Costruzione identitaria e migrazione. Percorsi di

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MACERATA
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE, DELLA COMUNICAZIONE
E DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI
CORSO DI DOTTORATO DI RICERCA IN
TEORIA DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE
CICLO XXV°
Costruzione identitaria e migrazione.
Percorsi di riconoscimento e di appartenenza
all'Hotel House di Porto Recanati
TUTOR
Chiar.mo Prof. Nedo Fanelli
DOTTORANDA
Dott.ssa Claudia Santoni
COORDINATORE
Chiar.mo Prof. Hans-Georg Grüning
ANNO 2013
Indice
Introduzione...............................................................................................p.4
PARTE PRIMA
IDENTITA' E RICONOSCIMENTO
1. Teorie sull'identità....................................................................................p.4
1.1 La tradizione sociologica................................................................p.6
1.1.1 Il concetto di appartenenza nell'analisi sociologica..................p.8
1.2 L'identità nelle società multiple......................................................p.12
1.2.1 La costruzione dell'identità nell'interazione sociale..................p.16
1.3 Identità e ruolo................................................................................ p.21
2. L'identità e i giovani
p.26
2.1 La crescita delle nuove generazioni
p.26
2.1.1Le seconde generazioni: riflessioni sull'identità
p.27
2.2 Percorsi identitari giovanili
p.33
2.2.1 La nozione di età adulta
p.35
2.3 La narrazione dell'identità................................................................p.37
2.3.1 Costruzione identitaria e processo narrativo..............................p.39
3. Indagare la crescita identitaria................................................................p.42
3.1 Identità e cittadinanza .....................................................................p.42
3.1.1 L'europeizzazione dei giovani...................................................p.44
3.2 Identità e luogo di appartenenza......................................................p.47
3.2.1 L'appartenenza in adolescenza...................................................p.51
3.3. Identità e genere..............................................................................p.54
2
PARTE SECONDA
MIGRAZIONE, TERRITORIO E APPARTENENZA
1. La ricerca...........................................................................................p.58
1.1 Temi strategici........................................................................p.59
1.2 La metodologia.......................................................................p.62
1.3 L'area di studio........................................................................p.65
1.3.1 La Provincia di Macerata e le Seconde Generazioni........p.66
1.3.2 La realtà dell'Hotel House di Porto Recanati.....................p.70
2. Primo percorso di ricerca all'Hotel House.......................................p.71
2.1 Finalità, soggetti coinvolti e metodologia.................................p.71
2.2 I temi emersi............................................................................. p.76
3. Secondo percorso di ricerca all'Hotel House....................................p.92
3.1 Gli obiettivi e le ipotesi.............................................................p.92
3.2 I tempi e le modalità..................................................................p.93
3.3 Il ruolo delle immagini nella ricerca..........................................p.97
3.3.1 Le foto realizzate dai ragazzi.
Riflessioni sulla quotidianità...............................................p.111
3.3.1 Le foto realizzate dalle ragazze.
Il condominio visto dall'interno........................................p.128
PARTE TERZA
PROSPETTIVE E CONSIDERAZIONI FINALI
1. Le questioni emerse
p.
1.1 Ghetto o enclave
2.1 La questione di genere
3.1 Cercare l'"altrove"
p.
p
p
Conclusioni
p.
Allegato A...................................................................................................p.135
Bibliografia................................................................................................p.141
3
Introduzione
Il presente lavoro dottorale ha per oggetto il tema della costruzione identitaria
nelle società contemporanee e si compone di una intensa attività di ricerca
empirica realizzata all'interno di una specifica area di studio, quella dell'Hotel
House di Porto Recanati.
Nel dibattito sociologico corrente costituiscono tematiche emergenti quelle
dell’identità, della soggettività, dell'appartenenza sociale, della comunicazione.
In linea con tale tendenza il lavoro di ricerca svolto propone, in particolare nella
prima parte della tesi, una ricca e articolata disamina dei concetti chiave che
oggi gli scienziati sociali utilizzano per definire la complessità delle società
odierne. Una dimensione saliente di tali analisi sociologiche sull'evoluzione e i
cambiamenti societari è di certo quella del rapporto tra i migranti e i contesti di
arrivo, con un'attenzione crescente per le dinamiche di insediamento, le reti
relazionali, i legami con i luoghi di origine, i tratti identitari.
Seguendo così i principali cambiamenti socio-culturali che hanno
accompagnato il passaggio dalla prima alla seconda modernità, viene
evidenziato come nei sistemi altamente differenziati, e sottoposti ad intensi
mutamenti, la costruzione dell’identità assuma sempre più il connotato della
precarietà e dell'ambivalenza. I percorsi di riconoscimento sia individualiche
collettivi tendono alla ricerca, all’esplorazione ealla sperimentazione, attuandosi
sempre più in termini di comunicazione e di interazione. Le forme dell'identità
appaiono costruirsi secondo un modello aperto, molteplice, flessibile.
In particolare, gli studi rivolti alla conoscenza dei percorsi di crescita e di
appartenenza delle nuove generazioni rendono riconoscibile questo dover fare i
conti con la differenza, con l'acquisizione di diversificate competenze
linguistiche e comunicative, con l'utilizzo dimolteplici risorse culturali e
comunicative. Soprattutto nel compiersi dell'età adolescenziale, fase sempre più
lunga e complessa, i giovani manifestano la tensione tra l'appartenenza familiare
edil rafforzamento dei modelli trasmessi e l'apertura al mondo esterno che
propone e racconta possibili stili di vita alternativi.
Il presente lavoro dottorale,che ha preso quindiavvio da una riflessione
teorico-concettuale sulla complessità dei nostri tempi,si è poi rivolto ad
approfondirela conoscenza dei possibili modelli di riconoscimento e di
appartenenza agenti nel mondo giovanile, in particolare,in quello delle
cosiddette seconde generazioni le quali sperimentanoquotidianamente
l'ambivalenza e la contaminazione tra sistemi culturali differenti.
L'attività empirica si è sviluppata in due momenti distinti ed è stata condotta
all'interno di uno specifico spazio residenziale che è quello dell'Hotel House di
Porto Recanati, spesso presente nelle cronache locali e che ha attirato in diverse
occasioni anche l'interesse dei media nazionali. Nella prima fase di ricerca ho
preso parte ad un'indagine denominata "Indagine conoscitiva sull'Hotel House"
promossa dalla Facoltà di Scienze Politiche e dalla Prefettura di Macerata
4
finalizzata a valutare le dinamiche demografiche e socio-economiche che questo
luogo ha assunto negli anni nel territorio maceratese. Il lavoro sulle seconde
generazioni qui residenti è stato avviato successivamente, anche per dare seguito
ad alcune riflessioni emerse a conclusione della prima indagine1 e che mi hanno
sollecitato a proseguire l'analisi adottando un approccio metodologico di tipo
qualitativo, più adatto a interpretare l'appartenenza all'Hotel House attraverso gli
sguardi, i pensieri, le sensazioni e le aspirazioni dei giovani e delle giovani che
vi abitano, lasciando per la prima volta a loro il compito di tracciare vincoli,
problemi, legami, percorsi. Un coinvolgimento che non è stato facile ottenere e
che ha richiesto da parte mia una lunga negoziazione al fine di stabilire con le
ragazze e con i ragazzi un rapporto di fiducia e di collaborazione tale da ottenere
un loro coinvolgimento diretto nell'attività di ricerca: realizzazione di interviste,
di fotografie, di registrazioni video e audio, partecipazione a focus-group,
osservazioni partecipanti. Nella seconda parte della tesi dottorale sono descritti e
presentati alcuni di questi prodotti di ricerca; è in fase invece di elaborazione un
cortometraggio che raccoglierà alcune delle immagini registrate e delle
interviste fatte ai ragazzi.
Il focus della ricerca diventano così i processi di appartenenza che le ragazze
ed i ragazzi residenti all'Hotel House sviluppano durante la loro crescita
adolescenziale. Si tratta di uno spazio abitativo in cui vivere è davvero difficile,
un contesto che si caratterizza per la pluri-appartenenza ed all'interno del quale
si genera una complessità di convivenze e uneccesso di diversità culturali
difficili da decifrare ed interpretare. A tal fine, una delle chiavi di lettura
avanzate propone la necessità di una riflessione più approfondita sul rapporto tra
luogo, paesaggio e identità all'interno delle società globali per ripensare e
valutare la presenza e la convivenza di individui e di collettività - soprattutto ad
alta presenza minorile - nei nostri ambienti di vita.
Non solo, al fine di interpretare al meglio alcune delle problematiche emerse
durate la prima attività di ricerca, questo secondo lavoro empirico tenta di
analizzare il legame tra questi giovani e l'Hotel House sia da un punto di vista
emotivo-sentimentale che funzionale. Come verrà spiegato nella terza parte della
tesi, questi sentimenti di riconoscimento ed adesione alla realtà vanno letti e
valutati necessariamente avendo presente la continua tensione che si genera in
questi adolescenti tra appartenenza ed alterità.
Il caso di studio viene così raccontato e mostrato nelle sue specificità
territoriali, paesaggistiche e demografiche e nelle sue dinamiche relazionali.
1
L'analisi e la presentazione dei dati raccolti nonché riflessioni e considerazioni sulle tematiche emerse sono
state raccolte nel volume: M. L. Zanier, N. Mattucci, C. Santoni, Luoghi di inclusione, luoghi di esclusione.
Realtà e prospettive dell'Hotel House di Porto Recanati, eum edizioni, 2011
5
PARTE PRIMA
Identità e Riconoscimento
1. Teorie sull'identità
1.1 La tradizione sociologica
Società complesse, globalizzate, plurali, sono alcuni dei termini che oggi si
adottano per spiegare una realtà ed un ordine sociale continuamente in ridefinizione. E’ con l’avvio della modernizzazione che le società occidentali
iniziano un intenso sviluppo economico-produttivo e politico-culturale: da
società feudali ad industriali, da industriali a post-industriali.
La sociologia classica individua il compiersi, attraverso questa
modernizzazione, di una prolungata differenziazione societaria, a tutti i livelli.
Le parti di un sistema sociale acquisiscono gradatamente identità distinte
rispetto alla funzione, all'attività, alla cultura, al potere e alle altre caratteristiche
socialmente significative e rilevanti (Gorge Simmel, 1982). Si rompe il modello
societario del passato e si avvia una lunga fase di mutamento: l’idea di un ordine
sociale precostituito ed immutabile si spezza definitivamente e diviene sempre
più difficile definire una cultura comune fatta di valori, idee e norme altamente
condivise. Il termine complessità sociale viene introdotto come categoria
interpretativa dell’evoluzione della società in chiave moderna: aumento delle
possibilità di sviluppo e di azione, pluralità di orientamenti culturali, di codici e
di linguaggi.
La realtà diventa complessa perché più ricca di opportunità, di alternative, di
compiti e ruoli. Un dinamismo che va a incidere enormemente sugli individui e
sulle loro scelte: appare sempre più complicato trovare una strategia chiara
nell’agire e che si basi su di un orientamento ben definito. Essere moderni indica
l’attitudine a vivere in un contesto societario in cui c’è una forte “spinta sociale
all’individualizzazione” (Beck, 1986) che comporta la difficoltà oggettiva di
dovere continuamente scegliere tra diverse opzioni di identificazione all’interno
di differenti aggregati sociali e culturali: si è più autonomi ma insieme anche
meno protetti.
Riguardo al concetto di individualizzazione proposto dal sociologo Ulrick
Beck è giusto ricordare che egli lo vede anche come percorso di affrancamento
da forme sociali tipiche della società industriale come la classe, il ceto, la
famiglia ed i grandi gruppi; anche se è lo studioso stesso a chiedersi perché,
nonostante questo cambiamento, le disuguaglianze ancora esistano nelle società.
Beck allora propone una nuova lettura: le disuguaglianze odierne non hanno più
un carattere “di classe” perché gli uomini sono sempre più chiamati a scegliere
in modo autonomo la condotta di vita, la sopravvivenza per cui le biografie di
classe si trasformano in biografie individuali, o riflessive, nel senso che
6
dipendono dalle scelte degli attori. A conferma di ciò, il posto dei vincoli
tradizionali viene preso dalle agenzie e dalle istituzioni secondarie che plasmano
la biografia dell’individuo rendendolo dipendente sempre più dalla moda, dalle
relazioni sociali, dalle congiunture economiche, dai mercati e tutto ciò avviene
in contrapposizione ad una idea di capacità di controllo che si impone nella
coscienza del singolo. Viene così esplicitata una contraddizione tipica della
società post-moderna. Tutti gli individui vivono una tensione comune che
riguarda proprio il bisogno di identificarsi con dei valori e di riconoscersi in un
gruppo di appartenenza, ma,più il singolo viene enfatizzato e più diventano
difficili tali meccanismi di riconoscimento.
Il lungo processo di modernizzazione delle società occidentali si è quindi
caratterizzato per una crescita sempre più rilevante delle differenze e delle
alternative di ruolo e l’avvento delle migrazioni, insiemealla scoperta della
dimensione globale delle società, non hanno fatto altro che rendere tale dato
come evidente. In particolare, le fasi più recenti del processo di
modernizzazione hanno accentuato le traiettorie possibili per i soggetti ed i
diversi orientamenti culturali da loro perseguibili: le forme di identificazione
appaiono per tutti gli attori sociali come instabili, transitorie, provvisorie.
Si arriva così a parlare di un altro concetto chiave della sociologia
contemporanea, quello di identità, che viene affrontato da tre principali approcci
teorici2.
Il primo è quello cosiddetto funzionalista che fa riferimento allo studioso
statunitense Talcott Parsons il quale attribuisce all'identità una funzione
determinante ai fini dell'integrazione del sistema sociale che in pratica
avverebbe attraverso l'interazione di tre sottosistemi, quello culturale, quello
sociale e quello della personalità ed è proprio a quest'ultimo che l'identità
garantisce mantenimento e stabilità. Riprendendo in parte la psicanalisi
freudiana, l'idea di base è che l'identità si formi durante la socializzazione in
conformità alle norme e ai valori dominanti rendendo gli individui
complementari e garantendo un'integrazione tra il proprio sistema interno e
quello esterno. Tale meccanismo di mediazione fa sì che anche in presenza di
una forte differenziazione sociale si mantenga stabile il modello della
personalità3. Secondo questa prospettiva quindi l'identità è pensata come un
sistema complesso dotato di un equilibrio costante tra componenti generali e
componenti interiori: l'individuo riesce così a trovare sempre un collegamento
tra sé e l'ambiente e tale coerenza si attua grazie ai processi di interiorizzazione
che permettono ad ognuno di riconoscersi.
2
Così almeno viene spiegato il rapporto tra identità e tradizione sociologica dalla studiosa Assunta Viteritti nel
suo libro "Identità e Competenze. Soggettività e professionalità nella vita sociale contemporanea".
3
In effetti nella tradizione funzionalista l'identità matura di un individuo viene pensata come stabile, coerente
con i sistemi di significato interiorizzati e quindi poco modificabile. Com'è ovvio, tale prospettiva appare meno
efficace man mano che nel dibattito sociologico contemporaneo si affacciano nuove ipotesi circa una scarsa
stabilità fra il sistema e le sue componenti interne.
7
E' all'interno di questa dimensione conoscitiva che prende avvio il secondo
approccio teorico sul concetto di identità e che fa riferimento alla corrente
dell'interazionismo simbolico, o anche detta, della fenomenologia sociale. La
teoria dell'integrazione funzionale viene valutata criticamente e l'attenzione si
sposta verso i processi di interazione e di differenziazione sociale. In sintesi, si
pone la questione di un aumento significativo della complessità all'interno dei
sistemi di riferimento in cui si formano le identità; ciò per un maggiore bisogno
di realizzazione degli individui alimentato dalle nuove e diversificate
opportunità.
L'identità si costruisce nell'interazione con gli altri, infatti, attraverso di essa si
produce un processo di comunicazione simbolica che influenza la capacità di
guardare a se stessi sia dal punto di vista dell'altro che dal punto di vista del sé4.
Essa non è più finita e stabile ma rappresenta un esito sempre incompiuto in cui
conta di certo il processo di interiorizzazione delle norme e dei valori ma anche
quello di costruzione simbolica collettiva dei mondi cognitivi di riferimento.
La terza prospettiva è invece quella riferibile ai più recenti contributi che
hanno condotto, pur con orientamenti diversi (Habermas, Giddens, Taylor,
Touraine), a pensare alla formazione dell'identità come a un processo orientato
sulla base di significati costruiti soggettivamente, e che si compie all'interno di
relazioni significative. Il dualismo tra sistema e attori sociali non è visto come
una contrapposizione ma come "dialogicità" per cui le due componenti sono in
relazione continua. L'identità allora cerca di costruirsi lungo un processo di
intesa tra soggetti capaci di attribuire senso, significato all'azione sociale grazie
all'agire comunicativo: la comunicazione diviene così nei contesti sociali un
processo di comprensione.
Volendo arrivare all'attualità di tale dibattito, possiamo dire che la questione
di fondo diviene sempre più il ragionare intorno al dilemma tra un'identità che si
forma tutta interna al soggetto e una che viene giocata totalmente
nell'interazione e nel rispecchiamento con l'altro5. La risposta a questo quesito in
realtà prevede l'assunzione di una visione meno polarizzata della formazione
dell'identità che rimanda all'ipotesi di una possibile crisi della modernità.
Rispetto così ai radicali processi di modernizzazione innescatosi con lo sviluppo
del mercato, e dei consumi, si ipotizza la possibilità che i soggetti riescano ad
attivare meccanismi di riflessività per non soccombere ad un'integrazione
globale forzata. Si possono così scorgere e identificare nella società di oggi
spinte verso la soggettivizzazione dei significati, verso percorsi di autenticità e
di produzione di possibilità culturali ed etiche che partano anche dai soggetti.
Nella generale perdita di significati condivisi e universali, il singolo cerca quindi
4
Sarà in particolare il sociologo Erving Goffman a sviluppare la prospettiva della pluralità di mondi in cui vive
l'individuo e a teorizzare il modello drammaturgico dell' identità proprio in riferimento al fatto che gli individui
giocano più ruoli e usano più maschere.
5
Significativo rispetto a tale dibattito è il libro di D'Agostini Analitici e complementari. Guida alla filosofia
degli ultimi trent'anni.
8
di sperimentare percorsi individuali che lo portino a divenire soggetto, si
candida a rendere visibile la propria singolarità.
Può essere utile allora, per chiudere questo quadro sulle teorie sociologiche,
tracciare il modello di identità che lo studioso Claude Dubar (2000) ipotizza
cercando di andare oltre la visione di una crisi della modernità. L'autore infatti
riesce in modo efficace a descrivere la cornice all'interno della quale soggettività
e collettività trovano un campo di relazione. Le identità si formerebbero allora
grazie alle possibili combinazioni tra la dimensione del Noi e quella dell'Io. Con
la nascita delle società moderne emerge dapprima un Noi di tipo comunitario
che domina un Io assoggettato nello spazio e nelle regole. La successiva
civilizzazione porta alla formazione di un Noi societario e di un Io sempre più
capace di autocontrollo. Appare poi una terza forma identitaria biografica che è
quella relazionale per sé ed infine un quarta che cerca di identificarsi con la
propria storia, un Io narrativo. Sull'importanza che assume oggi questa
dimensione narrativa tornerò più avanti.
Da quanto finora esposto appare chiaro che il concetto di identità in
sociologia è collegato strettamente a quello di complessità. Gli studiosi si
interrogano su come essa possa formarsi e la risposta più significativa appare
quella di riconoscerne la frammentarietà ed il suo non essere più pensabile
come un'entità definita “a priori”, immodificabile.
Questa lettura riconduce a un tema da sempre centrale nel dibattito
sociologico e che riguarda appunto il rapporto problematico tra l’aumento della
complessità sociale a livello di sistema (analisi macro) e quello a livello di scelta
dell’attore sociale (analisi micro). Un dualismo che è utile ricordare ha tentato di
superare il sociologo Nicklas Luhmann (1985) attraverso la teorizzazione di un
sistema sociale autoreferenziale, autonomo ed insieme interdipendente6. Egli
affronta la polarizzazione classica tra individuale e collettivo attraverso un
approccio sistemico proponendo che quando si ha una pluralità di
interpenetrazioni occorre utilizzare il concetto di senso che è categoria
extrasistemica ed autoreferenziale. A livello macro non c’è ricomposizione tra
individuo e società poichè essi rimangono due sistemi autoreferenziali, due
diversi “punti di vista del mondo”.
Per concludere, il passaggio dalla modernità all’epoca contemporanea ha reso
sempre più centrale la dimensione dell’identità: i processi di globalizzazione
tendono ad incidere non solo sull’assetto societario ma anche sulle biografie
individuali che si mostrano sempre meno chiare e definite.
Un esempio appropriato in tal senso è proprio quello delle nuove generazioni
che vivono una crescita psico-sociale che si compie sempre di più per tappe
esistenziali poco lineari. La tendenza prevalente è quella del procrastinare tutti i
6
Nella tradizionale sociologica il contributo di Niklas Luhumann (1983) è quello che sgancia l'identità dalla
capacità del soggetto e dalla consapevolezza dei singoli incentrando tutta la questione sul concetto di
autoreferenzialità. L'identità così diventa senza attore, non è governata da intenzionalità consapevoli ma è data
da tutte le operazioni selettive che il sistema stabilisce rispetto alle molte possibilità offerte dal proprio ambiente;
non è quindi un'entità individuale ma di sistema.
9
passaggi decisionali che conducono all'adultità: finire gli studi, lavorare, unirsi
in famiglia, rendersi autonomi e così via. Problema centrale diviene la capacità
di orientarsi tra la molteplicità di stimoli esterni riuscendo a trovare rispetto a
ciò un'unità biografica.
1.1.1 Il concetto di appartenenza nell'analisi sociologica
In questo breve paragrafo si tenterà di indagare e presentare il concetto di
appartenenza nelle sue più interessanti implicazioni teoriche, infatti, anche se
esso può apparire un termine di immediata e chiara comprensione si connette ad
altri termini-chiave oggi molto importanti come quello di cultura, comunità e
soprattutto quello di identità, qui tema generale di ricerca. Per questo motivo
può risultare utile affrontare la delicata questione del rapporto,
dell'interrelazione tra il concetto di identità e quello di appartenenza; almeno
così come esso emerge dalle elaborazioni teoriche di alcuni importanti sociologi
contemporanei. Per facilitarne la lettura il concetto di appartenenza verrà
esplicitato collegandolo a tre specifici ambiti di analisi: il sistema sociale, il
sistema culturale ed infine la socializzazione.
Inizio dall'analisi del rapporto tra appartenenza e sistema sociale.
Lo studioso che ha meglio specificato questo legame è Talcott Parsons che
nel suo testo principale, Il sistema sociale (1951), indica in modo chiaro che lo
status appunto di appartenenza fa si che ogni attore sociale, nello svolgimento
dei suoi diversi ruoli, si trovi necessariamente in una condizione di attaccamento
con la collettività. Quest'ultima infatti, ed è significativo ricordarlo, rappresenta
nella teorizzazione parsonsiana una delle quattro componenti strutturali del
sistema sociale ed esprime in pratica la solidarietà che si instaura tra gli attori
reciprocamente orientati in vista di valori comuni e che si assumono la
responsabilità nei riguardi dell'adempimento delle cosiddette "obbligazioni" di
ruolo. In pratica, la sopravvivenza della collettività viene garantita
dall'attaccamento dei singoli attori sociali ai valori comuni della collettività
stessa; per appartenere ad essa occorre condividerne i valori. All'opposto, ogni
azione sociale rivolta al perseguimento di interessi specifici e di scopi personali
genera la non appartenenza.
Per Parsons quindi la questione dell'appartenenza sociale rappresenta una
delle tematiche centrali della teoria sociologica in quanto riguarda le relazioni di
interpenetrazione fra il sistema sociale e quello della personalità. Secondo lo
studioso, qualsiasi ruolo sia di tipo espressivo che strumentale occupato da
singoli soggetti, implica l'appartenenza ad almeno una forma collettiva. La
relazione che si viene così a creare tra l'individuo e la collettività ha bisogno di
un meccanismo di attaccamento simbolicamente organizzato in modo tale che
ego ed alter interagiscano in base ad un modello culturale condiviso. Questa
prospettiva presuppone un carattere di conformità tra le azioni della personalità
10
e l'insieme delle obbligazioni istituzionalizzate connesse alle aspettative di
ruolo, per questo motivo, l'attore sociale deve conformarsi agli obblighi presenti
nella collettività di cui è membro altrimenti rischia di incorrere in sanzioni
negative. Una visione questa che si avvicina a quella durkeimiana circa la
necessità di una costrizione morale che controlli il comportamento e l'azione
dell'attore.
Non ci si può comportare diversamente da ciò che è richiesto dai modelli di
obbligazioni di ruolo: è solo da tale conformità che secondo Parsons si può
definire l'appartenenza perché non basta una dichiarazione soggettiva né uno
stato di "coscienza". Come diversi critici hanno fatto notare, tale prospettiva è
radicalmente diversa da quella di studiosi come George Simmel o Max Weber in
cui l'antagonismo ed il conflitto non sono empiricamente incompatibili con lo
status di appartenenza, rispettivamente alla comunità ed al gruppo. Lo schema
concettuale integrazionista invece espunge in senso analitico dallo status di
appartenenza qualsiasi altra condizione che non presupponga la solidarietà del
sistema di interazione di cui si è parte.
Il secondo livello di analisi del concetto di appartenenza invece è quello che
lo mette in relazione con il sistema culturale. Partendo ancora dalla prospettiva
"integrazionista" parsonsiana la cultura viene sinteticamente definita come un
insieme di simboli generalizzati comune a qualsiasi sistema di interazione e a
coloro che vi prendono parte. Tale sottosistema assolve l'importante funzione di
mantenere il simbolismo all'interno del più generale sistema di azione. I simboli
sono organizzati nei termini del valore che assumono per gli attori coinvolti nel
processo di interazione sociale e sono dei veri e propri modelli di orientamento
che condizionano e formano la struttura del sistema sociale cheinsieme a quello
della personalità, come sopra già accennato, esistono in quanto costituiti di
valori istituzionalizzati (il primo) e interiorizzati (il secondo).
Viene così proposto un modello di società che sia nella sua forma più
semplice che in quella funzionalmente e strutturalmente più complessa si fonda
sulla base di uno schema di riferimento simbolico, valutativo e morale. Dentro
questa visione integrazionista occorre però specificare che non vi è una
coincidenza esatta tra il sistema dei valori di una determinata società e quello
culturale nel suo complesso in quanto ci può essere una differenza importante tra
i valori che costituiscono gli elementi di connessione tra culturale e sociale e le
norme, proprie solo di quello sociale in quanto assumono e regolano processi e
relazioni che sono interne all'organizzazione stessa.
Tornando al tema più generale del legame tra l'appartenenza sociale ed il
sistema culturale, questa è identificabile attraverso una lettura attenta del tipo
particolare di simbolismo espressivo che viene a crearsi in riferimento alla
collettività. Vi può essere infatti una appartenenza di soggetti individuali che è
riferibile soltanto a particolari raggruppamenti, a gruppi circoscritti, ed una
invece che riguarda la collettività nel suo complesso e che ha a che a fare con i
differenti status sociali esistenti.
11
Si pone così a questo livello di analisi la questione della interiorizzazione dei
modelli di valore, processo parallelamente importante rispetto a quello sopra
descritto della istituzionalizzazione e che designa come attraverso il sistema
sociale si instauri una relazione di interpenetrazione tra la cultura e la
personalità. La socializzazione, argomento che tratterò in modo più approfondito
nelle pagine seguenti, può essere indicata come il processo attraverso il quale i
valori vengono interiorizzati nella personalità e tutto ciò è reso possibile dal
fatto che la cultura come abbiamo evidenziato è appunto un sistema di simboli.
Al processo di socializzazione, che oggi come ben sappiamo è permanente ed
accompagna tutta la nostra vita, sono stati dedicati tanti importanti scritti da
parte di numerosi scienziati sociali ma è a Talcott Parsons che dobbiamo la
teorizzazione della sua divisione in fasi e del legame di tali passaggi con la
strutturazione motivazionale della personalità individuale ai fini dell'assunzione
dei ruoli sociali istituzionalizzati; per questo motivo mi rifarò ancora in queste
righe a tale autore.
Ripercorrendo lo schema delle diverse tappe di sviluppo della personalità, e
quindi del processo di socializzazione, ci si accorge che quest'ultimo può essere
appunto considerato come un processo di acquisizione progressiva dello status
di appartenenza, prima alla famiglia come agenzia primaria fino ad arrivare alla
società nel suo complesso. In sintesi, la prospettiva funzionalista individua
almeno quattro fasi di socializzazione: la prima (orale che dura fino all'anno e
mezzo di vita) serve a instaurare il modello di identificazione nella forma più
semplice di collettività che è il legame madre-bambino; la seconda (anale e che
dura fino ai tre anni) pone in una interazione sociale e reciproca la madre ed il
bambino; la terza (di latenza e che va dai quattro ai cinque anni) serve ad
innescare il meccanismo della interiorizzazione fino ad assumere l'appartenenza
alla collettività familiare mentre la quarta fase, quella della maturità, avvia il
processo di adattamento alla comunità fino a generare una appartenenza piena
alla collettività, pur attuandosi comunque attraverso complicate crisi di crescita.
Su questo aspetto tornerò più avanti.
Da un punto di vista quindi strettamente sociologico la socializzazione è un
processo di apprendimento di ruoli, governati da valori e norme, che avviene
all'interno di collettività sociali che vengono chiamate agenzie (la famiglia, il
gruppo dei coetanei, la scuola, la comunità). L'aspetto in effetti più interessante
di queste agenzie è che esse svolgono funzioni peculiari e specifiche all'interno
della società; è per questo che possono essere considerate come dei sottosistemi
sociali. Punto cruciale di questa prospettiva, che ci riconduce direttamente al
tema dell'appartenenza, è che attraverso tale processo di socializzazione avviene
una interiorizzazione nella personalità di relazioni di ruolo: il singolo infatti è
impegnato dalla nascita in un meccanismo che dapprima è solo di
identificazione (infanzia) e poi di progressiva e crescente interiorizzazione degli
oggetti sociali (dall’adolescenza alla adultità). Per questo, tale processo è stato
qui già indicato come un'acquisizione progressiva di appartenenza a collettività
12
sempre più ampie, dalla più semplice che è la famiglia, al gruppo dei pari, alla
comunità, fino se vogliamo alla società stessa entrando così nell'interessante
dimensione della cittadinanza.
Va da sé che l'identità, sottosistema della personalità, si può costituire perché
si innesca questo meccanismo di interiorizzazione, fatto di successive
identificazioni ed investimenti oggettuali, che è governato e reso possibile dalla
volontà di azione del singolo. L'unicità di tale identità personale è data dalla
irripetibilità che ogni singola personalità ha nei confronti di ogni altra, pur
formandosi grazie alla funzione dell'appartenenza sociale a collettività di
riferimento dipendenti dai modelli di valore in esse istituzionalizzati. L'identità è
sempre appresa attraverso l'esperienza, attraverso l'interazione con il proprio
ambiente essendo l'esito appunto di una interiorizzazione nella personalità di
criteri, standard culturali che permettono di simbolizzare i significati individuali
rispetto ai comportamenti. Non dimentichiamo infatti che lo status
dell'appartenenza presuppone l'esistenza di un complesso simbolico-culturale
che entra in relazione sia con il sistema sociale che con quello della personalità
attraverso il sottosistema dei modelli di valore.
Prima di chiudere questa analisi del concetto di appartenenza può essere utile
presentare alcuni punti critici, di discussione che le riflessioni qui proposte
inevitabilmente sollevano e che possono servire da traccia per la delineazione
dello strumento di rilevazione da utilizzare nella ricerca applicata.
Come si è in parte specificato, l'intento di questo lavoro dottorale è di
indagare come si costruisce, partendo da come essa si presenta, l'appartenenza
identitaria delle nuove generazioni nelle odierne società, considerando il tema
più ampio della pluralità culturale in queste presenti e del dominio della
dimensione comunicativa nei processi relazionali. Tenendo quindi a mente
almeno queste linee di indirizzo generale dell'ipotesi di ricerca può essere utile
fin da subito porsi alcune raccomandazioni teoriche-metodologiche.
Il modello di sistema sociale che abbiamo qui utilizzato per affrontare
l'appartenenza, e nelle pagine preliminari di questo scritto per descrivere la
complessità delle società di oggi, pone alcune questioni chiave.
L'identità si forma e si caratterizza in stretto legame con l'appartenenza
sociale a collettività di varie dimensioni in cui ogni individuo vive e fa
esperienza, perciò è giusto ritenere centrale e determinante ai fini della
costituzione della cultura e della personalità le interazioni sociali. Partendo
quindi da questa prospettiva teorico-analitica, propria dell'interazionismo
simbolico, può essere interessante entrare in modo empirico all'interno dei
meccanismi di crescita individuale. Per esempio capire quali modelli di valore si
siano interiorizzati nei giovani lungo le fasi della socializzazione al fine della
costruzione della loro personalità avendo presente il legame che quelli a
carattere più normativo hanno con il sistema sociale nel suo insieme e quelli
invece valoriali con quello culturale.
13
Tale interiorizzazione dovrebbe presupporre sempre una consapevolezza, cioè
una conoscenza dei valori, nonché, un impegno di ruolo alla loro realizzazione
che sarebbe interessante indagare. Ancora, una questione che rimane centrale in
ogni modello sociologico di analisi della società è come entri, si strutturi e dove
si posizioni la devianza o più semplicemente la non conformità ai valori
dominanti. Gli interrogativi potrebbero essere: il rifiuto anche motivato di
alcune norme, valori comporta automaticamente la perdita di uno stato di
appartenenza? Quanto spazio ha la non conformità nella società di oggi?
Queste ultime riflessioni riconducono alla questione della socializzazione e
della crisi adolescenziale che segna appunto la fase di transizione, di passaggio
del singolo dall'universo culturale e sociale delle agenzie primarie a quello dato
dalla società nel suo complesso. Tale percorso di crescita purtroppo si compie
con difficoltà e la maturità intesa come completa appartenenza sociale alla
comunità adulta arriva sempre più tardi. Questo è anche il motivo per cui gli
studiosi oggi parlano di un processo di socializzazione che aldilà delle sue
classiche fasi identificative, utili come schema concettuale di riferimento,
accompagna tutta la vita degli individui, mettendosi in atto quando ci
impegniamo a svolgere nuovi ruoli sociali e sperimentiamo competenze
specifiche: discorso che appare chiaro se si pensa alla lunga e difficile
socializzazione al lavoro.
Ogni volta che avviene una modificazione nell'ambiente in cui siamo inseriti
occorre socializzarsi alla nuova situazione; queste continue sollecitazioni al
cambiamento che l'individuo riceve nella vita quotidiana sono una conseguenza
del modello di complessità su cui si basano le società contemporanee ed è
proprio nei confronti dei giovani, degli adolescenti per primi, che si avverte
spesso il rischio che essi siano destinatari di molteplici e diversificati messaggi
che invadono di continuo l'ambiente sociale in cui sono inseriti.
Le riflessioni compiute finora indicano un punto chiave della ricerca:
l'identità si costruisce durante tutto l'arco della vita, avviene con la
socializzazione che determina la nostra appartenenza sociale ed è, senza alcun
dubbio, la separazione dai modelli di valore familiari e di piccola comunità e l'a
acquisizione di quelli societari ad essere sociologicamente interessante. Per
questo verranno indagate alcune caratteristiche identitarie di giovani minorenni
che usciti dalla preadolescenza stanno cercando di divenire adulti.
1.2 L'identità nelle società multiple
Come già evidenziato, il processo di modernizzazione si è caratterizzato per
l’introduzione nella vita sociale della differenziazione sociale, culturale e
politica (Besozzi, 1999).
Le opzioni culturali si sono moltiplicate insieme ad un rilevante aumento
dellamobilità geografica che ha di certo accentuato la percezione delle diversità
14
complicando i nostri meccanismi di riconoscimento. Semplicemente, l’altro non
è più altrove e ciò ha reso più difficile ogni azione sia di integrazione che di
scelta identitaria. I conflitti, le tensioni sociali, i cambiamenti non rimangono più
legati a un territorio circoscritto, a uno spazio, ma divengono comuni a più
individui appartenenti a contesti di vita diversi. La realtà contemporanea è
venuta caratterizzandosi per una intensa eterogeneità culturale: aumenta la
circolazione delle persone e con queste delle culture, delle idee, dei costumi,
delle abitudini.
In tutte le società a pluralismo culturale si incrociano i modelli di vita come
anche gli stili di pensiero, generando un mescolamento aperto e dinamico che
rende più difficile, per ogni cultura che si riferisca a più nazioni, proporsi come
quella dominante (a partire da quella occidentale). Le migrazioni sono crescenti
- per uno squilibro di risorse mai risolto a livello globale - e sfidano
costantemente le barriere e le regole, sia fisiche che culturali, che i paesi
riceventi fissano per arginare i flussi. E’ in atto infatti una politicizzazione del
fenomeno migratorio che si concretizza proprio in un intensificarsi delle misure
di regolamentazione nei paesi d’arrivo attraverso politiche sempre più restrittive
in materia di circolazione delle persone.
Di recente, diversi studiosi hanno introdotto il concetto di transnazionalismo
proprio per spiegare in modo più efficace il migrare nelle società occidentali.
All’interno di una realtà sociale sempre più mobile e mutevole i trasmigranti
diventano attori dinamici che riescono a mantenere dentro lontani confini un
ampio arco di relazioni sociali. Questa fisionomia transnazionale delle
migrazioni ha messo in risalto l’importanza, ai fini di una integrazione che non
sia mera assimilazione culturale, del mantenimento dei rapporti con i luoghi di
origine: nelle società riceventi gli immigrati in modo selettivo, scegliendo,
riproducono pratiche sociali che richiamano alla provenienza.
L’esperienza migratoria non deve divenire una sperimentazione di privazione,
di sradicamento o di smarrimento cognitivo, soprattutto per i giovani. Le
seconde generazioni sono l’esempio più interessante di come nei contesti
d’arrivo si sviluppino processi assimilativi, anche in modo inconsapevole.
Secondo gli studiosi le possibilità per questi giovani sono: chiudersi all’interno
di una propria cultura identitaria oppositiva a quella autoctona in difesa del
modello cdi appartenenza sociale; subire una passiva acculturazione che può
condurre ad una “integrazione illusoria”, oppure, costruirsi una identità capace
di gestire i riferimenti tradizionali, originari per poi spenderli e mediarli nel
nuovo contesto di inserimento. E’ chiaro che questa ultima traiettoria si presenta
come la più difficile da realizzare (Ambrosini, 2005).
Può essere utile a questo punto riepilogare le principali trasformazioni
avvenute nelle società moderne e che hanno stimolato lo sviluppo di analisi e
discussioni di carattere sia sociologico che filosofico intorno al concetto di
identità.
15
Per primo poniamo il processo di differenziazione sociale avvenuto sia a
livello di struttura (Parsons, 1977) che di funzione (Luhmann, 1997) ed in
conseguenza del quale mutamenti profondi si sono sviluppati all'interno delle
forme sia culturali che relazionali del vivere: ogni individuo può appartenere a
più sottosistemi sociali e così assumere ruoli spesso contrastanti. Annullate le
vecchie gerarchie di sistema, tipiche delle società del passato, si innescano nuovi
meccanismi di stratificazione sociale che impongono una diversa analisi dei
processi di sviluppo delle società capace di tenere presente i rischi di esclusione
e di emarginazione degli attori sociali dalla partecipazione attiva alla società.
Il secondo elemento che ha condizionato lo sviluppo delle società moderne è
la cosiddetta globalizzazione, concetto con cui si è soliti indicare l'accelerazione
dei tempi di accadimento dei fenomeni, nonché, l'ampia diffusione delle
interazioni tra soggetti appartenenti a realtà distanti grazie allo sviluppo ed
all’utilizzo delle nuove tecnologie dell'informazione. Tale fenomeno si presenta
come un processo dagli esiti spesso contrastanti per squilibri e disuguaglianze
prodotte, motivo per cui occorre tener conto di quel legame creatosi tra
globalizzazione e immigrazione e che richiama l'emergere nelle attuali società di
nuovi dualismi come quelli di inclusione/esclusione, cittadino/non-cittadino,
sistema aperto/sistema chiuso, particolarismo/universalismo (Berti, 2000).
Da un punto di vista teorico-politico sono giunti alla ribalta concetti nuovi
come quello di muliculturalismo, differenza, appartenenza. La cultura oggi non
può più essere considerata come il risultato di un processo di riconoscimento
immediato del singolo a un sistema di valori e significati omogenei: la stessa
prospettiva multiculturalista presenta diversi punti di debolezza. In particolare,
mi riferisco al pericolo che comporta un eccessivo ripiegamento degli individui
in forme identitarie comunitarie, di gruppo, familistiche nella difesa estrema
delle differenze. Si ripropone così un dilemma più generale che è alla base del
vivere nelle nostre società: riconoscersi all'interno di una identità culturale
astratta, sovranazionale, ed insieme sentire l'importanza di avere una propria
dimensione identitaria che faccia riferimento al particolare, allo specifico, senza
doversi per questo sentire come dei "traditori". Affrontare questo dubbio vuol
dire riflettere su cosa significhi oggi promuovere integrazione sociale e
soprattutto capire entro quale spazio di appartenenza essa debba compiersi. La
discussione ora porterebbe lontano, dentro elaborazioni teoriche di carattere più
antropologico in cui si affronti la proposta di concepire le identità come multiple
e plurali introducendo una dimensione "etnica" all'interno del tema della
costruzione identitaria delle nuove generazioni. Rimane invece giusto e corretto
evidenziare che una decisa apertura delle società al molteplice, al plurale può
evitare lo sviluppo di forme di appartenenza identitaria orientate solo al
particolarismo e per questo protese a sviluppare una visione etnocentrica del
rapporto tra differenti mondi culturali.
La riflessione più significativa avanzata in tal senso dalle scienze sociali è
quella dello studioso Shmuel Eisenstadt (1997) il quale propone proprio l'idea di
16
modernità multipla partendo dall'analisi che fa di alcuni fenomeni tipici della
modernizzazione. Si sono indebolite le definizioni rigide e omogenee dei
modelli di vita e dei confini tra le famiglie e le comunità; si è accentuata la
tendenza alla dissoluzione di gran parte dei ruoli principali (occupazionali,
familiari, sociali) e molti di essi sono in ridefinizione (soprattutto nel mondo del
lavoro); le istituzioni sono passate attraverso rilevanti trasformazioni. Da questa
prospettiva la modernità appare come multipla, come una continua possibilità di
scelta del soggetto all'interno di una crescente diversificazione del processo di
formazione degli strati sociali e delle sfere professionali.
