sessuale sono emotivamente bloccate.
Il cuore, allora, è la prima cosa da liberare; è popolato da
numerosi desideri: potere, successo, importanza. È colmo di
angosce, gelosie, richieste, rancori, orgoglio...
Avere un cuore malato consiste nell'essere pieni di cose
che non siamo noi, e la nostra più grande sofferenza deriva
proprio dal fatto che non siamo noi stessi. Fin da piccoli ci
viene impedito di esserlo: la famiglia ci dà un destino che non
ci corrisponde.
Beati i poveri in spirito...
Essere poveri in spirito vuol dire allora che il nostro cuore
non è popolato da tutti questi desideri. Siamo poveri e ci accettiamo come siamo, accettiamo semplicemente quello che
ci accade. Il cuore non ha alcun dovere: batte. Ama quando
ama; quando non ama, non ama. Non possiamo obbligarlo a
battere più veloce o più lento del suo ritmo. È un canale privo
di ostruzioni, dove tutto passa: riceviamo l'amore di Dio.
... perché di essi è il regno dei cieli.
Quando lo spirito è povero, quando è quello che è, è una meraviglia. In realtà, Cristo ha descritto un cuore pieno di gioia.
L'essere umano realizzato non anela a essere più di quello che
è: è già un'enormità essere se stessi.
Per quanto concerne il due, che è il numero della gioventù
e dell'accumulazione, troviamo la seguente frase:
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
209
Nel numero uno, che rappresenta la totalità, Cristo dice:
«di essi è il regno dei cieli». Tuttavia, la serie comincia dal
due, e qui Cristo dice «erediteranno la terra». È molto chiaro:
all'inizio del Quadrato della Terra non parla del cielo, bensì
della terra.
Cosa significa «essere due»? Siamo due quando ci rendiamo
conto dell'immensità dell'opera divina.
«Essere come l'acqua che prende la forma del recipiente
che la contiene» disse Lao-tzu. L'acqua è mansueta, soave,
flessibile: si adatta. È per questa ragione che, diversamente
da coloro che sono turbolenti, duri, inamovibili, i «due» erediteranno la terra.
Essere «due» significa non essere frammentati, non avere
un linguaggio categorico e irresoluto. Vuol dire essere flessibili
interiormente, avere un materiale interno che sia stato lavorato
ed entri in comunicazione con noi stessi. Una persona mite e
tale sul piano intellettuale, emotivo, istintivo e corporale: non
si oppone e non ama imporsi. Ha un corpo infinito: eredita la
terra, con la quale forma un'unità.
Una persona mite sa ascoltare gli altri. Valutiamo le voci dei
nostri interlocutori: vedremo che una persona mite ci ascolta
e si adatta alla nostra voce. Al contrario, una persona dura ci
fa disperare, perché siamo obbligati a parlare al suo ritmo:
colpisce il nostro sistema nervoso perché non si connette a ll a
nostra voce. Non ci ascolta: ascolta se stessa.
Chi parla senza sosta ha paura che l'altro intervenga: si trova
all'interno di un discorso narcisista e ascolta solo se stesso.
Non ha bisogno di stare in silenzio o di fare qualche pausa in
modo che l'altro possa parlare a sua volta. È un egoista che
non ha alcuna considerazione per l'altro.
Ereditare la terra vuol dire ricevere in eredità la realtà.
Quando siamo duri trasformiamo la realtà, e in questo modo
non la possediamo per quel che è. Proiettiamo su di essa e la
riduciamo a quello che crediamo di essere. Ciò significa che,
se concepiamo un'immagine molto precisa e fissa del mondo, eliminiamo tutto quello che non corrisponde alla nostra
immagine.
210
Nel tre, che è il numero. dell'azione, Cristo dice:
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
In questa frase delle beatitudini non si allude a un'afflizione provocata da sofferenze. L:afflizione di cui parla Cristo è
di un altro tipo: «Piango perché non sopporto il fatto di non
conoscermi. Piango perché non sopporto la freddezza del mio
intelletto. Piango perché non sopporto le disperazioni che ho
nel cuore: provengono dai miei genitori, dalla mia famiglia
e dalla società; mi sono state inculcate nell'infanzia. Piango
perché sono prigioniero dei miei desideri e non lavoro col mio
corpo, questo corpo bloccato che non mi lascia vivere. Piango
per la mia liberazione. Sono stufo!».
Essere afflitti conduce a una presa di coscienza, e coloro
che la trovano saranno consolati. Per arrivare a prendere coscienza, è necessario essere afflitti.
Nell'«uno» bisogna avere lo spirito vuoto, prepararsi al lavoro e denudarsi. Nel «due» bisogna essere miti, adattarsi e
predisporsi a capire. Nel «tre» bisogna prendere coscienza.
Se viviamo in una casa sporca e non abbiamo coscienza,
ci impregniamo dell'odore. Quando accendiamo la luce, scopriamo la sporcizia e il marciume che popola la nostra casa e
vediamo quel che dobbiamo pulire. Occorre pulirla, naturalmente, ma scoprirlo ci fa piangere.
Nel momento in cui prendiamo coscienza, ci viene voglia di
vomitare per tutti gli errori che abbiamo commesso. Diciamo
a noi stessi: «Sono l'unico responsabile. Mi sono insediato in
questa sofferenza perché mi è familiare. Da bambino, sono
stato abbandonato. Oggi, da adulto, con le persone che mi
amano creo situazioni che le spingono ad abbandonarmi». In
effetti, è così. Creiamo costantemente situazioni identiche a
quelle che corrispondono a ll e nostre sofferenze infantili.
Finché non prendiamo coscienza non avanzeremo, ma per
farlo bisogna essere capaci di piangere.
Piangere, ma non piagnucolare impietositi da noi stessi!
Non si tratta di questo. Il Cristo parla in nome della quinta
211
essenza. A questo livello non si fanno concessioni: si parla di
cose forti, perché se vogliamo giungere al Cristo dobbiamo
scalare la montagna.
Ho già raccontato la storia di Farid al-Din Attar nella qua- .
le un sufi piange; quando i suoi compagni gli domandano il
motivo, egli risponde: «Perché ho tanto bisogno di Dio, però
Dio non ha alcun bisogno di me!».
Abbiamo tanto bisogno della coscienza suprema... Abbiamo tanto bisogno di una verità, di una conoscenza, di una
saggezza, di un Universo divino... Abbiamo tanto bisogno
che il Cristo sia come crediamo che sia... Abbiamo tanto bisogno dell'eternità, dell'infinito, della realizzazione, del trionfo
dell'individuo e dell'umanità... Abbiamo tanto bisogno che i
bambini crescano protetti... Abbiamo tanto bisogno di tutto
ciò che piangiamo.
Siamo così piccoli, minuscoli, infimi, deboli, così «niente
di niente». Siamo meno di un granello di polvere smarrito
nell'Universo, una minuscola rana che salta in un lago immenso e millenario. La nostra mano non è che una delle migliaia e
migliaia di mani. Il nostro sesso non è che uno fra le migliaia
e migliaia di sessi. Il mio bambino, il mio cuore e la mia testa
non sono altro che un bambino, un cuore e una testa fra migliaia e migliaia di bambini, di cuori e di teste.
Abbiamo tanto bisogno di significare qualcosa, di essere
qualcosa.
Chi siamo? Risposta: «Beati quelli che si rendono conto.
Beati quelli che piangono. Beati quelli che prendono coscienza
della loro piccolezza: perché saranno consolati».
La persona che prende coscienza del fatto di non avere alcun
significato, scopre il suo significato. Dice fra sé:
«Ho tanto bisogno di Dio, ma Dio non ha alcun bisogno
di me... Davvero non ha bisogno di me? Io sono qui! Se mi
trovo in questo Universo, è perché Egli ha bisogno di me e io
sono essenziale! Altrimenti non sarei qui, l'Universo non mi
avrebbe prodotto. Nel momento in cui smetto di essere essenziale, sarò cancellato, distrutto. Sono, dunque, un granello di
polvere indispensabile per l'equilibrio universale. Perciò mi
trovo qui.»
Non conosco la mia finalità ma ne ho una, non posso concepire la divinità ma posso utilizzarla senza darle un nome, e
la divinità è in me. Non so a cosa servo, ma sicuramente servo
a qualcosa. Ero qualcosa prima di nascere, e sarò qualcosa
anche dopo la mia mo rte.
Veniamo consolati perché, piangendo e arrivando al culmine della nostra piccolezza, ci rendiamo conto che siamo
completamente e assolutamente significativi.
212
213
E veniamo al quattro. Abbiamo detto che questo numero
corrisponde alla materia. Quando ci arriviamo, siamo ben
installati nella realtà. Ora, la qua rta beatitudine dice:
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Ciò significa che per crescere spiritualmente bisogna capire
le ingiustizie di cui soffre il mondo. Quando siamo testimoni
di un atto ingiusto dobbiamo gridare a pieni polmoni. Se non
possiamo gridare, dobbiamo dirlo e scriverlo. Se non possiamo
scriverlo, dobbiamo sussurrarlo agli altri e, quando non possiamo sussurrarlo, dobbiamo comunque dirlo a noi stessi.
È importante risvegliare in noi il senso della giustizia. Bisogna prendere coscienza della realtà interiormente. Se diventiamo coscienti, saremo sazi. «Avere fame e sete di giustizia»
significa essere ben installati nella realtà.
Col numero cinque abbandoniamo la materialità: come
abbiamo detto, il cinque è un ponte. Finora abbiamo parlato
soltanto di noi: essere miti è una qualità personale, essere
afflitti è un atteggiamento personale e avere fame e sete di
giustizia è un'azione che non coinvolge nessuno all'infuori
di noi.
Nel cinque non possiamo più essere individuali né rimanere
nella sfera materiale: bisogna passare al mondo spirituale.
Qual è la beatitudine che corrisponde a questo numero?
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Che cos'è la misericordia? È perdonare l'altro, ed è molto
importante perché, quando perdoniamo l'altro, ci perdoniamo;
Finché non avremo perdonato i nostri genitori, non perdoneremo noi stessi. Se non perdoniamo i nostri nemici e il nostro
passato, non ci perdoneremo.
Per raggiungere la realizzazione bisogna perdonare tutti
coloro che ci hanno ferito. Cosa significa perdonare? Comprendere l'altro, mettersi al suo posto. Non possiamo avere
misericordia se non abbiamo fatto questo percorso, costituito
da varie tappe:
1) possedere un cuore così com'è, ossia vuoto, mondato dai rifiuti
psichici;
2) essere miti: ascoltare e adattarsi;
3) rendersi conto della nostra piccolezza e trasformarsi in un canale:
se piango vengo consolato; se vengo consolato ho fede; e se ho fede
posso trasmetterla agli altri.
4) perdonare l'altro e mettersi al suo posto.
Quando vogliamo perdonare qualcuno dobbiamo dirci: «Se
mi mettessi nei panni di questa persona, cosa proverei?». Se
lo facciamo, vedremo quanto ha sofferto la persona che ci
aveva fatto soffrire.
Mettiamoci nei panni di nostra madre, che ci ha fatto soffrire tanto: se lo ha fatto è perché non poteva fare diversamente.
Quando facciamo soffrire gli altri, è perché proviamo un dolore
incommensurabile dentro di noi.
Mettiamoci dunque al posto dell'altro e siamo misericordiosi: ci sarà concessa misericordia. Se non perdoniamo l'altro,
non saremo mai perdonati. E da chi, poi? Da noi stessi, anzitutto, dal nostro inconscio.
Essere misericordiosi nei confronti degli altri significa anche andare verso di loro, smettere di giudicare, di criticare, di
parlare male degli altri, di aggredire.
Ci sono molte persone che hanno lingue simili a coltelli: per
costoro — e sono una marea — , la critica è regina, senza di essa
non riescono a valorizzarsi. Ebbene, la misericordia consiste
proprio nell'accettare il valore dell'altro.
Non è questione di pietà: aver pietà di qualcuno che si trova a
214
^
.,
un livello più basso del nostro non vuol dire essere misericordiosi,
solo un altro modo per sentirsi superiori. Siamo misericordiosi è
quando non critichiamo quelli che hanno qualcosa che noi non
abbiamo: perdoniamo quello che sono e che noi non siamo.
Se ho un handicap a una gamba devo essere misericordioso
per riuscire a non odiare tutte le persone che possono ballare.
Se mi sento brutto devo essere misericordioso per amare la
bellezza dell'altro senza soffrire. Se sono un artista devo essere
misericordioso per accettare che esistono altri talenti, altri
artisti. Se pratico una professione — sono medico, psicoanalista, avvocato o quel che sia — devo essere misericordioso per
ammettere che vi siano altri medici, psicoanalisti e avvocati
che ne sanno più di me in certi campi della mia professione.
Essere misericordiosi significa anche esserlo nei confronti
di noi stessi; vuol dire smettere di aggredirci e biasimarci. A
cosa mi serve essere misericordioso con gli altri se non lo sono
con me stesso?
Coloro che sono misericordiosi si avvicinano già al Quadrato del Cielo, perché stanno accettando la società. Senza
misericordia e senza perdonare l'altro non possiamo accettare
l'umanità e tanto meno vedere la perfezione del prossimo.
Col numero sei entriamo nella vita spirituale, nel Quadrato
del Cielo. Prima eravamo nel Quadrato della Terra, che finisce
con la misericordia assoluta: perdoniamo tutto il male che
ci hanno fatto e ci mettiamo al posto dell'altro, perdoniamo
anche quelli che possiedono qualità che noi non possediamo. Perdoniamo tutto ciò che esiste. Abbiamo misericordia.
Comprendiamo.
Solo quando avremo perdonato tutto il male che ci hanno
fatto potremo perdonare tutti gli esseri umani senza distinzione alcuna, compresi gli assassini. Solo allora meriteremo
il perdono e la misericordia. La più piccola critica che proferiamo sporca la nostra perfezione, il più piccolo atto privo di
misericordia inizia a distruggerci. Se non critichiamo l'altro,
non lo giudichiamo, non lo sminuiamo, non lo feriamo... che
liberazione immensa!
Quando cominciamo a comprendere gli altri senza preoccu215
parci di venire compresi, solo allora cominciamo finalmente
a essere compresi. È così che accade, dato che quello che
facciamo al mondo lo facciamo a noi stessi.
Quando passiamo il tempo ad aggredire e criticare, siamo
aggrediti e criticati a nostra volta. Una persona che viene a
parlarci male di un'altra non è nostra amica perché parla male
anche di noi, come di tutti. Una persona che viene a raccontarci
che un'altra ha parlato male di noi, andrà anche a raccontare
a quest'altra quel che diciamo di lei; il suo obiettivo è carpirci
delle parole prive di misericordia: ci spinge ad aggredire l'altro
per poterglielo raccontare.
C'è anche un buon numero di persone che vivono dell'aggressione: non hanno imparato a essere allegri e a dare piacere, perciò devono aggredire. È evidente che quando non
diamo piacere e non ci permettiamo di provarlo, esercitiamo
un'aggressione, perché non accettiamo il piacere dell'altro:
non siamo misericordiosi.
E proprio mentre entriamo nel Quadrato del Cielo troviamo
scritto:
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Penetriamo in un altro ciclo e saliamo di livello. Qui si
diventa profeti e ci si trasforma in uno dei quattro discepoli.
Siamo uno dei quattro punti cardinali.
In questa nuova tappa, cominciamo a entrare in estasi.
Il cuore è impuro. Da dove proviene questa impurità? Ovviamente dall'intelletto, dal sesso e dal corpo. Per esempio, sul
piano del corpo: «Sono una donna. In realtà mi sarebbe piaciuto
essere un uomo». Oppure: «Sono un uomo. Avrei preferito essere
una donna per essere amata da mia madre che non sopporta gli
uomini». Oppure: «Chi sono? Non ho mai conosciuto i miei genitori. Non ho un posto nel mondo». Oppure: «Perché i miei capelli
cominciano a incanutire? Nessuno mi vorrà!». Eccetera.
L'impurità proviene da altri centri. Il cuore in sé non è impuro. È come un bambino. Sono tutte le ferite che gli abbiamo
inferto a renderlo impuro.
216
Come purificare il cuore? Utilizzando la forza per controllare il nostro drago. Non lo uccidiamo né lo respingiamo:
usiamo la forza della persuasione. È l'intelletto che accetta la
forza e scende a persuadere l'animale accarezzandolo. Accarezziamo il nostro io, il nostro animale. Entriamo in contatto
e danziamo insieme a lui.
«Oggi sento che i desideri disturbano i miei ormoni, che mi
salgono agli occhi, cambiano i colori e rendono più intensi.»
Invece di respingere questa situazione, dico a me stesso: «Bene,
gli ormoni m'invadono la vista! Ho il piacere di contemplare
questo quadro, di vedere la realtà un po' più colorata del solito!
Che meraviglia! Viviamoci questo momento! Ciò non sporca
il cuore. Non sono colpevole. Succede così. Oggi il mondo
è pieno di colori e domani sarà grigio. Ci sono le nuvole, la
pioggia, la tempesta. Viviamo quello che ci capita, quello che
succede!».
Quando comprendiamo il nostro animale, lo riconosciamo
e accettiamo l'energia che ci dà. Il cuore allora comincia a
purificarsi. Lasciamolo battere!
Quando il cuore è pulito, dentro vi appare Dio. È lì , nel
nostro stesso centro. È la perla e noi siamo l'astuccio. È evidente che non la vediamo, ma la percepiamo a ogni battito
del cuore.
I cuori puri vedranno Dio. Si renderanno cioè conto che
Dio è tutto. È questo il processo. Vedere Dio non consiste nel
vedere un essere speciale. È impossibile. Tutto è Dio!
Vederlo in tutto vuol dire che quando parliamo la nostra
voce è Dio, i nostri pensieri sono Dio, i nostri sentimenti sono
Dio, i nostri desideri sono Dio, la persona a cui parliamo è
Dio, la mela che mangiamo è Dio, tre metri di seta sono Dio,
l'automobile, il formaggio, il caffè macchiato, il vino, il pane...
Tutto è Dio. La sua fi rma è assolutamente dappertutto.
Col cuore puro viviamo in pieno paradiso. La quotidianità
è un piacere costante.
Quando si arriva al numero sette, bisogna uscire da quello
stato d'animo che sconfina nel narcisismo. In effetti, se vediamo Dio dappertutto raggiungiamo uno stato di benessere a cui
217
corriamo il rischio di aggrapparci. Dato che tutto è Dio, n oi'
facciamo più niente. Questa tappa costituisce un pericolo perch1
ci realizziamo, ma questa realizzazione è ancora personale.
La settima beatitudine parla dell'azione nel mondo. Non
possiamo rimanere indefinitamente nel piacere e nella realizzazione personali. A cosa ci serve aver visto Dio se non Io
comunichiamo? Se tutto è Dio, se l'altro e noi stessi siamo Dio
dobbiamo condividerlo. A questo punto, il Cristo esclama:
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Cominciamo a fare opera di pace a partire dal momento
in cui vediamo Dio dappertutto. Ciò significa che, una volta
conosciuta la verità, è necessaria l'azione, l'opera. Bisogna impegnarsi ad agire. Senza azione, la verità non serve a niente.
A questo stadio, il lavoro consiste nel mostrare agli esseri
umani la perfezione che li abita. Dobbiamo far sì che la vedano affinché non dimentichino e ricordino. Bisogna aiutarli a
purificare il loro cuore, dare loro i mezzi e dir loro: «Ascolta!
Posso aiutarti a scoprire la tua verità. Posso insegnarti a imparare da te stesso».
Fare opera di pace è mostrare all'altro come trovare la sud
pace.
Quando abbiamo il cuore puro e vediamo Dio, sappiamo
che anche la mo rt e è Dio e allora troviamo la pace.
Se capisco questo, il mio problema è risolto, perché so che,
nell'ultimo istante, entrerò in Dio. Egli mi riceverà: sarò accompagnato e sarò accolto, riconosciuto, amato e ascoltato.
So di essere nell'amore, nella protezione e nella coscienza
totale di Dio. Egli mi aiuta ogni giorno, mi sostiene. Non mi
preoccupo più di realizzarmi: è Lui a inviarmi la realizzazione.
Se mi ha creato è perché sono utile, e mi utilizza perché sono
al suo servizio. Il giorno in cui Egli dovrà eliminarmi, non lo
farà: mi richiamerà a sé perché Egli è me.
Conosco questa forza che abita nel mio cuore e mi sostiene.
Per me è un amico, un padre e una madre. Godo della sua
compagnia per sempre, per l'eternità dell'eternità. Godo della
218
comprensione, dell'amore, della coscienza. Non esiste un solo
millimetro di me che non sia nelle mani di Dio.
So che Dio mi vede e, dato che Lui mi vede, non posso pensare qualsiasi cosa. Tutti i miei pensieri sono come offe rt e, e
così tutte le mie parole. Tutti i miei sentimenti e i miei desideri
sono belli e puri. Non posso vivere se non nella bellezza. Se
non fosse così, sarei un tempio sudicio: sono fatto per Dio e,
se è così, tutto in me si dona a Lui.
Dato che ho visto Dio possiedo la pace, e se la posseggo
insegno anche agli altri come ottenerla. Faccio opera di pace
aiutandoli a fare la pace con se stessi, a trovare la loro pace
interiore e non la mia.
Nel numero otto, l'Arcano dei Tarocchi è La Giustizia, e la
corrispondente beatitudine parla de ll a giustizia:
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Abbiamo segnalato che l'otto rappresenta la perfezione. Giustamente, quando attingiamo a questa perfezione, arriviamo
alla promessa del numero uno (la totalità) che dice: «Beati i
poveri di cuore, perché di loro è il regno dei cieli».
È evidente che siamo perseguitati dalla giustizia perché, dal
momento in cui cominciamo a fare opera di pace, subiamo la
persecuzione delle persone che non hanno pace e non vogliono
che regni, poiché non è conveniente per loro. Queste persone
si approfittano dell'assenza di pace negli altri e basano tutti i
loro affari su questa assenza. Questi affari possono svilupparsi
perché mangiamo ciò che non abbiamo, compriamo ciò che
non possediamo, obbediamo perché ci obbligano con la paura
e perché non siamo sicuri di noi stessi. Obbediamo a un altro
dio e non a Dio, a un altro potere e non a quello della nostra
divinità interiore. Coloro che lottano contro la pace edificano
il proprio regno, dunque, mediante il terrore, la congiura contro la realizzazione, l'ingiustizia, abusando della mancanza di
sicurezza, della sporcizia interiore degli altri.
Ecco perché siamo perseguitati per causa della giustizia. Ep219
pure siamo contenti, perché siamo coscienti di fare il bene. Nei
momento in cui arriviamo alla sommità del nostro pensiero,
sappiamo automaticamente che rischieremo tutto: la società
tenterà di eliminarci.
Perciò, una volta saliti questi otto gradini e fatta opera di
pace, bisogna rischiare tutto per imporre al mondo l'idea che ci
abita. Raggiungiamo la nostra perfezione e ci perseguitano: è il
ladro che, dopo aver rubato all'uomo onesto, lo accusa pure.
In questa beatitudine, il Cristo ci sta dicendo con decisione:
«Non occupatevi di quello che dicono di voi! Non preoccupatevi delle critiche che vi muovono! Andate avanti! Non lasciatevi
distruggere! Siate impeccabili e implacabili! Continuate, costi
quel che costi! Non scendete a compromessi! Non accettate
approssimazioni! Se volete una cosa, rifiutate i sostitutivi, i
derivati simili! Che sia precisamente ciò che desiderate! Non
fate concessioni!».
Forse risponderemo: «Ma è necessario fare concessioni».
È falso! Non dobbiamo farne. Osserviamo il gioco e immergiamoci dentro senza concessioni, essendo sempre «miti»,
dolci, flessibili!
È strano essere miti senza fare concessioni. Sembra contraddittorio, antitetico. Eppure, consiste nel far filtrare il nostro
messaggio senza distruggere le forme che ci incatenano. Un
seme può distruggere un macigno se lo si lascia cadere in una
piccola cavità. Non possiamo distruggere un sistema: bisogna
entrare nel suo cuore e pulirlo, e poi mettere la nuova realtà
dentro quel sistema.
In ogni caso, ogni volta che siamo perseguitati e criticati
perché abbiamo fatto del bene, siamo felici. Che bene o che
male può farci l'ottenere o no un premio?
Il Cristo non chiede mai di essere riconosciuto dagli altri, dalla Legge di Mosè! Segue la sua via fino a farsi crocifiggere.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
«Per causa mia», cioè a causa della purezza del nostro Dio
interiore, a causa della vita che portiamo in noi, concentrata,
pura e senza alcuna sporcizia. Dobbiamo essere felici quando
ci insultano perché l'insulto non corrisponde assolutamente
a ciò che siamo: lo sappiamo con certezza. Possono darci del
cammello: non per questo avremo la gobba.
Non si tratta affatto di masochismo. Non si tratta nemmeno
di provocare mille e una situazioni per farsi insultare e perseguitare, dicendo fra sé: «È bello essere perseguitati».
Essere felici quando ci insultano significa che l'insulto o la
persecuzione non ci toccano. Sappiamo difenderci psicologicamente, possiamo resistere e continuare la nostra opera: in
un modo o nell'altro, non ci ferma nessuno. Quando sparlano
di noi, inoltre, siamo felici e questo ci conferma nel fatto che
non dobbiamo deviare di un solo millimetro dalla nostra via
spirituale. Conosciamo già il nostro Dio interiore. Doniamo la
pace agli altri e insegniamo loro a trovare la propria. Siamo
già degli apostoli.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa
nei cieli.
Col nove arriviamo alla fi ne del ciclo. È un numero doloroso
perché implica un cambiamento totale e assoluto. Nei Tarocchi
è l'Arcano chiamato L'Eremita. L'eremita ha fatto il suo lavoro
e ora deve solo rompere la propria perfezione per accedere '<<
un nuovo stato. La nona beatitudine è:
Se abbiamo scalato la montagna e siamo arrivati fi n lì, ci
mancano il piacere e la gioia perché la nostra ricompensa è
grande nei cieli.
La ricompensa è il piacere e la gioia. È la pace, l'illuminazione, la grazia, la trance e l'estasi. È la danza planetaria.
Danziamo con tutti i pianeti. Viviamo in mezzo all'Universo.
La galassia è nella nostra testa e nei nostri piedi. Nel tempo e
nello spazio siamo assolutamente coscienti del regalo che ci
è stato fatto. Abbiamo ricevuto in dono il gioiello più grande
che possa esistere, la coscienza cosmica, possediamo questo
immenso regalo. Che meraviglia! Il sole è per noi. Le stelle e
le galassie sono per noi. La vita è per noi e anche la divinità.
Riceviamo tutti questi inconcepibili regali nel piacere e nella
gioia.
220
221
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima
di voi.
Quando il Cristo finisce il suo discorso, coloro che lo ascoltano e lo mettono in pratica diventano profeti perché, frase
dopo frase, la divinità li guida a scalare questo sentiero de ll e
beatitudini.
IL SALE E LA LUCE
(Matteo
5,13-16)
Una volta che siamo diventati profeti e viviamo nel piacere e
nella gioia, Cristo, vedendo il cammino che abbiamo percorso,
ci descrive così:
Voi siete il sale della terra...
In altre parole: «Voi vi siete illuminati. La terra che non è
illuminata, che non ha fatto vivere la divinità nel suo cuore, è
una terra oscura. Si secca e non si conserva».
Il sale conserva e dà sapore agli alimenti. Una terra senza
sale, dunque, è corrotta. È grazie agli illuminati, a coloro che
hanno seguito la via delle beatitudini, che l'umanità conserva
un sapore. L'eternità esiste grazie a tutti coloro che l'hanno
accettata nel proprio cuore. Dicendoci «Voi siete il sale della
terra», Cristo ci dice: «Siate felici! Avete un senso nel mondo:
gli avete dato il suo sapore. Non sentitevi separati! Nel mondo,
voi siete un prodotto puro».
Siamo quel che siamo, siamo un prodotto de ll a nostra
epoca. Siamo il sale de ll a terra. Tutte le persone che sentono il mondo e sentono la necessità di parlare del Vangelo e
della divinità, sono il sale della terra. Sono l'elemento che la
conserva.Sptimnques'ora,ltvà
distrutta e non ci sarà mai più sale. Dunque, ha bisogno d
noi.EabmsgnodiquetDr,so
Cristo interiore.
ma se il sale perdesse il sapore...
222
Cioè, «se voi perdeste la fede».
... con che cosa lo si potrà render salato?
A partire dal momento in cui abbiamo preso coscienza, non
possiamo più perderla. È impossibile. Non c'è via di ritorno.
Se siamo arrivati al livello del nove, passiamo al dieci e siamo
il sale della terra. Non possiamo perdere il sapore, dato che
il sale è costituito da un solo elemento: il sale stesso. La terra
è composta da molti elementi, mentre il sale non è altro che
sale: se non è quel che è, in cosa si trasforma? Perciò, teniamo
desto il nostro Dio interiore.
A null'altro serve che ad esser gettato via e calpestato dagli
uomini.
Quando non abbiamo sapore e non siamo i conservatori del
valore profondo dell'uomo, siamo calpestati, bistrattati. Siamo
il sale, allora! Conserviamo il nostro sapore, perché un solo
granello di sale dà sapore a tutto l'oceano.
Voi siete la luce del mondo...
Abbiamo compiuto il nostro lavoro: «Se sboccia un fiore, è
primavera in tutto il mondo».
Se accendiamo una piccola luce nel nostro cuore, l'accendiamo in mezzo all'Universo. La nostra piccola luce è quella
del mondo, poiché è nel mondo: è quest'ultimo a produrla.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una
città collocata sopra un monte...
Il nostro Cristo è su un'altura: in cima alla montagna.
... non può restare nascosta una città collocata sopra un
monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio,
ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono
nella casa.
Una volta che abbiamo acceso la nostra piccola lucerna, non
dobbiamo nasconderla. Essa splende per tutti gli esseri che,
nella casa, restano al buio. Ciò significa che quando qualcuno
si illumina, illumina tutta la società.
223
IX
La mia luce è tua, la tua luce è mia. La creiamo insieme.
Non dobbiamo pensare che la nostra luce sia piccola, poiché
è universale. Un giorno la vedranno anche coloro che adesso
sono ciechi.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini...
Questo vuol dire: «Fate risplendere la vostra luce! Date l'esempio!».
... perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al
vostro Padre che è nei cieli.
Esiste un Padre. Faccia a faccia con Dio, faccia a faccia con
l'umanità, siamo tutti bambini.
Quando avremo compiuto la nostra opera, non saremo ringraziati. Sarà ringraziato il Padre (che per me equivale all'androgino universale), dato che è stato Lui a creare l'opera. È
stato Lui a fare la luce. È stato Lui a fare di noi il sale.
Nell'opera che realizziamo si riconosce la forza che ci spinge, di cui siamo soltanto un anello della catena.
Cristo non dice: «Sarò riconosciuto per le tue opere». Com 'è
fo rt e l'inconcepibile semplicità con cui si fa da pa rt e e afferma:
«Riconosceremo il Padre dalle tue opere». Non parla di se stesso in quanto essere umano. Parla dell'enorme, incredibile forza
che lo possiede. Noi stessi, che siamo il sale, siamo posseduti
da una forza tremenda, innominabile, incommensurabile,
potente, misteriosa e indefinibile. È il nostro Dio interiore.
Attraverso i nostri atti e le nostre parole si riconoscerà questa forza indicibile che riversiamo sul mondo.
GESÙ E LA LEGGE
(Matteo 5,17-21)
Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti;
non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
Con questa frase Gesù vuole dire: «Fino a oggi le Scritture
erano parole svuotate di azione. Non sono venuto a cambiare
niente: sono venuto a realizzare».
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche
minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e
agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei
cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella
degli scribi e dei farisei...
Cioè, la giustizia che è racchiusa nella Bibbia.
... non entrerete nel regno dei cieli.
Un libro non contiene la verità. La verità risiede nel nostro
cuore.
Se non superiamo gli scribi e i farisei, non entreremo nel
regno dei cieli. Per entrarvi bisogna essere miti, essere afflitti,
aver fame e sete di giustizia, essere misericordiosi, possedere
un cuore puro, fare opera di pace ed essere perseguitati dalla
giustizia. Bisogna accettare di essere il bersaglio di tutte le
224
225
s uperiore, infatti, solo quando abbiamo regolarizzato i livelli
precedenti.
critiche del mondo perché, in questo mondo non illuminato,
luce infastidisce e turba.
Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario...
Come possiamo metterci d'accordo con il nostro avversario?
Bloccando il conflitto con lui da noi stessi. Cosa può farci
quest'individuo? Cosa ci preoccupa? Rispondiamo con la pace!
Rappacifichiamoci con l'immagine che ci siamo fatti di tutti i
nostri nemici, con tutti gli esseri che ci abitano. Perdoniamo
tutti coloro che ci hanno fatto del male! Non conserviamo di
loro un'immagine negativa che continuerà a perdurare dentro
di noi! Dobbiamo ricordare che siamo noi a creare tutta l'antipatia che crediamo di vedere negli altri. Gli altri non sono
antipatici: sono esseri umani. Siamo noi a creare l'antipatia.
Noi stessi creiamo i nostri nemici.
Possono benissimo derubarci. Non c'è motivo per farne
un problema, è un fatto oggettivo. Qualcuno può darci uno
schiaffo: anche questo è un fatto oggettivo. Se non ci sentiamo
aggrediti personalmente, possiamo perdonare quell'uomo che
non sa niente di noi e agisce mosso dai suoi problemi, di cui
non sappiamo niente.
Manteniamo puro il nostro cuore! Mettiamoci subito d'accordo col nemico! Siamo noi il nostro peggior nemico. Mettiamoci d'accordo con noi stessi! Non lasciamo che l'inconscio
diventi nostro nemico! Rappacifichiamoci.
ASSASSINIO E RICONCILIAZIONE
(Matteo 5,21-26)
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere...
Cristo interpreta in un altro modo le Tavole della Legge e i
dieci comandamenti. Non ha davvero paura di niente: parlando
così, rischia la vita. Dice:
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà
ucciso sarà sottoposto a giudizio.
È quello che dicono gli scribi e i farisei, che si attengono
alla lettera.
Cristo si spinge oltre, affermando: «Questo comandamento
va più lontano dell'interpretazione letterale».
Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà
sottoposto a giudizio.
A partire da qui, Cristo comincia a dirci: «Fa' la pace dentro
di te! I problemi esteriori non sono più importanti di quelli
interiori!».
Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e
chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per
via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il
giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione.
Trattare gli altri come se fossero «pazzi», «stupidi», sminuirli e criticarli, sono atti che meritano l'inferno (nella Bibbia,
la Geenna è l'inferno, il tormento del fuoco).
Si tratta del giudice e delle guardie interiori. «Venire get-
tato in prigione» significa essere confinato in se stesso fino
al termine della vita. Se non risolviamo il nostro conflitto
interiore, saremo condotti davanti al giudice interiore: noi
stessi ci puniremo e per tutta la vita rimarremo confinati in
Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che
tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono
davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e
poi torna ad offrire il tuo dono.
Prima di presentare le offe rt e, dobbiamo risolvere i nosm
piccoli problemi. Possiamo entrare in rapporto con un livello
226
noi stessi.
!
In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato
fino all'ultimo spicciolo.
227
Finché conserveremo interiormente dei debiti con qualcuno
e non ci saremo rappacificati con tutto ciò che esiste in noi
resteremo prigionieri di noi stessi.
ADULTERIO E SCANDALO
(Matteo 5,27-30)
Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi
dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
In tal caso, commettiamo migliaia di adulteri al giorno! Chi
è del tutto esente da adulterio scagli la prima pietra! Tutti,
assolutamente tutti, siamo nella condizione di adulteri.
Qui il Cristo parla del lavoro interiore. Ci sprona a conoscerci
davvero per ottenere la realizzazione. Ci consiglia di esplorare
le nostre pulsioni, tutti i nostri adulteri interiori, e di non raccontarci storie, di non essere ipocriti con noi stessi. Dobbiamo
accettare l'adulterio dentro di noi per poterlo canalizzare! Dobbiamo accettare le nostre pulsioni, i nostri desideri!
Se il tuo occhio destro...
Notiamo che Cristo segnala l'occhio destro e non il sinistro.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e
gettalo via da te...
Penso che l'occhio destro sia quello intellettuale, e il sinistro
quello del cuore, l'occhio profondo, quello della ricettività. Il
destro è l'occhio del lato paterno.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e
gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri,
piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.
Se immaginiamo di essere un cesto di mele che rappresentano tutti i nostri aspetti, dobbiamo gettare via la mela
marcia. La nostra vita dipende dal punto di vista che ci è stato
inculcato. Da bambini impariamo un punto di vista e vediamo
la vita in funzione di quello. È il punto di vista del bambino.
Dobbiamo gettarlo via perché ci impedisce di vivere la nostra
pienezza. Vale a dire che se il mio occhio destro (il mio punto
di vista sulla vita) mi disturba, non mi lascia raggiungere la
pienezza, devo strapparmelo. Devo cambiare punto di vista.
Quanti occhi destri da strappare ci sono in ognuno di noi?
Se sei un uomo e desideri la donna di un altro, il problema
non è che brami una donna, ma il fatto che sia la donna di un
altro: commetti adulterio perché non desideri tua moglie ma
un'altra donna. Se sei una donna e non desideri il tuo uomo
ma un altro, ti trovi nelle condizioni di adultera.
Succede lo stesso quando, dentro di noi, non desideriamo il
nostro lato femminile (per questo motivo bisogna «mutilarsi»
una parte destra o sinistra).
Se desideriamo un altro essere femminile invece di quello
che ci corrisponde, commettiamo adulterio con noi stessi,
poiché siamo androgini e dobbiamo vivere tanto la nostra
femminilità quanto la nostra mascolinità.
Quando bramiamo la donna di un altro, non desideriamo
nostra moglie. Psicologicamente, instauriamo una relazione col marito della donna che desideriamo, una relazione
omosessuale.
Desideriamo la donna di un altro, o desideriamo nostra
madre o mille altre cose e, nel nostro intimo, non vogliamo
riconoscere che dentro di noi c'è una donna. Desideriamo la
donna di un altro perché, dal nostro punto di vista, quell'altro
è migliore di noi. L'adulterio, per come lo concepisco, consiste
nel non vivere la nostra donna interiore (quando si è uomini)
o il nostro uomo interiore (quando si è donne).
Come può un occhio essere occasione di scandalo? Si tratta
di un simbolo: l'occhio è una parte di noi. Come possiamo
gettare via una parte di noi? Questa pa rte che è occasione d
scandalo deve essere un'illusione. Non può essere vera.
Scandalo è inciampare, cadere, è lasciarsi prendere dall'infanzia.
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229
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo...
cavalo e gettalo via da te...
divento completamente femminile, fino al punto da risultare
falsa. Non vivo la mia vita: recito un ruolo da donna. Modifico la forma del mio naso, cioè ne elimino il lato paterno.
Faccio di tutto per diventare essenzialmente femminile, ma
il lato maschile che rifiuto cercherà un'altra donna. Non sarò
mai soddisfatta della donna in cui mi sono trasformata. Farò
amicizia con donne che vivono il proprio uomo interiore e,
nel caso siano sposate, se posso andrò a letto con i loro mariti.
Sarò un'adultera.
Allo stesso modo, per esempio, se io (donna) rifiuto la mia
donna interiore, cercherò nell'uomo il mio lato femminile
che rifiuto.
Se abbandoniamo il punto di vista infantile, la nostra vitti
cambierà. Potremo modificare il nostro passato.
conviene che perisca uno dei tuoi membri...
Cioè, «il tuo punto di vista».
piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.
Cioè, «piuttosto che tutto il tuo corpo entri nella sofferenza».
Cambiamo punto di vista!
E se la tua mano destra...
Cristo parla sempre de ll a mano destra. La mano è il simbolo
della scelta. La mano destra è la scelta razionale, senza fede.
ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te:
conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto
il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
IL RIPUDIO
(Matteo 5,31 32)
-
Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di
ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il
casodinubt,lepa'driochunqespa
una ripudiata, commette adulterio.
Se rifiuto la mia donna interiore, la spingo all'adulterio. La
induco cioè a desiderare un'altra cosa diversa da me, ma senza
di lei non posso vivere come uomo. Ciò significa che, invece
di esaltare me stesso, cercherò la realizzazione in un guru,
dicendo a me stesso che il suo io è più impo rt ante del mio.
Se sono donna e ripudio il mio uomo interiore, non posso
vivere come donna e induco il mio uomo interiore all'adulterio. Spingo quelle energie alla ricerca di un'altra donna, cioè,
cerco quale modello per la mia vita una «madre divina», una
Maestra a cui mi arrendo ciecamente.
Se sono donna e non voglio assolutamente essere un uomo
230
k
231
X
che ha voluto dire Cristo, ma niente di più. Perciò dobbiamo
avvicinarci in totale umiltà.
Questa preghiera è come un Arcano dei Tarocchi: possiamo
sempre dire qualsiasi cosa in merito, e quel che diciamo è
immancabilmente giusto ma non definitivo.
LA PREGHIERA
(Matteo 6,5 9)
-
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per
essere visti dagli uomini.
IL TESTO DETTATO DALLA DIVINITÀ
Cristo afferma che non è necessario pregare in pubblico.
Dunque, non pronunceremo questa preghiera nel tempio, né in
chiesa o nelle cattedrali. Non è una preghiera da dirsi quando
gli altri ci vedono: non è destinata agli ipocriti che pregano in
pubblico per essere notati.
Padre nostro che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome;
Venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Poiché tuo è il regno,
tua la potenza e la gloria
nei secoli dei secoli.
Al contrario dell'Ave Maria, che è una preghiera concepita
dalla Chiesa, il Padre nostro — secondo il mito per gli atei, secondo il dogma per i credenti — proviene direttamente dalla
divinità. Dato che si tratta dell'unica preghiera dettata dalla
divinità stessa, esso rappresenta il testo più impo rtante nella
storia della cristianità. Dobbiamo accettarlo in quanto è i1
testo chiave.
In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Gli ipocriti si fanno vedere, applaudire: hanno dimostrato
di essere persone perbene, hanno soddisfatto la loro vanità.
Nient'altro.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera...
Questa preghiera è stata creata per essere pronunciata
in solitudine: in casa nostra, nella stanza più appartata. È
.
una preghiera intima, più di tutte le altre. Non c'è bisogno
di sacerdoti, di compagni né di congreghe. Bisogna dirla da
soli.
La vera preghiera, dunque, è qualcosa che riguarda soltanto
ciascuno di noi.
e, chiusa la po rt a...
Chi può vantarsi di saper interpretare correttamente le pa
role di Cristo? Dato che Cristo è la vetta, nessuno può imprk
dronirsi di questa preghiera. Possiamo avvicinarci a quello ,
Chiudere la porta significa separarsi momentaneamente
dal mondo, dimenticare le necessità, i desideri, i sentimenti,
i pensieri. Svuota il tuo spirito.
232
233
Il Padre è tutto amore. È l'amore assoluto, l'impulso vitale.
È la vita stessa quella che ti dà questo Padre. Egli ti sorregge,
ti tiene in vita.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa
la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede
nel segreto, ti ricompenserà.
Dov'è la tua camera? Tuo Padre è lì quando chiudi la po rt a?
La tua camera è dentro di te. Perciò, cercala in te. Chiudi la
po rt a e prega tuo Padre che è lì, dentro di te, nel tuo silenzio.
Quando diciamo «Padre», di cosa stiamo parlando?
Non appena si pronuncia questa parola, si parla di sperma. Il
Padre è dunque il principio attivo, il principio della vita, colui
che depositerà il seme. In seguito è necessaria una Madre per
generare quella vita.
In qualche pa rt e di te, tu sei la Madre. E in qualche altra
pa rt e sei il Figlio.
Nel mito non c'è prima di tutto la Madre. C'è, però, la Figlia
La Vergine Maria, naturalmente, è la Madre, ma diventa tale
solo dopo essere stata Figlia. Maria è la Figlia del Padre, poi
diventa Madre.
È necessario non fare confusione: in qualche pa rt e siamo
la Madre, ma non il Padre.
Pregando poi, non sprecate parole come i pagani...
Non recitare parole, frasi fatte. Non sgranare formule. Non
enunciare senza sapere cosa dici.
i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.
Cristo nega completamente tutti quei canti, quelle formule,
quelle preghiere che non sono altro che parole. A parole non
costringeremo mai il Padre ad ascoltarci. Perciò Cristo dice:
Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali
cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
.
Gli chiedi qualcosa, ma Egli sa già di cosa hai bisogno. Sa
benissimo di cosa hai bisogno, e si aspetta solo che tu agisca
secondo la sua volontà.
La guarigione essenziale consiste, così, nell'entrare in comunicazione col proprio Dio interiore.
Lo scopo della vita si può capire solo quando si stabilisce
una relazione col proprio Dio interiore, chiusi nella nostra
camera, senza che nessuno ci veda, soli.
C'é in noi una pa rt e che non siamo noi e che è quanto abbiamo di meglio. Dobbiamo entrarci in rapporto. Se riusciamo a stabilire una comunicazione, quella pa rt e conosce con
esattezza ciò di cui abbiamo bisogno e ce lo dà, perché vuole
che ci realizziamo e raggiungiamo la pienezza. Essa ci darà la
nostra creatività. È la grande promessa del Padre nostro.
e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Allora la tua preghiera sarà ricompensata, perché tuo Padre ti vede. Vale a dire che in te c'è un Padre, un principia
divino.
Ognuno di noi ha suo Padre dentro di sé, un Padre che ci
vede costantemente e non ci critica. Non è il Super-Io che
rimprovera e distrugge.
In qualche pa rt e di te troverai il tuo grande amico, qualcuno
che ti ama, ti perdona e ti assolve. In qualche pa rt e di te c'è
qualcuno che non ti considera affatto colpevole. Qualcuno
ti rispetta, ti perdona, ti ama, ti aiuta se lo vuoi, ti capisc
perfettamente. In qualche pa rt e di te c'è il tuo testimone, che
conosce con esattezza il tuo immenso valore.
È a questo essere che devi darti.
In te non c'è un Padre terribile, un Padre che punisce, un
nemico, un censore, qualcuno che ti opprime e ti castra, che
ti sorveglia e non ti ama.
234
NOI
:.
Analizziamo ora il motivo per cui, se sono completamente solo
in una stanza chiusa, dico «Padre nostro» invece di «Padre
mio», dato che Egli è dentro di me.
Il concetto di Padre implica il riconoscimento di un creatore.
Quando diciamo «Padre», accettiamo di essere creature create;
235
accettiamo inoltre che nessuna delle nostre azioni, nulla di ciò
che fa il nostro io, il nostro ego, proviene da noi. Dire «Padre»,
perciò, equivale a dire: «Sono umile», «Non sono il creatore
bensì il trasformatore». Vuol dire anche: «C'è una parte di me
che non sono io. Io sono creato». Significa accettare la possibilità di generare in quanto Madre. Accettare la femminilità, la
ricettività, il mistero incommensurabile. Vuol dire farla finita
con l'orgoglio. Accettare il Padre.
Perché non «Madre»? Perché la Madre prende l'energia del
Padre, l'energia maschile, per creare il Figlio.
E qual è l'energia del Padre? È tutto il presente.
Per questo motivo la Vergine prende l'energia del Padre, la
prende completamente.
Possiamo assorbire in noi l'energia del Padre: ciò significa
che l'atto della preghiera consiste nel raggiungere lo stato della
Vergine Maria, accettare il Padre e aprirsi completamente a
Lui.
E perché dico «nostro»? Perché non sono uno, ma molti.
Sono un intelletto: un'aquila. Ma sono anche un angelo:
un cuore. Sono un leone: un sesso e un istinto. E sono un
animale sacrificale: un corpo. Dentro di me ci sono almeno
quattro identità.
E non solo quattro! Sono un feto e un bambino di un anno.
Sono un fanciullo di sette anni e contemporaneamente un
adolescente e un adulto. Tutte queste età sono piani, strati che
coesistono in me.
Quando ti vedo, non vedo una persona ma molte: una moltitudine. Per cominciare, sei almeno quindici persone: tu,
tuo padre, tua madre, i tuoi nonni e i tuoi bisnonni. Sei tutto
questo, qui e ora. Sei il tuo paese. E più indietro, sei tutta la
tua razza. Più indietro ancora, sei tutte le razze. E ancora più
indietro, sei tutti gli esseri che sono morti e tutti quelli che
nasceranno. E molto più indietro ancora, sei tutte le galassie
e l'Universo intero.
Allora, quando diciamo «nostro», rappresentiamo gli esseri umani, tutte le personalità che portiamo dentro di noi:
i nostri nemici, i nostri amici, i nostri compaesani. Tutto ciò :,
siamo noi.
Siamo l'albero e l'ossigeno, la pietra, l'animale, il sole, la
luna.
«Nostro» significa che non possiamo rivolgerci al Padre in
solitudine, perché non siamo mai stati soli. Non siamo «uno».
Uunica «persona» che è Uno è il Padre: Lui è l'Uno, tutto il
resto è la molteplicità.
Non puoi, pertanto, pregare in quanto te stesso, perché non
possiedi un io individuale. Sei molti. Quando preghiamo veramente, parliamo a nome di tutti gli esseri che ci abitano.
Fa' pregare tutti gli esseri che sono in te! Fa' pregare i nemici
che ti hanno fatto del male! Fa' dire loro «nostro» insieme a te!
Fa' pregare tutti gli animali che hai conosciuto, tutte le
«stelle» del cinema e della televisione che hai visto!
Fa' pregare tutti i tuoi parenti! Tutti i bambini! Le persone
che hanno fatto l'amore con te!
Fa' pregare la tua mano, il tuo fegato, che ha la sua vita,
il tuo cuore, che va avanti da solo: non sei tu a farlo battere,
ma il Padre.
Fa' pregare tutti i morti e tutti gli esseri che nasceranno!
Tutto deve pregare. Tutte le immagini che sono dentro di
te e popolano la tua memoria. Tutte le persone, e sono tante,
che ti hanno fatto del bene, e anche il gran numero di persone
che ti hanno fatto del male.
Quando t'immergi nel segreto del tuo cuore, farai pregare
tutto il mondo nell'unità del Padre.
Nel Padre nostro, quel «nostro» sarà gigantesco, universale.
Nostro. Tutto l'Universo dirà «nostro» tramite la tua voce.
Questa è la preghiera. Se non è l'Universo intero a dire «nostro», non c'è preghiera, dal momento che la preghiera consiste
precisamente nel dimenticare del tutto ciò che crediamo essere
la nostra individualità.
È l'abbandonarsi assoluto al mondo e quindi alla pace, dato
che, in quel «nostro», tutte le paure e le angosce si placheranno
mentre parliamo col Padre che ci ascolta. Tutte le aggressioni
si sopiranno. Tutti gli esseri che non ci hanno amato o non ci
amano, così come quelli che ci amano, tutto si rappacificherà
perché troverà un'unità nel Padre. Di conseguenza, pregheremo in pace.
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237
Valuta tutto ciò che chiedi. Con fronta, nel tuo intimo, quanto chiedi rispetto a quanto offri. Vedrai che la tua richiesta è
una montagna e la tua offerta un granello di polvere.
Chiediamo, chiediamo sempre. Chiediamo al padre, alla
madre, ai fratelli e alle sorelle, alla società. Chiediamo a chiunque. Chiediamo alla vita, e diamo pochissimo.
Cominci a dare quando il cuore si spezza. Allora ti rendi
conto di essere veramente solo e dici fra te: «Non posso essere
così solo. Almeno c'è qualcuno che mi ama! Senza amore, sarei
morto». E in quell'istante-entri nel più profondo di te stesso .
Quando ti ami, inizi a dare e smetti di chiedere.
Dicendo «Padre nostro che sei nei cieli», smettiamo di elemosinare. Non chiediamo più niente: siamo giusti e riconosciamo di possedere molto.
Padre nostro che sei nei cieli...
Com'è possibile che il Padre non sia in cielo? Il cielo è dove
si trova Lui: bisogna dunque capire che il Padre è sempre in
cielo, perché dove arriva Lui c'è il cielo.
Se il Padre va all'inferno, quel posto non è più l'inferno perché lì c'è il Padre. Dove si trova il Padre, ecco dov'è il cielo. Il
Padre non può stare altro che nel cielo perché Egli trasforma
subito in cielo il posto dove si trova.
Se Egli si trova dentro di me, cosa sono io, allora? Sono il
cielo. Nel momento in cui riconosco il Padre dentro di me, lo
pre sento: sento questo Dio interiore. All'improvviso cado in
uno stato di beatitudine, di estasi, poiché divento tutto cielo.
Lo sono in quanto il Padre può esistere soltanto nel cielo .
Comunicare integralmente e totalmente col Padre, allora, significa ritrovarsi in cielo assieme a Lui.
Questa preghiera è una progressione. Per noi il cielo è lo
spirito, e il Padre prima di tutto è il nostro spirito.
È in cielo. Dobbiamo ricordare che ci sono quattro regni:
del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e della Vergine Maria.
Nel primo vige la Legge di Mosè. Poi viene il regno di Crist o .
che è il compimento dei Vangeli. Ma dopo quello di Cristi
viene il regno dello Spirito Santo: quello in cui si raggiungerâ
la coscienza collettiva.
-
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Tutti siamo lo Spirito Santo. Quando lo riconosceremo, ci
trasformeremo in Lui. Ci incarneremo allora nel migliore dei
mondi, il più puro e verginale, e creeremo l'Universo che ci
meritiamo. Sarà il regno della Vergine Maria.
E chi potrà avvalersi di questo regno? Ci saremo finalmente
tutti. Saremo tutti Giuseppe, dato che, secondo il mito, è lui
il primo ad avvalersi dell'incarnazione di Dio: ne ha goduto
subito perché è il padre spirituale di Cristo.
Padre nostro che sei nei cieli...
Immaginiamo quel cielo! Quella via spirituale! Come diventa
meravigliosa nel riconoscere questo principio vitale, questo
incommensurabile potere, quest'eternità che ciascuno di noi
porta in sé.
Non è nemmeno più necessario aver fede per riconoscere
che da qualche parte dentro di noi ci sono l'eternità e l'infinito.
Oggi, nella nostra civiltà, lo può capire chiunque. In noi esiste
una particella infinitesimale che è eterna e che chiamiamo
Padre in questa preghiera.
Questa particella ha la potenza della divinità. È un potere
d'amore enorme, colossale. Lo portiamo dentro di noi: nel momento in cui riconosciamo questa pa rte interiore, che siamo
religiosi o mistici oppure no, nel momento in cui lo viviamo
e ci doniamo a esso, il dolore svanisce, ogni persecuzione si
dissolve, tutto se ne va, perché questo aspetto della vita non è
altro che un'illusione. Non rimane che l'estasi.
«Mi abbandono nelle tue mani. Se sei mio Padre, io sono
tuo figlio. Allora, per favore, trattami come tale! Nutrimi!
Dammi quello che voglio! Cosa voglio? Quello che Tu vuoi.
Cosa desidero? Quello che Tu desideri. Qual è il mio scopo?
Il tuo. Qual è la mia gioia? La tua. Qual è il mio amore? Il
tuo.»
sia santificato il tuo nome...
Qual è il suo nome? Conosciamo il nome del Figlio, Gesù
Cristo, ma qual è il nome del Padre? Che cosa possiamo santificare se non ne conosciamo il nome? E chi lo può conoscere?
«Padre» non è un nome.
239
Qui arriviamo alla frase più bella del mondo, poiché ci viene
chiesto di santificare qualcosa che non conosciamo.
Tu soffi i per amore perché conosci la persona che ami. Se
non la conoscessi, come potresti soffi ire? Per amare bisogna
conoscere. Se non conosci una persona, come puoi amarla?
Non si può amare ciò che non si conosce.
In ogni caso, come si può amare quel nome se non lo si
conosce? Qui ci è richiesta la prova più grande: l'ignoranza.
Amare senza conoscere. Ci è richiesta la fede. Ci viene detto:
«Santifica un nome che non conosci!».
Quindi, non conosciamo il nome del nostro Dio interiore.
E perché non lo conosciamo?
Tra il nome della divinità e la divinità stessa non c'è alcuna
differenza, dal momento che non c'è dualità. La divinità è il
suo nome. Se il cervello lo conoscesse esploderebbe, dato che
non potrebbe contenerlo.