A questo punto della trattazione appare direi inevitabile richiamare l'efficace
definizione di modernità di Zygmunt Bauman il quale, dividendola tra solida
(fasi dei ceti sociali, della colonizzazione di spazio e tempo, della distruzione
creativa) e liquida (incapacità di fermarsi per un tempo che prende il
sopravvento sullo spazio) così la descrive: "La modernità sostituisce
l'eteronomica determinazione della condizione sociale con una compulsiva ed
obbligatoria autodeterminazione" (Bauman, Modernità liquida, pag.23). Nelle
società occidentali contemporanee l'identità allora si pone insieme come
problema e come compito: nata dalla crisi dei sistemi di appartenenza e
d'inclusione essa diviene qualcosa che è necessario costruire tra opzioni
alternative al fine di rispondere alla domanda: "chi sono io?". L'identità diventa
un compito ancora non realizzato: gli individui persi i loro riferimenti, gli
ancoraggi sociali tipici del modello dello Stato-Nazione, cercano un "noi" in cui
entrare e di cui fare parte ed è sulla spinta di questa esigenza che si forma oggi
una nuova gerarchia globale. Alcuni, i più fortunati, possono comporre e
decomporre le loro identità a piacimento attingendo dalle immense offerte del
pianeta mentre altri, che devono subire imposizioni e condizionamenti, non
possono decidere le proprie preferenze ed a volte viene negato loro addirittura il
diritto di rivendicare un'identità distinta.
"Definire l'identità come un compito e lo scopo dell'impegno di tutta una vita
era, se paragonato all'attribuzione automatica a un ceto dell'era premoderna, un
atto di liberazione: una liberazione dall'inerzia delle strade tradizionali, delle
autorità immobili, delle routines preordinate e delle verità incontestabili"
(Bauman, Intervista sull'identità, pag. 58)
Queste riflessioni riconducono quindi all'ipotesi iniziale di questo scritto,
cioè, alla necessità di partire dagli elementi caratterizzanti lo sviluppo delle
società in chiave moderna - aumento delle differenze, nuova mobilità
geografica, pluralismo linguistico-culturale - al fine di decifrare i fattori sempre
più determinanti nella formazione delle identità da un punto di vista sia
personale che sociale. Questa necessaria attenzione alla dinamica del rapporto
tra individuale e sociale, esterno e interno incanala questo lavoro di analisi
all'interno di uno specifico ambito di ricerca della sociologia contemporanea di
cui darò conto nelle pagini seguenti.
17
1.2.1 La costruzione dell'identità nell'interazione sociale
Voglio da subito mettere in evidenza la centralità che ha assunto il concetto di
identità all'interno della corrente sociologica dell'interazionismo simbolico:
come e perché se ne parla, in quale prospettiva viene studiata e soprattutto
l'utilità che oggi può avere la ripresa di questa visione nella sociologia.
Mi sembra importante in primis ricordare che la sociologia moderna (da
Durkeim, Weber, Simmel) nel fondare una teoria dell'ordine sociale si è
interrogata spesso sul dualismo individuo-società, dualismo che nel tempo poi
diversi autori, tra cui gli interazionisti simbolici, hanno cercato di risolvere e di
"mediare" ricorrendo al concetto appunto di identità. Per questi studiosi diviene
infatti sempre più rilevante comprendere come sia possibile per gli individui
costruire meccanismi di riconoscimento, forme di appartenenza di gruppo o di
comunità a seguito dell'avvio e dello sviluppo di una prolungata differenziazione
societaria - già approfondita in questo scritto - che rompe definitivamente l'idea
di un ordine sociale immutabile e prestabilito.
Tale nuovo dinamismo, come si è avuto modo di specificare, va ad incidere
non solo sul sistema (moltiplicazione dei ruoli sociali) ma anche sugli individui
e sulle loro scelte: appare sempre più complicato trovare una strategia chiara
nell’agire, basata su un orientamento ben definito di fronte a "mondi" spesso in
conflitto. Su questo legame problematico tra l'aumento della complessità sociale
a livello di sistema (analisi macro) e quello a livello di scelta dell'attore sociale
(analisi micro) si interrogano diversi autori. Georg Simmel ad esempio pone il
problema nei termini di "doppia contingenza" (esistere per sè e per l'altro )
mentre Talcott Parsons crede in un'azione sempre orientata normativamente
proponendo quindi un modello della socializzazione cosiddetto
"integrazionista". Tra i sociologi più contemporanei possiamo invece ricordare
ancora Ulrick Beck per il quale essere moderni indica l’attitudine a vivere in un
contesto societario con una forte “spinta sociale all’individualizzazione”.
L' interazionismo simbolico ha avuto il merito di sollevare un nuovo interesse
dentro la sociologia per i processi di formazione dell'identità individuale e
collettiva nel corso dell'interazione. E' così che i processi sociali interazionali
diventano ambiti specifici di ricerca, sia teorica che empirica, mentre viene
lasciato in secondo piano il livello più generale di analisi della struttura sociale,
caro invece al funzionalismo soprattutto di stampo parsonsiano. Gli
interazionisti sostengono quindi che il processo di costruzione della identità da
parte dell'attore non può essere che sociale; questa infatti si trasforma ed assume
forme molteplici all'interno dei quotidiani contesti di interazione. Si tratta di una
formazione, trasformazione e manipolazione continua.
E' in questo riconoscimento della complessità, dell'instabilità che a mio
avviso risiede il contributo più interessante in chiave contemporanea che questo
filone teorico può fornire alla lettura del dualismo indiviudo-società, ancora
centrale nella prospettiva sociologica. Condizione infatti caratterizzante la nostra
18
società è quella della multiculturalità, o pluralismo culturale, in essa presente:
una molteplicità di culture che coesistono all'interno di una comune collettività
nazionale e che continuano ad avere un ampio sviluppo a seguito dei processi
migratori e della globalizzazione. Diviene perciò sempre più importante
interrogarsi sul rapporto tra il singolo e la collettività di appartenenza, sul
riconoscimento e la condivisione di un determinato patrimonio simbolicoculturale, sulla varietà di ruoli che ciascuno può svolgere rispetto alla posizione
sociale dominante. In sintesi, potremmo dire che risulta di grande interesse
leggere ed interpretare la propensione, l'orientamento individuale al pluralismo
culturale all'interno di contesti relazionali quotidiani che non sono più fissi ma
tendono al mutamento.
L'identità quindi diviene un "problema" da affrontare nella riflessione
sociologica quando appare chiaro che l'individuo si muove ed agisce in un
ambiente sociale incerto, differenziato, dove non è più così immediato il
collocarsi all'interno di un sistema stabile di valori e simboli condivisi dai più.
Volendo tracciare qualche tappa esplicativa è all'incirca dagli anni Ottanta che
riprende fervore il tema della dicotomia tra micro e macro ed acquista nel tempo
uno spazio di riconoscimento il paradigma della comunicazione, indispensabile
per comprendere il cammino intrapreso da discipline come la fenomenologia e
l'interazionismo simbolico. La comunicazione diviene infatti una nuova e
fondamentale dimensione attraverso la quale conoscere i processi sociali,
ponendo al centro dell'interesse conoscitivo la capacità di negoziare, di mediare
dell'individuo all'interno di ambiti relazionali ad alta variabilità culturale. Come
già specificato, nei contesti societari caratterizzati da intensi mutamenti, tipici
delle società globali, ogni percorso del singolo assume spesso i connotati della
ricerca, dell'opzione che si attua nell'interazione stessa.
Come la critica ha evidenziato in anni recenti è al cosiddetto primo
interazionismo che dobbiamo la ri-concettualizzazione del rapporto individuosocietà e la definizione dei primi concetti chiave di questo filone teorico, cioè,
quelli di gruppo e di interazione. Quest'ultimo, che secondo Goffman nella sua
formula faccia-a-faccia rappresenta una vera e propria "sub-area di studio della
sociologia", diviene centrale ai fini della comprensione del comportamento
umano. In uno dei suoi libri più significativi, "Il rituale dell'interazione", questo
studioso spiega in modo chiaro come egli voglia occuparsi di una sociologia
"nuova" che pur tenendo come tema centrale quello dell'organizzazione sociale
si addentri nel campo delle interazioni sociali, di quei momenti di incontro tra
persone, di tipo immediato o costruito, in cui ci si mette in relazione con gli altri,
stabilendo così un contatto sociale che riporta e mette in comunicazione con
l'intera società.
Questa disposizione all'entrare in relazione, agevolata da un precoce processo
di socializzazione a cui ognuno di noi partecipa nella sua crescita come io
sociale, è visibile in quello che Goffman definisce "il gioco di faccia" che scatta
con l'interazione verbale e la cui esecuzione mostra regole, prassi, convenzioni,
19
rituali il cui utilizzo garantisce l'organizzazione comunicativa dell'incontro. Ciò
che si mette "in gioco" è proprio se stessi, la propria immagine che deve essere
coerente con le azioni e le forme espressive messe in scena.
Prima di approfondire la prospettiva goffmaniana mi sembra importante
ricordare il ruolo che un altro studioso interazionista ha svolto nel delineare una
nuova teoria della soggettività e della identità, mi riferisco a George Herbert
Mead.
Accertata da un punto di vista teorico la necessità di ricorrere ad uno schema
concettuale rivolto alla complessità per definire l'identità - non più interpretabile
come prodotto di condizionamenti sociali e culturali - diversi studiosi, tra cui
appunto Mead, hanno cercato di dare conto di questa nuova e complessa
dimensione in cui personale e sociale devono necessariamente coesistere. Egli,
di formazione filosofica e legato alla corrente del cosiddetto pragmatismo
americano, è convinto che sia impossibile scindere nel comportamento
individuale gli atteggiamenti esterni da quelli interni; ciò perché è soltanto a
partire dall'essere nel contesto sociale, dal rapporto costante con gli altri che
ognuno di noi agisce. In qualche modo è come se Mead volesse dire che
l'individuo non ha una identità predefinita ma che è solo grazie alla sua
predisposizione al comunicare, all'entrare in relazione che può interiorizzare
modelli esterni e formarsi una identità che risulta quindi il compromesso tra i
propri atteggiamenti particolari e l'esperienza compiuta nella partecipazione al
mondo esterno.
Per spiegare meglio questa dinamica del rapporto interno/esterno lo studioso
utilizza la descrizione del processo di sviluppo della formazione del Sé nel
bambino. Nei primissimi anni di vita l'attività del giocare è spontanea perché il
sé non è ancora formato, motivo per cui i ruoli nel gioco vengono assunti in
modo distinto e differenziato: così una volta si gioca a fare il poliziotto ed
un'altra il dottore e così via. Crescendo il gioco diventa di gruppo, basato
sull'agire di regole comuni in un micro sistema organizzato in cui il bambino si
percepisce finalmente come un'unità. E' opportuno ricordare che queste
considerazioni di Mead sono state in anni successivi confermate dalla stessa
psicologia sociale (Polmonari, 1993) che ha fatto propria la visione di fasi
successive di crescita dell'individuo che conducono da una iniziale dipendenza
ed imitazione dei modelli adulti ad una sempre più accentuata autonomia per cui
si consolida l'identità sociale e si sviluppa quella personale attraverso
l'elaborazione riflessiva delle proprie esperienze.
Tornando a Mead, il Sé, cioè l'unità della persona, è la sintesi tra l'Io, concetto
che sottende la dimensione coscienziale individuale, e il Me che rappresenta
invece l'interiorizzazione delle aspettative degli altri: è così che di fronte a
persone diverse vengono sviluppati tanti "me". In sintesi, per capire il perché un
individuo si comporti in una data maniera occorre partire dall'ambiente sociale
in cui è inserito ed in cui mette in atto le sue interazioni sociali. Per lo sviluppo
quindi del "sé sociale" occorre saper incorporare "l'altro" e ciò avviene grazie ai
20
processi comunicativi che rendono la mente capace di interpretare i significati
condivisi. Questo è tra l'altro anche il pensiero espresso da un altro importante
interazionista simbolico, anche egli formatosi nella corrente del pragmatismo
americano, che è John Dewey e che è giusto qui ricordare.
A questo punto della mia analisi vorrei soffermarmi ancora su uno in
particolare dei pensatori interazionisti, cioè, Erving Goffman che a differenza di
quelli che possiamo definire i pensatori classici di questa disciplina - come
appunto John Dewey o John Herbert Mead - Goffman ha stimolato un
ragionamento più specifico ed articolato sulla possibile sfasatura nell'individuo
tra la concezione che ha di sé, la sua immagine sociale e le aspettative di ruolo.
Egli può essere collocato tra gli studiosi che sostengono una concezione
pluralistica del sé,allontanandosi in modo netto dai sostenitori dell'opposta
visione unitaria. Secondo il suo modello l'individuo fronteggia ruoli differenti,
spesso contraddittori, e che non sono per forza integrabili; si apre così la
prospettiva della biografia provvisoria, reversibile, della "molteplicità
simultanea del Sé".
Questa immagine che Goffman fornisce degli esseri umani, e che deriva dalla
minuziosa analisi che egli compie delle interazioni faccia-a-faccia, va riferita di
certo alla società americana di massa, complessa, differenziata che egli conosce
e tiene in considerazione negli anni dei sui scritti più significativi. In questo
nuovo contesto societario si moltiplicano gli eventi, le apparenze sociali, le
forme di riconoscimento ed è attraverso l'analisi degli incontri che avvengono
nella vita quotidiana che egli scopre il rituale, l'etichetta, il cerimoniale, le
regole che strutturano socialmente il sé. La critica del resto riconosce a ragione a
questo autore di avere rappresentato a suo modo, senza sconfinare
nell'ideologico o nel provocatorio, il rischio di alienazione e di
spersonalizzazione degli uomini nella società moderna di massa.
Le interazioni umane avvengono quindi dentro le norme e le posizioni sociali
- poi per Goffman è la "distanza dal ruolo" che differenzia tra prescrizione ed
esecuzione - tanto è vero che è proprio quando esse vengono trasgredite che
mostrano la loro forza ed importanza. Il concetto di identità appare come
decostruito e trasformato in una concezione molto complessa della esperienza
che ognuno ha della realtà sociale: molte sono le funzioni e le capacità che
possiamo mettere in atto nei diversi contesti o cornici (frames).
La sociologia goffmaniana, fornendo un incredibile materiale sull'interazione
umana quotidiana, frutto dell'osservazione di un'ampia gamma di situazioni
tipiche e culturalmente date, consente di arrivare a comprendere più in generale
il funzionamento della realtà sociale. Quest'ultima appare straordinariamente
ricca e complessa così come lo sono le forme di interazione. Tutte le quotidiane
attività umane, tutti gli scambi comunicativi e i rapporti faccia a faccia sono
costruiti su regole, codici e convenzioni grazie alle quali si può raggiungere una
definizione condivisa del contesto di vita. Il concetto di frame non a caso è uno
dei termini chiave con cui vengono indicati i "principi organizzativi" che
21
governano le attività sociali ed è attraverso di essi che l'esperienza può essere
ricondotta a conoscenze e significati familiari.
Occorre anche ricordare che la critica ha evidenziato nel tempo alcuni limiti
all'"approccio drammaturgico" di Goffman che poi coincidono, più in generale,
con i difetti riconosciuti alla corrente interazionista nel suo insieme. Senza
procedere ad una disamina di tali criticità, può essere utile richiamare quella di
aver fornito una visione dell'uomo moderno come doppio, falso, manipolatore
ed opportunista nel cercare di mostrare il suo "lato migliore" e l'avere ricondotto
gli scambi comunicativi dentro situazioni prestabilite e chiuse, senza dare
adeguato conto della dinamicità delle interazioni. In realtà, possiamo
interpretare i contributi teorici in tal senso forniti da Goffman come la proposta
di una estensione, un ampliamento del concetto sociologico originario di ruolo,
adatto a definire ed identificare la posizione dominante nella vita di un
individuo. Il libro "Espressione ed identità" racchiude a mio avviso
perfettamente questa riflessione nel mostrare i momenti ludici e del gioco come
liberi spazi di azione in cui il singolo può esprimere il suo istinto, che viene
invece di norma bloccato e contenuto nelle situazioni lavorative e burocratizzate
tipiche della società di massa. E' costante in questo autore la concezione
dell'identità sociale come entità multipla che si forma nell'interazione quando si
entra in comunicazione ed in relazione con l'altro.
C'è un ultimo aspetto di questa visione dei processi di identificazione che
voglio evidenziare, anche perché mi permette di introdurre quello che a mio
avviso può divenire un tema di ricerca attuale, che parte e prende spunto dalla
prospettiva interazionista qui delineata. Mi riferisco alla correlazione che questa
concezione dell'identità ha con il concetto di socializzazione e alla possibilità di
una sua elaborazione ulteriore, in chiave più contemporanea, avendo come
campo specifico di studio ed analisi quello delle giovani generazioni che hanno
forme identitarie di per sé transitorie. Attraverso i processi di socializzazione gli
individui costruiscono le loro conoscenze, la loro socialità ed elaborano le loro
forme di appartenenza. Questa costruzione diviene estremamente interessante se
analizzata considerando il modello societario attuale, fondato sempre più sulla
costruttività della realtà e sulla comunicazione tra culture differenti.
Goffman a suo modo traccia il destino del singolo nella società moderna:
aumentando in essa la complessità crescono anche le indicazioni ed i messaggi
metacomunicativi che possono suggerire azioni tra di loro contraddittorie.
Il mondo giovanile è condizionato sempre più da una molteplicità di stimoli
esterni ed è forte in esso la tensione tra identità individuale ed ambiente sociale,
tra la capacità di scelta personale e l'adeguamento ad una socializzazione sempre
più prolungata e differenziata. I giovani hanno biografie dai confini sociali poco
definiti e che si aprono alla possibilità, alle diverse prospettive di ruolo e ciò
avviene in modo naturale e spontaneo nella consapevolezza che qualsiasi forma
identitaria può divenire transitoria e reversibile. Negli adolescenti in particolare
è molto forte la discrepanza, la non coincidenza tra la concezione che si ha di sè
22
in un dato momento e le aspettative di ruolo che vengono dagli altri. La vita di
gruppo, il faccia a faccia ed i nuovi modelli comunicativi possono divenire
campi di osservazione interessanti per sorprendere il sé sociale nella sua
formazione, nella incorporazione di una molteplicità diversa e spesso
contraddittoria di forme identitarie in cui la possibilità della uniformità,
dell'unicità non è prevista.
1.3 Identità e ruolo
Il ruolo può essere sinteticamente definito come il complesso delle
“aspettative sociali connesse ad una particolare posizione sociale e dei modi di
funzionamento di tali aspettative”(Scott e Marshall, 1994).
Il sociologo Luciano Gallino (1993) ha fornito una definizione più ampia di
tale concettoche include un riferimento più generale alle norme, oltre che alle
aspettative sociali, e che collega l’individuo non solo ad una determinata
posizione ma anche al sistema nel suo complesso. Eglicosì lo definisce:
“l’insieme delle norme e delle aspettative che convergono su un individuo in
quanto occupa una determinata posizione sociale, in una più o meno strutturata
rete di relazioni sociali, ovvero in un sistema sociale”. (p.???)
Queste norme e aspettative si riferiscono al comportamento del soggetto che
occupa una posizione sociale, nonché ad una serie di attributi di ruolo, come
spiega in questo passo Ralf Dahrendorf (1966, pag. 51): “i ruoli sociali
designano le pretese della società nei riguardi del titolare delle posizioni, pretese
che possono essere di due tipi: o rivolte al comportamento del titolare (...)
oppure riguardanti la sua configurazione esteriore e il suo carattere”.
Riformulando questa affermazione, si potrebbe dire che norme e aspettative si
riferiscono ai comportamenti dell’attore che si trova in una determinata
situazione; comportamenti capaci di rivelare una serie di suoi attributi e quindi
di comunicare un’immagine dell’attore stesso adeguata alla posizione che
ricopre nella rete di relazioni sociali, o all’interno dell’interazione.
Vi sono almeno due differenti approcci al concetto di ruolo all’interno del
pensiero sociologico, il primo può essere ricondotto alla prospettiva strutturalfunzionalista mentre il secondo alla prospettiva interazionista e
microsociologica, ovvero al vasto insieme di teorie sociologiche che mettono al
centro l’individuo e le situazioni di interazione della vita quotidiana.
I contributi che si riallacciano alla prima prospettiva, sottolineano la natura ed
il contenuto normativo del ruolo (che definiscono come l’insieme delle norme e
aspettative associate ad una posizione sociale) e sono interessati in modo
particolare al nesso tra i ruoli sociali e i meccanismi che assicurano la
riproduzione ordinata della struttura sociale. Le teorie che si inscrivono nella
seconda tendenza, concepiscono i ruoli come tipizzazioni di condotta, come
linee di azione che non solo orientano l’agire degli individui, ma soprattutto
emergono e si trasformano nel corso dell’interazione stessa. Il loro interesse di
23
conseguenza si sposta a considerare gli aspetti dinamici della presa di ruolo e del
suo funzionamento.
In sintesi, come per tutti i concetti fondamentali sui quali riflette il pensiero
sociologico, l’adozione di punti di vista diversi determina letture piuttosto
divergenti, di modo che è possibile distinguere le teorie del ruolo che
sottolineano il potere della struttura sociale nell'imporre agli individui modelli
normativi di condotta e quelle che esaltano i processi attivi messi in atto dagli
individui nella costruzione, assunzione ed interpretazione dei ruoli. Punti di vista
differenti portano a definizioni strutturate attorno a problemi concettuali diversi,
con conseguenze sul tipo di relazioni significative che il concetto di ruolo
intrattiene con altri elementi altrettanto basilari della riflessione sociologica: il
problema della coesione e dell'integrazione sociale, il consenso e il conflitto, la
dimensione del potere. Emergono così riflessioni su come si costruiscano i ruoli
sociali e su come vadano interpretati e spiegati.
Aldilà di queste importanti differenze, esistono però degli elementi comuni,
dei “minimi comuni denominatori” rintracciabili nella riflessione intorno al
concetto di ruolo. In primo luogo, in tutti gli approcci considerati esso attiene a
degli elementi normativi con cui l’individuo deve misurarsi e che orientano(con
un diverso grado di obbligatorietà) la sua condotta, siano essi attinenti alla
posizione che egli ricopre all’interno della struttura delle relazioni sociali, o alla
situazione interattiva in cui sta agendo. In questo modo, il concetto di ruolo
rende conto sia della differenziazione contestuale del comportamento umano
associato alla posizione del soggetto o attore, sia dell’elemento di regolarità e di
prevedibilità di tale comportamento. Berger e Luckmann (1966) parlano in
questo senso di ruoli come forme di azione tipizzate, cioè pensabili come
eseguibili da qualunque attore si trovi in una data posizione sociale. In modo
simile, Gallino (1993) parla di ”efficacia del ruolo” nel regolare il
comportamento in quanto ci dice che “una persona agisce in maniera
relativamente prevedibile quando occupa una determinata posizione sociale”,
così che “il suo effetto principale è regolare e quindi rendere prevedibile e
integrabile con altri il comportamento del soggetto” (Gallino 1993, pag. 560).
I vari approcci attribuiscono un rilievo diverso a tale regolarità, sottolineando
gli effetti nell’interazione (definizione della situazione per "sapere con chi ho a
che fare”), i riflessi sull’identificazione e sulla formazione della personalità
(Mead 1962, Berger e Luckmann 1966), o piuttosto accentuandone gli esiti in
termini di integrazione sociale e riproduzione della struttura sociale. Aldilà di
queste differenze, la prevedibilità del comportamento che i ruoli sanno in una
certa misura assicurare pare un ingrediente importante nella costruzione della
base intersoggettiva dell’azione e dell’orientamento reciproco degli attori.
Emerge, in altre parole, un legame fondamentale tra “ruolo” e “azione sociale”.
Inoltre, qualunque definizione del concetto di ruolo non può prescindere dalla
sua natura relazionale: essi si formano, definiscono e manifestano sempre in
relazione agli altri. Per quanto questa considerazione possa apparire banale, al
24
limite tautologica, essa ha il merito di ricordare che l’insieme delle norme ed
aspettative che costituiscono un ruolo, pur presentandosi all’individuo come
esterne ed oggettive, trovano origine nella rete di relazioni sociali in cui esso è
inserito.
Il concetto di ruolo permette quindi di mediare tra la dimensione individuale,
quotidiana, della vita sociale e quella collettiva, strutturale infatti esso appare,
nelle diverse teorizzazioni sociologiche, come un “concetto ponte”, capace di
ricongiungere gli aspetti “macro” e “micro” della dinamica sociale. In questo
senso, diversi contributi parlano del ruolo come di un concetto “meso” o di
“interfaccia tra la persona e la struttura” (Komarowski 1992 e Macioti, 1993).
In tale caratteristica risiede la vera potenzialità di tale concetto che si è
rivelato capace di integrare i termini di una dicotomia che ha dominato il
dibattito sociologico (Berger e Luckman 1966, Bourdieu 1972, Giddens
1984).Come suggerisce la studiosa Maria I. Macioti, l’analisi di ruolo permette
di orientare la ricerca verso una prospettiva che consideri in maniera integrata,
complementare, la dimensione soggettiva ed oggettiva dei fenomeni sociali e la
sua applicazione sul piano empirico può: “concorrere al superamento da parte
della ricerca di una serie di impasse a proposito di supposte dicotomie del reale”
(1993).
Le individualità non sono dunque solo orientate alla ricerca di un Sé coerente
che si identifichi con un ruolo ma sono anche la risultante di un processo di
costruzione della soggettività lungo un percorso di auto-definizione che non è
diretto da riferimenti universalistici ma piuttosto da una tensione continua tra
specificità personale e riconoscimento sociale. Indagare l'identità quindi vuol
dire provare a delineare lo spazio che si colloca tra la dimensione personale e
quella sociale, tra la definizione più intima dell'individuo e quella pubblica e
sociale esposta a tutte le incertezze della modernità. Questa tensione indica un
lavoro continuo, costante e faticoso di costruzione di qualcosa che non è dato
per sempre ma che si mette in relazione ogni giorno con il mondo e con le sue
vicende.
Il concetto che ha pacificato la visione del rapporto tra personale e sociale
sembra proprio quello di ruolo che, soprattutto nell'impostazione funzionalista,
presenta l'individuo come disponibile ad identificarsi con quei compiti sociali
che gli permettono di trovare una posizione di riconoscimento collettivo.
L'identità diviene così il tentativo di aderenza al progetto individuale nel
sistema: il compito personale si trova così inglobato in quello societario. Come
già specificato, in un'ottica integrazionista, l'identità è l'esito dei processi di
socializzazione attraverso i quali i soggetti interiorizzano orientamenti di valore.
Nelle sue teorizzazioni il sociologo Robert Merton parla proprio di un
individuo dato dall'aderenza allo status e al ruolo; egli è funzione di processi che
sono determinati dalle strutture sociali.
Il ruolo si apprende con la socializzazione, quando si innescano i processi di
identificazione e di interiorizzazione delle norme e dei valori. L’integrazione
25
ordinata delle azioni sociali non è qualcosa di presupposto maciò che deve
essere spiegato, secondo Merton, attraverso l’analisi dei meccanismi sociali che
controbilanciano la potenziale instabilità derivante dall’intreccio di ruoli plurali
in un sistema sociale complesso: l’individuo si trova coinvolto in un insieme di
relazioni molteplici, orientate ad una pluralità di partner. Ad esempio, se è un
insegnante egli entrerà in un set di ruoli che comprende le relazioni con gli
alunni, con i colleghi, con i dirigenti scolastici, con i genitori e così via. Ogni
persona ricopre differenti posizioni nella rete sociale cui appartiene e quindi è
inserita in un set di status a ciascuno dei quali è associato un set di ruoli. Tale
prospettiva teorica inoltre suggerisce che per il formarsi dell'identità è molto
importante il riconoscimento altrui, che non opera come un fattore
completamente esterno all'individuo ma come sostegno e addirittura come
rinforzo dell'autoidentificazione. E' stato sicuramente Jürgen Habermas (1975) a
sostenere per primo che le funzioni identificazione/riconoscimento e
individuazione/integrazione sia sul piano individuale che sul piano collettivo
non sono funzioni contrapposte. Efficaci sono le sue parole: "Un'identità riuscita
dell'Io significa invece quella capacità peculiare dei soggetti capaci di parlare e
di agire che rimangono identici a sé perfino in quei mutamenti profondi della
struttura della personalità con cui essi reagiscono a situazioni contraddittorie. I
segni
dell'autoidentificazione
devono
tuttavia
essere
riconosciuti
intersoggettivamente per poter fondare l'identità di una persona. Il distinguere sé
dagli altri deve essere riconosciuto da questi altri. L'unità simbolica della
persona, prodotta e mantenuta tramite l'autoidentificazione, poggia a sua volta
sull'appartenenza alla realtà simbolica di un gruppo, sulla possibilità di
localizzarsi nel mondo di questo gruppo" (Habermas, Per la ricostruzione del
materialismo storico, p.75).
Questa dinamica dell'equilibrio, del mantenimento dell'integrità simbolica si
manifesta ogni volta che il soggetto si trova di fronte a situazioni critiche che
possono creare discrepanze o conflitti; quindi situazioni in cui le scelte cruciali
investono valori di fondo o quando appare in contraddizione il rapporto tra la
concezione che si ha di sé ed il proprio comportamento.
Gli approcci microsociologici o interazionisti riconoscono in più che nel
concetto di ruolo non rientrano solo le norme e le aspettative relative alla
posizione sociale dell’attore, ma anche la sua definizione della situazione,
l’immagine che egli ha di sé (o che vuole trasmettere) e la sua identità. La
prospettiva interazionista concepisce i ruoli come linee di azione portate avanti
dagli individui in una data situazione, piuttosto che come set di aspettative o
norme fissate socialmente verso cui manifestare diversi gradi di adesione. I ruoli
si configurano quindi come comportamenti che emergono e si trasformano nel
corso della situazione interattiva attraverso processi di negoziazione tra il sè, le
risposte attese dei partner e le prescrizioni legate alla posizione occupata.
Il fulcro dell’attenzione non è un sistema di azioni sociali composto di
“posizioni” ma situazioni interattive in cui i ruoli sono sia vincoli sia risorse per
26
l’agire individuale. Nelle interazioni socialigli individui agiscono tenendo in
considerazione i ruoli che ricoprono ma anche utilizzando questi ultimi come
strumenti per le proprie finalità interattive, comunicative ed espressive. Inoltre,
durante la interazioni essi vengono introiettati diventando elementi fondamentali
della costruzione identitaria degli individui.
L’assunzione del ruolo dell’altro è anche ciò che fonda e rende possibile
quella che è la dimensione costitutiva del Sé, ovvero la sua riflessività, la sua
capacità di essere oggetto a se stesso e confrontarsi con le definizioni di sé che
trova negli altri e le interiorizza. L’esito di questo processo riflessivo è la
formazione del “me”, la fase del processo di costruzione del sé che Mead
definisce come “il sé sociale” (Mead, 1962) e che è composta appunto
dall’interiorizzazione delle immagini di sé che l’individuo apprende dagli altri,
attraverso la lettura degli atteggiamenti e delle risposte altrui ai suoi gesti.
L’altra fase del sé, l’”io”, nasce come risposta a questa identificazione ai ruoli
per dare conto della non riducibilità dell’individuo ai suoi ruoli.
All'interno dell'attuale riflessione sociologica a mio avviso appaiono
particolarmente interessanti alcune proposte che coniugano l’analisi del
mutamento di ruolo con un interesse per le dinamiche del mutamento sociale e
culturale che caratterizzano le società contemporanee. In particolare, mi riferisco
a recenti ricerche sviluppatesi all'interno degli studi di genere, dell’età e del
corso di vita (Saraceno 2001, 2002). Tra queste, segnalo le indagine sui percorsi
di transizione all’età adulta (vedi, tra gli altri, Buzzi, Cavalli, de Lillo 2002;
Schizzerotto, 2002) che evidenziano come le tappe che segnano tale passaggio
siano mutate sia nell’ordine che nel ritmo divenendo più dilatate e frammentate.
Inoltre, si è indebolito il carattere di irreversibilità quanto quello di ineluttabilità
di alcune di queste tappe di crescita. In questo modo, pur permanendo nel
contesto italiano, modelli dominanti di transizione che strutturano la maggior
parte delle scelte e delle biografie individuali - avere un lavoro, trovare una casa
- accanto ad essi acquisiscono legittimità altri modelli. Questo “stiramento”
delle fasi di passaggio che rende meno netti i confini tra giovinezza e adultità
sfuma anche i confini tra i corrispettivi ruoli rafforzando l’emergenza in essi di
contenuti peculiari. Per esempio, si accentua il carattere di indeterminatezza che
già lo studioso Galland (2001) indicava come dimensione caratterizzante la
condizione giovanile contemporanea e a ciò si accompagna un mutamento degli
attributi, degli obblighi e delle aspettative connesse allo status giovanile, come
mostra, ad esempio, l’analisi degli equilibri tra libertà e partecipazione,
autonomia e responsabilità nei giovani che vivono con la famiglia di origine e
contenuto nell'ultimo rapporto Iard (Facchini, 2002).
27
2. L'identità e i giovani
2.1 La crescita delle nuove generazioni
L’identità è il risultato di complesse relazioni del soggetto col mondo esterno:
è una scelta che si sviluppa socialmente e che rende autonomi proprio perché si
decide di essere più o meno simili agli altri. Le giovani generazioni costruiscono
le loro conoscenze attraverso i processi di socializzazione, elaborando forme di
identità e di appartenenza. Una costruzione che diviene interessante se
analizzata considerando il modello societario attuale sempre più fondato sulla
costruttività della realtà e sulla comunicazione tra diversificati modelli culturali.
I processi di crescita delle nuove generazioni nei contesti societari
contemporanei sono in effetti complessi. La socializzazione è un cammino a
tappe molto difficile attraverso il quale si forma l’identità del singolo e le sue
forme di appartenenza che si strutturano su modelli, valori e norme dominanti in
specifici contesti di riferimento: la scuola, la famiglia, il gruppo dei pari. Questi
ambiti aggregativi e relazionali sono fondamentali nella vita di ognuno perché è
attraverso l’agire in essi che si compie il collegamento con la società: il rapporto
tra il singolo ed il sistema è da sempre mediato da strutture intermedie. I luoghi
di scambio socio-culturale, le strutture associative, le comunità etniche
costituiscono nuovi ed importanti strumenti di intermediazione che vanno letti
come luoghi di confronto comuni della nostra società e che agiscono
producendo influenze, confronti, contaminazioni reciproche. Coglierli e studiarli
diviene fondamentale per evitare lo sviluppo di contesti di socializzazione
paralleli, distaccati e separati. I processi di crescita delle nuove generazioni nei
contesti societari contemporanei diventano complicati, richiedendo l’assunzione
di identità miste, plurime e differenziate in quanto soggette alle trasformazioni
indotte dagli intensi processi di globalizzazione.
La prospettiva psicosociale in particolare ha evidenziato come pur essendo un
fatto assolutamente naturale l’identificarsi con un gruppo o una categoria
sociale, tuttavia, tale meccanismo può divenire complicato e difficile in contesti
caratterizzati da intensi mutamenti, come quelli appunti tipici delle società
globali. Ogni percorso individuale di conoscenza assume i connotati della
ricerca, dell’esplorazione, dell’opzione e si attua in termini di comunicazione ed
interazione. La strada da percorrere può essere allora di entrare all’interno di una
categoria più ampia di quella di appartenenza (ingroup – outgroup) e definita
appunto come identità sociale multipla o complessa. Questa operazione di
costruzione identitaria richiede in particolare alle nuove generazioni una attenta
procedura di categorizzazione della realtà sociale che li circonda, evitando come
facile soluzione la chiusura dentro propri confini socio-culturali in opposizione
alla molteplicità esterna (Tajfel-Turner ,1986).
Il tema dell'identità rimanda dunque ai più generali problemi di
identificazione e di individuazione dell'attore sociale nella cosiddetta tarda
28
modernità. Ci si chiede se la socializzazione stessa, processo comunque centrato
sulla conformità ai valori ed ai modelli esistenti, corrisponda alle esigenze
individuali dato che il contesto di vita appare sempre più eccedente per offerta e
pluralità culturale: simboli, segni, modelli, linguaggi.
Questo è anche il motivo per cui diversi autori si sono interessati, soprattutto
negli anni Ottanta, alle identità collettive (in particolare Pizzorno e Melucci)
pensando che queste potessero riprodurre e rappresentare un nuovo e ritrovato
senso di appartenenza alla comunità. E' in particolare Melucci (1982) che a
partire dall'analisi dei nuovi movimenti collettivi scopre la sofferenza del non
riconoscimento e vede nella formazione di queste nuove identità collettive il
tentativo dell'uomo moderno di rispondere a problemi che sono e rimangono
soprattutto della soggettività. Quest'ultima infatti si costruisce in modo
relazionale attraverso un rapporto costante di negoziazione tra il Sè e gli altri.
Alla stessa conclusione, pur partendo da diverse analisi, giunge anche la
studiosa Loredana Sciolla (1995) che, da sempre interessata al tema dell'identità,
non vede nella recente accentuazione della pluralità di sé una perdita di
rilevanza delle identità particolaristiche, evidenziando che comunque esse si
trasformano e cambiano al fine di rispondere al bisogno soggettivo, qui più volte
richiamato, di appartenenza e di riconoscimento. Anche per la Sciolla quindi la
strada migliore per ritrovare e ricostruire l'identità personale e collettiva è la
narrazione o meglio l'incontro/conflitto/negoziazione tra narrazioni. Questa
lettura può suggerire una strada metodologica utile per capire ed interpretare le
caratteristiche processuali e relazionali dei processi identitari: che cosa viene
negoziato, se ci sono progetti emancipativi o al contrario repressivi, se agiscano
necessità contingenti o rapporti di forza e di condizionamento legati a posizione
di potere. Tutto ciò ovviamente è da considerare e valutare alla luce del processo
identitario "in costruzione", e quindi flessibile, delle nuove generazioni.
2.1.1 Le seconde generazioni: riflessioni sull'identità
C'è un punto importante della ricerca che non è stato ancora esposto e
riguarda la ricognizione svolta circa la pubblicazione di studi e analisi prodotte
in tempi relativamente recenti che abbiano affrontato il tema della identità, e che
presentino un legame con le linee teorico-metodologiche qui indicate.
Per ciò che si è riusciti ad oggi a conoscere attraverso una ricerca sia
bibliografica che seminariale e convegnistica, evidenziare una predominanza di
ricerche a carattere empirico finalizzate a leggere le identità e la loro formazione
nelle cosiddette seconde generazioni. Il motivo è semplice, potremmo dire quasi
banale, si tratta cioè spesso della volontà scientifica di capire, di comprendere
come sono questi ragazzi/e stranieri/e che costituiscono ormai una quota
considerevole della popolazione giovanile italiana. Quali sono le loro
aspettative? Quale futuro immaginano? Quali posizioni sociali raggiungeranno?
In quali modelli valoriali credono? E molte altre simili a queste, tutte aventi una
29
finalità comune più generale, spesso trasversale, che è quella di indagare come
viene a costruirsi la loro identità sociale.
Il fine delle seconde generazioni è comune a tutti i giovani in crescita: trovare
un equilibrio soddisfacente tra la realizzazione personale, le aspettative familiari
e le richieste che giungono dalla società. Alcuni studiosi però suggeriscono che
il dover fare i conti con la differenza, con diversificate competenze linguistiche,
nonché, il destreggiarsi con più modelli culturali possano renderei figli degli
immigrati più attrezzati, più predisposti a cogliere l’alta differenziazione sociale.
“Di sicuro, sperimentano le trasformazioni indotte dai processi di
socializzazione in forma anticipata e più intensa” (Colombo, 2007).
Le ricerche in tal senso realizzate sono molteplici, anche indagini nazionali
promosse da enti ed osservatori sociali, ma voglio di seguito presentarne due che
considero interessanti rispetto ai temi proposti. Si tratta di ricerche diverse per
metodologia e territorio di riferimento ma che hanno assunto entrambe a tema
l'identità nei giovani.
Presento per prima quella tutta italiana raccolta e diffusa in un volume di
recente pubblicazione (2009) dal titolo provocatorio Nuovi italiani. I giovani
immigrati cambieranno il nostro paese? curata da Dalla Zuanna, Farina e
Strozza. I ricercatori partono da un dato fondamentale e cioè l'aumento in Italia,
solo negli ultimi tre anni, di cento mila figli di immigrati all'anno, un dato che
richiede con forza la necessità di mettere a confronto in modo sempre più
organico le loro aspettative con quelle dei coetanei italiani attraverso un'indagine
che vada oltre il dato locale e che si basi su rigorose analisi quantitative.
Leggendo il volume diventa subito chiaro come, da un lato, emerga un quadro
di certezze e conferme rispetto a quanto già noto sul più generale tema delle
migrazioni in Italia: i migranti si concentrano soprattutto nelle regioni del
Centro-Nord ed hanno un' ampia varietà di provenienze. Dall’altro lato, la
ricerca in modo originale propone indicazioni di carattere teorico che
dovrebbero stimolare una visione nuova, meno catastrofista, sugli sviluppi e
sulle conseguenze di questa presenza giovanile. In particolare, si sottolinea la
capacità delle seconde generazioni di essere "moderni" infatti dalle interviste
svolte emergono opinioni ed atteggiamenti non tradizionali ed anzi una spiccata
volontà di contribuire alla costruzione di un'Italia rinnovata nei costumi e nei
modelli.
Il problema invece che emerge, nonostante questa spinta al nuovo ed
all'innovazione, è che la nostra scuola, nonostante il lavoro prezioso di
socializzazione e di integrazione che compie, genera ancora forti e marcate
disuguaglianze sociali per cui i figli di stranieri hanno voti più bassi, vengono
bocciati più di frequente e si iscrivono quasi sempre a scuole professionalizzanti.
Il rischio oggettivo che si corre, non colmando queste differenze, è che
mancheranno a questi minori le risorse giuste e necessarie per raggiungere una
buona posizione sociale: ciò sarebbe un peccato dicono i ricercatori perché
30
andrebbe dispersa e non canalizzata la loro voglia di arrivare, di farcela, di
migliorare; volontà purtroppo spesso assente nei giovani italiani loro coetanei.
Per comprendere le aspettative e i modelli di comportamento delle seconde
generazioni questa indagine dedica proprio una parte specifica della ricerca al
tema della costruzione della identità, ed è al suo interno che ho trovato delle
correlazione con alcune indicazioni teorico-metodologiche qui esposte.
Innanzitutto, gli studiosi indicano in modo chiaro che l'identità si forma dalla
interazione di quella individuale - costruita su conferme e smentite rispetto a ciò
che siamo - con quella sociale che lega noi agli altri, al confronto con l'esterno.
Altro elemento importante che viene è che essa si costruisce lungo tutto l'arco
della vita anche se un passaggio cruciale è proprio quello della socializzazione
in adolescenza, quando ci si separa dai modelli culturali di appartenenza della
famiglia per aprirsi all'ambiente sociale molto più complesso ed articolato di
quello strettamente familiare o scolastico. Questo delicato percorso di crescita
ha dei momenti critici, difficili sia per i ragazzi italiani che per quelli stranieri
perché, come spiegano i ricercatori, si instaura un gioco complicato tra la
tradizione ed il cambiamento, tra ciò che si è imparato e ciò che di nuovo si
vorrebbe apprendere.
Cercando allora di capire quali tappe e percorsi caratterizzano il processo di
definizione di queste giovani identità la ricerca mostra il manifestarsi di alcune
interessanti dinamiche socio-relazionali che riportiamo di seguito in forma di
sintesi.
I figli degli stranieri, a differenza degli italiani, vivono in un contesto
educativo molto tradizionale, con ruoli genitoriali forti e decisi (la madre in
genere è la mediatrice) e questo da un lato può essere un vantaggio dal punto di
vista della crescita di questi ragazzi che appaiono di certo meno fragili ma,
dall'altro l'altro, ciò rende il loro percorso di autonomia e di affrancamento più
accidentato perché richiede il mettere in forte discussione i modelli originari,
familiari.
Poi molto interessante è che il tema dell'appartenenza è indagato attraverso
una dimensione determinante come quella del "sentirsi italiano". Fanno notare
gli studiosi che il dato più curioso emerso è che tra coloro che dichiarano di
"non sentirsi italiani" c'è una parte consistente che è cresciuta in Italia e ciò può
indicare - aldilà della possibilità che appunto non si inneschi una automatica
assimilazione al contesto di vita - che si formino diversificati profili identitari in
questi giovani. Viene così proposta la formula della "resistenza culturale" per i
minori che hanno pochi contatti con l'esterno, quella invece di "marginalità" per
chi è in bilico e non si riconosce né nella proposta identitaria dominante né in
quella di origine ed infine quella di "confronto continuo" come volontà
manifesta a non voler rinunciare alla propria cultura, al mondo dei genitori, pur
confrontandosi con quello di arrivo. In quest'ultima condizione si può far
rientrare anche quella della cosiddetta "doppia appartenenza linguistica" per cui
31
si hanno ottime competenze in italiano ma si preferisce parlare comunque la
lingua straniera.
L'altra interessante dimensione conoscitiva utile per comprendere la
costruzione identitaria è quella del sentimento dell'incertezza, spesso dominante
a questa età. Dalle risposte ottenute dal campione emerge che esso cala al
crescere del tempo di permanenza in Italia e che invece aumenta man mano che
si vive un forte disagio rispetto all'appartenenza; ciò perchè ci si sente da sempre
come "giudicati" negli atteggiamenti dagli altri italiani.
Volendo ora tracciare le conclusioni di questa interessante indagine si può
dire che l'analisi condotta sulla costruzione delle identità può racchiudersi in
alcuni punti chiave. Sia per i figli di italiani che per i figli di stranieri il
sentimento di appartenenza alla società in cui vivono e lo sviluppo della
sicurezza individuale dipendono dalle dotazioni culturali ed economiche della
famiglia, nonché, dalla loro percezione della riuscita scolastica. Poi si può
specificare ancora che per i figli di migranti essere socializzati in Italia aiuta a
formare un'identità più robusta così come il percepire il paese d'arrivo come un
luogo migliore e più agevole rispetto a quello originario. Per i minori italiani
invece, partendo dalla consapevolezza che l'identità si forma dall'insieme degli
atteggiamenti e delle posizioni assunte rispetto all'ambiente, sarà importante che
questi maturino una percezione della diversità come positiva per evitare
l'insorgere di intolleranze e per essere più in armonia con un contesto di vita a
forte pluralismo culturale.
Voglio ora passare alla descrizione, sempre per sommi capi, della seconda
indagine più sopra accennata come significativa e utile ai fini del mio lavoro
empirico. Si tratta di uno studio non recente condotto a Parigi sui giovani
franco-maghrebini da Antonio Pantò e presentato nella rivista "Studi Sociologi"
nel 2003. La titolazione di questo lavoro è già un riferimento importante rispetto
alle cose qui delineate e cioè "Identità in bilico. Rappresentazioni sociali e stili
di vita dei giovani franco-maghrebini". L'indagine infatti intende proprio dar
conto, concentrandosi sulle rappresentazioni sociali di cui viene fatto oggetto il
giovane franco-maghrebino in Francia, del travagliato percorso identitario di
molti giovani figli di stranieri le cui vite appaiono spesso dai contorni incerti e
indefiniti.
L'ipotesi di ricerca ha una base teorico-metodologica che riprende gran parte
del quadro concettuale qui tracciato nelle prime pagine. Il tema dell'identità è
cresciuto parallelamente al processo di differenziazione delle nostre società
occidentali, facendosi così un tema propriamente moderno e di primaria
importanza nel contesto culturale di riferimento. Tale questione si inserisce nello
scenario della globalizzazione dove una inevitabile spinta alla omologazione
rende spesso poco evidente quella dialettica delle differenze che invece domina
tutti quei gruppi e quelle collettività che attraverso il particolarismo cercano di
emergere e farsi strada nel panorama pubblico. Diversi studiosi, qui già
richiamati, hanno adottato il termine di processo di individualizzazione per
32
spiegare un naturale orientamento del singolo a scegliere per se stesso, un'agire
definito appunto riflessivo che porta con sé però il rovescio di questa autonomia:
l'individuo tardo moderno ha molte scelte di fronte a sé, notevoli risorse e
possibilità ma questa molteplicità può purtroppo anche destabilizzare, condurre
appunto ad una situazione di stallo, di incertezza continua che potrebbe oscurare
la definizione della propria identità.
L'indagine di Pantò prende spunto da una serie di crimini che da tempo
riempiono le cronache parigine e che avvengono nelle periferie, le banlieues,
fatti i cui protagonisti risultano spesso essere giovani originari del Maghreb.
L'ipotesi di ricerca è che appunto questi ragazzi si trovino in uno stato "in
bilico", in una sorta di crisi identitaria che li porta ad accentuare e rafforzare una
sottocultura di appartenenza che in realtà, sottolinea lo studioso, mostra come
unica risorsa simbolica riconoscibile quella dell'abbigliamento (indossano infatti
fogge molte particolari) che diventa così mezzo unico attraverso il quale
soddisfare un forte bisogno di riconoscimento.
Entrando più nello specifico dei risultati dell'indagine, l'autore suggerisce che
per comprendere determinati comportamenti delle nuove generazioni di
immigrati - etichettati come devianti sia dalla politica che dalle scienze sociali occorre partire dal disconoscimento delle identità sociali che c'è stato in Francia
attraverso la messa in atto di pratiche di esclusione che hanno delegittimato il
processo di differenziazione in atto nella società. Sono gesti quindi da
interpretare come reazioni e risposte contro una pratica diffusa di negazione
delle differenze culturali; questi giovani maghrebini non vogliono sottostare alla
logica della diversità come devianza ma vorrebbero avere la possibilità di
apparire differenti, di esprimere e di raccontare magari a scuola la loro originaria
cultura di appartenenza, spesso invece sottaciuta e resa invisibile.
Da un punto di vista strettamente psicosociale questi adolescenti corrono il
rischio di protrarre nel tempo una situazione interiore di profondo dolore proprio
perché la loro identità adolescenziale si viene a formare in riferimento a due
modelli culturali che sono totalmente in antitesi. Non aderendo a norme e a
valori, né della cultura francese né di quella originaria, rischiano di giungere ad
uno stato di anomia, di indifferenza per tutto ciò che viene proposto loro dalla
società in cui vivono. Da una parte allora c'è il non poter possedere a pieno
l'identità culturale originaria, familiare e, dall'altra parte, il non voler aderire ad
un modello deciso da altri e lontano dall'immagine che loro hanno di se stessi.
Per concludere, a mio avviso l'indagine di Pantò presenta almeno due aspetti
che la rendono scientificamente interessante e stimolante. Dal punto di vista
metodologico, finora non specificato, viene scelto di utilizzare lo strumento
delle interviste in profondità - colloqui con testimoni privilegiati d'origine
maghrebina che rivestono il ruolo di mediatori - che come è noto si presenta
come quello migliore per comprendere la costruzione della identità che in tal
modo può essere colta e valorizzata attraverso un approccio riflessivo. Le
metodologie qualitative infatti, come le interviste in profondità e le osservazioni
33
partecipanti, offrono delle opportunità per il ricercatore molte interessanti:
documentare il punto di vista degli intervistati e le loro esperienze; entrare in
autentica partecipazione emotiva con il lavoro di ricerca svolto; instaurare dei
legami con gli intervistati durante le interazioni per lo sviluppo di suggestioni e
riflessioni.
Altro pregio di questa indagine che val la pena ricordare è di avere riportato la
questione dell'identità dei giovani maghrebini dentro la corretta dimensione
conoscitiva, che non è di certo quella psichiatrica o criminologica, ma è quella
culturale. E' qui che si gioca tutta la partita del sentirsi "in bilico", del trovare
una sintesi efficace tra identità personale e psicosociale. Riporto di seguito le
parole dell'autore per fermare meglio il significato di questo aspetto: "Nella
misura in cui la famiglia appare come il primo anello della catena sociale, se
quest'ultima non riporta i valori presi in considerazione dalle strutture sociali,
non si può nemmeno mettere in moto un processo di socializzazione completo,
da cui deriva l'accettazione di sé. Tutto ciò conduce ad una confusione di ruoli,
per utilizzare la terminologia di Erikson; cioè, il beur non si collocherà in
rapporto agli altri come una persona ma come una somma indefinita di ruoli
contraddittori". Questi quindi sono problemi identitari che si traducono in
vulnerabilità sociale e che assumono l'aspetto della drammaticità allorhé si
concentrano lungo il delicato passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
Il messaggio originale di questo studio è a mio avviso nella scelta di ragionare
all'interno della dimensione culturale, dentro la nozione di identità; una opzione
che va fatta se si vuole aprire un nuovo e stimolante campo di osservazione sulle
seconde generazioni.
Non è possibile ora avviare una discussione, pur interessante, sul discorso
dell' "autenticità culturale" o della "identità etnica" come dimensione propria
delle società voglio però lasciare come indicazione un testo che racchiude queste
interessante tematica e che è "L'identità etnica. Storia e critica di un concetto
equivoco" di Ugo Fabietti (1998). Da questo volume, di matrice strettamente
antropologica, riporto di seguito la definizione che viene data di "memoria
etnica" perché utile per comprendere i meccanismi di costruzione identitaria:
….“la memoria etnica è il meccanismo che presiede ai processi di selezione
storica mediante i quali si conferma il sentimento di appartenenza. Attraverso
questo tipo di memoria viene prodotta un trasfigurazione simbolica di elementi
funzionali alla produzione e alla riproduzione (oltre che alla eventuale
ridefinizione) dell'identità etnica”. Tale testo, che interroga da più prospettive la
nozione di identità etnica e quella ad essa correlata di "autenticità culturale",
introduce anche la definizione di "volto duplice dell'identità". Si sottolinea la
necessità di considerare che esistono sempre due livelli di produzione
identitaria: uno interno ed uno esterno. Partiamo da quest'ultimo: una cultura
può essere concepita come tale solo se la si può in qualche modo "astrarre" da
un contesto più ampio ed è così che un osservatore scientifico esterno può
attribuirle determinate caratteristiche che indichino le qualificazioni "essenziali"
34
della natura di un determinato sistema sociale. Ogni società quindi elabora una
forma di esistenza culturale che è il risultato sia di azioni a essa proprie (livello
di produzione interno) che di influenze esterne che poi vengono rielaborare in
base alle premesse strutturali di partenza.
Questa dinamica indica che qualsiasi identità etnica, si individuale che
collettiva, è frutto di un duplice processo, interno ed esterno, e questa duplicità è
un risultato dialettico. Ciò conferma ancora che per pensare me stesso devo
mettermi in opposizione a qualcun altro. Appare così condivisibile anche l'invito
di alcuni studiosi (in particolare Remotti, 1996) a non accentuare in modo
eccessivo la nostra identità e essere coscienti del fatto che essa è sempre frutto di
un incontro, nel senso proprio di una mescolanza con le identità altrui. Una sorta
di depotenziamento che però non deve mai giungere a un abbandono completo
dei tratti originari sia individuali che collettivi.
Voglio ricordare anche il recente libro di Maurizio Bettini (2011) Contro le
radici. Tradizione, identità e memoria in cui l'autore, filologo e scrittore,
ricorrendo ai testi classici, riesce in modo davvero efficace a smontare i miti
ingannevoli che si sono costruiti intorno all'identità. Tra questi vi è "l'identità si
forma sulla tradizione" affermazione che cerca nella realtà di oggi, che si
caratterizza per forti differenze culturali rispetto al passato, di sostenere l'idea
che tutti noi siamo e saremo soltanto ciò che siamo già stati. Questo pensiero
spinge in modo pericoloso, sottolinea lo studioso, a configurare il passato come
il luogo della nostra identità di gruppo che occorre difendere dall'arrivo nel
nostro paese di nuove tradizioni culturali identitarie. A margine del suo testo, in
nota, Bettini segnala a conferma di quanto sia dannosa questa impostazione di
pensiero ciò che è emerso proprio dalla ricerca condotta all'Hotel House e che
costituisce la seconda parte del presente lavoro dottorale. Egli in particolare
evidenzia comei dati quantitativi raccolti ed elaborati indichino in modo
inequivocabile che dietro all'immagine di tribalità, rozzezza e criminalità che
viene da anni associata agli abitanti di questo luogo vi sia invece una
popolazione straniera con elevati titoli di studio e dedita al lavoro regolare; il
55,2% ha un diploma o una laurea, percentuale superiore di dodici punti a quella
degli italiani diplomati (solo 33 su 100).
La realtà dell'Hotel House è stata scelta come area di studio per indagare la
costruzione identitaria delle seconde generazioni - seconda fase della ricerca proprio perché si è deciso di sviluppare ed approfondire nodi problematici e
preoccupazioni emerse a conclusione dell'indagine quantitativa sulle famiglie lì
residenti.
2.2 Percorsi identitari giovanili
Prima di affrontare nello specifico il tema dei possibili percorsi identitari dei
giovani può risultare utile tracciare una sorta di mappa orientativa di quelli che
sono stati i principali cambiamenti avvenuti nelle società contemporanee e di cui
35
tra l'altro si è dato conto in tutta la prima parte di questo scritto, finalizzato a
delineare il contributo del pensiero sociologico nella definizione del concetto di
identità in chiave post-moderna.
Le prospettive di analisi funzionalista e simbolico-interazionista sono arrivate
in modo parallelo a porre come centrale nella vita della persona di oggi il
problema del cambiamento, sia dal punto di vista storico-culturale che
ambientale. L'individuo deve adattarsi a frequenti e repentini mutamenti
cercando di dare ogni volta senso alle esperienze fatte che producono sempre
come lascito rappresentazioni e modelli di azione sulla realtà. A volte i
cambiamenti sono impercettibili, altre invece bruschi, invadendo tutte le sfere
della vita sociale, economica, affettiva e richiedendo nuove categorie
interpretative e modelli di comportamento. Le trasformazioni del soggetto allora
vanno lette in modo dinamico, nel tempo, facendo attenzione che ci sia sempre
una sorta di collegamento armonico col proprio passato, che si crei un disegno
degli eventi più o meno esplicito. Su quest'ultimo punto in particolare torneremo
nel successivo paragrafo parlando del tema della narrazione del Sé.
Il mondo giovanile in particolare è quello che deve affrontare la strada
all'adultità all'interno di un piano di rapporto tra presente e futuro in cui tutto
cambia con grande rapidità e il tempo rappresenta insieme risorsa e vincolo
(Callini, 1997). Si è liberi di scegliere, sicuramente di più rispetto al passato, ma
in una condizione di costante incertezza e l'unica strada possibile è quella del
vivere in condivisione con tale indeterminatezza ed affrontare la complessità7.
Quindi, mentre l'ingresso alla vita adulta nel passato era scandito dal
progressivo raggiungimento di una serie riconoscibile di tappe personali e
professionali, oggi il percorso di maturazione giovanile appare molto fluido
(Bauman, 1999) ed incerto. Anche il processo di costruzione identitaria assume
una dimensione sperimentale, si attuano scelte provvisorie e parziali in pieno
contrasto con la tradizionale concezione unitaria dell'individuo.
Mi sembra interessante proporre, a sostegno e conferma di questa visione
contingente dell'identità giovanile, una prospettiva di analisi originale avanzata
da alcuni sociologi della comunicazione (Morcellini, 1986, Parmaggiani, 2001).
L'ipotesi è che nelle nuove generazioni siano proprio le scelte di consumo a
dare origine a forme di socialità inedite e quindi a vere e proprie "identità di
gruppo" a cui è possibile accedere attraverso adesioni flessibili e momentanee.
Sembra quindi che nell'ambito di una socialità fluida, come ad esempio quella
delle comunità virtuali, i ragazzi sperimentino la sospensione dalle
responsabilità e dalle scelte definitive e che ciò li aiuti in qualche modo a
"giocare" con le diverse identità. Attraverso un'adesione temporanea a situazioni
e realtà disomogenee viene sperimentata la molteplicità dei ruoli sociali e
7
In particolare questa è la prospettiva che viene assunta dalla sociologia e dalla psicologia del lavoro
nell'affrontare il tema dell'orientamento professionale, in particolare per le nuove generazioni che devono
attivare una socializzazione al lavoro continua in cui sono frequenti gli ambiti di transizione e i meccanismi di
adattamento da mettere in atto.
36
utilizzando gli ambiti di consumo vengono reperiti i materiali necessari a
costruire i singoli percorsi identitari.
Secondo gli studiosi, l'esigenza che i giovani hanno di recuperare risorse per
affrontare la costruzione del loro Sé adulto li conduce ad attribuire ai consumi
una valenza inedita, diventando addirittura criterio di riconoscibilità sociale.
Così Paola Parmiggiani spiega tale meccanismo: "...il consumo potrebbe essere
considerato un sistema di mediazione simbolica attraverso cui il soggetto
contemporaneo può costruire ed interpretare diverse identità. Gli oggetti e i
comportamenti di consumo sono, in questa accezione, strumenti per rendere
intellegibili e socialmente visibili le identità che l'individuo attraversa nella sua
partecipazione a una molteplicità di ambiti sociali-relazionali" (Consumatori
alla ricerca di sé. Percorsi di identità e pratiche di consumo, pag. 14).
Secondo questa interessante analisi, l'agire di consumo diviene un'attività di
codifica e decodifica di significati sociali; oggetti e merci si trasformano in
simboli, in elementi di un codice in grado di veicolare esperienze e messaggi.
Scegliendo un oggetto di consumo in qualche modo il giovane ci parla di sé, dei
suoi orientamenti e delle sue aspirazioni; di fronte alla minore capacità attrattiva
e rappresentativa delle tradizionali definizioni del Sé i nuovi strumenti cognitivi
rendono "narrabile" l'universo valoriale, quello all'interno del quale si manifesta
l'identità postmoderna.
I media allora assumono un ruolo di primo piano nella legittimazione
simbolica dei modelli culturali e diventano serbatoi di stili, linguaggi e pratiche
comuni. La comunicazione si presenta ancora come una variabile determinante
della modernità e le nuove generazioni la assumono come dimensione centrale
nel processo di definizione del loro sé adulto; ciò permette loro di sfruttare i
modelli offerti dai media per inaugurare nuove prassi relazionali. Il mezzo
televisivo, la radiofonia, i nuovi networks, diventano anch'essi risorse identitarie
nella definizione sociale e del sé dei giovani8.
2.2.1 La nozione di età adulta
Mi sembra a questo punto utile tentare una definizione del Sé adulto,
dell'insieme delle caratteristiche psicologiche e strutturali che danno forma e
significato alla condizione del divenire grandi. Questa specificazione è
importante perché la ricerca empirica di questo studio si focalizza proprio sui
meccanismi di costruzione e consolidamento negli adolescenti del Sé, di come si
posizionano e agiscono nella realtà sociale in termini sia spaziali che temporali.
Il punto di partenza rimane quello indicato e mi riferisco alla nuova
configurazione, sul piano teorico-concettuale, di un'idea di identità plurima, a
più facce, e quindi di una adultità che si manifesta non più come il passaggio
8
Interessanti in tale prospettiva sono i recenti studi sui modelli giovanili di consumo e sulle nuove subculture.
Per una disamina di tale argomento si rimanda a: V. Codeluppi, La sociologia dei consumi. Teorie classiche e
prospettive contempranee, Carocci, Roma 2002.
37
automatico e meccanicistico da un prima a un dopo ma come il risultato, mai
definitivo, di interazioni, esperienze, tensioni, scoperte. Nel corso della vita, il
Sé viene a costituirsi attraverso processi di rivisitazione e modificazione delle
proprie capacità sia cognitive che affettive, entrambi indispensabili per trovare
una strategia di collocamento nella società. Come suggerisce lo studioso Duccio
Demetrio (1986) è proprio per questa complessa dinamica che il Sé adulto
costituisce uno degli argomenti più affascinanti della psicologia sociale che tenta
da sempre di mettere a fuoco, di cogliere come possono modificarsi le
rappresentazioni del sé all'interno di un contesto relazionale che è in continua
mutazione. Le traiettorie esistenziali appaiono così per la maggioranza dei
teorici degli studi sociali come assolutamente convertibili e ribaltabili.
Da questo punto di vista, è risultata determinante l'introduzione di una nuova
categoria sociologica, quella del corso di vita che, come è noto, è centrale
all'interno degli studi della famiglia per la comprensione delle modificazioni e
dell'evoluzione dei modelli e delle strutture familiari. Tale concetto (Saraceno,
1986) ha esplicitato la reversibilità dei percorsi esistenziali individuali, aprendo
alla problematica del cambiamento delle carriere adulte sottoposte ad esperienze
nuove ed a modificazioni strategiche. Da una prospettiva strettamente
terminologica, l'espressione corso di vita è stata introdotta proprio per sostituire
quella di ciclo di vita, molto usata negli studi sull'età. Tale sostituzione è stata
compiuta proprio per segnalare che l'arco della vita caratterizzandosi per tappe
di cambiamento e di sviluppo individuale (dalla nascita alla morte) è un percorso
che non torna mai al punto di partenza. Ogni fase del corso di vita si struttura su
complessi processi biologici, sociali, psicologici ed è in evoluzione continua;
non può quindi essere letta nei termini di ritorno alle fasi precedenti. Ogni
individuo si comporta e si muove in base ad adeguamenti continui che attua nei
confronti delle diversificate situazioni che si manifestano lungo lo sviluppo della
tua esistenza; la vita non può essere interpretata come un corso lineare che
sviluppa da un inizio e prosegue fino a un punto d'arrivo, ma, come un intreccio
di fasi e di percorsi.
Questa complessità caratterizza oggi la strutturazione e destrutturazione delle
identità psicosociali individuali; le tappe esistenziali non sono solo di carattere
strettamente biologico (infanzia, adolescenza, vecchiaia) ma risultano
condizionate socialmente nel loro costituirsi. Non a caso, alcune fasi di vita dei
singoli individui, in particolare proprio quelle legate alla giovinezza, hanno
assunto da sempre significati e valori specifici a seconda delle diverse epoche
storiche di riferimento. Nella società odierna i calendari del corso di vita
vengono letti in modo meno rigido rispetto al passato a causa di evidenti
tendenze generazionali che segnano forti disomogeneità rispetto ad una lettura
più stabile e lineare che veniva prima effettuata dei percorsi esistenziali. Il
susseguirsi delle scansioni sociali e il loro nesso temporale non è più chiaro, i
ruoli si diversificano sempre di più. Quei confini di età che fino agli anni
Settanta erano netti e identificabili in tre passaggi chiave per il raggiungimento
38
dell'adultità - studio, lavoro, matrimonio - ora sono mobili e non identificano più
in modo chiaro le esistenze individuali.
Il raggiungimento dell'età adulta quindi avviene su di un continuum
esperienziale che si caratterizza per tragitti interrotti, modificazioni identitarie e
per instabili meccanismi di riconoscimento. La volontà di capire queste
multiformità ha spinto i ricercatori sociali a dotarsi di strumenti nuovi, tra cui
quello della narrazione autobiografica. Soltanto attraverso una tale metodologia
qualitativa possono emergere dai racconti dei giovani le tracce delle transizioni
continue che strutturano i loro processi identitari: appartenenze, preferenze,
valutazioni, negoziazioni, credenze.
2.3 La narrazione dell'identità
Il percorso conoscitivo finora condotto dentro il tema dell'identità ha indicato
come, in linea con i cambiamenti evolutivi della nostra società, essa sia
interpretabile in prima istanza come interiorizzazione dei meccanismi di ruolo
dall'esterno - visione tipica del funzionalismo - e poi come percorso di
interazione significativa - tradizione interazionista - in quanto il Sé diviene
circuito di autoregolazone dei comportamenti (Habermas, 1991). Detta in altri
termini, l'identità si trasforma da istanza individuale a interindividuale, senza più
riferimenti strutturanti.
Ora, per dare soprattutto spessore teorico al percorso di ricerca indicato in
questo lavoro dottorale, mi sembra importante affrontare un'altra questione
tipica dell'identità nella contemporaneità e cioè il suo essere una dimensione
narrativa e quindi uno strumento di affermazione di soggettività.
L'individuo, affrancato da un ordine sociale che non è più fonte unica di
riconoscimento, avvia la faticosa ricerca di significato della sua unicità
individuale. Nella domanda che diviene costante ossessione: chi sono io? la
narrazione assume secondo diversi studiosi (Poggia, 2004) la dimensione più
significativa nella costruzione che l'individuo fa di se stesso. Attraverso di essa
egli cessa di essere un frammento, un insieme di esperienze e diventa autore
della sua vita, cerca di diventare soggetto. Questa visione riprende e ripercorre
in parte la posizione già qui delineata del sociologo Claude Dubar il quale
ritiene che sia attraverso l'uso del linguaggio nell'interazione quotidiana che si
formi l'identità, distinguendo proprio tra quella riflessiva (si parla con qualcuno)
e quella narrativa che assume la forma del racconto che attua un soggetto nel
legame con un altro, nella ricostruzione delle sue esperienze significative. La
narrazione diventa esigenza di testimonianza, di riconoscimento e anche di
autoriconoscimento ed è proprio perché tiene insieme queste dimensioni
ambivalenti che costituisce la vera "ancora di salvezza" per l'uomo postmoderno (Melucci, 2000).
Prima di procedere in una specifica trattazione dell'identità narrativa c'è una
premessa teorico-metodologica che debbo fare e che è finalizzata a dare conto
39
della rilevanza delle narrazioni per le scienze sociali; ciò rafforzerà il motivo del
suo utilizzo in questa ricerca dottorale.
L'interesse per le narrazioni è cresciuto nell'ambito sociologico, alimentato da
suggestive ed interessanti riflessioni. La prima ci viene indicata da Max Weber
quando sottolinea nella sua teorizzazione dell'azione sociale l'importanza del
senso soggettivamente intenzionato dell'agire sociale. Più tardi, la Scuola di
Chicago si occupa in modo più sistematico dei processi interattivi di costruzione
della soggettività e del senso, finché, l'interazionismo simbolico arriva a
proporre di considerare i simboli come veicoli dell'interazione e l'identità come
un suo prodotto. In particolare, la corrente del pragmatismo americano, nella
figura di James Williams, invita a superare la distinzione tra individuo e società,
tra coscienza e mondo esterno rimarcando così la natura interpretativa dei
processi conoscitivi e quindi l'esigenza che gli individui hanno di attribuire
senso ad un mondo che ora appare caotico e frammentato. Successivamente, in
particolare dopo l'uscita del libro di Berger e Luckmann La realtà come
costruzione sociale(1966), la società ed il Sé vengono descritti sempre più come
prodotti di una costruzione intersoggettiva: i significati derivano dalle
interazioni interpersonali e dalle conversazioni che hanno la funzione di
mantenere attive le credenze e le ideologie in ogni cultura. Questo passaggio
teorico è stato importante per l'analisi narrativa che ha assunto come obiettivo il
tentativo di analizzare come la soggettività e la realtà sociale vengano costruite
attraverso particolari forme di mediazione simbolica, tra queste appunto le
narrazioni.
A questo punto, l'analogia con "l'effetto drammaturgico" di Goffman appare
chiara: identificare e trovare le trame accessibili e legittimate all'interno di certe
culture evidenziando quegli elementi di rottura attorno ai quali si sviluppano le
narrazioni con finalità riparatorie.
Da quanto indicato, appare evidente che occuparsi di storie, di racconti e
narrazioni per le scienze sociali rappresenti l'opportunità di approfondire la
conoscenza e la comprensione della realtà sociale; ciò a partire dal
riconoscimento che narrare è una forma di interazione sociale, è un atto anche
quando è una persona sola a raccontare la sua storia perché prevede comunque
una relazione con uno o più destinatari. Inoltre, la narrazione è un'azione sociale
in quanto è strettamente legata all'uso del linguaggio: tutte le storie raccontate
sono culturalmente e storicamente contingenti riflettendo specifiche conoscenze
e pratiche. Nel mettere insieme una vicenda, nel dare ordine e nel rielaborare gli
eventi attribuiamo ad essi un significato e così interpretiamo la nostra realtà9.
9
Il verbo narrare deriva infatti dalla radice indoeuropea gna (accorgersi, sapere) da cui ha origine anche il verbo
conoscere. Lo studioso Jerome Bruner (1990) ha proprio inidcato la narrazione come la principale forma di
conoscenza umana.
40
2.3.1 Costruzione identitaria e processo narrativo
Le narrazioni sono fondamentali nelle nostre esperienze quotidiane perché ne
ricompongono il senso e scandiscono il tempo tramandano conoscenze e valori
e, soprattutto, sono strumenti per costruire la nostra identità. Raccontando di noi
e degli altri prendiamo parte ad un processo di creazione e di mantenimento del
nostro e dell'altrui senso del Sé. L'esempio migliore che possiamo fare per
comprendere tale legame è quello della narrazione delle favole ai bambini: il
racconto delle fiabe anima la fantasia infantile favorendo lo sviluppo linguistico
e la conoscenza di ciò che ci circonda (regole, valori, azioni), inoltre, aiuta
anche nella gestione delle emozioni e dei vissuti. Sembra infatti che i bambini
inizino a pensarsi proprio nel momento in cui imparano a raccontare una storia
coerente di quello che hanno fatto o di qualcosa che è a loro successo (Formenti,
2002). Così, nel raccontare le storie costruiscono schemi cognitivi in cui
collocarle e che consentiranno poi loro di recuperare memoria in futuro e di
sviluppare una competenza narrativa e una pre-comprensione del Sé.
Oggi riconosciamo una molteplicità di posizioni sociali del soggetto - non ci
affidiamo più alla visione dell'unicità tipicamente moderna - e l'identità si
costruisce sempre più nella conversazione, lungo i processi relazionali. Nel
raccontarsi ogni individuo colloca la sua identità entro una storia, realizzando un
posizionamento nei confronti dei suoi interlocutori, quindi, ogni narrazione
implica in qualche modo il posizionamento dell'Io in funzione di come vengono
interpretati gli altri in ascolto.
Altro punto chiave dell'identità narrativa è che occorre sempre tenere presente
che ogni narrazione oscilla tra la Presentazione di Sé e la Ricerca di Sé,
distinzione ben analizzata dal sociologo Paolo Jedlowski10. Nel narrare, e
soprattutto in quello autobiografico, cerchiamo di dare senso alla nostra storia e
al nostro agire ciò cercando di presentarci in modo conforme ai canoni del
sistema simbolico e culturale dominante e di cui siamo parte: Erving Goffman
spiega tale meccanismo ricorrendo alla metafora del "salvarsi la faccia" cioè
produrre posizioni positive negli interlocutori. Attraverso invece la Ricerca di Sé
la narrazione diventa uno strumento per orientarsi (Smorti, 1996) ed è solo così
che il patrimonio delle nostre storie può divenire strumento di lavoro per
interpretare il proprio mondo.
Da questo punto di vista, gli studiosi concordano nel caratterizzare l'identità
narrativa in base ad alcune specifiche dimensioni, alcune più tradizionali ed altre
invece più moderne. Di seguito ne traccio una sintesi.
1. Dimensione Temporale: ogni narrazione ha un ordine di tempo - chi
eravamo, cosa siamo- per riallineare passato e presente e ciò permette di dare
significati ai diversi frammenti biografici.
10
P. Jedlowski, Storie comuni, Mondadori, Milano 2000.
41
2. Dimensione Relazionale: raccontiamo non solo a noi stessi ma anche agli
altri per cercare riconoscimento e conferma.
3. Dimensione Culturale: l'identità narrativa è socialmente e culturalmente
collocata infatti ogni cultura favorisce un certo tipo di identità narrativa; quindi
ogni persona può accedere ad un determinato repertorio di discorsi disponibili.
4. Dimensione Riflessiva: è una dimensione nuova che ci dice che narrare è
un processo riflessivo così avviene che il narratore ed il protagonista del
racconto si separino creando un Sé altro che replica la nostra esperienza con gli
altri.
5. Dimensione di Genere: la propensione alla narrazione appare storicamente
più femminile (Cavarero, 1997) e sembra proprio che le donne cerchino in essa
una soggettività spesso sia socialmente che culturalmente negata. Mi sembra
interessante approfondire questa tematica riportando le parole della studiosa
Adriana Cavarero che ha dato un contributo fondamentale alla filosofia della
narrazione:
"...da sempre, l'attitudine per il particolare fa delle donne delle narratrici eccellenti. Ricacciate, come
Penelope, nelle stanze dei telai, sin dai tempi antichi esse hanno tessuto trame per le fila del racconto. Hanno
appunto intessuto storie, lasciandosi così incautamente strappare la metafora del textum dai letterati di
professione. Antica o moderna, la loro arte si ispira a una saggia ripugnanza per l'astratto universale e consegue a
una pratica quotidiana dove il racconto è esistenza, relazione e attenzione.11 "
Un ultimo approfondimento va dedicato a quella che viene considerata la
forma narrativa più appropriata alla costruzione dell'identità, cioè, il racconto
autobiografico che verrà utilizzato anche come strumento di ricerca applicata in
questo lavoro dottorale.
L'autobiografia può essere definita come una narrazione retrospettiva scritta
da una persona reale e concernente la sua esistenza, in cui l'attenzione è
concentrata sulla sua vita individuale e in particolare sulla storia della sua
personalità.12
L'utilizzo di tale tecnica si è inoltre dimostrato molto efficace nel campo
dell'educazione degli adulti - l'età adulta è il tempo dei primi bilanci, della
maturità, del ricomporre i ricordi secondo criteri distinti - in quanto è uno
strumento ideale di conoscenza di sé e dell'altro soprattutto nei contesti
relazionali e di gruppo. L'incontro con il proprio passato può generare delle
straordinarie sorprese tra cui quella di capire che dall'analisi della propria storia,
apprendendo da se stessi, si compie un percorso che riporta al presente,
all'attualità. L'autobiografia invita a guardare indietro e allo stesso tempo avanti
costituendo insieme un percorso di cura e un itinerario formativo di
apprendimento continuo. In particolare, quando essa utilizza il metodo della
11
A. Cavarero, Tu che mi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997 (p.73).
Per lo studioso Duccio Demetrio l'autobiografia è un testo in cui la persona racconta di sé cercando di dare un
senso unitario alle storie di cui dispone collocandole all'interno di una trama significativa. Per un
approfondimento si rimanda al testo Raccontarsi. L'autobiografia come cura si sé, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1996.
12
42
scrittura può rompere in modo netto la nostra autoreferenzialità e condurci in un
certo senso "fuori da noi". Lo studioso Duccio Demetrio a tal proposito parla
proprio di "bilocazione cognitiva" per indicare questo processo di
distanziamento in cui l'individuo, costruendo e vivendo un racconto, crea un
altro da sé, si sdoppia, e così si guarda agire. Soltanto quando gli eventi vengono
fissati in una pagina e "bilocati" possono essere realmente modificati dagli
individui e ridefiniti cognitivamente.
In sintesi, l'approccio autobiografico può rappresentare.
- Un mezzo di autoriconoscimento che stimola l'apprendimento perché
insegna che noi ricordiamo in prevalenza tutto ciò che ci ha conferito una forma
(attraverso esperienze cruciali nel lavoro, nell'amore) durante la nostra lunga
esperienza di vita ed in tal modo conferma che per gli adulti la formazione
ricomincia sempre quando si accettano i cambiamenti. Tutti riproduciamo
esperienze non per confermare le nostre opinioni ma per scoprire ciò che ci è
sfuggito.
- Un veicolo di riflessione sui propri percorsi di apprendimento linguistico e
di contatto interculturale lungo l'arco della vita utile a far riaffiorare i vissuti
individuali, sia affettivi che cognitivi.
- Un momento di ricostruzione del proprio percorso identitario. Il racconto
diventa una dimensione significativa della costruzione che l'individuo fa di se
stesso: narrandosi cerca di "ricostruire" la sua identità.
43
3. Indagare la crescita identitaria
3.1 Identità e cittadinanza
Per procedere nell'analisi di questo legame occorre chiarire innanzitutto a
quale concetto di cittadinanza si voglia qui far riferimento dato che esso ha
avuto un percorso di specificazione molto complesso, in particolare all'interno
della disciplina sociologica.
Un elementosu cui concordano gli studiosi sociali è che la definizione che ha
dato una svolta chiara e forte all'interpretazione sociologica di tale concetto è
quella fornita da Thomas Humphrey Marshall (1950): "La cittadinanza è uno
statusche viene conferito a coloro che sono membri a pieno diritto di una
comunità. Tutti coloro che posseggono questo status sono uguali rispetto ai
diritti e ai doveri ad esso relativi" (pp. 28-29).
Come ha specificato bene in seguito la sociologa Manuela Naldini (2006)
questa definizione di Marshall tiene insieme due prospettive concettuali. Da un
lato, la cittadinanza è uno statuse quindi il suo esercizio è legato alle condizioni
socio-economiche e ai diritti del singolo cittadino, dall'altro, essa è una pratica
per cui va intesa anche come partecipazione alla vita e al governo della società.
Su quest'ultimo punto insiste di recente anche lo studioso Lorenzo Grifone
Baglione (2009) di cui riporto alcune efficaci parole: "Se la concessione della
cittadinanza formale è il prodotto di un'emanazione istituzionale, la concreta
azionabilità della cittadinanza è il punto d'arrivo di un più complesso processo di
partecipazione e di integrazione nella comunità all'interno della quale il cittadino
viene ad interpretare il proprio ruolo. (...) Queste due dimensioni si riferiscono al
reale godimento delle garanzie inerenti lo status di cittadinanza che dipende
strettamente dalla posizione economica, dalle risorse culturali, dalle varie
competenze, ma anche dall'appartenenza etnica del soggetto" (pp. 44-45).
La riflessione marshalliana viene così ripresa ed attualizzata mettendo in
evidenza il legame che si crea nelle società odierne tra i diritti che sono
indispensabili per raggiungere risorse attingibili dai cittadini e il supporto che
deve esserci al fine di avere una effettiva inclusione sociale che sia garanzia di
libertà di azione. Non esiste quindi solo il lato cosiddetto formale dei diritti ma
anche quello materiale che indica se e come un certo atto sia alla portata del
singolo e quindi se possa essere liberamente compiuto. L'estensione della
nozione marshalliana di cittadinanza è diventata dunque una necessità
soprattutto in campo sociologico per dare conto delle modificazioni e dei
cambiamenti sopraggiunti nel sistema sociale tardo moderno.
Mi sembra anche importante ricordare che una prima importante critica a tale
concezione, e che è risultata in seguito determinante nella comprensione del
significato dei diritti di cittadinanza, è arrivata dalle studiose femministe che
riprendendo la distinzione schematica di Marshall tra diritti civili, politici e
44
sociali e la loro apparizione in senso cronologico lungo tre periodi storicamente
determinati e consequenziali, evidenziano come tale periodizzazione valga e
abbia significato solo per la storia degli uomini. Per questi ultimiinfatti è vero
che i diritti civili sono stati anteriori a quelli politici introdotti nel XIX secolo e
precedenti a quelli sociali del welfare state del XX secolo ma per le donne il
processo è stato esattamente inverso: alcuni diritti sociali sono arrivati con il
lavoro, prima quindi che ottenessero il diritto al voto, e per quelli civili come è
noto le conquiste sono arrivate molto tardi, in Italia in particolare dopo gli anni
Settanta. Per un'analisi di questa interessante riflessione teorica rimando agli
studi della giurista Tamar Pitch (1998) mentre come ultima cosa voglio
sottolineare che questa critica femminista al concetto originario di cittadinanza è
stata determinante per aprire nuove prospettive di analisi oltre a quella del
genere; mi riferisco in particolare alle differenze di classe e soprattutto a quelle
etniche su cui ora concentrerò la mia analisi.
E' in tempi recenti appunto che la nozione di cittadinanza è sempre più
richiamata per le sue implicazioni in termini di appartenenza a un territorio o ad
una comunità - e non più quindi allo stato-nazione - nuove questioni emergono e
tra queste assume centralità quella della estensione anche ai non-cittadini, che
vivono in un determinato paese, dei diritti politici e sociali, quindi, soprattutto
agli immigrati. Si tratta in qualche modo di superare la distinzione tra cittadini e
non che il meccanismo stesso della cittadinanza - nella sua duplice accezione di
status e pratica - genera e che conduce in modo ineluttabile all'esclusione sociale
di alcuni soggetti.
Mi sembra che a questo punto possa risultare utile ricorrere ad alcune
precisazioni sul rapporto tra partecipazione civile e cittadinanze multiple
proposte dallo studioso Maurizio Ambrosini (2008) che scrive e si occupa da
sempre dei temi legati alla migrazione e all'appartenenza identitaria13. In
particolare, egli spiega che da un punto di vista strettamente storico è emersa di
recente una prospettiva "postnazionale" della cittadinanza articolata in due
versioni. La prima fa riferimento ad una nuova forma di appartenenza, appunto
postnazionale, che focalizza la sua attenzione sui diritti dei cittadini riferiti a
sistemi politici articolati su più livelli, come nel caso dell'Unione Europea. La
seconda versione invece insiste sulla necessità che il concetto di cittadinanza
evolva man mano che gli stati nazionali abbiano assorbito le lorospecifiche
appartenenze locali e regionali.
Come meglio indica Ambrosini, questa tendenza permette di passare da un
modello teorico tradizionale di cittadinanza - diritti e identità sono congruenti e
coincidenti - a quello transnazionale in cui gli stati-nazione vengono
deterritorializzati e le vite dei migranti oltrepassano i confini geopolitici e si
aprono a nuove formeidentitarie. Durante la prima modernità i governi degli
stati nazionali imponevano agli individui una cittadinanza esclusiva facendo
13
Mi riferisco qui in particolare al volume Un'altra globalizzazione. La sfida delle migrazioni internazionali,
edito da il Mulino.