Bisogna ricordare che ogni volta che si domanda a Dio:
«Chi sei?», Egli risponde sempre: «Io sono colui che sono».
Non dice mai il proprio nome all'interlocutore.
Bisogna santificare il suo nome senza conoscerlo. Questo
significa amare Dio, il Padre, sapendo che non lo percepiremo
mai coscientemente.
Non possiamo arrivare con la coscienza a questa zona che
vogliamo raggiungere. Dio non esiste, Dio è.
Questa meraviglia è dentro di noi, ma non possiamo conoscerla. Abbiamo quindi bisogno di una fede molto grande per
accettare il Padre senza avere mai piena coscienza di Lui. Non
lo vediamo, ma Lui ci vede. Riconosciamo la sua presenza ma
non possiamo conoscerlo.
Allora santifichiamo il suo nome, ma rinunciamo a conoscerlo perché non ne abbiamo la capacità.
La versione ecumenica dice (Matteo 6,9):
a cercarmi?». Ciò significa che Egli è dentro di noi ma che
non possiamo raggiungerlo con la coscienza. Bisogna avere
fede.
Allora, quando dico «sia santificato il tuo nome», si realizza
il fenomeno: sono in piena estasi e ti santifico senza vederti,
senza conoscerti, senza percepirti, senza definirti. So che Tu
ci sei per pura fede.
L'unico modo di percepire la divinità è la fede. Non ne
esiste un altro. Quando si dice «vedo la divinità», è una bugia. Non possiamo vederla perché non può entrare nei nostri
occhi. È infinita, e i nostri occhi vedono solo cose finite. Non
possiamo sentirne l'odore perché è al di là di noi, non ci
entra nel naso. Non possiamo pensarla: il nostro intelletto è
troppo piccolo per contenerla. Non possiamo amare la divinità: è necessario che essa ami noi, poiché il nostro cuore è
troppo piccolo per farlo. Non possiamo viverla: è molto più
grande di noi.
Così la divinità ci vede, ci conosce, ci ama, ci pensa, e noi,
lasciandoci amare, ci trasmettiamo il suo amore. Ci lasciamo
possedere e ci trasmettiamo la sua energia sessuale. Ci lasciamo accarezzare. Ci lasciamo nominare.
Venga il tuo regno...
Dio: ti riconosco come tale. Accetto cioè che tu abbia un
nome e accetto anche il fatto di non conoscerlo.
Tuttavia, lo Zohar dice: «Se non mi conosci, come farai .°
Ciò significa che lo spirito entra nel nostro corpo per la
prima volta. Grazie all'accettazione della fede e del Dio interiore, il Regno, il Padre ci possiede e ci attraversa per tutta la
nostra vita.
Prima di accettare il nostro Dio interiore, la vita era tenebrosa, poiché è Lui la luce. Tutta la sofferenza che abbiamo
sperimentato ci è toccata in sua assenza: il suo regno non
c'era.
Tutto ciò che abbiamo vissuto prima di averlo accettato
nella nostra preghiera non faceva pa rt e del suo regno: erano
le tenebre. Ma da quando possediamo la fede e accettiamo il
suo nome e il suo principio creativo, tutto il nostro essere si
riempie di luce.
240
241
Padre nostro che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome...
Nella nostra vita tutto diventa pienezza. La nostra infanzia'si colma in un istante. Il Padre esplode nella nostra infanzia
e sommerge il passato doloroso... Entra in nostra madre che
diventa una Vergine Maria. La luce entra in nostro padre trasformandolo in un meraviglioso Giuseppe. Entra nel feto che ï
siamo trasformandoci nel Cristo. Attraversa tutta la nostra
vita e noi diventiamo angeli di luce perfetta.
Quando accettiamo il Regno, diventiamo degli esseri di luce.
A quel punto la luce penetra nei nostri nemici, nella natura,
nel momento storico in cui viviamo. Entra nel presente e il
Regno è qui, adesso, come una fiamma risplendente. È il suo
regno.
Tutto l'Universo brucia e noi siamo in cima alla montagna.
Siamo l'Universo, bruciamo con lui. Il momento in cui le stelle
fiammeggiano con l'Universo, con tutte le entità cosmiche,
con tutte le entità sotterranee, è un momento impareggiabile.
Siamo il fuoco universale, il presente totale.
Allora ci poniamo al centro dell'Universo e sentiamo l'innominabile momento che stiamo vivendo. E in quegli istanti
portentosi c'è la creazione, c'è il Padre... e c'è il suo nome. E
il suo nome siamo noi! È Lui a nominarci. Siamo nel Regno
perché l'abbiamo accettato.
È una gioia senza limiti, una festa eterna.
sia fatta la tua volontà...
La nostra volontà non è niente paragonata a quella del Padre. Tutto si realizza se ci adattiamo alla sua volontà.
Mai nella vita siamo forti come quando siamo deboli. Mai
nella vita siamo più pieni che quando ci svuotiamo. Mai nella
vita diamo più amore che quando cancelliamo dal nostro cuore .
tutto l'amore individuale.
sia fatta la tua volontà...
«Mi do alla tua volontà.» Se lo faccio, tutto si realizza e
tutto va bene.
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
242
Cosa significa questa frase? La terra è il nostro corpo, è
questo pianeta. Dobbiamo dunque accettare la volontà del
Padre nel nostro corpo.
Il corpo non è il luogo dell'angoscia né della mo rt e. Affinché la sua volontà si compia nel nostro corpo, accettiamo
la morte perché sappiamo che non esiste, l'accettiamo nel
nostro corpo. Accettiamo la vecchiaia, il dolore, le malattie,
il sesso, la bellezza e la bruttezza. Accettiamo il nostro corpo
così com'è. Se Tu ci hai fatto così, accettiamo quel che siamo.
Siamo quello che Tu vuoi.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano...
Ciò significa che, ogni giorno, abbiamo a nostra disposizione un pane. Esiste quindi un alimento per noi, nell'Universo. Se
vogliamo amore, c'è amore. Se vogliamo creatività, c'è creatività. Se vogliamo piacere, ce n'è. Se vogliamo coscienza, eccola.
C'è tutto quello che vogliamo. Se accettiamo il Padre interiore,
sappiamo che ogni giorno avremo quello che ci manca.
Non bisogna dire: «Dacci il pane per tutto l'anno»! Ciò significherebbe sminuirsi e aver bisogno di rassicurazioni.
Immaginiamo un figlio che dice al padre: «Voglio che mi
ami per sempre». Il padre gli risponde: «Figlio mio, ti amo oggi.
E non c'è nient'altro che l'oggi». E se il figlio insiste: «Vorrei
avere questa casa per sempre», il padre ribatte: «Ce l'hai oggi, e
non c'è altro che l'oggi». E se il figlio aggiunge: «Vorrei questo
corpo per sempre», il padre gli suggerisce: «Questo corpo ce
l'hai soltanto oggi. Goditelo oggi, il tuo corpo!».
Mangia il tuo pane oggi! Domani, si vedrà. Ogni giorno po rt a
con sé il suo pane e ogni volta il pane è diverso.
Ogni giorno avremo coscienza. Ogni giorno sarà la gioia, la
serenità, l'amore, la creatività.
Godremo della più grande compagnia, quella di noi stessi.
Impareremo a stare con noi stessi e così non sentiremo mai la solitudine e potremo stare con gli altri. La solitudine non esiste.
Quando amiamo qualcuno, non bisogna chiedergli più di
quanto riesce a darci in quel momento.
La via si percorre passo dopo passo. Se un passo è intenso
e perfetto, lo sarà anche quello successivo. Pensiamo a fare
243
ogni passo in maniera perfetta, non alla via. Non chiediamo
altro che il nostro pane quotidiano. E cioè: qui e ora, il nostro
presente. Possiamo concepire l'estasi che rappresenta questo
fatto? Il pane quotidiano è tutto l'Universo.
e rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori...
Perdonare chi ci ha offeso significa essere forti, adulti. Significa comprendere gli altri, poiché per perdonare qualcuno
che ci ha dato uno schiaffo bisogna capire perché ce l'ha dato.
Bisogna capire perché ci hanno derubato, perché ci hanno
fatto male.
Le prime persone che ci hanno offeso sono quelle del nostro
albero genealogico: le quindici o trenta persone venute prima
di noi. Cerchiamo di capirle!
Perché nostra madre ha dovuto complicare il nostro parto?
Perché ha contratto la vagina? Qual è stato il motivo? Cercandolo, verificheremo immediatamente che all'origine c'erano i
suoi problemi con l'uomo che ci ha generato. Come mai aveva
dei problemi? Da dove provenivano?
Nessuno vuole coscientemente fare del male agli altri. 'Siamo sempre figli di vittime. Cosa provoca allora tutti questi
danni?
Perché una persona ci ferisce?
Nel mondo del cinema un tale mi derubò di una somma
consistente. Perché mi derubò così tanto? All'inizio della sua
vita era stato abbandonato all'Assistenza pubblica e, credendo
che nessuno l'avrebbe mai amato, aveva bisogno di dominare,
Lo perdono per avermi derubato, dato che so perché l'ha fatto:
è il prodotto di un'immensa sofferenza. Rubava l'amore che,
secondo lui, non avrebbe mai ricevuto. I dollari che accumulava erano una metafora delle carezze di cui l'aveva privato
la madre.
Perdoniamo tutte le persone che ci hanno provocato delle
malattie, tutti coloro che ci hanno fatto del male.
Se non lo facciamo, abiteranno dentro di noi come archetipi
negativi.
244
Nemmeno una persona sgradevole deve abitare nel nostro
spirito, che deve essere pura gioia.
Se lasciamo entrare nella nostra testa delle persone terribili, allora c'è qualcosa di terribile in noi. Se dentro di noi ci
sono molte persone spaventose, allora noi stessi siamo spaventosi.
Cambiamo le persone che abitano nel nostro intimo! Ricordiamo che tutto quello che c'è in noi siamo noi stessi!
Il giudizio che formuliamo su una persona definisce noi
stessi. Tutto ciò che diciamo parla di noi: siamo tutto.
Per perdonare ci occorre un'enorme pazienza. Non obblighiamo gli altri ad andare più veloce di quel che possono! Perdoniamo agli altri la mancanza di comprensione. Ripetiamo
mille volte quello che ci hanno chiesto. Andiamo piano.
Quando avremo perdonato tutti quanti, allora il nostro Dio
interiore ci perdonerà. Viceversa, se noi che siamo esseri semplici, un io individuale, non siamo capaci di perdonare un'offesa, come potremo pretendere che la divinità ci perdoni?
La divinità è la nostra perfezione interiore che ci osserva e
ci dice: «No, nel tuo intimo non sei perfetto. L'aggressione che
vedi fuori di te, ti possiede».
Ancor più in profondità, bisogna perdonare a partire dalla
nascita e perfino prima. Bisogna perdonare la civiltà e la storia.
Finché non lo faremo, non saremo liberi.
Se non perdoniamo quelli che ci hanno danneggiato, saremo
sempre loro prigionieri e non potremo volare in cielo, verso
la pace interiore.
11 dolore non porta a niente. È come un cappotto di cui
occorre disfarsi.
Soffi ire perché un bambino ha fame non serve al bambino.
Al contrario, se mi affi etto subito a nutrirlo, in piena estasi,
allora l'aiuto.
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Se dovessimo scegliere una pa rte del nostro corpo per edificare un tempio alla divinità, in quale pa rte lo situeremmo?
Potremmo concepire che Dio possa abitare nel nostro sesso?
245
Sarebbe normale, dato che il sesso è il luogo dove risiede la
più grande potenza d'eternità.
In realtà, quando si dice «Padre nostro» ci si appella alla
forza del sesso. Non si invocano le potenze del cervello, poiché
l'intelletto è il luogo in cui Dio non potrebbe mai abitare. Il
posto dove potrebbe situarsi meglio è il sesso.
E nel sesso, chi lo chiama? La chiamata proviene dal cuore.
Si invoca l'energia sessuale per condurla all'intelletto. Il cuore
è il Cristo, ma il Padre è il sesso. Il Regno è nel sesso, il potere
nel cuore e la gloria nell'intelletto.
Normalmente si lascia il sesso fuori dalla Chiesa, come se t^
fosse la sporcizia incarnata: c'è un errore da qualche pa rt e.
Infatti, non è possibile che l'essere umano abbia in sé qualcosa di sporco. Non è possibile che il piacere e l'orgasmo, se
esistono, siano creazioni del diavolo. Sarebbe come ammettere che il diavolo abbia collaborato con Dio nella creazione
dell'uomo.
Allora, quando Cristo dice «non ci indurre in tentazione
non si tratta della tentazione sessuale. La vera tentazione e
un'altra: è il desiderio individuale, l'ego.
«Non ci indurre in tentazione.» Sappiamo che il diavolo si
identifica col desiderio di benefici personali, di guadagni. La
Bhagavadgita dice: «Pensa all'opera, non al frutto».
La tentazione è pensare al frutto e non all'opera. Ecco la
grande tentazione, la tentazione dell'ego.
La tentazione più grande consiste nel voler esistere al posto del Padre, nel non accettare il Padre e nel voler essere no
stessi la divinità.
«Non lasciare che mi trasformi nel diavolo, cioè nel mio
ego! Non lasciarmi pensare di essere il mondo! Non lasciarmi
desiderare di essere l'Universo! Non lasciarmi pensare che Tu
esisti e io esisto!» Questa è la tentazione.
è il Padre. È questa divinità incommensurabile, questa divinità
interiore.
Finché non riconosciamo la nostra divinità interiore non
abbiamo obiettivi nella vita e non sappiamo cosa fare. Non
sappiamo costruire un tempio. Non sappiamo amare. Non
sappiamo dare. Non sappiamo creare. Non sappiamo fare
niente. Siamo come bambini inabili e folli. Sappiamo odiare,
detestare, uccidere: viviamo nel caos.
Poiché tuo è il regno,
tua la potenza e la gloria...
A volte si pensa che il sesso sia il potere, ma non c'è potere
più grande di quello del cuore. Il Regno corrisponde al sesso
perché è quello il luogo in cui Egli abita: è lì che si crea. Poi
vengono il potere dell'amore nel cuore, e la gloria, ossia la
luce, nell'intelletto.
nei secoli dei secoli.
Vale a dire, oggi. Qui e ora, perché qui e ora equivale a dire
nei secoli dei secoli. Il presente totale.
... ma liberaci dal male.
Il male è dimenticarsi di Dio.
Non c'è male più grande che dimenticare il Padre. Se la
nostra vita conduce alla pazzia, alla nevrosi, alla psicosi, all'ima
potenza, al caos, è perché dimentichiamo che il nostro centre
246
247
XI
che coloro che lo hanno annunciato gli hanno dato la vita.
Perciò, in un certo senso, il Cristo riconosce in Giovanni suo
Padre e sua Madre.
Noi saremo il padre e la madre della coscienza collettiva,
saremo riconosciuti: questo è il secondo giorno.
I PRIMI DISCEPOLI
(Giovanni 1,35-51)
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli...
TESTIMONIANZA DI GIOVANNI
(Giovanni 1,19-28)
Affrontiamo ora il Vangelo di Giovanni: vedremo che inizia,
come la Genesi, con un fine settimana, il settimo giorno, con
la prima manifestazione della gloria di Gesù alle nozze di
Cana. Nel prologo di Giovanni si ripete, dunque, la creazione
del mondo.
L'avvento di Cristo nel mondo inizia con la «Testimonianza
di Giovanni»: questo è il primo giorno.
Alcuni sacerdoti domandano a Giovanni il Battista: «Sei tu
il Cristo, il Messia? Sei tu Elia, il profeta?»; in effetti vogliono '.
ucciderlo perché sta battezzando. Lui risponde: «No, no... io
non sono il Messia, non sono il profeta. Io sono la voce che
Il terzo giorno, insieme a Giovanni ci sono due discepoli,
e cosa fa lui?
e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco
l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così,
seguirono Gesù.
È davvero bello che un Maestro veda passare un altro uomo
e dica ai suoi due discepoli, che ha battezzato, «Seguitelo!»,
privandosi di loro. In tal modo riconosce il valore del prossimo.
È bello perché Giovanni avrebbe potuto avere la grande
È il secondo giorno. In questo capitolo Cristo va da Giovanni '
e gli chiede di essere battezzato.
È Cristo a dirgli «Battezzami» e a farsi battezzare: cosh
facendo, concede a Giovanni l'immenso onore di riconoscere
tentazione di creare una setta e di tenere con sé i propri discepoli.
Quante persone conosciamo che lasciano andare i propri
discepoli, riconoscendo che un altro è migliore di loro? Quanti
padri e madri lasciano andare i propri bambini? Quanti mariti lasciano andare le mogli e quante donne lasciano andare
i mariti? Sapendo che qualcuno farà più bene a una persona
che noi, lasciamo che vada da lui?
Giovanni lo fa. È la prima lezione ed è molto bella: lascia
che i suoi discepoli se ne vadano quando si trova di fronte un
Maestro più grande.
È lui, quindi, che offre a Cristo i primi discepoli. Immaginiamo con quale amore li ha preparati affinché, nel momento in cui
chiede loro di seguire Cristo, lo facciano immediatamente.
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249
grida nel deserto: "Preparate la via delSignore", come disse il
profeta Isaia»
.
L'AGNELLO DI DIO
(Giovanni 1,29-34)
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che
cercate?». Gli risposero: «Rabbi (che significa maestro), dove
abiti?».
Dov'è il Maestro? Dove abita dentro di te? Quando ti domandi: «Chi sono?», devi precisare la domanda e chiederti:
«Dove sto?».
C'è un Dio interiore dentro di te. Dove sta? Nel cervello?
Nel sesso? Nel cuore? Dov'è situato il tuo Dio interiore, questo
collegamento con l'infinito e l'eternità?
Cerchiamo di rispondere.
«Dove abiti?» è la prima domanda che i discepoli di Giovanni rivolgono a Cristo. È anche il primo quesito che dobbiamo
porci: dove abita il mio Dio interiore? Nel più profondo di me
stesso? E dove si trova? Dove?
Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro
dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui.
Presso di lui! Presso il Dio interiore! Non si può abitare che
presso di Lui. Non si può essere che Lui.
Ci rendiamo conto che, se siamo abitati da un Dio interiore,
Egli ha un potere tale che non può scegliere un posto qualsiasi
ove risiedere? Deve abitare in un posto dentro di noi molto
prezioso, un posto che gli si confà. Le cellule che lo contengono
(perché anche le cellule lo contengono) sono cellule elette.
In noi c'è una Vergine Maria che contiene Dio, perché solo
la Vergine può farlo. Non è l'ego, bensì la Vergine che è in noi.
a contenere il Cristo. E lla è così potente che, quando il potere dell'Altissimo l'avvolge con la sua ombra, viene penetrata
dalla luce ed è capace di riceverla. Non si disintegra, le sue
ovaie non esplodono. Pensiamo un'altra volta alla forza dell.i
sua vagina!
Alludendo a questa forza, un pittore del Medioevo ha dipinto
un quadro in cui compare vicino alla Vergine una donna con
una mano bruciata. Questa scena i llustra una leggenda che non
ha niente a che vedere con le Scritture ma che è stata molto
popolare. Secondo questa leggenda, quando la Vergine stava
per dare alla luce Gesù, Giuseppe andò a cercare un'ostetrica.
250
Ma quando la donna arrivò, il bambino era già nato. Maria
disse di essere vergine, ma lei non le credette e volle verificarlo
mettendo le dita nella vagina della giovane madre: fu allora
che si bruciò la mano. Ciò significa che la vagina della Vergine
aveva un potere fenomenale. La donna si mise a piangere e a
implorare perdono. La Vergine le disse: «Toccami». L'ostetrica
posò la mano bruciacchiata sul ventre di Maria e nel farlo
guarì. Questa è la storia che raccontava il popolo.
È una leggenda e non un mito, ma da qualche parte dentro
di noi c'è un nucleo potente che può contenere il nostro Dio
interiore; altrimenti, esploderemmo.
Abbiamo una Vergine Maria interiore. Forse è addormentata: la Bella Addormentata. Se dorme, non possiamo comunicare col nostro Dio interiore, non si incarna. Solo la Vergine
Maria può contenere la divinità. La Vergine è una via per
arrivare a Cristo. Quando svegliamo questa Vergine possiamo
arrivare al nostro Dio interiore.
Comunque, non è necessario restare vergini, eternamente
puri, belli, incommensurabili, perfetti per tutta la vita. Se
quando l'angelo l'ha chiamata lei avesse risposto: «Impossibile! Non voglio!», non si sarebbe realizzato niente. Maria può
anche aver avuto a un certo punto la tentazione di conservare
l'imene, di non diventare donna, di non dare vita alle sue ovaie,
di respingere la maternità. Avrebbe potuto dire all'angelo: «No,
sono vergine e mi conserverò così. Non mi läscerò fecondare.
Amo me stessa». Era questa la tentazione.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò
per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il
Messia» (che significa il Cristo) e lo condusse da Gesù.
Così, il terzo giorno i discepoli erano tre.
Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea;
incontrò Fi li ppo e gli disse: «Seguimi».
Filippo incontra Natanaele e lo conduce da Gesù. Natanaele
riconosce in lui il Figlio di Dio e anche lui lo segue. E così ci
sono altri due discepoli.
251
Tra il primo e il quarto giorno Gesù trova cinque discepoli;
Poi tutto tace e tre giorni dopo si celebrano le nozze di Cana.
Cristo compie il suo primo miracolo il settimo giorno. Ci mette
sette giorni per preparare il suo primo segno. Proprio come
nella Toràh, secondo la quale la creazione dell'Universo si
compie in sette giorni.
IL PRIMO SEGNO: LE NOZZE DI CANA
(Giovanni 2,1-12)
Tre giorni dopo...
Cioè: il terzo giorno. Nei quattro giorni iniziali Cristo trova
i suoi primi discepoli: stabilisce le sue basi. Poi, nei tre giorni
seguenti e fino al settimo, si presenterà lo Spirito.
Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era
la madre di Gesù.
Cinque discepoli più Cristo fanno sei. È possibile interpretare geometricamente il numero sei?
Se il lettore visita la cattedrale di Notre-Dame a Parigi,
noterà, entrando, sulla sua destra un'alta vetrata su cui fi gura
una croce di Davide a sette punte: la settima è al centro. Se il
lettore visita il tempio buddhista nel Bois de Vincennes, alla
periferia di Parigi, vedrà che sulla porta sono disegnati sette
punti disposti nello stesso modo.
Cristo compie il primo miracolo il settimo giorno. E quante
persone sacre sono presenti? Cinque discepoli, il Cristo e la
Vergine Maria, cioè in totale sette.
La struttura matematica del mito è interessante.
252
Lo sposalizio ha luogo in Galilea, la Galilea delle nazioni.
Cos'è uno sposalizio? Una festa in occasione di un atto di
fecondazione. È l'unione di un maschio e di una femmina,
dell'uomo e de ll a donna, del cielo e della terra.
Anticamente, sul piano simbolico, la donna rappresentava il cielo e l'uomo la terra. Poi, culturalmente, il padre si è
trasformato nel cielo e la madre nella terra: così si credeva al
tempo dell'avvento di Cristo.
Il Messia viene in un momento di crisi internazionale: l'impero romano domina molte nazioni. Il popolo è oppresso e
lotta per la sopravvivenza. La religione ebraica stessa versa
in una situazione critica: i sacerdoti sono al servizio dei governanti. Lo studio della Bibbia è stato regolamentato e si
trova nelle mani degli scribi che servono la Legge di Mosè:
venerano i libri e danno più importanza al significato letterale
che al cuore.
Cristo si presenta proprio in questa congiuntura critica.
Appartiene a ll a nuova generazione di ebrei che desidera diffondere la sapienza in tutto il mondo invece di mantenerla nel
circolo chiuso del popolo eletto.
Il primo miracolo di Cristo avverrà, dunque, in occasione
dell'unione di un uomo e una donna, l'unione di una coppia
in un momento di crisi in cui manca lo Spirito. Data questa
carenza, la festa non può certo andare bene.
Dentro di noi, nessuna festa, nessun matrimonio possono
andare bene e prosperare se il Dio sconosciuto, il Dio interiore,
non è presente.
253
gnifica che è la nostra Vergine interiore che deve mettersi in
azione: deve obbligare il Dio interiore a manifestarsi, perciò
deve manifestare un proprio potere e una propria volontà:
deve manifestare il desiderio.
È per mezzo del desiderio che dobbiamo risvegliare in noi
la volontà di fare qualcosa. Il violento desiderio di realizzarci!
Per questo è necessario risvegliare le nostre forze sessuali, che
sono pure e be ll e.
La Vergine dice a Cristo:
La nostra mascolinità e la nostra femminilità sono sul punto .
di unirsi, di sposarsi.
Però manca qualcosa: il principio attivo e la ricettività devono unirsi; il sesso e l'intelletto devono sposarsi.
Possiamo risvegliare tutta la nostra creatività, tutto il nostro
ma senza la vita emotiva profonda, senza il cuore,
dove si trova il Dio sconosciuto, nulla funzionerà.
Il matrimonio che vogliamo non potrà realizzarsi: non cadremo in estasi, non saremo sempre gioiosi, non conosceremo
la nostra eternità.
È in questo contesto che arriva Cristo.
Non hanno più vino.
Ciò significa: «Tu sei il vino. Tu sei Dio, sei tu che generi
l'ebbrezza, perché io sono ebbra di Dio. Se non c'è l'ebbrezza
della divinità ora che sei qui, manifestati! Da' loro il vino!».
Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era
la madre di Gesù.
Maria è presente al matrimonio.
Siamo lì per il matrimonio: il corpo è lì. Quando si realizzerà in noi lo sposalizio fra la nostra pa rt e mascolina e quella
femminile, la Vergine sarà presente.
Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel
frattempo, venuto a mancare il vino...
g
Mancava il vino. Sappiamo che il vino è il simbolo della
pienezza, del risveglio spirituale, della coscienza cosmica
dell'ebbrezza divina...
In queste nozze la gioia era dunque assente, poiché mancava il vino.
Cristo arriva e si ritrova a una festa insipida, triste, mentre
un matrimonio deve servire proprio a cadere in estasi.
.
... la madre di Gesù gli disse...
Contrariamente a Gesù, che rimaneva appartato con i suoi
cinque discepoli, Maria si è resa conto.
Cristo aveva entusiasmato e stupito i suoi discepoli, ma nel
bel mezzo della festa, quando mancava il vino, rimaneva a
braccia incrociate. Nonostante tutta l'iniziazione del mondo,
tutta la bellezza, tutto il potere, il Dio interiore non si manifestava. Era compito della Vergine farlo manifestare.
«Lei disse»: fu Maria infatti a parlare, non Cristo. Ciò s
254
E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è
ancora giunta la mia ora».
Non disse «madre» o «mamma», bensì «donna»: la riconosce come donna.
«Che ho da fare con te, o donna?»: c'è un enorme rigore
spirituale in queste poche parole che Gesù e Maria si scambiano.
Quante volte Cristo dice «donna» nel Vangelo di Giovanni?
Oltre a dire due volte questa parola alla Vergine (una alle
nozze di Cana e un'altra sulla croce, nel momento in cui affida la madre a Giovanni), egli la pronuncia altre tre volte.
Vediamo a chi e in quali circostanze: questo forse ci offrirà
spunti interessanti.
Cristo dice «donna» nel corso della conversazione con la
samaritana (Giovanni 4,16-19):
«Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui.» Rispose la
donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non
ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora
non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la
donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta».
Cristo perdona la samaritana; poi, rispondendo a una sua
domanda, dice (versetto 21):
255
Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo
monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.
A questa donna dice: «è giunto il momento», mentre a
un'altra, la Vergine, aveva detto: «Non è ancora giunta la
mia ora». Questa volta parla a una peccatrice, a una donna
che ha una vita sessuale molto intensa, e questa donna che
conduce un'intensa attività sessuale lo riconosce e diventa sua
discepola. Cristo dice una seconda volta «donna» quando si
rivolge all'adultera. Gli scribi e i farisei la conducono da lui
affinché la giudichi, poiché quella donna è stata sorpresa in
fl agrante reato di adulterio.
Cercano di tendere una trappola a Cristo, ma lui risponde
loro (Giovanni 8,7):
Chi di voi è senza peccato, scagli per p ri mo la pietra contro
di lei.
Allora tutti rinunciano a lapidarla e se ne vanno; poi, Cristo, ,
dice all'adultera (Giovanni 8,10):
Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?
E poi aggiunge:
Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più.
L'adultera è la seconda donna che ha un'intensa vita ses
suale, e lui la perdona.
La terza volta dice «donna» a Maria di Magdala (o Maria
Maddalena), che la tradizione ritrae spesso come una prosti
tuta convertita. Sta cercando il corpo di Cristo che è sparit
dall a tomba. Le si presentano due angeli vestiti di bianco nell
stesso punto dove si trovava il corpo e le chiedono (Giovanna.
20,13-15):
Quando Cristo risuscita, la prima persona davanti a cui si
manifesta non è sua madre, bensì Maria Maddalena, che ha
avuto un'intensa vita sessuale.
Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia
ora.
Perché dice che non è ancora giunta la sua ora? Perché
esita: non gli sembra ancora venuto il momento perché sa
che il suo primo miracolo provocherà inevitabilmente la sua
crocifissione.
Fare il primo miracolo significa essere crocifisso, ma non
è la crocifissione lo scopo di Cristo, bensì la risurrezione. È
fare tutto quello che ha fatto dopo essere stato crocifisso, è
diventare il cuore dell'Universo.
Quindi la donna che ha di fr onte è sia sua madre sia sua
figlia. (All'inizio, quando l'angelo parla a Maria, lei è figlia di
Dio; Dio parla a sua figlia e poi la possiede. Lei, quindi, è sua
madre e in seguito sua moglie. D'altra parte, potrebbe il Cristo
avere una donna che non avesse un livello spirituale pari al
suo? Se non è la Vergine Maria, chi mai potrebbe essere?)
È dunque la madre, che è anche la moglie e la figlia, a condannarlo alla crocifissione... e alla libertà.
La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».
Subito lei lo compromette socialmente. Non lo ascolta e lo
obbliga a superare la sua titubanza.
Fate quello che vi dirà.
«Donna, perché piangi?» Rispose loro: «Hanno portato via
il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si
voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi
cerchi?».
Dal momento in cui Maria pronuncia queste parole, Cristo si trova di fr onte a persone che si aspettano da lui delle
indicazioni. Tutti i servi lo guardano e lui, confuso, si tiene
in disparte.
Maria lo spinge ad agire: ciò significa che se vogliamo risvegliare il nostro Dio interiore, se vogliamo darci a Lui, dobbiamo
metterlo in azione. È necessario dirgli: «Nella mia vita manca
questo e quello. Nella mia vita non c'è vino. Non c'è estasi».
Se ci risponde: «Non è venuto il momento de ll a mia manifestazione», dovremo obbligarlo: «Queste sono solo parole! Ci
256
257
vogliono fatti! Immediatamente! Forza! Creatività! Mi metto
subito a creare, mi getto nell'opera!».
Il nostro Dio interiore potrebbe tergiversare: «Ma no! Per
preparare l'opera mi occorrono vent'anni!», ma noi dovremo
insistere: «No! Obbedisci! Ce n'è bisogno. Obbedisci!».
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei,
contenenti ciascuna due o tre barili.
Se un barile equivale a quaranta litri, ogni giara aveva una
capienza dagli ottanta ai centoventi litri. Sottolineiamo che si ,
tratta di sei uomini - Cristo e i suoi cinque discepoli -, come
sono sei le giare di pietra: ci sono tante giare quante le persone ;'
i ll uminate.
E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo.
Questa frase è di enorme sottigliezza. Immaginiamo la st L na che si svolge tra i servi, non tra gli invitati; questi stanno `.
semplicemente aspettando.
Dunque, da una pa rt e ci sono i servi al lavoro: preparano
il matrimonio, il banchetto, servono in tavola... Sono preoccupati perché non hanno niente da off ' ire: sono le persone;
umili. Dall'altra parte ci sono gli invitati: i religiosi, gli scribi;
non sono allegri: sono adepti di una religione che non gli si
confà più.
Vicino ai servi che lavorano c'è Maria, questa donna incrc ^ dibile che accompagna quell'uomo straordinario, contemplato
dai suoi discepoli con ammirazione e fede.
Quando i servi si avvicinano, Gesù dice loro:
Riempite d'acqua le giare.
Si arriva così a ottanta-centoventi litri d'acqua moltiplica
per sei, cioè fra i cinquecento e i settecento litri. Bisogn
rendersi conto che trasportare settecento litri è un lavor
faticosissimo, dato che a quei tempi non esisteva l'acqu
corrente ed era necessario andarla a prendere al pozzo. Ip
tizzando venti litri per viaggio, i servi hanno dovuto fare al
meno trentacinque viaggi. Dev'essere stato lungo e laborioso
258
eppure alla fine hanno riempito le giare fino all'orlo. Perché
lo hanno fatto?
Se fossi stato un servo e non avessi avuto fede, avrei fatto
uno o due viaggi al massimo. Avrei pensato che quell'acqua
sarebbe bastata.
L'uomo che ha esortato a riempire d'acqua le giare non
aveva alcuna autorità sui servi, non era il loro padrone né il
loro capo. Non poteva obbligarli a obbedire e non disponeva di
mezzi per costringerli. Lo ha chiesto invece tranquillamente,
e i servi hanno subito fatto quel che voleva.
Hanno riempito le giare «fino all'orlo»: ciò dimostra che
avevano una fede totale.
Se crediamo al nostro Dio interiore e lo preghiamo di darci la pienezza, non succede niente se il nostro ricettacolo,
il nostro cuore, non è pieno della richiesta fino all'orlo. Per
chiedere, bisogna saper formulare una richiesta completa.
Se non si compie è perché rimane qualcosa che non abbiamo
chiesto, e in tal caso il miracolo non avviene. È necessario che
la domanda sia totale: fino all'orlo.
E i discepoli aspettavano con rispetto misto ad ammirazione. In quel preciso momento
[Gesù] Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro
di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato
l'acqua diventata vino...
Immaginiamo la scena: le giare erano lì, i servi stanno terminando di riempirle. Sono stanchi: hanno compiuto un lavoro
enorme. Nella stanza regnano il silenzio e la pace. Secondo me,
accade tutto in cucina: probabilmente Gesù è andato proprio
lì. In ogni caso, è certo che il miracolo non si realizza di fr onte
a tutti ma in gran segreto. A pa rte i domestici, infatti, non se
ne rende conto nessuno.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù dice: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la po rta, prega il Padre
tuo nel segreto».
Fa' le cose in segreto, non pubblicamente! Che nessuno
Sappia cosa accade in te. Prega nel segreto della tua anima.
La tua realizzazione appartiene soltanto a te e a nessun altro.
259
Non divulgare la tua ricerca prima che sia terminata. Non
uccidere il pulcino prima che esca dall'uovo, non contare i
piccoli sacrifici che fai. Non contare niente. Tranquillamente,
custodisci tutto dentro di te, come un guerriero.
La Vergine non esprime niente: custodisce tutto nel suo
cuore, anche il Cristo. Non penso che compia il miracolo con
una messinscena spettacolare. Non mette una mano nell'acqua. Non cammina attorno alle giare. In realtà non fa proprio
niente, nemmeno un gesto. In questo caso, come avviene il
miracolo?
Per mantenersi in vita, una cosa ha bisogno di un Dio interiore, di un «programmatore». Senza di Lui non può sopravvivere.
Tutto ciò che non possiede un Dio interiore è incapace di
conservare la vita. Pensiamo a un ologramma. Anche se lo sezioniamo in piccoli frammenti, in ciascuno di essi ritroviamo
l'intero disegno: se dividiamo un ologramma in venti pezzi,
otterremo venti ologrammi.
Se prendiamo una goccia dall'oceano, possiamo senza dubbio affermare che anche in essa c'è il Dio interiore dell'intero
oceano. Quando la separiamo dall'oceano, infatti, anche questa
goccia contiene il Dio interiore. Ciò implica che il Dio interiore
è dappertutto, in ogni atomo. Se separo una delle mie cellul e .
a partire da questa posso ricostruirmi interamente.
Se sono capace di ricostruirmi in tal modo, non farò soltanto
un corpo che sembra vivo: creerò invece un essere completo
col suo Dio interiore.
Immaginiamo perciò la scena: Dio è lì, l'acqua nelle giare si
rallegra perché sente che le sarà concesso di elevarsi.
Lo spirito dell'acqua, prima del miracolo, è come il nostro
spirito prima dell'arrivo e dell'accettazione del Dio interiore.
Allora, l'acqua è lì e noi siamo lì, colmi fino all'orlo. Aspet ,
tiamo.Dfrnec'èlstoMar,vinld
poiché se non ci fosse donna non ci sarebbe Dio e nemmeno
il miracolo. Per realizzare il prodigio, egli deve riconoscere' ,
sua madre come donna. Se non la riconosce in quanto tale,.
infatti, non riuscirà a trasformare l'acqua in vino. Per la se
conda volta troviamo la Vergine Maria alla base di tutta la
'
260
Passione e di tutto il Vangelo: è il motore centrale. Se nel corso
di queste nozze lei non avesse sollecitato Cristo, non sarebbe
successo nulla, l'ora non sarebbe mai giunta. Affinché giunga
l'ora dobbiamo riconoscere la nostra donna interiore, altrimenti non si può fare nulla: dobbiamo pertanto riconoscere
il nostro corpo.
In questo momento Cristo cerca il Padre, il Dio interiore,
nel suo corpo umano, nella sua carne. S'immerge in Lui. Poi
cerca nell'acqua il Dio interiore dell'acqua e si collega con
Esso. Cristo si cancella completamente: è il suo Dio interiore a entrare nell'acqua e quest'acqua si trasforma subito in
vino.
Proviamo a immaginare la contentezza di quest'acqua nel
trasformarsi in vino: il miracolo si realizza sempre nella gioia totale. La comunicazione si stabilisce da un Dio interiore
all'altro. Il corpo di Cristo è un canale, l'acqua è un canale e
il Dio cosmico ci passa attraverso.
Più avanti, nel capitolo dei mercanti del tempio, vedremo
Cristo affermare che il tempio è la casa del Padre e parlare del
proprio corpo come di un tempio. Ciò significa che, quando
prega, il suo corpo diventa un tempio: prega suo Padre, più
suo Padre che se stesso, e durante questa preghiera si stabilisce
un canale di comunicazione fra Cristo e l'acqua, che comincia
a nascere per la seconda volta, diventando vino.
Quando stabiliamo un rapporto col nostro Dio interiore,
tutta la nostra acqua si trasformerà in vino. Tuttavia rimarrà
dentro di noi perché alla fine, quando verrà sferrato il colpo
di lancia a Cristo, l'acqua e il vino usciranno per ricordare
le nozze in cui la materia si era unita profondamente con lo
spirito.
La trasformazione dell'acqua pura in vino è come quella del
corpo mortale di Cristo in corpo eterno, come la trasformazione della Vergine Maria in entità cosmica.
Come si compie un miracolo?
A volte, sul lavoro, in famiglia o con gli amici ci rendiamo
conto che la situazione è bloccata: a meno che non avvenga
un miracolo, non si va avanti.
261
Noi non siamo in grado di compierlo, ma sappiamo che è necessario, e non per i nostri fini personali; allora preghiamo con
fede e il miracolo avviene. Cristo non produce il vino per ubriacarsi ma perché nella civiltà dell'epoca il vino mancava.
Le nozze di Cana sono la civiltà attuale: c'è bisogno di qualcuno che faccia il vino, è necessario che ci sia una Vergine
Maria che dica al Dio interiore: «Ascolta, è giunta l'ora! Non
possiamo più aspettare! È urgente! Se non cominci adesso,
non si realizzerà niente. Agisci subito, per favore! Portate
l'acqua!».
Cominciamo subito! Per questo dobbiamo pregare umilmente, sapendo che non siamo in grado di compiere il miracolo. Nessun santo l'ha mai fatto. Ci sbagliamo di grosso quando
diciamo di qualcuno: «Quell'uomo faceva miracoli».
Nessuno può compiere un miracolo se non è il Cristo, vale
a dire se non è il nostro Dio interiore. Non siamo mai noi a
compiere un miracolo.
Occorre, dunque, che il miracolo sia utile e disinteressato. Dobbiamo sapere che non compiremo un miracolo per il
nostro tornaconto ma per quello degli altri. Solo allora sarà
possibile.
Chiederemo al nostro Dio interiore: «Per favore, concedi un
po' di gioia a questa gente. Per favore, fa' che le nozze gioiose
giungano a ll a loro realizzazione. Condividiamo! Da' la pace
al mondo a partire dai più umili».
È a partire dai più umili che si costruisce la pace, non dai
potenti. Saranno i più umili a portare i miracoli ai più potenti: prima del maestro di tavola, infatti, chi ha saputo del
miracolo della trasformazione dell'acqua in vino? I servi. Poi,
la festa intera ha gioito del miracolo ma senza sapere chi lo .
aveva compiuto.
Il Cristo non ne ha ricavato alcun beneficio, nemmeno la
Vergine Maria e i cinque discepoli.
Il maestro di tavola, dunque, assaggia il vino...
che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi
che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo...
È allo sposo che si rivolge, non a ll a sposa.
262
e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e,
quando sono un po' brilli, quello meno buono...».
Dice così, evidentemente, perché gli invitati, a quel punto,
sono così ubriachi che bevono qualsiasi cosa.
Gurdjieff ha detto: «Per venderti una bugia, ti danno una
piccola verità». Come dire: «Attenzione! Ogni volta che qualcuno vuole esercitare del potere su di te, ti dà una piccola verità.
Poi, con quella piccola verità ti vende una grossa bugia: ti dà il
vino buono all'inizio e, quando sei abbastanza ubriaco, ti passa
qualsiasi cosa e tu la bevi perché non te ne accorgi».
Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un
po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad
ora il vino buono.
Il maestro di tavola si rende conto della meraviglia. Riusciamo a immaginare il sapore di quel vino? Era il migliore
di tutta la terra.
Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea,
manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre,
i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono là solo pochi giorni.
Qui il Vangelo dice di nuovo «sua madre». Una volta che lei
ha indotto il miracolo, la donna diventa di nuovo madre. (Se
la Vergine Maria è Madre, lo è per tutta l'umanità. Lo stesso si
può dire di Eva. Maria è il simbolo che riunisce tutte le madri
passate, presenti e future. Perciò ogni essere umano, essendo
figlio di Dio, è fratello di Gesù Cristo.)
Gesù va con sua madre, non la dimentica mai: Maria e il
Cristo formano una dualità come lo Yin e lo Yang in Oriente.
Creano fondamenta perfette, ma per agire mancano ancora
discepoli.
Cristo non agisce mai da solo nel mondo. È solo unicamente
quando va nel deserto per combattere contro se stesso. A partire dal momento in cui entra nel mondo è un uomo socievole,
non si isola. Si può dire che ha bisogno di discepoli, perché è
attraverso di loro che si manifesterà.
Se le persone non lavorano, la coscienza suprema non può
263
realizzarsi. Una persona che ha fatto il suo lavoro ha assolutamente bisogno che gli altri facciano il loro, perché la coscienza
cosmica non può prodursi finché tutta l'umanità non avrà
raggiunto il livello della coscienza. Altrimenti, non ci sarà Dio:
il nuovo Cristo non verrà mai.
Dobbiamo lavorare affinché tutte le persone intorno a noi
innalzino il loro livello di coscienza e raggiungano la loro pienezza. Raggiungere la pienezza significa avvicinarsi sempre
più al proprio Dio interiore. Il lavoro consiste, allora, nell'aiutare gli altri insegnando loro a pregare, a meditare, ad aver
fiducia, a trovare il proprio scopo... Per aiutarli, c'è bisogno
di miracoli. Ognuno di noi deve compierne.
Non è parlando con una persona che questa cambierà: possiamo parlarle per vent'anni e - se non vuole o non può capire - le nostre parole non le faranno alcun effetto. Si cambia
atteggiamento, allora, e si trova un altro modo: pregare per lei.
Se preghiamo per gli altri, diventa possibile il cambiamento.
In questo caso non siamo noi a produrlo, ma il nostro Dio
interiore. È una nozione che non dobbiamo dimenticare. La
tentazione e il male consistono proprio nel credere di essere
gli unici artefici de ll a guarigione degli altri.
Quando preghiamo, dobbiamo riempire le sei giare di pietra
fino all'orlo, dobbiamo cioè pregare dove e quando possiamo,
dappertutto. Eleviamo, dunque, un'intensa preghiera per l'altro
e, quando siamo entrati in rapporto con lui, mettiamo tutto
il nostro essere al suo servizio. Nel momento in cui il Cristo
si pone di fronte all'acqua, tutto il suo essere è in contatto
con essa.
Pregare perché avvenga un miracolo significa concentrarsi
completamente mentre lo si chiede.
Abbiamo il diritto di fare miracoli.
Se nella vita troviamo una croce, non dobbiamo fermarci
finché non produce una rosa. Se passiamo tutta la vita nella
sofferenza, vuol dire che non abbiamo prodotto la nostra rosa,
non abbiamo attraversato la nostra carne col nostro spirito
e non siamo sbocciati. Se abbiamo a ll e spalle una vita di sofferenze, dobbiamo saper produrre la rosa. Se ci occupiamo.
per esempio, di un animale domestico, dobbiamo dargli da
mangiare per tutta la vita, senza mai abbandonarlo. Se ci
occupiamo di una pianta, non dovremo mai trascurarla. Se
si tratta di un bambino, non dovremo perderlo di vista. Qualunque sia l'impegno che ci prendiamo, lo manterremo fino
alla fine. E dicano quel che dicano, noi vivremo, lotteremo e
insisteremo finché non nascerà una rosa, perché sappiamo che
ci riusciremo: ecco il miracolo. Se non molliamo, la rosa finirà
per sbocciare. Perfino nel momento dell'agonia, nascerà.
Tutto ciò che abbiamo desiderato avverrà. «Chiedi e ti sarà
dato»: anche se la situazione è pessima, terribile, quella situazione farà nascere la rosa... se perseveriamo. Che la rosa nasca
prima o dopo non ha alcuna importanza poiché l'obiettivo, la
cosa essenziale, è eterno.
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264
265
XII
I MERCANTI DEL TEMPIO
(Matteo 21,12-17)
Gesù entrò poi nel tempio...
Il tempio non può condurre altro che al centro. Come vedremo più avanti, il tempio è il nostro corpo con tutto ciò che
contiene: il corpo astrale, il corpo cosmico, il corpo fisico.
Quando si entra nel tempio, non si può far altro che andare ,
verso il centro, cioè verso il proprio Dio interiore.
Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò
a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le
sedie dei venditori di colombe e disse loro: «La Scrittura dice:
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera
ma voi ne fate una spelonca di ladri».
Secondo i Vangeli, Cristo giunge in un momento di cris,
profonda. Il sistema non funziona più, perché nessuno vive;
più col cuore.
Anche oggi ci troviamo in un momento di crisi profonda;,
nella quale gli esseri coscienti non trovano niente da amar "
e in cui credere.
Si tratta altresì di una profonda crisi interiore: è molto dif
ficile trovare nel nostro intimo qualcosa che ci faccia crede
in noi stessi e amare quel che siamo.
Scacciare i mercanti dal tempio, allora, non significa sol
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mente mandar via gli estranei che usurpano un luogo concepito per la preghiera; significa anche scacciare i mercanti che
fanno commercio nel nostro tempio interiore.
Il tempio che io sono non è puro: è pieno di mercanti che
vogliono delle cose: barattare, farsi lodare, farsi amare, e che
desiderano quello che possiedono gli altri, pretendono il loro
posto ecc. Costoro litigano dentro di me e mercanteggiano:
«Se mi dài, ti do. Se non mi dài, non ti do».
Gesù ha scacciato i mercanti dal tempio: scacciamo i mercanti dal nostro tempio interiore!
II gesto di Gesù è anche estremamente umanitario. A quell'epoca si facevano dei sacrifici: la gente ammazzava delle colombe e
questi animali venivano venduti nel tempio per essere sgozzati. È
foi uiidabile, dunque, che Cristo abbia fermato questo macello.
Che cosa ci facevano i «cambiavalute» in un tempio? Le
persone religiose, che venivano dal mondo intero, cambiavano il proprio denaro con una moneta che permettesse loro di
comprare gli animali. Era un vero e proprio commercio.
Con quale diritto Cristo scaccia i mercanti? Lo fa perché è
il proprietario del tempio!
Quindi, con quale diritto intraprendiamo le nostre azioni?
Possiamo agire perché siamo i proprietari di tutto quello che
c'è sulla terra.
Prendiamo possesso del pianeta: ci appartiene! La terra
non ha mai avuto un proprietario individuale: appartiene a
tutti. Rispettiamo i contratti di chiunque, ma quanto tempo
dureranno? Due o tre secoli, al massimo. E subito dopo la terra
non apparterrà più a nessuno in particolare.
Gesù prende possesso del tempio. Anche noi possiamo prenderne possesso.
Quando Cristo entra nel tempio, entra nel suo tempio: quando risvegliamo il nostro Dio interiore, Egli entra dentro di noi
e scaccia i mercanti. Questo Cristo interiore che chiamiamo
estasi, gioia di vivere, profondità totale, espelle da noi tutte le
c ontrattazioni inutili.
267
In quel momento ci decidiamo a vivere in un tempio riservato esclusivamente al piacere della preghiera e a nient'altro.
E cos'è la preghiera? Un dialogo permanente fra quello che
siamo e quello che non siamo. Perché, da qualche pa rte dentro
di noi, noi non siamo.
Un re manda un emissario alla casa di un grande saggio indùper
invitarlo a palazzo. Quando l'emissario presenta l'invito al saggio,
questi risponde:
«Non posso venire perché io non esisto. Nessuno potrebbe andare
a palazzo.»
Quando gli trasmettono le parole del saggio, il re esclama:
«Come si permette di rispondermi così? Digli che venga immediatamente, e se non vuole trascinalo con la forza!»
Quando il saggio si trova davanti al re, questi gli domanda:
«Come puoi dire che non esisti e che non sei qui? A me sembra molto
evidente che sei qui.»
Il saggio risponde:
»No. Non ci sono perché non esisto.»
Il re si sforza di dimostrare al saggio che si trova proprio lì, inpied i
davanti a lui, in carne e ossa; toccandolo, il re esclama superbo:
«Ah, sì? E questo, cos'è questo?»
Allora il saggio gli mostra la carrozza con cui era giunto a palazz
e gli dice:
«Vedi? Sono venuto con questa carrozza. Se tolgo il cavallo, quest a
male è la carrozza intera?»
«No» risponde il re. «Il cavallo non è la carrozza.»
«Tolgo le ruote» continua il saggio. «Sono la carrozza?»
«No, le ruote non sono la carrozza.»
«Molto bene. Tolgo gli assi. Sono questi la carrozza?»
E così, il saggio smonta la carrozza pezzo per pezzo davanti al
che non riconosce la carrozza in nessuno di essi. Alla fine, non rima
niente. La carrozza non è da nessuna parte. Non ci sono altro che d
pezzi.
È una lezione formidabile. Quando tolgo tutte le parti c
formano la mia persona e mi domando «Chi sono»?, c
rimane di me?
«Chi sono?», «Dove mi trovo?»: non mi trovo in nesso
part e di me. L'unica realtà esistente in me è il mio centro,
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però non mi appartiene. È la scinti lla divina che dirige la mia
fede, la mia circolazione sanguigna, la mia respirazione e tutto
il resto, è quella che mi uccide in un preciso momento, che mi
fa ammalare quando è necessario darmi una lezione, che mi
provoca l'incidente, che mi salva, che mi dà le mie fattezze,
che dirige i miei processi intestinali ecc.
È questa scintilla divina, questa divinità che si trova nella
mia interiorità ed è collegata direttamente al centro dell'Universo, a permettermi di vivere e ad annichilirmi quando lo
vuole.
Se siamo vivi è perché Dio lo vuole. Quale Dio? La nostra
programmazione interiore, con la quale non possiamo giocare
e alla quale non siamo capaci di impartire ordini. Per il resto,
quando siamo ammalati gravemente, l'unica cosa che possiamo fare è pregare il nostro Dio interiore.
Bisogna trovare il modo di pregare, per lasciarci invadere
dal nostro Dio.
Quando arriviamo al centro, cosa succede? Non vi entriamo:
siamo completamente invasi dal nostro Dio interiore, perché
quella piccola scintilla è infinitamente più potente di noi. Allora, ci lasciamo inondare da Lui ed Egli comincia a guidarci.
Nella conversazione con Nicodemo (Giovanni 3,1-21), il
Cristo avverte il suo interlocutore:
Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo
Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce...
Di questo si tratta, della voce del nostro Dio interiore.
... ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è
nato dallo Spirito.
Obbediamo perciò alla nostra via e alla nostra voce interiore!
L'altro mercante del tempio è l'aggressione. I mercanti del
tempio sono aggressivi: uccidono gli animali, ammazzano delle
bestie innocenti col pretesto di elevare la preghiera. Quando
e Perché la preghiera dovrebbe essere un crimine?
269
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate
una spelonca di ladri.
Ogni pensiero aggressivo che formuliamo è un ladro. Ogni
nostra mancanza di fede è un criminale. Ogni volta che ascoltiamo con atteggiamento critico e non col cuore siamo fuori
strada. Ogni volta che contrattiamo, facciamo del nostro cuore
una spelonca di ladri.
Quest'uomo, che i religiosi non possono sopportare poiché
sono limitati e si rinchiudono nelle loro idee e convinzioni,
quest'uomo ha una tale presenza che può brandire una frusta
e affi optare centinaia di persone.
Furibondo? Può il Cristo andare in collera?
Una persona va in co ll era quando si sente impotente e non
può fare quel che vuole. Cristo può fare quel che vuole, poiché
è capace di compiere miracoli. Gli sarebbe bastato scaraventare in aria i venditori o trasformarli in rane e tutto sarebbe
finito li, come nei racconti de ll e Mille e una notte. Perché andò ;y
in collera?
Quando scaccia i mercanti, Cristo compie un atto utile senza la minima collera poiché non può odiare: è tutto amore;
Quando si trova davanti ai mercanti, li scaccia freddamente,
senza ira.
Cristo segna una pietra miliare per il futuro. Offre un esem
pio, poiché sa che ogni atto che compie sarà seguito dall'urna,`- :
e quella che verrà.
nitàera:quldpsto
Non compie le sue azioni, qui e ora, soltanto per un gruppq ^
Le compie, qui e ora, per l'umanità intera, poiché nel «qui
c'è tutta la razza umana.
Cristo scaccia i mercanti dal tempio per sempre: in saecu
saeculorum, in aeternum.
Nel momento in cui Cristo dice: «Niente mercanti nel te
pio!», il labirinto si dissolve, non ci sono più trappole, ostato
o imboscate. La via comincia a diventare pura e l'unica co
che ci resta da fare è pregare di poter proseguire. Ma preg
in maniera semplice!
Non occorre passare attraverso tecniche complesse né
270
citare lunghe pappardelle. Basta una parola. Nei primi secoli,
Padri della Chiesa dicevano: «Non abbiamo tempo per fare i
lunghe preghiere».
Dio, il nostro Dio interiore, sa di cosa abbiamo bisogno.
Perciò, l'unica preghiera necessaria è: aiutami!
Dobbiamo tuttavia avere l'umiltà di chiedere questo aiuto al
nostro essere interiore. Siamo così orgogliosi da pensare che
tutta la nostra interiorità ci appartenga. Crediamo di non aver
bisogno di chiederci aiuto e che, se lo facciamo, dobbiamo rivolgere la richiesta solo al nostro inconscio. Il nostro inconscio!
Come se ci fosse un inconscio personale! (In un certo senso
esiste un inconscio personale, ma da un punto di vista molto
diverso. Chi parla di inconscio in termini individuali si separa
dal Tutto. «Io» non è Dio, ma Dio è «io».)
Secondo l'opinione comune, ci trasciniamo dietro un enorme baule che si chiama inconscio, un oscuro baule. Lì dentro è
notte e in quelle tenebre vive una balena nera e cieca. Crediamo
che l'inconscio sia questo ma, d'improvviso, ci infiliamo la
mano e ne estraiamo un piccolo Giona. Ci portiamo appresso
una balena senza sapere che dentro c'è un Giona!