45
coincidere l'identità sociale con quella nazionale, nel passaggio invece alla
contemporaneità, o seconda modernità, si allentano i confini territoriali e si apre
uno spazio d'azione nuovo rivolto ad appartenenze molteplici. Il soggetto in
emigrazione cerca così - sia quello di prima che di seconda generazione - di
definire la propria identità facendo appello sia ad elementi culturali derivanti
dalla propria patria - tradizionali - che a quelli presenti nel nuovo contesto di
vita. Così egli diviene una figura paradigmatica di questo incessante e ricorrente
bricolage con cui gli individui plasmano e ridefiniscono le loro identità
soggettive.
La nuova formulazione di cittadinanza evoca quindi il problema della
inclusione/esclusione sociale, costringendo anche l'opinione pubblica a riflettere
su come i diversi soggetti possano divenire dei reali membri di una comunità
politica. E' quindi comprensibile come mai in tale dibattito sia divenuta rilevante
la questione dell'appartenenza - e quindi del riconoscimento - dei singoli
all'interno di una nuova e più ampia formazione politico-costituzionale come
l'Unione Europea: chi è in termini sia giuridici, che culturali, che politici il
cittadino europeo? Per rispondete correttamente a tale interrogativo occorre
partire, riprendendo quanto evidenziato, dalla necessità di considerare la
molteplicità delle dimensioni: più simboli, più dottrine, più rappresentazioni, più
immagini. L'identità europea non può essere considerata un monolito, non è
esclusiva, anzi, può emergere solo dal riconoscimento reciproco con le altre
identità nazionali, si mescola con i diversi elementi culturali e non è organizzata
in termini gerarchici per cui ci si può sentire più o meno italiani o europei o
maceratesi.La cittadinanza europea diviene così anch'essa una concezione
innovativa perché prevede un'appartenenza fondata sulla diversità e sulla
differenza ed una partecipazione ampia di vari soggetti al policy makingche va
aldilà del mero accesso al diritto di voto.
3.1.1 L'europeizzazione dei giovani
Come si è evidenziato, il concetto di cittadinanza è in continua evoluzione,
nuovi ed impegnativi fenomeni lo attraversano generando cambiamenti di
prospettiva e di significato davvero rilevanti. Mi riferisco ad esempio
all'elemento del multiculturalismo, alla prospettiva di genere, e soprattutto a
quello dell'identità europea sulla quale voglio di seguito soffermarmi. Com'è
noto l'appartenenza europea costituisce ancora qualcosa di non concluso, di non
pienamente strutturato, una realtà sovranazionale che in qualche modo è ancora
agli albori ma in realtà potrebbe divenire nel futuro un contesto alternativo di
inclusione, soprattutto per le giovani generazioni di stranieri. Nuovi orizzonti e
possibilità si potrebbero aprire: avere maggiore mobilità, conoscere più lingue,
lavorare in più paesi.
Nella prospettiva sociologica i giovani,che si rivolgono e guardano
naturalmente al futuro, costituiscono un ambito di osservazione eccellente per
46
comprendere i progetti di costruzione delle identità individuali e collettive che si
stanno mettendo in atto nelle nostre società, in modo più o meno innovativo. In
un momento socio-politico come quello attuale in cui appare sempre più
evidente l'esistenza di conflitti, di resistenze e di ritardi14sulla questione della
cittadinanza europea,divieneinteressante provare a riflettere sul "sentirsi
europei" delle nuove generazioni le quali, come si è già evidenziato, sono
impegnate a costruire leloro identità all'interno di contesti societari dai continui
mutamenti e dai messaggi contraddittori: inviti all'allargamento ed all'ingresso di
nuovi Paesi da un lato e proposte di chiusure nazionalistiche dall'altro.Leggendo
così alcune ricerche e analisi sia di taglio sociologico che politologico15 si
scopre che spesso i ricercatori -molto attenti nel non utilizzare categorie ed
etichette per evitare di proporreuna sorta di "idealtipo" europeo - denunciano in
modo sempre più forte la mancanza nei giovani di ampi riferimentisia sociali
che culturali indispensabili per formare identità dal carattere collettivo.
La legittimazione che i giovani fanno dell'Europa avviene assumendo come
riferimento identitario una cornice territoriale che è soprattutto nazionale e
locale; così come avviene per gli adulti più inclini a stare all'interno di perimetri
di appartenenza ristretti che li inducono a vivere guardando sempreindietro, al
paese di origine. Inoltre, molte indagini promosse per investigare il rapporto tra i
giovani e la società, evidenziano che questipur manifestando un'adesione
concettuale verso alcuni temi considerati emergenti - in questo caso specifico la
necessità che si costruisca un'unità identitaria europea - non mostrano poi nei
comportamenti messi in atto l'urgenza della pratica rispetto a tale adesione che
rimane potremmo dire prettamente sentimentale16.
Il motivo per cui gli studiosi riferiscono con toni allarmanti di questa
tendenza, soprattutto nelle seconde generazioni,a non utilizzare forme di
cooperazione e di solidarietà che si riferiscano ad uno spazio di riconoscimento
pubblico che vada oltre il nazionale e verso l'europeo è che tale orientamento
rischia di frenare il faticoso processo di costruzione delle società attuali in senso
plurale, aperto, transnazionale. Invece, i giovani immigrati con i loro molteplici
legami e i diversificati riferimenti culturali potrebberoagevolareil mutamento
sociale e l'innovazione.
14
Il libro della studiosa Patrizia Nanz Europolis. Un'idea controcorrente di integrazione politica presenta una
visione nuova ed originale dell'Europa in cui il concetto di sfera pubblica europea è inteso come molteplicità di
dialoghi che attraversano confini culturali e nazionali e conducono al mutamento delle prospettive individuali.
L'Europa dovrebbe acquisire una partecipazione politica sempre più ampia e da ciò far generare e promuovere
pratiche di cittadinanza transnazionali.
15
Voglio specificare che nella sociologia, soprattutto italiana, lo studio dei giovani come neo-cittadini europei è
ancora allo stato nascente e che il rapporto tra condizione giovanile, cultura e partecipazione politica è stato
indagato specialmente in chiave nazionale dai sociologi inglesi, francesi e tedeschi. Ricordo i lavori di A.
Percheron, A. Muxel, V. Fournier, R. Hitzler. Rimangono poi fondamentali dal un punto di vista teorico le
riflessioni sulle trasformazioni dell'identità giovanile formulate sia da U. Beck che A. Giddens.
16
Per capire la condizione giovanile in Europa si veda M. Bontempi, R. Pocaterra, I figli del disincanto. Giovani
e partecipazione politica in Europa, Mondadori, Milano 2007. Riguardo invece alla visione e lettura di ricerche
di carattere comparativo sull'identità europea si rimanda all'indagine Orientations of Young Men and Women to
Citizenship and European Identity il cui rapporto finale è reperibile su http://www.sociology.ed.ac.uk/youth/.
47
Mi soffermo su questa riflessione che forse va meglio specificata. Le seconde
generazioni, che siano nate in Italia o meno, possiedono un patrimonio
identitario complesso che unisce elementi di almeno due culture che generano in
loro un sentimento di appartenenza duplice: quello per il Paese di origine
(proprio o dei genitori) e quello per il Paese di arrivo, in un confronto che è
costante e continuo. Questa è la differenza sostanziale con i loro coetanei italiani
che nell'affermazione della loro identità in età adolescenziale - percorso
comunque complicato - non devono attuare un processo di differenziazione e di
autonomia da modelli genitoriali propri di un altro contesto di vita e spesso
molto distanti dalla cultura occidentale. Questa faticosa operazione di
riconoscimento e adattamento che le seconde generazioni compiono
quotidianamente,
passando
attraverso
le
diverse
agenzie
di
socializzazione,costituisce in senso positivo unottimo addestramento
all'accoglimento delle differenze e quindi all'apprendimento del vivere tra più
riferimenti sociali e culturali. Di riflesso, e in modo indiretto ma comunque
efficace, i ragazzi e le ragazze italiane sono costretti a una frequentazione
continua di realtà diverse e anche loro da ciò rimangono in modo ineluttabile
influenzati: la contaminazione si mette in atto, per tutti.
Sul buon esito di questa interazione e continua negoziazione interculturale
incide in modo rilevante il grado di apertura della comunità etnica di
appartenenza dei minori stranieri, come avrò modo di specificare meglio nella
parte sperimentale di questa tesi di dottorato. Penso sia utile riportare a tal
proposito le efficaci parole17 di un ragazzo adolescente di Capo Verde che così
descrive il difficile ma anche stimolante percorso identitario delle seconde
generazioni: "Ho un punto di vista allargato. Più occhi per vedere, per capire il
mondo che mi circonda. Non ho un'unica prospettiva. Questo mi piacerebbe
spiegarlo ai giovani. A un certo punto i ragazzi stranieri - lo so perché ci sono
passato - si fanno le fatidiche domande adolescenziali "chi sono io?", "da dove
vengo?", solo che la loro identità è più complessa da definire, per tutta una serie
di dinamiche. Ecco dovremmo far sapere che fortuna hanno: due culture, due
lingue, due modi di intendere la vita. Che sono cento per cento Italia e cento per
cento altro. Però non è facile. Spesso gli altri ti stigmatizzano in quanto straniero
e questo sia in Italia sia a Capo Verde. Qui hai la pelle nera, i rasta in testa, parli
di Africa, ti occupi di tematiche sociali che l'italiano doc non affronta. A Capo
Verde, al contrario, non conosci più nessuno, e chi ti riconosce, come i parenti,
ti vede come una persona lontana che ha poco a che fare con loro".
Ho riportato il brano di questa intervista perché esso racchiude in sintesi ciò
che di positivo e stimolante c'è nell'essere giovani in emigrazione - un punto di
vista allargato per capire il mondo - e di negativo - rischio di esclusione e di un
mancato riconoscimento.
17
Ho trovato questo scritto all'interno del volume Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si
raccontano, che racconta in modo davvero efficace che cosa significhi essere giovani stranieri in Italia ed avere
rapporti e confronti con la scuola, con i genitori, con i coetanei italiani.
48
Di fronte quindi ad una generalizzata tendenza nei giovani alla reversibilità
delle scelte, ad una scarsa partecipazione alla sfera politica si preferisce qui
adottare come ipotesi teorica quella dell'esistenza di una dimensione subgenerazionale - la componente immigrata della popolazione europea - che a
partire da una condizione esistenziale complessa, e a volte problematica, possa
sviluppare una maggiore capacità critica verso la società e quindi sia in grado di
promuovere un mutamento. Così, un tratto considerato di chiara marginalità com'è appunto la condizione di migrante - può essere letto all'interno di contesti
societari europei pervasi da una forte spinta all'individualizzazione, come una
risorsa e un impulso straordinario alla mobilitazione e alla partecipazione. Si
tratta quindi della constatazione dell'esistenza di due generazioni distinte: una
maggioritaria che si pone come spettatrice e che si ferma alla soglia, a guardare
la realtà sociale usando tradizionali schemi concettuali, e una minoritaria per
visibilità sociale e risorse e che lascia intravedere dei caratteri nuovi e originali
che fanno ben sperare circa una riacquistata prerogativa giovanile
all'innovazione ed al cambiamento18.
Seguendo questa ipotesi teorica possono essere promossi interessanti studi e
ricerche empiriche sulla condizione giovanile europea in relazione alle
dinamiche di inclusione ed esclusione. La ricerca condotta all'Hotel House
rientra in questa prospettiva in quanto cerca di tenere conto di come le ragazze e
i ragazzi si muovono nei loro ambienti vitali, delle scelte di identificazione che
compiono, delle risorse che trovano nel contesto abitativo, delle opzioni che
hanno a disposizione nella comunità locale in cui vivono.
3.2 Identità e luogo di appartenenza
In questo paragrafo affronterò un tema su cui spesso si riflette poco ma che è
di grande importanza all'interno della più ampia questione dell'identità, mi
riferisco al senso di appartenenza che ognuno di noi ha con i luoghi della sua
vita e che costituisce un legame davvero complesso perché si nutre di tanti
elementi: paesaggi, persone, esperienze, ricordi.
Prima di arrivare ad analizzare quale tipo di appartenenza al luogo abbiano
sviluppato i giovani e le giovani residenti all'Hotel House da me intervistati, è
importante comprendere quanto questo legame sia ancora determinante per lo
sviluppo delle nostre società;anche se esse presentano ormai ben poco di
quell'attaccamento e radicamento al contesto di vita che hanno caratterizzato gli
spazi di convivenza tipici dell'epoca agricola pre-moderna. Per comprendere
allora in quali termini il paesaggio possa essere considerato ancora oggi un
riferimento identitario - nonostante appunto la globalizzazione - utilizzerò
dapprima le riflessioni della geografa inglese G. Rose e della sua concezione del
" senso del luogo".
18
Si veda G. Bettin Lattes, E. Recchi (eds), Comparing European Societies towards a Sociology of the EU,
Mondozzi editore, Bologna 2005.
49
Secondo questa studiosa tale concetto può essere messo in relazione con
l'identità da tre prospettive di analisi differenti e cioè a seconda che con un certo
luogo ci si identifichi, non ci si identifichi affatto oppure, addirittura, ci si
identifichi contro. Nel primo caso, quello della piena identificazione, si genera
un sentimento di totale appartenenza che può innescarsi sia in un contesto di
piccole dimensioni, come l'ambito domestico-familiare, che di dimensioni
nazionali o sovranazionali; in quest'ultima prospettiva può rientrare quel
sentimento di unità europea di cui sopra si è riferito e che con tanta fatica
cercaoggi di imporsi. All'opposto, può accadere che per il singolo la
valorizzazione delle proprie specificità e caratteristiche avvenga in evidente e
dichiarata opposizione a ciò che rappresenta il luogo in cui vive; così la propria
individualità si afferma per contrasto a quella prevalente in un dato posto. Uno
stato di scarso riconoscimento può generarsi però anche nel caso in cui la
propria identità rimanga fortemente legata al luogo originario e familiare, così,
si prova disinteresse e distacco per qualsiasi altro posto in cui si vada a vivere
per un periodo più o meno prolungato.
Questa distinzione concettuale, fornita dalla Rose, traccia una prima
interessante strada conoscitiva rispetto al tema dell'appartenenza e al fatto che
uno stesso luogo può acquisire significati differenti per i diversi gruppi di
persone che in esso vivono. Tale riconoscimento permette tra l'altro di
comprendere le differenze sociali e le dinamiche di potere in esso prevalenti e
agenti.Rispetto a questo tema, appare da subito evidente che l'esperienza della
migrazione, con le sue complesse dinamiche di adattamento, rappresenta un
punto di osservazione privilegiato circa i meccanismi che si generano nel
sentirsi a pieno titolo "parte" di un luogo; meccanismi spesso condizionati dalle
modalità di accoglienza del paese in cui ci si stabilisce.
Nell'epoca attuale fenomeni quali la globalizzazione e la mobilità su scala
mondiale degli individui - che godono di un'ampia disponibilità di strumenti e
mezzi di trasporto - hanno ridotto in modo drastico le distanze spazio-temporali
imponendo una ridefinizione, un ripensamento del concetto di territorio e
dicome questo si leghi in modo stretto a quello di cultura. Come evidenzia la
studiosa Meini (2008) "nelle società avanzate la normalità è rappresentata dalla
mobilità" e quindi "lo spazio non può essere più visto solo come porzione
fisicamente delimitata della superficie terrestre" ma come "spazio che si
organizza e identifica a partire dai complessi di relazioni ambientali e sociali che
lo caratterizzano, sia all'interno che all'esterno" (Meini, 2008, p.25). In
quest'ottica, i luoghi vanno necessariamente ripensati rispetto alle funzioni e ai
valori nuovi che li caratterizzano.Ogni ambito territoriale - quartiere, città,
regione - diventa sempre più multiculturale ed assume tratti di originalità per la
convivenza stretta al suo interno di individui appartenenti a culture diverse che
entrano in contatto e si contaminano: il paesaggio non può rimanere immune
dalla complessità di tali nuove dinamiche. A volte può succedere che le
popolazioni autoctone cerchino di "fermare" questo cambiamento, queste
50
modificazioniper rimanere ancorate ad alcuni elementi simbolici del paesaggio
in cui vivono dai quali traggono conferma circa la loro identità originaria.
Un'operazione questa molto difficileda compiersi; bene lo spiega lo studioso
Castelnovi (2002, p.182) " si sta verificando un progressivo distacco tra l'identità
dei luoghi e quella dei loro abitanti. (...) Il senso dell'abitare di ciascuno di noi
non fa più riferimento ad un solo luogo (un paesaggio che produce con l'identità
locale anche quella culturale dei suoi abitanti) ma ad una rete di paesaggi, che
vengono apprezzati in quanto produttori di differenti identità locali. Quindi, la
nostra personale identità sarà, per quanto riguarda il senso dell'abitare, un
prodotto interculturale, appoggiato ai segni di diversi codici, di molteplici storie
provenienti da altrettante identità locali". In modo ineluttabile, i processi di
mobilità indotti dalla globalizzazione hanno contribuito a ridefinire il rapporto
tra le popolazioni e il loro ambiente di vita e tale nuova combinazione rende
necessaria l'adozione da parte degli studiosi, soprattuttodi quelli delle scienze
sociali, di nuovi paradigmi di lettura della realtà.
Il più importante cambiamento in tal senso è di certo la necessità di rileggere
il legame tra luoghi e culture alla luce degli effetti che su di esso hanno prodotto
le migrazioni internazionali. Le società sono mutate radicalmente e si presentano
completamente rinnovate in senso multiculturale; come sopra si è accennato,
ogni ambito territoriale, dal piccolo quartiere al contesto regionale, non è più
connesso ad un solopatrimonio comune di conoscenze ma in esso si esprimono
tradizioni, valori, lingue e usi profondamente diversi tra di loro, generando
originali processi di "ibridazione" culturale. Così, sono le stesse
popolazioniautoctone a ricercare tra gli elementi paesaggistici i cosiddetti
"ancoraggi identitari" a volte purtroppo guardando alla diversità con paura
vedendola come una minaccia nei confronti dei valori originari. I migranti
invece vivono questa necessità di risignificare il nuovo luogo di appartenenza
come una normalità, come un percorso che è conseguente al dover vivere in una
realtà estranea e che spesso propone loro spazi di azione molto limitati e
ristretti.Comunque, sia gli autoctoni che i migranti cercano all'interno di un
paesaggio che si trasforma velocemente uno spazio in cui identificarsi e per
compiere tale percorso devono necessariamente avere come riferimento non un
luogo ma più luoghi.
I legami territoriali si moltiplicano per tutti così accade che: "tutti assumiamo,
ciascuno a suo modo, elementi del paesaggio per testimoniare la nostra identità,
ma, per gli effetti dei processi epocali (la mobilità, la circolazione di immagini,
l'abbandono dell'agricoltura), il nostro universo di riferimento non è più
circoscrivibile ad un luogo e un paesaggio preciso ma si dispiega in una rete di
paesaggi dispersi. (...) Quindi la nostra personale identità sarà, per quanto
riguarda il senso dell'abitare, un prodotto interculturale, appoggiato ai segni di
diversi codici, di molteplici storie provenienti da altrettante identità locali"
(Castelnovi, p.184).
51
A questo punto della mia riflessione voglio indagare in modo più precipuo il
nesso tra globale e locale, cioè cogliere come lo scenario appartenente al
mondiale, al sovranazionale (macro) possa entrare concretamente all'interno
della vita quotidiana (micro); tale interconnessione viene definita dagli studiosi
in modo efficace con il termine "glocale". In tutti i nostri territori, all'interno
degli innumerevoli spazi di vita che ognuno di noi attraversa, sono visibili le
tracce della globalizzazione: i cibi esposti, i vestiti indossati, i libri e le riviste, i
manifesti esposti. L'antropologo svedese U. Hannerz (2001) è stato tra i primi
studiosi ad indicare l'importanza che il locale assume ancora aggi all'interno di
un contesto societario sottoposto a interconnessioni globali. Tutto ciò che noi
facciamo "accade localmente" quindi la realtà che noi viviamo è sottoposta a
molti influssi diversi e a condizionamenti che possono arrivare anche da molto
lontano, basti pensare a quanto la dimensione visuale, le immagini del mondo
siano divenute centrali per la costruzione della nostra realtà sociale.
L'aspetto che mi interessa qui indagare - e che costituisce tra l'altro l'ipotesi di
ricerca del lavoro empirico di questa tesi dottorale - è di comprendere come si
costruisca un senso di appartenenza al luogo in termini di "familiare" e
amichevole pur vivendo all'interno di una società la cui caratteristica è che in
essa si sviluppano legami multiplicon più luoghi. Da un punto di vista
psicologico, si tratta di creare un rapporto di tipo emozionale ed affettivo con un
determinato luogo - che può non essere quello di nascita - e stabilire con esso
una sorta di relazione di attaccamento. Questi spazi di convivenzadal forte
carattere simbolico spesso sono contesti di vita "ordinari" che acquistano cioè un
senso identitario non per un pregio culturale o naturale che li caratterizza ma
perché diventano il riferimento identitario di gruppi sociali, di individui che
condividono spesso un comune percorso di vita - come la migrazione - e
guardano con la stessa attesa al futuro. Così avviene che alcuni luoghi pur nella
loro chiusura e desolazione assumano per chi in loro vive quotidianamente le
sembianze di casa, soprattutto se al loro interno si trovano persone provenienti
da una comune zona d'emigrazione. Ciò però indica che questi luoghi, e tra
questi l'ipotesi di ricerca qui avanzata include anche l'Hotel House, si
costituiscano come paesaggi che non hanno alcuna specificità, nessun legame
con il territorio circostante e quindi sono spazi di vita privi di identità culturale
collettiva; capaci di generare un senso di appartenenza solo personale ed
emotivo-sentimentale.
In questi contesti di vita anonimi e impersonali i migranti devono ricreare la
loro casa attraverso la condivisione di diversificati modelli culturali. Da questo
punto di vista, la particolarità della realtà da me studiata è che essa costituisce
uno spazio di confronto per diverse comunità di migranti- Bangladesh, Senegal,
Nigeria, Sri-Lanka, Pakistan - ma non per gli italiani che vivono lontani senza
dover condividere la normalità dell'esistenza quotidiana. Questo dato ha come
ovvio una valenza fortemente negativa in quanto indica una scelta di
separatezza, di chiusura fisica di uno spazio che diventa negli anni sempre più
52
distante e avulso dalla storia geografica locale. Queste considerazioni verranno
approfondite nell'ultima parte di questo scritto durante la descrizione della
ricerca empirica svolta.
Per riprendere il filo rosso del ragionamento finora avviato, la popolazione di
un certo territorio oggi non è più culturalmente omogenea e i paesaggi urbani
diventano a seguito di ciò un mescolamento costante di segni diversi che
appartengono anche a coloro che, provenendo da realtà culturali lontane e
distanti, cercano di affermare se stessi nelle zone di arrivo. La ricerca di una
sintesi identitaria si compie quindi a partire dalla condivisione di un territorio e
della appartenenza ad esso. Uso qui le efficaci parole dello studioso Meini
(2004, p.136): "ogni immigrato porta con sé una propria "geografia", fatta del
Paese in cui è nato e cresciuto, dei tragitti migratori che ha compiuto e del luogo
dove vive adesso." Questo meccanismo può presentarsi anche come
estremamente complesso e può generare conflittualità ma è l'unico che consente
ai nostri luoghi di vita di configurarsi in modo nuovo e originale come terreno di
incontro, di negoziazione, di una conoscenza in chiave plurale che è emblema
della società postmoderna.
Per riassumere, occorre riconoscere che molti dei paesaggi delle società
contemporanee, soprattutto a carattere urbano, non hanno più quelle specificità
naturali o culturali che in passato venivano dalla popolazione residente
riconosciute come comuni riferimenti identitari. E' avvenuto un cambiamento
radicale collegabile in modo particolare ai continui flussi migratori che hanno
reso i contesti di vita sempre più ibridi e contaminati dalla diversità. Questa
dinamica non ha però impedito l'attivarsi comunque di meccanismi di
riconoscimento negli abitanti di questi luoghi. Come sopra specificato, ciò è
avvenuto grazie al fatto che il valore dei paesaggi passa sempre meno attraverso
le caratteristiche fisiche dei territori e sempre di più attraverso i legami affettivi
e simbolici che si creano in essi. Il rapporto tra appartenenza e culturanon è più
leggibile in modo immediato, utilizzando riferimenti collettivi, ma avviene in
base a orientamenti del tutto personali.
Si tratta quindi di comprendere perché e come un certo ambiente sia divenuto
per il singolo un luogo affettivamente rilevante e quindi riconosciuto come casa.
Il messaggio importante che è all'interno di questa prospettiva di analisi è che
qualsiasi luogo può generare senso di identità, a prescindere dalla provenienza
individuale, e quindi può divenire geograficamente importante per un territorio
in quanto in esso si riconosce una parte rilevante della popolazione. Inoltre, col
tempo, ogni ambiente, ogni quartiere se si apre alla condivisione, allo scambio,
può generare nuovi sentimenti di appartenenza e divenire "casa" anche per altri e
nuovi soggetti.
53
3.2.1 L'appartenenza in adolescenza
I cambiamenti avvenuti con la seconda modernità hanno riguardato sia la
parte adulta che quella giovane della popolazione, avviando in entrambe un
percorso di modificazione del senso dell'identità sia individuale che collettiva
tale per cui si è qui più volte riferito di un processo di identificazione divenuto
molteplice. Lo scenario postmoderno e l'intreccio tra il livello globale e quello
locale di vita - il cosiddetto "glocalismo"- hanno indicato una nuova strada
rispetto ai tradizionali meccanismi di appartenenza, cioè, quella della possibilità
di unire più mondi e di riferirsi a più culture: nascono nuove connessioni e
legami. All'interno di questo complicato meccanismo di pluriappartenenza, si è
scelta come centrale, rispetto soprattutto al lavoro empirico condotto, la
dimensione territoriale finora analizzata specificando il rapporto stretto tra
popolazione e paesaggio. Di seguitoinvece si cercherà di collegarequesto tema,
al fine di renderlo più significante, alla condizione dell'essere un giovane
migrante. Si tratta di chiarire innanzitutto come e perchéil paesaggio entri nella
costruzione identitaria tipica dell'adolescenza e di comprendere se e in che modo
l'esperienza della migrazione possa influenzare tale meccanismo. Nel caso
soprattutto di uno spostamento migratorio avvenuto durante l'infanzia diventa
interessante capire come i vecchi riferimenti identitari agiscano nel nuovo
ambiente; se aiutino o meno a orientarsi nella costruzione dei legami.
La parte empirica della tesi dottorale aggiungerà poi a questa analisi di
carattere più descrittivo un ulteriore elemento critico, cioè,quello che fa
riferimento alla condizione particolare di vita che quotidianamente affrontano
quei ragazzi e quelle ragazze migranti che risiedono in luoghi e territori qui
definiti come privi di un qualsiasi "pregio" naturale e/o culturale: spazi divenuti
in modo del tutto accidentale e casuale ambiti di convivenza e che hanno seguito
in modo esclusivo negli anni esigenze emergenziali, legate al contingente.
La prima domanda da porsi quindi potrebbe essere così sintetizzata: che
legame si crea tra i/le giovaniimmigrati/ee il loro luogo di vita quotidiana?
In genere, l'appartenenza si genera attraverso un coinvolgimento emotivo ed
affettivo nei confronti di un ambiente che porta il singolo a ritenerlo una
componente significativa del proprio senso di identità. In effetti, la relazione con
un determinato luogo si struttura attraverso il portare a memoria episodi o
ricordi, più o meno recenti, di avvenimento o fatti accaduti lì e che sono stati
affettivamente significativi in termini di crescita: dove ho conosciuto gli amici,
dove ho giocato e mi sono divertito. Una cosa interessante che evidenziano gli
studiosi rispetto proprio al senso di appartenenza è che esso è in parte un
sentimento inconscio (Relph, 1976) e che quindi soprattutto quando si tratta di
giovani occorre, per farlo emergere, avviare una riflessione capace di produrre
quel necessario distacco che fa sì che un luogo che viene dato tutti i giorni per
scontato, nel bene e nel male, emerga e si mostri per la sua importanza e
specificità. L'abitudine, la routine banalizzano fino a volte ad annullarei tratti
54
caratteristici della realtà di vita dei singoli per cui il ricercatore che voglia
studiare l'appartenenza ad un ambiente deve indurre in chi vi abita un
ragionamento ed una riflessione su di esso e poi, partendo da ciò,diventa
possibile indagare nella giusta ed adeguata prospettiva la dimensione
paesaggistica di quello specifico contesto.
Quindi, comprendere tale relazione - e soprattuttocapire come il paesaggio
entri in tale dinamica- è un percorso molto complicato che richiede di operare
delle scelte rispetto a ciò che si vuole indagare e tenere in considerazione. Si
tratta di interpretare e dare significato a una percezione che è innanzitutto
soggettiva del luogo. Nel caso specifico del lavoro empirico qui condotto, si
cercherà di fare emergere soprattutto il coinvolgimento emotivo e affettivo con
il luogo: non è interessante e rilevante la relazione cosiddetta "funzionale" - sto
bene in un posto perché non mi manca niente - ma il meccanismo di
identificazione che con esso si crea e che lo rende non neutro.
Prima di evidenziare come la dimensione territoriale definisca e strutturi
l'appartenenza degli adolescenti è opportuno riprendere il concetto di identità
etnica. Nel caso infatti dei migranti, e in particolare di quelli di seconda
generazione, studiare i meccanismi di elaborazione della loro identità culturale
può fornire una rappresentazione significativa della dinamica che si instaura tra
le radici etniche di un gruppo e i modelli culturali della società di accoglimento.
Tutto nasce dal contatto, dal rispecchiamento non solo con la propria comunità
ma con i vissuti e con le esperienze degli altri. Ogni singolo soggetto può filtrare
tutte le diversità culturali incontrate e magari dare qualche "concessione"
rispetto all'allentamento dei propri tratti identitari. C'è però una conditio sine
qua non all'attuazione di questo scambio, di questa disponibilità alla
contaminazione e cioè che nei luoghi di arrivo sia effettivamente possibile
l'incontro tra più culture e che ci sia un contatto relazionaletra i diversi gruppi
etnici. Da questo punto di vista, il problema si sposta dalla mera volontà e
intenzionalità soggettiva del migrante di entrare in rapporto con altri alla reale
organizzazione strutturale e sociale degli spazi di convivenza.
Riprendo alcune significative parole della studiosa Serena Di Carlo: "Potere
entrare in contatto con più immagini, modelli, simboli e comportamenti di
culture diverse, dipende più che dall'intenzionalità soggettiva di singoli,
dall'organizzazione del sociale, dal carattere delle istituzioni politico-sociali, che
regolano ogni società, come riflesso della sua organizzazione economica". (...)
"Se si vuole capire l'identità dei migranti non la si può dunque astrarre dai
contesti in cui questi vivono nei paesi di accoglimento, dalle relazioni che vi
hanno stabilito, dalle modificazioni che vi hanno subito, ma che vi hanno anche
indotto19."
19
A. Di Carlo, S. Di Carlo (a cura di), I luoghi dell'identità. Dinamiche culturali nell'esperienza di emigrazione,
Franco Angeli, Milano 1986 (p.40).
55
Il rapporto quindi con la società d'arrivo si struttura sempre in termini di
riconoscimento identitario e si innesca una forte tensione progettuale che gli
studiosi identificano come differente per le diverse generazioni di immigrati. La
prima, quella degli adulti, pone sempre la propria immagine attuale in relazione
alla posizione paese di provenienza, rivalutando la sua collocazione in termini di
tornare più ricco o con maggior prestigio; è un criterio di valutazione circolare
che riporta sempre alle origini. Le seconde generazioni invece hanno, come
progetto prevalente, quello dell'inserimento nella società di destinazione - dove
sono nati o sono arrivati da piccoli - così la costruzione della loro immagine
avviene lungo una fenomenologia molto complessa. Infatti, i simboli
identificativi che vengono proposti a tali giovani dalla società in cui vivono
impongono un allontanamento dalla cultura delle origini e quindi anche da quei
luoghi e ambienti in cui si sono costruite le relazioni significative della loro
famiglia. Così può accadere che come difesa, come tentativo di affermazione
della propria identità di appartenenza, le seconde generazioni portino con
lorosimboli e segni della loro terra di origine per dare spazio ed espressione ad
un bisogno "naturale"di riconoscimento e di identificazione positiva con il
mondo tradizionale, familiare. In qualche modo, le immagini, i segni distintivi, i
suoni vengono messi a disposizione degli altri e mostrati divenendostrumenti di
scambio culturale che invitano ad una contaminazione positiva nell'asserzione
della diversità. Mi riferisco qui a vestiti, canzoni, accessori che richiamano paesi
lontani e distanti culturalmente dal nostro.
Nello scenario tardo moderno quindi il livello globale è già nella vita delle
persone così si crea una pluriappartenenza riconducibile a diverse "affiliazioni":
il legame con il nazionale, con l'europeo, con il locale, con il globale. Questo
meccanismo si mette in atto anche rispetto alla dimensione territoriale, così a
volte il legame affettivo è più forte e significativo con il Paese di origine, dove
non si vive, rispetto a quello magari in cui si risiede.
3.3 Identità e genere
A questo punto mi sembra necessario avanzare un'ulteriore specifica
riflessione all'interno della più generale tematica del rapporto tra appartenenza e
identità e che riguarda la dimensione di genere; ciò perché occorre valutare fin
dai piccoli rituali quotidiani la effettiva partecipazione in essi delle ragazze e dei
ragazzi che, come vedremo nella parte della ricerca, sono obbligati a seguire
destini esistenziali profondamente diversi.
L'identità di genere20rappresenta una delle componenti fondamentali del
processo di costruzione dell'identità e quindi diviene una dimensione essenziale
di analisi all'interno di questo lavoro dottorale. Il rapporto tra sesso e genere è
davvero molto complesso, ha una sua storia che è passata attraverso diverse
20
Per chi voglia approfondire i concetti di base legati a questo tema si consiglia: E. Ruspini, Le identità di
genere, Carocci, Roma 2003.
56
culture e società ed ha una sua dinamicità; variazioni in tal senso si sono avute
nel passato e altre ce ne saranno nel futuro. Prima di approfondire questo
legame, occorre forse ribadire i fondamentali di questo discorso perché spesso
vengono dimenticati; mi riferisco in particolare alla distinzione concettuale tra il
termine sesso e quello di genere.
Il sesso riguarda le differenze biologiche e anatomiche tra maschio e femmina
e che sono collegate al lungo percorso di differenziazione sessuale che compie
l'embrione a partire dalla sesta settimana di concepimento. Il genere (mutazione
dall'anglossasone Gender) invece indica il processo di costruzione sociale e
culturale di tali caratteristiche biologiche: definizione, rappresentazione,
incentivazione di comportamenti che siano appropriati alla appartenenza di
status di donna o di uomo. In sostanza, questa distinzione è stata fondamentale
per fissare in modo chiaro e comprensibile a tutti che il genere viene prodotto,
plasmato quotidianamente ed è una costruzione sociale che si compie attraverso
il linguaggio, la socializzazione in famiglia, le regole a scuola, la pratica
religiosa.
Introdurre questa prospettiva di analisi nelle scienze sociali, tra cui appunto la
sociologia, ha permesso di indagare a pieno i rapporti tra gli uomini e le donne e
di capire le loro relazioni senza utilizzare più lo strumento dellabarriera, della
divisione e della separatezza.Inoltre, utilizzare la distinzione sesso/genere nelle
analisi della vita quotidiana ha consentito da un lato di chiarire che a livello sia
simbolico che organizzativo esiste una costruzione sociale del sesso che struttura
appunto il vivere comune e, dall'altro, ha aumentato nel numero e nella
sperimentazione le ricerche nei diversi ambiti della vita quotidiana (Saraceno,
1987).
Se si guarda in particolare alla socializzazione infantile, e ai crescenti studi in
tal senso promossi dalla sociologia dell'educazione, è oramai chiaro che fin dalla
nascita bambine e bambini vengono incoraggiati a comportarsi in modi
differentie più consoni possibile al genere di appartenenza. Per esempio dalle
bambine ci si aspetta che siano più docili e passive mentre all'opposto dai
bambini vengono tollerati, se non in alcuni casi sollecitati, comportamenti
aggressivi e audaci. Un metodo educativo che come chiaro mortifica e punisce
entrambi limitando la libertà d'azione e di sperimentazione delle femmine e
negando ai maschi la possibilità di conoscere ed assimilare i limiti e le regole
necessarie ai fini della convivenza comune.
Il processo di acquisizione dell'identità di genere procede poi connettendosi
strettamente alla definizione dei ruoli, cioè dei modelli che includono
comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative legati alla condizione
maschile e femminile e che sono oggetto di aspettative sociali: ad essi donne e
uomini sono chiamati a conformarsi. I ruoli di genere possono mutare a seconda
della classe sociale di appartenenza, dell'origine etnica, dell'orientamento
religioso, dell'età e del momento storico in cui si vive. Su di essi si basano la
divisione sessuale del lavoro e l'attribuzione delle responsabilità nella sfera
57
matrimoniale e della riproduzione sociale: in altre parole, essi determinano i
rapporti di potere esistenti in un dato contesto sociale e le regole di accesso alle
risorse, ai benefici, alle informazioni.
Un problema rilevante della nostra società è che la stratificazione di genere
viene sostenuta da un insieme di convinzioni e di comportamenti che affermano
come "naturali" le disuguaglianze tra i generi; si tratta di una ideologia, cioè di
un sistema di credenze che cerca di giustificare lo status quo. In effetti, qualche
studioso utilizza a tal proposito il termine sessismo (Andersen, Taylor,
2004)proprio per indicare quell'insieme di pratiche istituzionalizzate attraverso
le quali le donne vengono controllate in virtù del significato attribuito alle
differenze tra i sessi. Così purtroppo alcuni comportamenti appaiono come
normali perché radicati da tempo nei sistemi di potere.Pensiamo al fatto per
esempio che gli uomini vengono ancora oggi pagati più delle donne oppure
all'idea ancora efficace che la donna debba occuparsi esclusivamente della cura
dei figli e della famiglia: regole e visioni discriminanti che riproducono le
diseguaglianze ancora agenti nel nostro sistema. Sono state in particolare le più
recenti teorie femministe a respingere e ad ostacolare questa impostazione,
combattendo e lottando contro appunto una concezioneche valuta le strutture e
gli ordinamenti sessisti come funzionali allo sviluppo stesso della società.
Riguardo al movimento femminista che tanto ha tentato di fare per contrastare
queste disparità, è utile ricordare che esso emerge come soggetto politico tra la
fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta del Novecento con
uno stampo essenzialmente filosofico. Al suo interno sono rintracciabili
posizioni
anche
molto
diverse
tra
loro
e
che
vanno
dall'essenzialismo/culturalismo alla visione post-moderna. Di seguito riporto
una brevissima sintesi di tali tendenze teoriche.
Secondo l'essenzialismo gli uomini e le donne hanno tratti completamente
diversi, per cui viene recuperato il valore delle differenze innate e si valorizza la
cultura specifica femminile. La critica prevalente a tale pensiero è che esso
rischia di creare una donna stereotipata.
Il decostruzionismo mira invece allo smontaggio del processo di costruzione
storico-sociale responsabile dell'esistenza dei due generi. Tale approccio mette
bene in luce che le donne sono diverse, occupano posizioni sociali differenti e
sono condizionatenel loro agire dal mondo esterno; la critica che ad esso viene
mossa è che potrebbe scoraggiare le donne a farsi soggetto autonomo e
consapevole.
Il pensiero della differenza sessuale è invece legato all'esigenza delle società
di interpretare gli aspetti simbolici di rivendicazione - oltre al genere, l'etnia, la
religione - crescenti nelle società complesse e differenziate. In Italia tale teoria è
nata con gli scritti della filosofa Luce Irigaray che ha cercato di far riappropriare
le donne di un pensiero e di una cultura femminile utile per promuovere e
diffondere una specifica visione del mondo.
58
La corrente postmodernista, anche denominata tecnica delle differenze locali,
cerca di fare una sintesi delle varie teorie (postcoloniali, etniche) nella
convinzione che nessuna di esse possa dirsi unitaria per tutte le donne
richiamando l'esistenza di soggetti e di identità multiple; rientra in questa
prospettiva il multiculturalismo.
59
PARTE SECONDA
MIGRAZIONE, TERRITORIO E APPARTENENZA
1. La ricerca
Come già anticipato, il lavoro dottorale si è svolto in due fasi di ricerca, la
prima di tipo quantitativo e non finalizzata all'analisi delle seconde generazioni,
e la seconda di tipo qualitativo con cui si è cercato di approfondire alcune
tematiche emerse dal contesto di indagine. Si tratta di due fasi distinte, che
hanno risposto in parte a obiettivi diversi e che si sono svolte in modo separato
da un punto di vista temporale ma che vanno collegate al fine di avere una
comprensione ampia e completa del ruolo di questo particolare ambiente di vita
nella costruzione identitaria.
Occorre infatti precisare che la presente tesi ha assunto come obiettivo
centrale quello di leggere edi interpretare l'appartenenza all'Hotel House
studiando e analizzando gli sguardi, i pensieri, le sensazioni e le aspirazioni dei
giovani e delle giovani lì residenti, lasciando per la prima volta che fossero loro
a tracciare vincoli, problemi, legami, percorsi.
Nelle pagine seguenti saranno dunque illustrate le domande di ricerca seguite
nelle due fasi, la prima quantitativa e la seconda qualitativa, e si cercherà di
spiegare gli strumenti metodologici scelti ed i temi indagati. Inoltre, il caso di
studio verrà raccontato e mostrato nelle sue specificità territoriali, paesaggistiche
e demografiche e nelle sue dinamiche relazionali.
1.1 I temi strategici
Nuove generazioni e processi migratori
Studiare i giovani consente di leggere in modo indiretto le trasformazioni in
atto nei diversi contesti societari. Oggi la loro costruzione identitaria avviene
all'interno di un forte pluralismo culturale alimentato dai massicci flussi
migratori; le biografie individuali diventano il risultato di una creazione
continua sostenuta da azioni sempre più riflessive e situazionali. Per questo
motivo, la presente ricerca si concentra in particolare sull'analisi delle cosiddette
seconde generazioni,21 termine con cui gli studiosi indicano quei ragazzi e quelle
21
Voglio ricordare che nella letteratura delle migrazioni è molto diffusa la suddivisione proposta dallo studioso
Rumbaut tra generazione 1,25 (ragazzi giunti nel paese d'accoglienza a più di 14 anni), generazione 1,50 (arrivati
fra i 7 e i 13 anni), generazione 1,75 (fra 1 e 6 anni) e, infine, una seconda generazione propriamente detta cioè i
nati nel paese di accoglienza. In questo lavoro dottorale ho scelto però di utilizzare in modo ampio l'espressione
seconde generazioni per evitare di ragionare su di un'appartenenza tutta giocata solo sul fattore tempo e riflettere
invece sul fatto che, aldilà della loro specifica età di arrivo in Italia, tutti gli adolescenti, autoctoni e non,
partecipano a molte esperienze tipiche della loro età. Come sottolinea in tal senso la sociologa Elena Besozzi
(2009) tutti questi giovani vivono in una società complessa dove globale e locale si uniscono e si intrecciano
generando una molteplicità di riferimenti culturali e territoriali.
60
ragazze figli/e di straniere o famiglie miste che vivono una condizione di multiappartenenza da un punto di vista sia culturale che linguistico.
L'identità culturale
La cultura non può essere più intesa semplicemente come un universo
simbolico condiviso perché i suoi significati e costrutti variano in relazione agli
incontri interculturali cosìl'identità, a sua volta, non può essere considerata una
componente stabile della società - e dell'individuo - ma deve essere concepita
come un'entità mutevole ed ambivalente. Non a caso gli studiosi preferiscono
parlare di "culture" al plurale per evidenziare la complessità delle situazioni, la
variabilità dei saperi dei singoli e dei gruppi, la molteplicità dei processi di
acculturazione e di ibridazione che si mettono in atto e darecosì conto delle
specificità di cui sono portatori nei nostri contesti di vita quotidiani, spesso in
modo inconsapevole, proprio i migranti (Hannerz, 2001).
Tali cambiamenti condizionano fortemente i processi di crescita identitaria
delle nuove generazioni che si legano a numerosi fattori: il tipo di
socializzazione ricevuta; le forme di comunicazione all'interno delle quali si
instaurano le relazioni tra pari, sia autoctoni che immigrati; i ruoli di genere a
cui si è sottoposti a partire dal contesto familiare e dal gruppo etnico di
appartenenza; il luogo di vita quotidiana.
La dimensione comunicativa
La comunicazione costituisce una fondamentale dimensione di studio ed
analisi grazie alla quale conoscere i processi di crescita delle nuove generazioni
che appaiono sempre più condizionati dalla capacità di saper negoziare, mediare
ed agire all'interno di ambiti ad alto pluralismo culturale. In particolare, al fine
di interpretare le forme identitarie delle seconde generazioni intervistate si è
cercato di cogliere le forme di comunicazione interculturale utilizzate in modo
da specificare meglio il rapporto tra cambiamento e conservazione, tra scelte
personali e eventuali condizionamenti di gruppo.
Come già specificato, la teoria sociologica di stampo sistemico descrive la
società come differenziata per funzioni e caratterizzata da sistemi primari di
comunicazione - politico, economico, educativo, giuridico - che svolgono
funzioni fondamentali. L'inclusione, o all'opposto l'esclusione, degli individui, in
particolare degli immigrati, può essere calcolata in termini di possibilità o
impossibilità a partecipare ai processi comunicativi rilevanti, interni ai vari
sottosistemi. Per esempio dal punto di vista dei sistemi comunicativi impersonali
come i servizi sanitari, quelli educativi o giudiziari, ci possono essere norme o
regole che impediscono l'assunzione da parte di alcuni attori sociali di
determinati ruoli. Come d'altro canto, dal punto di vista del sistema
comunicativo interpersonale, le rete di amici e le relazioni, ci può essere il
61
rischio di non essere considerati come persone affettivamente significative in
quanto portatrici di forme culturali considerate inferiori e secondarie.
In sintesi, si cercherà di decifrare all'interno di quali opportunità comunicative
e relazionali agiscono i ragazzi e le ragazze dell'Hotel House: reti amicali locali,
contatti con il paese di origine, conoscenza del territorio di residenza.
La differenza di genere
Si guarderà con particolare attenzione anche alle identità adolescenziali
femminili per cui la differenza di genere diverrà una delle variabili chiave per
spiegare la costruzione dell'appartenenza identitaria. Infatti, alla definizione di
quest'ultima, possono contribuire definizioni culturali diverse del maschile e del
femminile e dei ruoli di uomini e donne. Possiamo già ipotizzare per esempio
che le giovani ragazze immigrate siano portatricidiproposte di cambiamenti
valoriali rispetto al modo tradizionale con cui la loro comunità di appartenenza
le pone in relazione ai coetanei maschi; visione che poi corrisponde in modo più
ampio alle aspettative che le loro famiglie hanno rispetto al posizionarsi nella
società. La costruzione della loro identità allora può avvenire scegliendo di
aderire alle nuove forme culturali, presenti nella società di accoglienza e a loro
visibili attraverso le opportunità di socializzazione secondaria, oppure, mettendo
in atto una difesa estrema di tradizioni e norme della cultura di origine, o ancora,
cercando di trovare una mediazione tra queste due modalità.
Studiando quindi come comunicano e si relazionano quotidianamente queste
giovani nel loro luogo di vita,sarà possibile verificare l'effettivo posizionamento
come agenti di cambiamento e quindi scoprire quale definizione culturale di
femminile e di maschile viene trasmessa loro attraverso i processi di
socializzazione ed insieme cogliere le differenze di genere che sappiamo essere,
in ogni società, culturalmente determinate.
Paesaggio e identità
Il presente lavoro cercherà di indagare il rapporto tra luogo, paesaggio e
identità per evidenziare sia come esso si sia evoluto nel passaggio dalla società
tradizionale a quella contemporanea, sia come occorra ripensare in modo più
critico la presenza di individui e di collettività in determinati ambienti di vita.
Nello specifico, si cercherà di comprendere l'identità territoriale dell'Hotel
House come zona di convivenza interculturale e da ciò approfondire il
sentimento di attaccamento, o di estraneità, che questo luogo può generare nei
suoi giovani abitanti e che si lega a fattori sia sociali che paesaggistici.
Da un punto di vista strettamente semiologico, il paesaggio viene qui assunto
come alto valore simbolico capace di rappresentare anche il modo in cui la
popolazione residente in un dato territorio conferisce senso al proprio mondo. La
domanda di ricerca allora da porsi diventa da questa prospettiva quale
62
collettività si identifichi culturalmente con il luogo indagato, e quale significati e
segni associ ad esso.
La Narrazione di Sè
Per la realizzazione della parte empirica di questo lavoro si farà ricorso tra gli
altri anche al metodo della narrazione autobiografica in quanto, da un punto di
vita strettamente psicologico, permette l'innescarsi di un processo rivoluzionario
che consente l'esternalizzazione della propria memoria, producendo almeno tre
importanti effetti. Il primo è che si dovrà utilizzare un linguaggio comprensibile
e traducibile agli "altri" e che impone quindi l'utilizzo di determinati vincoli
culturali (uso di una certa lingua ed assunzione di specifiche finalità
comunicative e pragmatiche). Il secondo è che usando la modalità narrativa le
storie raccontate appariranno flessibili e credibili perché chi narra darà
direttamente senso alle vicende che lo hanno attraversato. Il terzo effetto è che si
produrrà comunque un'autobiografia individuale con un sé narrante e un sé
personaggio:il materiale autobiografico prodotto, in forma sia audio che video,
permetterà di capire meglio i vissuti e le emozioni dei soggetti di studio e di
raccogliere testimonianze le più autentiche possibili all'interno dell'indagine.
1.2 La metodologia
Come già specificato, l'oggetto di studio e lo scopo della ricerca hanno
condotto in modo quasi naturale alla scelta di utilizzare nella seconda fase della
ricerca strumenti di indagine di tipo qualitativo quali le interviste narrative semistrutturate, le osservazioni partecipate nel luogo di vita, i focus groups, le fotostimolo.
Entrando così in modo diretto e partecipato nei percorsi di vita quotidiana
degli/le adolescenti all'Hotel House - facendo attenzione a dare il giusto ruolo al
luogo - si sono approfonditi diversi aspetti di una realtà complessa e
multisfaccettata. Del resto, la percezione del paesaggio è sempre e solo
soggettiva e quindi va esplorata senza ansia di quantificazione né di misurazione
analitica. Le questioni che ho studiato e che nella terza parte di questo lavoro
verranno sintetizzate non sono mere stime ma valutazioniche vanno comprese ed
interpretate in termini proprio di intuizione e di sensibilità personale del
ricercatore. Inoltre, l'utilizzo metodologie qualitative mi ha permesso di
ridefinire e sistemare, man mano che la parte empirica cresceva e si sviluppava,
il quadro teorico di riferimento. I risultati raggiunti sul campo sono stati quindi
utilizzati per cogliere, nella complessità del contesto, aspetti nuovi e
significativi; per questo motivo interessanti elementi, non considerati
nell'impostazione iniziale, sono emersi in itinere mentre la ricerca si stava
svolgendo.
63
Di seguito alcune precisazioni sullo strumento del focus group e sull'intervista
narrativa per evidenziarne in breve alcune caratteristiche.
Il Focus Group
Ilfocus
groupèun'intervistache
viene
in
genere
rivoltaaungruppoomogeneodipersonerealizzata per approfondire un tema o
particolari aspetti di uno specifico argomento. Si svolge come un’intervista di
gruppo guidata da un moderatore che, seguendo una traccia - la cosiddetta
griglia - più o meno strutturata, propone ai partecipanti degli stimoli che
possono essere sia di tipo verbale (domande dirette, frasi, definizioni,
associazioni) che visivo (fotografie, disegni, vignette, filmati).
Dalle risposte a queste sollecitazioni dovrebbe scaturire, di volta in volta, la
discussione. La caratteristica più importante del focus group, che poi è anche il
suo grande pregio, sta proprio nell’interazione che si crea tra i partecipanti e che
produce idee in misura assai maggiore rispetto all’intervista singola, sia a livello
di quantità che di qualità di approfondimento. Per quanto riguarda la modalità di
risposta questa può essere richiesta, dal moderatore, in forma sia verbale che
scritta. Si può cioè decidere di seguire la formula classica di intervista in cui si
ottengono una serie di risposte orali, oppure si può utilizzare il cosiddetto
“metodo dei foglietti” in cui i partecipanti vengono invitati a scrivere
individualmente ciascuno la loro posizione/opinione su fogliettiappunto che poi
vengono letti e discussi con il moderatore. Questa procedura scritta può essere
usata anche solo parzialmente, per esempio all’inizio, oppure per avviare la
discussione su argomenti che sono delicati o particolarmente sensibili.
Un focus group ha una durata media di circa due ore ma se ne possono avere
di molto lunghi come anche di più brevi; questo dipende dai partecipanti e
dall’interazione che si crea tra di loro. In effetti, se non si instaura un dibattito e
il clima rimane particolarmente “freddo” ci si può trovare addirittura nella
situazione di una intervista in gruppo ma in cui ognuno risponde singolarmente
agli stimoli.
L'Intervista Narrativa
L'intervista narrativa inizia da una domanda generativa molto ampia che mira
a stimolare e produrre la narrazione principale.In questo processo è cruciale non
interrompere per cuisono ammessi solo rinforzi come cenni del capo o
vocalizzazioni di incoraggiamento che segnalino la partecipazione empatica del
ricercatore con l'intervistato.Seguono poi domande sempre più specifiche, di
approfondimento, fino ad arrivare alla fase finale definita di bilanciamento
perché strutturata su domande che mirano a spiegare a livello teorico ciò che è
accaduto e a bilanciare la storia, con interrogativi sempre più astratti a fini della
descrizione e dell'argomentazione.
64
Di seguito una sintesi di alcune regole base per il ricercatore:
-
preparare bene l’intervista individuando soggetti interessanti e scopi
precisi;
intervistare solo persone ispirate da sincero interesse;
dichiarare apertamente gli scopi perseguiti e garantire l’anonimato
all'intervistato;
narrare qualcosa anche di se stessi;
riservare un largo margine di tempo e mantenere l'interesse desto
e costante;
verificare l'inclinazione dell’intervistato a narrare la propria storia;
tenersi in disparte quando l'intervistato comincia a parlare e non
interrompere;
evitare domande troppo dirette;
tenere le domande più specifiche per la fase finale dell'intervista.
Per sintetizzare, questo tipo di intervista prevede un insieme di domande
aperte che il ricercatore pone all'intervistato senza seguire necessariamente
l'ordine della traccia ma in modo libero, a secondo degli stimoli che emergono
durante l'incontro stesso22.
Voglio infine ricordare che la ricerca qualitativa si compone anche del
metodo dell'osservazione partecipante attraverso la quale il ricercatore entra
direttamente nella situazione studiata intervenendo in essa a volte in modo più
passivo, limitandosi ad osservare senza agire, ed altre in modo più attivo,
mettendo in atto una vera ricerca-azione e quindi provando a modificare sul
campo ciò che viene indagato.
Queste specifiche tecniche di ricerca qualitativa sono state utilizzate nella
seconda attività d'indagine compiuta all'Hotel House.
22
Per una comprensione di tale metodo e del suo utilizzo nella ricerca sociale si consigliano: R. Bichi,
L'intervista biografica. Una proposta metodologica, Vita e Pensiero, Milano 2004 e R. Atkinson, L'intervista
narrativa, Raffello Cortina Editore, Milano 2002.
65
1.3 L'area di studio
Per comprendere a pieno la realtà dell'Hotel House di Porto Recanati occorre
prima avere ben chiara la situazione dell'immigrazione nella Regione Marche e
per questo motivo presenterò di seguito un breve quadro di sintesi23, cercando di
evidenziare i cambiamenti intercorsi negli anni recenti.
Tra il 2002 e il 2008 gli stranieri nella Regione Marche sono cresciuti del
139,7%, passando da 54.660 a 131.033 persone, in termini percentuali
sull’intera popolazione si è passati dal 3,7% del 2002 all’8,3% del 2008. La
provincia di Pesaro-Urbino in questi anni ha avuto l’aumento maggiore
(+151,8%) e i migranti sono passati dai 13.085 ai 32.954. Secondo il Cnel
(Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) le Marche hanno un ottimo
potenziale di inserimento sociale degli immigrati nel territorio, tanto che la
nostra regione è ai primi posti a livello nazionale per l’integrazione.
Al primo gennaio 2011, secondo l’Istat, nella Regione Marche c’erano
146.368 mila stranieri residenti. Questo numero però non tiene conto degli
immigrati che non hanno i requisiti per iscriversi come residenti alle anagrafi
comunali (reddito minimo e alloggio fisso); di quelli che hanno iniziato la
pratica di iscrizione ma non l’hanno utilmente conclusa prima dell’indagine; di
quelli, anche se pochi, che non vogliono spostare la propria residenza anagrafica
in Italia. Gli immigrati, quindi, sono più di 143 mila: 155.230 a fine 2009 se si
contano quelli entrati per motivi di lavoro (3.428), per il ricongiungimento
familiare (4.643), per accettazione delle domande di regolarizzazione (5.980) e
le nascite (2.710).
Nel corso del 2009, gli immigrati erano l’8,3% della popolazione regionale,
mentre alla fine dell’anno erano il 9,8%. Le Marche sono così una delle prime
regioni in Italia per l’aumento di immigrati e il suo dato supera di due punti la
media nazionale (8,1%). Un fattore che contraddistingue le Marche è che il
flusso migratorio che si insedia qui è a carattere familiare ed è pari al 19% dei
nuovi ingressi, mentre è il 15,2% in Emilia Romagna, il 14,9% in Toscana e il
14,6% in Lombardia. Anche i nuovi nati sono di più nelle Marche che altrove,
questi sono l’11% del totale, mentre rappresentano il 10% in Lombardia, il 9,5%
in Emilia Romagna e il 9,2% in Toscana.
Ancona è la provincia con il numero più alto di immigrati, la seguono PesaroUrbino, Macerata e Ascoli Piceno. Sempre secondo l’Istat, poi, il 55% degli
stranieri è albanese (19.570), si tratta perciò della comunità più nutrita, seguita
da quella macedone (9.597). Gli africani sono un quarto di tutti gli stranieri e al
loro interno spicca la comunità marocchina che ne rappresenta il 50,2%. Una
terza area di provenienza è asiatica: cinesi (9.136), pakistani (3.802) e indiani
(3.408). Infine troviamo peruviani (2.135) e brasiliani (873), i due gruppi
maggiori provenienti dall’America Latina.
23
I dati esposti si riferiscono al Rapporto 2011 dell'Osservatorio sul Fenomeno Migratorio realtivo alla Provincia
di Macerata, presentato presso la Prefettura di Macerata il 17 maggio 2012.
66
Nell’anno scolastico 2009/2010 l’incidenza degli stranieri nelle scuole è
aumentata in tutti gli ordini e gradi e si attesta al 13% per quel che riguarda gli
alunni nelle scuole dell’infanzia, nelle primarie e nelle medie inferiori, mentre è
all’8% nelle medie superiori (5% è il dato nazionale). Le comunità più presenti
sono quella albanese (5.092), marocchina (3.441), rumena (2.471), macedone
(2,466) e cinese (1.354).
Nelle Marche inoltre si registra da anni un progressivo aumento della
presenza femminile straniera soprattutto nel mondo del lavoro: nel 2009 le
donne straniere assunte sono state il 48,2% contro il 46,4% della media italiana.
1.3.1 La Provincia di Macerata e le Seconde Generazioni
La provincia di Macerata si colloca per popolazione straniera al 13° posto fra
le 107 province italiane se si tiene conto della sua percentuale rispetto a quella
residente totale.Se l’Italia si caratterizza per avere nella sua comunità di stranieri
residenti una grande varietà di Paesi rappresentati (192, rispetto ai 205 totali),
nella provincia di Macerata nel 2009 sono rappresentate 131 cittadinanze con
consistenze numeriche abbastanza eterogenee (nel 2008 erano 134).
Nel 2009, quasi tre stranieri su cinque hanno la cittadinanza di un Paese
europeo, mentre più d’uno su cinque ha la cittadinanza di un Paese Asiatico. Si
noti il differente peso delle componenti maschili e femminili per continente: la
presenza europea e americana è prettamente femminile (7 donne su 10
appartengono a questi due continenti) mentre quella asiatica e africana è in
maggioranza maschile. Le variazioni percentuali dal 2008 al 2009 mostrano
come tra le prime venti comunità stanziali gli incrementi maggiori (esclusa la
comunità kosovara che proviene in maggioranza e per sottrazione da quella
serba a fronte della nascita del nuovo Stato) sono quelli della comunità nigeriana
(+19,0%) seguita da quella cinese (+17,3%) e da quella pakistana (+16,3%);
percentuali significative registrano anche le comunità moldava, indiana,
peruviana e bengalese, tutte vicine o superiori al 12%.
Se si suddividono gli incrementi percentuali del 2009 per genere, si osserva
come gli incrementi maggiori per la componente maschile sono quelli della
comunità moldava (+24,0%), nigeriana (+21,2%) e peruviana (+15,1%); la
componente femminile cresce maggiormente nelle comunità pakistana (+
22,6%), cinese (+22,1%) e senegalese (+ 19,5%).
Una certa tendenza al riequilibrio nella differenza fra maschi e femmine è
riscontrabile in alcune comunità dove ad una presenza minoritaria di un genere
si accompagna un maggiore incremento nel periodo 2008-2009: questo sembra
essere vero per le comunità “storiche” marocchina, tunisina e macedone (ovvero
le prime ad emigrare ed a stanziarsi nel nostro Paese e nella provincia
maceratese).Inoltre, se si confronta il totale degli stranieri residenti con quelli
italiani emergono alcune interessanti caratteristiche: gli stranieri sono stati, fino
al 2008, in prevalenza maschi, al contrario della popolazione italiana che è nella
67
maggioranza femminile, ma il trend di crescita della componente femminile
straniera ha portato al riequilibrio fra le due componenti di genere e ad una
prevalenza nel 2009 di quello femminile. Mentre la componente italiana non
muta sostanzialmente la propria struttura in termini di genere, pur in presenza di
tassi di crescita negativi e maggiori per le femmine, negli stranieri la crescita
riguarda il totale della popolazione ed in particolare la componente femminile
che dal 2005 ha registrato sempre incrementi più alti rispetto all’omologa
componente maschile, riuscendo in cinque anni a superare con la propria
presenza nel territorio maceratese il numero dei maschi.
La presenza straniera, in termini di composizione percentuale del totale dei
residenti, oscilla tra il valore massimo di Porto Recanati (21,9 %) e quello
minimo di Acquacanina (1,7 %) e i Comuni che superano la soglia media
provinciale appartengono a quasi tutte le tipologie - costieri, collinari e di
montagna, maggiormente e poco popolosi, a vocazione agricola e industriale segno di una diffusione ampia dei residenti stranieri nel territorio.La
distribuzione della popolazione residente straniera rispetto a quella totale mostra
le maggiori concentrazioni nella zona costiera a ridosso del confine con la
provincia di Ancona, nel settore collinare in prossimità della provincia di Fermo
(e vicino alla città di Macerata), fino al territorio di Tolentino e, infine,un
gruppo di comuni montani intorno a Camerino: una spiegazione piuttosto
probabile sembra legata alla maggiore facilità per gli stranieri residenti nel
trovare soluzioni abitative nei comuni più piccoli a ridosso dei grandi comuni
maceratesi.
Il fenomeno della “seconda generazione” di stranieri non manca certamente
nel territorio maceratese: alcune comunità vivono e lavorano qui da molto tempo
per cui è naturale che si formi un insieme di persone nate in Italia, in un contesto
sociale e di vita italiani, ma con cittadinanza straniera, mancando nel nostro
ordinamento il principio dellojus soli per l’acquisizione della cittadinanza
italiana.La quantificazione e la misurazione di questo fenomeno è importante
soprattutto per monitorare la “maturità” dell’immigrazione in Italia, poiché le
esigenze di questa parte della popolazione residente (italiana sotto il profilo
culturale e linguistico) sono piuttosto diverse dal resto degli stranieri. Nel 2009
in provincia di Macerata gli stranieri nati in Italia sono aumentati di 562 unità,
con un incremento percentuale rispetto all’anno precedente del 14,5% (nel 2008
erano aumentati del 13,9%); la loro incidenza sul totale degli stranieri residenti è
del 13,1%, mentre la composizione per genere mostra una maggioranza di
maschi e percentuali in sensibile aumento sul totale delle rispettive popolazioni
di riferimento (la seconda generazione maschile è pari al 13,7%, quella
femminile del 12,5%).
In generale, la popolazione residente straniera ha come caratteristica peculiare
un’età media piuttosto bassa: glistranieri sono una popolazione essenzialmente
giovane poiché i motivi di lavoro che legano l’esperienza migratoria e il
radicamento nel territorio maceratese sono fenomeni in corso da meno di un
68
ventennio, quindi la presenza di persone anziane di cittadinanza straniera è
dovuta soprattutto a motivi di ricongiungimento familiare (padri e madri che
raggiungono i figli residenti a Macerata), più che all’invecchiamento di
lavoratori o lavoratrici.
La provincia di Macerata è quella con la percentuale più alta di minorenni
rispetto alla popolazione straniera (ogni 100 stranieri 23 sono minorenni) mentre
il numero di stranieri minori sul totale dei minori residenti è pari al 16,2% (ogni
100 ragazzi in minore età, 16 sono di cittadinanza straniera), la quota più alta
della regione. La componente dei minori stranieri è in crescita per i notori
maggiori tassi di natalità e di immigrazione rispetto a quella italiana, ma ciò è
vero solo in valore assoluto poiché in realtà, con l’eccezione dell’anno 2009, la
quota percentuale rispetto al totale dei residenti stranieri sta diminuendo fin dal
2007.
Il comune di Camporotondo di Fiastrone è quello con la più alta percentuale
di stranieri nati in Italia(è anche quello con la percentuale più alta di femmine
straniere nate in Italia pari al 26,8%) insieme ad Apiro e Belforte del Chienti (in
tutti la percentuale è superiore al 20% quindi più di uno ogni quattro stranieri) e
solo fra i successivi undici comuni ci sono quelli demograficamente più grandi,
come Treia, Montecosaro e Morrovalle.
La Scuola Secondaria di primo grado
Continua ad aumentare il numero degli studenti stranieri: sono 1.368 ragazzi e
rappresentano il 15,5% sul totale degli studenti di tutte le nazionalità.La
composizione per genere mostra una prevalenza dei maschi (sono 755, pari al
55,2% del totalealunni stranieri) rispetto alle femmine (613).Gli alunni stranieri
provenienti da paesi UE sono 175 (pari al 12,8% del totale stranieri), mentre
sonosette gli alunni nuovi cittadini italiani; i gruppi più numerosi hanno la
cittadinanza macedone (20,1%),tunisina (14,4%) e albanese (14,3%).Sono 24 i
comuni della provincia di Macerata che hanno studenti stranieri iscritti nelle loro
scuolesecondarie di primo grado; le scuole medie presenti nei comuni di
Recanati, Macerata, Civitanova Marche e Tolentino accolgono
complessivamente circa il 41% degli studenti stranieri. Il 33,2% di questi ha una
conoscenza buona o ottima dell’italiano e scende al 23,5% la percentuale di
studenti che hanno una conoscenza insufficiente. L’attività di sostegno
linguistico coinvolge il 36,9% degli studenti, il 70,2% dei quali ha
unaconoscenza della lingua italiana valutata insufficiente.
La Scuola Secondaria di secondo grado
Continuano ad aumentare gli studenti con cittadinanza non italiana anche se
dal confronto con il numero diiscritti stranieri negli ultimi sei anni, si rileva una
diminuzione del trend positivo, che passa dal 17,5%dell’anno scolastico2009/10
69
al 5,3% dell’anno scolastico 2010/11.Complessivamente gli studenti stranieri
iscritti nell’anno scolastico 2010/2011 sono 1.294, pari a 9,3%del totale degli
studenti e, per la prima volta, il numero supera gli alunni iscritti alla scuola
primaria. La composizione per genere evidenzia la prevalenza dei maschi (sono
674 pari al 52,1% del totale degli studenti stranieri) sulle femmine (620 pari al
47,9%).
L’analisi per provenienza geografica degli studenti stranieri mostra che circa
il 14,8 è dei paesi UE (il 61,8% ha cittadinanza rumena), mentre il 46,5%
proviene da paesi europei non UE.I gruppi di studenti più numerosi giungono
dalla Macedonia (19,5%), Albania (14,8) e dalla Romania(9,1%); i nuovi
cittadini italiani sono undici.Gli studenti stranieri iscritti si distribuiscono in
ventuno scuole superiori con sede in undici comuni dellaprovincia e più del 63%
si concentra nelle scuole dei comuni di Macerata, Civitanova Marche,
Corridonia e Sarnano. L'istituto con il maggior numero di alunni stranieri è
l’IPSIA “F. Corridoni” di Corridonia con 187 alunni, seguito dall’IPSIA “E.
Rosa” di Sarnano con 118 alunni e dall’IPSSAR “G.Varnelli” di Cingoli con
110 alunni.
Le scuole dove si registra la maggior presenza di studenti con cittadinanza
non italiana sono gli istitutiprofessionali, nei quali sceglie di iscriversi il 47,4%
del totale degli studenti stranieri, oltre agli istituti tecnici, dove la percentuale
scende al 36,2%.Solo il 14% degli studenti con cittadinanza straniera si iscriver
ai licei.
Un altro dato interessante è la suddivisione fra maschi e femmine nelle
diverse tipologie di scuole:negli istituti professionali si rileva che il 60,4% degli
studenti è di sesso maschile, rapporto che si inverte, seppure con una forbice più
contenuta, negli istituti tecnici dove la percentuale di presenza femminile sale al
51,2%. Sono circa 76 su 100 gli studenti stranieri che hanno una conoscenza
della lingua italiana almeno sufficiente e sono 150 gli studenti, pari a circa il
12% di tutti gli studenti con cittadinanza non italiana, coinvolti in programmi di
sostegno linguistico.
1.3.2 La realtà dell'Hotel House di Porto Recanati
L’Hotel House è nato alla fine degli anni Sessanta con finalità molto diverse
da quelle attuali, e cioè come residence turistico estivo di buon livello per
ospitare vacanzieri24. In seguito, alterne vicende hanno segnato un deciso crollo
del prestigio dell’immobile e un irreversibile declino del suo valore
commerciale. Il contestuale incremento dei fenomeni immigratori, verificatosi
nel nostro paese a partire dalla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni
24
Per un’accurata ricostruzione delle vicende dell’Hotel House si può fare riferimento alla tesi di dottorato in
Sociologia dei processi comunicativi e interculturali nella sfera pubblica di Adriano Cancellieri (2007), discussa
presso l’Università degli Studi di Padova (Supervisore Prof. Chantal Saint-Blancat), che ha affrontato il tema
dell’uso quotidiano di questo spazio urbano seguendo una prospettiva di tipo prevalentemente etnografico
(Cancellieri, 2010).
70
Novanta, ha determinato un totale cambiamento di identità per l’edificio, che è
diventato gradualmente luogo eletto per insediamenti di immigrati stranieri
sempre più massicci. Infatti, il calo e la successiva fuga dei vacanzieri, oltre al
conseguente crollo dei prezzi degli affitti e degli appartamenti, hanno reso
sempre più appetibile questa soluzione abitativa per categorie socialmente
deboli, come appunto gli immigrati. Via via, anche in ragione all’azione
attrattiva esercitata dalle catene migratorie su base etnica verso nuovi stranieri,
si è verificata una relativa promozione dell’omogeneità delle provenienze
nazionali nell’ambito dell’insediamento. La perdita della destinazione originaria
dell’edificio, unita alla sua architettura labirintica e ad una collocazione
urbanistica decentrata, ha innescato un processo di marginalizzazione dei suoi
abitanti, favorendo altresì l’insorgere di episodi di criminalità.
L’Hotel House si presenta attualmente come una struttura profondamente
degradata, un gigantesco immobile verticale di circa cinquecento
minippartamenticon un’altissima concentrazione di abitanti, per lo più immigrati
stranieri, che non ha accesso ai normali circuiti aggregativi.
Questa realtà abitativa, sempre più distante e distaccata dal contesto esterno,
si presenta oramai come un vero e proprio ghetto all'interno del quale si
rafforzano e si intensificano i legami di appartenenza etnico-familiari.
71
2. Primo percorso di ricerca all'Hotel House
2.1 Finalità, soggetti coinvolti e metodologia
Questo primo percorso di ricerca si deve all’esigenza avvertita dalla Prefettura
di Macerata di portare avanti un’indagine conoscitiva sull’insediamento
dell’Hotel House allo scopo di approfondire sul campo le dinamiche dei rapporti
sociali all’interno e all’esterno di questa realtà. La ricerca, affidata ad un gruppo
di studiosi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di
Macerata e che si è compiuta tra novembre e ottobre 2010, ha risposto anche alla
finalità di contribuire ad individuare misure atte a circoscrivere e controllare i
fenomeni di degrado e di devianza che hanno luogo sistematicamente nel
contesto.Va sottolineato che tale realtà ha raggiunto proprio nel 2010 dei livelli
altissimi di criminalità e di delinquenza - le notizie di cronaca sui giornali locali
ne sono una testimonianza - che hanno reso davvero difficile la sopravvivenza al
suo interno delle famiglie di stranieri impegnati a condurre una vita regolare. Gli
intenti dell’indagine sono stati quindi di tipo conoscitivo al fine di acquisire
informazioni di prima mano per poter meglio programmare interventi rivolti al
risanamento dell’immobile e al miglioramento delle condizioni di vita al suo
interno.
Questa ricognizione ha voluto offrire alcuni lineamenti di valutazione attorno
al ruolo, anche simbolico, dei luoghi e degli spazi di insediamento degli
immigrati nel territorio, cercando di far emergere come essi siano un elemento
strutturale, quasi paradigmatico, nella costruzione di quel composito tessuto
relazionale che potremmo nominare semplicisticamente nei termini di
integrazione o più dinamicamente come appartenenza multipla.
La rilevazione dei dati è stata condottada me e da una collega della Facoltà di
Scienze Politiche attraverso la somministrazione di un questionario strutturato a
cinquantotto persone immigrate abitanti presso l’Hotel House ed ha avuto luogo
tra ottobre e novembre 2010. Per motivi di ordine logistico, anche in ragione di
difficoltà contingenti da noi incontrate nel reperimento di soggetti disponibili a
collaborare alla ricerca, quasi tutte le interviste si sono svolte all’aperto presso il
parcheggio interno dell’edificio. Alcune sono state poi realizzate presso il bar
interno, gestito dalla comunità tunisina, e nel negozio di alimentari gestito dai
pakistani; ulteriori colloqui hanno avuto luogo in occasione di un’assemblea
condominiale svoltasi alla presenza del Sindaco di Porto Recanati nel
parcheggio sotterraneo. Infine, la somministrazione dei questionari è stata
completata durante un’assemblea svoltasi presso l’ex scuola media di Porto
Recanati ed organizzata dalla comunità senegalese per discutere delle elezioni
politiche in Senegal svoltesi nel 2012.
72
Difficoltà logistiche incontrate durante la rilevazione
Di seguito voglio esplicitare in sintesi alcune delle difficoltà incontrate nella
rilevazione dei dati al fine di fornire a chi legge una visione, la più realistica
possibile, della condizione di chiusura, isolamento e di disagio che pervade
chiunque entri ed agisca, anche solo temporaneamente, in questo edificio-ghetto.
La prima grande difficoltà riguarda l'accesso: come entrare e spiegare la
propria presenza per stabilire un rapporto di fiducia e di rispetto. A tal fine è
stata determinante l'opera di accoglienza e di supporto nei primi giorni avuta da
un rappresentante dell’associazione dei senegalesi lì residente e da un mediatore
culturale che è presidente dell'associazione Acsim di Macerata, la quale gestisce
all'Hotel House uno sportello di intermediazione culturale. Riguardo invece al
sostegno avuto dall'ente comunale occorre riconoscere che esso si è limitato alla
messa a disposizione di un locale dove viene svolto un doposcuola per i
bambini,ma che ai fini delle interviste si è rivelato poco funzionale; del resto era
quanto meno poco probabile che qualcuno entrasse spontaneamente lì per
rispondere al questionario. Quindi, fin da subito, è apparso chiaro che avremmo
dovuto ricorrere ad un approccio direttodei residenti all’Hotel House che tra
l'altro erano all'oscuro del fatto che si sarebbe svolta un’indagine conoscitiva.
Pur muovendoci in quel contesto con una rischiosa autonomia abbiamo
somministrato i questionari e svolto le interviste nel cortile o in luoghi di
fortuna, come sopra già specificato, cercando pazientemente di convincere i
passanti. Questa modalità, purtroppo, oltre ad essere stata palesemente rischiosa,
ha rallentato i tempi di raccolta dei dati, sia a causa della precarietà della nostra
collocazione che per la presenza di mattina all'Hotel House di immigrati che
giungevano nella struttura per vari motivi senza necessariamente risiedervi.
Molti immigrati lì residenti la mattina lavorano, soprattutto nelle fabbriche
limitrofe, e per tale ragione si è reso necessario fare alcune rilevazioni di sabato
e di domenica pomeriggio senza il supporto del mediatore. Mi sembra
importante segnalare che non ci è stato possibile, se non in circostanze
occasionali e fortuite, entrare in contatto con donne immigrate. La maggior parte
di loro è confinata in una dimensione domestica: esce raramente anche perché
costretta a tenere i bambini in casa a causa della pericolosità della
frequentazione del cortile sottostante e degli spazi di vita collettiva. Abbiamo
verificato di persone che spesso vengono lanciati dalle numerose finestre dei
piani più alti oggetti di vario genere, soprattutto bottiglie.
Punti di debolezza e di forza dello strumento di indagine
Il questionario strutturato da noi utilizzato per effettuare la raccolta dei dati ha
mostrato fin dalle prime interviste alcune debolezze, che poi abbiamo cercato di
correggere, ma che purtroppo lo hanno reso in alcuni casi inefficace. In
particolare mi riferisco alla eccessiva lunghezza delle domande che sono risltate
73
spesso prolisse della formulazione, ridondanti e di difficile comprensione; la
maggioranza degli intervistati ha infatti una scarsa padronanza della lingua
italiana.
Di complicata quantificazione sono risultati alcuni specifici temi di ricerca.
La struttura familiare per esempio tende a modificarsi continuamente a causa
della variazione del numero di componenti che si modifica di frequente per la
vocazione che la struttura stessa ha ad accogliere nuova immigrazione; mi
riferisco a parenti che vengono ospitati anche per lunghi periodi o a connazionali
che possono risiedere in modo temporaneo ed emergenziale. Inoltre sono
apparsepoco diffuse le famiglie cosiddette transnazionalimentre è risultate
prevalenti quelle con figli ricongiunteda tempo - Senegal, Tunisia, Bangladesh cioè prima che entrassero in vigore le ultime restrizioni normative in merito.
Altrettanto inefficace si è rivelata la domanda sulle intenzioni migratorie
future in quanto è risultato davvero impossibile per noi quantificare in anni il
tempo che si pensa di rimanere in Italia o a Porto Recanati. Molti senegalesi
desidererebbero tornare nel paese di origine ma si tratta di un‘desiderio’ che si
scontra con la realtà di un mutuo acceso per l’acquisto della casa o con il vissuto
di figli nati o cresciuti in Italia che desiderano invece rimanervi. Tale domanda
si è rivelata particolarmente infruttuosa per le famiglie del Bangladesh edel
Pakistan che per lo più vorrebbero rimanere in Italia e non ragionano affatto
sulla possibilità di un ritorno nella loro terra di origine.
Poco incisive sono apparse anche le domande sul rapporto e la relazione con
gli italiani. E' chiaro infatti che è il fatto stesso di vivere all'Hotel House che
condiziona fortemente tale questione che non può essere letta in termini astratti
di propensione all'integrazione. Il vivere in una realtà-ghetto chiusa e percepita
come irreparabilmente deviante comporta, anche per chi lavora e magari ha
buoni rapporti con i colleghi italiani,forme di chiusura finanche di
discriminazioneche subiscono tutti, compresi i bambini.
In sintesi, il questionario strutturato utilizzato si è dimostrato a volte poco
agile ai fini della rilevazione perché la realtà nella quale ci siamo imbattute è di
per sé di difficile rappresentazione, soprattutto da un punto di vista quantitativo,
e probabilmente sfugge alle tecniche valutative tradizionali con cui vengono
svolte le frequenti indagini sulle tendenze migratori in Italia.
Aggiustando durante le interviste la formulazione della domanda, e venendo
incontro all'esigenza di ascolto di questa particolare popolazione migrante,
abbiamo ottenuto un'informazione aggiuntiva a quella specificatamente richiesta
e questo ci ha permesso di scoprire dinamiche e tendenze non previste che
hanno reso più veritiera e plausibile la cornice descrittiva di questa realtà
condominiale. In particolare, è stata efficace l'analisi effettuata del tema della
criminalità o, meglio, della sua percezione e che rappresentaoramai il vero nodo
problematico del luogo Hotel House. Durante l'intervista si è cercatodi andare
più a fondo su questo punto formulando domande sempre più dettagliate che
riuscissero a fornire una rappresentazione più specifica dell'aumentonel tempo
74
dei fenomeni criminosi, come “Secondo lei quando sono peggiorate le cose?”
oppure “Che cosa ha contribuito a peggiorare la vivibilità?”. Molti degli
intervistatihanno così segnalato un peggioramento della vivibilità che si è
concentrato a loro avviso negli ultimi cinque, sei anni ed hanno auspicato un
intervento strutturato e programmato delle forze dell'ordine. A tal proposito,
desidero rispetto a quest'ultimo aspetto fare una precisazione. Nei mesi
successivi a questa prima indagine, che ricordo è di fine 2010, all'Hotel House è
stata organizzata una retata contro i numerosi spacciatori che avevano preso
possesso di alcune zone del condominio e ciò è stato possibile proprio grazie
all'azione di supporto e di sostegno che gli abitanti dello stabile hanno dato alla
squadra locale dei Carabinieri. Un'operazione che ha dato sollievo e speranza
agli immigrati, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze.
In conclusione, per le famiglie intervistate la residenza all’Hotel House è
condizionata da molteplici fattori tra cui pesa in modo rilevante la presenza di
un mutuo e, quindi, di una proprietà che vincola ogni scelta futura come la
possibilità di trasferirsi e/o di trovare altre soluzioni abitative in un mercato
immobiliare locale ristretto e discriminante. Inoltre, va riconosciuto il peso
rilevante che hanno la rete parentale e quella amicale della comunità di
appartenenzae che sono insieme sostegno e vincolo, infine, su questa difficile
condizione esistenziale vavalutata e consideratala crisi economica – e quindi
lavorativa – che limita e inibisce spostamenti e progetti alternativi di vita.
Problematiche contingenti e percezione del degrado
Nonostante la reticenza e la diffidenza di molti degli intervistati,e aggiustando
in itinere il nostro strumento di rilevazione, l'indagine ci ha permesso di cogliere
alcune specifiche ed interessanti problematiche.
Partirei dalle condizioni di vivibilità della struttura che, secondo l'opinione
soprattutto delle famiglie che risiedono lì da più anni,sono enormemente
peggiorate negli ultimi anni a causa di un degrado della struttura legato alla
assenza di unapronta ed efficace attività di manutenzione. Ricorrono così tra le
segnalazioni problemi continui legati al cattivo funzionamento degli
ascensori,indispensabili in una struttura di sedici piani, agli scarsi parcheggi, e
soprattutto, alla mancanza di una vigilanza notturna. Quasi tutti hanno
riconosciuto, riguardo alla percezione della violenza, che avvengono frequenti
episodi in tal senso e di vario tipo; fra tutti quello dello spaccio di stupefacenti è
il più evidente e viene svoltoin prevalenza da soggetti esterni all’Hotel House.
Questa rappresentazione di un degrado progressivo dello stabile è stata
confermata anche dai pochi italiani qui residenti e da noi intervistati. Si tratta di
una presenza visivamente e numericamente poco consistente - all'incirca sei
persone- costituita da alcuni pensionati che avevano acquistato l’appartamento in
tempi migliori (come seconda casa al mare) e da adulti disoccupati o in difficoltà
(per lo più separati e divorziati) che non trovano altra sistemazione: tutti quindi
75
vivono qui per necessità perché sono rimasti soli o perché non possono
permettersi l’affitto di una casa "normale" al centro e nella periferia di Porto
Recanati.
Gli intervistati, pur nella difficoltà della lingua e a volte condizionati da una
reticenza a parlare figlia di anni di vita in un luogo sottoposto a continue
rappresentazioni mediatiche rivolte a mostrate il degrado e la devianza, sono
riusciti a mettere in luce alcuni importanti problemi legati a questa struttura che
ha subito un progressivo degrado e che è soggetta ad un forte isolamento dal
mondo esterno. La mancanza di una programmata vigilanza diurna e notturna
continua perciò a rendere tale luogo fortemente insicuro, soprattutto per i
soggetti più vulnerabili.
Insisto ancora sulla percezione che si ha quando si entra all'Hotel House.