In realtà, non c'è inconscio. Non c'è perché non c'è inconscio
personale. Non c'è niente di personale... se non un punto di
vista, una coscienza. Un punto di vista è tutto quello che ci è
concesso. Un piccolo, meraviglioso punto di vista: un piccolo
Pinocchio che andrà nel ventre de ll a balena e lì troverà suo
padre.
Questo piccolo punto di vista si lascerà assorbire dal respiro.
Il vento soffia e aspira, poiché per soffiare deve anche aspirare.
Il vento soffia, dunque, dove vuole, ma ci aspira. Ci lasciamo
aspirare dentro di noi, dato che non siamo noi a cercare la
perfezione ma è la perfezione che cerca noi. Non siamo noi a
cercare Cristo: è Cristo che cerca noi.
Quando parlo di Cristo, parlo del nostro Cristo interiore...
Laltro lo lascio fuori: si è riprodotto in milioni di esemplari.
Parlo del nostro Cristo interiore, adesso, qui e ora.
Ci sta chiamando. Dice: «Posso aiutarti. Posso compiere il
miracolo. Posso guarirti. Tu non capirai niente perché il tuo
scop o non è di capire».
271
Non c'è peccato più grande che dire «Capisco», oppure
«Sono io che ho fatto questo». Non siamo noi a fare. Le cose
si fanno in noi.
Questa è la preghiera suprema, umile, quella che non chiede nulla e che si pronuncia colmi di gratitudine: «Sono tuo».
Bastano queste due parole. Con l'intera anima divenuta fede,
mi fondo con la divinità. Essa sa perfettamente di cosa ho
bisogno.
Cristo scaccia i mercanti dal tempio per dare loro una lezione, ma li ama.
Quando Dio scaccia Adamo ed Eva dal paradiso, non li sta
odiando. È impossibile: sono la sua opera, li ama. Nel momento stesso in cui li scaccia dal paradiso sa che si incarnerà
e che loro ritorneranno in paradiso.
Per rialzarsi bisogna essere caduti. Quando Dio scaccia
Adamo ed Eva li ricopre con pelli d'animali, non li manda via
nudi! È un grande atto d'amore. Questo Dio è tutto amore e
noi non lo comprendiamo: a volte crediamo che Egli sia solo
castigo, e invece è tutto amore.
Cristo scaccia le persone che vendono animali per i sacrifici, !
espelle il commercio dal tempio. D'altra pa rte, guarisce i ciechi ,:
e gli zoppi. È un atto ancor più rivoluzionario del precedente
Vediamo perché.
Il passo seguente, estratto dal Levitico, 21,16-23, descrive .
casi che impediscono l'accesso al sacerdozio:
Il Signore disse ancora a Mosè: «Parla ad Aronne e digli:
Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe, che abbia
qualche deformità, potrà accostarsi ad offrire il pane del suo
Dio; perché nessun uomo che abbia qualche deformità potrà
accostarsi: né il cieco, né lo zoppo, né chi abbia il viso deforme
per difetto o per eccesso, né chi abbia una frattura al piede o
alla mano, né un gobbo, né un nano...».
Il tempio sacro si trova dietro la tenda, dove c'è l'alta
Simbolicamente, non si entra nel tempio finché non ci si tra
vicini all'altare, il luogo dove si realizza l'unione con Dio.
Ma i ciechi e gli zoppi sono esclusi del tempio! È qualc
di mostruoso. Abbiamo visto Mosè dire che se una donna p
272
torisce un maschio resta impura per quaranta giorni, mentre
se genera una figlia resta impura per ottanta giorni.
Partorire viene considerata un'impurità perché da qualche
parte ci dev'essere un piacere nascosto, e il piacere, secondo
Mosè, è proibito.
Sappiamo che Mosè era balbuziente e che per questo motivo
Aronne parlava in sua vece. Mosè è metà della verità perché
balbetta: non incarna tutta la verità. Gli manca la donna interiore: non ha mai avuto un archetipo femminile al suo fianco,
come Cristo l'ha invece avuto in Maria.
Più tardi, Davide obbedisce completamente a Mosè. Quando si stabilisce a Gerusalemme dice: «Il cieco e lo zoppo non
entreranno nella casa» (2 Samuele 5,8). E cosa fa Cristo? Non
solo impedisce il sacrificio degli animali, ma lascia entrare gli
invalidi nel tempio e li conduce, così credo, fino all'altare.
Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio...
Si trovavano nel tempio. Per migliaia d'anni era stato proibito loro di entrare: non potevano farlo, ma lo desideravano.
Tutti siamo ciechi e zoppi.
ed egli li guarì.
È molto bello: che rivoluzione! Guarire i ciechi e gli storpi
nel tempio è molto più fo rte che scacciare i mercanti. Tramite
questo atto da grande rivoluzionario, Gesù si ribella alla Legge
di Mosè: una vera e propria presa di posizione contro questa
Legge, contro il feroce archetipo paterno.
Cristo, naturalmente, adora il Padre perché egli stesso è il
Padre; è comunque stanco di quel «padre» che si era costruito
sul Padre, che è tutto amore, non l'odioso personaggio in cui
l'hanno trasformato.
Lamore del Padre è infinito, è fo rte quanto l'amore della
Madre. Il Padre non può manifestarlo materialmente, dato
che non può né allattare né partorire. Tuttavia, dal momento
in cui il bambino viene al mondo, Lui lo accoglie nelle proprie
mani, nella propria opera spirituale. Il Padre è altrettanto
meraviglioso della Madre.
273
L'amore materno e paterno: questi due amori si integreranno; il Padre cosmico e la Madre cosmica. Tutti i simboli sacri
sono sempre androgini, non può essere altrimenti.
Quando entra nel tempio, Cristo agisce in nome della donna e non dell'uomo perché, nel momento in cui si presenta
in quel luogo, il feroce archetipo paterno ha preso possesso
del tempio.
In cosa siamo ciechi e storpi anche noi? Non siamo capaci di vedere tutta la verità. Ne vediamo soltanto una pa rt e e
dobbiamo umilmente accettare questo fatto, dato che non la
vedremo intera fino al giorno della nostra mo rt e.
Nessuno può vederla. Se qualcuno la vedesse, rimarrebbe
fulminato all'istante.
Siamo una goccia. Non possiamo vedere l'oceano ma siamo
capaci d'immergerci in esso. Non possiamo andare verso la
divinità. È Lei che deve venire verso di noi, deve aspirarci.
Come diceva un rabbino hassidico, è come la relazione tra
un padre e il figlioletto. Il padre tiene in braccio il bambino
finché è necessario, poi lo lascia quando muove i primi pass
ma lo sostiene se inciampa. Mentre il bambino cresce nel benessere, il padre è presente e lo aiuta con pazienza e amore.
Con l'aiuto di Dio, anche noi ce la faremo, pur essendo ,
storpi e ciechi.
Colui che ha solo mani aiuterà con le sue mani;
colui che ha solo piedi aiuterà con i suoi piedi
questa grande opera spirituale.
Il Cristo restituisce la vista al cieco e fa sì che lo storpio
cammini. Quando il nostro Dio interiore ci faci li ta la visione,
ci permette di vederlo senza vederlo, di avanzare verso di Lui
senza avanzare verso di Lui. È questa la guarigione: avanzare
verso il nostro centro, un centro di inconcepibile potere. Tuttavia, affinché possa esercitarlo, è necessario scacciare tutti i
mercanti, limare tutte le asperità.
vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide»...
[Matteo 21,15]
Cristo è paragonato a Davide. Eppure, egli fa ciò che Davide aveva proibito, si ribella contro la tradizione: guarisce
gratuitamente le persone. Nessun commercio nella casa del
Padre!
Ma i sommi sacerdoti e gli scribi ... si sdegnarono e gli dissero: «Non senti quello che dicono?».
Dobbiamo amare i nostri limiti. Come fare? La mia malatt ia
sono io e non la rifiuto, anzi l'assumo completamente: vi enti
tutto quanto con la mia coscienza.
Entro in maniera integrale nei miei limiti, li onoro, li riconosco. È per questo che l'umiltà non è bella ma utile: accetto'
i miei limiti e mi ci immergo completamente perché non «ho
limiti: io sono i miei limiti.
Se non ho, sono. Non ho un corpo: sono un corpo. Se ques
corpo ha una malattia, io sono la malattia. Bisogna viveri
in modo che sia subito al servizio di quello che faccio. So
allora non mi disturberà più.
Ejo Takata, un Maestro zen, citava spesso questa poesia:.
Cristo diceva la verità, ma i sacerdoti e gli scribi volevano
assassinarlo.
Molte persone vogliono eliminare il proprio Dio interiore: è
la rivolta del diavolo. Il nostro diavolo interiore vuole eliminare
questa pa rt e nella quale non siamo niente.
Noi non accettiamo di essere niente, vogliamo essere, e
invece dobbiamo imparare a non essere.
L'arte sacra è sempre anonima, ogni opera basata sul proprio
Dio interiore è anonima.
Se risvegliamo il nostro Dio interiore, nessuno lo sa. Cristo
ci chiede di pregare nell'oscurità: non si tratta di mostrare agli
altri che vogliamo risvegliare il nostro Dio interiore. Dobbiamo
accettare la chiamata, che è una chiamata personale.
Molte persone sono state canonizzate, ma quanti santi laici
non sono passati alla storia? Quante persone, qui e ora, si
trovano in stato di santità? Non lo sapremo mai.
274
275
I sommi sacerdoti e gli scribi vogliono dunque uccidere
Cristo. Ogni volta che diciamo a qualcuno: «Il tempio è tuo»,
ogni volta che gli concediamo il dominio di se stesso dicendogli: «Sei tu il tuo Dio, il tuo Maestro», ovviamente coloro
che si reputano i proprietari della terra e degli esseri umani
s'indigneranno e vorranno eliminarci.
Quei «proprietari» pensano: «Con quale diritto questo individuo viene a dire che ognuno è padrone del proprio tempio?
Il tempio è mio, non loro! Sono io ad avere un Dio interiore.
Tutti devono venire a me. Con quale diritto questo individuo
dice che tutti possono comunicare con Dio senza la mia intermediazione? Bisogna bruciarlo! Non è possibile! È una
canaglia!».
Si vuole, dunque, ammazzare il Dio interiore. Perché? Perché questo Cristo che parla è la nostra voce interiore che ci dice:
«Scaccia i mercanti dal tempio! Non lasciarti comprare! Non
permettere che un altro decida al tuo posto. Non appartenere
a nessuno altro che a te stesso e collabora con gli altri!».
Un tempio sta accanto a un altro: c'è un esercito di templi.
Un giorno, in ciascuno di essi ci sarà un Dio interiore in preghiera: ogni essere umano sarà una cattedrale. Ciascuno di noi
ha un Cristo interiore, ma non crocifisso bensì trionfante!
Lostia che ci è concessa ce l'abbiamo già nel cuore, altrimenti non saremmo capaci di digerirla. Nessuno può darci
ciò che non abbiamo già.
«Come potresti cercarmi se non mi conoscessi da prima?»:
non possiamo cercare ciò che non siamo. Riceviamo solo quello che possediamo già. Lo zen dice: «Se hai il bastone, ti do
il bastone. Se non hai il bastone, te lo tolgo». In Luca (19,26)
è detto: «A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto
anche quello che ha».
Vale a dire: se abbiamo qualcosa dentro di noi lo cerchiamo, ma se non c'è, come potremmo cercarlo? Non possiamo
conoscere niente se non ce l'abbiamo già.
Abbiamo scritto il Vangelo, tutti noi, poiché questa storia
risponde a una necessità assoluta dell'essere umano. Se non
esistesse, bisognerebbe scriverlo.
276
e gli dissero: «Non senti quello che dicono?». Gesù rispose
loro: «Sì, non avete mai letto:
Dalla bocca dei bambini e dei lattanti
ti sei procurata una lode?».
Dice loro di essere figlio di Davide e cita il Salmo di Davide
(8,3) nell'Antico Testamento: «Da ll a bocca dei bambini e dei
lattanti ti sei procurata una lode».
Cristo si rivolge ai bambini, non ai grandi sapienti né alle
persone che sanno tutto e sono completamente bloccate in
una tradizione caduca. `
La guarigione viene da un amore infinito per gli altri (l'amore per noi stessi è l'amore per il nostro Dio interiore). Se non
proviamo amore per gli altri non possiamo guarirli e nemmeno
guarirci.
Curare non significa eliminare la malattia, ma imparare a
vivere con essa.
Saper vivere con è tutto ciò di cui abbiamo bisogno, significa
fare del nostro meglio con quello che abbiamo e nel momento
in cui ci troviamo.
Perciò, vivi con. Vivi con la tua età, con i tuoi occhi, con
la tua gamba zoppa. Vivi! Siamo venuti al mondo per vivere
nella pienezza e nel piacere.
Quando Cristo si rivolge direttamente ai bambini e ai lattanti
parla a tutte le persone che accettano con umiltà il concetto
di tempio personale.
Vediamo cosa dice Giovanni dell'episodio dei mercanti.
LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO
(Giovanni 2,13-22)
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù sa li a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e
colombe...
I buoi venivano uccisi. Bisogna capire cosa significa ammazzare un bue: prima erano castrati e poi sacrificati.
277
e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza
di cordicelle...
Non prende una frusta di cuoio. Sottolineiamo la sottigliezza del testo: esso precisa che la frusta era fatta di corda; Cristo
usa questo materiale perché non è di origine animale.
Com'è fatta una corda? Si usano piante molto pure, si lasciano macerare e poi s'intrecciano. Per fare una corda, dunque, si ricorre a un processo di decomposizione. Il vino nasce
da un processo di fermentazione e il pane da un processo di
cottura.
Cristo padroneggia costantemente i processi. Si tratta di
processi luminosi che simboleggiano la costruzione dell'anima,
perché l'anima si costruisce.
In seguito vedremo che, secondo Cristo, abbiamo un seme
che dobbiamo far crescere.
scacciò tu tt i fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò
a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai
venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate
della casa del Padre mio un luogo di mercato».
ché all'inizio dubitiamo. Se non avessimo dubbi entreremmo
nel labirinto e ci avvieremmo dritti verso la meta. È il dubbio
a impedirci di avanzare: non abbiamo fede.
Perciò, subito dopo aver scacciato i mercanti dal tempio,
Cristo dice davanti al fico che fa rinsecchire (Marco 11,24):
Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.
«Abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.» Dobbiamo vivere quel che chiediamo! Vale a dire che, quando
vogliamo qualcosa e lo chiediamo al nostro Dio interiore, dobbiamo pensare di averlo ricevuto. Se vogliamo l'intelligenza,
dobbiamo pensare di possederla già. Se lavoriamo sulla nostra
interiorità, tutto ci sarà concesso.
Sempre davanti al fico, Cristo dice la stessa cosa nel Vangelo
di Matteo (21,21-22):
In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo
potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se
direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera,
lo otterrete.
Non allontanò lui stesso gli animali e gli oggetti: chiese ai
mercanti di portarli via e loro lo fecero, con umiltà, poiché
avevano capito.
Non li castigò fisicamente e tanto meno li uccise: prese la
corda e scacciò. È scritto che rovesciò i banchi ma non che
abbia frustato delle persone.
Possiamo distruggere un bicchiere di vetro in mille modi,
ma per costruirlo c'è un modo solo.
Possiamo distruggere la nostra anima in un'infinità di modi, ma c'è un modo solo per costruirla. E ci si può rovinare in
mi ll e maniere, ma c'è un solo modo per costruirsi.
Subito dopo aver scacciato i mercanti dal tempio, Cristo
comincia a parlare della fede.
I suoi discepoli non ne hanno («se avrete fede»). È normale
che un discepolo non abbia fede: quando ce l'ha non è più un
discepolo, ma un Maestro.
Tutte le vie, dunque, sono piene di dubbi, finché non nasciamo alla fede. Ma la fede non basta. Tuttavia, per il momento
continuiamo con l'episodio della purificazione del tempio
(Giovanni 2,18-19):
I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua
casa mi divora.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno
ci mostri per fare queste cose?».
Qui i discepoli sono impauriti: vedono la morte, non credono. All'inizio dubitano.
È per questo che il tragitto nel labirinto di Cha rt res è sinuoso
e spesso costringe a retrocedere. Il cammino è complicato per-
Il che significa: «Dato che agisci in questo modo, compi un
miracolo!».
Noi facciamo la stessa cosa col nostro Dio interiore, siamo
come i discepoli: non crediamo in Lui. Gli diciamo: «Mostrami
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un segno, fammi quel miracolo, allora crederò! Se non fai un
miracolo, non crederò mai!».
Parliamo così al nostro Dio interiore e il miracolo ovviamente non avviene mai. La divinità non perde tempo con esibizioni
da circo: si compiono miracoli per aiutare gli altri e quelli che
li compiono a volte non se ne rendono nemmeno conto.
«Quale segno ci mostri per fare queste cose?» Rispose loro
Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Secondo l'interpretazione comune di questa frase, Cristo
sta parlando della sua morte, del suo corpo. Del resto, il testo
lo dice molto chiaramente:
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito
in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma
egli parlava del tempio del suo corpo.
Del tempio del suo corpo! Qui C ri sto dice con assoluta trasparenza che il tempio è il nostro corpo: ecco la chiave. Parla
del corpo: non solo del cervello, degli intestini, delle orecchie
o del labirinto delle vene, ma del corpo nella sua globalità.
Ed essere il proprio corpo significa avere un'anima e un Di()
interiore, significa essere un labirinto, un tempio.
Avere un corpo non significa rivestirsi l'anima di carne. Non
vuol dire: «Il mio corpo è questo stupido animale che non ni '
serve a granché, che mi uccide, invecchia, si ammala... E il
mio assassino!».
Critico talmente il mio corpo che non lo vivo. Eppure ii
corpo è magnifico, dato che è degno di essere abitato da Dio.
È un tempio. Finché non lo viviamo come un tempio, non lo
vivremo in assoluto.
Costruire un tempio è proprio come edificare un'opera che
non possiamo vendere. Chi può comprare la cattedrale di
Chartres? Un tempio non si compra. Dal momento in cui
nostro corpo diventa un tempio, nessuno può comprarlo.
Vivere il nostro corpo come un tempio vuol dire purificarl
del tutto affinché l'anima possa svilupparsi e il Dio interior
possa abitarlo e parlare.
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Egli non abiterà mai in un tempio ostruito da tante piccole
sciocchezze, da tanti portinai avidi di pettegolezzi, tanti rancori, tante piccole invidie, tante piccole aggressioni.
Non arrabbiamoci: dato che viviamo nel mondo, passeremo
frequentemente tra spine e spilli. Ci sarà sempre qualcuno
pronto ad aggredirci. E quanto più saremo in estasi, tanto più
verranno ad aggredirci per invidia del nostro piacere e perché
non credono che lo possediamo. Una persona che non possiede
qualcosa non può credere che ce l'abbia un altro.
Bisogna capire che ognuno di noi ha livelli di percezione
diversi e che certe cose esistono anche se non le vediamo,
anche se non ci crediamo.
Ogni essere umano ha qualcosa che noi non abbiamo. Se
siamo ricettivi e prestiamo attenzione noteremo che tutto collabora affinché queste cose che non possediamo ci appaiano
come un dono: ogni essere umano è una lezione che dobbiamo
imparare.
Bisogna sapere inoltre che quando facciamo del bene agli
altri lo facciamo a noi stessi. Tutto ciò che facciamo agli altri
lo facciamo a noi stessi, e il solo fatto di entrare in comunicazione con gli altri senza aggredirli ci dà qualcosa.
Finché nella nostra anima ci sono piccole aggressioni, il
tempio non è pulito: così non costruiremo la nostra anima,
non troveremo il nostro Dio interiore, non comunicheremo
con noi stessi.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla
parola detta da Gesù.
Ciò significa che i discepoli hanno atteso la morte e la risurrezione del Dio interiore per credere, e non prima! È dovuto
morire affinché credessero in Lui.
Finché non abbiamo fede, anche se effettuiamo un buon lavoro su noi stessi, tutto va in rovina, il Dio interiore scompare.
Poi preghiamo di credere davvero ed Egli risuscita e riappare,
e finalmente possediamo la fede.
281
IL FICO SENZA FRUTTI
(Matteo 21,18-22)
La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo
un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che
foglie...
Il Dio interiore (questo potere che possediamo) ci cerca...
Noi non abbiamo altro che foglie, nient'altro che parole. Parliamo, parliamo, parliamo, ma non abbiamo frutti. Non abbiamo cuore, poiché dimentichiamo il nostro Dio interiore.
Non preghiamo, parliamo. Siamo fichi e facciamo foglie che
brillano in modo tale che il nostro Dio interiore si avvicina,
credendo che abbiamo frutti da offrire, ma non ne trova: non
abbiamo fatto altro che parlare e metterci in mostra.
... ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Non nasca
mai più frutto da te». E subito quel fico si seccò.
Perché non portiamo frutti? Perché parliamo troppo. Diciamo di amare e di comprendere, parliamo e parliamo, ma
non ci sono fr utti nel nostro cuore, e così un giorno il nostro
Dio interiore ci dirà: «Non po rt erai mai più un frutto nel tuo
cuore. La tua anima è morta». Eppure possiamo, malgrado
tutto, risuscitare.
Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come
mai il fico si è seccato immediatamente?».
Il nostro Dio se ne è andato.
Rispose Gesù: «In verità vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico,
ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel
mare, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella
preghiera, lo otterrete».
E noi ribatteremmo: «Te lo chiedo ora perché non è possibile che Tu, il mio Dio, faccia rinsecchire un fico! E un atto
di crudeltà immensa. Per favore, perdonalo. Fa' che questa
persona dia i suoi frutti! Non permettere che rimanga secca.
Parlo a Te, Dio interiore di questa persona, Tu che fai rivivere
il tuo corpo in tre giorni. Fa' che questa persona ami di nuovo!
Non lasciare che sia maledetta! Falla sbocciare! Che dia i suoi
frutti! Non abbandonarla a metà strada!».
La punizione finirà e il perdono sarà concesso, il frutto
crescerà. Saremo pieni di fr utti, saremo dei frutti. Dato che
ci siamo perdonati, possiamo perdonare. Se abbiamo fede, ce
l'abbiamo per pregare per gli altri.
Non possiamo accettare niente per noi se non l'otteniamo
anche per gli altri. Perciò soffriamo: arrivare alla pienezza
non significa arrivare alla gioia totale; finché un altro essere
umano è maledetto dal suo Dio interiore, non possiamo rallegrarci, la nostra pienezza non è completa. Per questo motivo
ti preghiamo: Tu, Dio interiore, fallo rivivere! Che mangi dei
suoi stessi frutti.
LA FEDE CHE NON BASTA
(Giovanni 2,23 25)
-
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti,
vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però
non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva
bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli
infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Se oggi gli chiedessimo: «Per favore, Cristo, fa' che il fico
riviva e dia i suoi frutti!», egli ci risponderebbe: «Dato che ti
occupi del fico e non di te stesso, gli restituisco la vita. Darà i
suoi frutti. Ho aspettato secoli che qualcuno mi chiedesse di
farlo rivivere».
Cristo sapeva che avrebbero dubitato fino all'ultimo momento. Imbocchiamo la via che ci conduce alla fede ma, subito
dopo, i dubbi ci fanno cambiare strada. Eppure vediamo il
centro, lo stiamo già vedendo, e allora ci chiediamo perché
dubitare, dato che è lì, e ritorniamo sulla via p ri ncipale. Poi
dubitiamo ancora e cambiamo strada un'altra volta, poi ritorniamo, e così via. Il nostro tragitto è sinuoso come il labirinto
della cattedrale di Cha rt res.
Ciò nonostante, alla fine arriviamo al centro, ma per ri-
282
283
«Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui.» Gli
rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce
dall'alto.....
«Rinascere dall'alto» altro non significa che nascere dal
nostro Dio interiore: nella vita, infatti, siamo sommersi dal
nostro niente interiore.
... se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di
Dio.
uscirci abbiamo dovuto dubitare fino all'ultimo momento.
Dicono che al centro di questo percorso si trovi sepolto il creatore del labirinto. Arrivarci è come trasformarsi in «morti».
I morti sono i vivi: l'ego deve morire nel centro del labirinto.
La mo rt e è l'Arcano XIII, e il tredicesimo e ultimo circolo del
labirinto. Vuol dire morire dentro di noi per rinascere alla vita
spirituale. Ciò non significa fuggire dal corpo, bensì immergerlo nel nostro spirito. Significa vivere tutto il nostro corpo,
ciò che contiene spiritualmente. Significa trasformarci nel
labirinto, seppellirci nel suo centro per fiorire come l'albero
dell'eternità.
Il regno di Dio è il nostro corpo interamente abitato dallo
Spirito. Il labirinto è una totalità. Il centro non esiste senza
il sinuoso percorso che conduce lì. Entrambi sono necessari.
Parimenti, il regno di Dio è una totalità: è il nostro corpo
abitato dallo spirito.
Gli disse Nicodemo: «Come può un uomo nascere quando
è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di
sua madre e rinascere?..
Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce
da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio».
Nicodemo era un anziano; egli dubitava ma, nel suo dubbio,
ha creduto. È andato da Gesù di notte e gli ha detto: «Rabbi,
sappiamo che sei un maestro venuto da Dio...».
Nicodemo dice: «Sei un maestro venuto da Dio» e non: «Sei
il Dio incarnato»; questo anziano può ammettere che Gesù sia
un maestro mandato da Dio, ma niente di più. Non ammette
di possedere in se stesso una scinti ll a divina. Crede che Dio
sia un'entità esteriore e non lo lascia parlare tramite la propria
bocca: è un intellettuale.
Quando nasciamo dall'acqua nasciamo dalla madre. Poi,
dobbiamo vivere una seconda nascita che passa attraverso
quella che viene chiamata la morte iniziatica: bisogna far
morire il nostro io. Per entrare nel centro del labirinto dobbiamo effettivamente dissolvere l'io. Come? Non con una droga.
Quando prendiamo degli allucinogeni facciamo esplodere l'io,
naturalmente, ma se non siamo preparati, in seguito, bene o
male, lo recuperiamo. Per dissolvere l'io bisogna conoscersi:
vivere nella coscienza de ll a Coscienza.
Quando conosciamo bene il percorso del labirinto sappiamo
che la prima metà che viene percorsa interamente è quella a
destra. Arriviamo al centro percorrendo alla fine la metà sinistra: la verità del labirinto si ottiene con la sinistra, con il cuore.
Avanziamo col cervello, ma una volta che abbiamo accesso a
un certo livello procediamo con il cuore. Poi, al centro del labirinto, bisogna lasciar morire il nostro vecchio io, la personalità
che ci è stata imposta e che ci portiamo addosso.
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LA CONVERSAZIONE CON NICODEMO
(Giovanni 3,1-21)
C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei
Giudei.
Dobbiamo liberarci dei nostri limiti, dei nostri dubbi. Rinascere «dall'alto»: dallo Spirito.
Dobbiamo confidare nel fatto che c'è qualcuno dentro di
noi che sa dove andare! Accada quel che accada, abbiamo
uno scopo, un obiettivo. Il nostro Dio interiore lo conosce:
lasciamoci guidare da Lui!
Se non passiamo le redini al nostro Dio interiore, se non
rinunciamo a dirigere, non possiamo rinascere.
In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da
Spirito, non può entrare nel regno di Dio.
Non basta nascere e morire. Bisogna nascere e in seguito
abbandonare la percezione di noi stessi per rinascere come
uomini infiniti che hanno percepito il loro Dio interiore.
Quel che è nato da ll a carne è carne e quel che è nato dallo
Spirito è Spirito.
Finché non siamo nati dal nostro spirito non siamo nell'essere bensì nell'avere. Lottiamo per avere, pensiamo che possedere
delle cose materiali significhi essere.
Solo quando ci immergiamo nel nostro spirito cominciamo
a essere, e solo allora possiamo cadere in estasi, dato che il
regno di Dio equivale all'estasi totale, qui e ora.
Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto.
Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove
viene e dove va...
È sorprendente la relazione di questa affermazione con un
koan giapponese: «Non comincia, non finisce. Cos'è?».
L'Universo è una tigre che cavalchiamo per procedere. Proviamo il piacere di lasciarci trasportare, non impo rt a dove...
Diciamo che andiamo dove vuole il nostro Dio interiore e
non dove noi desideriamo, poiché non sappiamo condurre
la belva.
Cioè: «Tu che sei un maestro in Israele, di cosa stai parlando? Qual è la lezione che impartisci? Perché dici che il
tempio è tuo? Da dove ti viene la tua autorità? Dici di essere un "Maestro" e non dài a ciascun essere umano la sua
illuminazione».
In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo
e testimoniamo quel che abbiamo veduto...
Cristo dice: «Parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo
quel che abbiamo visto. Non è necessario parlare di quello che
non abbiamo vissuto».
Finché non lo abbiamo memorizzato, finché non lo abbiamo vissuto e percorso dentro di noi, con la nostra anima,
il labirinto non potrà consegnarci il messaggio che ci vuole
dare. Allo stesso modo, finché non lo abbiamo memorizzato e
percorso con la nostra anima, il Vangelo non può consegnarci
il suo messaggio. Dobbiamo diventare umili canali: quando ci
saremo riusciti, apriremo bocca e il Vangelo parlerà tramite
noi. Lo conosciamo ma l'abbiamo dimenticato. Non lo manipoliamo, non lo dirigiamo: è lui a guidarci. Il Vangelo ci dirige,
il labirinto ci dirige, il Cristo ci dirige. Tutto ciò si manifesta
con la velocità di un lampo.
Parliamo di quello che sappiamo e non di quello che non
conosciamo: non dobbiamo essere come il fico dalle foglie
brillanti. Siamo quello che siamo! Mostriamo solo quello che
sappiamo, anche se così facendo ci sembra di mostrare poco.
Non si può parlare né insegnare ciò che non si è vissuto.
Dobbiamo iniziare da ll e piccole cose! Un passo, poi un altro,
poi un altro ancora, e si percorrono chilometri. Se aspiriamo
a enormi avanzate, non avanzeremo nemmeno di un metro e
ci faremo applaudire solo dai mercanti del tempio.
«... così è di chiunque è nato dallo Spirito.» Replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei
maestro in Israele e non sai queste cose?».
In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo
e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete
la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non
credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure
nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è
disceso dal cielo.
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Dire «il Figlio dell'uomo» non significa che lo abbiamo fatto
noi, ma che appartiene a tutti. È il Figlio dell'uomo, non nostro
figlio, ma ci appartiene. È il Figlio che appartiene all'uomo.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli
uomini hanno preferito le tenebre a ll a luce, perché le loro opere
erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non
viene a ll a luce perché non siano svelate le sue opere.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto...
Si tratta di un serpente che curava le malattie.
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché
chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Tutta la sfida del labirinto si basa sulla morte, cioè sulla
vita eterna.
È questa la sfida: la ricerca della vita eterna. Cos'è la vita
eterna? È la nostra scintilla divina che dev'essere restituita
all'eternità da cui trae origine.
... perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia
la vita eterna.
Se viviamo nelle tenebre, odiamo tutte le persone che ci parlano in questi termini. Quando facciamo del bene dobbiamo
fare attenzione: non è necessario farlo direttamente! Troviamo il vuoto in ogni persona e, dolcemente, vi depositiamo il
seme che l'aiuterà. Non forziamo nessuno a vedere la verità!
Se qualcuno ci dice: «Non credo», non cerchiamo di convertirlo esplicitamente. Non dobbiamo insistere! Non dobbiamo
discutere! Convinciamolo con amore sotto un altro aspetto!
Un saggio non discute mai. Dice quello che dice. Se non gli
crediamo, non insiste e si ritira. Poi, ritorna alla carica in un
modo meno diretto.
Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio.
Dio ha dato cioè suo Figlio a ogni uomo che crede in Lui, a
ciascuno di noi: c'è una vita eterna dentro di noi.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il
mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Il nostro Dio interiore non è venuto per giudicarci e distruggerci, ma per salvarci.
La nostra vita è un'angoscia totale finché non ci concentriamo su questa particella eterna. Dobbiamo accettare che
in noi c'è qualcosa che ci supera e che non è nostro. Allora
smetteremo di compatirci e di chiedere, e cominceremo a
sperimentare l'estasi e la vera gioia. Tutto andrà per il meglio,
anche se ci danno uno schiaffo.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già
stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio:
Quando non crediamo nel nostro Dio interiore siamo già
stati giudicati, perché, non avendo fede in noi stessi, non siamo noi stessi.
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XIII
Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbi, colui
che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso
testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui».
La discussione comincia: «Ci sta portando via i clienti. Tu
battezzi. Sei il nostro Maestro, ma adesso c'è un altro Maestro
e tutti accorrono da lui». Ecco cosa dicono i discepoli. Vogliono
rimanere con Giovanni.
Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non
gli è stato dato dal cielo».
È senza dubbio una bella risposta. Noi non possiamo attri-
GIOVANNI E GESÙ
(Giovanni 3,22-30)
Dopo aver scacciato i mercanti dal tempio
Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e
là si trattenne con loro, e battezzava. Anche Giovanni battezzava
a Ennon, vicino a Salim, perché c'era là molta acqua...
Sia Gesù sia Giovanni battezzavano allo stesso modo. Vediamo quindi il Maestro e colui che annuncia il Maestro mentre
immergono gli spiriti nell'acqua che scorre, che fluisce.
e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non
era stato ancora imprigionato.
In seguito, quando ormai non sarebbe più servito a nien-
te, Giovanni sarà imprigionato e condannato alla decapitazione. Tuttavia, per il momento, ha ancora una missione da
compiere.
Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e
un Giudeo riguardo la purificazione.
buirci i veri tesori. Possiamo attribuirci il lavoro che compiamo
per trovarli, ma qualsiasi verità che esprimiamo non viene da
noi. Non è necessario l'orgoglio. Non siamo né i creatori né i
possessori di una verità.
Ecco una storia che illustra bene questo fatto:
Quando Bodhidharma arrivò davanti all'imperatore della Cina,
questi gli disse:
«Ho creato tremila monasteri buddhisti. Ho tradotto duemila libri
sacri. Quali sono i miei meriti?»
Bodhidharma gli rispose:
«Nessun merito.»
L'imperatore si irritò:
«Chi sei tu per dirmi una cosa del genere?»
Bodhidharma rispose semplicemente:
«Non lo so...»
Nel dominio del sacro non ci sono meriti. Nessuna scoperta è
una creazione. La creazione ci arriva. Non realizziamo un'opera
sacra, la scopriamo. Non abbiamo alcuna possibilità di creare.
Niente ci appartiene, tutto ci è prestato. Nessun merito.
Giovanni afferma:
Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal
cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il
Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui.
Il Vangelo sottolinea che la dottrina giudaica attraversava
allora un momento di crisi. Anche ai nostri giorni le dottrine
attraversano un momento critico. Viviamo in un'epoca nella
quale non si sa cosa si vuole.
Una part e di noi è Giovanni: viene quindi un momento in
cui Giovanni trova qualcosa, in cui il nostro io trova delle
verità interiori.
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In quel momento sorge il primo pericolo: Giovanni potrebbe
voler diventare Giovanni-Cristo, pensare che tutto ciò che scopre
proviene da lui e cadere in un'atroce megalomania attraverso la
quale ben presto si trasfoi nierebbe in un guru. Potrebbe convincersi di essere l'unico a possedere un io sacro, l'unico a possedere
la verità, di essere il Cristo e di avere tutti i meriti del mondo.
C'è un momento in cui raggiungiamo questo stadio: pensiamo che tutti i meriti e tutti i difetti siano nostri.
Se non si hanno meriti, però, non si hanno nemmeno difetti:
si è al di là del bene e del male. Accusarsi personalmente è altrettanto vanitoso che applaudirsi. Nel primo saggio della Piccola Filocalia,* l'autore dice: «La vigliaccheria appartiene alla
vanità». È tanto vanitoso essere vincitori quanto codardi.
Riconoscere umilmente il nostro Dio interiore significa sapere che non è l'unico, e che anche gli altri ne posseggono uno.
Nel sacro non c'è concorrenza, esiste solo la collaborazione.
Quando una persona si sente in competizione, non può considerarsi a un livello sacro. Collaboriamo, vibriamo insieme:
non appena qualcuno trova il suo Dio interiore, se non cade
nella megalomania troverà subito il Dio interiore dell'altro per
poter vibrare insieme a lui. La concorrenza non esiste.
I discepoli di Giovanni sono in competizione: sono la pa rt e
di Giovanni che vuole essere il Cristo.
Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui.
Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è
presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
E cioè: colui che possiede davvero l'anima, colui che possiede la verità e, possiamo dire, la divinità, è lo sposo. È colui
che ha il diritto di possederla. Noi vediamo questo miracolo
interiore ascoltando il nostro miracolo interiore: siamo l'amico
dello sposo.
Se siamo capaci di dire che il miracolo interiore non è nostro,
possiamo avere il piacere di ascoltarlo e di vederlo senza cadere
nell'orgoglio, e non diremo mai «perché io?», ma piuttosto «perché non tu?». È per questo che i samurai dicono: «Se incontri un
Buddha per strada, tagliagli la gola!». Vale a dire: «Non metterti
ad ammirare un Buddha! Diventa tu stesso un Buddha!». A cosa
ti serve la «buddhità» dell'altro? Perché non tu?
Ora questa mia gioia è compiuta.
La mia gioia è perfetta perché nasce dall'ascolto del mio
Dio interiore.
Se non si prova gioia, non si è nella strada maestra, perché la
cosa che manifesta più chiaramente il fatto di averla trovata è
la gioia. E trovarla significa trovare quel miracolo interiore.
Se gioisco sono nella verità. Mi trovo, dunque, sulla via,
perché la via senza gioia non è la via.
Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io
invece diminuire.
COLUI CHE VIENE DALLALTO
(Giovanni 3,31-36)
Colui che viene dall'alto è al di sopra di tutti...
Al di sopra di noi. Dire «Dio è in alto», o dire «Dio è dentro
di noi» è la stessa cosa.
... ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra
terra.
e parla della
Parla cioè mediante un linguaggio articolato, usando parole.
La Filocalia è un'ampia raccolta di commenti dei Padri della Chiesa che
riflettono la via tradizionale della spiritualità cristiana come è stata praticata
fi n dagli inizi della cristianità. Questi testi furono riuniti in Grecia, nel XVIII
secolo, da Macario di Corinto e Nicodemo della Montagna Sacra, i quali
diedero alla raccolta il nome con cui è conosciuta. Pubblicata a Venezia nel
1792, la Filocalia in seguito fu tradotta in Russia in cinque volumi. La versione
ridotta è nota come Piccola Filocalia.
Perché? Perché questa conoscenza non può essere descritta
a parole.
Nel momento in cui uno descrive la Verità, non vi è immerso.
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Colui che viene dal cielo è al di sopra di tu tti. Egli attesta ciò che
ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza.
Con le parole non si fa altro che descrivere se stessi. Non si
può cogliere il Vangelo con le parole. Bisogna sentirlo.
Ogni volta che ci si imbatte nel linguaggio articolato ci si
trova di fr onte a una coscienza del mondo razionale. Ebbene,
in assenza di esso, ma in presenza di immagini e atti, ci imbattiamo invece nel linguaggio dell'inconscio. E senza atti né
immagini ci ritroviamo in una vibrazione di gioia infinita: si
tratta del linguaggio del superconscio.
Non esiste soltanto l'inconscio. L'inconscio collettivo appartiene al passato, a ciò che abbiamo già vissuto. Il superconscio
è una nuova informazione che deve farsi strada, perciò si parla
di un nuovo uomo.
Dall'inconscio non può arrivare niente di nuovo: viene dal
passato, dai passati, dalla creazione del mondo. È tramite una
via superconscia che arriverà il nuovo.
... chi però ne accetta la testimonianza, certifica Dio che è
veritiero.
Colui che accetta la sua testimonianza, cioè colui che trova
una verità interiore, testimonia e ratifica che Dio è veritiero:
lo sentiamo, non lo esprimiamo a parole.
Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio
e dà lo Spirito senza misura.
Parola dopo parola: ciò significa che quando ci mettiamo a
comunicare con quel linguaggio non abbiamo misura, poiché
lo Spirito non può averne.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi
crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio
non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui.
mentre col romanico ce lo siamo caricati sulle spalle. A indurci
in errore è stato il fatto di non cercarlo al centro di noi stessi,
ma non c'è altro modo di cercare. Senza un centro non possiamo vivere. In altre parole, adesso l'unica cattedrale possibile
è un pozzo. Un pozzo.
È meravigliosamente esatto usare la metafora «il pozzo
dell'anima»: una piccola superficie che affiora al livello della
coscienza e un tunnel che si addentra sempre più profondamente in noi finché trova l'acqua della vita. È l'acqua che
scorre, l'acqua infinita.
La cattedrale di Chartres è stata costruita intorno a un pozzo. Cos'è un pozzo?
Tutta la storia del misticismo comincia nel deserto, in una
terra arida. D'improvviso qualcuno trova dell'acqua in un pozzo, rendendo possibile la vita degli animali e de ll e piante. Da
quel momento la vita si propaga, e intorno a quel pozzo avviene il miracolo. Comprendiamo allora quanto è impo rt ante
il pozzo? È sacro. È la vita stessa. È il mistero.
LA CONVERSAZIONE CON LA SAMARITANA
(Giovanni 4,1-42)
Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito
dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni - sebbene
non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -,
lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.
Vale a dire che vedere il Figlio dentro di noi significa darci a un Dio interiore, a un potere interiore, con fede, senza
parole e senza prove. Al contrario, chi non crede nel proprio
Dio interiore ne subirà la co ll era, riceverà malattie, pazzia,
incidenti fatali, perché non possiamo edificare la nostra vita
solo sul nostro io: sarebbe l'angoscia.
Nella nostra civiltà, col gotico abbiamo cercato Dio in alto
Quando il Cristo viene a conoscenza della diatriba che ha
suscitato, non dà battaglia. Non dice: «Non sono io a battezzare». Non discute: si ritira.
Se ne va perché riconosce che Giovanni ha ancora un'opera
da compiere: ancora non è stato imprigionato, l'io ha ancora
qualcosa da fare. Cristo ha riconosciuto il compito di Giovanni:
preparargli la strada.
Il Vangelo precisa che Cristo non battezzava: perché? Perché
Cristo è l'acqua nella quale ci si deve immergere.
Nella cerimonia del battesimo, l'officiante deve immergere
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il battezzato nell'acqua: è l'acqua che purifica, non l'officiante;
si tratta di due elementi distinti.
L'io è la volontà e Giovanni è proprio questo, la volontà.
È necessario che qualcosa in noi si trasformi in Giovanni e
prenda tutto il resto del nostro essere per immergerlo nella
perfezione. Dunque, un intermediario è imprescindibile.
Cristo è il centro, Giovanni è l'io che equivale alla volont à . Dobbiamo immergere tutto il resto nel nostro centro per
dissolverci: per questo motivo, è necessario un Giovanni per
compiere il lavoro.
È determinante capire che la verità è fare. Non c'è verità
senza fare. Non c'è spirito, non c'è talento, se non facciamo.
Possiamo rimanere nella potenzialità e morirci.
Diciamo a noi stessi: «Se aiuto il mondo, farò questo e quello!», oppure: «I bambini che soffrono, è un'infamia!», oppure:
«La guerra è l'orrore, l'atrocità, parliamo di questi problemi!».
Ma cosa facciamo? Abbiamo un enorme desiderio di cambiare
il mondo, ma cosa mettiamo in pratica? Abbiamo una gran
voglia di cambiare la nostra vita, ma quando cominceremo a
farlo? Iniziamo! Si parla così tanto... Parlare non esige alcun
talento: il vero talento sta nel cominciare.
Nel Vangelo è detto chiaramente. Cristo non battezzava. È ovvio che l'acqua non possa battezzare: ci voleva Giovanni per farlo.
Sono i discepoli di Cristo che battezzano in nome di Cristo.
lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.
Si tratta de ll a Galilea delle nazioni. Perciò Cristo lascia una
località di provincia — la Giudea — per recarsi in un territorio
cosmopolita.
Doveva perciò attraversare la Samaria. Giunse pertanto ad una
città de ll a Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe
aveva dato a Giuseppe, suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe.
Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di
Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla
tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della
terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a
mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.
Giacobbe è un uomo benedetto da Dio.
Ecco, io sono con te...
Gli dice: «Se io sono con te, sono in te».
e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in
questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto
quello che t'ho detto.
Questa frase è talmente forte che si potrebbe usarla per
rispondere a quelli che si domandano perché a quei tempi
Dio parlava con gli uomini e si manifestava spesso e poi, a
un certo punto, sembra aver abbandonato completamente gli
esseri umani, dato che non si è più manifestato. Se parliamo
di un Dio interiore, come potrebbe applicarsi questa metafora?
A un certo punto, quando il Dio interiore ha fatto tutto ciò
che ha detto — o che ha voluto —, abbandona l'uomo che era
riuscito a trovarlo in se stesso? Ecco la risposta: il Dio de ll a
Genesi è il Dio esteriore. Per questo motivo si manifesta in
ogni momento. Quando finisce la sua azione esterna, smette
di manifestarsi come Padre e s'incarna in Cristo, il Figlio,
che è anche un Dio esteriore. Dopo l'ascesa di Cristo, l'unica
possibilità di azione divina è interiore. E il Dio interiore non
abbandona mai chi lo trova.
Nella Bibbia di Gerusalemme si dice che Cristo si sedette
sul bordo del pozzo di Giacobbe. Cos'è questo pozzo?
Nella Genesi (28,10-22) Giacobbe fa un sogno nel quale vede
una scala appoggiata per terra che sale fino in cielo. Nel corso
del sogno, Dio gli promette cose meravigliose:
Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore
è in questo luogo e io non lo sapevo».
fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da
mangiare e vesti per coprirmi, se ritornerò sano e salvo alla casa
di mio padre, il Signore sarà il mio Dio. Questa pietra, che io
ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai
io ti offrirò la decima».
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Ciò significa che Giacobbe erige un tempio a cominciare da lla
pietra sulla quale si è addormentato: costruisce il primo altare.
La storia della Chiesa comincia con Giacobbe, perché lui fa di
una pietra un altare: a partire dall'altare la scala sale e scende
e ci mette finalmente in comunicazione col Dio interiore.
Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali.
Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame,
accovacciati vicino...
Rachele arriva dunque col suo gregge.
Riprese: «Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di
radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!».
Giacobbe pretende che tutti se ne vadano per restare da
solo con Rachele.
Risposero: «Non possiamo, finché non siano radunati tutti i
greggi e si rotoli la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo
bere il gregge».
Egli sta ancora parlando con loro, quando arriva Rachele
con le pecore del padre: qui bisogna sottolineare che essi hanno
legami di parentela con Giacobbe.
Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, fratello di
sua madre...
Rachele era cugina di Giacobbe, dato che suo padre era
fratello della madre di lui. È così: nel sacro si ha sempre a
che fare con l'incesto.
Tre greggi di pecore. Ne manca uno. C'è un pozzo al centro.
Intorno ci sono i tre elementi: le Spade, i Bastoni e i Denari,
cioè la vita intellettuale, quella sessuale e quella corporale.
Manca il numero quattro: l'amore, le Coppe.
e tre greggi di piccolo bestiame, accovacciati vicino, perché
a quel pozzo si abbeveravano i greggi, ma la pietra sulla bocca
del pozzo era grande. Quando tutti i greggi si erano radunati
là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al posto sulla
bocca del pozzo.
Giacobbe disse loro: «Fratelli miei, di dove siete?». Risposero:
«Siamo di Carran». Disse loro: «Conoscete Labano, figlio di
Nacor?». Risposero: «Lo conosciamo». Disse loro: «Sta bene?».
Risposero: «Sì; ecco la figlia Rachele che viene con il gregge».
Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, fratello di
sua madre, insieme con il bestiame di Labano, fratello di sua
madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del
pozzo e fece bere le pecore di Labano, fratello di sua madre.
Egli, da solo, fa rotolare la pietra, posseduto da una forza
enorme: una forza che certamente seduce Rachele.
Poi Giacobbe baciò Rachele, e pianse ad alta voce.
Ecco il quarto gregge che mancava! Lo conduce Rachele, e
i quattro elementi si sono riuniti!
Allo stesso tempo, arriva l'amore. Giacobbe non aveva ancora amato una donna. Vedremo fino a che punto l'amerà.
Il gio rn o in cui ritroviamo la nostra anima scoppiamo a
piangere: perché? Secondo me, perché ci lasciamo alle spalle la
sofferenza che c'è dentro di noi: ci portiamo addosso una tale
cappa di dolore che quando ritroviamo l'anima, lo specchio,
la persona che ci corrisponde completamente a tutti i livelli
(i quattro livelli), scoppiamo a piangere perché dobbiamo
abbandonare quella sofferenza. Subito dopo ridiamo e poi
cadiamo in estasi.
In seguito, Giacobbe lavora in casa di Labano, il padre di
Rachele, dove vive anche la sorella maggiore di Rachele, Lia.
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Poiché desidera sposare Rachele, Giacobbe lavora gratuitamente per Labano per sette anni. Il giorno delle nozze, Labano
lo inganna: gli mette davanti una donna velata e solo dopo che
il matrimonio è consumato Giacobbe si rende conto che gli è
stata data in moglie Lia al posto di Rachele. «Se ami Rachele»
gli dice il suocero «te la darò, ma dovrai lavorare altri sette
anni per me.» Giacobbe sposa dunque Rachele e lavora altri
sette anni per Labano.
Rachele non genera. Al contrario, Giacobbe ha dei figli con
Lia e altri con due serve. Infine, Rachele riesce a concepire un
figlio con Giacobbe e lo chiama Giuseppe.
Rachele ha dovuto aspettare la nascita di undici figli che
Giacobbe ha concepito con altre donne per poter finalmente
procreare un figlio con l'uomo che ama. Giuseppe diventa il
figlio preferito. Un giorno Giacobbe gli regala una tunica principessa. I fratelli di Giuseppe, divorati dalla gelosia, lo gettano
in fondo a un pozzo per ucciderlo, ma prima gli tolgono la
tunica e la macchiano col sangue di un capretto, per far credere a Giacobbe che Giuseppe è stato sbranato da una belva.
Alcuni mercanti passano di li, tirano fuori Giuseppe dal pozzo
e lo vendono ad altri mercanti che a loro volta lo portano in
Egitto. Lì Giuseppe diventa un uomo impo rt ante e rispettato e
salva il paese dalla carestia. Tutto questo perché è stato gettato
nudo in fondo a un pozzo: bisogna cadere nudi in fondo a un
pozzo, è questo che dice la Bibbia, ed è molto bello.
La storia della samaritana è complessa e meravigliosa. Non
è per caso che Cristo va a sedersi vicino al pozzo di Giacobbe:
è il pozzo dell'amore totale, dell'amore folle e spirituale, dove
l'uomo incontra la sua donna, e la donna il suo uomo. Giacobbe e Rachele si trovano vicino al pozzo e a ll a fine generano il
figlio perfetto, Giuseppe, che poi va in Egitto, proprio come
l'altro Giuseppe, il padre adottivo di Cristo.
Perché si specifica che Cristo «sedeva presso il pozzo»?
Pur avendo camminato molto e avendo bisogno di riposare,
egli non sente la sete: perché? Perché Cristo è l'acqua: come
potrebbe l'acqua avere sete?
Dunque, si siede semplicemente vicino al pozzo, senza cercare acqua da bere.
Era verso mezzogiorno.
Mezzogiorno è il momento della giornata in cui non ci sono
ombre. È l'ora della verità.
Se esiste un'ora cristica, un'ora che rappresenta il Cristo, è
ovviamente il mezzogiorno, il momento in cui il sole si trova
allo zenit, cioè nel punto più alto della sua traiettoria. I;ora in
cui non ci sono ombre è quella della verità pura, l'ora dell'unità.
Non c'è dualità luce-ombra, c'è solo luce. Il sole arriva al suo
massimo e subito comincia a declinare.
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua...
Perché il Cristo incontra la samaritana? Cosa significa questo incontro? La risposta si trova nella Bibbia (2 Re 17,1-6):
Nell'anno decimosecondo di Acaz re di Giuda divenne re in
Samaria su Israele Osea figlio di Ela, il quale regnò nove anni.
Fece ciò che è male agli occhi del Signore...
Il re dell'Assiria occupò la Samaria e deportò gli israeliti nel
proprio paese (2 Re 17,7,9-12).
Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il
Signore loro Dio ... Gli Israeliti avevano proferito contro il
Signore loro Dio cose non giuste e si erano costruite alture in
tutte le loro città, dai più piccoli villaggi alle fortezze. Avevano
eretto stele e pali sacri su ogni alto colle e sotto ogni albero
verde. Ivi avevano bruciato incenso, come le popolazioni che
il Signore aveva disperso alla loro venuta; avevano compiuto
azioni cattive, irritando il Signore. Avevano servito gli idoli, dei
quali il Signore aveva detto: «Non farete una cosa simile!».
Giunse pertanto [Gesù] ad una città de ll a Samaria chiamata
Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe,
suo figlio; qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco
del viaggio, sedeva presso il pozzo.
Invece la fecero e per questa ragione furono deportati: erano
dei peccatori e avevano disobbedito a Dio. Arrivarono perfino
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a bruciare degli esseri umani durante i loro sacrifici (2 Re
17,17):
Fecero passare i loro figli e le loro figlie per il fuoco; praticarono la divinazione e gli incantesimi...
I Tarocchi non sono un'arte divinatoria: leggono il presente.
Quando si pratica un'arte divinatoria si è completamente fuori
della Legge divina, poiché divinare è come cercare di fuggire
dal tempo.
avevano compiuto azioni cattive, irritando il Signore.
Hanno peccato: hanno pregato altri dei.
Il re d'Assiria mandò gente da Babilonia, da Cuta, da Avva,
da Camat e da Sefarvaim e la sistemò nelle città della Samaria
invece degli Israeliti. E quelli presero possesso della Samaria
e si stabilirono nelle sue città. All'inizio del loro insediamento
non temevano il Signore ed Egli inviò contro di loro dei leoni,
che ne fecero strage. [2 Re 17,24-25]
spirituale con una persona con cui gli è
proibito parlare.
Dunque, in Samaria, nei pressi del pozzo, una donna samaritana arriva per attingere dell'acqua con un'anfora e incontra
Gesù, seduto sul bordo del pozzo.
Tutto il suo corpo si mette a tremare:
mentre la testa è in preda alla vertigine,
il cuore le esce del petto e le tremano le
gambe: «Non è possibile! Cosa succede? È
uno straniero, non l'ho mai visto. È diverso
da tutti gli altri. Cosa significa questo?».
Mai nella sua vita ha amato come nel preciso istante in cui comprende cos'è l'amore
fisico e spirituale, l'amore completo.
Le disse Gesù: «Dammi da bere».
Adesso possiamo capire perché è assolutamente rivoluzionario che il Cristo parli a una samaritana. E ancor più il fatto
che parli a una sconosciuta. Come osa dialogare con una donna
nei pressi di un pozzo? È assolutamente proibito!
I giusti non potevano parlare a una donna, tutta la Legge si
esprimeva in questo senso.
Cristo non solo parla a una sconosciuta, ma a una donna
che rappresenta il peccato stesso: una samaritana che segue
altre leggi. Cristo si permette di entrare in comunicazione
Non ha sete, tuttavia le chiede da bere. Accade come nell'Arcano dei Tarocchi chiamato La Stella, il cui personaggio femminile versa acqua nell'acqua. Come versare acqua nell'acqua?
La divinità ha bisogno che c'immergiamo in essa. Quando
ci facciamo battezzare, siamo Giovanni. E cosa pensa l'acqua?
Mettiamoci al suo posto: l'acqua è quel che è, scorre senza scopo né significato. Ci dice: «Vieni! Dammi un senso! Se i pesci
non nascono nell'acqua, io sono un oceano morto».
Senza la creazione, senza la vita, senza questa vita meravigliosa che Egli ha creato, l'oceano non ha senso.
Cristo dice: «Dammi da bere ed entra in me!». Se non ci immergiamo nel nostro essere interiore, questi ha sete di noi, ci chiama.
Parlando alla samaritana, Cristo le rivolge una chiamata.