Io ho sperimento questa dinamica molte volte, entrando in momenti e periodi
diversi, nella fase difficile del 2010 prima dell'intervento delle forse dell'ordine e
nel corso del 2012 quando le cose sono sembrate migliorare, e devo
confessareuna sensazione emotivo-sensoriale iniziale che in modo chiaro e forte
è rimasta sempre la stessa, cioè, quella di trovarmi e di essere entrata in una
sorta di zona franca, alla presenza di un enorme ghetto, impermeabile al contesto
circostante e governato da proprie regole rigide e consolidate. Come sopra
accennato, i dati quantitativi raccolti ed elaborati indicano la presenza di molte
famiglie che vivono lì in modo oramai stabile e fisso da molti anni, anche più di
dieci, e che costrette da fattori strutturali del territorio hanno dovuto fare di
questa struttura il punto di riferimento della loro vita in Italia; una certezza
all'interno di un quadro socio-economico complicato e instabile soprattutto sul
versante lavorativo.
Così, per vivere al suo interno, durante i lunghi anni di residenza, ogni
famiglia ha consolidato la propria rete etnica di protezione e di sicurezza, con
alcune specificità che sono apparse fin dall'inizio della rilevazione. I senegalesi
ad esempio sono apparsi una comunità molto solidale, con un’integrazione
costruita però dall’interno verso l’esterno, nella quale si tengono ben saldi e
vitali i rapporti con il paese di origine, autentico collante anche a distanza di
molti anni di residenza in Italia. In questo gruppo etnico è ben visibile anche una
nuova volontà, quella di ritornare a casa, un pensiero che dichiarano essere
cresciuto a seguito delle norme che rendono più difficile i ricongiungimenti e le
regolarizzazioni, nonché, per le condizioni di degrado, sporcizia, criminalità che
sono costretti a vivere all’Hotel House, un posto non adatto ad accogliere i loro
bambini.
Più frammentata e silenziosa è apparsa invece la presenza delle altre etnie,
soprattutto quella del Bangladesh, che si presenta più giovane anagraficamente,
di più recente arrivo, preoccupata soprattutto se non esclusivamente della ricerca
e del mantenimento di un posto di lavoro. Verso questi immigrati si è sviluppato
un forte malcontento da parte soprattutto dei nordafricani che per primi sono
arrivati all’Hotel House ed che legano, forse troppo superficialmente, il degrado
76
della struttura alla presenza proprio dell'immigrazione bengalese che era, ai
tempi della prima rilevazione del 2010, a capo della portineria e delle pulizie
dello stabile.Affermazioni e dichiarazioni che abbiamo registrato e valutato
come un ricorso quasi obbligato all'utilizzo di luoghi comunie formule
stereotipate tese ad additare un'etnia arrivata per ultima nello stabile e che
potrebbe diventare una probabile rivale nell'azione di controllo dell'abitato.
La maggioranza delle famiglie di lunga residenza intervistate sono risultate
proprietarie dell'appartamento di residenza anche se occorre precisare che le
stesse hanno sottolineato la difficoltà, se non l’impossibilità, di trovare
all’esterno abitazioni in affitto o da acquistare a causa sia dei costi troppo elevati
che della diffidenza verso di loro, non semplicemente perché sono immigrate ma
in quanti abitanti da anni l'Hotel House.
2.2 I temi emersi
Il quadro socio-demografico25
Il primo dato socio-demografico interessante delle famiglie intervistate
riguarda il loro livello di istruzione che è medio-alto considerando che circa il
55% è in possesso almeno del diploma di scuola media superiore. Sotto questo
profilo, il dato dell’Hotel House è in linea, se non addirittura superiore, con
quelli riscontrati in studi analoghi sulle Marche e/o sull’Italia
(Caritas/Migrantes, 2010).
Riguardo invece all’occupazione maschile - preciso ancora la prevalenza di
uomini intervistati sulle donne a causa di una forzata segregazione domestica di
quest'ultime - la situazione si presenta particolarmente fragile poiché circa un
quarto dei rispondenti si dichiara senza lavoro; fatto che è compatibile con i
problemi territoriali legati alla prolungata crisi economica. I lavori più diffusi
nell’ambito del campione sono quelli di operaio e di lavoratore nei settori del
commercio o dell' artigianato. I dati confermano unatendenziale
sottoccupazione, con un processo di adattamento al ribasso nell’inserimento nel
mercato del lavoro degli immigrati stranieri rispetto alle credenziali educative
possedute; la professione di operaio viene svolta da molti laureati.
La caratterizzazione sulla base della provenienza geografica indica una forte
peculiarità dell’Hotel House: il 60% circa degli intervistati proviene dall’Africa
(in gran parte si tratta di senegalesi e nigeriani, in parte di nordafricani) ed un
altro 30% circa dall’Asia ed, in particolare, dal sub-continente indiano
(soprattutto dal Bangladesh e dal Pakistan come recente immigrazione). Sono
25
Questo quadro di sintesi riprende in parte le osservazioni e le riflessioni all'interno del saggio di M. L. Zanier,
Il senso del luogo. Spazi abitativi e spazi sociali al residence Hotel House di Porto Recanati, in M.L. Zanier, N.
Mattucci, C. Santoni, Luoghi di inclusione e luoghi di esclusione. Realtà e prospettive dell'Hotel House di Porto
Recanati, eum edizioni, Macerata 2011.
77
praticamente assenti alcuni dei grandi gruppi migratori che, invece,
caratterizzano il territorio marchigiano: i centro-est europei (fra cui gli albanesi),
i sudamericani e gli asiatici orientali, come i cinesi.
Come sottolinea la stessa Zanier: "I meccanismi sociali legati alle catene
migratorie funzionano, quindi, in maniera relativamente robusta anche nel caso
che stiamo analizzando, dal momento che questo insediamento oggi non è il
luogo multiculturale raccontato in alcuni resoconti e ricerche (p.20)".
Tab. 1. Il profilo socio-demografico dei residenti all’Hotel House
% residenti stranieri con almeno un diploma di scuola superiore
55,2
Provenienza geografica
Africa
60,4
Asia (Sub-continente indiano)
31,0
Altro
8,3
Totale
100,0
occupati
73,8
disoccupati
26,2
Le interviste indicano che siamo in presenza quindi di una immigrazione
stabile e radicata che è oramai presente da diversi anni nel territorio e che è
legata a doppio filo con il luogo Hotel House; alcuni vi risiedono da oltre dodici
anni. Nella maggioranza dei casi, chi ha deciso di emigrare nelle Marche ha
scelto come destinazione principale Porto Recanati. Questi nuclei familiari si
sono nel tempo allargati - mediamente ogni famiglia è composta da 3,2
componenti ed in oltre la metà vi sono uno o più figli - usufruendo del
meccanismo del ricongiungimento familiare, in passato più agevole e snello, e
così hanno fortificato il sistema della stabilizzazione nel paese di arrivo. Da
segnalare che un quinto delle famiglie intervistate ha dichiarato che sta
pianificando, o vorrebbe farlo, un eventuale ricongiungimento.
La solida e stretta rete di sostegno interetnica che caratterizza ogni comunità lì
residente viene confermata dal fatto che l’85% del campione ha dichiarato di
poter contare sull’aiuto di parenti o, anche più spesso, di amici. Si tratta di
legami sociali molto forti, di tipo informale, a cui si affiancano a volte, in misura
minore, reti di relazioni che provengono dall'appartenenza ad associazioni. Nello
specifico si tratta di circa il 38% dei residenti intervistati, soprattutto i centrosudafricani, l'associazione più presente e di prestigio e quella del Senegal,
mentre gli asiatici sembrano prediligere in modo esclusivo i legami informali del
proprio gruppo parentale. Di seguito la Tab.2 esplicita il capitale sociale
posseduto.
78
Tab. 2. Il capitale sociale a disposizione dei residenti presso l’Hotel House
% residenti con parenti stretti / amici all’HH
85,2
% residenti con parenti stretti
49,0
% residenti con amici intimi
80,4
partecipazione ad associazioni di soli immigrati
29,3
partecipazione ad associazioni di immigrati ed italiani
8,6
nessuna partecipazione
62,1
Totale
100,0
Un'ultima e sintetica riflessione va svolta nei confronti della questione della
vivibilità della struttura rispetto alla criminalità e alla violenza presenti. Senza
riprendere di nuovo le questioni di carattere generale più sopra indicate, in
sintesi, la Tab.3 indica che oltre il 70% dei residenti intervistati ritiene la
vivibilità dell’Hotel House come mediocre, se non pessima. Il degrado
dell’edificio e la scarsa manutenzione degli spazi comuni vengono posti al
primo posto, fra gli aspetti più negativi; inoltre la sporcizia, la scarsa sicurezza
per motivi di violenza, criminalità e vandalismo sono indicati da oltre un terzo
degli intervistati.
Tab. 3. La vivibilità all’Hotel House
% individui che ritengono la vivibilità dell’Hotel House:
almeno buona
9,4
accettabile
15,1
mediocre
35,8
pessima
39,6
Totale
100,0
Interessanti da riportare sono anche le indicazioni circa gli interventi che
sarebbe auspicabile si facessero, su sostegno degli enti locali territoriali, per
migliorare questo luogo-ghetto. Di certo viene chiesto maggiore controllo e
vigilanza ma anchemiglioramenti consistenti nei collegamenti con i mezzi
pubblici. Quest'ultimo punto in particolare segnala la volontà di sentirsi e di farsi
vedere meno isolati e impermeabili al mondo esterno, limitando la distanza
spaziale, che è anche simbolico, che si è innescata tra questi abitanti ed il resto
della popolazione di Porto Recanati e dei suoi amministratori pubblici.
79
Tab. 4.Due principali servizi auspicabili all’esterno dell’Hotel House
servizi di vigilanza esterni per prevenire atti di criminalità
53,4
migliori collegamenti mezzi pubblici
31,0
marciapiedi e strade
13,8
luoghi di ritrovo e socializzazione per tempo libero
10,3
asili e scuole più vicini
12,1
* La somma è superiore a 100 in quanto erano possibili fino a due risposte
Tab. 5. Due principali interventi auspicabili dentro l’Hotel House
manutenzione edificio
65,5
servizi di vigilanza interni per prevenire criminalità
51,7
pulizia edificio
25,9
messa in sicurezza edificio (scale anti-incendio)
6,9
* La somma è superiore a 100 in quanto erano possibili fino a due risposte
A conclusione di questo breve quadro socio-demografico riporto ancora le
parole della Zanier: "È sempre difficile stabilire una relazione tra centro e
periferia, ma le distanze si acutizzano quando ci si trova immersi nella periferia
della periferia, come nel caso dell’Hotel House" (p. 23).
Appartenenza tra globale e locale26
Come ha sottolineato la studiosa Natascia Mattucci che ha collaborato con me
alla raccolta sul campo dei dati, l'"Indagine Conoscitiva dell'Hotel House"ha
fatto emergere alcuni elementi e tratti non prettamente legati alla sua prioritaria
finalità - evidenziare i possibili ambiti di intervento -ma che sono risultati di
interessante analisi ai fini della comprensione più ampia dei meccanismi
migratori e di insediamento. In particolare, è emerso a più riprese fin nella fase
di rilevazione come la questione della cittadinanza, segnatamente delle sue
condizioni di accesso, non appaia un assillo per gli intervistati, quand’anche si
tratti di immigrati di lunga residenza; in alcuni casi si tratta di soggetti in Italia
da più di vent’anni, così come sintetizza la Tab.6. In effetti, il possesso, la
richiesta o un qualche interessamento nei suoi confronti appare riscontrabile solo
in una parte esigua del campione.
26
All'interno di questo breve paragrafo vengono da me riprese e riportate alcune riflessioni di carattere più
prettamente filosofico presenti nel saggio della studiosa Natascia Mattucci dal titolo Prassi integraztive locali e
appartenenza politica: un caso di proprietà desoggettivante in M.L. Zanier, N. Mattucci, C. Santoni, Luoghi di
inclusione e luoghi di esclusione. Realtà e prospettive dell'Hotel House di Porto Recanati, eum edizioni,
Macerata 2011.
80
Tab. 6. Il percorso migratorio degli stranieri residenti all’Hotel House
Media (anni)
% presenti da meno 5 anni
% presenti da 5-10 anni
% presenti da oltre 10 anni
Totale
da quanto in
da quanto nelle
da quanto
Italia
Marche
Porto Recanati
12,2
9,6
9,1
17,0
32,1
50,9
100,0
30,2
32,1
37,7
100,0
a
da
quanto
all’Hotel House
9,1
30,2
34,0
35,8
100,0
30,2
37,7
32,1
100,0
Inoltre, la comunità africana residente manifesta in modo netto e chiaro la
volontà di mantenere i legami con il paese di origine - ne è una testimonianza
l'attivismo della comunità senegalese nell'organizzare incontri e riunioni per
discutere la situazione politica del Senegal- nella speranza, ricorrente nelle
narrazioni raccolte, di poter ritornare a breve in patria. Rispetto infatti
all'indagine effettuata sulle prospettive di permanenza, Tab.7, la lettura
comparata dei dati sulla permanenza con quelli relativi alle prospettive future,
specificano che sussistono differenze di visioni e di desideri fra i due principali
gruppi presenti nella struttura: quelli che risiedono da minor tempo come gli
Asiatici manifestano una più spiccata volontà di rimanere in Italia rispetto agli
Africani di lunga residenza (in primis appunto i Senegalesi).
Tab. 7. Prospettive di permanenza sul territorio da parte delle famiglie straniere
in Italia
a Porto
Recanati
non sa
26,4
41,5
poco tempo
13,2
13,2
fino alla fine della carriera lavorativa
7,5
7,5
per sempre
52,9
37,8
Totale
100,0
100,0
% famiglie che pensano ad un eventuale trasferimento fuori dell’HH
34,0
% famiglie che pensano ad un eventuale trasferimento fuori dell’HH per
motivi di lavoro
% famiglie che non pensano ad un eventuale trasferimento fuori dell’HH per via di
problemi legati all’abitazione (eventuale reperimento di abitazione alternativa, costi
affitto, mutuo, etc.)
28,3
25,2
Così, questo scarso interesse per la questione della cittadinanza, per le
procedure di accesso ad essa e quindi per l'acquisizione di uno stato giuridico
che storicamente qualifica l’appartenenza politica all’interno di una comunità, fa
interrogare la Mattucci:
81
"quali ulteriori domande e considerazioni attiva questa informazione manchevole nel
contesto di procedure lente e complesse, impermeabili ai cambiamenti che “di fatto” la
prolungata residenza di stranieri sul suolo italiano produce nel suo tessuto? Quali sono gli
effetti a livello di soggettivazione politica e di auto-percezione su individui e famiglie che
costruiscono un vissuto relazionale in senso ampio senza poter rinegoziare le regole di
convivenza? Quale è la condizione di chi vive e trasforma una realtà socio-politica senza
prendere parte alle decisioni che l’attraversano e, quindi, senza appartenervi?
La risposta che viene fornita a queste rilevanti interrogativi si orienta a
segnalare che forse non siamo tanto in presenza di un cedimento della categoria
stessa di cittadinanza nazionale, capace di attribuire pertinenze ad ampio raggio
a vantaggio di modelli post-statuali che attingono a quel prolifico catalogo di
diritti umani espansosi con le organizzazioni internazionali, quanto al fatto che
vale la pena per gli studiosi insistere sull'indagine in modo più dettagliato di
quei luoghi e contesti che rappresentano lo scenario ordinario della vita degli
immigrati. In questa categoria rientra pienamente il condominio Hotel House.
Il disinteresse manifestato da parte di questi immigrati verso il tema
dell'acquisizione della cittadinanza quindinon invalidano il fatto che le
condizioni di possibilità dei meccanismi socio-territoriali di integrazione siano
da rinvenire ancora in tale condizione, ma, segnalano che nella situazione
italiana attuale essa non fornisce l'immediato e automatico accesso ai diritti ad
essa connessi, a causa soprattutto di procedure amministrative carenti in termini
di regolamenti applicativi efficaci e standardizzati.
"
Studi recenti hanno osservato, a questo proposito, che l’effettivo godimento dei diritti (sia
per immigrati che per autoctoni) è condizionato dal processo di policy locale, in particolare da
decisioni prese a livello di istituzioni locali e dalla rete associativa presente nel territorio. (...)
Il trattamento degli immigrati svela allora quel localismo dei diritti che rimanda ad una
cittadinanza locale”, come a dire che dal punto di vista sociale la cittadinanza è sempre più
subnazionale, con tutte le differenziazioni che questo può produrre" (Mattucci, p.33).
Da questa prospettiva di analisi, la realtà del condominio Hotel House di
Porto Recanati esibisce una storia e una geografia eccezionali e un utilizzo degli
spazi ambivalente che può divenire pratica quotidiana di confinamento.
"L’enclavizzazione, fisica e simbolica, degli abitanti dell’Hotel House, caratteristica che
persiste anche nelle nazionalità di lunga residenza, risponde ad una duplice strategia che
muove da esigenze quasi antipodiche: per un verso quella (autoctona) di circoscrivere in un
luogo controllabile ed escludere dallo spazio cittadino gli immigrati, per un altro quella (dei
residenti) di poter considerare questo “mondominio” di etnie e culture un punto di raccordo
per la costruzione di reti di solidarietà" (pp.37-38).
Ma la proposta concettuale più interessante che emerge dallo scritto della
Mattucci riguarda a mio avviso la necessità di leggere in modo diverso il
significato della parola proprietà quando essa viene a caratterizzare la presenza
in questa enclave geografica:
82
"un titolo di proprietà maturato in un contesto abitativo come quello da noi descritto,
sospinto dal desiderio di appartenenza territoriale, dalla volontà di strutturare stanzialmente
un percorso migratorio o finanche dalla necessità/impossibilità di accedere a dimensioni
abitative differenti, rischia di apparire come un tentativo di mettere radici in un non-luogo. Si
utilizza uno strumento tipicamente moderno di affrancamento/soggettivazione, la proprietà
della casa, in un contesto abitativo che non attiva processi che rendano l’esistenza
significativa politicamente, ossia in uno spazio relazionale di visibilità e interazione.
Acquisita all’interno di un luogo che produce esclusione e alienazione, la proprietà si rivela
‘desoggettivante’ e rischia di perpetuarne nel tempo confini fisici e simbolici.
All’enclavizzazione pare aggiungersi una sorta di incosciente auto-enclavizzazione che
transita paradossalmente per il canale proprietario. Nell’ambito di un discorso pubblico che
voglia progettare interventi istituzionali di lungo periodo nei confronti della struttura in
questione occorre non sottovalutare il significato che il diritto patrimoniale può assumere in
una prospettiva futura" (p.43).
Il disagio abitativo e la popolazione immigrata27
Nella lettura dei dati quantitativi ricavati da questa prima Indagine
Conoscitiva sull’Hotel House ho deciso di adottare una specifica prospettiva di
analisi e cioè quella dell'incidenza del disagio abitativo tra la popolazione
immigrata.
Tale questione riguardamolti degli stranieri che vivono in Italia per i quali la
difficoltà più grande non è tanto il reperimento di una sistemazione alloggiativa
- ricordo a tal proposito che l’incidenza dei senza dimora tra gli immigrati
rappresenta una percentuale esigua28 - ma l’essere costretti a vivere in abitazioni
caratterizzate da estrema precarietà; case che non posseggono più quelli
normalmente indicati come criteri minimi di abitabilità. Inoltre, l’aspetto più
sorprendente di questo andamento del mercato immobiliare è che tale
coincidenza tra l’essere migrante ed il possedere una casa fatiscente si verifica a
parità di condizione reddituale; questo suggerisce che le situazioni di disagio
abitativo possono verificarsi anche in assenza di devianza o marginalità sociale,
e quindi possono riguardare anche soggetti che abbiano spiccate motivazioni e
risorse individuali.
Svariati studi e ricerche evidenziano che le situazioni di convivenza più
disperate e a rischio gli stranieri le sperimentino nella fase iniziale del loro
percorso migratorio, quando iniziano ad inserirsi nella società di arrivo. A
conferma di questo rilievo, nel campione di interviste da noi effettuate i casi di
sovraffollamento abitativo in un singolo appartamento vengono nella maggior
parte dei casi vissute dai “nuovi arrivati” all’Hotel House - per lo più maschi
27
Una versione più ampia delle seguenti osservazioni sono incluse nel saggio da me scritto Il disagio abitativo e
la popolazione immigrata in in M.L. Zanier, N. Mattucci, C. Santoni, Luoghi di inclusione e luoghi di
esclusione. Realtà e prospettive dell'Hotel House di Porto Recanati, eum edizioni, Macerata 2011.
28
Per un approfondimento si consiglia Tosi (2001).
83
adulti soli - senza famiglia al seguito, che cercano di sopravvivere all’impatto
con le prime difficoltà di inserimento socio-economico29.
Queste dovrebbero essere situazioni temporanee - vissute all'inizio come
strategia per inviare più rimesse a casa o per aumentare il risparmio necessario
al ricongiungimento - destinate a risolversi velocemente superata la prima fase
di adattamento al nuovo contesto di vita. Purtroppo però può accadere, come nel
caso dell’Hotel House, che tale condizione tenda a stabilizzarsi e a
normalizzarsi, facendo sì che l’esclusione sociale divenga il modello prevalente
nonché l’esito finale del progetto migratorio individuale e familiare.
A determinare questa perversa dinamica concorrono diversi elementi, primo
fra tutti quello di una forte riluttanza degli italiani ad affittare o a vendere agli
immigrati. Anche il nostro campione collega la difficoltà di trovare un alloggio
alternativo all’Hotel House alla diffidenza che gli abitanti di Porto Recanati
hanno verso gli immigrati. Si tratta di vere e proprie dinamiche di esclusione dal
mercato immobiliare - tra l'altro spesso sono le stesse agenzie a mettere in atto
tali comportamenti discriminatori - che vengono attuate nei confronti sia degli
immigrati regolari che irregolari30. In questo modo l’offerta di alloggi, già
ristretta, si riduce ancor di più fino ad esaurirsi e a rendere inevitabile per tutti
gli stranieri, stabili o precari, il vivere nel degrado abitativo.
Questa chiusura del mercato immobiliare agli immigrati, con la conseguente
carenza di alternative, spiega sia la permanenza all’Hotel House di famiglie
regolari sia il fenomeno interno alla struttura del sovraffollamento; caratteristica
questa che di norma si accompagna alla mancanza di sicurezza, di controllo e al
concentrarsi in queste aree di un’alta marginalità sociale.
Uno degli aspetti emersi durante le interviste, in particolare riguardo alle
prospettive di permanenza sul territorio maceratese per i residenti all’Hotel
House, è stato proprio il vincolo della mancanza di alternative abitative.
Soprattutto le famiglie stabili con figli piccoli sono ben consapevoli di vivere in
una realtà-ghetto, sempre più separata dal mondo esterno, e destinata, a causa
del sovraffollamento, a un’incuria progressiva. Dai racconti raccolti è emersa
con chiarezza la grande difficoltà a trovare abitazioni alternative in affitto o da
acquistare, a causa di una diffidenza diffusa verso gli immigrati che, associata ad
una realtà economico-lavorativa locale poco florida, costringe a permanere
nell’immobilità e nella passività. Possiamo allora aggiungere che, come spesso
29
Si tratta nello specifico del gruppo del Bangladesh, il più giovane anagraficamente e di più recente arrivo che,
preoccupato di dover trovare e/o di mantenere il lavoro, vive in condizioni di sovraffollamento e di precarietà
socio-economica. È a questo gruppo etnico che gli altri abitanti della struttura, in particolare i nord-africani, lì
residenti da più tempo e oramai stabili, rivolgono le accuse più pesanti in quanto identificano nel loro modo di
vivere precario e alla giornata il consolidamento del degrado dello stabile. Un pensiero stereotipizzante, più volte
registrato, forse riconducibile, al di là della stretta questione abitativa, ad una volontà di supremazia tra le etnie
che tende a stigmatizzare quella che comincia a crescere come presenze e nazionalità.
30
Rimane ancora attuale l’indagine che nel 2000 è stata condotta dal Comitato oltre il razzismo di Torino che ha
verificato, attraverso telefonate simulate, le discriminazioni in atto nel mercato abitativo (in questo caso torinese)
a danno degli immigrati. Per consultare l'indagine e per conoscere le attività di questo comitato rimandiamo
direttamente al sito: www.arpnet.it/norazz.htm.
84
accade quando si è costretti a vivere una condizione di impenetrabilità rispetto al
mondo esterno, di non visibilità se non nei termini di criminalità e degrado, si
attuino strategie difensive di gruppo, forme di sostegno interne e interetniche,
reti di protezione che corrono sul filo della nazionalità.
In questo orizzonte si inscrive la solidarietà costruita nel tempo all’Hotel
House dalla comunità senegalese, un gruppo che può contare su un’ampia rete
parentale e che rispetto alla permanenza in Italia sembra assumere una
prospettiva di temporaneità, pensando al paese di provenienza come al luogo
dove poter ricostruire un futuro. Questo elemento emerso dall'indagine e qui più
volte evidenziato può stimolare anche una nuova ed originale prospettiva di
lettura dei meccanismi di inclusione/esclusione sociale che si innescano nella
dimensione locale dell'immigrazione. Sempre più spesso infatti, in particolare
negli studi di tipo antropologico, si ricorre alla metafora della creolizzazione
(Hannerz, 2001) come strumento di lettura della complessità contemporanea e
deifenomeni migratori in cui si intrecciano dinamiche politiche, sociali e
culturali31.
La decisione di vivere all’Hotel House è quindi legata a molteplici fattori che
la tabella di sintesi sottostante cerca di specificare. Innanzitutto, per il 40% delle
famiglie intervistate che attualmente vi vivono il fattore attrattivo è stato quello
della possibilità di acquisto dell’abitazione, prevalentemente attraverso
l'accensione di un mutuo. Poi emerge come determinante la possibilità di
contare su di una vasta rete di relazioni sociali già presenti nella struttura; dato
che è apparso incidere di più come motivazione fra i Centro-Sud Africani, qui
più volte definiti come il gruppo più forte per rete e solidarietà interna. Altro
elemento molto importante, che ha inciso soprattutto negli anni precedenti la
crisi economico-lavorativa, è la vicinanza del palazzo ai luoghi di lavoro
limitrofi, in particolare le fabbriche che accolgono ancora oggi il 20% circa
degli immigrati lì residenti e che svolgono la professione di operaio. Siamo
quindi di fronte ad un insieme di motivi che unisce all'iniziale scelta per il basso
costo e alla facile reperibilità dell’abitazione, la possibilità di accedere alla casa
in proprietà e l'opportunità di vivere a stretto contatto con parenti e amici.
31
Lo studioso Ulf Hannerz ha proposto l’interessante uso del concetto di creolizzazione per cogliere la
combinazione di diversità, innovazione e cambiamento che nasce all'interno di quei contesti in cui si instaura una
relazione tra globale e locale, tra centro e periferia. I luoghi di destinazione delle migrazioni diventano così spazi
ideali di socializzazione in cui mettere in atto processi di creolizzazione che danno conto della pluralità delle
identità e delle appartenenze. Per una sintesi della proposta teorica di Hannerz si rimanda a: Hannerz, U., 1996
Transnational Connection. Culture, People, Places, London: Routledge; trad. it., 2001 La diversità culturale,
Bologna, il Mulino. Per una visione delle potenzialità applicative di questa teoria si rimanda a:
www.playingidentities.eu/.
85
Tab. 8. Le caratteristiche dell’abitazione precedente ed i motivi di residenza all’Hotel House.
% famiglie che risiedevano in una abitazione:
-
buoni standard
38,9
-
decorosa
47,2
-
fatiscente
13,9
Totale
100,0
% famiglie per titolo di proprietà dell’abitazione precedente all’HH:
-
proprietà
2,7
-
affitto
86,5
-
usufrutto o cessione titolo gratuito
10,8
Totale
100,0
% famiglie motivo scelta residenza all’HH:
-
basso costo
22,5
-
mancanza soluzioni abitative alternative
18,4
-
presenza di altri parenti / conoscenti
36,7
-
comodo per la posizione rispetto al lavoro
22,5
Totale
100,0
% famiglie con abitazione in proprietà all’HH:
41,5
% famiglie con mutuo per abitazione in proprietà all’HH:
32,1
Importo medio mensile mutuo (in euro):
384
Importo medio mensile affitto (in euro):
329
Questa riflessione sul problema abitativo può essere implementata da un altro
elemento di analisi ovvero l’acquisto della casa da parte degli immigrati. Anche
in questo caso occorre prendere le mosse da una questione più ampia, ossia
quella della soluzione proprietaria in Italia, segnatamente dalle sue modalità e
cause di diffusione, per capire all’interno di quale percorso specifico gli stranieri
si siano in essa inseriti. Questo tema tra l'altro acquista maggiore consistenza se
riferito ad una realtà degradata come l’Hotel House dove l’alta incidenza di
proprietari non costituisce purtroppo fattore di stimolo per una positiva
integrazione sociale nella comunità locale.
Nel nostro Paese si è diffuso negli anni, in particolare dagli anni Sessanta, un
impulso alla proprietà della casa32, soprattutto nella formula del condominio
urbano; questo modello di edilizia ha prodotto come effetto un forte freno alla
32
Nell'ultima indagine Istat, denominata L'abitazione delle famiglie residenti in Italia (2010), emerge una scarsa
rilevanza delle abitazioni in affitto (circa il 19% pari a 4,7 milioni di abitazioni sul totale delle abitazioni
occupate) mentre quelle di proprietà sono 16,9 milioni, di queste un quinto con mutuo in corso e 3,1 milioni in
usufrutto o in uso gratuito. Viene inoltre messo in evidenza, attraverso confronti con altri paesi europei, che
questa rilevanza in Italia delle abitazioni in proprietà rispetto a quelle in affitto è un fenomeno considerato tipico
dei paesi scarsamente industrializzati, con minore mobilità e con sistemi sociali più rigidi. Una conclusione
questa davvero significativa e che riporta il discorso al tema più generale delle disparità nelle condizioni di
accesso al mercato delle abitazioni.
86
diffusione di altre formule abitative come l’incentivazione degli affitti o le
politiche di edilizia sociale, oggi più note come housing sociale. Le motivazioni
che stanno alla base dell’opzione proprietaria tra gli italiani sono di due ordini, il
primo riguarda la considerazione dell’investimento nella casa di proprietà come
un capitale sicuro, poiché si rivaluta nel tempo per via di una limitata offerta di
formule alternative di investimento finanziario. L’altro ordine di motivi si
intreccia direttamente con il nostro sistema di welfare che, nel suo essere
estremamente limitato e residuale per prestazioni e trasferimenti monetari,
induce a vedere ancora nella casa uno strumento di tipo previdenziale proprio
perché garantisce in modo diretto e sicuro il sistema delle reti di sostegno
parentale (Castles e Ferrera, 1996).
Entro questo quadro di sintesi dello sviluppo e del radicamento dell’opzione
proprietaria in Italia si inserisce la questione dell’acquisto della casa da parte
degli immigrati; tra l'altro recenti indagini evidenziano che si tratterebbe di un
mercato ampio e dalle enormi potenzialità33. La popolazione straniera manifesta
una forte tensione al miglioramento per cui, considerando il numero di
compravendite e l’incremento dovuto ai nuovi ingressi, è possibile prevedere
che in quindici/venti anni questa possa giungere allo stesso rapporto tra
proprietà e affitto esistente tra le famiglie italiane (Cresme, 2008).
Questi dati e indici di tendenza ci dicono quindi che la domanda primaria
abitativa sarà sempre più composta da stranieri, ma suggeriscono altresì che,
all’interno di questo settore di investimento, esistono due mercati paralleli: uno
aperto e garantito per gli italiani e uno informale e segregato per gli stranieri.
Sebbene quindi il possedere una casa di proprietà venga considerato in genere
un indicatore positivo del miglioramento dello stato di benessere individuale e
familiare, il comprare un appartamento in una struttura fatiscente e degradata
non lo è. Il caso Hotel House è in tal senso emblematico: una parte consistente
delle famiglie intervistate dichiara di avere un appartamento di proprietà e di
queste circa un terzo sostiene un mutuo medio mensile di circa trecentottanta
euro per vivere in un edificio deteriorato, che presenta carenze a livello di
manutenzione, inserito in un contesto di scarsa sicurezza per episodi di violenza
e di criminalità di varia matrice, nonché, per l’assenza di un’adeguata forma di
vigilanza della struttura.
All’Hotel House gli immigrati che sono riusciti a divenire proprietari,
superando così il difficile percorso dell’affitto che come ho già evidenziato in
Italia risulta per loro davvero ristretto, lo sono di abitazioni altamente degradate;
33
Nel sesto Osservatorio nazionale immigrati e casa realizzato dall'Istituto di Ricerche e Studi Scenari
Immobiliari (dicembre 2009) si evidenzia che negli ultimi cinque anni gli immigrati hanno comprato oltre
seicentomila alloggi, questo trend potrebbe continuare a patto che le banche riprendano a concedere mutui che
superino l’80% del valore del bene che intendono acquistare. Inoltre, viene stimato che il 61,3% degli immigrati
residenti vive in locazione, il 9,1% alloggia presso parenti o altri connazionali, l’8,5% presso il luogo di lavoro
ed il restante 20% del totale vive in alloggio di proprietà. Le situazioni di sovraffollamento degli spazi vengono
indicate come molto frequenti a causa di affitti troppo alti, irregolarità contrattuali, difficoltà di reperimento di
alloggi per pregiudizi sia degli intermediari che dei proprietari stessi. Per leggere tutti i dati: www.scenariimmobiliari.it.
87
a ciò si aggiunga che nei racconti degli intervistati è spesso emerso come la
mancanza di prospettive di cambiamento abitative, ancora più vincolanti se si è
contratto un mutuo, rappresenti un ostacolo a quell’idea di integrazione nel
tessuto territoriale che può condizionare anche le seconde generazioni. Questa
realtà indica in modo chiaro che per la popolazione a basso reddito e immigrata
esiste un’offerta abitativa svilita, che può perpetuare meccanismi di classe, e che
nell’immediato sottrae spazi di socializzazione e di convivenza comuni
soprattutto ai minori.34 In breve, strutture come l’Hotel House nel lungo periodo
rischiano di incentivare e di riprodurre disuguaglianze sociali: le disparità sulla
qualità e sul valore commerciale dell’alloggio posseduto permangono riducendo
la prospettiva di una mobilità intergenerazionale (Pisati, 2000).
In base a quanto rilevato, si può sinteticamente affermare che la questione del
disagio abitativo degli immigrati si presenta complessa e richiederebbe, per una
sua più approfondita analisi, una conoscenza empirica ancor più localizzata che
contribuisca a fornire elementi circostanziati che dettaglino ulteriormente il
potenziale integrativo di un territorio. La lunga storia dell'Hotel House lungo la
quale si intrecciano molteplici fattori sociali, economici e culturali suggerisce
che i motivi per cui la popolazione immigrata è entrata e continua ad entrare in
questa enclave si legano ad alcune dinamiche ancora in atto: mercato locale
degli affitti e degli acquisti chiuso per gli immigrati, precarietà dei percorsi
lavorativi e familiari, avvicinamento ad una rete parentale che può costituire
l'unica forma di sostegno e protezione soprattutto all'inizio del percorso
migratorio.
Questo enorme immobile degradato e senza alcuna chiara destinazione futura
stride fortemente con la vocazione vacanziera della città; come è stato di recente
ricordato, “ad esempio, a fronte di una media nazionale del 7% gli stranieri sono
il 20% dei residenti a Porto Recanati (MC), il salotto del mare della riviera
adriatica”35. Si innescano dunque due grandi questioni intorno a questo realtà
abitativa. La prima riguarda l’inevitabile emergere in situazioni di forte
sovraffollamento di marginalità sociale e di scarsa sicurezza, la seconda,
collegata alla prima ma più rivolta alla comprensione dei meccanismi sottostanti
al generarsi di questo “degrado architettonico-urbanistico”, si riferisce alle
forme di disuguaglianza sociale che tale edificio crea e perpetua nel lungo
periodo, condizionando in modo negativo i percorsi di vita dei suoi residenti.
Su quest’ultimo punto si è qui molto insistito, non per derubricare la
questione della sicurezza, alimentata mediaticamente,36ma perché appare più
proficuo avanzare considerazioni rispetto alla questione dell’integrazione
34
Nei racconti delle persone ascoltate durante la fase di rilevazione dei dati è emerso a più riprese come i
bambini e le donne, a causa di frequenti episodi di violenza e spaccio avvenuti nell'area condominiale, vivono
per lo più confinati all’interno dei propri appartamenti.
35
www.caritasitaliana.it/2010/dossier_immigrazione2010/scheda_sintesi.pdf.
36
La maggioranza del campione intervistato (81%) dichiara la presenza di sacche di criminalità all’Hotel House,
indicando come primo fattore quello dello spaccio di sostanze stupefacenti, seguito da danneggiamenti, furti,
rapine.
88
localeindugiando sulla lettura degli spazi abitativiin una prospettiva sociosimbolica. Può essere allora utile richiamare un concetto espresso da Irene
Ponzo (2009) in un articolo sull’accesso degli immigrati all’abitazione in cui si
riferisce di una sorta di polarizzazione avvenuta nell’integrazione abitativa: se
da un lato si assiste in alcune realtà a una crescente stabilità nell’abitare,
dall’altro, invece, si osserva una persistente precarietà, se non addirittura un
peggioramento delle situazione alloggiative. In questa seconda dinamica vanno
inseriti i nuovi arrivati, immigrati con scarse risorse personali - soprattutto se
paragonati a quelli delle precedenti migrazioni - che possono per questa loro
vulnerabilità incontrare maggiori difficoltà nell’inserimento abitativo. Secondo
la Ponzo, si è attuata negli ultimi anni una “proletarizzazione” della recente
ondata migratoria confluita poi, generando esiti drammatici, nel fenomeno
dell'indebolimento del mercato immobiliare, divenuto sempre più impenetrabile
agli stranieri.
Lo spazio geografico dell’Hotel House racchiude e delimita ciò che alcuni
studiosi identificano come strutturazione spaziale delle disuguaglianze (Duncan
e Duncan, 1995) ossia contesti territoriali segreganti le cui caratteristiche
influiscono in modo negativo sulle condizioni di vita e sui destini sociali dei loro
abitanti. In questa dimensione geografico-esistenziale diventa centrale il fatto
che i soggetti protagonisti, spesso stranieri, scontino uno status giuridico
precario che può condurre verso un’esclusione sociale che inizia e si struttura
proprio a partire dal disagio abitativo (Ponzo, 2009).
89
3. Secondo percorso di ricerca all'Hotel House
3.1Gli obiettivi e le ipotesi
Le questioni sopra specificate, ed emerse in seguito all'elaborazione e
all'analisi dei dati ricavati dall'"Indagine Conoscitiva sull'Hotel House",mi
hanno suggerito la necessità di studiare ancora questa realtà al fine di far
emergere elementi informativi aggiuntivi e complementari a quelli già acquisiti.
A tal fine mi è sembrato opportunotornare a lavorare sul campo utilizzando però
questa volta metodologie di tipo qualitativo, capaci di sollecitare testimonianze
dirette e dare strumenti di espressione delle soggettività individuali.
Ricordo che l'ipotesi di ricerca da cui si muove questa secondo percorso
all'Hotel Hotel è di comprendere se e quali processi di appartenenza si siano
creati per le seconde generazioni lì residentie che si trovano in una particolare
fase, cioè quella adolescenziale, che come si è già spiegato è determinante ai
fine della formazione identitaria. Si sono così attivate nuove chiavi di lettura per
interpretare meglio le problematiche già emerse durate la prima attività di
ricerca e giungere a una loro migliore comprensione. In quest'ottica, il lavoro
empirico svolto ha cercato di analizzare il legame creatosi tra questi giovani e
l'Hotel House sia da un punto di vista emotivo che funzionale: i meccanismi di
riconoscimento e di adesione al tale luogo sono stati letti e valutati avendo
presente la tensione che si genera in questi adolescenti tra appartenenza ed
alterità. Il caso di studio è stato così raccontato e mostrato nelle sue specificità
territoriali, paesaggistiche e demografiche e nelle sue dinamiche relazionali.
Il focus della ricerca sono i percorsi di crescita identitaria delle seconde
generazioni e come essi si sviluppano e prendono forma quando si mettono in
atto in contesto territoriale difficile, caratterizzato dalla pluri-appartenenza ed
all'interno del quale i giovani e le giovani vivono una complessità di convivenze
e una diversità praticamente imposta, che si mostrasenza alcuna consapevolezza
culturale e/o sociale. Si avvia così una interessante riflessione sul rapporto tra
luogo, paesaggio e identità per ripensare e valutare la presenza di individui e di
collettività - soprattutto ad alta presenza minorile - neinuovi ambienti di vita che
oggi caratterizzano molte realtà urbane italiane ad alta immigrazione.
E' evidente che rivolgere specifiche domande sull'appartenenza al luogo non
alla popolazione immigrata nel suo complesso ma a quella parte di essa che è
costituita da minori - siano nati in Italia o all'estero - implica di dover prendere
in considerazione e di valutare molte variabili di ricerca, a partiredall'età
particolarmente giovane degli/le intervistati/e.
90
3.2 I tempi e le modalità
L'attività di ricerca si è quindi orientata ad indagare da un punto di vista
qualitativo la presenza delle seconde generazioni all'Hotel House, in particolare
adolescenti e preadolescenti, puntando all'emersione e all'analisi di questioni
quali l'appartenenza sociale al territorio, la convivenza in situazioni di
delinquenza e criminalità, il degrado degli spazi di vita quotidiani.
Il lavoro si è avviatocon la messa in atto didue principali strumenti di
indagine. Il primo è l'osservazione partecipante e quindi l'organizzazione di
incontri frequenti del ricercatorecon gli/le intervistati/enel contesto di indagine
per entrare in confidenza e in amicizia. Il secondo è il "punto di vista dei
soggetti di studio" cioè la scoperta e l'esplorazionedella loro visione delle cose,
dei fatti che li riguardano, delle loro rappresentazioni e interpretazioni della
realtà che purtroppo non hanno avuto mai voce. Si è trattato in sostanza di un
lavoro quasi da "etnografo" per l'opzione scelta di frequentare i/le giovani
stabilendo un rapporto di fiducia e interscambio relazionale. Seguendo questa
strada metodologica ho cercato di ottenere informazioni e commenti sui loro
stati d'animo e sulle loro difficoltà.Un'operazione che non è stata affatto facile
considerando la loro delicata fascia d'età - tra gli 11 e i 18 anni - e tenendo conto
del fatto che soprattutto all'inizioqualcuno di loro ha assunto un comprensibile
atteggiamento di diffidenza e di distacco verso chi ancora una volta è entrato
nella loro realtà di vita con scopi indagativi e a tratti inquisitivi .