Quando la donna ascolta la sua voce, cosa sente? Come parla
Cristo? Che voce ha? È la voce del cuore: parla alla samaritana
come si parla a un bambino, si mette in perfetta sintonia con
lei. Non parla all'aria: si rivolge a lei e, così facendo, è in totale
corrispondenza con la sensibilità de ll a donna. C'è tutto il suo
essere nella sua voce quando le dice: «Dammi da bere».
Quando la samaritana sente: «Dammi da bere», è la voce di
Dio quella che sente. La donna penetra nelle profondità della
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Allora arriva il leone che li salverà: Cristo.
«... ma venererete soltanto il Signore vostro Dio, che vi libererà dal potere di tutti i vostri nemici.» Essi però non ascoltarono:
agirono sempre secondo i loro antichi costumi.
Così quelle genti temevano il Signore e servivano i loro idoli;
i loro figli e nipoti continuano a fare oggi come hanno fatto i
loro padri. [2 Re 17,39-41]
Ecco chi sono i samaritani.
propria anima e subito vuole darle da bere, cioè si vuole subito 't
donare a Gesù, ma come? La samaritana dice fra sé: «Non lo
desidero, eppure voglio darmi a lui. Cosa mi succede? Tutto il
mio essere è sconvolto. Come potrò dargli da bere?».
I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista
di cibi.
Quei dodici ragazzi lasciano Cristo da solo per andare a
comprare del cibo, quando ce l'hanno a portata di mano.
Cristo è dunque da solo. A chi parlerà? Non agli uomini ma
a una donna, esattamente come Giacobbe, che ha parlato a Rachele vicino al pozzo. Se l'umanità esiste è perché Giacobbe ha
incontrato Rachele, sua moglie. Dobbiamo dunque capire che se
Cristo non avesse incontrato una donna il miracolo non poteva
avvenire: é grazie a una donna, infatti, che egli farà il suo ingresso
in Samaria. È attraverso di lei che Cristo perdonerà tutti i samaritani e solleverà dalla maledizione che pesa su di loro. Invece
di punirli, li perdonerà per il tramite di una donna.
Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo,
chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei
infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani.
Con che tono parla? Aggressivo, seducente, indifferente?
No: con un tono umile, attonito e rispettoso, senza aggressività
né provocazione, gli dice: «Sono stata umiliata un'infinità di
volte, sono stata scacciata e offesa. I tuoi sacerdoti mi hanno
insultata; loro dicono che noi sbagliamo e ciò nonostante tu,
un ebreo, mi chiedi di bere? Mi fai l'onore di togliermi dall'umiliazione chiedendomi dell'acqua. Perché io? Sono così piccola,
piena di errori, debólezze e stupidità. Perché ti presenti vicino
al mio pozzo? Perché io?».
Cristo le risponde semplicemente: «Perché non tu?».
di chiederla a te stessa! Non dubitare! Te la sto offrendo. Ti
dico "Dammi da bere", ma anche tu devi chiedermelo. È uno
scambio. Se non ti do, non mi puoi dare. Facciamo qualcosa
insieme. Abbi fede!».
Gli disse la donna: «Signore...».
La samaritana dice «Signore» e non «signore»: lo riconosce subito e comincia già a mettersi completamente nelle sue
mani.
Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva?
Si ravviva la curiosità: non può credere che sia Lui ma,
nonostante questo, sa già che è Lui. Nel momento in cui lo
vede, sa.
Dal momento in cui sentiamo il nostro Dio interiore sappiamo di essere abitati da Lui, ma non osiamo crederci. Diciamo
a noi stessi: «Sono pazzo? Guardiamo in faccia la realtà! Chi
sono io per avere questo particolare contatto con tale potere,
tale bellezza, tale meraviglia interiore? Ho sofferto per tutta la
vita. Sono stato disprezzato. Perché dovrei entrare in estasi?
Lo merito, forse? Perché? Da dove viene quest'acqua viva?».
La samaritana continua:
Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?
Evocando Giacobbe, lei allude all'amore.
Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo
sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più
sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di
acqua che zampilla per la vita eterna».
Le sta dicendo: «Ascolta, riconoscimi! Chiedimi l'acqua
viva! Se non me la chiedi, non posso dartela! Abbi la fede
Ciò significa che quando avremo trovato il nostro Dio interiore non avremo mai più sete, ma finché continuiamo a identificarci con l'io ne avremo sempre. È come quando vediamo
le persone inquiete che si appoggiano a dei sistemi pensando
di aver trovato la soluzione. Passano da un sistema all'altro
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Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui
che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto
ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
ma non bevono mai l'acqua viva: bevono solo dei sistemi, dei
piccoli sistemi.
Al contrario, la persona che ha bevuto della sua acqua, che
ha bevuto della sua fede, non avrà mai più sete nella sua fonte
interiore, perché vive nella gioia e nell'estasi totali.
Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non
abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua.
La povera donna è stanca, chiede quell'acqua e in quel momento la samaritana già crede. «Dammi di quest'acqua, affinché non debba più venire qui. Davvero, non vorrei più aver
sete! Se mi dici che è possibile, voglio l'estasi.»
Le disse...
Gesù conosce l'essere umano, sa che è un bambino. Perciò
dice fra sé: «Ora le darò una prova, perché se non lo faccio
non crederà mai»; accondiscende a dare una prova a questa
bambina. Le dice:
Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui.
Dicendole «Va' a chiamare tuo marito» Cristo le tende una
trappola, perché sa che la donna può mentirgli, dicendogli per
esempio: «Mio marito non è qui», oppure: «Non mi crederà
mai». Cosa risponde invece la samaritana?
è una peccatrice e che la vita sessuale è peccaminosa? Chi ha
cercato Cristo per donargli l'illuminazione e farsi introdurre
in Samaria? Una donna che ha avuto degli uomini, almeno sei.
Cristo non ha alcun pregiudizio sessuale, neanche il minimo!
Egli è la comprensione assoluta.
Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta».
Ora la samaritana è del tutto convinta. Gesù è buono: ha
fatto un piccolo miracolo per convincere questa bambina.
Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno
adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme
il luogo in cui bisogna adorare.
Perché dice così? Perché tutti i profeti andavano a predicare dai samaritani: «Branco di ignoranti! Bisogna andare al
tempio di Gerusalemme! La verità è nel tempio! Voi sarete
esiliati e giustiziati. Siete pustole! Andate a Gerusalemme!».
La samaritana aveva sentito tutto questo, eppure il popolo di
cui faceva pa rt e possedeva una religione. I samaritani avevano
una fede: la loro religione era diversa, ma contemplava in ogni
caso una fede umana.
Gesù le dice: «Credimi, donna...».
Ciò significa che il Dio interiore conosce la nostra vita e non
possiamo nascondergli niente.
Il Cristo non grida inorridito: «Hai avuto cinque mariti e
quello che hai ora non è tuo marito!». Egli non giudica, constata semplicemente che ha avuto cinque mariti e che l'uomo
con cui vive ora non è il marito.
Questa donna ha avuto sei uomini: Cristo parla con una donna che sta con un uomo, che ha già avuto cinque mariti e non è
nemmeno sposata. Cosa significa questo? Da dove proviene la
credenza assurda che non si deve parlare a una donna perché
È la prima volta che Gesù dice «donna» a una sconosciuta.
In precedenza lo ha detto soltanto alla Vergine Maria alle nozze
di Cana: «Che ho da fare con te, o donna?».
Ogni volta che Cristo dice «donna» si riconosce come uomo.
Solo un uomo può dire «donna» a una donna. Un bambino
direbbe «mamma», un anziano «figlia mia». Ma un uomo vede
una donna, e perché la veda è necessario che sia completamente uomo.
Per un uomo, l'unico modo di vedere una donna è diventare
completamente uomo, e per una donna l'unico modo di vedere
un uomo è diventare completamente donna.
Se vogliamo vedere l'uomo, dunque, dobbiamo trasformarci in donna; se vogliamo vedere la donna, dobbiamo essere
uomo.
Quando Cristo dice «donna» alla samaritana e alla Vergine
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«Non ho marito.» Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho
marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non
è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Maria, le riconosce interamente come tali. La Vergine Maria
è una donna completa e quando Cristo chiama così la sama-
ritana, in lei tutto il suo essere si riconosce tale.
Dobbiamo accettare il nostro corpo: se non lo facciamo, se
siamo donne e non lo accettiamo completamente, non possiamo vivere il nostro Cristo, il nostro uomo, saremo separate
da nostro marito, dal nostro uomo essenziale: la sinistra e la
destra saranno separate.
Abbiamo un lato destro maschile e un lato sinistro femminile. È necessario che si uniscano. Per unirsi al suo uomo
interiore la donna deve farsi donna, per poterlo vedere e vivere, mentre l'uomo, per unirsi alla sua donna interiore, deve
riconoscersi come uomo.
Il Cristo, dunque, riconosce la femminilità de ll a samaritana
allo stesso modo in cui riconosce quella de ll a Vergine.
Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui
né su questo monte...».
La montagna dove andavano tutti i profeti.
... né in Gerusalemme adorerete il Padre.
Cioè: «Da nessuna parte fuori di te».
Voi adorate quel che non conoscete...
Ciò significa: «I vostri dei, frutto delle vostre superstizioni».
noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza
viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i
veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità...
In spirito: il nostro spirito, lo Spirito Santo. È indispensabile capire che si parla dello Spirito Santo e che il nostro
spirito è sacro, che tutti siamo sacri. Raggiungere la santità
è arrivare a noi stessi: è dunque possibile ottenere la santità
in ogni religione, in ogni montagna, in ogni Gerusalemme, in
ogni tempio.
Possiamo trovare la nostra santità personale perché si tratta
di uno stato che possediamo già: il nostro spirito. È il culmine,
il vertice, lo zenit dell'essere umano. È il mezzogiorno. Tutti
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possiedono uno spirito in stato di santità e possono accedervi. Obbedire o no a questa santità è un nostro problema, ma
dobbiamo capire che esiste in ciascuno di noi.
... in spirito e verità...
In verità, vale a dire nell'azione, perché la verità non esiste
nelle parole.
... perché il Padre cerca tali adoratori.
Davanti al Padre siamo tutti donne, siamo tutti bambini e
madri: bisogna infatti riconoscere quel principio attivo che
Cristo chiama «Padre», un principio che insemina.
Noi siamo l'ovulo e questo principio attivo, come lo sperma,
c'insemina: se non siamo ovuli non possiamo essere fecondati.
Quando siamo fecondati i Vangeli sono belli e, al contrario,
finché non siamo stati inseminati, non potremo leggerli né comprenderli. È, dunque, qualcosa che si realizza dentro di noi.
... perché il Padre cerca tali adoratori.
Se l'ovulo non adora non può essere inseminato. È per amore che si feconda.
Dio è spirito...
Uno spirito che è dentro di noi pur senza appartenerci.
«Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in
spirito e verità.» Gli rispose la donna: «So che deve venire il
Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni
cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».
Egli non si definisce. Quando la samaritana gli dice: «So che
deve venire il Messia», egli non risponde: «Sono io il Messia».
Dice: «Sono io, che ti parlo». Niente nomi. Niente definizioni.
Quando il nostro Cristo interiore ci parla, siamo tutti orecchie, non pensiamo. Non rifiutiamo niente.
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono
che stesse a discorrere con una donna.
I discepoli di Cristo si dicono: «Come può illuminarsi una
donna se la Legge di Mosè ha espulso la donna dal tempio?».
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Dio qui dimostra che Eva non è l'orrore che ci hanno sempre
fatto credere. Il Cristo, prima ancora di parlare a san Pietro
o a san Giovanni, parla a una samaritana che aveva avuto sei
uomini. È a lei che dà la verità direttamente.
Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché
parli con lei?».
Quando vedono Cristo parlare con una donna, i discepoli
hanno dei dubbi ma capiscono qualcosa e, rispettosamente, non fanno domande e si ritirano. È un'interpretazione
corretta.
Non si dicono: «Che orrore! Ha parlato con una donna!»,
né si ritirano imbarazzati. Penso a quelle persone convinte
che amare Cristo significhi rifiutare la donna: non è un atteggiamento giusto. Queste persone rifiutano la propria donna
interiore. Ma non è il caso dei discepoli. Del resto, se sono
vicini a Cristo è perché lui li ha scelti e quindi non potevano
avere pregiudizi. Si ritirano infatti rispettosamente.
La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla
gente...
La samaritana abbandona la sua brocca! È senza dubbio
molto bello e molto significativo. La samaritana viene infatti
per attingere acqua al pozzo, e una volta che ha ricevuto l'acqua di Cristo non ne vuole nessun'altra.
Gli aveva detto: «Dammi di quest'acqua, perché non abbia
più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua», ed è
proprio quello che succede. Completamente sazia, non ha più
sete e abbandona quindi la sua anfora.
La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla
gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello
che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla
città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbi, mangia». Ma egli
rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».
I discepoli hanno comprato il cibo in città e vorrebbero
mangiare il cibo di tutti i giorni. Non vogliono smettere le
loro abitudini, i loro gesti consueti, le loro manie. Sono presi
nella trappola del quotidiano, perciò il Cristo spiega: c'è «un
cibo che voi non conoscete».
E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse
gli ha portato da mangiare?».
In realtà sono ingenui e la loro reazione è davvero comica.
Non capiscono niente: Cristo è al centro del labirinto e loro
all'esterno, non sono scesi fino in fondo e non hanno visto il
Cristo seduto nei pressi del pozzo di Giacobbe e Giuseppe. Non
sanno niente, sono terra nella terra, non terra nel cielo.
Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi
ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono
ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico:
Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano
per la mietitura».
Cristo afferma «Non aspettate». È già tutto qui, era già
seminato prima della vostra nascita. Il vostro Dio interiore è
qui, perché volete aspettare quattro mesi? Perché questa idea
di dover aspettare? Perché non tu?
Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che
già biondeggiano per la mietitura.
Cosa mieteremo? Fiori puri: dentro di noi tutto è già in
stato di purezza.
E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna,
perché ne goda insieme chi semina e chi miete.
Tu tt i i samaritani, tutti quegli uomini esiliati, questi maledetti, come li chiamavano i profeti, escono da ll a città e vanno
incontro a Cristo. Non sono eruditi né intellettuali: sono i
fedeli di altre religioni.
Quando troviamo il nostro Dio interiore, Lui è quello che
semina e noi siamo quelli che raccolgono, e siamo insieme.
Non c'è un processo che precede l'altro: mietiamo quel che
seminiamo a ogni secondo, quest'acqua che esce dal pozzo!
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A ogni istante l'acqua scorre e, allo stesso tempo, noi mietiamo e raccogliamo. Lo facciamo contemporaneamente: seminare e mietere sono atti simultanei, non c'è sfasamento né
distanza temporale fra l'uno e l'altro.
Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete.
Il nostro Dio interiore semina e noi non dobbiamo far altro
che mietere. Non dobbiamo seminare: non abbiamo più niente
da fare. Ci basta mietere. Non dobbiamo conservare niente.
Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato...
Quando ci decidiamo a mietere, mietiamo. Caliamo il secchio nel pozzo, tiriamo la corda e prendiamo l'acqua.
«... altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro. »
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole de ll a donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che
ho fatto».
tutto quello che ci dicono. Ci parlano di un'infinità di concetti
che non abbiamo mai sperimentato: la fede, la libertà, la speranza ecc. Possiamo passare la vita a sentir parlare del vino,
ma finché non ci ubriacheremo non lo conosceremo mai.
... ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi
è veramente il salvatore del mondo.
È bene ascoltare quello che ci dicono, ma bisogna subito
andare a verificare, a sperimentare da soli.
Avviciniamoci al pozzo, allora! Una volta che l'abbiamo
fatto, portiamoci la nostra famiglia, gli amici, le persone con
cui parliamo nella vita quotidiana e tutte quelle che incontriamo: conduciamoli al pozzo come ha fatto la samaritana
con i samaritani.
È tutto. Non c'è alcun segreto. Egli è là.
Ecco il segreto, il nocciolo di quanto detto finora. Non è a
causa di quello che ci dicono che dobbiamo credere: dobbiamo sentire da soli. In genere ci comunicano teorie e concetti,
e viviamo applicandoli senza aver mai conosciuto la fonte di
È necessario saper far rotolare la pietra che copre la bocca
del pozzo e pregare lì: sono compiti da realizzare. Se non
adempiamo a essi, le pecore muoiono di sete. Viene, dunque,
un momento in cui bisogna decidersi a fermare il carro, smetterla con le abitudini, con la pigrizia, e dedicarsi a questo.
Dal momento in cui iniziamo a darci veniamo aiutati, poiché la nostra programmazione interiore sa perfettamente di
cosa abbiamo bisogno. La fede non consiste in nient'altro che
chiedere aiuto ed essere sicuri che saremo soccorsi.
Se vogliamo comunicare non possiamo avere un comportamento equivoco, non possiamo mentire. Se diciamo bugie,
non ci ascolta nessuno. Dobbiamo trovare la verità interiore,
nel centro del nostro labirinto. Lì togliamo la pietra dal nostro
pozzo e da lì parliamo con calma dopo aver ascoltato. Ciò
significa che abbiamo vinto la battaglia, perché non abbiamo
nulla da ottenere. È fatto.
La voce interiore parlerà solo a noi, ma una volta che ci
parla possiamo trasmetterla.
La nostra voce interiore è flebile: non grida, ci dice impercettibilmente: «Sono qui». Dobbiamo spalancare un orecchio
enorme per sentirla, poiché si tratta di un suono molto delicato. Se non poniamo tutta la nostra attenzione nell'ascoltarla,
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È dunque la donna a dirlo agli altri, la donna considerata
impura e che, tuttavia, a contatto di Cristo è solo purezza.
Ciò significa che le esperienze precedenti non esistono più,
grazie al rapporto col nostro Dio interiore: smettiamo di incolparci e comprendiamo che non ci sono colpe, che siamo
innocenti.
E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro...
Sono i primi che chiedono a quell'illuminato di restare con
loro.
ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la
sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola
che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito...».
non ci riusciremo. Non dobbiamo pensare che questa voce
ci parlerà molto fo rt e perché siamo «noi»: così facendo non
la sentiremo mai, perché non ci parlerà mai nella dimensione del nostro ego. L'ego non è in grado di sentirla, perché la
nostra voce sussurrerà dolcemente, dal fondo di tutto quello
che siamo.
XIV
IL SECONDO SEGNO DI CANA
(Giovanni 4,43-54)
Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. Ma Gesù
stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella
sua patria.
Bisogna ricordare che quando Gesù scaccia i mercanti dal
tempio i grandi sacerdoti e gli scribi cercano di ucciderlo;
deve dunque abbandonare in fretta la Galilea. Gesù quindi sa
perfettamente di cosa parla, poiché non è stato riconosciuto
nel suo paese.
Possiamo anche dire che a volte il Dio interiore può essere
più facilmente riconoscibile nell'altro (nel Maestro) che in
noi stessi.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino.
Ritorna dunque nel luogo del suo primo miracolo. Tutte le
persone che cercano di fare del bene agli altri arrivano a un
certo punto, volenti o no, a desiderare di guarirli.
Quando abbiamo realizzato il nostro lavoro interiore, o
almeno una gran part e, ci rendiamo conto di non poter rimanere fermi e di dover comunicare agli altri quello che abbiamo
compiuto in noi. Vogliamo comunicare ma non possiamo
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farlo immediatamente: dobbiamo «pulire» le orecchie di chi
ci ascolterà, se vogliamo essere capiti. Per comunicare con gli
altri, dobbiamo prima curarli.
Ci rendiamo conto che se il mondo è malato anche noi ci
ammaliamo, e se si trova a un livello meno evoluto del nostro
dobbiamo adoperarci per farlo evolvere. Scopriamo inoltre
che se il mondo è in crisi anche noi lo siamo: non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo cominciare a farlo. Ci
impegniamo ad avviare il cambiamento, lottiamo contro la
resistenza degli altri a essere guariti.
Medici, psichiatri, psicoanalisti e tutte le persone che lavorano con gli altri converranno che, a un certo punto, si trovano
sempre davanti un muro impenetrabile: l'altro non si lascia
curare. Eppure, vediamo molto chiaramente quello che ha,
percepiamo il suo nucleo. Allora gli diciamo: «Vedi, questo
l'importante, questo è il tuo nucleo essenziale». L;altro annuisce e ha una specie di presa di coscienza, ma dieci minuti dopo
ci dice: «Cos'è che mi dicevi? Me ne sono dimenticato».
Facciamo lo stesso con i nostri problemi: diciamo a noi
stessi: «Cambierò», lo annotiamo in un'agenda e poi ce ne
dimentichiamo. Sei mesi dopo, quando rileggiamo i nostri
appunti, constatiamo che non abbiamo fatto niente e che ce
ne siamo dimenticati.
Di cosa si tratta? Perché, quando ci proponiamo di aiutare
gli altri, ci imbattiamo subito nel problema del narcisismo?
Verifichiamo che non riusciamo a curare gli altri, e se insistiamo a farlo è solamente perché siamo in preda a una smania
di potere. Ci rendiamo conto di non poter andare così lontano
come speravamo, perché se l'altro non vuole curarsi noi non
possiamo farlo, per quanto lo desideriamo.
La verità, in fondo, è che non possiamo curare nessuno.
Possiamo curare solo noi stessi. Voler aiutare gli altri esige
una grande umiltà, perché mentre si cura un altro bisogna
far sparire sempre più se stessi: bisogna accompagnarlo nei
suoi stessi meandri e spingerlo con abilità e discrezione fino a
quando comincia a prendersi cura di sé. Dobbiamo diventare
un «cestino della spazzatura» e lasciare che depositi in noi il
suo sudiciume.
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Bisogna sottolineare che tutti, assolutamente tutti, siamo
malati, dato che la nostra malattia proviene dal nostro albero
genealogico. Abbiamo visto che ognuno di noi è abitato dalle
tre generazioni che lo precedono: si tratta di almeno quattordici
persone (quindici con noi), senza contare i fratelli e le sorelle,
gli zii e le zie; abbiamo visto inoltre che queste quindici persone
che ci abitano ci guidano verso una situazione malata.
Cristo ha affermato che «un profeta non riceve onore nella
sua patria». Cos'è la patria? È la coscienza. Dove si trova? Nel
mondo, nel mondo infinito.
La patria è la coscienza e il mondo è l'essere umano nella sua
completezza, con l'inconscio e tutto il resto dell'Universo che
esso contiene. Ogni individuo ha in sé un Universo completo
e infinito, un cosmo. Dove finisce l'inconscio? Dove finisce
l'Universo. Grazie all'inconscio siamo completamente relazionati al cosmo, perché all'inconscio individuale si sommano
l'inconscio collettivo, quello storico e quello cosmico.
Di base ci sono i pianeti e più lontano dei pianeti, molto
più lontano, c'è il cosmo intero, quello che dentro di noi corrisponde alla divinità completa.
... un profeta non riceve onore nella sua patria.
La divinità fa spesso delle apparizioni nella nostra coscienza.
Quando siamo «svegli» ci illuminiamo molte volte al giorno.
Per esempio, siamo testimoni di un incidente. In quel momento siamo completamente illuminati: lo vediamo in tutti i
dettagli e non lo dimenticheremo mai. È come scattare una
fotografia, un'«istantanea»: questa tipologia di momenti potrebbe chiamarsi il profeta.
Un profeta appare nella nostra coscienza, ma siccome si
tratta della nostra coscienza non ci crediamo. Al contrario,
possiamo credere negli stati di coscienza degli altri. È per
questo che cerchiamo qualcuno che abbia visto: pensiamo
che dica la verità e che noi non la possediamo. Lo chiamiamo quindi Profeta e lo seguiamo affinché ci dica cosa fare.
Lui ce lo dice, ma cosa dice il nostro profeta interiore?
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Esaminando l'episodio della guarigione del paralitico potremo capire che cos'è un paralitico, perché anche noi siamo
paralitici in qualche pa rte: siamo tutti portatori di handicap,
Prima di approfondire questo tema, comunque, dobbiamo
esaminare la fede: nel passo precedente, infatti, «Guarigione
di un bambino», Cristo inizia a parlare della fede.
Quando non abbiamo fede diciamo a noi stessi: «Ogni individuo è un essere inutile e senza scopo, e morirà ignorante.
Veniamo al mondo per caso. I miracoli non esistono. Siamo
qui perché siamo qui, ed è tutto, l'essere umano è un animale
folle che genera figli senza sapere perché, per il mero desiderio
di perdurare. La sessualità è una trappola della natura che si
vuole riprodurre: ha dotato questa trappola di piacere affinché
ci caschiamo dentro e ci riproduciamo. Ci sfruttano fino alla
morte affinché qualcun altro si arricchisca, questo è tutto.
L'unica cosa che conta è vivere bene e avere molto denaro.
Basta diventare milionari, essere famosi, avere un «nome«,
soddisfare tutti i propri capricci: ecco l'unica cosa che conta.
A parte i beni materiali non esiste niente!».
Diciamo a noi stessi: «La libertà è una chimera, in fonde
siamo tutti controllati: non possiamo viaggiare senza passaporto; ci dicono tutto quello che dobbiamo fare; siamo obbligaci
a rispettare leggi ingiuste. Tutto viene deciso dallo Stato. La
fede è una sciocchezza. Cosa siamo in mezzo a tutto questo?
Miserabili vermi, è evidente».
E inoltre: «Viviamo su un piccolo pianeta che gira intorno
a un piccolo sole che non avrà una vita molto lunga. Nella
galassia non rappresentiamo niente!».
E proseguiamo: «Come può la divinità pensare a me fra
milioni e milioni di esseri umani? Bisogna essere completamente megalomani per pregare e pensare di essere ascoltati!
Ascoltare cosa? Chi sono io? Chi è colui che chiede? Se mi
tagliassero a pezzi, cosa rimarrebbe? Dove sono? Quando tento
di vedermi per sapere dove sono non ci riesco: vedo solo che
mi sto guardando. Se cerco di mettermi nel posto da cui vedo,
allora vedo che mi vedo mentre mi guardo, e se insisto, vedo
che mi vedo mentre mi guardo mentre mi vedo. Dove sto? Da
nessuna parte. Cosa sono?».
E possiamo continuare: «Non posso nemmeno essere sicuro
di capire quello che penso, perché non sono io a pensare, è
l'inconscio. Non sono padrone dei miei pensieri. È l'inconscio
che mi fa pensare. Sono completamente controllato da questa
cosa strana che chiamano inconscio, o dall'economia, o dalla
pubblicità».
Si arriva a questo: «Mi rendo anche conto che non si ama.
Studiando l'albero genealogico, notiamo che qualcuno si innamora di un cognome, di una professione, di una proiezione di
sua madre... Inoltre, non esiste nessun vero genitore adulto,
né un Padre né una Madre, da nessuna parte! Siamo tutti
bambini».
Soprattutto, pensiamo: «Del resto, non voglio morire. Voglio l'eternità! Certo! Perché dovrei accettare la mo rte? Voglio
essere eterno così come sono! No, non come sono. Forse più
giovane, con i capelli biondi, e più muscoloso, con un sesso
più grosso, più potente. Che altro? Molto più bello, ovvio. Così
come sono ma con un naso un po' meno lungo e una dentatura
sana. Sì, così sarei perfetto».
E possiamo continuare: «Allora, cos'è che voglio conservare
in eterno? I miei sentimenti? No, non desidero renderli eterni
perché il cuore mi fa soffrire. I miei desideri? Ancora meno:
mi turbano, sono stufo dei miei desideri. I miei pensieri? Sono
così geniali? La scelta, dunque, appare difficile. Più ci penso,
più si restringe. Nessuno, in realtà, merita di essere eterno
perché nessuno è perfetto. Solo la divinità potrebbe avere tutto.
Ah, se fossi Dio! Voglio esserlo! È proprio questa la risposta:
essere Dio per l'eternità!».
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Il nostro profeta interiore non va bene nella nostra patria,
non l'ascoltiamo. Diciamo a noi stessi: «Perché io? Perché
dovrei stare attento ai miei momenti di illuminazione?».
Ogni giorno ci capitano migliaia e migliaia di miracoli e
non riusciamo a vederli. Li dimentichiamo immediatamente
perché non siamo profeti nella nostra coscienza.
LA FEDE
Allora i nostri pensieri cambierebbero direzione: «Ma se sono
Dio, che futuro mi aspetta? Completamente solo per tutta l'eternità! Insopportabile! In fondo, non voglio essere eterno. È un'ambizione senza alcun interesse. Quello che voglio è essere felice,
qui e ora. In realtà, l'unica condizione desiderabile è starmene
qui, pienamente felice, e avere fede, la fede totale. È tutto. L'unica
cosa fondamentale per un essere umano è avere fede. Ma cos'è
la fede? È sapere che in me c'è un Dio che mi collega all'eternità,
che esiste qualcosa di eterno e che tutti questi ideali sono veri».
Allora ci concentreremo su una questione: «Come realizzare
la fede? Come posso rendermi conto che in me c'è qualcosa di
magico, un potere incommensurabile, che ho la facoltà di ricrearmi, la possibilità di essere sempre visto e ascoltato, che sono
stato creato per uno scopo concreto, che adempio a un meraviglioso destino cosmico e che, da qualche pa rte dentro di me,
un giorn o godrò pienamente di questo Universo così splendido?
Avere fede vuol dire sapere che siamo completamente inscritti
nel tempo, che foinieremo parte della coscienza in eterno, che
siamo coscienza, siamo lo Spirito Santo... tutti noi».
E concluderemo: «Allora ne vale la pena. Io da solo, no!
Tutti insieme, questo è meraviglioso. Vedere l'umanità intera,
quelli che sono morti, quelli che sono vivi, quelli che ancora
devono nascere, tutti insieme in un Dio collettivo. Questa è la
bellezza. Entrare nella divinità e dissolversi in essa. Forse lo
stiamo già realizzando? Da qualche pa rte dentro di noi siamo
già dissolti nella divinità. Da qualche parte dentro di noi stiamo
già prendendo coscienza».
che quando affrontiamo in profondità i nostri problemi interiori il potere non ci aiuta: non importa quale potere, neanche
quello del re. Possiamo essere funzionari reali e godere della
migliore situazione possibile, possiamo aver risolto l'aspetto
materiale della nostra vita; ma quando viene il momento critico, il re non può fare niente per noi. Il potere non può fare
niente.
Viene un momento in cui il potere si ferma davanti alla
malattia. È questa, dunque, la grande rivoluzione divina e bisogna capire che la malattia è divina. In un certo senso esiste
per sistemare le cose: è per questo che la nostra società vede
la malattia come un mostro.
Una persona che si crea una malattia psicologica o fisica sta
facendo una rivoluzione, mentre una persona che nasconde
la corruzione e la mo rt e nella sua anima senza manifestarle
in una malattia po rt a il peso del suo errore (errore che attualmente ci ha condotti a quello che è evidente per tutti: alla crisi,
all'agonia de lla nostra società).
Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea,
si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché
stava per morire.
Un funzionario reale è un militare al servizio del re. Il re non
è in grado di curare il figlio del funzionario. Questo vuol dire
Da qualche pa rte dentro di noi, siamo tutti dei bambini,
bambini che chiedono. Il bambino che vive in ciascuno di
noi è malato, quasi moribondo, e sappiamo che, per vivere,
dobbiamo curarlo, poiché non ha ricevuto quel che meritava.
Dobbiamo dargli quello che non ha.
In realtà, il funzionario chiede che venga curato il suo bambino interiore.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
È la sua prima risposta: «Voi esigete dei miracoli per credere».
Chiediamo un miracolo per avere fede, quando la condizione sine qua non per sperimentare un miracolo è proprio avere
fede. È paradossale.
Ottenere la vita eterna equivale a raggiungere uno stato di
coscienza che presuppone la morte dell'ego. La persona che
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321
I MIRACOLI
(Giovanni 4,43-54)
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato
l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio
malato a Cafarnao.
arriva a questo stato di coscienza si trasforma durante la ricerca. In un certo senso, lascia un cadavere dietro di sé, visto
che non è la stessa che era all'inizio della via. In qualche modo,
illuminarsi è come morire. Orbene, si cerca l'illuminazione
proprio per non morire.
Il funzionario, dunque, dice: «Fammi un miracolo e crederò
in te»; e Cristo gli risponde: «Come posso fare un miracolo se non hai fede?». Prima di tutto bisogna cercare la fede
interiore.
Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima
che il mio bambino muoia».
Quando ripete la sua richiesta, il funzionario crede.
All'inizio, il Vangelo dice: «lo pregò di scendere a guarire
suo figlio poiché stava per morire», e Gesù risponde: «Se non
vedete segni e prodigi, voi non credete». La seconda volta, il
funzionario dice: «Signore, scendi prima che il mio bambino
muoia».
Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive».
La sfumatura è molto sottile e può passare inosservata, ma
c'è un koan zen, un indovinello sacro, che può chiarirla:
Un Maestro zen va a vedere i suoi discepoli che stanno meditando
nelle rispettive celle. Apre la porta della prima cella. Un discepolo esce
e solleva una lampada davanti al suo viso. Il Maestro lo saluta, poi si
dirige verso la seconda cella. Apre la porta. Un altro discepolo esce e
alza la sua lampada come quello precedente, ma invece di salutarlo il
Maestro gli dà uno schiaffo.
il suo spirito non ha ancora trovato la devozione, e il Maestro
gli dà uno schiaffo.
Ecco un altro esempio; domandi a qualcuno:
«Ti sono utile?»
«Oh, sì, mi sei molto utile!»
«In questo caso ringraziami. Dimmi `grazie"!»
« Grazie.»
«Il tuo `grazie" non è sincero.»
« Grazie!»
«Non è ancora sincero. Non mi ringrazi. La tua gratitudine proviene
dall'intelletto. Deve provenire da tutto il tuo essere: il tuo intelletto, il tuo
cuore, il tuo sesso, il tuo fegato, il tuo pancreas, la tua milza, tutte le tue
cellule. Voglio che tu mi dica grazie, che riconosca quello che ti ho dato.
Non per farmi piacere o perché io desideri ringraziamenti. Voglio che
tu lo riconosca per te, perché se sei riconoscente e mi dici sinceramente
"grazie" farai del bene a te stesso. Al contrario, se dici "grazie" soltanto
con il tuo intelletto, te ne dimenticherai. Bisogna sapere ringraziare
completamente, con ogni cellula, affinché la cosa agisca su di te.»
Quando il funzionario ripete la sua richiesta, dice a Cristo:
«Scendi prima che il mio bambino muoia». Lo dice con fede
e crede profondamente nel fatto che Gesù possa guarire il
ragazzo. In quel momento Cristo gli dice:
«Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli
aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero:
«Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».
Ciò significa che l'uomo aveva camminato per un'intera
giornata.
Questo è il koan. Come interpretarlo? Ci sono due persone
che stanno lavorando: sono simili e, tuttavia, il Maestro si
congratula con uno e dà uno schiaffo all'altro! Sembra una
cosa piuttosto misteriosa. Possiamo dire fra noi che il Maestro
è pazzo, eppure no, non lo è. Il primo discepolo, pieno di fede
e devozione, solleva la sua lampada per dire: «Il mio lavoro
compiuto». Il Maestro lo avverte, perciò lo saluta: «Hai fatto
bene il tuo lavoro». L:altro fa lo stesso gesto ma senza sentirlo,
Gli dice «Va', tuo figlio vive» e l'uomo va: ha fede. Passa una
giornata intera. Suo figlio, dunque, si trova lontano. È andato
a cercare Gesù a una grande distanza per condurlo a curare
il figlio. Questo funzionario reale, che aveva una situazione
invidiabile, si era accollato il peso di andare a cercare una
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Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva
detto: «Tuo figlio vive».
persona molto distante. Questa persona gli dice: «Non ho bisogno di venire al capezzale di tuo figlio. Attraverso di te posso
operare a distanza». Fiducioso, il funzionario ritorna a casa e
i domestici gli vanno incontro per annunciargli che suo figlio
è vivo. Vive perché lui ha avuto fede e ha creduto.
I nostri problemi psicologici esistono perché non abbiamo
fede. Ci persuadiamo che l'altro non ci ama e ci convinciamo
che mente, che niente di quello che ci dice è sincero. Facciamo
così in modo che la nostra certezza diventi realtà e facciamo
di tutto affinché l'altro si disinteressi di noi e ci abbandoni.
Provochiamo un dramma enorme perché non siamo amati...
per mancanza di fede!
Al contrario, se abbiamo fede, cosa facciamo? Diciamo a
noi stessi: «Sto bene con questa persona! È un piacere momentaneo. Non chiedo che mi dia un'ora o qualche giorno di
più. Non chiedo niente. In effetti sto bene così!» .
E diciamo anche: «Se l'altro non mi vede, è perché non
può farlo. Se mi vede, è perché può farlo. Se lavora con me è
perché mi ama. Se non lavora al mio fianco è perché non gli
interessa. È la vita, sono le circostanze. Non chiedo niente.
Sono contento».
Oppure: «Studio, studio, studio... Penso, cavillo, medito...
Sono intimamente persuaso che riuscirò a fare quello che
voglio. So che ce la farò!».
La base di tutto è la fede: so che un giorno riusciremo a
curare per mezzo dei miracoli, perché tutti possiamo fare
miracoli se ce lo proponiamo: possiamo agire sugli altri e
oltrepassare il loro muro. Tuttavia, per farlo, dobbiamo oltrepassare anche il nostro. Il problema non è abbattere il muro
dell'altro, ma il nostro.
quella di tutti coloro che la circondano. Non si fa mai del bene
a una sola persona, ma a molte: a tutte quelle di casa.
La stessa cosa accade dentro di noi. A partire dal momento
in cui ci risvegliamo intellettualmente, ci risvegliamo anche sul
piano emotivo, istintivo e corporale. Cominciamo a risvegliarci
da qualsiasi parte di noi stessi!
GUARIGIONE DI UN PARALITICO A GERUSALEMME
(Giovanni 5,1-18)
Vi fu poi una festa per i Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Ciò significa che a partire dal momento in cui una persona
crede, non è l'unica a farlo: molte altre crederanno insieme
a lei.
Se diamo a qualcuno un seme e questo germoglia, non abbiamo abbellito unicamente la vita di una persona, ma anche
Questa frase è bella. Gesù arriva mentre è in corso una festa.
L'occasione in cui scaccia i mercanti dal tempio è la festa di
Pasqua. Più tardi, compie il suo primo miracolo durante un
matrimonio. Si presenta sempre quando è in atto una festa.
Ciò significa che se non c'è festa la presa di coscienza, lo
stato di illuminazione, non può arrivare. Se vogliamo ricevere
Dio in noi, se vogliamo raggiungere la nostra illuminazione,
facciamo una festa dentro di noi. Cominciamo a sentire i nostri
nuclei di sofferenza per dissolverli. Dove c'è sofferenza non c'è
coscienza. Dove c'è coscienza non c'è sofferenza.
Il dolore può consistere in un'infezione ai denti o in un'altra part e del corpo, ma non la sofferenza. C'è una differenza.
Quando ci fa male una qualunque parte del corpo, questo
dolore rimane localizzato.
Al contrario, quando proviamo sofferenza questa invade
per intero il nostro corpo, il nostro spirito, il nostro cuore, il
nostro desiderio, la nostra memoria: invade il nostro mondo,
il nostro intero Universo.
Tutti quelli che piangono una persona molto tempo dopo che
è scomparsa sono nella sofferenza e non nel dolore. Ciò significa che hanno un enorme complesso di colpa e non lasciano
che si dissolva. A un certo punto bisogna seppellire il morto.
Se non lo facciamo, riveliamo una mancanza di coscienza.
Con la mort e di Deshimaru imparai che quando muore un
Maestro zen lo si onora con un lutto di quarantanove gior-
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e credette lui con tutta la sua famiglia.
ni, poi cessano i lamenti. Il Maestro è eterno, ovviamente,
ma dopo un certo tempo ci si slega, ci si stacca. È una bella
cosa stare notte e giorno a vegliare la sua memoria, ma dopo
quarantanove giorni diventa una schiavitù. Bisogna vivere.
Continua a soffi ire colui che non si è risvegliato.
Gesù arriva, dunque, in occasione di una festa. Conviene
sottolinearlo: dove c'è lui, è sempre festa.
V'è a Gerusalemme, presso la po rta delle Pecore, una piscina,
chiamata in ebraico Betzata, con cinque portici...
Immaginiamo una piscina con cinque portici. Simboleggia
i quattro ego: il corpo, l'istinto, l'emozione, l'intelletto... e la
quinta essenza.
... sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi,
zoppi e paralitici.
Essere malati significa non vivere il proprio Dio interiore.
Non conoscerlo è la fonte delle malattie. Essere ciechi significa non vedere la propria verità. Essere zoppi vuol dire avere
bloccato il lato maschile o il lato femminile. Un paralitico è
qualcuno che non può lavorare su di sé per trovare il proprio
centro: non può raggiungerlo e spera che venga un altro per
farlo. Essere paralitici significa sperare che l'altro ci dia quello
che potremmo darci da soli.
ciechi, zoppi e paralitici. Un angelo infatti in certi momenti
discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi
dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse
affetto.
Tutti aspettano la guarigione. Perché sono malati? Immaginiamo la scena: quella moltitudine si trova sull'orlo della piscina. Improvvisamente l'angelo scende e tocca l'acqua; questa
si agita e tutti si lanciano facendosi largo a gomitate. Il primo
che tocca l'acqua guarisce e si rallegra mentre gli altri, tutti gli
altri, lo guardano risentiti e gelosi. Un'immensa moltitudine e
un solo guarito. Uno solo... purché lo lascino arrivare all'acqua.
Così, in competizione, credo che nessuno potesse guarire.
Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato.
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Quest'uomo era paralizzato da trentotto anni e dopo tutto
quel tempo aspettava, mentre gli altri, malati, zoppi, ciechi
ecc., correvano verso l'acqua senza preoccuparsi di nient'altro.
Quest'uomo vedeva sfilare tutti ma non poteva avvicinarsi
nemmeno di un centimetro all'acqua. Nessuna pietà: l'incredibile egoismo di quei malati. Ognuno per sé. I paralitici, bloccati
lontano dall'acqua, costituivano la felicità degli altri malati:
qualche rivale in meno. I ciechi, non da meno, corrono in
tutte le direzioni, mentre gli zoppi più bellicosi hanno qualche
possibilità di farcela... ma inciampano e cadono. Ogni malato,
approfittando dei magri vantaggi che la sua malattia gli dà
sugli altri, tenta di avanzare a calci, a morsi, menando colpi
con i moncherini, con le stampelle, in preda all'angoscia...
Il nostro paralitico, impotente, aveva vissuto questa scena
per trentotto anni senza che nessuno gli prestasse aiuto avvicinandolo all'acqua. Non c'era li un sacerdote, uno di quelli
che leggevano i libri, il Deuteronomio e altri, che gli dicesse:
«Poveretto! Starò io al tuo fianco, dato che tu non puoi muoverti, e nel momento in cui l'acqua si agiterà ti ci immergerò»?
Certo che no. Ognuno pensava solo a se stesso, poiché un
malato pensa solo a se stesso e non si mette mai nei panni di
un altro.
Ognuno di noi è zoppo, o cieco, o storpio. Intorno a noi ci
sono anche tutti questi personaggi che pensano solo a se stessi.
C'è il paralitico, e nessuno va verso di lui. Sono trentotto anni
che quest'uomo aspetta, e nessuno si mette nei suoi panni.
La malattia è dentro di noi, nel nostro ego, e aspetta che
venga un angelo dal cielo ad agitare l'acqua miracolosa.
Non fanno il loro lavoro personale e sono malati. Perché?
Perché peccano. Qual è il loro peccato? Non avere fede. Non
fare il lavoro interiore. Siamo venuti qui per vivere nella pienezza, e se una persona non vive in questo stato, pecca. Peccare è darsi tutte le giustificazioni possibili per essere come
un malato sull'orlo de ll a piscina che dice: «Gli altri arrivano
prima di me perché sono malato. Ma aspetto il giorno in cui
avrò abbastanza forza per escludere tutti quanti. Quel giorno
non farò loro regali. Mi guadagnerò il mio posto a calci e a
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La domanda è formidabile e, in realtà, contiene la chiave
non solo per qualsiasi malato ma anche per tutti i terapeuti.
Ci lamentiamo di essere malati, ma vogliamo guarire? Penso
di no. Siamo malati perché non vogliamo affi ontare il problema che nascondiamo. Se guarissimo, ci troveremmo di
nuovo davanti al nostro problema. Siamo paralizzati perché
ci conviene, perché non vogliamo affi ontarlo.
Decidiamoci: vogliamo guarire o no? Tutto il problema sta
qui. Se non vogliamo curarci, nessuno al mondo potrà farlo.
Potremo consultare tutti i medici possibili e non guariremo
morsi come gli altri. Lascerò fuori i paralitici e sarò il primo
a toccare l'acqua».
Gesù, vedendolo disteso...
In trentotto anni, Cristo è il primo che lo vede disteso. È
il primo, perché se qualcun altro lo avesse visto, lo avrebbe
portato vicino all'acqua.
Gesù, vedendolo disteso e sapendo che da molto tempo stava
così, gli disse...
Non gli domanda niente. Lo vede e valuta il suo handicap:
paralitico da molti anni.
Ora, nel prendere coscienza noi dobbiamo imitare Cristo!
Osserviamoci! Valutiamo! Da quanti anni accettiamo di essere
paralitici, inchiodati sull'orlo della realizzazione, della fonte,
di noi stessi? Da quanti anni c'è in noi qualcosa di paralizzato
che ci impedisce di arrivare all'acqua della piscina, a quell'acqua eterna che viene toccata dall'angelo, dallo Spirito Santo,
cioè la coscienza cosmica? Da quanti anni non ci realizziamo
e cos'è che non realizziamo? Quale pa rte di noi è paralitica e
come l'aiutiamo a risollevarsi e a guarire?
Lo domando perché vedo l'enorme pa rte paralizzata in me
stesso. Se io posso riconoscerla, chiunque può riconoscere la
sua. Facciamo uno scambio! Io vi do il mio paralitico e voi
mi date il vostro. In questa maniera li cureremo: mostrandoceli.
Cos'è che è immobile dentro di te? Della tua creatività, per
esempio, cosa hai fatto? Se è paralizzata, valorizzala. Dove sei
con la tua creatività sessuale, emotiva, intellettuale, corporale,
a rt istica, economica?
Dobbiamo trascinare il nostro paralitico, non lasciarlo disteso. Bisogna alzarlo e portarlo vicino all'acqua. Così realizziamo
le cose. Al contrario, se rimaniamo impotenti davanti a lui, se
abbiamo pietà e lo guardiamo senza far niente, egli non potrà
mai arrivare all'acqua.
,
mai.
Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi
immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti
sto per andarvi, qualche altro scende prima di me».
Gli sta dicendo: «Dio mio, non ho nessuno, nessuno mi
ama». Questa risposta è rivelatrice.
«Perché sei malato? Perché sei paralizzato?»
«Signore, non ho nessuno.»
Lacqua si agita. La vita è lì, e noi non abbiamo nessuno
che ci porti all'acqua. Perché non ci andiamo da soli? Fino a
quando continueremo a chiedere? «Che papà e mamma mi
diano da mangiare!»: separiamoci da nostro padre! Allontaniamoci da nostra madre! Prendiamo le distanze dai nostri
nonni, dai nostri amici, dalla società! Dimentichiamoci del
nostro nome, del nostro viso, del nostro sesso, della nostra età!
Non chiediamo che ci aiutino! Raggiungiamo da soli l'acqua
senza aiuto!
Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».
Vogliamo guarire? Prendiamo il nostro letto e camminiamo!
Se vogliamo alzarci, siamo più potenti dell'angelo, dell'acqua
e di tutti i simboli! Dipende dalla nostra volontà, pertanto
sviluppiamola! Camminiamo!
sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi
guarire?».
E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato.
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Il sabbat, il giorno del sabato, è sacro per gli ebrei. Durante
questa giornata non si deve lavorare, non si possono fare sforzi fisici. È durante un sabbat che il paralitico viene guarito e
abbandona la piscina col suo lettuccio sotto il braccio.
Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito...
Invece di meravigliarsi davanti al miracolo, gli ebrei lo vedono passare col suo lettuccio e si arrabbiano perché lo vedono
lavorare. Gli dicono:
«È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio.» Ma
egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi
il tuo lettuccio e cammina». Gli chiesero allora: «Chi è stato a
dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?». Ma colui che era stato
guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato,
essendoci folla in quel luogo.
Quest'uomo davvero non sapeva chi l'aveva guarito! Che
enorme egoismo!
Se non sa chi l'ha guarito, è ancora malato. Non sa dire
«grazie». Non è in grado di riconoscere colui che gli ha permesso di camminare. Non è in grado di riconoscere il suo Dio
interiore, perché è stato Lui a guarirlo.
Abbiamo dentro di noi chi ci guarisce della nostra paralisi.
Dobbiamo riconoscerlo. Finché non riconosceremo il nostro
potere interiore, incolperemo colui che ci ha guarito. Non
crederemo. Non lo definiremo. Non lo vedremo.
Pensiamo a tutte le persone che vengono a cercarci mentre
soffrono. Ci chiamano, ci consultano, ci chiedono aiuto e nel
momento in cui si sentono un po' meglio non ci mandano
neanche un fiore. Scompaiono. Quando poi si ammalano di
nuovo, chiedono a qualcun altro di curarli perché noi abbiamo
«fallito». Ciò significa che, nel nostro egoismo, non vediamo
chi ci fa guarire.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio...
ti, Cristo dice loro: «Distruggete questo tempio e in tre giorni
lo farò risorgere», e il Vangelo precisa: «Ma egli parlava del
tempio del suo corpo». Risorge dalla tomba dopo tre giorni;
risuscita Lazzaro dopo tre giorni."
Quando il paralitico cammina, Gesù lo incontra di nuovo
nel tempio, cioè nel suo corpo. Lì gli parlerà di nuovo. Gli darà
una nuova opportunità: è stata realizzata solo metà del lavoro,
perché quell'uomo è un egoista. Vediamo perché.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che
sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere
qualcosa di peggio».
Qui il Cristo stabilisce molto chiaramente la relazione tra lo
spirito e la malattia. Le persone sono malate perché peccano.
Ho spiegato prima in cosa consiste il peccato: è non prendere
coscienza, non vivere nella pienezza. Essere nella pienezza
significa essere pieni d'amore e di bontà.
Finché non viviamo come un tempio pieno d'amore e di
bontà, e finché non le amiamo, le cose non sono belle. Finché
non l'amiamo, la nostra casa è come una prigione. Quando
cominciamo ad amarla, diventa sempre più accogliente. Più
l'amiamo, più la sistemiamo, e si trasforma in un palazzo, in
un tempio.
... non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa
di peggio.
«Realizzati! Prima eri paralizzato ma adesso, se non ti realizzi, ti distruggerai. Fa' attenzione, perché hai acquisito un
po' di coscienza. Sai che sei. Perciò, non sei una cosa qualsiasi.
Fa' attenzione! Non indietreggiare!»
Quando una persona si cura, sperimenta il benessere, ma
non per questo la cura è terminata.
Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù
a guarirlo.
Dove vorremmo che fosse Gesù se non nel tempio? È lì che
ritrova quell'uomo.
Dov'è il tempio? È il nostro corpo. Quando scaccia i mercan-
«Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così
il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Matteo
12,40).
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Dopo averlo visto e riconosciuto, lo accusa! Prima non sapeva chi era ma, non appena lo sa, lo denuncia. In realtà,
quell'uomo odia Cristo perché lo ha guarito.
Questo vuoi dire che se guariamo una persona che non
vuole curarsi, essa ci detesterà. Comincerà a lottare contro di
noi e a fare ogni tipo di resistenza. La sua presa di coscienza
si manifesterà in un crescendo, e subito ci odierà. Lotterà con
lo scopo di paralizzarsi di nuovo. E siccome non ci riuscirà,
poiché, nonostante tutto, ha preso coscienza, ci incolperà di
tutte le sue disgrazie. Nella misura in cui non voleva essere
guarita, le abbiamo fatto un male enorme.
Il paralitico aveva organizzato il suo mondo: trentotto anni
in mezzo agli altri. Chi lo nutriva? Gli altri! Era contento del
suo stato. Era il piccolo mendicante che non costituiva un
pericolo nel momento in cui l'acqua si agitava. I suoi limiti
erano una maniera di vivere.
Ci abituiamo alla nostra malattia. Ci adattiamo e ci sistemiamo tanto bene a questo stato che quando viene qualcuno
a turbarci, ci offendiamo ed entriamo in crisi.
Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché
faceva tali cose di sabato.
Che rivoluzionario! Quando vuole fare del bene, non si preoccupa se è un giorno sacro o ordinario.
Quando prendiamo coscienza, poco importano il giorno e
il luogo. Poco importa che sia sabato. Niente è più impo rt ante
del prendere coscienza.
La tradizione dice che Dio riposò il settimo giorno, il sabato. Per questo motivo di sabato nessuno deve lavorare. È una
legge, ma nessuna legge ha importanza rispetto al prendere
coscienza. Quando lo facciamo, infrangiamo tutte le leggi che
ci impediscono di guarire e di vivere. A partire dal momento in
cui vediamo il nostro nucleo e quello che siamo, cominciamo
a viverci come siamo, a dispetto di qualsiasi legge. La realizzazione non ha leggi: è detto in questo episodio dei Vangeli.
Cristo sta dicendo che è falso che Dio riposa. Dio è azione.
«Anche oggi lavora mio Padre, e io lavoro.»
Questo vuol dire che il nostro Dio interiore obbedisce al
Padre, cioè al cosmo, all'Universo. La nostra realizzazione è
un atto di obbedienza alla legge cosmica. Perché obbediamo,
ci realizziamo, agiamo.
Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo:
perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo
Padre, facendosi uguale a Dio.
Portiamo in noi qualcosa d'inconcepibile, d'immenso; allora
smettiamo di sminuirci! Non lasciamoci dominare dalla nostra
paralisi! Accettiamo di guarire! Riconosciamo il nostro Dio
interiore! Lasciamolo agire! Mettiamo da pa rt e l'odio!
Non bisogna odiare chi ci cura. Siamo noi a farlo. Se l'altro
ci aiuta a prendere coscienza, smettiamo di odiarlo! Eodio è
la nostra difesa. Quanto più l'altro ci fa prendere coscienza,
più lo detestiamo.
Riconosciamo che dobbiamo alzarci e camminare! Invece
preferiamo rimanere nella nostra malattia perché è più comodo e perché abbiamo paura della vita. Vinciamo questa
paura! Il nostro Dio interiore ce lo insegna a poco a poco.
Egli ce To insegna.
IL POTERE DEL FIGLIO
(Giovanni 5,19-30)
Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il
Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal
Padre; quello che Egli fa, anche il Figlio lo fa».
Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch'io
opero».
Ciò significa che nella vita non si può fare niente per se stessi.
Faremo quello che la nostra forza interiore ci detta. In fondo,
non facciamo niente: lasciamo che le cose si facciano attraverso
di noi. Abbiamo uno scopo ma non lo conosciamo e non abbiamo bisogno di conoscerlo. Dobbiamo aver fede e pensare che
le nostre azioni sono giuste e sono guidate dal Padre!
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Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che
fa...
Ciò vuol dire che dentro di noi siamo amati. Non dobbiamo
cercare l'amore di nostro padre, il nostro progenitore, né quello di nostra madre. Cercandolo, entriamo in un inutile gioco
simbolico. Se i nostri genitori non ci hanno dato quello di cui
avevamo bisogno, dimentichiamocene! Andiamo avanti!
Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che
fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne
resterete meravigliati.
Una volta che cominciamo a obbedire alla nostra voce interiore e a fare quello che vuole, il nostro Padre interiore, il
nostro creatore interiore ci spinge a fare cose enormi. Siamo
stupiti da tutto ciò che possiamo fare.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita...
Se siamo impotenti, se ci sentiamo morti dal punto di vista
creativo, il Padre, il nostro creatore interiore, risuscita i morti
e li fa vivere.
. così anche il Figlio dà la vita a chi vuole.
Possiamo far vivere le cose in noi. Non dobbiamo avere
paura!
Il Padre infatti non giudica nessuno...
Sospendiamo il giudizio! Smettiamo di giudicare se vogliamo che il Padre si manifesti in noi! Finché giudicheremo gli
altri non potremo esprimere la nostra creatività.
Non giudichiamo più! Accettiamo chiunque, perché ogni
persona ha una perfezione! Contempliamo la perfezione degli
altri! La perfezione, solo quella.
Non giudichiamo più! Nessuno ci ha fatto del male, dato
che siamo vivi e abbiamo il Padre dentro di noi.
Chi non onora il proprio Dio interiore non può avere fede
nell'Universo. Onoriamolo! È la prima cosa che dobbiamo fare.
Non cerchiamo fuori ciò che abbiamo in noi! Come dice il Tao
te Ching, per viaggiare non occorre uscire di casa.
In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede
a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna...
In questo momento ci abita la vita eterna. Non ce l'abbiamo
per noi; non è un gioiello di cui ci siamo appropriati. Chi comunica col proprio Dio interiore po rta in sé, in questo momento,
qui e ora, la vita eterna del cosmo.
Questa vita che ci abita è eterna. Non c'è altro che la vita.
Allora, dissolviamoci nella vita e saremo eterni! Bisogna capire che dobbiamo soltanto prendercela. Dobbiamo essere un
punto di luce che entra fino nel centro del labirinto.
È unicamente entrando in estasi, in meditazione profonda,
che tocchiamo la vita eterna. Qui e ora, trasportiamo l'eternità
dentro di noi è pertanto siamo in estasi.
e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla mo rte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo...
Ciò significa che il momento è qui e ora. Con il nostro Dio
interiore, la nostra vita eterna, siamo finalmente arrivati. Che
piacere infinito!
La prima volta che sono venuto a Parigi vivevo in una stanza molto modesta. Nella stanza accanto abitava una coppia, e
l'uomo era stato in un campo di concentramento. Ogni volta
che faceva l'amore con la moglie e raggiungeva l'orgasmo, lo
sentivo gridare qualcosa come: «Dio mio, che bello essere qui e
non laggiù». Lo gridava regolarmente e io dicevo fra me: «È una
lezione. Che bello essere qui e non da un'altra parte!»; non vorrei
trovarmi da nessun'altra pa rte. È un piacere inenarrabile.
... in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli
che l'avranno ascoltata vivranno.
... ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tu tti onorino
il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non
onora il Padre che lo ha mandato.
In un certo senso ci consideriamo come morti. Perché? Perché non abbiamo ascoltato il nostro Dio eterno. Al contrario,
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335
quando sentiamo la nostra potenza, quando riconosciamo che
dentro di noi esiste un punto eterno, che questo punto non ci
appartiene ma lo portiamo in noi, e che possiamo dissolverci
nell'immensità che ci abita, allora viviamo.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso
al Figlio di avere la vita in se stesso...
Possediamo la vita in noi stessi.
e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti
coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno:
quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero
il male, per una risurrezione di condanna.
Quelli che non hanno dato niente e si sono preoccupati
soltanto del loro benessere — i paralitici che non pensano che
a se stessi e non si mettono mai nei panni dell'altro — saranno
condannati.
È necessario comprendere che siamo noi stessi a crearci il
paradiso o la condanna, e quest'ultima si manifesta attraverso
l'angoscia. Perciò in essa cadranno tutti quelli che non hanno
aiutato gli altri.
Io non posso far nulla da me stesso...
Senza fede non possiamo muoverci. Vogliamo guarire?
Ascoltiamo il nostro Dio interiore. Disobbediamo alle leggi
che ci immobilizzano. Alziamoci e camminiamo.
Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello
che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia
volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
RITORNO DELLO SPIRITO IMMONDO
(Matteo 12,43-45)
È Cristo a parlare:
Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per
luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova. Allora dice:
Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito. E tornato la
trova vuota, spazzata e adorna. Allora va, si prende sette altri
spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la nuova condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà
anche a questa generazione perversa.
Come abbiamo visto, Cristo guarisce il paralitico dicendogli:
«Prendi il tuo lettuccio e cammina». Non gli dice solo «Cammina!», ma: «Prendi la tua nevrosi e cammina! Prendi la tua
malattia e comincia ad agire! Non sperare di raggiungere la
perfezione! Così come sei, nello stato in cui ti trovi: cammina,
se vuoi guarire! Prendi il tuo letto di angoscia e cammina!
Prendilo, e avanza con i tuoi limiti!».
Il discorso del Cristo ha molte assonanze con questo poema
del Maestro zen Ejo Takata:
Colui che ha solo mani aiuterà con le sue mani,
colui che ha solo piedi aiuterà con i suoi piedi
questa grande opera spirituale.
336
337
Una volta espulsa la nostra malattia, ci sentiamo vuoti, in
luoghi aridi e non troviamo sollievo. È falsa la credenza che
guarire provoca sollievo.
Nei miei corsi di Tarocchi propongo ai partecipanti degli atti
di psicomagia. Un atto di psicomagia è un'azione simbolica che
utilizza il linguaggio dell'inconscio e può curare la persona su
cui viene esercitato. Orbene, molte persone a cui ho prescritto
uno di questi atti sono entrate in crisi e non lo hanno compiuto,
oppure hanno fatto il possibile per cambiarlo. La maggioranza
trova innumerevoli scuse per non compiere l'atto o per farlo
«in modo approssimativo». Mercanteggiano. Sarebbe stato
necessario far firmare un contratto a queste persone, con la
clausola che avrebbero realizzato l'atto prescritto fin nei minimi dettagli, senza omettere niente. In effetti, gli individui non
vogliono veramente guarire: la guarigione li angoscia.
Quante persone seguono un trattamento fino a lla fine senza
dimenticarsene nemmeno una volta? Cominciano il trattamento,
prendono le loro pillole e, dopo quindici giorni, se ne dimenticano. Chi non ha dimenticato almeno una volta di prendere h'
medicine prescritte? È perché non desideriamo guarire. Vogliamo
essere accuditi, accarezzati, ascoltati... ma non curati.
Quando la vecchia concezione che abbiamo di noi stessi ci
abbandona, ci ritroviamo nelle regioni aride. Niente ha più
significato nella vita. In un primo momento, naturalmente, ci
sentiamo bene. Prendiamo il nostro lettuccio e camminiamo.
Ma subito andremo a denunciare Gesù davanti ai sacerdoti.
Succede cioè che montiamo in collera contro colui che ci ha
guariti.
Nell'ambito della magia bianca si dice che occorre un'enorme attenzione perché, quando guariamo qualcuno, per sette
anni questa persona non ci ringrazierà; inoltre, i demoni che
le togliamo si metteranno contro di noi.
Cosa sono i demoni?
Quando diciamo «la mia angoscia», è come se dicessimo «la
mia auto»; parliamo della nostra angoscia come se si trattasse
di un oggetto di cui siamo proprietari, come se da qualche
parte dentro di noi non fossimo angosciati perché possediamo
un'angoscia. Se ne sta lì, come un oggetto, e noi la possediamo.
È la nostra angoscia: i nostri limiti, il nostro fallimento, la
nostra impotenza. Ma chi possiede tutto ciò? Bisogna trovare
colui che dice: «Ho». Si tratta di un punto dentro di noi che
non è un oggetto: in fondo, l'angoscia è una sorta di diavolo,
una nostra creazione, una marionetta all'interno della quale
viviamo.
In genere non viviamo nella pienezza. Deformiamo il nostro corpo in funzione di vecchie concezioni che ci sono state
imposte attraverso varie generazioni. Ci sono state trasmesse
queste deformazioni e noi le portiamo: ci carichiamo sulle
spalle la nostra marionetta.
D'improvviso arriva Cristo, scaccia lo spirito immondo e ci
guarisce. Siamo guariti, ma ci troviamo nel deserto arido. Chi
siamo ora? Chi siamo nel momento in cui non soffi iamo più
di quella malattia, di quell'angoscia, di quella personalità, di
quella sofferenza e di quella tristezza che prima ci definivano?
Chi siamo a partire dall'istante in cui conosciamo la pienezza
e il piacere di noi stessi? Cosa ci rimane da fare? La vita non
ha più significato. Non siamo più gli stessi. Quello stregone
ci ha curato, ci ha cambiato. E adesso, cosa diventeremo?
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Con l'aiuto di un terapeuta, di un amico o di qualcuno che
amiamo, riusciamo a prendere coscienza. Allora dobbiamo
prestare attenzione, perché la pa rtita non è ancora vinta. Prendere coscienza significa che d'improvviso lo spirito immondo
esce da noi. Se ne va la vecchia concezione che abbiamo di
noi stessi. È il bambino insoddisfatto che ci trasciniamo dietro dall'infanzia, la vecchia convinzione di essere un bimbo
abbandonato, un perdente, di non essere amato, di non essere
realizzato, l'idea che bisogna soffrire, le nostre paure, i limiti,
le tensioni, le frustrazioni, la nostra solitudine, la nostra sensibilità ferita ecc.
Tuttavia, all'improvviso prendiamo coscienza e cambiamo.
Lo spirito immondo è uscito da noi.
Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per
luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova.
Chi ci ha guarito non ci ha dato uno stato privilegiato, ci ha
semplicemente concesso la guarigione.
Che tristezza! Come potremo chiedere che si occupino di
noi ora, se non siamo più malati? Cosa chiederemo, se non
abbiamo più niente da chiedere? Qual è adesso il nostro significato? Eabbiamo perso, perché consisteva nell'ispirare pietà
e nel chiedere che si occupassero di noi. Ora che non siamo
più malati, chi si occuperà di noi?
Che angoscia non provare più angoscia! Che orrore essere contenti, farsi carico della propria vita! Che spavento essere guariti!
Allora dice: Ritornerò alla mia abitazione...
«Ritornerò alla mia vecchia personalità. Voglio ritrovare
le mie angosce. Quel matto non mi separerà da me stesso.
Ritorno al luogo da cui provengo.»
Uscire dalla gogna de ll e nostre concezioni e frustrazioni è
un'avventura difficile da tentare.
Allora dice: Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito.
E tornato la trova vuota, spazzata e adorna.
«Vuota, spazzata e adorna.» Tutto è vuoto. Niente fastidi,
collere, tempeste. Non c'è niente.
Se la nostra casa è vuota, il mondo non ha motivo di occuparsi di noi. Prima rompevamo le scatole a tutti, e tutti si
occupavano di noi. Adesso non rompiamo le scatole a nessuno,
e nessuno si occupa di noi. Nessuno ci vede. E com'è angosciante non essere visti!
Percepiamo molto bene l'esistenza di questi sette centri
nervosi.
Lo spirito immondo è dunque formato da altri sette spiriti:
uno spirito negativo entra in ognuno dei nostri centri. Nelle
nostre fondamenta: il nostro rapporto con la terra diventa
negativo e perdiamo l'equilibrio. Nella nostra sessualità: non
realizzazione, negazione del piacere, punizione, castrazione,
nevrosi. Nel nostro centro di gravità: il nostro potere di azione
si indebolisce; non possiamo realizzare né creare. Nella nostra
gola: l'angoscia s'insinua; non vediamo niente e ci chiudiamo al
mondo; le nostre emozioni diventano negative, il nostro cuore
è colmo di rancore. I nostri pensieri ci tolgono ogni speranza
di realizzazione. Non ci uniamo al Cosmo.
e la nuova condizione di quell'uomo diventa peggiore
della prima.
La nostra condizione è peggiore perché per un momento
abbiamo conosciuto il piacere e facciamo un paragone.
GESÙ SFAMA UNA GRANDE FOLLA
(Giovanni 6,1-15)
all'altezza della ghiandola pituitaria, fra le sopracciglia; e il
settimo e ultimo, il Sahasrara, alla sommità del cranio.
Cristo sfama una moltitudine di persone e subito dopo cammina sulle acque del mare. Le cose si svolgono nel seguente
modo: anzitutto c'è una montagna, e poi il mare; nel mare
ci sono le onde, il vento e una povera barca che lotta contro
questi elementi.
La montagna è un simbolo del centro. Non è un caso se, dopo che Cristo è salito sulla montagna, appare immediatamente
il tema dell'oceano e della barca che deve attraversarlo.
La montagna mette in comunicazione il cielo con la terra,
ma è rivolta anche verso l'interno, verso la nostra profondità,
verso il nostro centro, verso la nostra coscienza cosmica.
L'oceano, con la sua super fi cie turbolenta, con tutti i suoi
pericoli e i suoi mostri marini, è un luogo di vita e di mo rt e,
un simbolo dell'inconscio.
Non si può capire la moltiplicazione dei pani se non si leg-
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Allora va, si prende sette altri spiriti...
Sempre il numero sette. Nella Bibbia questo numero è importante. Secondo gli orientali, i chakra, centri nervosi situati
dentro di noi, sono sette. Il primo, chiamato Muladhara, è
all'altezza del perineo, tra il sesso e l'ano; il secondo, Svadishtan, è all'altezza della pelvi; il terzo, Manipura, si trova vicine
all'ombelico; il qua rt o, Anahata, all'altezza del plesso solare;
il quinto, Vishuddha, all'altezza della tiroide; il sesto, Ajna,
Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa
di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza
nuova. Non come l'alleanza che ho concluso con i loro padri,
quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto...
ge l'episodio insieme a quello successivo, nel corso del quale
Cristo cammina sull'oceano.
Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea,
cioè di Tiberiade...
Cioè: «Il giorno in cui io facevo miracoli fuori di loro». A
quell'epoca vigeva la Legge di Mosè che imponeva l'autorità. Era l'autorità del Libro, l'autorità dei sacerdoti, l'autorità
esteriore.
Cristo passa sull'altra riva. Passare da una riva all'altra significa approfondire lo studio, cambiare il livello dell'insegnamento.
e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva
sugli infermi.
una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro
Signore. Parola del Signore. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore:
Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.
La folla lo segue per uno scopo totalmente fisico: sono tutti
malati.
Noi stessi, in genere, preghiamo quando soffriamo per qualche malattia o quando abbiamo delle necessità. Dentro di noi
c'è una luce che non è noi stessi ma il nostro Dio interiore, e
sempre dentro di noi c'è una moltitudine di personalità che
inseguono questa luce interiore: non la cercano per ottenere
una guarigione definitiva, ma per sopprimere i sintomi che
impediscono loro di continuare la loro vita meschina e superficiale. In fondo, quello che vogliamo è che ci vengano tolti i
sintomi, non la malattia, perché non osiamo guarire.
Forse non vogliamo che ci dicano francamente di cosa si
tratta, perché se ci rivelassero in cosa consiste e cosa significa
la nostra malattia ne saremmo molto turbati: implicherebbe lasciare tutto, proprio quando non vogliamo abbandonare niente. Per arrivare davvero nel nostro centro dobbiamo lasciarci
alle spalle tutto quanto: le idee che abbiamo di noi stessi. Se
invece manteniamo queste concezioni («Io sono così, io sono
cosà»), non abbandoniamo niente. In tal caso, crediamo di
essere Dio e non che Dio sia dentro di noi.
Quando si parla di Dio, si parla della pienezza interiore.
Abbiamo insistito sul fatto che Dio è dentro di noi: è scritto
nell'Antico Testamento («La nuova alleanza», Geremia 31,31
34). Del resto, nel capitolo dei Vangeli che affronteremo adesso,
il Cristo cita testualmente Geremia. Essendo Dio, Cristo cita le
parole che Lui stesso aveva dettato molte generazioni prima:
È scritto nero su bianco: «Porrò la mia legge nel loro animo,
la scriverò sul loro cuore». Non si può essere più chiari. No n
studieremo la Legge: non dobbiamo far altro che scoprirla nel
nostro cuore. Non cercheremo Cristo da nessun'altra pa rt e se
non nel nostro cuore, perché l'alleanza si è realizzata e Cristo
ce lo ricorda.
.
Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno
più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore...
Nessuno ci insegnerà che Dio è dentro noi. Cerchiamolo
nel nostro cuore.
... perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non
mi ricorderò più del loro peccato.
Vale a dire: «Iscriverò la mia legge nel cuore di ciascuno
e perdonerò loro tutto». Questa frase è indicibilmente bella.
Dio l'aveva già pronunciata nell'Antico Testamento. È una
dimostrazione della sua infinita bontà.
E il Verbo si fece ca rn e e abitò tra noi. Abbiamo visto la sua
gloria.
Il Verbo è la vera luce, la Verità, l'energia primogenita che,
venendo al mondo, illumina ogni uomo.
Il Verbo è dentro di noi.
.
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342
..t
Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete;
se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste.
e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché
costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla
prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.
Ma a quelli che l'hanno ricevuto, a quelli che credono nel
suo nome, ha dato il potere di diventare bambini di Dio. Ciò
significa che nascere dalla divinità è riconoscerla in noi stessi.
Siamo stufi di quelle persone che cercano in un altro il mediatore fra loro e la Legge che è scritta nei loro cuori!
e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva
sugli infermi.
È evidente che se qualcuno può curare il mio eczema lo seguirò affinché mi renda più lieve la malattia: posso seguire un
farmacista, un medico, un ciarlatano, un sacerdote, chiunque,
purché smetta questo prurito continuo!
Gesù salì sulla montagna...
Gesù è buono, ma è stufo di essere seguito per curare sintomi.
Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi
discepoli.
In questo momento vediamo Cristo stanco: ogni volta che
guarisce qualcuno, questi diventa peggio di prima. Cristo ha
appena fatto camminare un paralitico e subito lui lo denuncia
poiché gli ha detto di prendere il suo pagliericcio in un giorno
di sabbat, e ora lo cercano per imprigionarlo.
Ciò nonostante, Cristo continua: possiede la volontà.
Non abbandonerà tutti quanti, benché attraversi un momento di fatica. Si apparta con i suoi discepoli salendo
sulla montagna; tiene gli occhi bassi, come se si trattasse,. '
di mettere della distanza tra lui e la folla, ma ben presto li .`.
rialza.
Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva
da lui...
Ci sono tutti: i paralitici, i vilipesi, i tristi, i calunniati, g
inibiti, i frustrati... Che gioia deve provare Cristo vedendo cbc
tutti hanno fatto lo sforzo di salire sulla montagna.
344
w.
Mette alla prova Filippo: «Come sfameremo questa folla?».
I discepoli erano poveri, ed era un problema. Dunque, è una
faccenda di soldi. Filippo contempla la folla: cinquemila persone! Dice fra sé: «Accidenti! L'ho seguito affinché mi dia tutte
le soluzioni e ora è lui che me ne chiede una! La chiede a me!
Non posso far scendere a uno a uno tutti questi ciechi e zoppi
dalla montagna! Come farò?».
Entra allora in uno stato di confusione, poiché si rende
conto di non avere la soluzione.
Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Duecento denari equivalgono approssimativamente a quattrocento dollari attuali.
Perciò Filippo chiede: «Come sfameremo tutta questa gente,
Maestro?». Sono dodici discepoli: potrebbero fare una piccola
colletta per sfamare cinquemila persone. Allo stesso tempo pensano: «Ehi, non prenderai i miei risparmi! Ho qualche moneta
ma non te la darò! Sono le ultime che mi rimangono. Non ti
daremo tutto quello che abbiamo per questa combriccola di
pidocchiosi! Siamo venuti qui e seguiamo Cristo per stare con
lui. Siamo i suoi discepoli. Non come questa folla di mendicanti! Cosa vengono a fare qui? Io ho un po' di soldi miei per
mangiare mentre ascolto, ma non voglio darli agli altri!».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon
Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due
pesci...»
.
In pratica, il ragazzo ha quel cibo perché è un bambino.
Non è né cieco né zoppo o niente del genere. È ancora puro.
Ha il suo cibo: cinque pani e due pesci.
Perché se lo è portato? Un bambino è un essere puro: porta
il suo alimento spirituale per sé e per tu tti.
«... ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù:
«Fateli sedere».
345
Farli sedere significa far assumere loro la postura della
meditazione. Chi non sa meditare non può trovare il suo
Dio interiore. Probabilmente, Gesù pensa: «Ah, i miei discepoli mi deludono un'altra volta. Di nuovo non riconoscono
la virtù della ripartizione. Di nuovo devo insegnar loro a
condividere. Devo insegnar loro che quel che hanno non è
solo per loro. Solo condividendo quel che hanno potranno
moltiplicarlo».
Ciò mi fa pensare a Pierre, un uomo che si impiccò con del
fil di ferro all'età di cent'anni. Lo trovarono tre mesi dopo.
Aveva studiato per tutta la vita senza mai condividere niente.
Cosa ne fece della sua conoscenza? Cosa guadagnò? Come
moltiplicò il suo pane?
Se teniamo per noi tutto ciò che sappiamo per avere del
potere, se non condividiamo, se non diamo quel che abbiamo,
come potremo moltiplicare l'amore dell'altro?
Se vogliamo una persona solo per noi e la soffochiamo
perché non vogliamo condividerla, cosa diventerà il nostro
amore? Se non vogliamo condividere, non moltiplicheremo
mai i nostri pani e i nostri pesci. Non ci arricchiremo mai.
Fateli sedere.
Com'è bello questo! I suoi discepoli, che guardano lui, non
pensano che in quella folla ci sono anziani, donne, bambini,
paralitici, malati che hanno scalato la montagna con fede e
ora stanno tutti in piedi ad aspettare. I discepoli non si sono
preoccupati de ll a fatica fisica degli altri. Ciascuno è immerso
nel suo piccolo problema... e poco più in là cinquemila persone
in piedi che soffi ono.
«Fateli sedere.» C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero
dunque...
di noi, tutta la nostra vita diventa un giardino erboso, la nostra casa si rallegra. Al contrario, finché siamo chiusi, finché
vorremo i cinque pani e i due pesci solo per noi, vivremo nel
deserto come lo spirito immondo menzionato sopra.
«Fateli sedere» significa: «Ricevete queste persone. Hanno
fatto uno sforzo. Sono saliti sulla montagna! Insegnate loro
a meditare!».
Se non scaliamo la montagna e rimaniamo di sotto, il Maestro non ci sfamerà. È necessario, dunque, fare uno sforzo
per arrivare nel più profondo di noi stessi. Dobbiamo lavorare
su di noi, meditare e realizzare la preghiera nel cuore. Finché
non avremo imparato a meditare e a pregare, non troveremo
il nostro centro. È necessario lavorare in noi stessi, non possiamo chiedere senza salire sulla montagna!
ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i
pani e, dopo aver reso grazie...
Cosa significa ringraziare? Vediamo cosa dicono gli altri
evangelisti. Nel raccontare lo stesso episodio, Matteo (14,1321) afferma: «Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Poco
prima scrive:
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero:
«Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada
nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù rispose: «Non
occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Qui è ancora più chiaro che in Giovanni. Dicendo: «date loro
voi stessi da mangiare», Cristo li mette di fr onte a se stessi.
Egoisti, non sanno condividere.
Continua Matteo:
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
Come mai in cima alla montagna c'era molta erba, dove
in genere non ce n'è? Pensiamo ad Attila: dove passava, non
cresceva più l'erba. Al contrario, dove passa Cristo l'erba nasce
e appare il giardino.
Perciò, dal momento in cui il Dio interiore appare dentro
Non dimentichiamo che i cinque pani e i due pesci sono
stati offerti da un bambino, cioè dalla pa rt e pura del nostro
spirito.
Cinque pani e due pesci: di nuovo il sette. Portiamo dunque
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i nostri sette chakra! Offriamo i sette elementi! Concediamo
tutto quel che abbiamo al nostro essere essenziale! Diamo tutti
i nostri elementi: il nostro corpo, le nostre attività, la nostra
energia sessuale, la nostra vita emotiva, il nostro intelletto, la
nostra coscienza. A questo punto cosa succederà?
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i
cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò
la benedizione...
Si noti che il testo non dice «alzò la testa verso il cielo», e
nemmeno «guardò verso il cielo».
Alzare gli occhi al cielo, senza muovere la testa, vuoi dire
quasi stralunarli... Stralunare gli occhi significa distoglierli dal
mondo per rivolgerli verso l'interiorità. Quando Gesù benedice,
contemporaneamente insegna a meditare e pregare alla folla.
Con il suo gesto, dice loro:
Fate come me, rivolgete il vostro sguardo dentro di voi, comunicate
con il vostro principio cosmico, con il Padre, e consegnatevi a Lui.
Non sono io, Gesù, a compiere il miracolo: condividerò con voi quello
che ricevo dal Padre. Se volete il cibo vero, ricevetelo dal vostro Dio
interiore. Quel cibo è l'Amore.
Quello che diamo agli altri è l'amore. Non il nostro limitato
amore terrestre, bensì l'amore di Dio. Quella che diamo è la
speranza in Dio e la fede in questo essere cosmico. Lasciamo
passare il cosmo dentro di noi. Siamo un canale: ricettivi verso
il cielo ma attivi verso la terra.
Cristo rivolge lo sguardo nel suo intimo e pronuncia la benedizione. Lascia cioè passare la corrente divina, la conoscenza,
e non tenta di firmare la sua opera. Nemmeno noi firmiamo la
nostra opera: la riceviamo e la consegniamo a mano a mano
che arriva. La diamo alla folla che è salita sulla montagna.
nostri pani si coprono di muffa. Quando non diamo, cadiamo
in uno stato di decomposizione, ci inaridiamo e finiamo in
manicomio, all'ospedale o al cimitero.
Cosa pretendiamo, se non abbiamo mai dato niente e abbiamo sempre chiesto tutto? Ma c'è un momento in cui la cosa
finisce e la gente che ci circonda non ci dà più niente perché è
stufa di noi. Impegniamoci a dare subito! Invece di chiedere,
dedichiamoci a dare! Condividiamo!
Tutti mangiarono e furono saziati...
Senza dubbio, tutto ciò è di una bellezza enorme. Ma ritorniamo alla versione di Giovanni:
E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete
i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» . Li raccolsero e
riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo,
avanzati a coloro che avevano mangiato.
Dodici canestri: è molto simbolico. Equivale a dire: «Tu non
potevi dare il più piccolo dei tuoi averi, ma una volta che hai
cominciato a farlo, quello che hai ceduto si è moltiplicato.
Tutti sono contenti, e in più adesso ricevi un canestro pieno
di pani».
Dodici canestri: uno per ogni discepolo.
Che lezione! Questi apostoli sembrano dei pagliacci. Vedremo che per quasi tutto il Vangelo non capiscono niente. Molto
più tardi ci riescono e diventano formidabili. Ma prima, quanto
ha dovuto sopportarli Cristo!
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel
mondo!».
Chiaro: ora lo dicono perché sono sazi e ognuno ha la sua
cena!
spezzò i pani e diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono al la folla.
Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per
farlo re...
Più ne dava, più ne aveva. Nella vita ci rendiamo conto che
nella misura in cui diamo, moltiplichiamo. Quando li teniamo
per noi, i nostri pesci marciscono; quando li conserviamo, i
Ora che sono sicuri del fatto che egli è il profeta, lo tentano:
se lo porteranno via per dargli il potere. Lo faranno guru, papa,
imperatore. Gli daranno la corona, lo scettro, il mantello del
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potere, e poi oro e incenso. L'innalzeranno fino alle nuvole
perché compie miracoli ed egli si gonfierà come un pavone. La
sua pancia aumenterà, si adornerà con collane di fiori e dirà.
«Chi mi ama, beva del mio vino», e dimenerà le anche.
In quell'istante Cristo dice «No».
Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per
farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.
Sparisce. Ai discepoli sarebbe piaciuto molto che si fosse
fatto re. Sarebbe stato un buon affare per loro.
GESÙ CAMMINA SULLE ACQUE
(Matteo 14,22-23)
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca...
Li obbliga: non potrebbe essere detto più chiaramente.
Avrebbero preferito essere ministri del re, ma Gesù li obbliga
a ritirarsi.
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di
precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare.
Cosa fa appartato sulla montagna? Non aveva bisogno di
pregare il Padre perché era con lui. Rimase nel proprio centro:
egli era il centro del cosmo.
Il nostro Dio interiore ha molte altre cose da sistemare oltre
alle nostre difficoltà quotidiane. Deve regolare la circolazione
del nostro sangue, la moltiplicazione delle nostre cellule, la
consistenza dei nostri organi. Vigila, per esempio, che il nostro
fegato non si deformi trasformandosi in un gatto. Controlla
la crescita de ll e nostre unghie, fa sì che il nostro indice non
cominci ad allungarsi smisuratamente o che le ossa non perforino la pelle estendendosi fino alla strada di fr onte. Fa in
modo che non spunti una coda in fondo alla nostra colonna
vertebrale, cosa piuttosto imbarazzante per noi. In realtà, il
nostro Dio interiore si occupa di molte questioni. Si impegna
a creare i nostri sogni e dirige la produzione del nostro sperma
350
o dei nostri ovuli affinché avvenga nella purezza totale. Lotta
contro la dispersione del nostro cervello, e non si tratta di un
compito semplice. Ha, dunque, molto da fare sulla montagna. Lì, nell'oscurità, lavora in completa solitudine: non deve
preoccuparsi delle nostre continue richieste d'amore, né delle
nostre incessanti petizioni di essere visti.
Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
È formidabile starsene soli. Quando abbiamo dato tutto
quello che potevamo, quando abbiamo fatto il nostro lavoro
quotidiano, allora è straordinario ritrovarsi soli, poiché ci si
rigenera.
Cristo non ha paura della solitudine, noi invece la temiamo.
Siamo in compagnia di qualcuno almeno il novanta per cento
del tempo, giorno e notte. E oltre alla compagnia degli altri, c'è
quella dei nostri sogni, dei nostri desideri, delle nostre preoccupazioni. Non ci svuotiamo mai e non siamo mai soli. Creiamo
continuamente altri personaggi dentro di noi, altri archetipi.
Siamo imbevuti di opinioni degli altri, oltre che delle opinioni e
delle critiche che abbiamo su di loro. Siamo invasi da una folla
e non ci ritroviamo mai soli. Tuttavia è necessario starsene soli,
imparare a distaccarsi completamente come la carta chiamata
Llmpiccato, il dodicesimo Arcano dei Tarocchi.
La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era
agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
Cristo non è con loro e i discepoli si trovano a bordo della
barca sballottata dal vento e dalle onde. Quei poveri uomini
hanno timore di naufragare nella malattia, nella miseria, nella
vecchiaia, nella mo rt e.
È la paura quotidiana: quando ci alziamo la mattina, il
mondo ci piomba sulle spalle come una gigantesca tartaruga
e abbiamo paura. Siamo come l'uccellino del folclore iugoslavo che suda sangue e che, supino, agita le zampe in aria.
Gli chiedono:
«Cosa fai lì disteso, perché tremi in quel modo?»
«Sostengo il mondo!»
351
«Stai sudando.»
«Sì, diecimila litri.»
«Esageri. Saranno al massimo tre gocce.»
«Per te sono tre gocce, ma per me sono diecimila litri!»
Per noi, la nostra angoscia equivale a diecimila litri. Ogni
mattina sudiamo diecimila litri e sosteniamo il mondo perché
saliamo sulla barca senza il nostro Dio interiore.
Quando non abbiamo Dio interiore, sosteniamo il mondo e
siamo angosciati perché niente ci sorregge. Nel nostro intimo
non c'è niente che possa sostenerci; perciò chiediamo tutto
agli altri.
Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando
sul mare.
Cristo si reca da loro verso l'alba, al sorgere del sole. Sulle
onde scatenate, la coscienza cammina.
I discepoli, nel vederlo camminare sul mare...
Cosa fanno? Accolgono il miracolo entusiasti? Quando siamo sballottati dalle onde, cioè quando ci troviamo nella sofferenza, quando lottiamo affinché il mondo non ci schiacci, forse
facciamo salti per la contentezza se dentro di noi appaiono la
luce, la coscienza e la pace?
No. Pensiamo: «In fondo, tutto questo dolore è una sciocchezza. Ho sofferto come un imbecille per quaranta, cinquanta
o sessant'anni, e ora che la luce arriva mi rendo conto che
questa sofferenza era inutile. Se oggi smetto di soffrire significa che tutta la mia passata sofferenza era inutile e ingiusta,
e sembra perfino stupido aver vissuto come ho fatto. Dunque,
sono un imbecille, ma rifiuto di riconoscerlo perché voglio una
giustificazione per la mia sofferenza. Non mi si venga a dire
che soffrire è stato inutile. Era necessario invece!».
In quel momento, in mare, gli apostoli si trovano in questo
stato d'animo, perciò non ricevono Cristo serenamente. Al
contrario:
I discepoli, nel vederlo camminare sul mare, furono turbati...
352
Si turbano perché cammina sull'acqua; eppure conoscevano
abbastanza bene Cristo, l'avevano già visto fare dei miracoli.
I discepoli, nel vederlo camminare sul mare, furono turbati
e dissero: «È un fantasma»...
Incredibile! Come possono Pietro, Giovanni e gli altri discepoli dire di Cristo: «È un fantasma!»? Può essere dovuto solo
al fatto che in quel momento non avevano ancora ricevuto lo
Spirito Santo. Erano ancora uomini immaturi e non i Padri
della Chiesa che sono diventati in seguito.
Un Padre della Chiesa ha dovuto essere prima un bambino
e un pazzo. Se non sbagliasse e non passasse per tutto questo,
non potrebbe diventarlo: è imparando a cadere, infatti, che si
impara a camminare.
È a partire da tutti i nostri peccati che costruiamo la nostra
virtù, e con tutti gli insuccessi costruiamo la perfezione. Trionfiamo nella vita perché impariamo a fallire. Abbiamo causato
sofferenza e infastidito molte persone. Abbiamo ammazzato
molti animali. Perciò ora non disturbiamo più nessuno e rispettiamo la vita degli animali. Abbiamo smesso di soffrire.
Possiamo dare perché prima non abbiamo mai dato. Abbiamo
realizzato prese di coscienza successive. Ogni volta abbiamo
finito per piangere e vomitare scoprendo che cosa eravamo
e cosa avevamo fatto, vedendo come abbiamo ferito nostra
madre, l'odio che abbiamo riversato su nostro padre, la gelosia
che provavamo per nostra sorella, il disprezzo che nutrivamo
per i nostri zii e zie. Ci siamo distaccati dalle nostre radici,
dal nostro paese. E tutte le sofferenze che abbiamo inflitto
ai nostri figli! Siamo all'origine di ogni loro malattia perché
abbiamo commesso errori innominabili. Retrospettivamente,
quanto dolore!
furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a
gridare dalla paura.
Che tipo di grida lanceranno vedendo un fantasma? Strilli
da bambini? E perché avere paura di un fantasma se credevano
nella vita eterna? Com'è possibile?
353
Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio...».
«Coraggio» è la prima parola che dice loro: è una parola
formidabile. Se non si ha coraggio, non si può amare. Tutti i
problemi provengono dalla nostra mancanza di coraggio e di
fiducia nell'altro, in noi, nel mondo, in tutto.
Dobbiamo avere fiducia! Se non l'abbiamo, non guariremo.
Dobbiamo avere fiducia! Non sottovalutiamoci!
Coraggio, sono io, non abbiate paura.
Vale a dire: «Abbi fiducia! Io sono il tuo Dio interiore. Non
avere paura di Me!».
Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga
da te sulle acque».
Pietro lo mette alla prova. Si fa fatica a crederci! Pietro, il
Padre della Chiesa, dubita ancora!
«Se sei tu, comanda che io venga. Fammi fare un miracolo
e crederò in te. Dammi una prova!»
L'unico modo di avere fede è averla senza miracoli. Se non
confidiamo, non ci sarà miracolo.
I miracoli avvengono senza che li chiediamo, nel momento
in cui sono necessari. Non bisogna dimenticare che ogni miracolo è utile, altrimenti non è un miracolo ma un'illusione.
... comanda che io venga da te sulle acque.» Ed egli disse:
«Vieni!».
Dice solo «Vieni», ma con questo «Vieni» Cristo gli chiede
di abbandonare tutto. Vieni! Lascia perdere! Lascia perdere
i tuoi desideri!
Pietro esita. Ha paura. Non vuole lasciare tutto ciò che lo
definisce. Dice fra sé: «Lo abbandono o no? E se mi ritrovo
impotente?».
«Liberati dell'odio, di tutto quello che hai nel cuore! »
«Ma cosa diventerò? Può darsi che muoia se abbandono
tutto. E se questo mi uccide?»
«Vieni.»
«No! Non dirmi "vieni" così! Aspetta un po'! Potrebbe essere
354
pericoloso. E se affondo nell'oceano, se la mia personalità si
dissolve? Se m'inghiotte una balena? Può succedere!»
«Vieni.»
«Ma, ascolta...!»
«Vieni.»
«Non è possibile! Non posso... Ho paura.»
«Abbandona la tua paura.»
«D'accordo, abbandono la mia paura!»
«Abbandona i desideri di potere!»
«Li abbandono.»
«Non identificarti più col tuo corpo! Donalo! Sii pronto a
morire! Vieni alla vita eterna!»
Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise
a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Lo fa. È il grande momento di Pietro, il suo momento cosmico, totale. Abbandona tutto. Questo pover'uomo che pochi minuti prima gridava terrorizzato credendo di vedere un
fantasma, ha sentito improvvisamente dentro di sé questa
comunicazione col Tutto. Il Cristo era in Pietro, e Pietro era
in lui.
Scende dalla barca. Scende dalla sua razionalità. Non ha
più paura. Niente può abbatterlo. Non teme più la pazzia
né la dissoluzione. Può attraversare tutti i suoi sogni, tutti i
suoi demoni. Avanza. Solca i suoi desideri più profondi, i più
neri. Non ha paura. Attraversa la sua collera, i suoi impulsi
distruttivi. Avanza. Si trova nello stato del genio, dell'eroe,
del santo.
Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad
affondare...
Il vento è la pazzia e la collera, e bisogna affi optarle. Pietro
comincia ad avanzare, ma la forza di quel vento raddoppia e
il discepolo si lascia sommergere dall'angoscia. Perde la fede
in se stesso.
cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E
subito Gesù stese la mano, lo afferrò...
355
Non lo lascia naufragare nell'angoscia. Ciò significa che
nessuno medita o prega da solo.
Possiamo meditare solo se abbiamo invitato il nostro Dio
interiore, e possiamo guarire solo se è presente. «Il medico
non mi guarisce: mi aiuta, mi dà i mezzi, ma Tu, Dio, aiutami a guarire! Aiutami a liberarmi della mia pazzia! Aiutami
a liberarmi della mia malattia! Aiutami a liberarmi del mio
dolore!»
All'inizio Pietro è pieno di orgoglio. Sfida Cristo dicendogli:
«Se sei il Cristo, fammi camminare sulle acque!». Riesce a
farlo, ma d'improvviso ha paura: crede che il miracolo che sta
facendo provenga da un potere esteriore. Non appena comincia
ad affondare, perde subito il suo orgoglio e diventa umile.
Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca
fede, perché hai dubitato?..
Quando ci mettiamo sulla via non dubitiamo. Se pretendiamo di guarire, avanziamo impeccabili, implacabilmente.
Non abbiamo alcun dubbio. Se pensiamo di impazzire, attraversiamo la pazzia, e se crediamo di morire, attraversiamo la
morte! Preghiamo nel nostro intimo e così troveremo la forza,
poiché saremo aiutati.
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla
barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente
il Figlio di Dio!».
Anche Giovanni (6,21) racconta l'episodio de ll a barca, ma
aggiunge un dettaglio impo rt ante. Vedremo quanto è sottile. Dunque, i discepoli si trovano sulla barca sballottata dal
vento. Vedono Gesù avvicinarsi e si spaventano, ma egli li
tranquillizza.
Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca
toccò la riva alla quale erano diretti.
È bello. Dal momento in cui abbiamo fede, in cui avviene
il miracolo, ci troviamo sulla terraferma.
Il problema è superato. Raggiungiamo la riva. Entriamo
nell'eternità del presente.
356
GESÙ, PANE DI VITA
(Giovanni 6,22-59)
^^.
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra pa rt e del mare, notò
che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti.
La folla si mette a cercarlo perché non è salito sulla barca.
Immagino che la montagna sia su un'isola e che la gente lo
cerchi dappertutto, ma senza trovarlo.
Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso
il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore
aveva reso grazie.
È normale: se sfamiamo una persona e, a maggior ragione,
quattro o cinquemila, subito cinquanta milioni di persone
smetteranno di lavorare per chiederci del cibo. Ci trasformiamo in filantropi universali, e il mondo intero smette di lavorare
e si lascia sfamare da noi.
È per questa ragione che se un Maestro fosse tentato dal
diavolo e dicesse: «Venite da me, io risolverò tutti i vostri
problemi!», sarebbe subito seguito da cinquecento milioni di
persone. Sono pochi quelli che vogliono prendersi la briga di
dedicarsi al lavoro, e se qualcuno si offre di farlo al nostro posto, ne restiamo affascinati. E se lo fa gratis, ancora meglio.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di
Cafarnao alla ricerca di Gesù.
Tutti vorrebbero mangiare gratuitamente. Sono gli «scrocconi».
Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbi, quando sei
venuto qua?».
Di sicuro si dicono: «Miracolo! Miracolo! È un mago. Può
fare dei balzi nello spazio-tempo».
Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non
perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei
pani e vi siete saziati».
357
Che dolore per Gesù! Si è impegnato in un lavoro pazzesco
e non è riuscito a convincere nemmeno una dozzina di persone. Le altre cinquantamila che si trovano lì non hanno capito
niente e vogliono soltanto riempirsi la pancia.
... ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la
vita eterna...
Vale a dire: «Smetti di cercare sempre soddisfazioni dappertutto! Supera le tue frustrazioni sessuali! Supera i tuoi conflitti
emotivi e i tuoi complessi d'inferiorità! Lasciali perdere una
volta per tutte e chiarisci le tue pulsioni! Realizza quello che
devi realizzare!».
E inoltre: «Quando sei soffocato, soffochi gli altri. Vorresti
che vivessero in funzione delle tue inibizioni. Sei una trappola
per i tuoi simili».
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per
la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà...
Esiste un alimento incommensurabile che dura in eterno:
si trova nel cuore.
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per
la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui
il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo.
Abbiamo detto che la Legge divina è stampata nel cuore.
Dato che questa Legge è eterna, portiamo in noi l'eterno. Che
ci crediamo o no, dobbiamo aver fiducia! Non per ottenere
la vita eterna, ma perché l'eterno è dentro di noi. È molto
diverso.
Quando ci rendiamo conto che l'eterno si trova in noi, le
cose che ci succedono diventano messaggi con cui dobbiamo
lavorare. Saliamo sulla montagna! Abbiamo fiducia! Non addormentiamoci! Smettiamo di inibire le persone con le nostre
frustrazioni personali! Stacchiamoci dal dolore!
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere
le opere di Dio?».
Vale a dire: «Dobbiamo smettere di aver fame?».
358
Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credete in colui che
Egli ha mandato».
Siamo nostro padre, nostra madre, e siamo il figlio. Dobbiamo avere fede in noi stessi, tutto qui! Abbiamo fiducia in
noi stessi!
Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo
e possiamo crederti?».
Per l'ennesima volta, dacci un segno! Dio interiore, se esisti,
facci fare un miracolo affinché crediamo in te! Facci guarire
qualcuno! Dacci il dono della divinazione! Dicci che il presidente di un paese qualsiasi sarà assassinato nei prossimi
sei giorni, in modo che possiamo annunciarlo e vedere così
riconosciuto il nostro miracolo.
Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la
manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare
un pane dal cielo.
Fa' un miracolo! Dacci da mangiare un pane che viene dal
cielo. Riempi le nostre borse di denaro.
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi
ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo,
quello vero».
Il vero pane del cielo è essere vivi, qui e ora. È la vita e, in
questo stesso momento, noi ce l'abbiamo. Non siamo venuti
al mondo: siamo stati prodotti da lui. Siamo chiamati dal
mondo. Abbiamo il nostro pane. Mangiamolo!
... il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di
Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
È molto chiaro: siamo il pane di Dio, il pane che viene dal
cielo. Siamo la manna. Non dobbiamo aspettare che ci venga
dato: è in noi.
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù
rispose: «Io sono il pane de ll a vita...».
359
Siamo il pane della vita. Oltre a noi, nessuno può darci il
pane. Secondo noi, nessuno è migliore di noi, nessuno conosce
la verità più di noi.
Possono guidarci alla nostra verità, impartirci lezioni affinché risvegliamo il nostro Cristo interiore e diventiamo dei
Maestri, ma siamo - e saremo sempre - il pane della vita.
Dentro di noi abbiamo il nostro pane. Mangiamolo e co ll aboriamo con gli altri.
... chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non
avrà più sete.
Abbiamo tutto il pane e l'acqua necessari per saziare la
nostra fame e la nostra sete. Abbiamo tutte le risposte.
Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete.
Vale a dire: «A tutti voi manca la fede».
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a
me, non lo respingerò...
Ogni persona che medita e si cerca, si troverà. Dedichiamoci ,
al lavoro e ci troveremo! Se non lavoriamo e non abbiamo
fiducia in noi, non ci troveremo.
... non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare
la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
Nel nostro intimo non possediamo volontà. Non facciamo ,
la nostra volontà. È la stessa cosa quando ci cerchiamo: non
dobbiamo farci guidare da una volontà personale. Affidiamoci
alla volontà cosmica! Dobbiamo avere fiducia! Realizziamoci,
è questo il nostro dovere.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non
perda nulla di quanto Egli mi ha dato...
La volontà del cosmo è che ognuno di noi arrivi alla coscienza cosmica, alla coscienza totale di sé, che non viva più
a livelli di coscienza inferiori e che lotti insieme a quelli che
ha intorno per elevare il livello di coscienza degli altri.
Non cadremo più nelle trappole che gli altri ci tendono .
360
Diremo loro: «La tua nevrosi e le tue angosce ti appartengono.
Io so cosa diventerà la mia vita. Ho un Dio interiore e la mia
vita è la mia vita. Non mi farai cadere nella tua trappola! Non
mi farai vivere a livelli inferiori al mio!».
Ogni giorno è festa. Se di mattina ci alziamo di cattivo umore, è perché la nostra vita va male. Tutte le mattine ci svegliamo
e scoppiamo a ridere perché è una festa. Il mondo può crollare,
possiamo perdere tutto quel che abbiamo, moglie, beni, casa,
non significa niente: è comunque una festa. La vivremo tutta
essendo impeccabili e implacabili.
che io non perda nulla di quanto Eg li mi ha dato, ma lo
risusciti nell'ultimo giorno.
Significa che tutti, così come siamo, abbiamo vissuto la
nostra vita come morti. A partire dal momento in cui abbiamo
fede nel nostro Dio interiore e ci diamo a Lui, torniamo noi
stessi e così risuscitiamo.
Qui e ora, il nostro passato di morte è arrivato alla fi ne.
Siamo risuscitati: viviamo, dunque, come risorti!
Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io
sono il pane disceso dal cielo».
Al Allaj, un martire sufi, visse lo stesso problema. Fu ucciso
per aver detto: «Io sono Dio»; il suo sangue, spargendosi a
terra, scrisse il nome di Dio e quando gettarono il suo corpo
nel fiume, questo disse: «Io sono Dio». Allora i suoi carnefici
si resero conto che Al Allaj era un santo e che non si considerava Dio, ma Dio parlava attraverso di lui. Avevano assassinato
il flauto pensando che dicesse di essere il fiato e negasse il
musicista.
Viene il momento in cui bisogna scegliere la fede e dire a
se stessi: «Non sono pazzo. Non è un'allucinazione. Qualcosa
parla attraverso di me». La fiducia non è nient'altro: attraversare la pazzia e avere la fede che qualcosa parla tramite noi.
E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe?
Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire:
Sono disceso dal cielo?».
361
I nostri amici d'infanzia fanno pa rte dei nostri ricordi. Quando li incontriamo di nuovo, per noi sono esseri umani come
gli altri, e si tratta di risorti oppure di cadaveri. Se siamo risuscitati è meraviglioso: ci abbracciamo. Abbiamo un contatto
diretto, qui e ora. Ma se l'altro è un cadavere, viene a invaderci
con i suoi vermi tentando di riportarci al passato.
Vivremo sempre trascinandoci appresso il peso dei nostri
ricordi?
Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo
risusciterò nell'ultimo giorno».
È il Padre che ci attira a sé. Noi non cerchiamo Dio, è Dio
che ci cerca. Non inseguiamo la pienezza: è lei che viene a
cercarci. Il nostro centro ci cerca.
Il Maestro che scegliamo non è altro che una via: è la barca che ci permette di attraversare il fiume. Ma siamo attratti
verso noi stessi. Il nostro essere essenziale ci cerca: vuole che
ci realizziamo.
Realizzarsi significa mettere immediatamente al loro posto
gli archetipi paterni, onorarli e amarli, ma essere se stessi .
Questo è realizzarsi: smettere di chiedere ai genitori ed essere
se stessi. E poi, di risurrezione in risurrezione, camminare
insieme ai nostri figli, e che i nostri figli camminino insieme
a noi.
e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio.
Qui Cristo cita Ezechiele. Sia Ezechiele sia Gesù sono maschere di Dio.
Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me.
Ciò significa che colui che ha udito la chiamata va verso i l
Dio interiore, verso la Legge del cuore.
«Vieni a me»: questo «me» è il cuore. È la soluzione dei
problema emotivo.
Quando si ascolta il proprio cuore, si sente una preghiera
formidabile.
362
E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito
il Padre e ha imparato da Lui, viene a me. Non che alcuno
abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto
il Padre.
È il nostro cuore a vedere Dio. Il cuore è il punto d'unione
con Dio. È stato lui a vedere, non noi. Ascoltiamo il nostro
cuore! Lui sa, conosce: ha visto il Padre.
In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la
manna nel deserto e sono morti...
Sono morti perché hanno cercato la soluzione fuori di loro
stessi. L'hanno cercata in Mosè, nelle Scritture: volevano che
qualcuno li sfamasse.
questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne
mangia non muoia.
Quando siamo nutriti dal nostro cuore troviamo l'eternità. È questa la sfida. Non aspettiamo che qualcuno ci dia la
manna, il miracolo esteriore. Compiamo il nostro miracolo
interiore!
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di
questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne
per la vita del mondo.
La nostra carne è il pane. La carne è la materia. Senza materia, il mondo non ha vita.
Imbeviamo il nostro corpo di vita! Lasciamo che il cuore
lo riempia! Lasciamo parlare il nostro cuore, affinché la sua
parola circoli in tutto il corpo, nel nostro sangue illuminato!
Non c'è un solo posto del nostro corpo che non possa accogliere
la voce del cuore.
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro...
Qui gli ebrei simboleggiano l'umanità che non ha ancora
fede nella nuova verità.
Come può costui darci la sua carne da mangiare?
363
Pensano di trasformarsi in cannibali. Che ingenuità! Cristo
sa di rivolgersi a persone che non sono ancora evolute, ma
comincia da dove si trova. Getta il seme.
XVI
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la
carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete
in voi la vita. Chi mangia la mia ca rne e beve il mio sangue ha
la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo gio rno».
Il sangue è la vita imbevuta di luce e di coscienza. Dobbiamo introdurre la coscienza in ogni goccia del nostro sangue.
Dobbiamo permettere a Cristo di penetrare completamente
in tutto il nostro essere.
Non sottovalutiamoci! Smettiamo di arrabbiarci con noi stessi! Smettiamo di dirci: «Mi suiciderò perché sono un incapace»!
Lasciamoci guidare dal nostro Cristo interiore! Ascoltiamolo!
Non lanciamo grida che zittiscono la voce del cuore! Non compiamo azioni che potrebbero soffocarlo! Non disperdiamoci in
rapporti umani che lo imprigionano!
«Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora
in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me
e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà
per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che
mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane
vivrà in eterno.»
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
L:ADULTERA
(Giovanni 8,1-11)
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi.
Gesù part e da solo e sale sul monte degli Ulivi. Di nuovo una
storia che comincia sulla cima di una montagna. È interessante
chiedersi perché l'episodio dell'adultera avvenga proprio lì.
Bisognerebbe domandarsi perché Gesù sale da solo sul
monte degli Ulivi. Cosa cerca? Vuole sicuramente isolarsi e
meditare. È scesa la notte: ha bisogno di dormire? È importante chiedersi cosa fa lì e anche se la cima della montagna
non rappresenti il nostro essere più profondo.
Partire da soli significa abbandonare il nostro lavoro con gli
esseri umani per compiere il lavoro personale. Se saliamo in
solitudine sul monte degli Ulivi, cioè se scendiamo profondamente in noi stessi, troveremo il nostro tesoro: il nostro Cristo
interiore che ci aspetta per farci rinascere.
Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio...
All'alba Cristo ritorna al tempio. Scende dalla montagna,
cioè va verso la realtà nel momento in cui appare la luce del
sole.
Andare al tempio, luogo di preghiera, dovrebbe essere la
prima azione del giorno. E il tempio è l'intero pianeta sacraliz364
365
11
zato. Ogni metro quadrato di terreno, ogni stanza sono santi,
ossia abitati dallo Spirito, dalla Coscienza.
e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Che coraggio! È indispensabile segnalare che in questo momento Gesù è minacciato di mo rte, e lo sa. Ciò non gli impedisce
di proseguire le sue azioni. Poco prima, indicando in Giuda
Iscariota colui che lo avrebbe tradito, aveva detto ai suoi discepoli (Giovanni 6,70):
Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un
diavolo!
Egli dunque sa perfettamente che, andando in mezzo alla
folla e mettendosi a insegnare nel tempio, si espone al pericolo, poiché il tempio è la Legge di Mosè, una Legge scritta,
inalterabile, mentre la Legge viva si riassume in due parole:
Permanente impermanenza.
Chi può proporre un insegnamento che va oltre la Legge
stabilita? Il nostro Dio interiore, la nostra voce intima.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa
in adulterio e, postala nel mezzo...
Gli scribi e i farisei arrivano mentre Cristo sta insegnando
alla folla. Se cerchiamo di immaginare cosa dice Cristo, possiamo essere sicuri che si tratta di cose di una bellezza sublime.
Cosa può insegnare di più grande, se non a considerare la vita
come un'arte poetica, come una pienezza? Che in ciascuno di
noi c'è l'eternità, la meditazione, la preghiera e la realizzazione
totale? Quale insegnamento più grande dell'amore può essere
offerto? Cristo è davanti al tempio e insegna alla folla l'amore
per gli altri, la pace, la benevolenza.
In quel momento conducono l'adultera. Perché non conducono un uomo, bensì una donna? Sono persone piene di
collera e di disprezzo verso la donna e soprattutto verso il piacere sessuale, come se fosse un peccato atroce. Odiano questa
donna che ha osato sfidare la mo rte per amore!
A quell'epoca le adultere erano condannate a mo rte. Che
366
passione doveva nutrire questa donna per osare tradire il marito! Lo ha ingannato anche se la Legge glielo proibiva.
Cristo sta insegnando l'amore e gli conducono davanti una
donna che ha corso pericolo di vita per amore. Fra l'altro,
l'uomo non veniva punito. Come se la donna si sporcasse con
il piacere, e l'uomo no. Quello che si proibiva era il piacere
femminile.
Cosa intendono fare con quella donna, mentre Cristo sta insegnando l'amore, la bellezza, la comprensione e la tolleranza?
Ucciderla. Tutti i farisei e gli scribi hanno in mano delle pietre
e la spingono in mezzo al gruppo che ascolta Cristo.
Di fronte al tempio, il luogo della parola e dell'amore, scaglieranno delle pietre contro un essere umano. Vedranno scorrere il sangue.
Quella donna sarà ferita: la sua bellezza, il suo sesso, la
sua carne, il suo seno, le sue ossa verranno distrutti... Con la
scusa dell'applicazione della Legge, sarà ridotta a una poltiglia
sanguinante di fr onte al tempio.
Tra la folla non compare una sola donna. Ci sono soltanto
uomini seguaci della Legge di Mosè. Partorire era considerato un atto impuro, perché la donna partorisce nel sangue;
anche le mestruazioni erano ritenute impure, poiché in quel
momento le donne perdono sangue.
Era il sangue, dunque, a essere considerato impuro, e si
puniva l'adultera, curiosamente, spargendo il suo sangue.
La punizione era allo stesso livello del crimine, altrettanto
impura.
In realtà, i farisei e gli scribi conducono quella donna da
Cristo per metterlo alla prova. Sanno che vorrà salvarla e
sperano avidamente che Cristo dica loro «Perdonatela!» per
potergli ribattere: «Tu parli contro la Legge di Mosè. Difendi
una peccatrice! Anche tu devi essere lapidato». Cercano un
pretesto e si appoggiano proprio sulla bontà di Cristo.
gli dicono: «Maestro...» .