La fase di raccolta dei dati sul campo è iniziata a giugno 2012, anche se i
primi contatti con l'associazioneche mi ha fatto da mediatrice per entrare nella
struttura Hotel House sono state attivati a fine 2011. In questo frangente ho
predisposto una serie di incontri con i responsabili per spiegare l'attività che
avrei svolto e farmi autorizzare all'utilizzo della stanza per il dopo scuola
presente nella struttura. In tal modo sono riuscita ad accedere all'Hotel House
come una ricercatrice attivista dell'associazione ed ho avuto il permesso ad
entrare. Devo infatti specificare che l'entrata è soggetta comunque a una verifica
da parte del portiere che dispone del dispositivo di apertura del cancello,
fondamentale per avere la propria macchina sempre sotto controllo nel piazzale
antistante l'entrata.
Da ultimo, voglio evidenziare che ho preferito iniziare il lavoro sul campo a
giugno per poter lavorare con i ragazzi e con le ragazze in maggiore libertà
durante il periodo estivo che non prevede l'impegno scolastico.
91
Data inizio rilevazione: 12-06-2012
Data fine rilevazione:22-12-2102
Attività realizzate
- Con i ragazzi: interviste narrative in forma collettiva, riprese video della
struttura condominiale e delle attività che in essa svolgono, reportage
fotografico dell'esterno e dell'interno del palazzo, reportage fotografico durante
alcune uscite a Porto Recanati, lavoro di gruppo sulla scelta delle immagini e
della musica da inserire nel cortometraggio sull'Hotel House.
- Con le ragazze: interviste narrative in forma collettiva, reportage fotografico
dell'esterno e dell'interno del palazzo, incontro e discussione in gruppo di alcune
tematiche legate agli spazi di vita all'Hotel House alla presenza di due donne
adulte appartenenti alla comunità etnica del Bangladesh.
Luoghi attività svolte
- Hotel House: alcune interviste sono state effettuate all'aperto in piedi nel
giardinetto o nel campo di calcio - entrambi i luoghi sono in forte degrado - altre
nella stanza del doposcuola e un paio negli appartamenti delle ragazze
intervistate, alla presenza dei parenti, soprattutto donne.
Giorni incontri-interviste
12-06-2012 (primo incontro e primo contatto con i ragazzi)
19-06-2012 (interviste e riprese video)
26-06-2012 (riprese video e colloqui informali)
05-07-2012 (reportage fotografico)
11-07-2012 (colloqui informali e visione materiale fotografico e video)
18-07-2012 (reportage fotografico)
22-08-2012 (riprese video interno palazzo e visione materiale fotografico)
28-08-2012 (colloqui informali di gruppo)
11-09-2012 (lavoro di gruppo con i ragazzi al cortometraggio)
02-10-2012 (lavoro di gruppo con i ragazzi al cortometraggio)
06-11-2012 (incontro con le madri delle ragazze)
08-11-2012 (primo incontro e primo contatto con le ragazze)
12-11-2012 (interviste narrative di gruppo con le ragazze)
92
15-11-2012 (colloquio informale con le ragazze e realizzazione reportage
fotografico esterno della struttura)
22-12-2012 (colloquio informale con le ragazze e reportage fotografico
dell'esterno del palazzo).
Il campione
Trattandosi di una ricerca condotta con tecniche qualitative non si può parlare
della costruzione di un vero e proprio un campione statistico ma di un insieme
di riferimento empirico che non ha le caratteristiche appunto tecniche per
definirsi come tale. Del resto, come sopra ho già specificato, questa seconda fase
di ricerca non si è posta l'obiettivo di ottenere risultati generalizzabili ma di
cogliere atteggiamenti e opinioni personali che attraverso tecniche quantitative
non avrei potuto ottenere con lo stesso grado di approfondimento.
I ragazzi e le ragazze intervistati/e sono stati scelti tenendo come variabile
centrale l'età adolescenziale - hanno tutti tra gli 11 e i 18 anni - e poi l'esperienza
di migrazione e ovviamente la residenza all'Hotel House. Per precedere al
"reclutamento" di questi/e giovani da intervistare la strada seguita è stata
dapprima quella del contatto con una delle associazioni che svolgono nella
struttura attività di sostegno scolastico e poi si è messo in atto quello che viene
definito procedimento di contatti a "catena" o a "palla di neve", cioè richiesta a
conoscenti di presentare altri soggetti disponibili all'intervista e ai già intervistati
di trovare amici che volessero partecipare alla ricerca.
Questa procedura di composizione del campione empirico è stata
relativamente più facile per i maschi, è bastato un incontro informativo per
creare il gruppo di lavoro, mentre ci sono voluti all'incirca quattro mesi di lavoro
di rete per poter stabilire un primo incontro con un gruppo di ragazze. I motivi di
tale ritardo sono legati alla limitata libertà di movimento che le giovani hanno
dentro questa struttura e al controllo sociale che subiscono: prima ho dovuto
creare un rapporto di fiducia con le loro madri e poi, sempre in loro presenza, ho
potuto realizzare le interviste e le attività.
Caratteristiche dei giovani intervistati
Dieci ragazzi del Senegal.
Traiettoria geografico-culturale: tutti hanno vissuto prima nel loro paese di
origine con i genitori e poi sono emigrati in Italia con uno o più parenti. La
maggioranzadi loro sono arrivati direttamente all'Hotel House, altri invece
hanno viaggiato e vissuto per un pò di tempo in altri Paesi o città italiane (per
esempio Parigi, Brescia, Milano).
La fascia di età è tra i quattordici e i diciotto anni; tutti frequentano la scuola
secondaria superiore, anche quelli che hanno già compiuto diciotto anni, e in
genere sono inseriti negli istituti professionali. Parecchi di loro vorrebbero
lasciare la scuola per iniziare a lavorare e guadagnare.
93
Dieci ragazze del Bangladesh.
Traiettoria geografico-culturale: tutte hanno vissuto prima nel loro paese di
origine con i genitori e poi sono emigrate in Italia con uno o più parenti. La
maggioranza - tutte tranne una ragazza che ha vissuto per tre anni a Palermo - è
arrivata direttamente all'Hotel House dal Bangladesh.
La fascia di età è più giovane rispetto ai ragazzi e si colloca tra i dodici e i
sedici anni; anche le ragazze frequentano la scuola secondaria superiore e in
particolare gli istituti professionali e tecnici.
Parecchie di loro hanno manifestato, al pari dei ragazzi, la volontà di lasciare
presto la scuola per iniziare a lavorare ed essere più autonome.Tutte le loro
interviste, nonché le attività, sono state realizzate alla presenza di donne adulte,
spesso parenti, appartenenti alla loro comunità etnica.
A margine di questa breve descrizione del campione empirico voglio
precisare che la scelta di lavorare sul campo in maniera separata prima solo con i
ragazzi e poi solo con le ragazze non è dipesa da una mia scelta metodologica
anzi, al contrario, io pensavo di creare gruppi di discussione eterogenei per
cultura e genere soltanto che le regole comunitarie di matrice religiosa mi hanno
imposto tale divisione. Mi riferisco al fatto che ho superati i tredici anni di età, si
preferisce evitare che le ragazze abbiano contatti con i maschi coetanei e che
girino e passeggino da sole; questa regola non scritta ma imposta culturalmente
viene promossa all'interno dell'Hotel House dalla comunità bengalese che
assurge ad ulteriore giustificazione di ciòla pericolosità e l'insicurezza oggettiva
di tale luogo.
Su questo punto, e sulle conseguenze e gli sviluppi che esso ha apportato
all'attività di ricerca, tornerò più avanti.
3.3 Il ruolo delle immagini nell'attività di ricerca
Le interviste narrative che ho realizzato con i ragazzi e con le ragazze - di cui
riporto la traccia nell'Allegato B - sono state da me svolte avendo anche l'ausilio
di alcune immagini fotografiche rappresentative dell'Hotel House e che ho
utilizzato per stimolare la discussione di gruppo.
Il materiale è stato raccolto dalla rete, basta infatti cliccare su Google il nome
di questo famoso condominio per vedere una serie estesa e ricca di immagini con rimandi a siti sull' immigrazione e della stampa locale - orientatea descrivere
soprattutto la criminalità, il degrado, la devianza e la sporcizia, divulgando
quindi un'immagine di questo luogo nel complesso fortemente negativa.
Oltre all'utilizzo delle foto-stimolo per stimolarediscussione durante le
interviste narrative, la fotografia è stata parte centrale delle attività di
osservazione partecipata della struttura. Con l'aiuto di una fotografa
professionista, nessuno di loro aveva mai utilizzato una macchina fotografica
94
vera e propria, i ragazzi e le ragazze sono stati sollecitati a fotografare le parti a
loro avviso più significative dell'Hotel House e a raccontare la quotidianità al
suo interno. L'utilizzo di questa metodologia visuale ha permesso di cogliere la
percezione che questi giovani hanno della realtà in cui vivono e delle persone
che in essa incontrano e con cui si relazionano.In questo modo si è riusciti a
sfruttare alcuni dei principali attributiche rendono molto efficace l'utilizzo
dell'immagine nella ricerca qualitativa (Faccioli, 1997). Mi riferisco in
particolare alla sua polisemia, cioè al fatto che essa è portatrice di un codice
debole che permette un'ampia libertà di interpretazione a coloro che la
guardanoe inoltreall'alto grado di emotività che essa mette in gioco nel rapporto
che si instaura con chi la osserva.
Queste caratteristiche rendono le foto un perfetto strumento di indagine
qualitativo con cui esplorare aspetti della realtà che altrimenti rimarrebbero
nascosti sotto la trappola della banalità e dell'ovvietà. A mio avviso, le
fotorealizzate all'Hotel House, soprattutto quelle fatte direttamente dai ragazzi e
dalle ragazze, consentono a chi le osserva un avvicinamento ed una conoscenza
profonda del loro vissuto soggettivo e di cosa significhi crescere da adolescenti
in una realtà ostile all'attuarsi dei normali processi di socializzazione secondaria.
Per prima cosa riporto di seguito una sintesi di alcune delle foto-stimolo usate
durante le interviste narrative realizzate con i ragazzi e con le ragazze e che ho
raggruppato per temi.
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Questa selezione di immagini mostra come il condominio Hotel House di
Porto Recanati abbia interessato spesso la stampa, sia nazionale che locale, e
come quest'ultima in particolareabbia indirizzato verso l'opinione pubblica la
circolazione di notizie preposte a suscitare allarme sociale e a promuovere
sentimenti oppositivi e negativi. Questa attenzione mediatica, che continua
ancora a manifestarsi anche se in modo più sporadico nell'ultimo anno, si è
espressa attraverso una modalità rappresentativa che ha seguito le coordinate
della emergenza,in particolare rispetto al tema del sovraffollamento e della
assenza di sicurezza. Unica eccezione all'interno di questa narrazione costruita
su immagini e titoli ad effetto,rivolta a raccontare aspetti tensivi e devianti, è la
rappresentazione di una originalemultietnicità che la stampa e la televisione
nazionale hanno proposto attraverso servizi realizzatipuntando su espressioni
come "il condominio degli immigrati", "un mondo a colori", "il palazzo con tutti
i popoli del mondo", "la torre di Babele di Porto Recanati".
La ricerca condotta, rivolta ad indagare l'universo giovanile,ha cercato in
qualche modo di superare questa polarità: da un lato un'attenzione ossessiva per
le questioni di ordine pubblico, per la criminalità e per la violenza e, dall'altro,
una presentazione edulcorata della realtà costruita su una sterile esaltazionedella
pluri-appartenenza.
Si è tentato invece, affinando gli strumenti di indagine in termini qualitativi e
partecipativi, di testimoniare la vita quotidiana e le relazioni delle ragazze e dei
104
ragazzi che abitano questo palazzo gigantesco e labirintico i quali, obbligati a
vivere qui oramai da diversi anni, cercano di trascorrere in modo il più possibile
sano e normale la loro adolescenzain un luogo che sanno essere senza pregi né
opportunità.
Stavolta hovoluto raccontare questo piccolo e straripante microcosmo umano
tenendo ben lontani dall'osservazione le più generali questioni di carattere socioeconomico e criminogeno che da sempre lo caratterizzano: il lavoro che non c'è
per gli adulti, il mercato immobiliare ristretto, la delinquenza nascosta lungo le
scale del condominio, il sovraffollamento. Tutto ciò è rimasto a latere
dell'indaginecercandoinnanzitutto di far emergerei percorsi di appartenenza al
luogo che hanno sviluppato i ragazzi e le ragazze per capirnele esigenze, le
aspirazioni, le progettualità.
La creazione di un ghetto
Le vicende che hanno condotto l'Hotel House, residence a vocazione turistica,
a divenire un ghetto sono ormai note.
Così come è avvenuto in altre realtà italiane, il degrado urbano di quest'area
ha spinto singoli migranti di varie nazionalità, e poi intere famiglie di stranieri,
ad utilizzare questo luogo prima come sosta e poi come spazio di
definitivoinsediamento ea dimostrazione di ciò è l'alto numero di proprietari
degli appartamenti. Le difficoltà incontrate in questi anni, e che ci sono ancora,
nel trovare un'altra collocazione in un mercato immobiliare locale che è limitato
per gli immigrati, hanno reso questa zona come quasi esclusivamente abitata da
stranieri. L'area si è nel tempo sempre più impoverita ed isolata dal tessuto
cittadino eal suo interno si è radicato un mercato illegale dedito allo spaccio e
alla microcriminalità. Lo stato di trascuratezza e di abbandono hanno reso
l'edificio sempre meno sicuro e pericoloso;a ciò si sono aggiunti il
sovraffollamento - le presenze ufficiose arrivano a quattromila - e le
speculazioni edilizie da parte dei proprietari degli appartamenti che, non
abitando più da anni all'Hotel House, si sono disinteressati della cura degli
immobili facendo affidamento allo stato di necessità degli stranieri lì abitanti.
La convivenza tra le varie etnie è divenuta problematica, con fasi di spiccata
conflittualità che ancora si manifesta in forma ciclica tra i gruppi di vecchia e
quelli di nuova immigrazione che lottano per il controllo del palazzo: gestione
della portineria o delle attività di commercio interne alla struttura, utilizzo degli
spazi comuni. E' così che l'Hotel House è diventato unasorta di ghetto della tarda
modernità, l'emblema del degrado e della criminalità all'interno di un territorio,
quello marchigiano, considerato tra i più sicuri d'Italia.
C'è un aspetto su cui vorrei soffermarmi e che mi sembra in tal senso
interessante proporre. Recenti ricerche che sono state condotte su altri quartieri
italiani a forte degrado urbano - e tra queste spiccano quelle sul quartiere di Via
105
Anelli a Padova37 - hanno messo in evidenza che queste convivenze vincolate e
isolate presentanoin realtà sempre una duplice forma, da un lato includente e
dall'altro escludente.Di seguito riporto alcune considerazioni davvero efficaci e
illuminanti rispetto alla comprensione di quali possibili dinamiche si inneschino
in queste realtà-ghetto:
"In quegli anni via Anelli ha rappresentato un "luogo di aiuto", dove si trova sempre un
posto dove stare, dove si "riesce a spendere meno soldi e a mandarne così il più possibile a
casa" dalle famiglie di origine. Il Complesso Serenissima diventa un luogo in cui chi è fuori
ha paura di entrare e chi è dentro ha paura di uscire. Nonostante la sporcizia, lo spaccio, la
criminalità annidiate nel complesso per molti è l'unico luogo "sicuro" dove incontrare
38
solidarietà, ascolto e sostegno."
L'amministrazione comunale di Padova ha deciso di recente di intervenire in
modo definitivo su tale area e così attraverso un complesso progetto abitativo ha
liberato gli ex-abitanti di Via Anelli da una situazione di ghettizzazione che
condizionava la loro capacità di muoversi -in particolare nel mercato del lavoro
e in quello immobiliarelocale -permettendo loro di integrarsi nel territorio.
Questa operazione di annullamento del binomio criminalità-immigrazione è
stata molto complessa, tanto che ancora oggi continuano sul territorio le
campagna di sensibilizzazione della popolazione cittadina in un'ottica di
inclusione sociale e di convivenza e l'accompagnamento delle famiglie lì
residenti verso un percorso di piena autonomia.
La prima ricerca all'Hotel House aveva indicato nei risultati come anche per
quest'area sarebbe stato utile intraprenderela strada dello sgombero e del
collocamento delle famiglie stabili e regolari nei normali quartieri cittadini,
magari anche solo temporaneamente,in vista di una riqualificazione profonda del
condominio e di un reinserimentosuccessivo degli abitanti al suo interno. Questo
è un percorsoa lungo termine che richiede per essere attuato una forte
convergenza di intenti tra i diversi attori sociali e istituzionali coinvolti; è
un'operazione auspicabile ma che non è ora assolutamente in previsione da parte
dell'amministrazione comunale di Porto Recanati.
Una delle domandedi ricerca che mi sono posta quando ho deciso di avviare
una seconda indagine all'Hotel House è stata proprio di comprendere come si
riesca a stare in questa realtà abitativa sapendo che tale condizione non è
reversibile a causa di molteplici fattori strutturali, tra cui quello della crisi
economica. Quest'ultima infatti non ha risparmiato neanche questa zona ad alta
industrializzazione, bloccando qualsiasi processo di mobilità sociale che poteva
innescarsi a seguito magari dell'evasione del mutuo per l'appartamento o, più
37
Ricordo in particolare il libro: F. Faiella, C. Mantovan (a cura di), Il ghetto disperso. Pratiche di
desegregazione e politiche abitative, edizioni CLUEP, Padova 2011.
38
A. Ruggero, C. Gamba, A. Ferrandino, "Padova-Oltre il ghetto di via Anelli. Azioni positive a sostegno della
convivenza e dell'inclusione", Paper for the Espanet Conference, Milano 2011.
106
semplicemente, grazie allo spostamento in zone con più disponibilità di affitti
per la popolazione immigrata.
Che cosa implica per un adolescente avere interiorizzato negli anni la certezza
che non c'è via di uscita dal suo stato di isolamento forzoso?E che aldilà delle
inchieste, dei reportage, dei libri, degli studi e delle ricerche effettuate in questi
anni la sua vita in questo specifico territorio è legata esclusivamente all'abitare
in un appartamento all'Hotel House?
Si tratta in altri termini di capire quali e quante strategie di sopravvivenza e di
resistenza questi giovani abbiano messo in pratica per "normalizzare" la loro vita
all'interno di una enclave nata dalle dinamiche di insediamento delle nuove
catene migratorie e dalle problematiche socio-economichetipiche delle società
globali.
L'utilizzo delle foto-stimolo
Come già accennato, questa seconda ricerca qualitativa si è avviata
realizzando una serie di interviste narrative durante lo svolgimento delle quali
sono state utilizzate delle foto-stimolo - alcune sopra descritte - per incoraggiare
il racconto dei vissuti interiori dei ragazzi e delle ragazze.
La visione di una fotografia che rappresenta e racchiude un aspetto particolare
della realtà in cui si vive ha un impatto emotivo molto più forte rispetto a una
domanda posta oralmente sullo stesso aspetto; ciò perché è meno filtrata dal
pensiero razionale. In tal modo, la reazione dell'intervistato è immediata e in
genere più sincera rispetto a quanto avviene in un'intervista classica. Non a caso
la fotografia è utilizzata nella ricerca qualitativa per far sentire l'intervistato più a
suo agio, meno pressato dall'intervistatore e in una condizione meno
asimmetrica che stimoli un rapporto più collaborativo. La visione e
l'osservazione di alcune particolari foto mi hanno permesso di affrontare e
discutere in modo più spontaneo questioni dirimenti come ad esempio lo spaccio
di droga e la criminalità. Gli argomenti emersi sono stati poi approfonditi
attraverso una serie di domande che ho rivolto ai giovani e che mi hanno aiutato
aevitare che l'intervista andasse troppofuori tema.
La scelta delle foto da sottoporre ai ragazzi è stata compiuta selezionando
alcune delle immagini più diffuse in rete; quelle su cui si è formata in modo
prevalente l'opinione pubblica.
La loro visione ha suscitato nei ragazzi un evidente fastidio, in particolare
quelle raffiguranti i sequestri di droga, gli arresti degli immigrati e i controlli
negli appartamenti. Cercando allora di interpretaretale insofferenza ho stimolato
nel gruppo una riflessione grazie alla quale ho compreso la loro volontà di
difendere la recente operazione di "ripulitura" della struttura dalla delinquenza
compiuta dalle forze dell'ordine grazie al supporto e alla collaborazione delle
numerose famiglie oneste residenti all'Hotel House. Inoltre, sia i ragazzi che le
107
ragazze hanno affermato che gli spacciatori non ci sono più e che quelle
immagini danno una idea distorta di come sia la realtà oggi.
Su questo dato è opportuno che io faccia però una precisazione in quanto ho
notato che rispetto a un atteggiamento più sereno dei ragazzi verso la vita
all'Hotel House, le ragazze, pur riconoscendo che la situazione è migliorata dopo
l'allontanamento dalla struttura degli spacciatori e dei tossicodipendenti,
ritengono che il condominio sia ancora poco sicuro equindi pericoloso. Questo
giudizio, oltre a rappresentare una oggettiva situazione di insicurezza della
struttura, va compreso considerando lo stato di segregazione in appartamento
che a queste giovani donne viene imposto dalla famiglia, soprattutto nelle ore
serali e notturne, a causa dello stato di isolamento e di emarginazionein cui versa
ancora questo stabile.
I ragazzi hanno detto di conoscere le variericerche realizzate sull'Hotel House
e in un primo momentosi sono dimostrati un pò scettici e diffidenti verso il mio
lavoro di ricerca. Le ragazze invece si sono rese più disponibili, forse sollecitate
dall'opportunità di libertà di movimento che le avrebbe dato seguirmi in questa
attività, sfuggendo per qualche giorno alla "reclusione" in appartamento.
Comunque, la discussione che si è avviata durante le interviste collettive circa
le finalità della ricerca è stata per me difficile da condurre ma alla fine si è
dimostrata fruttuosa in quanto si è creata un'importante complicità di intenti. Ho
dovuto fare i conti con degli adolescenti molto sicuri di loro stessi e decisi a non
essere "sfruttati" da me:
" in molti passano qui all'Hotel House e filmano ma poi finita la loro attività non ritornano
e non si interessano di quello che succede ancora, tu farai lo stesso?"
Per convincerli della mia onestà intellettuale ho preso l'impegno di
condividere con loro gli sviluppi della ricerca e le decisioni circa la diffusione di
foto o video realizzati durante i nostri incontri. Durante questi mesi di indagine
ho sempre cercato di rispettare tale mandato iniziale; la scelta di adottare un
metodo partecipativo ha di certo allungato i tempi della ricerca, nonché della
realizzazione del cortometraggio finale, ma è stataanche indispensabile per
approfondire e conoscere a pieno le condizione di vita e di appartenenza
all'Hotel House dei giovani.
3.3.1 Le foto realizzate dai ragazzi. Riflessioni sulla quotidianità
I primi passi di questa ricerca hanno avuto un andamento
esplorativo,essenzialeper comprendere quale potesse essere la risposta in termini
di partecipazione e di collaborazione alle attività proposte.
Come evidenziato, il primo incontro è stato il più difficile in quanto la
comprensibile diffidenza di questi ragazzi verso i numerosi ricercatori che sono
andati ad indagare l'Hotel House in passato ha richiesto una lunga negoziazione
108
degli obiettivi. A tal fine, ho più volte specificato di non esserealla ricerca di dati
numerici ma che volevo raccontare il loro punto di vista, operazione per cui
diveniva fondamentale la loro partecipazione attiva nella ricerca.
Chi siamo
Al secondo incontro i ragazzi mi hanno consegnato due fogli scritti in cui si
sono brevemente descritti; si tratta di un mix originale di aspirazioni, speranze,
paure e informazioni. Lo riporto di seguito per intero così come mi è stato dato,
compresi gli errori grammaticali e le ripetizioni.
I giovani dell'Hotel House
Noi siamo i giovani che vivono all'hotel house e abbiamo deciso di
partecipare a questa indagine per sviluppare il nostro ambiente in modo
migliore, per vederlo più pulito e protetto.
All'Hotel House, il "condominio degli immigrati" gli italiani sono rimasti
pochi dopo un esodo progressivo iniziato dagli anni Novanta in concomitanza
con l'arrivo dei primi flussi di stranieri, soprattutto magrebini. L'avevano
costruito come residence estivo di seconde case al mare, a prezzi decisamente
accessibili, tra fine anni Sessanta e primi anni Settanta, era un palazzone figlio
dell'architettura di quegli anni, monumentale e dominato dalla linea retta.
L'Hotel House veniva immaginato come nuovo e imponente quartiere
residenziale autosufficiente, attrezzato anche con piscina, strutture e negozi.
Con gli anni ha smesso definitivamente di essere luogo di vacanza per
trasformarsi in quello che è oggi, cioè la casa di oltre duemila immigrati.
Negli ultimi anni è successo tante cose, con l'arrivo degli spacciatori
(tunisini, marocchini, ecc...) che hanno distrutto questo hotel con lo spaccio di
droga, facevano il commercio con altri spacciatori di fuori facendo entrare i
loro clienti nel nostro hotel. I carabinieri venivano sempre a controllare e
chiappavano uno o due spacciatori ma non era un granché perchè gli
spacciatori erano in tanti e ben informati quindi ogni volta sentivano l'arrivo
dei carabinieri e riuscivano sempre a fuggire.
Allora alla fine la gente dell'hotel house hanno deciso di gestire il problema
loro stessi con la collaborazione dei carabinieri. E' stato un periodo molto
difficile ma alla fine ce l'hanno fatta cacciando via tutti gli spacciatori.
Le cose che avremmo voluto cambiare all'hotel house sono:
- il nostro primo obiettivo è avere un buon campo sportivo;
109
- avere un mezzo di trasporto pubblico;
- avere un giardino migliore per i bambini;
- avere una stanza per imparare le materie informatiche dove poter lavorare;
- avere una sala per fare le feste (ad es. compleanni e piccole feste);
- avere se è possibile una palestra per allenarsi.
Ti ringraziamo tanto e buon lavoro
Da questo scritto si evincono gli stati d'animo e i sentimenti, spesso
ambivalenti, che questi giovani hanno verso l'Hotel House. In positivo vanno
colte la voglia di cambiamento e la speranza che questo luogo in qualche modo
ritorni ad essere ciò che era alle origini, prima di quel degrado e di
quell'isolamento di cui sono colpevoli, a loro avviso, coloro che delinquono e
che hanno trascinato lì, nel condominio, spacciatori e drogati, mettendo in
pericolo la vita di tutti e soprattutto dei minori. Si parla infatti di "periodi
davvero difficili per noi" prima che gli adulti riuscissero,con la collaborazione
dei carabinieri,a mandare viai delinquenti.
Le cose però lì dentro non sono magicamente migliorate, infatti, aldilà di una
maggiore sicurezza, successiva allo sgombro degli spacciatori, rimangono in
piedi tutta una serie di problemi strutturali e funzionali che loro hanno bene
elencato; questioni che li riguardano direttamente e di cui gli adulti sembrano
non volersi fare carico, forse perché impegnati in molte altre quotidiane fatiche.
Le richieste sono quelle che potrebbe avanzare un qualsiasi gruppo di
adolescenti: un campo per giocare a calcetto, una sala con dei computer, una
linea di autobus per arrivare in città, una stanza per fare le feste. Rivendicazioni
semplici ma che sembrano improponibili se riferite ad un contesto così
dissestato e impoverito. La mia osservazione è iniziata quindi avendo come
cornice concettuale questalettera di presentazione dei ragazzi:cosa hanno, cosa
manca, che cosa vorrebbero.
Durante gli incontri, con l'aiuto di una fotografa professionista,sono state
realizzate molte foto sia all'interno che all'esterno della struttura; un'attivitàche li
ha obbligati, forseper la prima volta, a riflettere sulla quotidianità e sulla
banalitàdel loro luogo di vita. Di seguitoho inserito alcuni dei numerosi scatti
fatti, parecchi di questi in nostra assenza quandoad agosto,per un paio di
settimane,le macchine fotografiche sono state lasciate a loro piena disposizione,
in un atto di affidamento e difiducia che loro hanno perfettamente corrisposto.
Quello che sono riusciti così a rappresentare, in totale libertà espressiva,
cercando di immortalare spazi e personeper loro significative è stato
sorprendente; soprattutto le immagini che hanno realizzato nella moschea
110
indicano tracce di appartenenze identitarie che tentano di consolidarsi
nonostante il degrado e il mescolamentodi culture che convivono ma non si
ascoltano, e quindi non si comprendono.
Queste foto rappresentano una finestra che per la prima volta si è aperta su di
una quotidianità ed una ritualità altrimenti nascoste. La loro visione inoltre
mostra in modo inesorabile l'invisibilità sociale e collettiva delle donne in questo
disarmantecontesto di vita; i loro corpi spuntano dai balconi o dalle finestre
semichiuse degli appartamenti senza essere in mezzo agli avvenimenti. Su
questo isolamento femminile e sui limitati spazi di azione a loro concessi tornerò
più avanti con alcune riflessioni specifiche.
111
LE FO
OTO REA
ALIZZATE
E DAI RAG
GAZZI
I GIOVANI DELL'HOT
TEL HOUS
SE
"I GIOV
VANI DI HOUSE IN UN
U MOMEN
NTO DI CONVERSAZIIONE"
112
"LAMIINE E MAT
TAR"
113
114
"MOUR
RI"
"LAMIINE"
115
"SOULE
EYE"
116
LA
A MOSCHEA
A DELL'HO
OTEL HOU
USE
"DAVAN
NTI ALLA MOSCHEA
M
"
117
118
119
120
IL GIARDINO
O DELL'HO
OTEL HOU
USE
121
L'HOTEL
H
HOU
USE
"IL LAT
TO SINISTRO
O"
122
"HOUSSE"
123
124
I CAM
MPI DI CALCIO
"MENT
TRE GIOCA
ANO I BAM
MBINI"
"IL CA
AMPETTO DOVE
D
GIOCHIAMO SPESSO
S
"
125
Guardando le foto scattate dai ragazzi, ad alcune hanno dato anche un titolo,
sono riuscita a comprendere meglio gli spazi all'interno dei quali questi giovani
si muovono e crescono. Una consapevolezza che durante la mia prima indagine
all'Hotel House non ero riuscita a raggiungere.
Prima di iniziare questa seconda attività di ricerca ho riflettuto a lungo
sull'eventualità che potesse insorgere un problema di carattere metodologico
perché avrei lavorato all'interno di un contesto di analisi già noto; circostanza
che avrebbe potuto limitare in qualche modo la curiosità scientifica nella
esplorazione di questoluogo. Così, complice anche una situazione di convivenza
all'Hotel House visibilmente diversa da quella che avevo trovato lì un anno
prima - in parte migliorata a seguito dei sequestri e degli sgomberi - mi sono
lasciata guidare dai ragazzi come se fossiarrivata lì per la prima volta,
disponibile ad osservare e a cogliere i più piccoli cambiamenti; in tal modo,
l'Hotel House è stato per me anche una riscoperta.
Lavorare in un'area problematicae complessa obbligail ricercatore ad affinare
la capacità di analisi degli elementi contestuali, liberandosi il più possibiledelle
stereotipate e tradizionali categorie interpretative. Per esempio, il fatto che
questo luogo sia pericoloso -soprattutto se frequentato senza le dovute
accortezze - potrebbe condizionare lo studioso limitandone la mobilità e
spingendolo a rimanere in delimitati spazi comuni più sicuri ma anche meno
rappresentativi degli eventi che in esso avvengono e delle relazioni che si
innescano.
Il fatto invece che sia riuscita, grazie all'aiuto dei ragazzi e delle ragazze, a
esplorare dentro e fuori questogigantesco condominio, mi ha permesso di
attraversare i piccoli spazi di convivenza quotidiana dei giovani e di sviluppare
chiavi interpretative finalmente inclusive della soggettività degli adolescenti che
vi abitano. Questo percorso è stato compiuto utilizzando sia la macchina
fotografica
che
la
videocamera,
spesso
presenti
durante
gli
incontri,adoperatecome una sorta di quaderno degli appunti da conservare e da
aprire all'occorrenza per osservare meglio le scene, i momenti di convivenza, le
relazioni.
Prime riflessioni sul senso di appartenenza al luogo di vita
I ragazzi non mostrano verso questo luogo un forte senso di appartenenza e
come loro stessi sufferiscono a vivere qui ci si abitua nel tempo, poi alcuni spazi
diventano più importanti ed altri rimangono brutti.
Alla domanda com'è l'Hotel House così rispondono:
"Ho letto la storia di Hotel House e so che una volta era bellissimo, era per le vacanze ma
adesso non lo è più, guarda il giardino è sporco e rotto e il campetto ha tutte buche, è
distrutto e noi ragazzi grandi non ci vogliamo giocare più!"(Souleye, 18 anni).
126
"Un luogo bello dell'Hotel House è la moschea ed anche il bar dove vediamo le partite di
pallone poi sono tutti luoghi brutti" (Abdoul, 17 anni).
Più che essere assuefatti da una realtà in cui tutto sembra già noto - come
suggerisce la nota teoria dell'azione del tempo che porta a dare per scontato il
luogo di vita quotidiana - questigiovani sonodelusi da un contesto di vita che è
limitante per inadempienze delle istituzioni locali- la fermata dell'autobus per
esempio non è ancora attiva - e per l'incuria di molti dei suoi abitanti che non
tolgono la sporcizia lungo i corridoi e le scale. Su cosa viene a crearsi il legame
allora con questo luogo privo di bellezza e spesso ostile?
Direi sui fattori sociali legati alla convivenza, in particolare sulla presenza di
amici e di parenti che danno sostegno, conforto e protezione. Le foto fatte agli
amici sono davvero belle, piene di vivacità e di allegria; l'amicizia viene spesso
richiamata come un valore centrale della loro esistenza e si attua una difesa
serrata di coloro che sono parte del gruppo.
"L'Hotel house è un ambiente confuso, l'unica cosa positiva è che noi tra amici qui stiamo
insieme ma il brutto è che facciamo sempre le stesse cose tutti i giorni e non ci possiamo
muovere" (Lamine, 16 anni).
Inoltre c'è l'elemento della religione che soprattutto per i maschi rappresenta
un fattore culturale di riconoscimento importante.
Gli aspetti paesaggistici ed ambientali appaiono invece del tutto irrilevanti
perchè non c'è niente, non c'è uno spaziodi questo immenso condominio che
possa essere identificabile come bello, né come originale o tipico,ma ci sono
solo zone da ripulire, da ricostruire, da mettere in sicurezza; soprattutto se si
pensa al fatto che debbano essere utilizzate da minori. Ritorna spesso nelle
interviste il problema del giardino da sistemare che è pericoloso per i fratelli e le
sorelle più piccole, oppure,del campo da calcio così pieno di bucheda rendere
quasi impossibilelo svolgimento delle partite, motivo per cui i ragazzi più
grandi, stufi di questa situazione, hanno deciso di non giocarci più.
Nessuno di loro riconosce l'Hotel House come casa, è un luogo dove non si
possono mettere "radici" perché non ha alcuna specificità, tutto è provvisorio,
tutto è in decadenza e in rovina. Rimangono come punti fermi la famiglia, gli
amici coetanei che vi abitano e con cui ogni giorno si condivide l'esistenza e c'è
soprattutto la religione. Uno dei posti che i ragazzi mi hanno mostrato per primo
è statala moschea - tra l'altro di questa non avevo avuto notizia durante la prima
ricerca - ed hanno sottolineato con orgoglio che quella dell'Hotel House è la
moschea più importante della Regione Marche. Mi hanno riferito di un incontro
che si svolge ogni venerdìa cui partecipano musulmani anche non residenti
all'Hotel House e che vengono qui a pregare in piena libertà. Ancora una volta,
questo luogo sembra attrarre non per un particolare pregio paesaggistico o
ambientale ma per un fattore sociale e culturale interetnico. Su questo elemento
127
della moschea abbiamo discusso molto in gruppo ed ho cercato di capire cosa
significasse per loro tale legame.
Per quel che ho potuto cogliere, la religione musulmana, praticata dalla quasi
totalità dei residenti l'Hotel House, rappresenta per questi ragazzi una memoria
storica che li lega alla loro terra di origine e alla famiglia e che definisce la loro
appartenenzae indicaun cammino da seguire.
"La religione ti fa vedere la strada che devi andare, se ti manca la religione ti manca come
i genitori, è molto importante, me l'ha imparata la famiglia e nelle scuole in Senegal"
(Souleye).
In questi mesi ho cercato più volte di entrare nella moschea ma non ci sono
riuscita e così spesso con i ragazzi siamo rimasti a chiacchierare lì fuori e a
guardare i grandi e colorati tappeti lasciati ad asciugare al sole, uno spettacolo
devo confessare davvero suggestivo.
L'Hotel House non è un luogo eccezionale, il suo paesaggio è ordinario ed il
suo ambiente non si modifica perché nessuno interviene a migliorarlo o a
renderlo speciale. Come molti spazi urbani contemporanei cresciuti senza una
pianificazione che abbia accompagnato e accolto i flussi migratoriquesto
condominio presenta una natura complessa e contradditoria che può
affascinareper l'eccessiva diversità e l'eterogeneità dei suoi abitanti. Le
soggettività narrate attraverso questa ricerca spero abbiano contribuito a svelarei
vincoli, i condizionamenti strutturali, le restrizioni culturali e di genere che
agiscono all'interno di questo grande contenitore umano.
L'Hotel House segna un confine sociale, simbolico, spaziale con il mondo
esterno con cui non si mescola e in tal modo definisce quasi per natura le
identità dei suoi abitanti, soprattutto dei giovani, bloccando e limitando la loro
sperimentazione biografica. Come i ragazzi stessi hanno suggerito durante le
interviste qui mancano gli italiani, gli amici di scuola non vengono a trovarli, un
pò per paura ma soprattutto perché non c'è niente di interessante da fare.
"I ragazzi italiani qui non ci possono venire, di solito hanno paura e tu vedi che hai amici
italiani che ti vogliono bene, con il cuore, ma non vengono qui allora tu capisci che c'entra il
luogo, qui, te lo dicono per scherzo che hanno paura di venire, scherzano ma è la verità, non
sono razzisti, hanno solo paura" (Souleye).
"Chi è venuto qui, anche una volta, ha detto dopo che non è pericoloso, e non ha avuto
paura ma dice anche che non c'è niente da fare" (Abdoul)
128
4.3.2 Le foto realizzate dalle ragazze. Il condominio visto dall'interno.
Questa ricerca che ha come obiettivo principale quello di approfondire e
descrivere la costruzioni identitaria delle seconde generazioni residenti all'Hotel
House pone una specifica attenzione alla questione del genere che agisce come
variabile strutturante rispetto ai percorsi di appartenenza e di crescita dei ragazzi
e delle ragazze.
L'osservazione anche veloce delle foto indica da subito ed in modo
inequivocabile che l'esperienza di vita quotidiana all'Hotel House si riflette in
modo diverso sui maschi e sulle femmine, costringendoli a posizionarsi in modo
del differente all'interno di questo spazio fisico. I ragazzi si preoccupano del
campo di calcetto, si recano al bar per vedere le partite, sono liberi di uscire,
frequentano regolarmente la moschea, all'opposto, le ragazze non possono uscire
nelle ore serali, non girano da sole per la struttura, non possono andare a Porto
Recanati ed è consentita soltanto la frequentazione del locale del doposcuola in
determinati giorni a settimana. La maggior parte del loro tempo libero lo
trascorrono in appartamento mentre osservano dalla finestra cosa succede.
Le foto che hanno realizzato riflettono il limite di questo punto
d'osservazione, lo sguardo è corto, la circolazione quotidiana nel palazzo è
orientata a pochi e delimitati spazi connotati da una ritualità, soprattutto quella
legata alla preparazione dl cibo, che queste ragazze sembrano subire più che
attuare in modo soggettivo. Lasciano che le loro madri o le loro zie cucinino alla
fine dei nostri incontri, come se fosse una tappa obbligata, offrono piatti che non
sanno fare e non voglionoimparare, spiegano la domesticità delle donne
bengalesi come una connotazione identitaria femminile innata e inevitabile,
almeno rispetto alle regole che la loro comunità ha deciso di rispettare
convivendo in questo condominio.
C'è un'altra demarcazione di genere, ancora più profonda, che queste foto
indicano e cioè il fatto che l'Hotel House non costituisce in alcun modo per
queste ragazze un luogo di sperimentazione di modelli di vita alternativi né di
forme di appartenenza multiple o plurali. Dai brani delle interviste è possibile
desumere la volontà di prendere le distanze, seppur in modo ancora lieve, da
categorie sociali tradizionali in cui non si riconoscono e che non vengono da
loro utilizzate, il cucinare per esempio, ma all'interno di questo spazio
geografico diventa per loro impossibile svolgere pratiche o azioni che si basino
sull'assunzione di tratti che riflettano una moderna soggettività femminile e che
possano quindi determinare cambiamenti identitari.
Gli stimoli visuali che queste ragazze hanno prodotto e proposto alla nostra
attenzione sono riconducibili a limitate dimensioni: il cibo, gli appartamenti, le
scritte degli amici lungo i corridoi.
129
"NEGOZ
ZIO DEI BEN
NGALESI"
130
"SCRITT
TE DI AMICII"
131
"DALLA
A FINESTRA DEL DECIM
MO PIANO"
132
"IL CIBO
O, LA CUCIN
NA"
133
Altre riflessioni sul senso di appartenenza al luogo
Mi sembra opportuno ricordare che le ragazze coinvolte nella ricerca
normalmente non sono libere di girare in modo autonomo la struttura,
soprattutto all'esterno e nelle ore serali e notturne, e che tale concessione è stata
da me concordata con le loro famiglie.
Il primo dato visibiledal confronto tra le foto realizzate dai ragazzi e dalle
ragazze è che quest'ultime non hanno fotografato le parti degradate o sporche:la
loro rappresentazione dell'Hotel House ha tentato di superare questi ingombranti
dati strutturali. L'interno dell'edificio - preciso che i piani sono stati visitati tutti
a piedi percorrendo i numerosi corridoi - non viene mai fotografato, le ragazze
passano oltre i materassi o i divani vecchi lasciati in fondo alle scale, mentre
riprendono le numerose scritte fatte sui muri per loro significative perché
segnalano la presenza nel palazzo di amici coetanei. Per queste ragazze la
sporcizia, l'immondizia, i vetri rotti sono divenuti probabilmente elementi
ricorrenti e persistenti che non trasmettono alcuna significazione; è qualcosa con
cui hanno fatto i conti da anni, in modo rassegnato.