La formula è molto ipocrita. In realtà credono che Gesù sia
un impostore e non un Maestro.
367
«Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne
come questa. Tu che ne dici?» Questo dicevano per metterlo
alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si
mise a scrivere col dito per terra.
Questa frase è molto impo rt ante.
È un momento sublime. Nel momento in cui gli espongono
un preciso quesito intellettuale, Gesù china la testa e si mette a
tracciare delle linee per terra. Non guarda nessuno. Possiamo
chiederci cosa tracciava. Nessuno guarda cosa fa Cristo. Scrive
una frase? Si tratta di disegni geometrici? È semplicemente
distratto o consegna il suo messaggio alla terra? Non credo
che agisse distrattamente, essendo pura coscienza cosmica.
Stava dunque consegnando il suo messaggio.
Un essere che sa tutto non ha bisogno di scrivere. Cosa
avrebbe potuto scrivere? Cosa rimane da fare a un uomo completamente realizzato e che sa tutto? Larte. Cristo traccia per
terra linee di un'inconcepibile bellezza. Esprime la sua a rte
sulla terra.
La cosa più bella è che quando cercano di indurlo a commettere un crimine, Cristo risponde: «Faccio penetrare il mio
spirito nella terra. Guardate, sto creando», e si mette in contatto con l'elemento tellurico.
Se partiamo dal mito e ammettiamo che Dio è in Gesù,
dobbiamo anche ammettere che la terra possiede un'anima
e che le linee tracciate dalla divinità segnano la terra. Quelle
righe la santificano. Cristo ne ha fatto un'opera d'arte. L'ha
segnata col suo spirito.
E siccome insistevano nell'interrogarlo...
Nessuno ha colto il messaggio e tutti continuano a porgli quesiti intellettuali. fiopera che traccia sul suolo sarà spazzata via
dal vento, e tuttavia il messaggio rimarrà inciso nella materia.
Cristo ci dice che un messaggio impresso nella materia vale pii t
di diecimila parole. Allo stesso tempo, insemina la terra col suo
immenso amore: non può darlo a quegli esseri umani, poiché
non sono in grado di riceverlo. A partire da quel momento,
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terra, il suolo e perfino il cuore del pianeta si riempiono d'amore.
Quando la divinità traccia quelle righe sulla sua superficie, il
cuore della terra si mette a vibrare di gioia.
Ciò significa che quando siamo smarriti nel tumulto de ll e
nostre idee, delle nostre leggi e dei nostri progetti, il nostro Dio
interiore non risponde a nessuno dei nostri quesiti intellettuali:
incide il suo messaggio nella nostra materia, nel nostro cuore.
Siccome non può dirlo a parole — risulterebbero sporche e
senza significato —, fa scivolare nella nostra carne l'immenso
amore che ci po rt a.
... disse loro...
Si alza, eppure la sua opera rimane lì: un'opera effimera in
un Universo effimero.
Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro
di lei.
La sua risposta è semplice: per rivendicare l'applicazione
di una legge, bisogna rispettarla, non chiedere agli altri quello
che noi non abbiamo realizzato.
Non dobbiamo chiedere agli altri di essere buoni se non
abbiamo scoperto la nostra bontà. Non dobbiamo esigere la
perfezione se non siamo arrivati alla perfezione. Non possiamo
chiedere comprensione se non ne abbiamo. Perché chiedere
amore se non lo diamo? Perché esigere fedeltà se non siamo
fedeli? Perché chi non è attento all'altro chiede per sé un'attenzione totale?
Quando prendiamo coscienza di ciò, facciamo una lista di
tutte le nostre richieste e vediamo se noi stessi le abbiamo realizzate. Diciamoci: «Voglio essere compreso, ma cosa comprendo
io dell'altro? Voglio essere perdonato, ma io perdono forse?».
«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro
di lei.» E chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
Gesù si rimette'a disegnare e lascia che riflettano sulle sue
parole. Dopo aver dato la sua risposta torna a concentrarsi,
ritorna alla sua montagna.
369
Davanti a qualsiasi difficoltà della vita, dobbiamo tornare
a noi stessi, al nostro centro.
Il dolore si basa su quattro principi molto semplici. Il
primo principio è 1'«Io», che crea la malattia perché «Io»
vuole essere «Me». «Io» non vuole che entrino nel nostro
intimo le cose che non sono «Me». «Io» non vuole aprirsi
per lasciar passare la coscienza cosmica che non è «Me».
«Io» non vuole essere un flauto al servizio di un musicista
qualsiasi. «Io» pretende di essere «Me». L'«Io» è la fonte del
dolore perché ci conduce all'immobilità. Ci spinge alla pesantezza e al suicidio.
Il desiderio di possesso è il secondo principio su cui si basa
il dolore. Voler possedere non è amare. Amare l'altro significa
essere contenti de ll a sua esistenza e de ll a sua realizzazione,
mentre volerlo possedere significa desiderare il suo annullamento, nel tentativo di incorporarlo in noi.
Quando non possiamo soddisfare il nostro desiderio di possesso, subentra l'odio. È il terzo principio. Distruggiamo quello
che non possiamo possedere. Lo distruggiamo o ci roviniamo.
Aggrediamo.
Il qua rt o principio è la paura. Dal momento in cui distruggiamo o siamo distrutti, abbiamo paura. È la paura di dissolversi, di perdere l'«Io».
Non c'è altro da aggiungere sul dolore. È contenuto in queste
quattro parole: «Io», possesso, odio e paura.
Quando Cristo ricomincia a scrivere per terra, non ha «Io».
Se il vento soffia, egli canta. Il vento è il Padre.
In questo episodio i farisei acquisiscono una coscienza: lo
ascoltano, si interrogano e gli danno ragione.
Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani...
Mentre scrive per terra, ha fiducia in loro.
Se quegli uomini non si fossero posti degli interrogativi,
se non avessero capito le parole di Cristo, avrebbero lapidato
la donna. Erano persone che, malgrado tutto, avevano una
certa sensibilità.
370
Rimase solo Gesù...
I farisei e gli scribi non poterono lapidare la donna né
Cristo perché si resero conto che la Legge ormai era lettera
morta. Non potevano far rispettare una Legge che essi stessi
non rispettavano, una Legge che era diventata una forma
vuota.
... con la donna là in mezzo. Allora Gesù, alzatosi, le
disse...
Quella donna, che è viva grazie a lui, dev'essere piena di
infinita gratitudine. Per lei si è compiuto un miracolo: doveva
essere lapidata e invece è viva. Questo essere, questo uomo
- se possiamo chiamarlo «uomo» -, l'ha salvata e inoltre non
le chiede ringraziamenti.
Mentre i farisei e gli scribi se ne vanno, Cristo prosegue
nella sua opera, continua a sacralizzare la terra rispetto alla
scrittura. Dice: «Ho registrato la mia parola nei libri e l'hanno fissata. Ora la scrivo sulla terra affinché sia cancellata dal
vento. Abbandonate i libri!».
Allora Gesù, alzatosi, le disse: «Donna...».
Come abbiamo visto, Gesù si rivolge con questa parola
soltanto a tre donne in tutto il Vangelo: lo dice alla Vergine
Maria, alla samaritana che aveva avuto sei uomini e, ora, a
questa adultera. La riconosce in quanto donna, con tutto ciò
che questo presuppone.
«Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?» Ed essa
rispose: «Nessuno, Signore».
«Nessuno mi ha condannata, Signore.» Nel momento in cui
il suo Cristo interiore le parla, la donna lo chiama «Signore»:
lo riconosce come il suo Maestro e, riconoscendolo, realizza
un'enorme presa di coscienza, in lei avviene un cambiamento.
Comprende.
Comprende il suo valore personale e il suo Dio interiore.
Comprende che non sarà mai più umiliata da leggi che non le
appartengono, che la Legge di Mosè non ha più valore. Questa
donna si rende conto di non essere impura e di avere il diritto
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di recarsi al tempio. Sa che ha il diritto di possedere un Dio .
interiore e che dispone di un'anima e di una dignità umane;
sa che nessuno può giudicarla perché nessuno è superiore a
lei, nemmeno un sacerdote: abbiamo tutti lo stesso valore. Sa
anche che a partire da adesso dovrà migliorare.
E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno...».
Come si può condannare, vivendo in un mondo simile?
Non possiamo condannare nessuno. Possiamo solo metterci
al posto dell'altro e comprenderlo.
... va' e d'ora in poi non peccare più.
D'ora in poi, sii cosciente e vivi i tuoi desideri! Non peccare
più significa smettere di vivere con un uomo o con una donna
che non ci corrispondono. Significa vivere in accordo con i
reali desideri de ll a nostra età.
Il peccato consiste nel condurre una vita di sacrifici e sofferenze. Dunque, bisogna abbandonare la sofferenza. È necessario dominare l'«Io», estirpare il desiderio di possesso,
l'odio e la paura.
LA GUARIGIONE DI UN CIECO
(Giovanni 9,1-12)
Dopo aver salvato la donna adultera, Cristo continua a insegnare nel tempio fino al momento in cui dice:
«Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il
mio giorno; lo vide e se ne rallegrò.» Gli dissero allora i Giudei:
«Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?». Rispose
loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse,
Io Sono». Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui;
ma Gesù si nascose e uscì dal tempio...
Che età abbiamo? In fondo, abbiamo l'età dell'Universo. La
nostra divinità interiore è più vecchia di Abramo: «Prima che
Abramo fosse, Io Sono». Prima che il nostro essere esistesse,
la nostra scintilla divina esisteva già. Portiamo in noi un tesoro
infinito che è oltre il tempo e lo spazio.
Più avanti si legge:
Passando vide un uomo cieco dalla nascita...
Questa frase è bella. C'è un contrasto fra gli occhi di Cristo,
che costituiscono il vertice dello sguardo (se accettiamo il
mito, sono gli occhi più perfetti dell'umanità), e quegli occhi
vuoti. Cosa accadrà?
e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato,
lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».
Una volta che abbiamo riconosciuto il nostro valore, ci manca
la fede nell'altro.
Gesù cura un uomo cieco dalla nascita. Ha già guarito un
paralitico dicendogli: «Prendi il tuo lettuccio e cammina». Il
paralitico non era tale dalla nascita, prima camminava. Ora
Cristo guarisce qualcuno che non ci ha mai visto e che ignora
completamente cosa sia vedere: fi n dalla nascita è stato immerso nell'oscurità.
Cosa significa il fatto che non possa vedere? Che quest'uomo
non ha mai visto la Legge. Lha ascoltata, ma non l'ha mai letta.
A quell'epoca la realizzazione suprema consisteva nel leggere,
recitare e cantare la Legge.
I discepoli, passando, vedono il cieco. Non si preoccupano di
guarirlo: accettano immediatamente il suo stato. Gli mettono
l'etichetta «cieco» e iniziano a porsi domande squisitamente
intellettuali: «Chi è colpevole della sua cecità, lui o i suoi genitori?». Di chi è la colpa? È legata al suo albero genealogico?
Una colpa è stata commessa. Se un bambino nasce cieco, è
insorto qualche problema fra i suoi genitori. Per generare uno
schizofrenico ci vogliono almeno tre generazioni di individui
che non sono stati amati e hanno vissuto situazioni conflittuali
e sfortunate. La schizofrenia non si manifesta all'improvviso:
inizia con i bisnonni del malato.
Chi è colpevole? Nell'Esodo (20,5) Dio dice «che punisce
la colpa dei padri nei figli fino alla terza e quarta generazione» .
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Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così
perché si manifestassero in lui le opere di Dio».
Dunque, si tratta di una benedizione. La sofferenza che
portiamo con noi è una benedizione. La pazzia, la mutilazione, qualsiasi handicap è una benedizione se a un certo punto
riconosciamo il nostro Dio interiore e Lui si manifesta in noi.
In realtà, i nostri limiti, la malattia e la pazzia saranno la base
della nostra realizzazione e de ll a nostra presa di coscienza.
Ecco la risposta di Cristo.
Non è colpa, quindi, né del cieco né dei suoi genitori. Si
tratta di una magnifica prova affinché egli trovi la sua divinità
interiore. Se non fosse stato cieco, non l'avrebbe mai trovata.
Il suo svantaggio costituisce la sua forza. Tutte le sofferenze
che ereditiamo dal nostro albero genealogico diventano i nostri
punti di forza dal momento in cui prendiamo coscienza.
Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato
finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più
operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo.
Finché non troviamo questo Dio interiore che va al di là
dell'«io», restiamo nell'oscurità, nella sofferenza, nel dolore
e nella cecità. Quando riconosciamo il nostro Dio interiore,
appare la luce e possiamo realizzare il nostro compito, lavorare con l'altro.
... sono la luce del mondo.
Il nostro Dio interiore è la luce del mondo. Finché non lo
troviamo, ricadono su di noi tutte le maledizioni del nostro
albero genealogico. Al contrario, quando troviamo la nostra
luce, tutte quelle maledizioni diventano benedizioni.
Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva,
spalmò il fango sugli occhi del cieco...
col fango. Gesù, quindi, riproduce l'azione del Padre creando
il nuovo uomo, il nuovo Adamo.
Sputa sulla terra che aveva santificato nell'episodio della
donna adultera. La sua saliva doveva essere di una purezza
incredibile, dato che tutte le sue ghiandole erano pure e piene
di bontà. Dà la sua materia alla terra. È già lo Spirito, la parola
completa. Non una parola scritta, ma quantomai concreta.
sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango
sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di
Siloe (che significa Inviato)».
La piscina di Siloe era situata nella città, all'interno delle
mura di Gerusalemme. La Toràh dice che si trovava accanto
alla tomba di Davide, e noi sappiamo che Gesù discende da
Davide.
La piscina è in mezzo alla Città Santa. Gerusalemme era
costruita attorno a questa piscina, che costituiva la sua fonte
di vita.
Lavandosi in quest'acqua, il cieco non la sporcherà. Al contrario, porterà la parola di Dio alla piscina sacra. Attraverso il
cieco, Cristo realizzerà l'unione: inseminerà la tradizione, e la
parola, che era priva di significato, prenderà vita.
Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Vedere significa anche prendere coscienza. Quest'uomo,
quando vede, si vede. Prima non poteva farlo, non sapeva chi
fosse. Ora si vede.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era
un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a
chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano:
«No, ma gli assomiglia».
Perché fa questo, se per guarire un paralitico gli è bastato dire: «Alzati e cammina»? Potrebbe guarire il cieco senza
toccarlo, ma vuole impartire una lezione. Bisognava ritornare
al principio, al momento in cui, come dice la Toràh, Dio crea
Adamo dal fango e con la sua parola. Saliva-Parola mescolata
I vicini non ci possono credere. Per loro, un mendicante
sarà sempre un mendicante. Non crediamo che un nevrotico
possa guarire dalla sua nevrosi. Quando qualcuno guarisce,
quelli che gli stanno intorno non vogliono accettare la sua
guarigione. La guarigione coinvolge tutta la famiglia. Se uno
dei suoi membri guarisce, gli altri cercano di impedirglielo. Se
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realizziamo un cambiamento, se otteniamo qualche risultato
sulla strada della guarigione, non parliamone, e soprattutto
non diciamolo alle persone che ci amano! Cadrebbero in preda all'angoscia e cercherebbero di demoralizzarci per farci
riassumere il nostro ruolo. Manteniamo il segreto finché ciò
che si realizza in noi non è solido. Quando si sarà installato
saldamente, nessuno potrà demolirci. Altrimenti, qualsiasi
acquisizione verrà subito distrutta e non guariremo mai.
Dunque, tutti si impegnano a far sì che quell'uomo ridiventi
cieco.
Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli chiesero: «Come
dunque ti furono aperti gli occhi?».
Non ci credono.
Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del
fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Siloe e lavati!
Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».
Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».
Lo aggrediscono subito. Vogliono sapere chi è e dove si trova
colui che lo ha guarito. Non possono sopportare che qualcuno
faccia del bene: lo detestano, lo odiano.
Eravamo dei mendicanti e ora ci vediamo. Vogliono che
torniamo a essere quello che eravamo.
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco.
Ora giudicheranno questo pover'uomo per avere recuperato
la vista.
Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse
acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango
sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
È la seconda volta che il cieco racconta la sua storia. Ciò
significa che bisogna comprendere bene che la luce nasce
dal fango, che il loto nasce dal fango, che la Coscienza nasce
dall a materia...
Quando l'uomo dice: «Mi sono lavato e ci vedo», significa
che per il cieco la Coscienza nasce da ll a materia. Quando
smette di identificarsi col suo corpo e arriva all'illuminazione,
comprende finalmente che l'intero Universo è Coscienza pura
e che la materia è illusione.
Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene
da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come
può un peccatore compiere tali prodigi?». E c'era dissenso tra
di loro.
Comincia a sorgere il dubbio: forse è avvenuto un miracolo.
Questo pensiero, invece di rallegrarli, li angoscia.
Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?».
«Cosa volete che dica di qualcuno che mi ha dato la luce e
mi ha aiutato? Gli sono infinitamente grato: lo amo. Non so
chi è, ma lo ringrazio per avermi dato la vita.»
Vogliono sapere cosa pensa di lui. Cristo è un demonio o
un dio? Sono in preda all'odio e alla paura. Paura di perdere
la loro Legge consolidata.
Egli rispose: «È un profeta!».
era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango
e gli aveva aperto gli occhi.
Lo riconosce o, almeno, comincia a riconoscerlo; ancora
non lo riconosce come Dio, ma come profeta.
Ancora una volta, Cristo compie un miracolo nel giorno in
cui non è lecito lavorare. Non tiene conto della tradizione e
delle leggi scritte. Doveva guarire un uomo e l'ha fatto!
La nostra luce interiore non arriverà seguendo qualche codice: verrà quando il suo tempo sarà compiuto.
Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e
aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di
colui che aveva ricuperato la vista.
Negano il miracolo. Vogliono che i genitori diventino dei
capri espiatori!
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E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser
nato cieco? Come mai ora ci vede?».
«Avete mentito riguardo alla sua cecità! In realtà, vi siete
inventati questa menomazione per mandarlo a elemosinare nel
tempio. Confessate che volevate arricchirvi alle sue spalle!»
I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio
e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né
sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età,
parlerà lui di se stesso».
I genitori non vogliono essere coinvolti: se ne lavano le mani .
È incredibile: hanno un figlio cieco da ll a nascita e quand( )
appurano che qualcuno gli ha aperto gli occhi, invece di rallegrarsi o di difenderlo, se ne lavano le mani.
In genere, quando si guarisce uno schizofrenico i suoi genitori soffrono di depressione. La malattia dei figli conviene
a padri e madri, che a causa della loro nevrosi hanno bisogni
di un capro espiatorio. La malattia ha origine nei genitori: con
la guarigione, invece di rallegrarsi, si deprimono.
Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei
Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per
questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».
I genitori se ne lavano le mani perché hanno paura. Pre-
feriscono dare ragione alla società piuttosto che difendere il
figlio.
Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli
dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un
peccatore». Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una
cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo».
La sua presa di coscienza comincia ad agire e lui inizia a
essere obiettivo.
Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha
aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non mi avete
ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare
anche voi suoi discepoli?».
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Questa storia mi ricorda quella accaduta a uno scrittore
spagnolo omosessuale, Jacinto Benavente. Una volta un giornalista maleducato lo fermò per strada e gli domandò: «Don
Jacinto, com'è diventato omosessuale?». Gli rispose: «Come
lei, domandando».
Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi
siamo discepoli di Mosè!».
Il cieco guarito è il discepolo di un miracolo, di una luce. Gli
altri sono discepoli di Mosè, di una Legge scritta e fissata.
Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui
non sappiamo di dove sia.
Vale a dire: crediamo nelle leggi che ci sono state trasmesse,
e non a qualcosa che proviene direttamente dalla nostra interiorità. C'è una differenza tra quello che si impara in un libro
e quello che impariamo da soli, nel nostro intimo.
Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi
non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi».
Dovrebbero sapere da dove viene, visto che si trova in ognuno. Il cieco guarito continua:
«Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se
uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta. Da che
mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto
gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe
potuto far nulla.» Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e
vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.
«Eri cieco dalla nascita. Non hai mai letto né studiato. Non
conosci la Legge, e ora vieni a darci lezioni! Come potrebbe la
verità uscire dalle tue tenebre? Come può un individuo oscuro
e mediocre come te dire la verità a noi che abbiamo immagazzinato nella nostra memoria tutta la cultura del mondo?
Come puoi dire una cosa simile?»
Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli
disse...
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... ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane.
Gesù va da lui perché quell'uomo ha difeso il proprio livell
di coscienza. Non ha avuto paura. Sapeva di dire qualcosa d
importante. Non poteva tradire chi gli aveva fatto del bene. Non
eradiqulchsnvoemai,csugntor.
Il suo Dio interiore era arrivato perché egli aveva fatto un)
sforzo: aveva fede. Quando possediamo la fede e difendiamo
quello in cui crediamo contro tutti gli attacchi, l'essere che
cerchiamo viene a trovarci.
Che cosa meravigliosa dev'essere stata per quell'uomo vedere il Cristo! Lo vede per la prima volta. Prima non poteva:
era cieco per la sua essenza.
In altre parole: «Rimanete nell'oscurità».
Il punto essenziale di questa storia è l'amore per la nostra
divinità interiore, la parola scritta per terra, la fede nella forza
interiore che ci abita.
Tutti crediamo di essere nell'oscurità, ma la luce è sempre
stata lì con noi.
incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?» .
Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse
Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui».
Chi siamo perché le cose parlino dentro di noi? Perché la
coscienza dovrebbe manifestarsi in noi che siamo ciechi dalla
nascita? La risposta è: «E perché no?».
«Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui.» Ed egli
disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.
Ovvero, accettò se stesso. Ora possiamo domandarci chi
sono i veri ciechi. A questo quesito Gesù risponde:
Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro
che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.
Quelli che accettano il miracolo interiore vedranno la luce,
mentre quelli che rimangono legati a ottuse concezioni religiose non la vedranno: diventeranno ciechi.
Essere ciechi significa rimanere in un mondo chiuso, pieno
di dolore e angoscia.
Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e
gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». Gesù rispose loro:
«Se foste ciechi, non avreste alcun peccato...».
Cioè: «Se foste semplici, puri, essenziali, e se invece di aggrapparvi alla tradizione aveste obbedito alla vostra vita interiore, non avreste peccato».
380
381
XVII
I:ESSERE E EAVERE
Per la lettura di questo capitolo di Giovanni, «Risurrezione di
Lazzaro» (11,1-44), utilizzeremo i Tarocchi.
Non possiamo operare una dissociazione tra il corpo e la
divinità. Siamo una goccia che rappresenta e contiene tutto
l'Universo: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Il nostro corpo è la Vergine Maria. Per sentirlo davvero
eterno e infinito, bisogna sperimentarlo così com'è. In genere
non ci sentiamo come siamo. Non viviamo in quanto Padre,
Spirito, Figlio e Vergine. Siamo frammentati.
Generalmente i pensieri (Spade), i sentimenti (Coppe), i desideri (Bastoni) e le necessità (Denari) hanno finalità distinte. Si
pensa una cosa, se ne sente un'altra, certi sentimenti vengono
traditi dal desiderio, certi desideri vengono sacrificati per avidità
materiali... Si capisce questa situazione se ci si immagina di
viaggiare su un carro trainato da quattro cavalli a briglia sciolta.
Il carro non si muove perché ogni cavallo tira in una direzione
diversa. Il conducente deve domare i quattro animali, metter
loro le redini, calmarli e proporsi una meta, trovare il proprio
Dio interiore e dare ai quattro cavalli un unico ideale.
In questo capitolo Giovanni fa pronunciare a Tommaso una
frase formidabile. Cristo viene a sapere che Lazzaro è malato e
decide di andare a guarirlo; Lazzaro però vive in una regione
(a Betania, in Giudea) dove Cristo è minacciato di mo rte. Recandosi in quel posto Cristo rischia la sua vita e anche quella
dei discepoli. Allora Tommaso dice:
Andiamo anche noi a morire con lui!
Cercherò di dimostrare che i Bastoni corrispondono al Padre
(il fuoco originario) e le Spade allo Spirito Santo che s'incarna, mentre le Coppe sono evidentemente il Figlio e i Denari
corrispondono alla Vergine.
Come il lettore può comprovare nelle carte dei Denari, la
Vergine è sempre simboleggiata da un mandala. Maria si sente
centrata: è la terra, la materia, la carne. Senza la sua opera,
Cristo non esisterebbe. Dio è intimamente legato a lei, che è
l'Universo infinito ed eterno. Se l'accettiamo come tale, l'Universo non è altro che il corpo della divinità.
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È pronto a rischiare la vita per accompagnare Cristo. Chi
è Tommaso? Perché viene citato in questo episodio? Egli appare di nuovo in Giovanni (20,24-29), dopo la crocifissione e
la risurrezione di Cristo.
Tommaso non è con i discepoli a cui Cristo risorto appare
la prima volta, e non crede al loro racconto. Otto giorni dopo,
quando appare di nuovo davanti ai discepoli riuniti, Gesù gli
dice:
Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua
mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo
ma credente!
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Allora Tommaso affonda una mano nella ferita di Cristo,
che si riforma in quell'istante. Il sangue caldo del Signore lava
amorevolmente la mano dell'apostolo, entra nei suoi pori,
attraversa le pareti delle sue vene e, sangue divino nel sangue
umano, arriva al cuore di Tommaso. Allora egli esclama:
«Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia
e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio.» Rispose loro Gesù: «Non
è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora,
se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di
Dio (e la Scrittura non può essere annullata)...».
Nella fede interiore c'è un livello in cui dobbiamo accettare
il primo principio, quello del Padre.
Ricordiamo che il Padre corrisponde ai Bastoni dei Tarocchi e notiamo che la mano che sostiene il Bastone esce dal
centro di un cerchio, mentre quella che afferra la Spada esce
dall'esterno di un cerchio.
Per concepire la nostra psiche, il nostro essere in tutte le
sue dimensioni, per concepirci come siamo, non dobbiamo
negare il fatto che la goccia, in qualche sua pa rte, è connessa
con l'oceano. In qualche modo siamo collegati non solo con
l'Universo intero, ma anche con il suo segreto ultimo. Se così
non fosse, perché saremmo vivi? Dunque, da qualche pa rte
dentro di noi portiamo completamente questo Dio interiore:
il Padre.
Per comprendere bene questo punto, dobbiamo tornare
al capitolo (Giovanni 10,33-35) che precede la risurrezione
di Lazzaro. Qui il Cristo pronuncia una frase fondamentale. Si trova nel tempio. Alcune persone lo interrogano e
concludono:
La Legge chiama «dèi» coloro ai quali Dio parla. Cristo
afferma chiaramente che se Dio ci parla, noi siamo dio. Tutti
siamo dei. Abbiamo in noi il Padre, in quel punto, in quella
«X» nella quale dobbiamo credere senza averla mai vista. È
l'infinito, il mistero che si trova in ognuno di noi.
L;essere umano non è spazzatura, come vogliono farci credere. È un gioiello splendido. Sono stati la civiltà e dieci o
ventimila anni di guerre e di dolori a farci credere di essere
spazzatura.
Esiste in noi un punto infinitesimale dove la vita ci sorregge. È il nostro contatto con il Padre, il Dio interiore sconosciuto. Non possiamo definirlo, ascoltarlo o toccarlo. Non
abbiamo nessuna prova, eppure dobbiamo credere nella sua
esistenza.
Se non ci crediamo, siamo dei cadaveri, degli esseri corrotti;
ci disgreghiamo, aggrediamo e soffriamo senza sosta.
Una volta che accettiamo il concetto di «X», intorno a Lui
sorge la coscienza. Il punto «X» è lungi dall'essere o dal non
essere Spirito. È il punto che ci mantiene vivi e ci collega con
il centro dell'Universo, con ciò che chiamiamo la divinità:
l'energia non manifesta.
In ogni parte di noi, il principio di base è il non manifesto.
Poi viene il nostro essere essenziale: il Se stesso supremo. È
puro spirito, pura coscienza. Non è né «Essere» né «Non essere». È qualcosa che esiste al livello della coscienza. È giusto
chiamarlo «Spirito», e ancora meglio «Spirito Santo».
Questa coscienza ci vede. Non siamo sempre impegnati in
un dialogo interiore? Diciamo fra noi: «Sono così». Colui che
parla, che si vede, è come un osservatore separato da ciò che
vede. Colui che soffre, non soffre: se siamo coscienti di soffrire,
è perché da qualche parte non soffi iamo. Per essere coscienti
di amare, di muoverci, di pensare, bisogna che qualche pa rte
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Mio Signore e mio Dio!
E Gesù gli dice:
Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non
avendo visto crederanno!
Grazie a Tommaso, il Cristo pone le basi di una mistica utile
per noi: per credere, Tommaso ha bisogno di vedere, cioè di
definire, pensare, analizzare. Orbene, non si può trovare la
vera vita eterna, infinita, meravigliosa, il vero risvegliarci a
noi stessi, se non quando crediamo senza vedere, immersi nel
vuoto totale, senza prove, senza niente: quando sperimentiamo
l'amore.
di noi non ami, non si muova e non pensi. La coscienza implica una dualità.
In qualche punto di noi stessi siamo lo Spirito Santo assoluto, meraviglioso e ubiquo.
Poi, questo spirito si incarna, questa coscienza pura si evolve
in «coscienza della Coscienza». È il Figlio: quindi, il Figlio, il
Cristo, si incarna, entra nella carne, nella nostra materia. Da
un lato, il Cristo appartiene allo Spirito e al Padre; dall'altro,
appartiene anche alla materia. È il mediatore e insieme il
risultato di tutti questi elementi.
Da chi ha preso la materia? Dove viene a concentrarsi lo
Spirito Santo per creare il Figlio? Si situa nell'Universo stesso,
nella Vergine Maria, nei Denari, nel corpo.
Sentiamo il nostro corpo in un modo limitato. Lo imprigioniamo nella pelle, sentiamo la sua morte. Mai, o quasi
mai, pensiamo al corpo come farebbe il Padre. La coscienza
possiede il dono dell'ubiquità: è da tutte le pa rti contemporaneamente e sa tutto del corpo che abita. Ascolta tutto. Vede
tutto. È capace di curare tutto. Ci insegna tutto. Conosce tutto.
Sa quando moriremo, quando ci riprodurremo, come funziona
il nostro cuore ecc. È al corrente di tutti i nostri progetti. In
fondo, Dio è noi. Il nostro corpo è un dio che conosce tutto,
se lo viviamo com'è.
Abbiamo paura di vivere il nostro corpo così com' è . Lo frammentiamo. Abbiamo molta paura dello Spirito Santo che ci abita. Io sono colui che sono! Abbiamo un'enorme paura di essere
ciò che siamo. Ci terrorizza questo incredibile potere. Al livello
delle Spade, dello Spirito, parleremo di «paura di essere».
Poiché abbiamo paura di essere questo potere, in Cristo, al
livello del cuore — le Coppe —, sostituiamo questa paura con
l'avere. Quanto più abbiamo, più siamo apparenza e meno
coscienza. Anneghiamo nell'avere, per paura di vivere questa
immensità priva di definizione, dato che ogni individuo è un
essere eterno incapace di concepirsi e di definirsi. Nessuno di
noi è una caricatura. Nessuno ha dei limiti. Possiamo cambiare
da un giorno all'altro. Come l'Universo, siamo in perpetuo cambiamento. Movimento totale! Chi non avanza con l'Universo,
retrocede e si pietrifica.
Questo avere ci spinge, nei Denari, non a voler essere bensì
a voler apparire. Tutto quello che facciamo e che possediamo
ci serve per apparire.
Ricordiamo che il corpo umano si divide in quattro settori: il corpo in sé, la parte fisica con le sue necessità che
spingono a sopravvivere; la parte sessuale con i desideri
che inducono a perpetuare la vita; la parte emotiva con i
sentimenti che conducono all'unione con il Tutto, e la parte
intellettuale con l'elaborazione di idee che sfociano nella libertà di essere quello che si è. Questi quattro versanti devono
mescolarsi in un'unica onda e fluire con l'Universo. Devono
fluire tranquillamente, nutrendo una fede inattaccabile nel
fatto che questo Dio interiore sa quel che fa. La fiducia è la
base indispensabile.
Il problema è che non abbiamo fede e, in questo modo, ci
blocchiamo.
In genere, data la nostra cattiva interpretazione del mito,
reprimiamo i Bastoni, la pa rt e sessuale. Eppure, dove può stare
il Padre nel nostro corpo? Sono lo sperma e l'ovulo a contenere
l'eterno e l'infinito: nel sesso non troveremo il diavolo bensì
l'eternità divina, visto che il diavolo è solo la dimenticanza
di Dio.
Inibendo la part e sessuale, la sporchiamo.
Evidentemente, anche il nostro intelletto si è atrofizzato: lo
utilizziamo per analizzare, e analizzare significa non amare,
frammentare, fissare.
Un cuore messo da parte vive nella negazione e nell'avidità:
vuole solo avere e non riesce a mettersi nei panni di coloro
che chiamiamo gli altri e che in realtà non sono altro che noi
stessi.
Quando il corpo viene negato, non lo viviamo né l'amiamo
per quel che è: invece di viverlo, lo possediamo. È molto diverso
«essere» un corpo o «avere» un corpo, co rne l'«essere» amore
è molto diverso dall'«avere» amore.
Perché questo dubbio? Perché l'intelletto, per poter analizzare, deve prima di tutto dubitare. Per non avere dubbi è indispensabile la fede, ma per credere bisogna disfarsi dell'«avere», ed è precisamente ciò che non desideriamo affatto. Ci
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aggrappiamo all'angoscia di essere una goccia con un guscio
di tartaruga: è quello in cui accettiamo di trasformarci.
Non vogliamo appartenere all'oceano. Aver fede significa
infatti immergersi nell'oceano e risalire verso lo Spirito e verso
il Padre, verso la coscienza.
È questa la chiave per interpretare la storia di Lazzaro, che
inizia con un'accusa di bestemmia.
Quando la luce comincia ad apparire nell'anima so tto la
nostra corazza di dolore, quando il cambiamento desiderato
comincia a prodursi effettivamente, anzitutto proviamo paura,
perché tutta la nostra vita basata sull'avere inizia a crollare.
Se abbiamo un compagno o una compagna, il nostro rapporto irrimediabilmente si sfascia; se abbiamo una famiglia,
dei beni, una professione, tutto precipita perché si tratta solo
del risultato del dolore e della nevrosi.
Se invece cambiamo, tutte le persone che ci stanno intorno
sentono in pericolo il loro avere e vorranno quindi lottare contro il nostro cambiamento. E anche nel nostro intimo, tutte le
parti di cui siamo costituiti lotteranno per sopravvivere.
Cristo viene dunque accusato di blasfemia e la gente raccoglie delle pietre per lapidarlo. Eg li dice allora (Giovanni
10,32):
Vi ho fatto vedere molte opere buone da pa rte del Padre
mio...
Vale a dire: «Vi ho mostrato tante cose belle che provenivano
dalla vostra interiorità».
... per quale di esse mi volete lapidare?» Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia
e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge:
Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai
quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio?
Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi...».
Qui Cristo si compromette: «Se non faccio le opere del Padre
mio...». Nell'inconcepibile cervello del Figlio, è già presente
l'idea di risuscitare i morti. Tutti siamo morti: finché non
avremo preso coscienza, siamo tutti Lazzaro, rinchiusi come
lui in una grotta bloccata da una pietra.
... ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete
almeno alle opere...
«Non dovete credere in quello che dico ma in quello che
faccio.» Dobbiamo credere in quel che facciamo nel momento
in cui cominciamo a sviluppare il nostro essere: dobbiamo
credere nelle nostre opere.
Prendere coscienza non significa automaticamente guarire.
Anche se l'intelletto riesce a comprendere, non per questo
siamo salvi. Una persona può comprendere perfettamente
le ragioni che la spingono ad agire in un certo modo, il suo
albero genealogico e quant'altro, ma se non prende quello che
ha capito intellettualmente per incarnarlo nelle Coppe e nei
Denari, cioè nel cuore e nel corpo, essere giunta alla coscienza
non le servirà a niente.
A cosa serve avere talento, se chi lo possiede non canta? A
cosa serve parlare dell'amore per i bambini, se li educhiamo
male? A cosa serve pensare, se i nostri pensieri rimangono
lettera morta? Perciò, una volta che abbiamo compreso, la
nostra comprensione è inutile se non agiamo.
credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate
che il Padre è in me e io nel Padre.
Ecco l'accusa: «Vogliamo lapidarti perché tu che sei un mortale, un essere che vive nell'avere e nell'apparire, d'improvviso
cominci a dire a questa società: "Non voglio più avere. Non
voglio più apparire. Voglio smettere di vivere dietro una maschera di dolore. Voglio essere. Voglio vivere la mia essenza.
Voglio raggiungere la mia purezza originale!"».
«Il Padre è in me. Nella mia carne»: non bisogna mai dimenticare che Cristo si è incarnato in un corpo umano; la
carne che Maria gli ha donato è carne umana, una carne che
sanguina.
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ti
Quando Cristo pronuncia queste parole, gli ebrei vorrebbero
ancora lapidarlo, ma lui fugge e per un po' di tempo se ne sta
al sicuro. A quel punto ha inizio la storia di Lazzaro.
Come riesce Gesù a sfuggire a una folla inferocita che gli
scaglia delle pietre? Può riuscirci solo grazie a un miracolo: rendendosi invisibile. Quando poniamo degli ostacoli al
nostro risveglio, quando ci rifugiamo in qualsiasi tipo di atteggiamento difensivo e aggressivo, il nostro Dio interiore si
occulta... E allora cominciamo a inclinarci come una ruota
senz'asse.
LA RISURREZIONE DI LAZZARO
(Giovanni 11,1-44)
Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di
Maria e di Marta sua sorella.
Abbiamo, dunque, due donne: Maria e Marta.
Nell'Arcano VI dei Tarocchi, L'Innamorato, una delle donne
potrebbe essere benissimo Maria e l'altra Ma rta, e potremmo
inoltre affermare che l'uomo al centro è Lazzaro. Quest'uomo
è affiancato a sinistra da una «sorella» che dubita (Ma rta), e
a destra da un'altra che crede (Maria).
Dove si trova Lazzaro? Proprio tra il dubbio e la fede. E noi,
dove ci troviamo? Esattamente nella stessa posizione.
Il Vangelo di Giovanni precisa:
Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre
avete me.
Detto in altro modo: «I poveri ci saranno sempre, ma io
sono unico. Per una volta almeno nella vita, devono dedicarmi
quanto hanno di meglio».
Per una volta almeno, nella nostra vita, dobbiamo darci quanto abbiamo di meglio. Diamo molto all'esterno, ma
quanto tempo concediamo a noi stessi durante la giornata? E
quante volte al giorno ci «droghiamo» per non vederci? Se ci
diamo quanto abbiamo di meglio, lo diamo automaticamente
al Padre attraverso il Figlio. Scaviamo in noi stessi per arrivare fino in fondo, per vivere il nostro essere essenziale.
Essere essendo. Il Padre è immobile ma l'essere, la coscienza,
evolve, cambia, si muove. Il problema è che noi non vogliamo cambiare, vogliamo un tempo e uno spazio precisi. È per
questo che siamo in decomposizione, perché non ci rivitalizziamo: ci fossilizziamo nelle solite abitudini mentali, emotive,
sessuali e fisiche. Ci aggrappiamo a pochi e invariabili gesti
quotidiani. Ci ripetiamo per tutta la vita, ci sclerotizziamo in
un'immagine data di noi stessi e pretendiamo di salvaguardarla per sempre.
Ci cristallizziamo e cristallizziamo gli altri.
Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo
amico è malato».
Dopo la risurrezione di Lazzaro, Cristo viene invitato a una
cena e Maria, che è presente, gli cosparge i piedi di un olio
profumato e poi glieli asciuga con i propri capelli per rendergli
omaggio.
Giuda, presente anche lui, interviene per dirle che sarebbe
stato meglio vendere i profumi e dare il denaro ai poveri. Gesù
gli risponde (Giovanni 12,7-8):
Il nostro corpo è malato: è prostrato nel marciume e nella
sofferenza. Non ci muoviamo, e dunque Marta e Maria, il nostro dubbio e la nostra fede, si rivolgono a noi, alla coscienza
incarnata in noi, e ci dicono:
«Sono malato. Sto andando in malora. Mi trovo davvero in
trappola, in una situazione impossibile. Devo fuggire. Sono
rinchiuso in una realtà che mi soffoca. Mi rendo conto che
non sto affatto vivendo la mia vita. Sono immerso nell'avere
e nell'apparire. Non presto attenzione all'incredibile processo
che avviene in me. Non sono un dio. Non sono libero. Non ho
libertà interiore né esteriore. Sono pieno di miserie, dolori e
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Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello
Lazzaro era malato.
insoddisfazioni, di idee che non mi appartengono. Sono pieno
di esigenze. Ecco il problema: non posseggo la gioia di vivere
e sono morto.»
Per cominciare a guarire, bisogna prima di tutto accettare
la propria malattia. Finché conserviamo l'orgoglio di voler
apparire in perfetta salute non guariremo, perché non chiediamo aiuto.
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la
morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio
venga glorificato».
Nessuna malattia conduce alla mo rte, perché la mo rte non
esiste. Se crediamo nel Figlio di Dio, la vita è eterna. Se crediamo in noi, nel Padre, nello Spirito Santo, in Cristo e nella
Vergine Maria, non moriremo. Vivremo l'eternità, e la vivremo
diversamente dalla forma che abbiamo oggi. Ciò vuol dire che
non «avremo» l'eternità, ma «saremo» l'eternità. Diventeremo
una parte della divinità, ci trasformeremo nel cosmo. La mo rte
è una trasformazione e una realizzazione. Ritorneremo tutti
all'oceano; perché, allora, spaventarsi?
In fondo, questo essere che è tutto amore dice: «Perché
spaventarsi? Forse Lazzaro non mi conosce?».
... ma per la gloria di Dio; perché per essa il Figlio di Dio
venga glorificato.
Lazzaro sa benissimo che deve sacrificarsi. Affinché la coscienza, l'essere cristico, possa nascere, è necessario che egli
muoia.
Nel nostro iter psicologico è la stessa cosa: affinché nasca
in noi il nuovo essere, bisogna che muoia quello vecchio che
si è disgregato. Se ci aggrappiamo a lui e non lo lasciamo
morire, il Cristo non potrà compiere il miracolo, non potrà
nascere.
È necessario dunque che muoia il vecchio essere (i vecchi rancori, le vecchie malattie ecc.) affinché nasca quello
nuovo.
È quindi coscientemente e con infinita bontà che Cristo
chiede a Lazzaro di affi optare la mo rte. Proviamo a immagi392
nare l'angoscia di Lazzaro in quel momento, angoscia tanto
più grande in quanto si sente diviso tra il dubbio e la fede.
Lazzaro è un personaggio formidabile perché, malgrado i suoi
dubbi, sa di dover morire affinché il Cristo appaia in tutta la
sua gloria.
Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.
È la descrizione dell'Arcano VI, L'Innamorato: l'angelo in
cielo ama i tre personaggi che stanno sotto di lui.
Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due
giorni nel luogo dove si trovava.
Cristo rimane lì ancora due giorni; così, quando arriva a
casa di Lazzaro, questi sarà già stato sepolto da quattro giorni.
È strano: sembra crudele aspettare così tanto tempo mentre
Lazzaro sta morendo. Gesù però aspetta deliberatamente:
lascia che muoia e che il suo corpo si decomponga. Si può
quindi immaginare l'angoscia provata da Lazzaro e dalle sue
sorelle.
Se a un certo punto non siamo crudeli con noi stessi, se
non diamo prova di un coraggio e di una volontà enormi, il
processo non avviene.
Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
In Giudea vogliono ucciderlo, ma egli non dice: «Vado di
nuovo in Giudea», bensì: «Andiamo di nuovo in Giudea». Allora i discepoli si sentono a disagio: hanno paura.
I discepoli gli dissero: «Rabbi...».
Non lo chiamano Signore, ma Rabbi: scelgono un termine
religioso per ricordargli che in Giudea altri rabbini lo aspettano per ucciderlo.
Rabbi, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di
nuovo?
I discepoli vogliono sicuramente che Cristo risusciti Lazzaro, ma se devono rischiare la vita sono meno d'accordo.
In noi succede la stessa cosa: c'è una pa rte che dubita, che
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vuole evolvere, ma c'è anche il desiderio di avere e di apparire,
che ci dice: «Ascolta, così rischiamo la vita. Cercando l'illuminazione, la fede, il misticismo, potresti farci perdere il nostro
pane quotidiano. Tutti ti prenderanno per matto. Cosa significa
volere la pace in questa società decadente che è in guerra? Parli
di dare agli altri, ma faresti meglio a prendere!».
Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno?».
Detto in altre parole: «Ci sono dodici ore di luce e dodici
di oscurità. Ogni luce ha la sua ombra, ogni positività la sua
negatività. In un certo senso, voi vi trovate nell'ombra, state
pensando negativamente. Preferite immaginare che vi uccideranno invece di essere positivi e pensare che in fondo la
morte non esiste, che è necessario correre dei rischi per non
vivere più nell'avere e per arrivare alla nostra essenza, arrivare
a ri-vivere».
Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la
luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte,
inciampa, perché gli manca la luce.
Questa frase mi ricorda una storia zen:
In pieno giorno un Maestro zen dà una lanterna accesa a un
discepolo e, nel momento in cui quest'ultimo sta per prenderla, il
Maestro soffia e la spegne.
Il Maestro dice al discepolo: «Perché cerchi una luce fuori
di te? Ce l'hai dentro».
Non dobbiamo camminare di notte! Non dobbiamo continuare con le nostre angosce e l'egoismo! Non viviamo nella
paura di perdere la nostra personalità, l'immagine che ci siamo
costruiti! Camminiamo nella luce! Abbandoniamoci! Liberiamoci di tutte le nostre sicurezze e andiamo verso la creazione,
verso il rinnovamento di noi stessi!
Immagino che dopo qualche esitazione gli apostoli si siano
detti: «In noi c'è sicuramente la luce, altrimenti non gli staremmo così vicini per cercare di capire il suo messaggio».
Se non avessimo la luce dentro di noi non cercheremmo
nemmeno di leggere il Vangelo. Da una parte vogliamo cre394
dere, ma dall'altra s'insinua il dubbio: ci troviamo fra la luce
e l'oscurità, vale a dire nell'alba. La notte è finita.
Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro
s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i
discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà».
I discepoli non capiscono niente: per loro, se Lazzaro è addormentato, vuol dire che non è morto, e Cristo potrà guarire la sua
malattia. Non immaginano nemmeno il potere del loro Maestro,
non riescono a concepire che possa far rivivere un morto.
Gesù parlava della mo rt e di lui, essi invece pensarono che si
riferisse al riposo del sonno.
Giovanni precisa che i discepoli si sbagliano. Nonostante il
livello raggiunto e tutti i miracoli a cui hanno assistito, ancora
non hanno fede.
In noi vivono i dodici apostoli: sono diversi aspetti del nostro io che considero le dodici deformazioni del nostro spirito.
Assistono al miracolo quotidiano e non credono; non riescono
a pensare che siamo immortali; credono soltanto alla mo rte
e alla putrefazione. Eppure, da qualche parte dentro di loro,
l'angoscia li spinge a credere. Si potrebbe dire che il motore
della loro fede non sia la gioia ma l'angoscia. Prima di capire,
gli apostoli devono percorrere una lunga strada.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto...».
Glielo dice apertamente perché ha sentito la loro mancanza
di fede.
Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere
stato là, perché voi crediate.
«Sono felice per voi, non per me, perché vedrete quello che
dovete vedere, e allora crederete.» E per credere, cosa è necessario? Non è scritto ma è molto chiaro: bisogna rischiare la vita
recandosi in Giudea. Se i discepoli non rischiano la vita, cioè,
se non si mettono in gioco fino in fondo, non potranno mai
credere. Se non abbandonano tutto quello a cui si aggrappano
per avere, non raggiungeranno mai l'essere. Bisogna rinunciare
alla quantità per arrivare alla qualità, all'essere.
395
Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere
stato là, perché voi crediate. Orsù andiamo da lui!
,
Tutti gli apostoli si mettono allora a tremare di paura, immaginano le pietre che si abbatteranno su di loro: saranno scagliate con incredibile ferocia perché, per gli ebrei che rispettano
scrupolosamente la tradizione e la Bibbia, è un dovere lapidare
i blasfemi. Il pericolo che si annuncia, dunque, non è astratto.
Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli:
«Andiamo anche noi a morire con lui!».
Tommaso è l'apostolo che dubita. È sicuro che sarà ucciso e
che Cristo non compirà il miracolo. Non crede. La cosa meravigliosa è che Tommaso, pur senza credere, decide comunque
di andare in Giudea.
Segue Cristo perché lo ammira come essere umano: è un
immenso atto d'amore, uno dei più belli. Anche se non crede e
sa che lo uccideranno, vince la paura. Inoltre, non offre la sua
vita a un Dio ma a Gesù, un uomo. Tommaso sa che quell'uomo
è giusto e buono: è sedotto dalla sua bellezza spirituale.
Proviamo a domandare a chiunque: saresti disposto a dare
la tua vita per un uomo anche se non credi nei miracoli, anche
se non hai fede e sai che si sacrifica e sarà assassinato?
La venerazione di Tommaso e il suo amore per un essere
umano sono senza limiti: in quel momento egli si trasforma
in un personaggio ammirevole perché è capace di venerare un
essere umano senza alcuna speranza.
Infatti, bisogna realizzare l'opera per puro amore, anche se
pensiamo che sarà accolta male o che non otterrà premi: realizziamola, poiché siamo capaci di amare senza speranza!
L'entrata nel miracolo si compie senza speranza, senza fede
e senza volerne trarre vantaggio.
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro
giorni nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di
due miglia...
tuttavia, nessuno lo vede. Secondo il racconto del Vangelo,
Cristo si mette al centro del pericolo molte volte e mai nessuno
lo vede. Sa rendersi invisibile. Sa creare il vuoto.
Nessuno vede mai il nostro Cristo interiore, che non ha forma: il nostro essere essenziale non è una caricatura. Quando
vediamo una persona e la definiamo, vediamo il suo io, ma non
possiamo vedere l'essere senza volto, il suo essere essenziale,
che non si può definire.
Non si può afferrare il nostro essere essenziale: è come il
vento, non offre alcuna resistenza. È come l'acqua: prende la
forma del recipiente che la contiene. È come l'aria: attraversa
tutto. Non possiamo delimitarlo.
Betania distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti
Giudei...
Sono presenti molte persone che non credono e vogliono
uccidere Cristo, eppure non lo ammazzano subito: non fanno niente contro di lui perché Dio vuole che i non credenti
assistano al miracolo. Questi individui simboleggiano il peso
della cultura: sono il seme dell'umanità e dunque daranno
l'albero. Se eliminiamo il seme, si avrà la sterilità e non avverrà
il miracolo dell'albero. Perciò la storia ha bisogno che certe
persone possano captare e incorporare questa mo rte affinché
l'umanità riceva il messaggio.
Perché avvenga il miracolo interiore, dobbiamo portare con
noi le vecchie forme, il nostro passato, il nostro marciume,
dato che illumineremo tutto quello che siamo e che siamo stati.
Dobbiamo raggiungere l'illuminazione rivestiti di tutti gli abiti
che abbiamo indossato nella vita, con la nostra collezione di
maschere e di ricordi. Tutto dev'essere presente nel momento
in cui dovremo nascere.
... molli Giudei erano venuti da Ma rt a e Maria per consolarle
per il loro fratello.
Due miglia equivalgono a poco più di tre chilometri: si trova
quindi a circa tre chilometri dal posto dove lo uccideranno e,
Dato che Cristo non era lì, Lazzaro era morto: che angoscia
per Mart a e Maria aver perso il fratello.
Che angoscia quando si è vissuto molti anni con una persona e questa muore. Che angoscia adattarsi alla nuova libertà
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quando muore qualcuno che detestavamo e che ci ha fatto
del male. Che angoscia quando i nostri genitori si separano,
quando nasce un fratello e il nostro mondo cambia, quando
cambiamo lavoro. Qualsiasi cambiamento rappresenta sempre
un motivo d'ansia.
Marta crede nella teoria della risurrezione insegnata dai
libri. Crede con la testa ma non con il cuore.
Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:
«Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
«Chiunque crede in me, nel mio amore, nella mia esistenza,
non morirà»: colui che crede nel proprio Dio interiore non
morirà mai.
E Cristo chiude il suo discorso domandando a Ma rta:
Gesù ascolta questa povera ragazza; lei non si rende conto
che lo sta accusando duramente quando gli dice: «Vedi, è putrefatto ed è successo perché tu non c'eri. Se fossi stato qui,
non sarebbe morto». Immagino che Cristo le abbia risposto:
Non ho smesso nemmeno per un secondo di essere qui, e ti confesso
anche che sono stato io a dargli quella malattia. E gliel'ho data perché,
se mi avesse visto davvero, sarebbe stato un apostolo al mio fianco.
Lazzaro, il mio grande amico, non mi ha seguito perché è rimasto tra il
dubbio e la fede. È rimasto nel raziocinio. Non ha avuto cuore, perciò
gli ho dato la malattia.
Anche noi ci ammaliamo se rimaniamo tra il dubbio e la
fede: è una prova cui ci sottopone il nostro Cristo interiore.
Ogni malattia è sacra poiché ci riporta a noi stessi, ci obbliga
a comprenderla, a capire perché l'abbiamo creata.
Marta aggiunge:
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli
te la concederà.
Marta ritiene che Cristo sia un mediatore, non ha ancora
capito che egli è in Dio e Dio è in lui, e che insieme formano
un'unità.
... anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Eg li te
la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».
Se Cristo si trova davanti a noi e ci dice: «Tuo fratello risusciterà», subito lo ringraziamo, poiché siamo assolutamente
sicuri che onorerà la sua parola. La fede di Ma rta però non è
ancora completa, infatti gli risponde:
So che risusciterà nell'ultimo giorno.
398
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in
me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morrà in eterno».
Credi tu questo?
La domanda ricorda quella rivolta da Gesù al paralitico che
aspettava un miracolo vicino alla piscina: «Vuoi guarire?».
Quando il paralitico gli risponde: «Sì, voglio», Cristo lo guarisce subito. In fin dei conti il paralitico si guarisce da solo.
Se crediamo profondamente di poter guarire ci salviamo,
poiché realizziamo tutto ciò in cui crediamo con fede. Se ci
proponiamo di essere lucidi nei nostri sogni e di unire lo stato
di veglia con il sonno, e ci riusciamo, chi ci dice che un giorno non riusciremo ad attraversare la mo rte per annullarci in
questa luce in cui dobbiamo dissolverci?
Se siamo capaci di fermare il pensiero, interrompendo il
discorso interiore e creando il vuoto nel nostro spirito, allora
saremo in grado di ascoltare: in quel momento siamo capaci
di morire perché blocchiamo la dualità e la coscienza di noi
stessi.
Se si è capaci di morire non si muore: in realtà la paura che
abbiamo della mo rte corrisponde a un suicidio. Non conosciamo il fiore, il loto che si apre per ricevere il diamante, il corpo
che si apre per essere fecondato dall'eternità.
«Credi tu questo?» Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Nell'Arcano XXI, Il Mondo, sono rappresentate le quattro
parti. Ci sono i Denari, vale a dire il corpo (l'animale color
carne); i Bastoni, vale a dire il sesso (il leone); le Spade, l'intelletto (l'aquila) e le Coppe, il cuore (l'angelo). Al centro c' è
399
l'androgino. Quando crediamo davvero, l'androgino viene al
mondo: arriva al nostro intero essere.
Realizziamo Il Mondo quando accettiamo i nostri quattro
giorni di putrefazione, affinché le nostre quattro pa rti diventino
un'unità. Non possiamo andare avanti se l'intelletto, la sfera emotiva, i desideri e le sensazioni fisiche sono separati uno dall'altro.
I nostri centri devono essere uniti affinché operino di conce rto,
in modo equilibrato, ogni volta che compiamo un'azione.