Altro elemento di novità nel reportage femminile è quello del cibo che
abbonda nel negozio che vende i prodotti del Bangladesh, dove le loro madri
fanno la spesa, e che ci viene offerto alla fine di ogni nostro incontro. Questa
dimensione mi sembra vada associata al legame con la tradizione e con
l'appartenenza familiare che costruisce la loro identità passando appunto
attraverso l'agire delle mani femminili. Tale categoria identitaria, ancora molto
vincolante per le ragazze che comprendono la necessità di sostenerla, credo vada
associata a quella della religione e alla funzione di riconoscimento collettivo che
essa svolge per i ragazzi che la considerano non un obbligo ma un rafforzamento
della loro personalità individuale.
Le foto realizzate tracciano una evidente differenza di genere nella
delimitazionedegli spazi in cui agiscono in modo diversificato i ragazzi e le
ragazze: i primi possono andare dove vogliono, le seconde invece meglio se
rimangono in appartamento o, in alternativa, viene concessa la frequenza della
stanza del doposcuola. Per fortificare la loro identità femminile sono destinati a
loro luoghi tradizionali e sicuri come il focolare domestico, la vita familiare, la
cura della casa. L'unico contesto che assume nella loro quotidianità una
connotazione di cambiamento, che si presenta come uno spazio libro dove
sperimentare una identità sociale ed individuale flessibile è quello scolastico,
lontano dall'Hotel House e dalle sue rigide regole di appartenenza.
Nelle interviste condotte alle ragazze il tema della differenza di genere è stato
affrontato in modo ancora più diretto, con delle domande specifiche a loro
rivolte e che hanno aperto una stimolante discussione di gruppo. Per questo
motivo ho deciso di inserire ulteriori riflessioni intorno all'appartenenza di
134
genere nella terza parte di questo scritto, in un paragrafo specifico idoneo ad
accogliere alcuni significativi resoconti delle conversazioni registrate.
135
PARTE TERZA
Prospettive e Considerazioni Finali
1. Le questioni emerse
1.1 Ghetto o enclave?
Nell'intento di dare una definizione la più possibile chiarificatrice dell'insieme
delle caratteristiche fisiche, demografiche e ambientali del luogo Hotel House,
mi addentro di seguito all'interno di una disquisizione squisitamente
terminologica sul significato che possono assumere oggi concetti quali ghetto
eenclave, finora usati in questo scritto in modo indistinto.
Partirei da ciò che l'enciclopedia libera Wikipedia suggerisce in merito.
Il ghetto è così definito: un'area nella quale persone considerate (o che si
considerano) di un determinato retroterra etnico, o unite da una determinata
cultura o religione, vivono in gruppo, volontariamente o forzosamente, in
regime di reclusione più o meno stretto. In realtà il termine nasce per indicare il
quartiere della città in cui gli ebrei erano anticamente confinati ad abitare, e
completamente rinchiusi durante la notte.
Riguardo invece al termine enclaveè specificato che in geografia politica
indica uno stato interamente compreso all'interno di uno stato, che però
appartiene ed è governato da un altro Paese. Viceversa, la parte di territorio di
uno stato sovrano che giace all'esterno dei confini della Nazione si chiama
exclave.
Per capire meglio la distinzione concettuale tra i due termini, e soprattutto
valutare l'estensione di significato che può essere data alla parola enclave da un
punto di vista prettamente sociologico, riporto di seguito ciò che suggerisce
Peter Marcuse39 (2001) a proposito proprio della differenza tra ghetto e enclave:
"A ghetto is an area of spatial concentration used by forces within the dominant society to
separateand to limit a particular population group, externally defined as racial or ethnic or foreign,
held tobe, and treated as, inferior by the dominant society.An enclave is an area of spatial
concentration in which members of a particular populationgroup, self-defined by ethnicity or religion
or otherwise, congregate as a means of protectingand enhancing their economic, social, political
and/or cultural development."
Lo studioso, nellostesso articolo, scrivepiù avantiche tale distinzione è
puramente concettualee va interpretata in termini di ideal typesmentre invece
diventa empiricamente interessante,per il ricercatore sociale,cogliere le
specifiche differenze tra ghetto e enclaveriscontrabili all'interno delle realtà
39
Si farà qui riferimento in particolare all'articolo del Prof. Peter Marcuse dal titolo ENCLAVES YES,
GHETTOES NO: SEGREGATION AND THE STATE, Lincoln Institute of London Policy, Conference Paper
26-28 July 2001. La relazione è scaricabile dal sito www.urbancentre.utoronto.ca.
136
geografiche di volta in volta studiate ed analizzate. Inoltre, la separatezza e la
distanza tra il significato di questi due termini - cangianti nelle definizioni sopra
riportate e fornite dall'enciclopedia Wikipedia - diventano più sfumate e meno
nette se si considerano i numerosied articolati fattori di inclusione e/o di
esclusione che vengono ad agire oggi nel processo di divisione della
popolazione in gruppi, più o meno omogenei,in atto nelle zone urbanizzatedi
molte società occidentali. Elemento comune al ghetto e all'enclave appare ad
esempio il fatto che entrambiquesti termini si riferiscano ad aree di piccole
dimensioni - una porzione di territorio come nel caso del ghetto di una città - che
si caratterizzano per avere un'alta densità di popolazione edi affollamento.
Inoltre, da un punto di vista demografico e socio-economico all'interno di questi
spazi abitativi si concentrano spesso persone in stato di indigenza o in semipovertà che per sopravviverelavorano nei settori informali, segregati e peggio
retribuiti del mercato del lavoro.
La più rilevante differenza di significativitàtra i due termini vainvece colta
nella costrizione esercitata dall'esterno a far vivere in questi contesti abitativi
determinate categorie di individui. Infatti, mentre il ghetto circoscrive la
presenza di persone che nella maggioranza dei casi sono obbligate a stare al suo
interno -e spesso ciò è storicamente avvenuto con lo strumento della minaccia l'enclaveè uno spazio dove si sono recatiin modo quasi sempre volontario e
spontaneo gruppi di individui che condividono condizioni sociali, politiche,
economicheo più semplicemente culturali.
Da questa primaria differenza dipende poi il fatto che agli occhi degli esterni,
di chi osserva tale realtà dal di fuori, il ghetto venga sempre e comunque
identificato per la suapericolosità e per il degrado al suo interno, mentre
l'enclave, può assumere dei connotati anche positivi all'interno del contesto
urbano circostante come nel caso di China Town a San Francisco o di Little Italy
che vengono guardate e visitate con interesse dai turisti in quanto parte integrata
e caratterizzante il tessuto cittadino. Il ghetto quindi è riferibile a quella parte
della popolazione che si sente costretta a vivere al suo interno e che vorrebbe
andarsenevia,mentre l'enclave, costituisce un'area all'interno della quale si
sceglie di stare per convivere con i propri connazionali o con persone simili
socialmente, per posizioni economiche, per modelli culturali e per appartenenza
religiosa.
Ritorno ancora a Peter Marcuse per chiarire meglio il quadro delle definizioni
da poter utilizzare per descrivere aree e luoghi simbolo della sconsiderata
urbanizzazione delle società post moderne - legata all'aumento delle ondate
migratorie - e che appaiono per alcuni elementi distintivi somiglianti al
gigantesco condominio Hotel House di Porto Recanati.
Lo studioso chiariscenei suoi scritti anche il termine spaziale cluster
precisando cosa indicail processo che ad esso si accompagna, cioè,clustering:
"A cluster is a area of spatial concentration of a popolation group. It is the generic term
137
covering any concentration of members of a particular group, however defined, in space, at a
scale larger than a building". In termini processuali,clustering "is the coming togheter of a
popolation group in space. It is the generic term for the formation of any area of spatial
concentration".
E' chiaro quindi che quest'ultimo termine indica in modo più immediato e
semplificato la concentrazione all'interno di una larga area, come un ampio
ambito
condominiale,
di
un
particolare
gruppo
di
persone.
Questoraggruppamento va inteso, come nel caso dell'enclave, in termini
prettamente volontari in quanto non si tratta di una concentrazione forzata né
obbligata. Non a caso, lo studioso specifica che è il termine segregationa
definire invece il processo opposto al clustering: "Segregation is the process by
which a population group is forced, i.e. involuntarily, to cluster in a defined
spatial area, in a ghetto. It is the process of formation and maintenance of a
ghetto".
Le osservazione che Peter Marcuse ha proposto per spiegare l'evoluzione e la
caratterizzazione delle nuove forme di aggregati nelle realtà urbane - da me qui
riportate in forma di sintesi - tentano di sollecitare gli studiosi sociali come
anche l'opinione pubblica al fatto che le forme di segregazione, più o meno
volontarie, ancora esistono - spesso tali studi fanno riferimento alla realtà degli
Stati Uniti d'America - e per questo occorre avanzare una valutazione del
significato che oggi esse assumono. Da questo punto di vista va colta a mio
avviso l'indicazione per cui occorra allontanarsi dalla classica prospettiva di
lettura del ghetto e delle enclaves come delle zone in cui si
raccoglieesclusivamente un'immigrazione che cerca condivisione di modelli e
culture, per pensare invece in termini più generali al fatto che al loro interno
oggi convivono coloro che hanno scarsissimi rapporti economici col mondo
esterno e che vengono considerati la parte povera e disgraziata della società.
Dall'idea del ghetto che "indicates the ways in which cultural groups give
expression to their own heritage when transplanted to a strange habitat (...) and it
evidences the forces through which the community maintains its integrity and
continuity"occorre passare all'idea che qualsiasi forma di separazione spaziale si
metta in atto sia importante to know the relationship with the outside world.
Riporto ulteriori considerazioni espresse sempre da Peter Marcuse ma in un
altro suo importante articolo:
"The term enclave refers to those areas in which immigrants or other groups have congregated;
enclaves are seen as having positive value, as compared to ghettos, which have a clearly pejorative
connotation. Historically, ghetto can have a positive aspect; for example, Sennett (1992) presented the
ghetto as "a space at once a space of repression and a space of identification"--people have pride in
Harlem at the same time as they condemn segregation. By the same token, enclave can have a negative
aspect: Its original use, derived from the word enclosure, was to designate part of a city or country
surrounded by foreign territory, typically an imperial enclave in a colonial country. It was thus both
dominant and defensive; it suggested power but also fear and limitation.
Thus, although enclave and ghetto are two-sided concepts, enclave is here used to describe those
spaces with a primarily positive meaning for their residents, and ghetto is used to denote those with a
138
predominantly negative meaning. A formal definition (some of the nuances are spelled out later)
would be as follows: an enclave is a spatially concentrated area in which members of a particular
population group, self-defined by ethnicity or religion or otherwise, congregate as a means of
enhancing their economic, social, political and/or cultural development. It is important to recall again
that all spaces of concentrated activity share some characteristics of a ghetto and some of an
enclave40."
Chiarito quindi ancora che tutti gli spazi urbani contemporanei ad alta
concentrazione di individui, spesso migranti, hanno caratteristiche che
appartengono per certi tratti alla forma del ghetto e per altri a quella di enclave e
di cluster - quest'ultima intesa come gruppo particolare di persone che vivono in
un ampio aggregato - occorre domandarsi quali politiche debbano essere messe
in atto per impedire ulteriori segregazioni territoriali.
Se appare comprensibile, e anche plausibile, che cercando una rete di
sostegno i nuovi migranti approdino nell'immediato in luoghi urbani proprio a
loro destinati, pur senza alcun obbligo esterno a farlo, così come avviene da anni
per l'Hotel House di Porto Recanati, invece non lo è che questi stessi spazi
diventino la loro unica possibile modalità di residenza e che non si riescano ad
innescare rispetto a ciò processi di mobilità e di spostamento. Peter Marcuse
userebbe proprio il termine desegregation per indicare ciò a cui deve tendere
politicamente una istituzione: "the elimination of barriers to free mobility for
residents of a ghetto o enclave".
L'Hotel House racchiude insieme, per la storia che lo ha caratterizzato in
questi anni e per le regole di convivenza interna e esterna che lo identificano e
strutturano, molte delle caratteristiche sopra elencate, quindi, le politiche ad esso
rivolte per tenerlo in vita andrebbero pensate con l'idea di agevolare le aperture
con il mondo esterno e l'interscambio con il restante tessuto cittadino.In tal
modo le dinamiche coercitive e segregativeche lo caratterizzano finirebbero per
perdere forza e significato - criminalità e spaccio di stupefacentiin particolare mentre altre azioni in chiave multiculturale e di soddisfacimento dei bisogni e
delle soggettività presenti andrebbero incentivate e promosse, tra cui spazi di
ascolto e di orientamento, sperimentazioni di formule di autogestione in
un'ottica di genere e generazionale.
E' solo avendo la consapevolezza di quali scelte è opportuno attuare e quindi
di quali politiche è giusto promuovere, che aumenterà la probabilità che questo
gigantesco e mostruoso edifico non si trasformi in modo irreversibile in un
ghetto nella sua accezione classica.
40
P. Marcuse, The enclave, the citadel, and the ghetto: What Has Changed in the Post-Fordist U.S. City, Urban
Affairs Review, vol. 33, No. 2, November 01, 1997 (pp 228-264).
139
2.1 La dimensione di genere
La decisione di dedicare una trattazione specifica alla dimensione di genere è
emersa durante il compimento della ricerca, quando è apparsa in modo sempre
più chiaro la diversificata collocazione, sia spaziale che relazionale, della
componente giovanile femminile e di quella maschile all'interno dell'Hotel
House. Come cercherò di evidenziare e specificare, grazie anche all'utilizzo
delle narrazioni raccolte durante le interviste, i percorsi di crescita e di
appartenenza delle ragazze si sono imposti alla mia attenzione non per la messa
in atto di originali e non convenzionali strategie identitarie -magari riconducibili
ad una mutata condizione femminile - ma per uno stato di reclusione e di
isolamento in cui le ho scoperte coinvolte e costrette.
Così Nuhurun, una donna bengalese che parla molto bene l'italiano e che ha
fatto da mediatrice per me con le ragazze, mi ha spiegato questa condizione:
"Le femmine non sono libere come i maschi, nel nostro paese per la nostra religione dopo
i quindici anni le femmine si devono sposare se conoscono un ragazzo così noi sempre
controlliamo le ragazze. Ma all'hotel house non si controlla bene, dentro casa si controlla
meglioma fuori no anche perché c'è il problema della droga e le figlie non possono guardare
questo, non va bene che vedono questo. Se vogliono fare qualcosa devono andare a casa di
un'amica e stare lì al sicuro e sono controllate però gli appartamenti sono piccoli, però
possono andare a scuola, possono studiare e andare al doposcuola ma non possono fare
come le italiane anche perché qui non è tranquillo".
Il presente lavoro empirico mi ha condotta a riconcettualizzare il rapporto tra
identità e contesto, di cui si è discusso molto nella seconda parte della tesi,
accentuando l'importanza che il dato situazionale svolge, in questo caso la vita
all'Hotel House, nella produzione delle differenze di genere. Si tratta a mio
avviso di considerare come variabile strutturante e centrale quella dell'ambiente
di vita, tanto quanto lo sono categorie d'analisi classiche come l'etnia, il sesso, la
classe sociale. Come le studiose di geografia di genere hanno in anni recenti
sottolineato, occorre che i ricercatori sociali tengano a mente che vi è una natura
appunto situazionale del prodursi delle differenze41. In fondo, le interviste
realizzate e le osservazioni partecipanti attuate sono servite proprio a fare
emergere le relazioni che i giovani e le giovani vivono in questo specifico
contesto di analisi e che si generano e producono all'interno di diversificati spazi
d'azione: pubblici per i primi e privati per le seconde.
41
Per capire e valutare l'incidenza del luogo nella costruzione delle differenze di genere mi sembrano
fondamentali due testi in particolare, il primo è Donne e Geografia. Studi, ricerche, problemi curato da Gisella
Cortesi e Maria Luisa Gentilischi che propone una rassegna di teorie e di contributi della ricerca empirica e il più
recente testo La citta delle donne. Un approccio di genere alla geografia urbana curato da Gisella Cortesi,
Flavia Cristaldi e Joos Droogleevre Fortuin che propone interessanti studi sui tipi di vita e sulle relazioni tra
donne in diversi contesti urbani contemporanei.
140
Affrontando la questione della costruzione dei meccanismi di appartenenza
all'Hotel House degli adolescenti è divenuto centrale interrogarsi sull'incidenza
che questo luogo ha nella costruzione delle regole, dei modelli relazionali, degli
stili di vita che tali processi prevedono e così la discussione e l'analisi si è
orientata anche a comprendere e valutare le differenze di genere presenti in tale
dinamica. Mi sembra necessario, da un punto di vista strettamente
metodologico, riconoscere ancora l'efficacia che ha avuto in questa scoperta
empirica l'utilizzo del metodo narrativo e partecipativo. Infatti, riducendo la
distanza tra il ricercatore e l'oggetto della ricerca si riescono meglio a
comprendere le esperienze di vita e ad approfondire il significato delle forme
identitarie.
Dai racconti delle ragazze appare chiaro che pur vivendo all'interno di un
contesto territoriale che ai loro occhi offre libertà e momenti di socializzazione
spontanea anche per le donne, le loro vite rimangano legate in modo ineluttabile
al confine Hotel House e ai doveri sociali loro indicati dalla comunità di
appartenenza; non riescono ad esprimersi a pieno, le possibilità di utilizzare ciò
che l'ambiente mette a loro disposizione, cioè le opportunità di crescita, sono
ristrette.
Qualcuna di loro conosce bene la differenza tra l'abitare in città, in quartieri
normali e non solo di immigrati, e invece lo stare confinati e isolati per anni
all'Hotel House; sono ragazze arrivate qui dopo aver vissuto in un altro luogo in
Italia e quindi sono consapevoli di cosa non hanno più. Riporto le parole di
Fahima (13 anni).
"Sono venuta qui da Palermo e pensavo di venire in una casa normale, in un
appartamento come lo avevo lì e invece no. Dove ero prima vivevo in modo normale, la casa
aveva una stanza per i figli e i dormivo con mia sorella qui l'appartamento è piccolo non c'è
una stanza per i figli ma solo una per genitori e questo non è normale. Andavo a scuola a
piedi che era vicina e tornavo a piedi con gli amici. Lì ero più libera, uscivo ogni pomeriggio
e le persone ti parlano, non sono razziste con gli stranieri non ti dicono che sei qui per
rubare il lavoro e se sanno che vivi all'Hotel House ti guardano male".
Chiedo a Fahima di spiegare meglio a me e alle ragazze la libertà perduta.
"Quando uscivo le persone non dicevano male di noi, qui invece se esci più di una volta
tutti dicono male perché sei una femmina e devi stare attenta, devi stare a casa, ti dicono che
non puoi uscire. Anche i ragazzi della nostra età ci dicono così allora io provo a rispondere e
dico che questa cosa me la può dire solo mio padre"
A questo punto, una ragazza del gruppo, arrivata direttamente dal Bangladesh
all'Hotel House rimprovera Fahima del fattoche parli sempre e solo di Palermo e
le grida di tornare là. Fahima risponde così:
"Dammi il biglietto che parto!! Qui non possiamo parlare con i maschi, soprattutto
all'hotel house perché ti vedono e le persone della nostra comunità pensano male, nel nostro
141
paese le ragazze devono stare a casa è così e allora quando esci qui tutti i bengalesi stanno
insieme qui in gruppo sotto il palazzo e ti vedono e ti giudicano male. A Palermo non era
così, potevo uscire, ero libera".
I contenuti di questi dialoghi e le profonde e travagliate dinamiche identitari
che essi mostrano richiamano a mio avviso uno studioso in particolare e un suo
noto testo che, se pur discusso e criticato, rimane centrale nell'interpretazione
della differenza tra il maschile e il femminile, mi riferisco a Pierre Bourdieu e al
suo libro "Il dominio maschile".
Partirei da un punto centrale della proposta teorica di questo autore e cioè
dalla sua constatazione che l'ordine maschile nel mondo è forte per il fatto stesso
che esso non deve mai giustificarsi, e quindi non ha bisogno di essere
legittimato. Qui collegherei la fatica che ho dovuto compiere durante lo
svolgimento della mia ricerca non solo per riuscire ad intervistare le ragazze ma
per poter capire, giustificare, comprendere la loro assenza, la scarsa visibilità
sociale, la non frequentazione degli spazi pubblici dell'Hotel House. Non a caso,
nella sua proposta di definizione dell'ordine sociale, Bourdieu specifica il ruolo
che esso ha nella strutturazione degli spazi, riporto il suo scritto:
"L'ordine sociale funziona come un'immensa macchina simbolica tendente a ratificare il
dominio maschile sul quale esso si fonda: è la divisione sociale del lavoro, distribuzione assai
rigida delle attività assegnate a ciascuno dei due sessi, del luogo, del momento, degli
strumenti di esse; è la struttura dello spazio, con l'opposizione tra il luogo dell'assemblea o di
mercato, riservata agli uomini, e la casa, riservata alle donne o, all'interno di quest'ultima,
tra la parte maschile, quella con il focolare, e la parte femminile, con la stalla, l'acqua e i
vegetali" (p.18).
Quando poi riferisce di come venga obbligata a muoversi la donna della
Cabilia, in Algeria dove egli conduce i suoi studi antropologici, viene richiamato
proprio lo strumento del tenerla lontana dai luoghi pubblici e cioè "...del
rinunciare a fare un uso pubblico del suo sguardo (per strada cammina con gli
occhi bassi, puntati verso i piedi)".
Anche le ragazze dell'Hotel House vengono scoraggiate con precetti, affronti
verbali, norme morali e religiose a frequentare i luoghi aperti, soprattutto se vi è
la presenza maschile che risulta quindi naturalmente dominante e destinata ad
avere il comando dello spazio pubblico. Si attua così dalla fine dell'infanzia fino
alla prima adolescenza una accurata socializzazione al vivere femminile, ad
interiorizzare, con arte e destrezza, l'obbedienza ed il rispetto per norme e regole
che disciplinano la mobilità; tutto ciò al fine del loro bene, per farle stare
meglio. Questo gigantesco condominio è disseminato di cose da fare o da non
fare e così si delimitano spostamenti e movimenti possibili: il doposcuola e a
casa di un'amica si può fare mentre non si può andare all'aperto, o in giro nel
giardino, o a passeggio da sole ed anche la moschea ha dei limiti di accesso per
le ragazze, come ci spiega Mahisa:
142
"Le femmine è meglio che non vanno in moschea perché ci sono i maschi e da quando
siamo grandi, 13 anni, non andiamo più neanche lì e oramai siamo abituate a pregare in
casa. Comunque le mamme preferiscono non farci uscire".
Si compie in tal modo verso queste ragazze una vera e propria violenza
simbolica che Bourdieu ha definito, riferendosi alle sue ragazze della Cabalia,
come dolce e invisibileperché è il frutto di un lunghissimo percorso - che parte
nel nostro caso dalla tradizione religiosa e culturale della terra di origine - di
riproduzione di modelli di comportamento e di schemi di dominio che viene
alimentato da tanti agenti e soggetti: la famiglia, i connazionali e la comunità
religiosa, la madre, il padre, il fratello, il cugino o lo zio come singoli.
Il problema della violenza cosiddetta simbolica sta proprio nel suo essere
invisibile, nel suo innescarsi come qualcosa di scontato e naturale che conduce
in modo spontaneo ad aderire ai modelli di dominio proposti. Queste ragazze per
gran parte del tempo che hanno trascorso con me hanno sempre manifestato
un'adesione, "un consenso pratico e dossico" come direbbe Bourdieu, al senso
delle pratiche imposte. Penso però che aldilà di una inevitabile assimilazione di
schemi e modelli di comportamento che le aiutano di sicuro a vivere meglio in
un luogo ostile e difficile come l'Hotel House, queste giovani siano riuscite a
sviluppare comunque strumenti di conoscenza della realtà diversi da quelli
imposti dai loro "dominati" e che potranno utilizzare in luoghi diversi per
sperimentare un'identità femminile più mutevole e flessibile. In particolare,
penso al ruolo e al compito di cambiamento e di apertura alla società ospitante
che può svolgere il contesto scolastico.
Questa forza simbolica che agisce sulle ragazze direttamente e in modo
continuativo agisce a mio avviso anche all'interno dell'Hotel House perché trova
qui le sue condizioni di possibilità in quanto diviene funzionale e congeniale al
mantenimento dell'ordine sociale del condominio che viene deciso estabilito
dalla popolazione maschile, ed è un ordine che prevede ai fini della coabitazione
di tante etnie l' osservanza stretta e rigida delle regole comunitarie.
Probabilmente perché costrette a sottostare ai limiti imposti, il loro sguardo
rispetto al futuro appare dalle interviste davvero corto e confinato, è difficile
farle parlare di ciò che vorrebbero per loro, di cosa le farebbe stare meglio,
soprattutto questo avviene per le ragazze più grandi che hanno perso
completamente la spensieratezza e la libertà dell'infanzia.
Samina (12 anni) prova a suggerire qualche cambiamento, è la più piccola del
gruppo:
"Questo non è un palazzo invitante per le amiche, è sporco è brutto, dovremmo pulirlo e
dipingerlo per renderlo più bello, per esempio il palazzo che è qui vicino a noi dove c'è il
bowling io lo vedo sempre ed è pulito, ordinato, mi piacerebbe che diventasse così".
Oppure Mahisa: "Sarebbe importante pulire il giardino per far giocare i bambini, ci sono i
topi, quando vedo i topi morti mi metto a piangere"
143
A questo punto io insisto e chiedo ancora ma per voi che cosa volete?cosa
vorreste fare? E finalmente Fahima (16 anni) riesce a dire di più, assumendo
un'identità che da individuale diventa collettiva e si fa carico in qualche modo
delle rivendicazioni del gruppo a cui ora si sente di appartenere:
"Vogliamo un palazzo normale, vogliamo poter uscire un pò, vogliamo una casa normale
come quelle a Porto Recanati delle nostre amiche. Vogliamo un posto solo per noi dove poter
parlare o magari una palestra, vogliamo andare qualche volta a Porto Recanati, ci puoi
aiutare?"
3.1 Cercare l'"altrove"
Ritorno ora ad una analisi che valuti in modo indifferenziato e indistinto il
nesso luogo e identità per avanzare una serie di riflessioni che mi auguro
possano definire ancora meglio i meccanismi identitari dei giovani dell'Hotel
House.
Questo immenso condominio non costituisce per i ragazzi e le ragazzeche vi
abitano uno spazio fisico identificativo forte e affettivamente rilevante in quanto
rappresenta una destinazione imposta, nata da scelte familiariadulte di carattere
soprattutto economico, che tra l'altro non è stata in alcun modo spiegata o
chiarita nella sua specificità, insomma, nessun genitore si è preoccupato del fatto
che la migrazione messa in atto avrebbe condotto i figli e le figlie all'interno di
un anomalo contesto di crescita, poco rappresentativo della società
d'accoglienza. Da questo originario inganno derivano a mio avviso sia il senso di
distanza emotiva con tale luogo che i giovani continuano a pensare come
qualcosa da modificare, migliorare, cambiare, superare piuttosto che come uno
spazio in cui stare in piena adesione culturale e valoriale, sia il meccanismo di
idealizzazione che mettono in atto quando pensano ad un qualsiasi "altrove"
dove andare a vivere. In particolare, emerge una mitizzazione delle altre città
italiane che viene fatta soprattutto dal gruppo dei ragazzi, riporto di seguito
alcune loro frasi.
"Vorrei andare a vivere a Milano perché mi piace la squadra, il Milan, e perché mi piace
vivere lì perché la gente è più integrata, io lo so perchè dei ragazzi che conosco e vi abitano
sono integrati, stanno in mezzo agli italiani qui invece gli italiani non ci sono e questo è il
problema dell'Hotel House," (Souleye)
"Io ho vissuto diversi anni a Parigi in un bel quartiere e stavo bene e pensavo di rimanerci
per sempre poi abbiamo avuto problemi familiari e siamo venuti qui ed è brutto, lì invece
vivevo in un palazzo normale, non come qui, ed era bello". (Lamine)
144
"Io non sapevo che dovevo venire a vivere qui, in un posto così, io veramente pensavo che
in Italia non c'era un posto così, io avevo visto Brescia ed era bello" (Abdou).
Quello che sorprende della loro ricerca di un posto diverso dall'Hotel House
in cui vivere è il richiamo costante che viene fatto alla "normalità" degli altri
luoghi che viene contrapposta alla evidente e ingombrante bruttezza di quello in
cui vivono ora. I luoghi ameni sono case e appartamenti normali, dai quali puoi
uscire quando vuoi ed in cui puoi ricevere e ospitare gli amici senza riluttanza.
"Se i nostri amici vengono qui non hanno nulla da fare, non possiamo neanche giocare a
calcio perché il campo è distrutto. Alcuni amici vengono per curiosità e non perché vogliono
venire a trovarci cioè secondo me vogliono vedere come viviamo, cosa facciamo qui, non
vengono per noi."
Quando durante le interviste Souleye, che è uno dei ragazzi più grandi del
gruppo ha espresso queste considerazioni, profonde e significative, gli ho
chiesto di motivare questa sua certezza, di farmi capire cosa aveva colto
nell'atteggiamento dei coetanei italiani e la risposta è stata emblematica:
"Dopo che hanno visto questo posto, dove e come viviamo, in genere non ti dicono che il
posto è brutto ma si vede che pensano che è brutto, loro ti dicono che è bello, cosa devono
dire??allora noi dobbiamo capire cosa pensano di questo posto e cioè che le cose che stanno
fuori di qui sono più belle, che i posti di Porto Recanati dove vivono loro sono bellissmi e
questo invece no".
L'altrove che loro cercano non è quindi un luogo immaginario, fantastico ma è
un posto come tanti in Italia, l'importante è che sia normale, simile a quelli in cui
vivono la maggior parte dei loro coetanei italiani, che sia rappresentativo del
contesto territoriale, inserito nel panorama circostante così come i tanti piccoli e
graziosi centri cittadini delle città marchigiane e, soprattutto, deve essere un
posto in cui convivano insieme autoctoni e stranieri in modo visibile, spontaneo
e aperto.
"Il Senegal dove vivevo era come Porto Recanati città cioè vivevo in casa normale e avevo
gli amici vicini con cui potevo giocare, qui invece siamo isolati e non è un posto tranquillo, io
non sono abituato a vivere così isolato, in Senegal potevo andare dove volevo e da ogni parte
qui invece non conosci nessuno che non sia della tua comunità e se non hai amici italiani non
vai da nessuna parte, rimani sempre qui a non far niente".(Lamine)
Nel proseguo della ricerca e durante le osservazioni in gruppo alla struttura ho
chiesto ai ragazzi e alle ragazze, sempre in occasioni distinte e separate, di
descrivermi l'impressione, l'emozione e lo stato che hanno provato il giorno in
cui sono arrivati per la prima volta all'Hotel House. Questa domanda che ho
rivolto in modo ripetitivo a molti di loro è originata dalla sensazione di chiusura,
instabilità, assenza di riferimenti che io stessa, comunque una persona adulta,
avevo provato il giorno in cui sono entrata in questo condominio. L'idea che mi
145
ha condizionata da lì in avanti è stata appunto di interrogare, di capire provando
a riportare alla memoria dei più giovani abitanti di questo luogo l'esperienza di
quel momento; quali sentimenti, pensieri, stati d'animo li avessero attraversati
mentre realizzavano con i loro sensi e con la loro mente la dimensione enorme e
labirintica della loro nuova casa. Le prime volte raccontate segnalano un chiaro
senso di smarrimento, di disorientamento e di paura.
Fahima (13 anni):"io sono arrivata di notte e non l'ho visto subito bene poi quando sono
entrata mi sono subito confusa con i pani e mi sono persa, mio fratello mi ha ritrovata. Poi la
mattina ho visto dal balcone e ho visto che era grandissimo e tutte le biciclette non ne avevo
mai viste tante insieme e sempre dal balcone ho capito che c'erano altre due parti. Ora dal
balcone capisco tutto, chi entra di nuovo".
Fahima (16 anni): "quando sono venuta ho detto ma come faccio a vivere qui??
pensavo e se cade? è troppo grande!!!e poi c'erano gli uomini che si picchiavano sempre nel
piazzale e urlavano e io li guardavo dalla finestra, ora si sta un pò meglio, oramai mi sono
adattata, poi ti abitui".
Samira:"io sono rimasta a bocca aperta, avevo 9 anni, poi guardavo le persone nere che
non avevo mai visto e avevo paura soprattutto dei senegalesi che non li avevo mai visti e ce
n'erano tanti."
Lamine: "sono arrivato di giorno e mi è sembrato troppo grande, la prima settimana mi
piaceva ma la seconda già non mi piaceva più perchè poi quando vai fuori vedi le altre
abitazioni, come vivono gli amici italiani e allora capisci la differenza e dici che è brutto".
Souleye: " quando l'ho visto ho pensato che non era un luogo per abitare, pensavo di
starci un pò e poi andare via, ho visto che c'era la gente che ci abitava e mio padre mi ha
detto che era un posto da abitare, l'ho visto confuso, non mi piaceva ma poi ho visto che ci si
poteva abitare e che c'erano altri ragazzi".
Moudi: "la prima volta che l'ho visto ho detto è troppo grande, mi ha fatto paura".
Mi sembra che emerga in modo chiaro che questi giovani siano stati in modo
inconsapevole e senza alcuna cognizione di causa catapultati in una realtà
complicata, costretti a vivere una eccessiva diversità culturale e ad affrontare fin
da subito numerosi paure; soprattutto se si rapporta la pericolosità del luogo alla
giovanissima età che avevano quando sono arrivati. La risoluzione di questo
conflitto interiore, che è anche indicativo di una mescolanza di sentimenti che in
modo inaspettato sono in loro affiorati - curiosità, paura, timore, speranza - mi
sembra venga identificata attraverso la locuzione "ci si abitua" indicativa di una
o più strategie di sopravvivenza che ognuno di loro ha messo in atto per superare
lo smarrimento e l'isolamento. Non mi sono interrogata, né intendo procedere
ora su tale strada, sulle conseguenze psicologiche, emotive o cognitive che tale
percorso abbia in loro comportato - di certo molte e complesse - mi sembra
146
invece più utile continuare a indagare le loro esigenze e provare a risolvere
almeno alcune delle difficoltà strutturali che vivono quotidianamente.
"Il nostro futuro è stare sempre qui, questo abbiamo capito noi"(Souleye).
Conclusioni
147
Il presente lavoro dottorale ha indagato diversi nodi tematici assumendo come
primario e centrale tema di ricerca quello della costruzione identitaria nelle
società contemporanee, rispetto in particolare all'agire in esse delle nuove
generazioni. La scelta del campo di osservazione in cui condurre la ricerca
empirica è stata da questo punto di vista determinante, soprattutto per le variabili
esplorative che di volta in volta sono state introdotte: la definizione di
appartenenza, il concetto di identità, la questione di genere, la rilevanza del
luogo di vita, l'esperienza della migrazione.
Non solo, il lavoro di indagine effettuato all'interno del contesto di analisi
scelto si è avvalso di due metodologie differenti, quella quantitativa con
l'utilizzo di un questionario strutturato nella prima fase e quella qualitativa con
strumenti narrativi e partecipativi nella seconda. In tal modo si sono ottenuto
diversificati prodotti di ricerca che mi hanno consentito di acquisire una
conoscenza approfondita dell'area di studio.
Il luogo scelto per condurre la ricerca empirica appartiene alla categoria di
quegli spazi urbani isolati, e ancora poco decifrati,prodotti di uno sviluppo
urbano spontaneo e incontrollato delle nostre città globali, dietro alla
intensificarsi dei flussi migratori. L'Hotel House di Porto Recanati è stato
oggetto in passato di numerosi indagini, di studi, di osservazioni di antropologi e
sociologi, e di reportage mediatici ma ancora presenta dei tratti identitari
sfuggenti e mobili. In tal senso, le attività di ricerca condotte hanno cercato per
la prima volta di porre l'attenzione alla presenza e soprattutto alle strategie di
sopravvivenza che al suo interno attuano i ragazzi e le ragazze adolescenti che vi
vivono, e che hanno trascorso qui gran parte della loro infanzia.
Il nesso concettuale tra luogo e identità è stato qui indagato a fondo,
proponendo riflessioni e suggerimenti su come si strutturi e motivi oggi il senso
di appartenenza all'ambiente di vita e sui significati anche simbolici che
assumono per i giovani i paesaggi del quotidiano. E' indagando tali legami che il
luogo Hotel House viene definito come ordinario e senza alcuna bellezza di
carattere culturale o paesaggistico che lo caratterizzi. Esso è innanzitutto uno
spazio che segna rispetto al contesto cittadino un confine sociale, un muro che se
pur invisibile traccia una separazione connotata a partire dall'appartenenza
etnica; così chi vive in questo perimetro diviene un soggetto ai margini, isolato e
non integrabile.
I giovani che qui vivono ogni giorno e che sono cresciuti subendo il potere e
la forza discriminante di questa area di confine hanno sviluppato delle strategie
di sopravvivenza che li ha aiutati ad interpretare e sottomettere la complessità e
la mutevole diversità di questo luogo. Imparare a riconoscere gli amici, a
rispettare le regole della comunità di appartenenza, a difendere e sostenere
sempre i coetanei coabitanti nel condominio, a riconoscere e credere nella
propria appartenenza religiosa. Un insieme complesso e articolato di precetti,
indicazioni morali, connotazioni culturali che provengono dalla necessità di
148
aderire alla comunità di appartenenza e che purtroppo limita quella necessaria
sperimentazione alla diversità e alla appartenenza multipla che questo contesto
isolato e di soli immigrati non riesce in alcun modo a garantire. Per questo
motivo i ragazzi e le ragazze narrano e raccontano la volontà di vivere in luoghi
di residenza e di vita "normali" ed idealizzano e mitizzano quelle città italiane a
loro avviso ordinate, pulite, integrate perché lì i ragazzi italiani e quelli stranieri
possono coabitare e convivere anche sotto lo stesso tetto. L'altrove che cercano
non è un luogo immaginario e indefinito ma un ambiente urbano specifico e
fortemente connotato per rendere uguali.
Nel suo famoso libro "Nonluoghi" il sociologo Marc Augé descrive queste
nuove forme di estensione degli spazi urbani delle nostre città sottolineandone la
spersonalizzazione, la de-territorializzazione e l'anonimanto dei suoi abitanti.
Spazi che creano nuove linee di divisione e di frontiera. L'Hotel House può
essere ricompreso all'interno di quei contesti circoscritti e delimitati che a causa
del loro isolamento diventano spazi di vita quasi privati, come i non-luoghi
appunto ma, nello stesso tempo, esso non è uno spazio neutrale e fluido e non è
pensato per rendere tutti uguali ma per accentuare e intensificare le appartenenze
di gruppo, per segnare in modo definito identità e relazioni concedendo scarsa e
minima sperimentazione dell'alterità.
L'Hotel House rappresenta una sorta di architettura sociale generata dal basso
che si pone come un emblema evidente e imponente all'interno del territorio
circostante e che segnala l'avvenuta rottura di un tradizionale sviluppo delle
città. La sua crescita è qualcosa con cui le istituzioni non sono riuscite ancora a
fare i conti non riuscendo a proporre e prospettare azioni che contribuiscano a
trasformare questo condominio in termini di "normalizzazione" e "desegregazione." Questo permetterebbe di rendere meno fragile ed emarginata la
vita al suo interno delle ragazze e dei ragazzi e a rendere questo luogo meno
confinato, chiuso e protetto dal mondo esterno.
Tutto ciò che l'Hotel Houseè:
- una rete di protezione che innesca meccanismi di esclusione sociale;
- un approdo sicuro per chi arriva maun ostacolo all'integrazione;
- un condominio dalle molte culture ma all'interno del quale è opportuno
vivere radicandosi ai valori della propria comunità;
- un luogo in cui si può oziare ma non sognare;
- uno spazio aperto ma che non può essere vissuto pienamente;
- un luogo che affascina gli occhi italiani per la diversità ma che si rivela ad
un osservazione più attentaassolutamente privo di bellezza;
- un luogo con tanti bambini e bambine che non possono giocare in libertà;
- un luogo per pregare nascosto agli italiani;
- un piazzale dove si muovono solo uomini e dove il linguaggio ed il
dominio è tutto maschile;
149
-
appartamenti dove le donne, spesso invisibili, tentano di dare una
normalità alla convivenza forzosa in spazi stretti;
ragazze che dopo i tredici anni di vita non possono uscire dopo le sei di
sera;
ragazzi che vorrebbero giocare a pallone in un campo con dell'erba.
150
ALLEGATO A
Traccia intervista narrativa (individuale/collettiva)
a) Domande narrative libere (per stimolare narrazione autobiografica)
- Ti chiedo di presentarti liberamente
- mi puoi raccontare in breve la tua storia personale con i passaggi più
rilevanti? (dove sei nato, con chi vivi, quando sei arrivato in Italia, cosa studi,
cosa fai durante il giorno?)
N.B. Il ricercatore deve intervenire attivamente nella costruzione della storia.
segnare la sua storia geografico-culturale (condizioni di vita, famiglia, amici,
interessi).
b) Domande referenziali (per stimolare teorizzazioni intorno al tema)
- che cosa significa per te vivere all'hotel house? (cosa ti piace e cosa non ti
piace)
- ti ricordi cosa hai pensato la prima volta che sei venuto qui? la tua opinione è
cambiata nel tempo?
- quali difficoltà ci sono nel vievere qui e/o quali vantaggi? c'è un posto che ti
piace? oppure c'è un posto che andrebbe migliorato? ti diverti qui? come?
C) Domande evocative-autobiografiche (per suscitare situazioni, oggetti, aspetti
della propria storia)
- pensi mai al paese di origine? c'è un oggetto, un'immagine, un video, un film
che ti ricorda la tua provenienza?
-Puoi indicare un luogo dell'hotel house in cui ti sei trovata/o bene e ti trovi
ancora bene? la cosa migliore dell'hotel house é....
- puoi indicare un luogo che ti piace di porto recanati? c'è un luogo che ti
attrae?
D) Domande strutture sulla narrativa identitaria (per concentrarsi sulle
dinamiche narrative individuali)
- come è essere un ragazzo/una ragazza che vive all'hotel house? (fai un
esempio, racconta un episodio)
- come sarebbe stato secondo te vivere nel tuo paese d'origine?
- C'è una città europea in cui ti piacerebbe vivere?e perchè? l'hai vista? cosa
conosci di questa città?....pensi che lì vivrai meglio? e perchè?
- ti piacerebbe andare a vivere in un alro posto? dove vedi il tuo futuro? c'è
qualcosa della cultura italiana che ti piace? e della cultura della tua famiglia?
(vestiti, cibo, libri, musica..)
N.B. Il ricercatore cercherà di capire se i valori di riferimento sono nazionali
oppure transnazionali (cittadianza in senso duale, flessibile, multipla).
151
E) Domande riflessive e metariflessive (l'intervistato deve commentare
l'esperienza dell'intervista)
- c'è qualcosa che vorresti aggiungere perchè lo ritieni importante su questo
argomento?
- come pensi sia andata l'intervista? le domande per te hanno avuto un senso?
152
Bibliografia
Teoria sociale
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