Quando soffriamo, le persone che ci consolano non ci aiutano: ci trattano bene per tenerci nella nostra sofferenza. Così, il
processo di putrefazione continua, ma siamo in buona compagnia. Da una decomposizione all'altra, ci si scambiano parole
di conforto. Le persone si consolano mutuamente e si fanno
compagnia. Non vogliono cambiare: vogliono solo stare con
qualcuno.
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria,
sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».
È quindi per farle compagnia nella sua sofferenza che la
seguono.
«Il Maestro è qui»: è l'androgino del Mondo che ci chiama.
Abbiamo un Maestro interiore e dobbiamo obbedirgli. Ma rta
è passata dal dubbio, da lla rabbia e dal rancore alla fede. Si
è lasciata convincere.
Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non
era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro.
Cristo vuole che le due sorelle, il dubbio e la fede, siano
presenti per poter compiere il miracolo. È come se dicesse:
« Smettetela di analizzare, entrate nel cuore, altrimenti non
realizzeremo alcuna opera! Per realizzarla, il dubbio e la fede
devono entrare in azione insieme».
Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla...
pensando: «Va al sepolcro per piangere là».
Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò
ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello
non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e
piangere anche i Giudei che erano venuti con lei...
Tutti quelli che andavano a lapidare Cristo si trattengono
per lamentarsi insieme a Maria: quando una pa rte di noi, fra
tutte quelle che non credono, comincia a credere, diventa un
faro per le altre e le trascina con sé. Se comprendiamo dapprima con l'intelletto, tutto il resto viene di conseguenza. Se
comprendiamo con il cuore, con il sesso o col corpo, il resto
ne consegue e il cambiamento avviene.
quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che
erano venuti con lei, si commosse profondamente...
Nel momento in cui perdiamo i dubbi e cominciamo ad
agire, l'intera tradizione ne viene turbata. Il nostro albero genealogico, la vecchia vita trascorsa, i nostri genitori, fratelli e
sorelle, i nostri pensieri, il mondo intero si mobilitano perché
si aggrappano a noi.
È incredibile che Maria, la donna di gran fede, si sia indebolita e si sia lasciata convincere dai dubbiosi!
Cristo dice fra sé: «Oh, gli esseri umani sono ancora in
questo stato!».
Quando abbiamo realizzato un progresso spirituale e attraversiamo la città, non ci turbiamo vedendo le persone ancora
in questo stato? La pubblicità è così. La televisione pure. Le
persone che non condividono, sfruttano gli altri, li fanno soffr ire e fanno patire la fame al mondo, sono così. Se ci commuoviamo, allora siamo nella posizione di Cristo.
Gesù si turba perché sente sorgere la collera dentro di sé,
ma non la esprime.
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Maria è immersa nel proprio passato, nella vecchia tradizione, mentre Marta, il dubbio, è diventata tutta fede. Contemporaneamente Maria, la fede, a contatto con i tradizionalisti,
si è lasciata convincere e adesso è piena di dubbi.
quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono...
e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni
a vedere!».
Si sbagliano: non comprendono quello che turba Cristo.
Pensano che pianga a causa de ll a sua amicizia per Lazzaro.
È incredibile: rispondono tutti insieme. Gli ebrei, che dovevano lapidarlo, non solo non lo fanno ma lo chiamano addirittura «Signore» e aggiungono «vieni a vedere».
Quando Cristo chiede: «Dove l'avete posto?», la sua domanda non permette tergiversazioni. Esprime un'autorità assoluta.
Se così non fosse, lo ucciderebbero.
Noi stessi, quando crediamo profondamente in qualcosa, lo
affermiamo senza la minima esitazione: in quel momento manifestiamo un'autorità senza difetto che non fa dubitare gli altri.
Davanti a quest'immensa autorità, gli ebrei rompono immediatamente con la loro tradizione, visto che gli rispondono
«Signore»: sanno dunque rispettare una persona che prima
volevano lapidare. Nel momento in cui percepiscono la bellezza di Cristo, mettono da pa rt e tutta la tradizione e gli offrono
un'opportunità.
Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al
cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
Lo giudicano senza sapere cosa accade nel suo spirito: come
si può giudicare un essere in base alle sue azioni?
Quando eravamo bambini giudicavamo i nostri genitori
e le altre persone per le loro azioni. Nella nostra mentalità infantile, i giudizi erano rapidi e semplicistici. Dicevamo
dell'uno o dell'altro: «Non mi ama», ma non riuscivamo a vedere l'immensa sofferenza nell'anima di quegli esseri che non
ci davano amore. Non sapevamo che non ci amavano perché
non avevano mai imparato a farlo, in quanto nemmeno loro
erano stati amati. Non sapevamo che avevano vissuto in una
società in cui si insegnava che era indispensabile avere per
apparire, per comunicare ed essere accettati.
«Dove lo avete posto?» Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
Gesù scoppiò in pianto.
Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al
sepolcro...
Cristo piange di emozione perché vede la bellezza di queste
persone capaci di rompere con la tradizione. Hanno fatto il
primo passo e alla fi ne il muro ha cominciato a cedere: Cristo
avrà dunque dei testimoni, affinché la sua crocifissione e la
sua risurrezione possano passare alla storia.
Se questi ebrei non gli avessero creduto, non ci sarebbe stata
alcuna crocifissione, perché lo avrebbero lapidato. Cristo non
avrebbe potuto terminare la sua opera: sarebbe morto prima
del tempo. Il suo messaggio non sarebbe stato trasmesso.
Cristo piange di commozione perché sa che compirà la
sua missione e che un giorno, da qualche parte, alcuni di noi
la porteranno a compimento; sa che dentro di noi, quando il
muro crollerà, piangeremo di emozione e sarà la gioia non
appena saremo sicuri de ll a nostra realizzazione. È allora che
appare l'eternità.
Quando dicono che lui ha lasciato morire Lazzaro, Cristo si
turba ma non risponde. Sapendo dove si trova il sepolcro, si
lascia dietro tutti e vi si dirige. Va ad agire direttamente.
... era una grotta e contro vi era posta una pietra.
Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come
lo amava!».
Cosa significa questa pietra? «Su questa pietra costruirò la
mia chiesa.»
La nostra gabbia, la nostra sofferenza, i nostri ricordi dolorosi,
i personaggi che ci hanno fatto del male e che tuttavia ci portiamo dentro: tutto ciò costituisce la pietra che ci imprigiona nella
tomba. Quando riusciremo ad aprirla, rinasceremo e useremo
quella stessa pietra come altare per il tempio, vale a dire che la
nostra sofferenza si trasformerà nel motore principale della nostra liberazione. La nostra gabbia sarà la nostra forza.
Questo si coglie molto chiaramente studiando gli alberi
genealogici. All'inizio, quando una persona comincia a parlare
della sua famiglia, si direbbe che tutti i suoi componenti siano
tremendi. Poi, quando comincia a perdonare, questa persona si
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rende conto che erano a lla base del suo spirito, e che la pietra
che porta dentro costituisce l'alimento, il carburante, l'atomo
di energia che la farà vivere.
Tutto quello che abbiamo vissuto, tutte le nostre sofferenze,
perfino un parto doloroso, sono la pietra che chiude l'uscita
e ci impedisce di nascere allo spirito. Poi questa pietra si trasforma in legna per il nostro fuoco.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!».
Avevano detto: «Non è stato capace d'impedire la mo rte di
Lazzaro», ed egli ordina: «Togliete la pietra».
È la sua unica risposta: «Togliete la pietra! Venite e affrontate il mistero!».
Possono rispondergli: «Ma io non posso affrontare il mio
diavolo! Non posso vedere i miei desideri segreti, i miei incesti,
i miei nuclei di omosessualità, i miei nuclei sadomasochistici,
il mio egoismo, la mia immensa richiesta e la mia incredulità,
la mia pigrizia, la mia paura, la mia angoscia...».
«Vedete! Togliete la pietra!»
«Ma...!»
Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda
cattivo odore, poiché è di quattro giorni».
Puzziamo, quindi! Perciò abbiamo tanta paura di vederci.
Togliere la pietra è vederci nella nostra mediocrità, nella nostra
impotenza, nel nostro egoismo, in quel delirio di grandezza che
maschera il nostro complesso di inferiorità. Non ci amiamo: davanti all'immensità dell'Universo, ci consideriamo spazzatura.
Quando apriamo la grotta, dobbiamo essere capaci di fare
pulizia. A volte le persone si suicidano perché si vedono come
sono e non lo accettano.
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse:
«Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato».
«Gesù allora alzò gli occhi»: è curioso. Come ho detto in
un'altra occasione, non riesco a immaginare Cristo, dato il
grado di coscienza che possiede, alzare gli occhi, rivolgerli
al cielo e dire: «Grazie, papà, per aver fatto quello che ti ho
chiesto». È semplicemente impensabile.
In realtà non alza tutta la testa ma solo gli occhi, finché le
pupille non scompaiono dietro le orbite: guarda cioè nel più
profondo di se stesso, si rivolge all'interno e non all'esterno.
Ecco cosa penso sia successo, poiché non riesco a immaginare che Cristo guardi in cielo. Dio non è tanto in ciò che
sta in alto quanto, piuttosto, in ciò che sta dentro, è in tutto il
nostro essere. Non c'è un solo punto di noi in cui Egli non sia:
è dunque indispensabile smettere di cercarlo all'esterno.
e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo
che sempre mi dài ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta
attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
«Parlo per la gente. Manifesto la mia preghiera ma, in fondo,
la mia preghiera è intima.»
Cristo ha già detto che la preghiera si realizza senza parole.
La preghiera del cuore non ne ha alcun bisogno, infatti. Non
abbiamo niente da chiedere al Padre, poiché Egli conosce
esattamente le nostre necessità. Dunque, non dobbiamo dire
niente: basta che ci immergiamo con fede nel nostro Dio interiore. Nel momento in cui chiediamo qualcosa, è perché
vogliamo apparire e avere.
E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».
Se crediamo e togliamo la pietra, non dobbiamo avere paura. In noi, dopo la nostra decomposizione e la paura, vedremo
la gloria di Dio, la luce, il gioiello che conteniamo. Perciò dobbiamo credere, altrimenti resteremo nella putrefazione.
Bisogna immaginare la voce con cui Cristo dice: «Vieni
fuori!». Finora ci è sempre stato presentato un Cristo dolce
e non violento. L'unico atto di forza che ha compiuto è stato
rovesciare i tavoli di alcuni venditori di colombe nel tempio.
Non ha ancora mostrato tutta la sua potenza, ma quando
esclama: «Lazzaro, vieni fuori!», il grido è così fo rte che un
uomo morto da quattro giorni, il cui corpo si sta decomponendo, gli obbedisce.
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Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria
di Dio?».
Cristo riunisce tutto il suo corpo, la sua sessualità, il suo
amore, il suo intelletto, la sua pelle, le sue viscere, la sua memoria, tutto il suo essere... Risale il corso del tempo, attraversa
tutta la memoria dell'umanità, tutto l'Universo, prende tutta
la forza della materia, la forza del cosmo, e arriva a quello
che c'è in lui: il Padre. Cristo è nel Padre e il Padre è in Cristo.
Arriva a suo Padre, che è onnipotente, incommensurabile, più
potente di milioni di bombe atomiche, e allora dice: «Vieni
fuori!». Il suo grido viene lanciato da ognuna delle sue cellule,
da ognuno dei suoi atomi. È un Universo completo, è la forza
estrema a emettere quel grido.
In quel momento, il morto — il morto che siamo fin dalla
nascita per mancanza di amore e di fede —, quella carne in decomposizione, comincia a tremare e si alza. L'ordine è talmente
forte che, come vedremo, Cristo estrae la luce dall'oscurità.
«Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani
avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse
loro: «Scioglietelo, e lasciatelo andare».
Lazzaro esce come una mummia. Ha i piedi e le mani legate.
Non può camminare. Cristo dice: «Scioglietelo, e lasciatelo
andare». Tutti sono perplessi, terrorizzati davanti a quel nuovo
essere.
All'improvviso sorge in noi il nuovo essere che siamo, ma
è impedito da bende e legami. Abbiamo lottato tutta la vita
per cambiare, per diventare noi stessi, per trovare la nostra
libertà, e di colpo ci alziamo, ma siamo ancora legati. Ciò significa che quando ci realizziamo, per vivere veramente quel
che siamo è indispensabile che tutte le nostre altre pa rt i non
abbiano paura di noi e che ci accettino.
Se le persone a cui Cristo chiede di slegare Lazzaro non
osassero avvicinarsi per paura e disgusto, questi non potrebbe
camminare. Al nuovo essere, Cristo non chiede solamente di
uscire: tutte le nostre parti devono partecipare affinché possiamo liberarci dai legami. La mente, staccandosi dai brutti
pensieri, deve accettarne di nuovi, basati sulla non esistenza
de ll a mo rt e, che è solo cambiamento. Il centro emotivo deve
slegarsi dai sentimenti egoistici per darsi all'amore per l'umani406
tà; quello sessuale deve staccarsi dall'animalità e mettere i suoi
desideri al servizio dei disegni divini. Il corpo deve cessare di
intossicarsi per fondersi con l'immortale materia universale.
Liberato, Lazzaro appare come un essere completamente
ricreato e rinnovato da Cristo. Possiede la totale conoscenza
del nulla. È un essere completo che ha obbedito all'ordine
del Padre, dello Spirito Santo e del Figlio e la cui carne si è
purificata come quella della Vergine.
Lazzaro è l'uomo immortale di cui parlano certi miti: la sua
carne è eterna come quella della Vergine Maria ed egli non può
più morire perché, per lui, la mo rt e non esiste.
Da qualche pa rt e dentro di noi, nella nostra carne, esiste l'immortalità: bisogna viverla. Affinché l'ordine di Cristo sia compreso, è necessario che il nostro proprio Cristo penetri fino in fondo
alla materia imputridita. Perciò l'alchimia parla del «corvo», cioè
del marciume primordiale, generatore. L'intero processo alchemico non è altro che una descrizione oscura di quello che è detto
invece chiaramente nell'episodio della risurrezione di Lazzaro.
Le persone che erano presenti, piene di entusiasmo, raccontano poi il miracolo. In quel momento viene ordinata la
morte di Cristo: egli ha fatto qualcosa che un uomo non può
permettersi, ha rotto con la sua tradizione. Ha dato la libertà.
Dunque, la risurrezione di Lazzaro è il motivo essenziale della
crocifissione.
407
i
XVIII
PROEMIO
Con la crocifissione affronteremo numerosi argomenti. È però
necessario in primo luogo scegliere tra la versione condivisa
da tre evangelisti e quella del qua rto, che differisce in maniera
considerevole.
In questo studio non si nega la veridicità dei Vangeli: li si
accetta integralmente. Interpretare non significa trasformare
un testo né metterlo in dubbio, ma accettarlo senza cambiare
una virgola né un punto. Orbene, tre evangelisti affermano che
Cristo non si caricò la croce sulle spalle e uno dice il contrario:
dov'è la bugia e dove la verità?
Uno degli argomenti che affi onteremo sarà la dimostrazione
che Cristo non si caricò affatto la croce sulle spalle. Bisogna
capire che è un dettaglio di enorme importanza: siamo stati
abituati a essere crocifissi, a morire in mezzo alla sofferenza
e all'orrore...
Vedremo che Cristo muore come un Maestro. Non subisce il martirio di caricarsi la croce sulle spalle e non muore
nell'angoscia e nel dolore. Dona la sua vita in piena coscienza
perché così vuole. Muore come un guerriero, come un essere
trionfante. È un leone che offre la sua vita per impartire una
lezione al mondo. È davvero il dono di sé in piena coscienza
e non si tratta di una vittima sofferente.
408
Le interpretazioni erronee del testo sacro non smettono mai
di ricordarci che è necessario soffrire e caricarsi la propria
croce sulle spalle come il Cristo crocifisso. Abbiamo sofferto
per intere generazioni per questo motivo, ed esse continuano
ancora a predicare il sacrificio e il senso di colpa.
Queste interpretazioni erronee si basano su affermazioni
come quella che si trova in Luca 9,23, dove Cristo dice: «Se
qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda
la sua croce ogni giorno e mi segua».
Ma qual è il profondo significato delle sue parole? «Se qualcuno vuol venire dietro a me» allude a colui che vuole darsi al
suo essere essenziale; «rinneghi se stesso» significa che deve
smettere di identificarsi con il suo Ego, il suo essere individuale; «prenda la sua croce ogni giorno» vuol dire che deve vivere
nel presente, il punto dove il tempo incontra lo spazio, l'ora, il
qui; «e mi segua» è un invito a darsi alla gioia di vivere. Cristo
e la gioia di vivere sono infatti la stessa cosa.
Vedremo che, secondo gli evangelisti — e su questo punto
sono d'accordo tutti e quattro —, la verginità di Maria si interrompe con la nascita di Cristo.
Si tratta di un tema ancor più delicato del precedente, poiché dimostra che l'immagine della donna sessualmente inibita
è del tutto sbagliata. Una donna che non vive la sua sessualità
non può essere venerata, e i quattro evangelisti concordano su questo punto: la verginità non è quella che ci hanno
raccontato.
Un altro tema che affronteremo è la personalità di Giuseppe di Arimatea, l'uomo che toglie Cristo dalla croce e lo
seppellisce.
Chi era? Io suggerisco che era Giuseppe il falegname, che
non era morto. È bello immaginare che sia stato lui a deporre
Cristo nel sepolcro, e in seguito avremo modo di approfondire
l'importanza che riveste questo suggerimento.
Vedremo anche l'importanza di Giuda Iscariota e lo rivaluteremo.
409
1
CRISTO E LA PASSIONE
Matteo inizia il racconto della crocifissione (27,32-44) con
queste parole:
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato
Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui [Gesù].
Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo del Cranio,
gli diedero da bere vino mescolato con fiele...
Secondo Matteo, dunque, i soldati che sorvegliano Gesù
escono da un edificio, poi chiamano Simone di Cirene e gli
ordinano di caricarsi in spalla la croce; ciò fatto, si dirigono
tutti verso il Golgota. Cosa significa? Matteo sta delirando?
Vediamo cosa dice Marco (15,20-23):
poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva
dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.
Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa
luogo del Cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma
egli non ne prese.
Marco conferma completamente la versione di Matteo e
aggiunge che Simone di Cirene è il padre di due ragazzi, Alessandro e Rufo. Cristo, dunque, non si caricò la croce sulle
spalle!
Ecco cosa dice Luca (23,26-28) al riguardo:
Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce
da portare dietro a Gesù.
Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi
verso le donne, disse...
Nella versione di Luca possiamo immaginare facilmente
Cristo che avanza in piena coscienza davanti a Simone di Cirene che trasporta la croce. La folla lo segue e Cristo si volta
verso le donne che sono dispiaciute per lui. Non porta la croce.
«Dignità» è il termine che meglio caratterizza il suo avanzare
silenzioso tra la folla.
410
Cosa rimane allora di tutte le idee che ci hanno messo in testa
nei secoli? Perché dovremmo caricarci in spalla la nostra croce
e soffi ire? Dov'è la questione del manto di Veronica, per cui una
pudica donzella asciuga solo il viso del Signore e non tutto il suo
corpo? La via della croce con le sue stazioni non è menzionata
una sola volta. Da dove è uscita una storia del genere? E perché
dovremmo crederci? Tre dei quattro evangelisti dicono molto
chiaramente che Cristo non ha portato la croce e anche il qua rto,
Giovanni, la menziona soltanto una volta (19,17-18):
Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò
verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota, dove lo
crocifissero...
Quello che non mi piace è che Giovanni dice che Cristo ha
effettivamente trasportato la croce. In ogni caso, Cristo non
ha vissuto il suo calvario come ce l'hanno descritto. Non ha
mostrato alcun segno di debolezza, non è caduto in ginocchio,
nessuno gli ha asciugato il sudore dal viso. Sapeva e voleva
quello che sarebbe successo. Abbiamo visto che Cristo risuscita Lazzaro per meritarsi una sentenza di mo rte. Egli stesso
manda Giuda a denunciarlo, dicendogli: «Quello che devi fare
fallo al più presto» (Giovanni 13,27). Cristo annuncia varie
volte che deve bere il suo calice, come precisa Luca nel passo
intitolato «Lezione di umiltà».
LEZIONE DI UMILTÀ
(Luca 22,35-37)
Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né
sandali, vi è forse mancato qualcosa?».
«Senza borsa, né bisaccia, né sandali», detto altrimenti: in
uno stato di purezza totale. «Senza borsa»: intelletto puro;
«senza bisaccia»: cuore puro; «senza sandali»: corpo puro.
Risposero: «Nulla».
Non avevano denaro per cibarsi; non avevano niente e, tuttavia, non mancò loro niente.
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Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e
così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne
compri una».
Una povera vittima si esprimerebbe così?
«Chi ha una borsa, la prenda!»: è necessario usarla ora. Non
si tratta di essere poveri: si tratta di mettere tutto in gioco,
molto o poco che sia. Quando non abbiamo niente, niente ci
manca.
Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della
Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello
che mi riguarda volge al suo termine.
Qual è il passo della Scrittura a cui allude Cristo? È l'oracolo
del Servo di Dio (Isaia 53,1-17):
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a Lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per potercene compiacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l'iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fr onte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
È per questa ragione che Cristo non proferirà parola di
fr onte a Pilato. Non tenterà di difendere la propria vita perché
sa che il suo Spirito è immortale e non teme quella trasformazione chiamata mo rte.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua so rt e?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebben non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando off ri rà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà de ll a sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.
)
Si tratta, evidentemente, di una descrizione di Cristo. Dalle
sue ferite non nasce una fonte di sofferenza: ci viene insegnato
anzi che sono ingiuste e che bisogna sopportarle con una tale
forza spirituale da trasformarle in po rte attraverso le quali la
Coscienza possa entrare nel nostro mondo.
Cristo annuncia che, in conformità con l'oracolo di Isaia,
si darà alla morte. Non dice di essere una vittima: sapeva perfettamente che si sacrificava per gli altri. Lo dice con estrema
412
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chiarezza ma in modo dissimulato, citando la Bibbia davanti
alle persone che conoscono alla perfezione il Libro: «Perché
vi dico: deve compiersi in me questa parola de ll a Scrittura:
E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi
riguarda volge al suo termine».
Cristo non arrivò alla Passione impotente e angosciato!
Sapeva esattamente cosa sarebbe successo. Così volle, e visse
il tutto come un guerriero.
MARIA
Leggendo il passo della crocifissione, ci viene detto per la seconda volta che Maria ebbe dei figli dopo la nascita di Cristo.
Ho già detto in precedenza che in realtà non è impo rt ante il
fatto che li abbia avuti o no, dato che si tratta di un simbolo,
ed è il simbolo della Vergine che mi interessa. Se si segue alla
lettera il mito, però, la prima allusione (Marco 6,1-3) è quando
Cristo insegna in una sinagoga e i suoi ascoltatori si pongono
delle domande su di lui:
tiva interpretazione e che si deve prendere la parola «fratello»
nel senso di «compagno», ma non mi convince. In primo luogo
perché il concetto viene ribadito durante la Passione, secondo
Matteo (27,55-56) e Marco (16,1):
C'erano anche là molte donne che stavano a osservare da
lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo.
Tra costoro Maria di Magd al a, Maria madre di Giacomo e di
Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.
Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e
Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare
Gesù.
Maria dunque non rimane vergine, dato che Cristo ha quattro fratelli, Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone, e anche delle
sorelle! Qualcuno potrebbe sostenere che si tratta di una cat-
Maria è indicata come la madre di Giacomo. Non si può
più negare: i Vangeli ci dicono che, dopo Cristo, Maria ebbe
altri figli.
Dobbiamo meditare su questo punto perché cambia tutte
le vecchie concezioni delle nostre nonne, che hanno proibito
l'orgasmo di generazione in generazione, divinizzando una
donna frustrata a livello sessuale. Queste concezioni non hanno niente a che vedere con il Vangelo, il quale suggerisce che
per Maria, una volta compiuta la sua opera che consisteva nel
partorire Dio, non c'era niente di più puro e di più bello che
cono pire dei figli con un essere umano.
Inuale modo fare l'amore e procreare potrebbero sopprimere la santità di una donna? Perché una santa dovrebbe avere
le ragnatele sulla vagina? Questa non è una prova di santità,
ma piuttosto il frutto di una concezione malata. Le donne
dovrebbero ribellarsi: è un attentato, un insulto nei loro confronti. Finché penseremo che una donna che non ha relazioni
sessuali e un uomo castrato - vale a dire, permanentemente
casto - si trovano in stato di santità, ci saranno sempre delle
guerre, perché il sacrificio della sessualità è una malattia. Il
Vangelo non ne parla mai!
Se la Vergine ha avuto dei figli, allora cambia tutto! Possiamo dunque consegnarci tranquillamente all'energia divina e
accettare il piacere sessuale senza considerarlo il diavolo, la
sporcizia e l'orrore.
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415
Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo
seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano:
«Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa
che gli è stata data? E questi prodigi compiuti d al le sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non
stanno qui da noi?».
Anche Matteo 13,54 - 56:
Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non
si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e
Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?
Possiamo benissimo venerare una donna che ha avuto diversi figli, e sarebbe criminale dire che per questo motivo
non può più essere santa. Non ci vengano a raccontare storie!
Bisogna ribellarsi subito! E bisogna ribellarsi anche quando
ci dicono che un padre di famiglia non può raggiungere la
santità. Non è possibile: un'affermazione del genere ci getta
nella guerra, nella distruzione dell'umanità. Il celibato fa ammalare gli esseri umani.
GIUSEPPE
(Luca 23,50-53)
C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona
buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all'operato
degli altri [i giudici di Gesù]. Egli era di Arimatea, una città dei
Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese
il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e
lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno
era stato ancora deposto.
Perché questo Giuseppe, che è un uomo buono e giusto,
non dovrebbe essere Giuseppe, il padre di Gesù, che viene a
seppellire suo figlio? All'inizio del nostro studio abbiamo visto
che la caratteristica essenziale di Giuseppe è precisamente
quella di essere un uomo giusto.
So che si tratta di un'interpretazione molto personale, però
mi piace pensare che Cristo ha un padre di nome Giuseppe; un
padre che non lo ha mai abbandonato e che nel momento della
sua morte era presente in modo sottile e segreto: camuffato.
È stato lui a deporlo dalla croce e a rivestirlo.
Quest'uomo umile e giusto che aveva visto crescere il Figlio di Dio, che gli aveva permesso di esprimersi senza mai
opprimerlo e che è rimasto al suo servizio fino alla sua mo rte,
quest'uomo meraviglioso ha procreato con la Vergine. Abbiamo
già stabilito che si trattava di un uomo dell'età di Maria, poiché
da nessuna parte nel Vangelo si dice che fosse un anziano.
Immagino, dunque, che fosse un uomo giovane e straordinario. Vide la Vergine e la rispettò, aspettando che lei si
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realizzasse. Poi, con la presenza del bambino divino in casa,
Giuseppe e Maria si sono realizzati insieme.
Dio avrebbe forse permesso che l'uomo che aveva salvato
diverse volte la vita a Cristo, che lo aveva condotto in Egitto e
lo aveva educato, morisse insoddisfatto, senza che il suo amore
fosse completamente realizzato?
È fondamentale smettere di vedere la Vergine come una
donna sessualmente inibita, e decidersi a vederla invece come
una persona normale che offre a Dio il suo intelletto, il suo
cuore, il suo sesso e il suo corpo. Essere mistici non significa
essere dei frustrati sessuali. Abbandoniamo la credenza che
l'orgasmo sia un peccato diabolico e che la frigidità equivalga
alla santità. Lasciamo perdere questo gioco idiota! Non ci
appartiene più: i tempi sono cambiati.
GIUDA
(Matteo 27,3-10)
Un altro aspetto che voglio approfondire riguardo al tema della
crocifissione è la personalità di Giuda Iscariota. Si è già detto
abbastanza male di lui e il suo nome è diventato sinonimo
di odioso traditore; eppure, se leggiamo Matteo, ci rendiamo
conto che tutto ciò non è giustificato.
Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi
sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito
sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela
tu!». Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò
e andò a impiccarsi.
È molto bello: Giuda riconosce il suo errore e restituisce il
denaro. Siccome i sacerdoti non vogliono riprendersi le monete
d'argento, Giuda va oltre il rifiuto dei sacerdoti e degli anziani
e getta il denaro nel santuario affinché sia benedetto.
Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non
è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue». E,
tenuto consiglio, comprarono con esso il campo del vasaio per
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la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato
«Campo di sangue» fino al giorno d'oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari
d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano
mercanteggiato, e diedero per il campo del vasaio, come mi
aveva ordinato il Signore.
Quel denaro servì per la sepoltura degli stranieri, poveri
diavoli che morivano lontano dalle loro case privi di mezzi per
pagarsi una sepoltura. Quelle monete d'argento fecero dunque
del bene all'umanità. Che Giuda riposi in pace, allora! Non era
una canaglia: interpretò il suo ruolo affinché si realizzassero le
profezie, quella di Geremia e tutte le altre. Senza Giuda, Gesù
non avrebbe trionfato, dato che la sua gloria passa attraverso
la crocifissione. Giuda perciò deve essere venerato: è una bella
figura, dovremmo dedicargli delle chiese, così come dovremmo
dedicarne a Giuseppe. Dobbiamo capire che è stato Gesù a
obbligare Giuda a tradirlo, ad affidargli la sacra missione di
tradirlo, e che Giuda ha obbedito affi anto dal dolore.
LA PASSIONE E LA CROCIFISSIONE
La crocifissione avviene sul Golgota, una parola che — come
abbiamo visto — significa «luogo del Cranio» o «del Teschio»:
una probabile allusione alla forma della collina che ricordava
quella di un cranio umano.
Nelle leggende della «Santa Croce», che risalgono al Medioevo, si assegna un'origine alla croce di Cristo: quando Adamo
morì, fuori del paradiso, uno dei suoi figli sarebbe andato
proprio nell'Eden per tagliare un ramo dell'albero della vita,
poi sarebbe tornato da Adamo per introdurgli il ramo nel corpo
attraverso la bocca. Dal ramo sarebbe nato un albero, dal quale
in seguito sarebbe stata ricavata una trave. Quando Salomone
costruì il tempio, ricevette proprio questa trave, ma non poté
utilizzarla perché era troppo grande, o troppo piccola, e lui
non voleva tagliarla. Allora decise di costruirci un ponte e la
regina di Saba, quando venne a trovarlo, si rifiutò di attraversarlo perché non voleva calpestare quel legno sacro. Allora
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Salomone ordinò di seppellire la trave e lì sgorgò una fonte.
Secondo la leggenda, con quella trave fu costruita la croce su
cui fu crocifisso Cristo: è senza dubbio una bella storia.
Penso che il «luogo del Teschio» sia un'allusione al cranio
di Adamo. La crocifissione dell'Uomo con la «u» maiuscola,
cioè Cristo, vale a dire il mito, dove potrebbe avvenire se non
al centro stesso dell'umanità? E questo centro è il cranio di
Adamo. Dicendo che Gesù arriva al Golgota, cioè al «luogo del
Cranio», si sostiene che egli arriva all'origine dell'errore. È qui
che sorgerà la croce: in mezzo alla testa, nel chakra dalle mille
foglie chiamato Sahasrara. Crescerà dalla testa di Adamo.
Cristo è il nuovo Adamo e viene per risalire la caduta di
Adamo. Partendo dal Golgota, stabilisce un asse tra l'origine
dell'umanità e il momento in cui questa arriverà ad aprirsi al
suo stato di coscienza più elevato. Tramite la crocifissione, un
essere umano (il Cristo lo è: si è incarnato) giungerà al più
alto livello di coscienza di tutti i tempi. Se accettiamo il mito,
non ci sarà mai una presa di coscienza più grande della sua.
L'unica paragonabile si avrà quando tutti gli esseri umani si
risveglieranno alla coscienza collettiva e quando lo Spirito
Santo soffierà attraverso ognuno di noi.
Mentre aspettiamo che questo accada, vediamo intanto
la sua presa di coscienza, descriviamo il più elevato grido di
coscienza che un essere umano — il Dio incarnato — abbia mai
proferito. Un giorno dovremo arrivare sul Golgota e lanciare
lo stesso grido. Vale a dire che un giorno, per nostra volontà, dovremo superare tutto il nostro passato e crocifiggere il
nostro io, che conosciamo così bene. È necessario fare dono
della nostra vecchia personalità e, con una volontà assoluta,
lanciare un grido e morire dentro per trasformarci in esseri
cosmici ed eterni.
In questo grido della coscienza, la sofferenza non ha posto.
Ricordiamo le parole di Marco (15,23):
e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne
prese.
Il vino mischiato con la mirra era una bevanda soporifera.
In Matteo si parla di vino mescolato a fiele, che pure possie419
de virtù calmanti. Perciò, prima di inchiodarlo sulla croce,
volevano dargli un sedativo per mitigare il dolore, ma egli lo
respinse, e non perché la bevanda fosse sgradevole, ma perché
non voleva essere anestetizzato: voleva darsi in piena coscienza
a quell'atto volontario e necessario per tutta l'umanità.
Poi [i soldati] lo crocifissero, e si divisero le sue vesti, tirando
a sorte su di esse... [Marco 15,24]
«Si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse» è un
riferimento al Salmo 22,18: «Si dividono le mie vesti, sul mio
vestito gettano la so rte», e non è l'unico.
Secondo Matteo (27,46) e Marco (15,34), Cristo, una volta
sulla croce, dice:
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
I presenti si fanno beffe di lui prendendo alla lettera le sue
parole e, tuttavia, anche qui Cristo cita il Salmo 22. Abbiamo
visto che Cristo aveva già citato Isaia (53,1-12) per annunciare
il suo sacrificio; ora cita Davide: dunque, non si sta lamentando.
Sulla croce avrà il tempo di perdonare il ladro crocifisso insieme
a lui e di sistemare Maria, sua madre, in casa di Giovanni.
Non è un uomo giunto all'estremo che trema perché è stato abbandonato. Quello che fa è trasmettere un messaggio;
vediamo il Salmo 22:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
Egli griderà, e il suo grido sarà un ruggito.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo...
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Nel Vangelo di Marco (15,29) si dice: «I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo...».
Si è affidato al Signore, Lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico.
In Matteo (27,43) gli scribi e i sommi sacerdoti dicono: «Ha
confidato in Dio; lo liberi Lui ora, se gli vuol bene...».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano,
poiché l'angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.
Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata a ll a gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.
Qui descrive il suo stato di coscienza sulla croce: può contare tutte le sue ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
Abbiamo visto cosa fanno i soldati ai piedi della croce.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
Scampami dalla spada,
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dalle unghie del cane la mia vita.
Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.
Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele;
perché Egli non ha disprezzato
né sdegnato l'afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d'aiuto, lo ha esaudito.
Ciò significa: «Ha ascoltato quando gridavo rivolgendomi a
Lui». Vale a dire: il Dio interiore non ci abbandona mai.
Sei tu la mia lode nella grande assemblea,
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati...
Se siamo poveri, mangeremo fino a saziarci. Essere «povero» significa staccarsi dalle illusioni dell'io. A chi non ha
niente, non manca niente.
loderanno il Signore quanti lo cercano:
«Viva il loro cuore per sempre».
Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a Lui
tutte le famiglie dei popoli.
Poiché il regno è del Signore,
Egli domina su tutte le nazioni.
A Lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a Lui si curveranno quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per Lui...
Quest'uomo crocifisso su una croce è divino: sente i chiodi
nella propria carne. Tutti lo scherniscono, i soldati si giocano a dadi i suoi vestiti, i cani gli abbaiano contro. E invece
di lamentarsi, Cristo dichiara: «Il regno è del Signore! Egli
domina su tutte le nazioni». È come un re: vede già tutte le
nazioni mentre lo riconoscono e si prostrano davanti al Dio
che egli rappresenta.
Non ho mai visto niente di così bello e non vi trovo nessun
tipo di sofferenza. È evidente che Cristo esclama «Dio mio,
Dio mio, perché mi hai abbandonato?», ma non si tratta del
grido di un umiliato. È un grido di regalità. Di dolore, sì (è
crocifisso!), ma non di sofferenza!
In piena coscienza, cita un salmo profetico: proclama il trionfo
della Verità e inoltre si mette a perdonare. Dice (Luca 23,34):
Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno.
E salva uno dei due ladri (Luca 23,43):
In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.
Poi affida sua madre a Giovanni. In realtà, fa molte cose
mentre è in croce.
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero...
[Marco 15,25]
Perché alle nove? I numeri non sono scelti a caso. Nei Tarocchi il nove è la crisi, l'ultima azione che si compie prima di
terminare un ciclo. È L'Eremita. Ciò significa che un ciclo sta
per concludersi e che un nuovo ciclo sta per cominciare.
e l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il Re
dei Giudei. [Marco 15,26]
Vediamo cosa dice Giovanni (19,19 20) in proposito:
-
Chi non fa il proprio lavoro, quello di domare l'io, è condannato all'autodistruzione.
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l'opera del Signore!».
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Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce;
vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei
lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù
era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
L'iscrizione è in tre lingue affinché tutte le nazioni possano
leggerla. È scritta in mezzo alle nazioni, in mezzo all'umanità.
423
Continua Giovanni:
I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non
scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei
Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».
Pilato è soggiogato da quest'uomo. Non è riuscito a sottrarlo
alla crocifissione perché la folla, istigata dai sommi sacerdoti,
ne reclamava la morte, ma lo ha fatto contro la propria volontà.
E lo riconosce come re.
I Vangeli descrivono continuamente Cristo che va alla crocifissione come un re e non come una vittima: riusciamo a
immaginare la forza d'animo di questo essere? Cristo sa che il
suo corpo umano sentirà dolore, ma non esita. Va come un re
verso il suo sacrificio affinché le generazioni future prendano
coscienza.
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue
vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la
tunica. Ora quella tunica era senza cucitura, tessuta tutta d'un
pezzo da cima a fondo.
I quattro soldati non possono appropriarsi della tunica di
Cristo: si vedono obbligati a giocarsela ai dadi. Quella veste
non ha proprietario. Noi stessi non abbiamo proprietario.
Quando prendiamo coscienza di questo fatto, ci rendiamo
conto che esiste in noi un'unità che nessuno può possedere
né dividere. Tale entità tocca le nostre quattro pa rti. Alimenta
in noi la parte intellettuale, quella emotiva, quella sessuale e
quella corporale.
Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a
sorte a chi tocca».
I soldati romani che avevano avuto la forza di crocifiggerlo
si rifiutano di tagliare la tunica. Diventano molto delicati.
«Non stracciamola, ma tiriamo a so rt e a chi tocca.» Così si
adempiva la Scrittura:
Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la so rt e.
E i soldati fecero proprio così.
La crocifissione, come sappiamo, è in relazione con il Salmo 22.
Le vesti di Gesù sono divisibili per quattro: come le stagioni,
i punti cardinali, gli assi dei Tarocchi... Perfino i segni dello
zodiaco sono divisibili per quattro.
Le vesti esteriori possono essere divise in quattro pa rti, mentre la tunica interiore è cucita in un pezzo unico. Questa tunica
è completamente iniziatica: indica che l'essere essenziale di
Cristo è tessuto tutto d'un pezzo, cioè dalle sue profondità, dal
suo contatto con la divinità. Chi ha tessuto questa tunica? C'è
da credere che sia stata Maria. Indossando questa veste, Cristo
portava in sé l'amore e il riconoscimento totale di se stesso.
Il nostro spirito, come gli indumenti di Cristo, è composto di
quattro pa rti: l'intelletto, la pa rte emotiva, quella sessuale e
quella corporale. Deve possedere anche una quinta essenza
intessuta in un pezzo unico.
In qualche luogo dentro di noi dobbiamo trovare quella
parte in(di)visibile che è la nostra scintilla di divinità. È questa
parte che deve rivestire il nostro spirito. Nessuno può dividerla
dall'esterno.
Non lo dice piagnucolando. Dalla croce perdona i suoi boia,
toglie i peccati a uno dei due ladri crocifissi insieme a lui e sono
sicuro che perdona anche l'altro. Affida sua madre al discepolo
che ama. Vede come i soldati si spartiscono le sue vesti. Vede
tutto. Vede anche l'umanità futura. Vede quello che provocherà la sua rivelazione mal interpretata, vede l'Inquisizione, le
guerre e i milioni di morti che ne deriveranno.
Sa che provocherà una catastrofe, ma sa anche che ci saranno persone che, come lui, si sacrificheranno affinché più
tardi l'umanità cominci a cambiare e a evolvere.
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Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua
madre, Maria donna di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora,
vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava,
disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo
la prese nella sua casa.
Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.
Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;
non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.
Vede tutto dalla croce: vede anche tutta la Legge, tutti i
libri sacri e tutto il passato. Si trova in uno stato di iperconoscenza a dispetto dei chiodi e delle ferite che martirizzano la
sua carne.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai
compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era
lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta
di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E
dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E,
chinato il capo, spirò.
Cristo sceglie il momento della sua mo rte. Risulta molto
chiaro quando si legge ciò che segue. I giudei non volevano
che i crocifissi rimanessero ad agonizzare sulla croce durante
il sabbat, e abitualmente rompevano loro le ossa per accelerarne la fine, per poterli seppellire quello stesso giorno. I soldati
rompono quindi le gambe dei due ladri, che sono ancora vivi,
ma quando arrivano davanti a Cristo si rendono conto che è
già morto, anche se sarebbe dovuto passare molto più tempo
prima che spirasse.
Cristo muore prima dei due ladri, anche se era un uomo
giovane e fisicamente robusto. Abbiamo visto che cammina
senza sandali per molti chilometri e che scaccia i mercanti
dal tempio con una frusta. Non c'era alcuna ragione per cui
un essere divino come lui morisse tanto rapidamente, a meno
che ciò non rifletta un atto cosciente. Marco (15,44) dice al
riguardo: «Pilato si meravigliò che fosse già morto».
Quando tutto si è consumato, Cristo spinge il proprio spirito fuori dal suo corpo. O meglio, il Cristo (spirito) si stacca
da Gesù (il corpo). In un altro punto (23,46), Luca lo esprime
molto chiaramente:
Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani
consegno il mio spirito» . Detto questo spirò.
Benedetto il Signore,
che ha fatto per me meraviglie di grazia
in una fortezza inaccessibile.
Amate il Signore, voi tutti suoi santi;
il Signore protegge i suoi fedeli
e ripaga oltre misura l'orgoglioso.
E il Salmo finisce con questa frase:
Siate forti, riprendete coraggio,
o voi tutti che sperate nel Signore.
Le ultime parole di Cristo sono dunque: «Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore».
Luca continua la sua descrizione:
Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest'uomo era giusto». Anche tutte le folle che erano
accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto,
se ne tornavano percuotendosi il petto.
Tutti i testimoni sono in preda a un'intensa emozione. Veiamo cosa dicono Marco (15,33) e poi Matteo su questi ultimi
istanti.
t
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle
tre del pomeriggio.
di nuovo a un testo biblico: il Salmo 31. È un canto di gloria
di cui riporto alcuni passi:
Cristo è crocifisso alle nove del mattino, ma già a partire
da mezzogiorno tutto il pianeta rimane immerso nelle tenebre per tre ore. Si tratta di un segno. Il mondo intero rimane
nell'oscurità ad aspettare.
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Dicendo «nelle tue mani consegno il mio spirito» egli a ll ude
I; I
I
Prosegue Marco:
Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?,
che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!».
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una
canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene
Elia a toglierlo da ll a croce». Ma Gesù, dando un forte grido,
spirò.
Qual è il grido che lancia Gesù? Ha citato i Salmi dicendo: «Siate forti, riprendete coraggio», e poi urla a gran voce.
Quell'urlo è così fo rt e che arriva fino ai nostri giorni. Più ancora, arriva fino alla fi ne dell'Universo. Quel grido prosegue:
non si è mai interrotto. È risuonato nell'Universo e ancora
continua a risuonare. Quando Cristo grida, emerge tutta la
sua forza interiore: quello che chiamiamo inconscio. Tutto
ciò che l'essere umano possiede, Cristo lo concentra in quel
grido: doveva depositare il suo messaggio nella terra e non
poteva certo metterlo nelle parole. Tramite il suo grido Cristo
ha fecondato la terra, le pietre, gli animali, la razza umana,
l'aria, l'idrogeno, l'ossigeno, le stelle... Secondo me, quel grido
ha fecondato l'Universo intero.
Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono
nella città santa e apparvero a molti.
Capite bene il potere di quel grido!
Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù,
sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da
grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
[Matteo 27,54]
SEPOLTURA DI GESÙ
Come ricorderemo, Matteo (27,55) specifica:
C'erano anche là molte donne che stavano a osservare da
lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo.
Ciò indica che Cristo è sempre stato circondato da donne e
non era accompagnato soltanto dai dodici apostoli.
Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di
Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.
Venuta la sera giunse un uomo ricco da Arimatea, chiamato
Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù.
Le tombe si aprono e, come Lazzaro, i morti ne escono
indossando ancora il lenzuolo funebre. Cristo non risuscita
solo Lazzaro, dunque, ma centinaia, anzi migliaia di persone
in stato di santità, che vivranno sulla terra e collaboreranno
alla sua opera.
Quando mai questo Giuseppe era diventato discepolo di
Gesù, se non era sul posto? È un mistero.
Come ho già detto, mi piace di più immaginare che questo
Giuseppe di Arimatea sia Giuseppe il falegname.
Quando in precedenza ho menzionato lo studio degli alberi
genealogici ho sottolineato che, nell'inconscio, i nomi hanno
una grande importanza; ho verificato moltissime volte che è
facile trasferire un sentimento o un'emozione su una persona
che ha lo stesso nome di un'altra per cui quel sentimento era
nato. Per esempio, ho visto un Alberto e una Susanna, due
fratelli che possedevano un nucleo incestuoso, sposare lui
una Susanna, e lei un Albe rt o, che per di più erano anche
loro fratelli. Dunque, nei nomi trasferiamo dei contenuti
emotivi.
Per il nostro inconscio è fondamentale che l'uomo che de-
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Che grido fu! Che potenza! Matteo (27,50) lo descrive
meglio:
E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo,
la terra si scosse, le rocce si spezzarono...
È un terremoto! La terra intera osi scuote a quel grido.
i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono.
pose il corpo di Cristo dalla croce si chiami Giuseppe: c'è un
messaggio da decifrare.
Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù.
È molto coraggioso, da pa rt e sua, reclamare il corpo: Gesù
era considerato un criminale. La fede di quest'uomo é dunque
colossale.
Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso
il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose
nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.
Per comprendere questo dettaglio bisogna vedere le pietre
delle tombe a Gerusalemme: sono enormi. Giuseppe perciò
doveva avere una forza titanica per rotolare, da solo, una pietra
così grande davanti all'entrata del sepolcro.
Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l'altra
Maria.
Con questa frase finisce il racconto della Passione. Se i
bonzi sono capaci di immolarsi senza battere ciglio e gli asceti
di scegliere il momento per morire, non c'è nessuna ragione
per cui Cristo non potesse fare la stessa cosa. È evidente che i
Vangeli descrivono la mo rt e di un re, di un leone, di un essere
potente che non cede mai, nemmeno all'ultimo secondo.
Non è meglio immaginarlo così, invece che come una persona
sofferente e coperta di ferite che si lamenta per essere stata abbandonata? Non è preferibile concepirlo al culmine della gloria?
È un essere dotato di un tale potere che, lanciando un grido,
risuscita i morti. Come possiamo parlare della sua debolezza
di mort ale? Come possiamo pensare che inciampi ai piedi della
croce in modo così penoso e che un uomo lo soccorra per aiutarlo
a trasportarla? Davanti a questo leone, il cui grido è così fo rt e da
squarciare il velo del tempio, da spaccare le pietre e far tremare la
terra, è concepibile che egli debba asciugarsi il sudore nel manto
di Veronica? Leggendo il Vangelo, è impossibile pensare una cosa
simile. La via della croce non è mai esistita: è un'invenzione. È
una favola ma, sia ben chiaro, il Vangelo non è una favola.
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Cristo è descritto come un essere coraggioso che af fr onta
questa prova come un guerriero, poiché sa che il suo gesto è
necessario per l'umanità futura.
Cristo sacrifica la sua vecchiaia. Così come Adamo non ha
conosciuto la gioventù (essendo nato adulto), Cristo non ha
conosciuto la vecchiaia. Ambedue sono stati privati di una
pa rt e della loro vita.
Quando penso a tutto il tempo che ho vissuto dopo i miei
trentatré anni, mi rendo conto che mi sarebbero mancati
molti motivi per essere felice, se non fossi potuto invecchiare.
È terribile privarsi della gioia che rappresenta raggiungere
la tappa avanzata della vita. Per il bene dell'umanità, Cristo
lo ha fatto: ha sacrificato metà della sua esistenza, o addirittura tre quarti, poiché avrebbe potuto vivere centoventi o
centocinquant'anni come Giovanni l'evangelista. Giovanni,
il discepolo prediletto, raggiunge un'età avanzata perché
Dio, che lo ama, vuole così; anche Cristo ci sarebbe potuto
arrivare benissimo.
Che sacrificio incommensurabile per un essere pieno d'amore nei confronti di tutta la creazione! Che sacrificio per un
uomo che godeva dell'amicizia, dell'amore, e che aveva qualcosa da dire!
Cristo condensa in un grido tutto il tempo che gli rimaneva
da vivere. Come una candela che si consumasse in un secondo, Cristo brucia novant'anni in un unico grido. È per questo
motivo che la sua esclamazione risulta così potente.
Cristo muore al culmine della gloria, dunque, come un re.
Nel giardino di Getsemani, prima del suo arresto, Gesù prova tristezza e angoscia. È normale che l'angoscia lo opprima,
ma non si tratta dell'angoscia della mo rt e: vivere in mezzo alle
persone che ama gli procura tanta gioia... Ama i suoi apostoli.
Ama l'umanità. È la separazione imminente a suscitare quella
tristezza. Si tratta di un sacrificio immenso: lo accetta perché
sa che è necessario e che la mo rt e non esiste. Anche la Vergine
lo sa. Lei ha assistito alla risurrezione di Lazzaro, come si può
pretendere che sia afflitta in un simile momento? Maria è triste
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perché non ha la gioia di baciare Cristo, né di accarezzarlo,
ma sa che egli non può morire.
Quale angoscia può provare la Vergine sapendo che Cristo,
come egli stesso dice a uno dei ladri, andrà in paradiso? Dove
può annidarsi l'angoscia se sappiamo che quell'essere si trasformerà di nuovo nel Padre? Maria non può piangere perché
sa quello che deve succedere. In ultima istanza, è orgogliosa;
ma il suo non è l'orgoglio della vanità, bensì quello di chi sa
e comprende tutto.
La Vergine non si è mai lamentata quando il corpo del figlio
defunto riposava sulle sue ginocchia. La «Pietà» non è mai
esistita. È stato il nucleo edipico di Michelangelo a imporci
questa visione della madre desolata. Si tratta di una rappresentazione completamente falsa che intacca il mito. Non è la
madre a sostenere Cristo dopo che questi è stato deposto dalla
croce, bensì il padre o un archetipo paterno come Giuseppe.
È lui che, senza alcun aiuto, toglie dalla croce il corpo e lo
po rt a fino all a tomba. Con infinita attenzione lo avvolge nel più
bel sudario del mondo, tessuto da ll a Vergine Maria. Le donne
(e quindi Maria), rispettosamente, guardano agire Giuseppe
senza intervenire, perché spetta a lui, il padre, farlo. Giuseppe
era un Maestro, natur mente. Solo un Maestro poteva trasportare il corpo di Cristo per depositarlo delicatamente nel
sepolcro. In quel momento seppellisce suo padre, suo figlio, il
suo Maestro e il suo amico. Per finire, pone la grande pietra a
chiusura del sepolcro e in quel modo si assicura che nessuno
lo profani. Così, ha compiuto il suo dovere.
Sul piano fisico e anche su quello psicologico c'è una grossa
differenza tra il fatto che sia stata la madre a seppellire Cristo
— come suggerisce la Pietà di Michelangelo —, o invece il padre,
o un archetipo equivalente. Bisogna capire il cambiamento
che provoca in noi l'inserimento del padre nel mito, che in tal
modo recupera immediatamente la sua integrità. Un mito in
cui il padre scompare quando il bambino arriva alla pubertà,
e dove questi resta solo con la mamma, è un mito ammalato.
Alla fi ne è necessario che si ripresenti Giuseppe (qualcuno che
simboleggi l'uomo o il padre), il protettore. Senza Giuseppe,
il mito non sarebbe esistito. Grazie a lui, la Vergine non fu
lapidata e la famiglia fuggì in Egitto nel momento in cui tutti i
neonati venivano uccisi. È lui che lavora per nutrire la propria
famiglia. Senza Giuseppe non c'è mito. Ci voleva un uomo di
fede, un uomo giusto, ed è lui che seppellisce Cristo.
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Come possiamo adattare queste nozioni al nostro processo
interiore? Il Dio che risvegliamo in noi, quest'uomo nuovo, è
formato da vari principi. Il primo è il nostro corpo; il secondo,
lo spirito. Anzitutto, purificheremo il nostro corpo e i suoi
desideri al fine di aspirare e assorbire il principio essenziale
e divino che ognuno ha nella pa rt e più profonda di se stesso.
Assorbiremo lo spirito nel nostro corpo. Avremo allora un corpo luminoso. Lo spirito non sarà in nessun'altra pa rt e che non
sia il nostro corpo. E il nostro spirito (cioè la nostra volontà
e la nostra coscienza), pieno di rispetto e di considerazione,
seguirà questo processo di assorbimento e lo aiuterà affinché
si sviluppi bene, affinché non degeneri, affinché il nostro corpo
non si smarrisca nella follia, nella depressione, nella fatica o
nella mo rt e. È il ruolo di Giuseppe: la ragione. Mentre sorveglia
questo processo, egli dona se stesso, sapendo che l'apparizione
dello spirito nella materia significa che, in qualche modo, egli
deve cominciare a studiare, lavorare, cambiare.
Nel momento in cui la nostra coscienza lancia il grido finale,
la nostra vecchia personalità muore e la ragione, che ci guida e
ci protegge, deve prendere il nuovo essere che siamo diventati
e metterlo in una grotta per salvaguardarlo. La ragione deve
difenderlo perché l'uomo nuovo non può agire subito. È molto
potente e, allo stesso tempo, molto fr agile. Se un essere del genere si addentrasse immediatamente nel mondo, provocherebbe
catastrofi e si disintegrerebbe. Come Cristo, deve chiudersi in
una «grotta» e aspettare di acquisire un nuovo corpo: un corpo
purificato grazie alla presa di coscienza che ha realizzato. Altrimenti, il nuovo essere potrebbe naufragare nella pazzia. In
quel momento la sua ragione (cioè, il suo Giuseppe interiore)
lo curerà e lo proteggerà per l'ultima volta, come aveva già
fatto alla sua nascita e durante la sua infanzia. Ben custodito
e protetto, il nuovo essere potrà creare un'anima che agirà nel
mondo sostenuta da ll e sue due pa rt i: il corpo e lo spirito.
LE DODICI DEFORMAZIONI
La tradizione cerca generalmente di fissare l'immagine del Cristo
crocifisso, pensando che il messaggio sia stato trasmesso integralmente con la crocifissione: risulta però sorprendente vedere come
ogni evangelista dia una versione distinta della risurrezione.
Quando si parla di Cristo, come abbiamo fatto qui, non si
tratta del Dio esteriore ampiamente studiato e riconosciuto
dalle religioni ufficiali. In questo tipo di approccio al Vangelo, il concetto di Dio interiore dev'essere sempre presente nel
nostro spirito.
Non si può cogliere il concetto di Dio Padre. È inconcepibile.
Non possiamo definirlo né conoscerlo, neppure immaginarlo.
È assolutamente al di là de lla nostra portata. Comunichiamo
con Lui tramite l'intermediazione del nostro Dio interiore,
l'unico mediatore possibile. Nessuno può sostituirlo, né un
sacerdote né un guru, allo stesso modo in cui nessuno può
pregare al posto nostro. Se non lo facciamo noi, nessun altro
lo farà per noi. Non mi offriranno la fede su un vassoio d'argento. Spetta a noi trovarla. Come potrebbe essermi utile la
fede dell'altro, il suo amore per l'umanità o la sua opera? Solo
come so(gtegno e modello nella ricerca del mio Dio interiore.
Come trovarlo? Per mezzo della quinta essenza.
I quattro semi dei Tarocchi - Denari, Bastoni, Spade e Coppe - ci simboleggiano: parlano del corpo, del sesso, dell'intelletto e dell'energia emotiva. Questi nostri quattro aspetti ci
condurranno al nostro Dio interiore.
Il sesso è il secondo punto impo rt ante: senza sesso non c'è
misticismo! Come può pregare chi rifiuta la propria parte
inferiore? La bellezza, la purezza e l'eternità esistono nel sesso. Il Vangelo non è una storia di cherubini: Cristo, Maria e
Giuseppe avevano un sesso!
Gli altri due punti importanti sono l'intelletto e la parte
emotiva. Essere equilibrati significa essere un corpo (e non
«avere» un corpo), un'energia sessuale, un'energia emotiva e
un'energia intellettuale.
Lo squilibrio nasce con l'apparizione delle deformazioni,
che sono dodici e si caratterizzano per il traboccare o per
l'invasione di un'energia nel dominio delle altre.
Quando i Denari sono al loro posto, cioè quando il corpo
viene vissuto pienamente per quel che e, si ha la perfezione.
Il problema sorge nel momento in cui le altre tre energie invadono il corpo, o quando esso stesso si sostituisce alle altre
energie.
Vediamo i casi particolari.
Le Spade invadono i Denari: il corpo è diretto dall'intelletto:
concezioni e idee lo debilitano. Ne scaturisce quello che chiamiamo un «intellettuale», un uomo che non permette al suo
corpo di vivere e di esprimersi. Lo inibisce. Si muove male,
balla male: è contratto.
È con il corpo che intraprendiamo la via della nostra vita
spirituale: è lui che produce il pensiero.
L:atto di riconoscere il corpo comincia dai piedi. Una persona
che non è cosciente dei suoi piedi non può meditare, né lottare,
né praticare arti marziali, né ballare, né esprimersi, né comunicare. Il suo cervello delira: è squilibrato, non può pretendere di
avere una vita spirituale. Lo squilibrio è a tutti i livelli: nell'intelletto, dove il pensiero non è ben strutturato, così come nella
parte emotiva, nella sessualità e nel corpo. Una persona simile
non è insediata nella realtà, non prende possesso del mondo.
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I Bastoni nei Denari: il corpo diventa un puro oggetto sessuale. Si vive nella seduzione. L'aspetto esterno è prevalente,
a scapito dell'interiorità. La persona in questo caso è cinica
e distruttiva, poiché si concepisce soltanto come oggetto.
Naturalmente, il tempo che scorre in modo inesorabile viene vissuto con angoscia e, quanto più quella persona perde
la corsa contro il tempo, tanto più il suo corpo diventa un
nemico.
Le Coppe nei Denari: il corpo viene invaso dall'emotività: è
mite, massiccio, molle, pigro. Chiede costantemente calore
e si aggrappa agli altri per riscaldarsi, oltre che per essere
ospitato e nutrito.
Un'energia sessuale equilibrata è meravigliosa. Invasa, provoca tre deformazioni possibili:
Le Spade nei Bastoni (l'intelletto nel sesso): provoca frigidità,
impotenza, eiaculazione precoce ecc.
Il sesso possiede la propria saggezza, e invaderlo con teorie
o dottrine risulta inutile, anzi nocivo. Esso è naturalmente
perfetto, mistico, divino. Smettiamo di colpevolizzarlo, di
mascherarlo, di sfuggirgli! Lasciamolo vivere com' è . Mi rifiuto
di pensare che nel nostro corpo abbiamo qualcosa di sporco
o di diabolico. Questa meravigliosa energia è all'origine della
nostra creatività, oltre a trasmettere l'eternità.
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Le Coppe nei Bastoni: non c'è orgasmo. La relazione sessuale si diluisce in un'insaziabile domanda di tenerezza e di
carezze.
«Mollezza» è la parola chiave di questa deformazione. L'orgasmo non può realizzarsi perché l'animale interiore non ha
la possibilità di manifestarsi in tutto il suo potere. L'energia
sessuale non è brutale, e tuttavia è potente. A un certo punto
bisogna viverla com'è, senza aver paura di annegarci dentro,
dato che, una volta soddisfatto il desiderio, si ritorna sempre
alla personalità di base. Le persone che hanno delle paure infantili pensano che morirebbero se si lasciassero sommergere
da tale energia.
I Denari nei Bastoni: conduce alla prostituzione. Il sesso
viene valorizzato per motivi diversi da quello essenziale, che
consiste nel trovare la verità divina. Quest'invasione della pa rte
materiale è una vera disgrazia.
Le Coppe parlano dell'energia emotiva.
Le Spade nelle Coppe: quando le Coppe vengono invase dalle
Spade, l'energia emotiva, che permette di entrare in comunicazione con l'altro, diventa calcolatrice.
Tutto è soppesato, registrato, ogni gesto aspetta una risposta, un rimborso. «Ti ho chiamato ieri al telefono: oggi spetta
a te!» «Se fai un passo verso di me, io ne farò uno verso di te»
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ecc. Il calcolo nelle relazioni amorose è qualcosa di estremamente penoso.
I Bastoni nelle Coppe: producono un cuore possessivo
e geloso. Cadere nelle mani di una persona di questo genere è un incubo, così come possedere noi stessi questa
deformazione. La gelosia è una piaga che rivela un feroce
complesso di inferiorità e di abbandono. È «la paura che
qualcuno dia alla persona che amo quello che io non posso
darle».
I Denari nelle Coppe: l'energia emotiva si raffredda. Il cuore
è chiuso ed egoista.
Avere un cuore chiuso non significa che non si possa amare, ma che si è pieni di un amore inesprimibile. È un cuore
anestetizzato. Questa ostruzione emotiva nasce quando un
bambino non è stato veramente amato e non ha potuto esprimere il proprio amore. Crescendo, questa persona si forma un
guscio per proteggersi. Tuttavia, che lo vogliamo o no, siamo
esseri che amano. Le Coppe sono piene d'amore.
sedere il mondo. La comunicazione è costellata di aggressioni
miranti a ferire l'interlocutore.
In questo tipo di deformazione si desidera anche occupare
il posto dell'altro, nella convinzione che il suo pensiero sia
migliore del nostro.
Le Coppe nelle Spade (l'emozione nel pensiero): per chi
ne soffre è difficile controllarsi, dato che ci si ritrova a nuotare in un magsma emotivo. Non si arriva mai veramente
a concentrarsi, a trovare il proprio centro, a pensare. Nel
momento in cui si cerca di risolvere un problema, ci si immerge nella confusione e nel caos. Tutto diventa complicato
perché una persona così non pensa: deperisce. Gli individui
afflitti da questa deformazione tendono a fare uso di alcolici
e a drogarsi.
I Denari nelle Spade: producono degli esseri eccessivamente
materialisti che pensano solo al denaro. Non ci sono qui immaginazione o propositi spirituali. La persona rimane ancorata
alle cose materiali: non ha alcuna possibilità di sviluppare
un'anima.
Quando l'energia intellettuale, la quale è senza dubbio molto bella, è deformata dalle altre, si hanno tre tipi possibili di
comportamento:
I Bastoni nelle Spade (la sessualità nell'intelletto): lo spirito
di competizione, l'aggressività, la violenza e il dominio sono le
caratteristiche di una persona i cui pensieri sono letteralmente
invasi dalla sessualità. Pensare diventa una maniera per pos-
Finché non troviamo il nostro Dio interiore, soffriamo di
una almeno di queste deformazioni.
Credere in un Dio esteriore è come voler partecipare a
una favola (sono le Coppe nell'intelletto). Una simile ricerca non ci permette di trovare il nostro centro. Avere fede
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si è tramandato tramite i nomi. L'incesto (consumato o no),
come molte altre informazioni, si trasmette facilmente da un
nome a un altro.
Alla luce di questa conferma dell'importanza dei nomi possiamo considerare anche la presenza di Giuseppe nei Vangeli.
Secondo la tradizione, Cristo nasce da Maria, e il primo uomo
che lo prende in braccio è un Giuseppe. Più tardi, l'ultimo
uomo che lo accoglie tra le braccia, dopo averlo deposto da ll a
croce, è ancora un Giuseppe. Giuseppe, dunque, è presente
sia all'inizio sia a ll a fine de ll a vita di Gesù.
Vediamo cosa si dice a proposito di questo Giuseppe che
avvolge Cristo nel lenzuolo funebre. Come abbiamo visto, si
tratta di un personaggio misterioso; possediamo pochissime
indicazioni sulla sua identità.
in un Dio interiore è l'unica maniera di trovare il proprio
centro. Ciò esige, tuttavia, un impegno eroico da parte nostra, poiché non possiamo fornire prove tangibili de ll a sua
esistenza. Evidentemente, è difficile accettare che esista in
noi un principio immortale. Ma è molto arduo vivere se non
riconosciamo questo principio, se non riconosciamo il Dio
interiore, il quale, d'altra pa rt e, possiede tutte le qualità che
attribuiamo a quello esteriore (l'onnipotenza, l'onniscienza
ecc.). Le dodici deformazioni rappresentano, allora, la nostra
carenza quotidiana.
Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido
lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta
scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del
sepolcro, se ne andò. [Matteo 27,59-60]
Studiando l'albero psicogenealogico apprendiamo che, per
l'inconscio, i nomi sono carichi di contenuti emotivi molto
forti; quando sono ben decodificati, ci trasmettono dei messaggi. Per esempio, il fatto che un Augusto sposi un'Augusta,
o un Adriano un'Adriana, o ancora un Luigi una Luisa, non è
privo di significato. Vediamo anche con una certa frequenza
degli uomini sposare donne che hanno lo stesso nome della
propria madre o della propria sorella. E lo stesso accade a
quelle donne il cui marito si chiama come il loro padre o il
loro fratello. In genere, ciò indica che un complesso edipico
Questo misterioso Giuseppe svolge il compito da solo e
deposita il corpo in un sepolcro che si era fatto scavare nella
roccia. Possiamo benissimo immaginare che questo Giuseppe sapesse cosa doveva succedere e che la tomba che aveva
fatto scavare per sé fosse in realtà un sepolcro preparato per
un uomo chiamato Gesù, il cui padre si chiamava Giuseppe.
Quest'uomo, dunque, per il gioco dei nomi, svolge il ruolo
dell'archetipo paterno. Simboleggia il padre che scava la tomba
del proprio figlio.
Dentro di noi c'è un Giuseppe: è la volontà cosciente.
Nella pietra, cioè nel nostro corpo, nella nostra stessa materia, nel nostro essere materiale, questa volontà cosciente
crea una tomba nella quale avvolgerà il cadavere del figlio
affinché si realizzi la trasfoiniazione. Questo Giuseppe, in
effetti, ha costruito un forno alchemico: ha creato tutte le
condizioni necessarie per avvolgere il corpo in un ambiente
appropriato.
Appropriato: cioè puro. Nel momento in cui riceve il seme divino, la Vergine Maria è pura. Perché? Perché è completamente
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I DUE PRINCIPI
lì, nel presente. Si stacca dal passato così come dal futuro.
Tutto il suo corpo è interamente impegnato in quell'azione.
Non ha desideri né pensieri, né altri sentimenti, a parte quelli
che favoriscono la sacra unione.
Una grotta appropriata è una grotta impermeabile a qualsiasi dottrina, a qualsiasi idea ricevuta, a qualsiasi influenza,
a qualsiasi Maestro, a qualsiasi dittatore, a qualsiasi persona
amata. È esente da qualsiasi avidità materiale, sessuale, intellettuale ed emotiva. È un posto inviolabile nel quale possiamo
realizzare la trasmutazione alchemica della nostra coscienza,
la trasmutazione del nostro Dio interiore.
Per prepararsi una caverna di pietra, bisogna essere un
eroe sacro. È Giuseppe che ha questo ruolo. È il guardiano
del figlio. Ha avuto questo ruolo per tutta la vita di Gesù.
All'inizio è lui che lo porta in Egitto per proteggerlo, e alla
fine è ancora lui che chiede a Pilato il corpo di Gesù. Senza
Giuseppe, il corpo del Cristo si sarebbe decomposto sulla
croce. Neanche un apostolo ha osato deporre dalla croce il
corpo del suo Maestro. Sono fuggiti tutti come conigli. La
verità è che, senza Giuseppe, Cristo sarebbe rimasto sulla
croce come un ladro. I corvi gli avrebbero cavato gli occhi
e gli animali rapaci si sarebbero saziati della sua carne.
Paralizzati dalla paura, gli apostoli non avevano mosso
nemmeno un dito. Ci voleva un uomo forte che osasse presentarsi a Pilato, reclamare il corpo di Gesù e seppellirlo.
Giuseppe lo ha fatto.
La prima cosa è dunque osare. Abbiamo o no il coraggio di
preparare la nostra tomba di pietra? Abbiamo o no la capacità
di abbandonare tutto quello che abbiamo ricevuto? Come un
titano, oseremo far rotolare la pietra fino a coprire l'entrata
della grotta? Oseremo isolarci da tutto per accedere alla nostra
immortalità?
Scavare una tomba nella pietra esige una forza enorme.
È una tappa obbligatoria senza la quale non possiamo realizzare l'opera alchemica e spirituale. Il nostro Giuseppe
interiore, la nostra volontà, deve trasformarci in una tomba
di pietra.
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Ritorniamo a Giuseppe e vediamo cosa dice Matteo (27,59-61)
al riguardo:
Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido
lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta
scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta
del sepolcro, se ne andò. Erano il, davanti al sepolcro, Maria
di Magdala e l'altra Maria.
Insistiamo su questo fatto: Maria, madre di Giacomo, è la
Vergine Maria, che dopo la nascita di Gesù ebbe quattro maschi e alcune bambine. Ed ecco cosa dice Marco (I6,1-4):
Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e
Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare
Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci
rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse
molto grande.
Chi ha fatto rotolare quell'enorme pietra? Sono sicuro che
è stato Cristo stesso, nel momento in cui è uscito. È l'essere
interiore che rimuove la pietra per liberare il passaggio. L'Arcano si apre da dentro.
All'inizio è Giuseppe che chiude la tomba. Abbiamo già
supposto che avesse un'enorme forza, poiché la pietra era
molto grossa. Doveva essere robusto e muscoloso per deporre
il corpo di Cristo da ll a croce, per trasportarlo da solo e per
avvolgerlo nel lenzuolo funebre.
Bisognerà abituarsi a pensare che la donna dà la vita, mentre l'uomo aiuta la coscienza individuale a morire. Cristo ha
un archetipo materno e uno paterno. Bisogna accettare i due
principi, e non uno soltanto.
443
XIX
storia le donne dimostrano più coraggio degli uomini. Sono le
prime che riescono a vederlo. La presa di coscienza cosmica
sarà vista in primo luogo dalle donne. È scritto nel Vangelo.
Ed ecco che vi fu un gran terremoto...
LA RISURREZIONE SECONDO MATTEO
(Matteo 27,62-66; 28,1-10)
Il giorno dopo, che era Parasceve, si riunirono presso Pilato i
sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni
risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al
terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e
poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest'ultima
impostura sarebbe peggiore de ll a prima!». Pilato disse loro:
«Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete».
Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra
e mettendovi la guardia.
I sommi sacerdoti e i farisei, per paura di un inganno da
parte dei discepoli, mettono una guardia davanti a lla tomba.
Solo Matteo racconta questo aneddoto. Poi passano tre giorni
e avviene la risurrezione.
Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana,
Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro.
[Matteo 28,1]
Il corpo doveva trovarsi nella grotta e le donne vanno a
vedere il sepolcro. Ci rendiamo conto di cosa significa il fatto
che siano delle donne e non degli uomini che vanno a vedere
la tomba? Come mai i discepoli non si presentano a rendere
omaggio al sepolcro del loro Maestro? Hanno paura! In questa
444
Si trovano dunque davanti alla pietra, e cosa succede quando sono sul posto? Improvvisamente, la terra trema.
Nel momento in cui vediamo la tomba dell'essere che abbiamo adorato e venerato, ci avviciniamo sapendo che si compie un miracolo. L'inconscio trema. Il terremoto è il tremore
dell'essere, dell'inconscio. A quel punto la realtà comincia
a sparire e cadiamo nel dominio onirico. La terra trema ed
entriamo nelle immagini del sogno.
La forza che emana da questa tomba oltrepassa la comprensione umana. Lì dentro, Cristo ha attraversato un processo
incommensurabile che sarebbe interessante studiare. Cos'è
successo nel suo spirito? Quello che è accaduto si manifesta in
un movimento di una tale potenza che non possiamo coglierlo
se non attraverso il terremoto che ne risulta.
Vuol dire che devono tremare le fondamenta: la nostra sicurezza religiosa, la nostra sicurezza emotiva, tutti i nostri
irremovibili valori stabiliti nel passato devono essere destabilizzati. Immaginavamo che tutto fosse fissato e scopriamo
invece che niente lo è. È adesso che deve cominciare la realizzazione: Dio è restituito all'essere nuovo. Finora avevamo
solo assistito e preso parte a un processo; ora vedremo la sua
conclusione.
Nel Vangelo non c'è momento più impo rtante di questo, in
cui la terra trema, dato che qui arriva la verità. Senza questa
scena non ci sarebbe Vangelo né religione, non ci sarebbe
nemmeno un processo interiore. Non ci sarebbe niente.
Sono donne coraggiose quelle che soffi ono volontariamente quello stato di tremore e spavento. Che terrore indicibile
devono aver sperimentato!
... un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò
la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come
la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento
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che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l'angelo
disse alle donne: «Non abbiate paura, voi!».
Chi è l'angelo del Signore? È l'unica entità spirituale capace
di guardare in faccia la divinità senza bruciarsi.
Abbiamo già sentito parlare di mistici che sono morti dopo
essere entrati in trance. Conosciamo anche quel sogno di Jung
nel quale vide il suo Dio interiore che dormiva; non osò svegliarlo, sicuro che, se lo avesse fatto, sarebbe morto immediatamente. Ebbe paura di svegliarlo perché non aveva realizzato
il suo processo fino in fondo. C'è un momento in cui dobbiamo
affrontare il nostro Dio interiore.
La terra trema. Le rocce si spezzano, la polvere turbina, i
cani abbaiano... tutto si muove, e ci appare la luce, cioè l'entità che è in contatto con il Dio interiore. Restiamo lì, morti
di paura. Quando scopriamo la nostra forza interiore, l'entità
che comunica con la forza incommensurabile, possiamo essere distrutti.
Le donne che hanno risvegliato questa forza simboleggiano
la coscienza ricettiva che, con grande coraggio, affi onta il
risveglio di questo potere.
Ma l'angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi!».
Utilizzando una voce udibile, questo angelo, che è una dimensione di noi stessi, ci dice: «Non avere paura, non ti distruggerò». Allora ci calmiamo e continuiamo ad assistere al
processo senza paura.
So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come
aveva detto...
Le parole che l'angelo pronuncia in questo momento sono
decisive: marcano una differenza tra «Gesù il crocifisso» e
«Gesù il risuscitato», l'essere vivente.
Questo significa che noi, che ancora non possediamo la
fede, cerchiamo il crocifisso invece di cercare un essere vivente.
Finché ci aggrappiamo al mito della crocifissione e cerchiamo un Dio sofferente, non lo troveremo. Quello che desideria446
mo è trovare un crocifisso, una vittima, un martirizzato, un
morto. È quello il nostro Dio?
Chi ci ha spinto a divinizzare la sofferenza, quando si
tratta solo di una tappa del processo, e non del suo scopo?
Smettiamola! In questo passo del Vangelo non c'è alcun crocifisso, non c'è sofferenza: c'è un essere vivente, al culmine
della gioia.
Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il
luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli:
È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete.
Ecco, io ve l'ho detto.
L'angelo lo dice. Questa rivelazione costituisce una presa di
coscienza fulminante. Tuttavia, prendere coscienza non serve a
niente, in pratica, se non segue immediatamente un'azione.
È per questo motivo che l'angelo dice: «Verificate voi stesse
che la tomba è vuota e poi andate subito dai discepoli! Agite!
Lavorate!».
Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande,
le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli.
Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi».
Come l'arcangelo Gabriele aveva detto alla Vergine: «Ti saluto, o piena di grazia», e l'aveva fecondata, il Cristo, quando
vede le donne, dice loro: «Salute a voi», e le feconda spiritualmente.
Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono.
Troviamo qui la conferma di quanto abbiamo detto in precedenza circa il riconoscimento che comincia dai piedi. Abbracciare i piedi di qualcuno significa seguire le sue orme, la
sua via, la sua strada. Significa anche riconoscere la nostra
via. Se riconosciamo i piedi di qualcuno, riconosciamo i nostri
stessi piedi. A mano a mano che riconosciamo il prossimo,
ci riconosceremo. A mano a mano che ci diamo agli altri, ci
diamo a noi stessi.
Allora Gesù disse loro: «Non temete...».
447
Esattamente come l'angelo, Cristo dice: «Non temete».
Ciò implica che si trovava in uno stato di luminosità tale
che avrebbe potuto spaventarle.
L'incarnazione dello spirito è un processo di inconcepibile purezza che realizza il fenomeno dell'eternità nella carne
umana. Incarnandosi, Dio ha dovuto soffi ire tutti i processi
di trasformazione della carne. Da neonato, diventa un uomo
maturo. Allo stesso tempo, comincia a comprendere e a conoscere la sua creazione dal di dentro. In principio Egli ha creato
la vita col suo soffio divino e ha dettato tutte le leggi; poi ha
lasciato che la sua creazione, possedendo il libero arbitrio,
evolvesse da sola.
Incarnandosi, si dà al processo corporale, e Cristo lo vive
totalmente. Conosce le sue ossa, il suo midollo, la sua milza,
le sue ghiandole, ogni circonvoluzione del suo cervello. Assiste
alla nascita e a ll a mo rt e di ognuna de ll e sue cellule. Conosce
l'atto di cibarsi e quello di digerire, segue ogni tappa della trasformazione dalla materia con un'attenzione straordinaria. Fa
l'esperienza del dolore. A questo dolore non si accompagna la
sofferenza: è quello di un essere umano in pieno possesso de ll a
propria coscienza. L'osservazione del dolore è perfino gioiosa,
poiché Egli ha il piacere di sperimentare quella sensazione.
In seguito assiste a ll a propria mo rt e. Eg li , la luce e la vita,
Egli, che è come un diamante indistruttibile, rende volontariamente lo spirito perché, a pa rt e Se stesso, nessuno può
ucciderlo.
Cristo si presta al gioco, a questa mascherata che chiamiamo
«mo rt e» e che non è altro che una trasformazione. Durante
questa tappa si separa dal suo corpo umano. Realizza una dualità: lascia a Giuseppe il compito di trasportare quella materia
ine rt e, e tuttavia Egli è lì in tutta la sua potenza.
Lo conducono a una tomba affinché il suo corpo si decomponga e lì, al freddo e al buio, Cristo assiste alla decomposizione
del proprio corpo senza scomporsi, poiché può attraversare
l'eternità e l'infinito. Una volta che si è separato completamente
dalla sua ca rn e, quando non c'è più alcun legame tra la sua coscienza e la sua materia, si introduce di nuovo nel suo involucro
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umano e lo avvolge interamente col suo potere e con la sua
coscienza. Rifiuta irrevocabilmente la dualità, decidendo che
la ca rn e e lo spirito siano un'unità. Con amore immenso entra
a poco a poco in ciascuna delle sue cellule e concede l'infinito,
la plasticità e il cambiamento eterno a ognuna delle sue pa rt i.
È detto che mai più Egli avrà una forma precisa: né nel
pensiero, né nel cuore, né nel sesso, né nel corpo. Si dona
tutte le possibilità della materia. Si concede l'opportunità di
dissolversi in atomi per attraversare i muri e poi ricomporsi
subito. Si dà la possibilità di cambiare forma e colore come i
cefalopodi e il camaleonte. Può disintegrarsi e rifarsi a proprio
piacimento.
Quando la sua coscienza ha assorbito completamente la
sua materia, la dualità non esiste più. È un essere nuovo, un
essere di luce, fatto, tuttavia, di carne e di ossa.
andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea
e là mi vedranno. [Matteo 28,10]
Mentre le donne vanno ad avvertire i discepoli, le guardie
riferiscono quello che hanno visto ai sommi sacerdoti, i quali
li pagano affinché dichiarino che i discepoli hanno rubato il
corpo mentre le guardie dormivano.
Poi avviene l'incontro tra Cristo e i discepoli: «La missione
degli Apostoli» (Matteo 28,16-20).
Gli undici discepoli, intanto...
Manca Giuda: il bello, il meraviglioso, l'incredibile Giuda
che ha sacrificato la sua felicità affinché il processo si realizzasse. Insieme a Giuseppe, è il grande complice di Cristo.
Senza di lui non ci sarebbe stata crocifissione e, pertanto,
neanche la coronazione dell'opera. Giuda, il santo dei santi,
che è in paradiso.
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte
che Gesù aveva loro fissato.
Si tratta di una montagna della Galilea impossibile da identificare, ma che forse Matteo avvicina a que ll e de ll a Tentazione
e della Trasfigurazione.
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Come abbiamo visto, dire «montagna» significa dire «centro
di un cerchio». Simbolicamente, quando si parla di una montagna, si allude a un pozzo interiore. Avanziamo dall'esterno
verso la cima della nostra montagna interiore.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però
dubitavano.
Dubitano ancora?
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho
comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fi ne
del mondo».
Egli è con noi tutti i giorni fino alla nostra morte, fino a ll a
fine del nostro tempo. Facciamo i discepoli, poniamoci nel
centro. Accettiamolo come Dio interiore ed Egli sarà con noi
fino alla fine dei nostri giorni. Non saremo mai soli.
La solitudine consiste nel non saper stare con se stessi, col
proprio Dio interiore. Dal momento in cui lo troviamo non
siamo più soli , deboli, ma sempre forti. Egli ci aiuta a vincere
qualsiasi difficoltà. Diventiamo invulnerabili. La nostra fede è
indistruttibile. La nostra parola e la nostra opera pure. Questa
forza ci accompagnerà fino alla fine dei tempi, fino alla fine
del nostro tempo.
LA RISURREZIONE SECONDO MARCO
(Marco 16,9-20)
Vediamo ora come Marco racconta la risurrezione di Gesù.
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato
sette demoni.
all'altezza del sesso; quello di Manipura, all'altezza del ventre;
quello di Anahata, all'altezza del plesso cardiaco; quello di
Vishuddha, nella gola; poi quello del chakra Ajna, all'altezza della fronte, e infine quello di Sahasrara, alla sommità
del cranio. Quelli che certe culture chiamano chakra, come
abbiamo già visto, sono centri nervosi del corpo nei quali
l'energia deve circolare liberamente. Essere posseduto da un
demone equivale a non vivere il nostro Dio interiore, a non
lasciar circolare liberamente l'energia. In fondo, il demonio
è un tappo, un ostacolo per l'energia, che ci impedisce di
vivere il nostro processo così come si presenta. I chakra sono
dei fiori aperti al nulla. Il peccato consiste nel dimenticare
l'energia essenziale.
Gesù aveva tolto a Maria di Magdala tutti gli intoppi che
inibivano il suo processo. Ciò equivaleva a dirle: «Vivi! Vivi le
tue energie così come sono!».
Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in
lutto e in pianto.
Oggi molte persone seguitano ancora, malgrado tutto, a
piangere la mo rt e di Cristo. Continuano a far soffrire il prossimo sostenendo che la vita di Cristo è un sacrificio e non
un processo trionfale. Ci stiamo ancora martirizzando «per
seguire l'esempio di Cristo». Ci fermiamo alla crocifissione e
non avanziamo verso la gloria, verso la coronazione dell'opera,
verso la perfezione.
È come se definissimo il parto solo in base al dolore, tentando di occultare completamente la nascita di un bambino,
l'arrivo di un nuovo essere. Quest'ultimo non viene neppure
considerato: non esiste. Esiste solo il dolore provocato dalla
sua nascita. È mostruoso, ma a volte è così.
Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in
lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto
da lei, non vollero credere.
Gesù aveva cacciato sette demoni: il demone del chakra
Muladhara che è situato nel perineo; quello di Svadishtan,
Quanto costa loro smettere di fare i pagliacci! Hanno visto
risuscitare Lazzaro, hanno assistito a tutti i miracoli di Cristo
e non credono che egli possa risorgere.
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Dopo ciò , apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre
erano in cammino verso la campagna.
Ora Cristo non è più fissato in una determinata forma. Può
cambiare aspetto in funzione della persona con la quale stabilisce una comunicazione. Ciò significa che la morfologia di
base non esiste e che il vero volto di Cristo è uno specchio.
Con un amore e una generosità infiniti, egli si adatta a ogni
persona che lo avvicina. Non ha un io.
Neanche noi abbiamo una forma fissa. Possiamo cambiare,
scoprire i nostri altri aspetti possibili, se ci rendiamo conto
che il nostro io è un'illusione.
Quando diventiamo un essere nuovo, non siamo riconosciuti
nel nostro ambiente. Con amore infinito, dobbiamo occultare
la nostra trasfoi inazione finché l'altro non si adatterà alla nostra nuova forma di essere. Non dobbiamo spaventarlo.
Nel Vangelo di Giovanni (20,15), Maria Maddalena lo confonde con il custode del giardino. Questo mi ricorda una storia
zen:
Una persona desidera incontrare un famoso Maestro zen. Arriva al suo
domicilio e crede di vederlo in giardino, circondato da alcuni discepoli
che lo ascoltano religiosamente. Vedendo un vecchio giardiniere che
spazza delle foglie secche, il visitatore gli chiede di presentarlo al suo
Maestro. L'anziano risponde: «Cosa desidera? Sono io il Maestro. Quello
è il mio miglior discepolo».
Il Maestro più potente è quello che si confonde con un essere umano qualunque. Quando lo avviciniamo, non vediamo
niente. È del tutto simile a noi: è un Maestro invisibile.
Il giorno in cui troveremo il nostro Cristo interiore, assomiglierà molto a noi. Ci condurrà piano piano alla nostra
evoluzione senza illuderci, in maniera disinteressata.
Esistono molti Maestri invisibili sul pianeta: sono tali in
quanto hanno raggiunto un grado superiore di coscienza e non
si fanno notare. Tuttavia, quando ci troviamo in compagnia
di esseri simili, ci sentiamo molto bene senza sapere perché.
Non ce ne rendiamo conto, ma quegli esseri ci fanno del bene.
Sono capaci di farlo senza dircelo. Pregano per noi, ci aiutano,
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ci guariscono con le loro buone vibrazioni. Quando entriamo
nel loro circolo, ci avvolgono nella loro energia, ci sostengono,
pensano a noi, ci soccorrono costantemente, e nonostante
tutto noi li ignoriamo.
Un Maestro invisibile ci guida allo sviluppo e alla realizzazione senza illuderci e senza esigere alcuna retribuzione.
La sua passione: levigare gratuitamente il diamante interiore
dell'altro.
apparve a due di loro sotto un altro aspetto, mentre erano
in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e
per la loro incredulità e durezza di cuore, perché
non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo
ad ogni creatura».
Quale Vangelo? Predicare il Vangelo vuol dire predicare tutte
le Scritture, perché in Luca (24,44) Cristo dice agli undici:
Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con
voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella
Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi.
Vediamo il Salmo 2, per esempio:
Perché le genti congiurano,
perché invano cospirano i popoli?
Perché tutte queste guerre ai nostri giorni?
Insorgono i re dalla terra,
e i principi congiurano insieme...
È esattamente ciò che stiamo vivendo in questo momento.
contro il Signore e contro il suo Messia...
Viviamo senza dubbio una congiura contro il Dio interiore,
contro la presa di coscienza.
Spezziamo le loro catene...
Vale a dire: «Isoliamoci in una tomba di pietra».
453
«... gettiamo via i loro legami.»
Se ne ride chi abita i cieli...
Il nostro Dio interiore ride. La risata è divina.
li schernisce dall'alto il Signore.
Egli parla loro con ira,
li spaventa nel suo sdegno:
«Io l'ho costituito mio sovrano
sul Sion mio santo monte».
Spetta a Sion, dunque, dare al mondo questo concetto di
un Dio vivente, il concetto di Figlio, affinché noi possiamo
giungere al Dio interiore.
Annunzierò il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio...».
Oggi più che mai dobbiamo tutti collaborare a quest'opera,
perché la terra ci appartiene. È la nostra eredità.
Dobbiamo dar vita a una nuova interpretazione dei Vangeli,
un'interpretazione che rispecchi il loro vero messaggio e il
nostro grado di comprensione. Le cattive interpretazioni conducono alla guerra e alla mo rt e. Credere in un Cristo crocifisso
ci porta alla devastazione. Crediamo in un Cristo trionfante,
pieno di luce, di salute e di comprensione! Crediamo nella
presa di coscienza! Cominciamo a credere nell'umanità! Altrimenti, ecco quello che ci predice il Salmo:
E ora, sovrani, siate saggi,
istruitevi, giudici della terra;
servite Dio con timore...
In altre parole: «Servite il vostro Dio interiore».
Qui, nel Salmo di Davide, cominciamo a vedere Cristo.
e con tremore esultate;
che non si sdegni e voi perdiate la via.
io oggi ti ho generato.
Il nostro Dio interiore ci dice: «Tu sei mio figlio».
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti
e in dominio i confini della terra.
Vale a dire: «Ti do il tuo corpo intero in eredità e ti do anche
la terra».
È la verità: si muore di malattia, tumore, infarto ecc.
Improvvisa divampa la sua ira.
Beato chi in Lui si rifugia.
«Con il tuo scettro farai a pezzi questa civiltà e la getterai nella
pattumiera della storia.» Un giorno, questo periodo della storia
sarà classificato e mostrato nei musei come un mostro, un mostro
utile che ha permesso all'umanità di arrivare dove si trova, ma un
mostro che, in ogni modo, non si vorrebbe veder rinascere.
Tutti i paesi scompariranno, rimarrà solo la metasocietà che
stiamo creando. Qui e ora, nella razza umana, sta nascendo
una metasocietà. Alcuni lavorano per la pace, altri per un miglioramento nell'alimentazione, altri per la presa di coscienza,
altri per l'evoluzione de ll a medicina e per una migliore percezione della salute fisica, altri per una migliore conoscenza della
salute mentale ecc. Gli artefici della metasocietà sono all'opera.
Quando conobbi in Messico Ejo Takata, un Maestro zen,
il suo viso mi stupì. Era evidentemente un giapponese, ma al
tempo stesso non lo era. È difficile esprimere la sensazione
che mi ispirò, ma in un certo senso assomigliava a un neonato.
Quando mi ricevette, si sarebbe detto che accoglieva un vecchio
conosciuto mille anni prima. Fu una festa. Non ci conoscevamo,
eppure mi ricevette come un fratello. Mi prese per mano e mi
condusse davanti a una scritta; me la tradusse (voleva dire «felicità») e mi accompagnò di nuovo alla porta. Tornai a trovarlo
molte volte e, ciò nonostante, per lui era stato detto tutto nel
corso del nostro primo incontro. Quello che stavo cercando da
tanto tempo si riassumeva in una sola parola: «felicità!».
«Beato chi in Lui si rifugia.» Beati! Il nostro Cristo interiore
è il rifugio. È la fi ne del dolore. Smettiamo di soffrire! Smettiamo di essere delle vittime!
In genere, nei nostri paesi civilizzati sembra che si rispetti
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Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai.
molto la sofferenza umana. Ma è rispettata nel senso che, quando
una persona soffre, la compatiamo e piangiamo con lei, poi però
la lasciamo nei suoi problemi. Raramente le diciamo: «Ascolta,
puoi uscire da questo stato. La tua sofferenza riflette una mancanza di coscienza. Utilizza quell'energia! Comincia a meditare!
Concentrati! Non crogiolarti nei tuoi problemi. Usali come una
fonte d'energia! Pensa di avere un falò dentro di te sul quale
bruciare la tua sofferenza. Crea un'immagine, un sentimento,
un desiderio! Mettiti a creare con questa energia! Non bruciarla
inutilmente! A cosa serve il tuo dolore? Fallo diventare utile!».
Compatire le persone che soffi ono senza aiutarle è puro
narcisismo. È più interessante metterle a lavorare, insegnargli
a servirsi della loro energia.
Prima di concludere il suo Vangelo con l'ascensione di Gesù
alla destra del Padre, Marco fa dire a Gesù:
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che
credono: nel mio nome scacceranno i demoni...
Non nel nostro nome, ma in quello del nostro Dio interiore,
espelleremo le idee dementi e la sofferenza delle persone che
ci circondano. E lo faremo perché abbiamo creduto.
parleranno lingue nuove...
Parleranno in nome del Dio interiore. Ogni lingua metafisica,
simbolica, ogni verità sarà vista da una nuova angolatura. Le
parole forse saranno le stesse, ma il loro contenuto sarà diverso.
Quando ci rivolgeremo a noi stessi, la nostra lingua sarà nuova
perché non ci vedremo dal nostro vecchio punto di vista. Per
tutta la vita ci siamo visti con lo sguardo di un bambino inibito
e mai con quello del nostro Dio interiore. Restiamo vittime delle
nostre sofferenze infantili invece di trascenderle e di farne la
nostra forza. Non avrei mai letto i Vangeli come faccio ora se
mio padre non mi avesse trasmesso il suo feroce ateismo. A ciascuno il suo castigo. Colui che è stato amato nella sua infanzia
ha una possibilità, e colui che non è stato amato pure. Tutto
quello che ci succede è per il nostro bene.
prenderanno in mano i serpenti...
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Il serpente è la libido, la kundalini.* Gli apostoli lasceranno
che l'energia sessuale rinvigorisca i loro corpi e che si accumuli nelle palme delle mani per dar loro il magnetismo che
cura i malati.
Non dobbiamo respingere il serpente, l'energia sessuale:
dobbiamo usarla in quanto la consideriamo degna di essere
utilizzata, per curare! E se non scegliamo la via dell'inibizione,
usiamo il serpente per come dev'essere usato: imponiamogli
di farci diventare medici del corpo e dell'anima.
e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno...
Le dottrine menzognere non avranno potere su di noi. Non ci
faranno alcun male. Potranno incitarci alla crudeltà e all'egoismo con ogni mezzo, ma non ci avveleneranno mai l'anima. La
nostra fede sarà l'antidoto che ci renderà invulnerabili.
imporranno le mani ai malati e questi guariranno.
Ciò significa che con le nostre mani faremo un massaggio
iniziatico ai depressi, trasmettendo attraverso il contatto fisico,
senza parole, un elevato livello spirituale.
L'unica vera imposizione delle mani consiste nell'abbracciare l'essere nella sua totalità. Il nostro Dio interiore, il nostro
Universo intero dev'essere presente nelle nostre mani. Dobbiamo porci interamente al servizio di questo contatto: a mano a
mano che imponiamo le mani, tutto il nostro essere riconosce
totalmente l'essere che riceve la nostra imposizione e lo percepisce. Il riconoscimento dell'altro è intellettuale, emotivo,
istintivo, materiale. A mano a mano che tocchiamo qualcuno
Sia l'induismo sia il tantrismo danno il nome di kundalini (in sanscrito «l'attorcigliato») a un'energia spirituale chiamata anche shakti (energia cosmica
primordiale). Normalmente viene rappresentata sotto forma di un serpente
che giace attorcigliato a ll a base della colonna vertebrale dell'essere umano
o nel perineo (punto in cui si localizza il chakra Muladhara). Quando un individuo riesce a svegliare questa energia, essa ascende gradualmente per la
Sushumna («il canale cen tr ale sottile»), perforando successivamente i chakra
e suscitando diversi processi yoga che causano una purificazione totale e un
ringiovanimento di tutto il corpo. Quando kundalini entra nel chakra Sahasrara (situato alla sommità della testa), l'essere individuale si fonde nell'Essere
Universale, raggiungendo lo stato di realizzazione.
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in nome di Cristo, la comunione e il messaggio completo passano in ogni particella del suo essere.
Durante un'imposizione delle mani, il nostro intero essere
si dà nel contatto.
LA RISURREZIONE SECONDO LUCA
(Luca 24,13-35)
Nel Vangelo di Luca, come negli altri, i discepoli non credono
alla testimonianza delle donne e Cristo deve insistere enormemente affinché accettino di riconoscerlo.
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino
per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di
nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si
accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci
di riconoscerlo.
per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi
speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma
alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al
mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son
venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i
quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati
al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma
lui non l'hanno visto.»
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla
parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Dice loro: «Perché continuate a soffrire se il Cristo è entrato
nella sua gloria?».
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in
tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Gesù conosce la Bibbia a memoria. Deve aver parlato del
Salmo 16 (7-11):
Cristo cammina con loro e ascolta.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto
triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così
forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto
in questi giorni?».
Per Cristo non è successo niente di doloroso; niente, in ogni
caso, che giustifichi i loro volti tristi. Perciò domanda:
«Che cosa?» Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a
Dio e a tutto il popolo...».
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Nei nostri sogni, la coscienza ci consiglia e ci istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro...
Il suo corpo non si corrompe.
Lo considerano un profeta. Lo vedono, dunque, come qualcosa che proviene dall'esterno.
Poiché ha pronunciato alcuni discorsi davanti a tutti, lo
catalogano come profeta.
... né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fi ne alla tua destra.
«Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta
potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;
come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato
Se siamo accompagnati dal nostro Dio interiore, è la gioia,
l'estasi. Stiamo bene: blocchiamo la nevrosi e la sofferenza. Cristo spiega ai viandanti che è stato annunciato come simbolo di
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gloria, di gioia, di trasformazione totale, di coscienza assoluta
e di eternità.
Ognuno di noi è una for mula unica ed eterna: questa formula
è stata creata così bella e perfetta che non può essere distrutta. È
inscritta qui e ora per l'eternità. Allora, viviamo la nostra eternità!
Altrimenti soffriremo e diventeremo degli egoisti risentiti.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece
come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta
con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli
entrò per rimanere con loro.
Che cecità spirituale! Non lo riconoscono ancora!
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi
e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.
Per pietà nei loro confronti, si mostra in una forma riconoscibile per tranquillizzarli; poi scompare per condurli più
lontano.
Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore
nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando
ci spiegava le Scritture?».
E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme,
dove trovarono riuniti gli undici e gli altri che erano con loro,
i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a
Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via
e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Di quale pace si tratta? Si parla tanto di fare la pace nel
mondo...
Quando Cristo dice «Pace a voi!», afferma: «Che la pace
sia nella vostra testa, nel vostro cuore, nel vostro sesso e nel
vostro corpo. Che sia nel vostro essere essenziale. Che questo
sia colmo di pace. Non abbiate alcuna paura. Datevi al vostro
Dio interiore al fi ne di riposare nelle delizie dell'infinito e
dell'eternità. Quali che siano i vostri genitori nell'albero genealogico, pensate che è stato l'Universo a crearvi. LUniverso
è ben disposto verso di voi. Avete un Dio interiore che non ha
nome. Possedete la vostra eternità. Quel che più desiderate
si avvererà. State tranquilli: siete destinati alla realizzazione.
La razza umana e tutte le altre razze sono destinate a trasformarsi nella coscienza cosmica. Quando si realizzerà la pace
sulla terra, si realizzerà la pace nell'Universo. Come operai
infaticabili, dobbiamo lavorare alla creazione nell'Universo
della coscienza cosmica».
Attraverso questa crisi meravigliosa, stiamo nascendo alla
vera metasocietà di cui l'essere umano ha bisogno. Usciamo
dalla nostra tomba di pietra. Senza esigere niente dagli altri,
creiamo la nostra pace interiore e invitiamo gli altri a creare
la loro. E di pace interiore in pace interiore, riusciremo a dare
la pace anche al mondo intero.
Non deleghiamo il nostro potere! Realizziamo la nostra
pace interiore! È quello che consiglia Cristo dicendo: «Pace
a voi!».
Non dice: «Andate a costruire una chiesa!», bensì: «Andate a incontrare altre persone in pace»; tantomeno chiede di
lasciare il sesso fuori dalla chiesa, né afferma che soltanto
l'uomo può comunicare con Dio mentre la donna può farlo
solo tramite l'uomo. Cristo non ha mai allontanato da sé le
donne. Tutte quelle a cui si è avvicinato erano sessualmente
realizzate, anche la Vergine: ricordiamo che il Vangelo ci dice
molto chiaramente che ha avuto quattro figli e varie figlie
dopo la nascita di Cristo. Egli non è mai stato circondato da
uomini impotenti e donne frigide, lo accompagnavano invece
esseri umani veri e completi. Se non riconosciamo questo, ci
incamminiamo verso la guerra e la devastazione.
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma
egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel
vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio
io! Toccatemi e guardate; un fantasma, non ha carne e ossa
come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani
e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano
ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualcosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo
mangiò davanti a loro.
Cristo non aveva bisogno di essere vegetariano. Assaggiando
quel boccone di pesce non perde la sua purezza, dato che tutto
ciò che si mette in bocca si purifica al suo contatto.
Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero
ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte
su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse:
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti
il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le
genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da
Gerusalemme».
Perdoneremo tutti, in confoi uiità con le parole del Padre
nostro: «E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo
ai nostri debitori».
La prima cosa da fare quando studiamo il nostro albero
genealogico è perdonare tutta la nostra famiglia. È il modo migliore per uscire dalla sofferenza. Perdonare è comprendere.
«Di questo voi siete testimoni.»
Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato
verso il cielo.
...
LA RISURREZIONE SECONDO GIOVANNI
(Giovanni 21,15-20)
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci
le mie pecorelle».
Questa volta va un po' oltre. Prima gli dice «Pascola i miei
agnelli», cioè «Nutri i miei agnelli», e ora aggiunge: «Sei il
pastore delle mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi
ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli
rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle».
La scena ha luogo dopo che hanno mangiato. Mangiando
il pane spezzato da Cristo (il pane è l'ostia), Simon Pietro lo
ha amato col proprio corpo. In seguito, alla prima domanda,
risponde con l'intelletto: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo».
La seconda volta risponde con il cuore, e la terza («Signore, tu
sai tutto; tu sai che ti amo») risponde con la forza dell'istinto.
Alla domanda di Cristo, ogni pa rt e del suo corpo si pronuncia
in favore di questo amore.
Cristo allora gli dice:
In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi
la veste da solo, e andavi dove volevi...
Ciò significa: «Quando sei giovane, non hai esperienza. Ti
vesti da solo e vai dove vuoi. Il tuo io ordina e tu ti pieghi alla
sua volontà, ma non sei davvero centrato sulla verità».
... ma quando sarai vecchio...
In questo passo di Giovanni vedremo che le parole pronunciate da Cristo possono essere accostate a quello che dicevamo
all'inizio rispetto alle nostre quattro pa rt i.
«Mi ami tu più di costoro?» «Certo, Signore, tu lo sai che
ti amo.» «Pasci i miei agnelli», ossia: «Fa' pascolare i miei
agnelli».
Dove vuole arrivare Cristo? Vediamo il seguito:
Nella Bibbia risulta chiaramente che invecchiare non significa diventare senili. Al contrario, con la vecchiaia raggiungiamo
la gloria del nostro processo. Il Dio interiore non conosce la
decadenza.
La senilità accompagna le idee chiuse. Quando il pensiero
si chiude, si fissa in una forma e ogni forma è destinata a
invecchiare. Quando ci fissiamo su una forma mentale, invecchiamo. Al contrario, quando rimaniamo vivi interiormente,
la decadenza non ci tocca. Il progressivo deterioramento della
carne non significa niente.
462
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Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone
di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo,
Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
... ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro
ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi.
Ciò significa: «Ti abbandoni alla volontà divina. Non sei più tu
ad agire: l'azione si realizza attraverso di te e tu obbedisci».
Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio.
Gesù spiega che Pietro deve morire nella sua vecchia immagine di giovane per nascere in quella di un uomo che si
consegna a ll a volontà divina.
E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Ecco tutto il suo messaggio: «Seguimi».
«Quando eri giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi.
Ora, lascia che sia io a vestirti: ti condurrò dove non vuoi andare.
Per andare lì, non devi desiderare niente: devi lasciarti condurre.
Seguimi! Lasciati guidare! Ti condurrò dove devi andare!»
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che
Gesù amava...
Gesù vede Giovanni. Con quest'ultimo messaggio di Cristo,
Pietro ha ricevuto tutto.
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che
Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto
e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?..
torturarlo... Non capisce. Non sa cosa significhi perdere la
volontà e lasciarsi guidare.
Pietro è curioso di sapere cosa succederà a Giovanni, il discepolo prediletto. «E a lui, cosa succederà? Dovrà sacrificarsi
come me?»
Questo passo ci parla della gelosia. Per quale motivo Pietro
non si occupa della sua fetta di torta? Perché vuole sapere
com'è la fetta dell'altro?
Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga,
che importa a te? Tu seguimi».
Cioè: «Se do di più all'altro che a te, cosa t'impo rt a? Tu hai
fatto un contratto con me e io lo onoro. Smetti di paragonarti. Finché vivi nel paragone, non potrai godere di quello
che hai».
Cristo aveva già sollevato questo problema con la parabola
degli operai che ricevono tutti lo stesso salario benché alcuni
abbiano lavorato una giornata intera e altri solo un'ora o due.
Gli dice: «Goditi il tuo talento. Se è piccolo, rallegrati della
sua esistenza! Impara a non invidiare gli altri. Fa' il tuo lavoro!
Sviluppa la tua esperienza al di là dei paragoni!».
«Smettila di fare confronti! Con chi ti paragoni quando ti
giudichi bello, brutto, intel li gente, mediocre, piccolo ecc.?» Il
paragone impedisce di vivere. Nessuno è più buono o meno
buono di noi.
Anche Giovanni è un ingenuo. Perché si preoccupa di sapere
chi tradirà Cristo? Per caso ha posto questa domanda perché
avrebbe voluto essere lui ad assolvere quel compito? Tradire
Cristo è un onore, nella misura in cui provoca il più bel sacrificio che possa esistere.
Se non sacrifichiamo la nostra vecchia immagine, l'uomo
nuovo non potrà mai nascere. Non potremo realizzare la glorificazione del nostro essere di luce.
Nel dominio spirituale non c'è illuminazione migliore della nostra. Non vogliamo l'illuminazione o l'estasi degli altri.
L'illuminazione consiste nell'accontentarsi di quello che si ha,
nel non volere niente di più.
Finché non siamo felici per quello che abbiamo, non otterremo di più. Per sviluppare i nostri valori, bisogna riconoscerli e
investirli senza paragonarsi agli altri. Non utilizziamo ciò che
abbiamo solo perché vogliamo di più, sempre di più.
Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?».
Pietro crede di dover morire fra atroci sofferenze. Pensa
che lo legheranno con una cinghia, che lo cattureranno per
Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non
sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe
morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa
a te?».
464
465
Indice
Cristo dà il suo messaggio: «Se voglio dare l'immortalità a
uno e la mo rte all'altro, cosa t'importa? Accetta quello che ti
do! Non chiedermi quello che hanno gli altri! Lasciati possedere da me!».
E, soprattutto:
Seguimi.
3
13
Introduzione
I
Il Vangelo secondo Matteo, 13 - L'annunciazione a Giuseppe, 15 - Maria e la nascita di Gesù, 25 - La visita dei
Magi, 27
35
II
L'annunciazione della nascita di Giovanni, 35 - L'annunciazione della nascita di Gesù, 46
59
III
Maria e Giuseppe, 59 - Visita di Maria a Elisabetta, 65 - Nascita e circoncisione di Giovanni il Battista, 77 - Giovinezza
di Giovanni il Battista, 84
86 IV
Il censimento, 86 - Il sacrificio di Giuseppe, 90 - La concezione e il parto perfetto, 91
466
115
V
La visita dei pastori, 115 - Quello che Maria custodisce nel
cuore, 116 - La circoncisione, 118 - La circoncisione del
sesso, 121 - La circoncisione del cuore, 121 - La circoncisione dell'intelletto, 122 - La donna e la circoncisione,
123 - Il Cristo e la circoncisione, 125
126
VI
La Legge di Mosè, 126 - Presentazione di Gesù nel tempio,
131 - Profezia di Simeone, 138 - Profezia di Anna, 145
148
190
VII
Infanzia di Cristo, 148 - Prime parole di Gesù nel tempio,
149 - I Maestri di Cristo, 153 - La vita sessuale di Cristo,
163 - Prefigurazione di Cristo nell'Antico Testamento, 164 Vocazione profetica di Giovanni il Battista, 166 - Chiamata
di Giovanni alla conversione. Minaccia del giudizio, 173
- Battesimo con l'acqua e con il fuoco, 174 - Battesimo di
Gesù, 174 - La tentazione di Gesù, 181
VIII
Gesù si ritira in Galilea, 190 - I primi discepoli, 193 - Gesù
e le moltitudini, 196 - Il Discorso della Montagna, 197 - Le
beatitudini e i Tarocchi, 200 - La quinta essenza, 201 - Numerologia dei Tarocchi, 206 - Le beatitudini, 208 - Il sale e
la luce, 222
225 IX
Gesù e la Legge, 225 - Assassinio e riconciliazione, 226 Adulterio e scandalo, 228 - Il ripudio, 230
232 X
Il testo dettato dalla divinità, 232 - La preghiera, 233 Noi, 235
248 XI
Testimonianza di Giovanni, 248 - L'agnello di Dio, 248 - I
primi discepoli, 249 - Il primo segno: le nozze di Cana,
253
266 XII
I mercanti del tempio, 266 - La purificazione del tempio,
277 - Il fico senza frutti, 282 - La fede che non basta, 283 La conversazione con Nicodemo, 284
290
XIII
Giovanni e Gesù, 290 - Colui che viene dall'alto, 293 - La
conversazione con la samaritana, 295
315 XIV
Il secondo segno di Cana, 315 - La fede, 318 - I miracoli,
320 - Guarigione di un paralitico a Gerusalemme, 325 - Il
potere del Figlio, 333
337 XV
Ritorno dello spirito immondo, 337 - Gesù sfama una
grande folla, 341 - Gesù cammina sulle acque, 350 - Gesù,
pane di vita, 357
365 XVI
L'adultera, 365 - La guarigione di un cieco, 372
382 XVII
L'essere e l'avere, 382 - La risurrezione di Lazzaro, 390
408 XVIII
Proemio, 408 - Cristo e la Passione, 410 - Lezione di umiltà,
411 - Maria, 414 - Giuseppe, 416 - Giuda, 417 - La Passione
e la crocifissione, 418 - Sepoltura di Gesù, 429 - Le dodici
deformazioni, 434 - I due principi, 440
444 XIX
La risurrezione secondo Matteo, 444 - La risurrezione secondo Marco, 450 - La risurrezione secondo Luca, 458 - La
risurrezione secondo Giovanni, 462
Le storie narrate nei Vangeli rispecchiano /ttt#gfnz• assolute, immutabili del cuore umano. Qualcuno si
♦ appropriato dei Vangeli
per evigorirli e alterarti, ma proprio not mondo di oggi, dominato
dall'egoismo, dal materialismo, dalla ganze di calori, dobbiamo
riappropriarci di questi testi, imparare a guardarli *ea occhi scevri
da pregiudizi • restituire loro la purezza originaria e la ricchezza
sorgiva. Un compito necessario non solo per
credenti, ma per
tutti, purch• sappiano ritrovare nel "mito' evangelico il tondamente delta società, della verita, della vita emotiva: in una parola
dell'essere umano.
Queste libro ci lasagna a guardare alla Buona Novella con occhi
nuovi, e ci spiega come dalla lettura dei Vangeli possa nascere
conoscenza che arricchisce le nostre vite, cambiando il nostro
modo di vivere, muoverci, pensare, sentire, camminare, Invecchiare • morire. Per sempre.
At•hanafro ledör owraky Ntiiique, Gite: 19291 * un arlir4s pstiedrico: mariosiettista, attars, mtsio,sceneggiatore
scene
di 1uNlt8tt+, regista teatrale e ainetataaiog#aticA,
pasta, r+aisirnziera, studios* di paicoatnalisi e daaii Tarocatri. Approdate a Parigi
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Cinquanta,
sisals eurrealiatit. t'èllpÄ sta
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itirlltato it movimento artistico l'aniCO, di wanants ha girato due film cult: La 16lantirgna
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