Potrei voltare pagina e vivere con gli animali che sono così pacifici e

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Daino (Ph U.S.)
Cervo (Ph D.G.)
Cinghiale (fonte: Davide Scarpa)
Potrei voltare pagina e vivere con gli animali che sono così pacifici e autosufficienti
– mi fermo e guardo verso di loro a lungo – non soffrono e nemmeno si lamentano
della loro condizione, non restano svegli nel buio e piangono per i loro peccati, non
fanno noiose dissertazioni sui loro doveri verso Dio, nessuno è insoddisfatto, nemmeno pazzo per la smania del possesso.
Nessuno è in ginocchio davanti alla sua razza millenaria, nessuno è degno d’onore o
infelice sulla terra intera.
Walt Whitman
Capriolo (Ph R.Z.)
Quercino (fonte: internet)
Driomio (fonte: internet)
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Ph Michele Zanetti
OTTOBRE
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Ph Roberto Zanette
Maestoso sultano degli
harem di settembre, quando
il suo bramito riecheggia nei
silenzi antichi della foresta
come un messaggio
d’eternità.
(M.Z.)
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Ho visto sul tronco di un
abete i segni del suo
passaggio. Ho scorto i
graffiti incisi dalle sue corna
e ho capito di essere
entrato nel regno, nel suo
territorio, in silenzio mi
sono allontanato, ma so
che dal folto dei cespugli il
suo sguardo dolce
e profondo mi ha seguito
a lungo.
Fernando Rini
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S
ì, sì, proprio “lui”… il grande signore delle selve, il re dei boschi, lo spirito “vivente” di tutte le foreste: il cervo!
Come non rimanere estasiati, ammirati, ogni qualvolta (rara…
ma non troppo) capita di trovarcisi al cospetto;... come non provare quel senso di profondo rispetto per un essere che incarna
l’essenza stessa della vita silvestre con il suo incedere tanto
elegante, la sua fierezza e la sua forza, espresse dalla sua presenza e dallo stupendo trofeo ramificato sul capo del maschio,
che ad ogni stagione cade e si rinnova, antiche immagini di
eterna giovinezza e virilità.
Cosa dire della disarmante dolcezza dello sguardo di una cerbiatta, elevato a simbolo d’amore e di attrazione di ogni uomo
per la sua donna, quella più intensamente amata.
L’estremo simbolo della tenerezza sta però in quella immagine
di cerbiatto che con tanta apprensione se ne sta quatto quatto,
in mezzo alle alte erbe ed ai cespugli della boscaglia immobile
ed inodore, per non farsi trovare dai predatori in attesa che la
madre (prima cerbiatta ora madre dolcissima) torni per la “poppata”.
Quante volte lo abbiamo visto, nei contesti più svariati, rappresentare l’essere indifeso per eccellenza, con quel bellissimo
e tenero musetto e le macchioline bianche sul dorso, rappresentate nei disegni di tanti bambini o nelle
vesti di Bambi, del celeberrimo film di
Walt Disney…
Lo stesso cerbiatto, con il passare delle
settimane, si trasforma in ardito e giocoso
“giovincello” saltellante con spensierata vitalità fra radure ed arbusti poi cervo adulto.
Simbolo a un tempo di forza, nobiltà, vigore, ma anche spiritualità, dolcezza ed amore infinito celebrato sin dalla
notte dei tempi e nelle culture più disparate per i miti
eterni della nostra storia dell’uomo.
Un essere straordinario e bellissimo, l’incarnazione
della forza vitale della natura: il vero spirito della
foresta.
Ecco la sua storia.
Origini
Le prime forme di cervidi dotate di appendici
frontali (palchi) comparvero in Eurasia nel Miocene Superiore e nel Pliocene (Procervulus, Dicrocerus): i primi resti fossili attribuibili al genere
Cervus risalgono al Pliocene Superiore in Europa
ed al Pleistocene in America.
In Italia i resti più antichi di C. elaphus sono stati rinvenuti nel bacino lignifero di Leffe (Bergamo) e risalgono all’inizio del Pleistocene.
Una comunità di cervi del tutto particolare è quella del
“Bosco della Mesola”, nella Riserva Naturale inserita nel
Parco Regionale del Delta del Po in Emilia Romagna, che con-
IL CERVO
SPIRITO DELLA FORESTA
disegno di Luca Corradi
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serva i tratti essenziali dell’habitat dei grandi fiumi e una notevole varietà floro- faunistica. Il consistente nucleo di cervi, conservato nei secoli e tuttora presente in questa zona, a seguito
di indagini genetiche risulta essere l’unico autoctono dell’Italia
peninsulare e merita un cenno particolare. Si tratta di animali di
dimensioni inferiori alla media, con maschi dotati di trofei mediamente più piccoli e con minore ramificazione (palchi lunghi
50-70 cm, con 2-3 punte per stanga).
Risulta però ancora da dimostrare se tale peculiarità sia dovuta
alle ridotte dimensioni della popolazione a cui corrisponde un
alto tasso di consanguineità o ad un reale endemismo. La ridotta popolazione, la scarsa natalità e l’eccessiva presenza di
daini, fanno del cervo della Mesola un nucleo particolarmente
fragile, che necessita della massima protezione.
Storia e simbologia antica
Il cervo, con la sua bellezza e imponenza nella tradizione indoeuropea, è da sempre considerato, un animale carico di valori
simbolici importanti e mitico come pochi altri.
Nell’iconografia cristiana, rappresenta la figura più importante:
il Cristo.
La sua ammirevole grazia, le straordinarie proprietà rigenerative delle corna e forse anche le carni pregiate (la caccia al cervo
si svolge in tutto il mondo), ne fanno uno degli animali su cui la
mitologia ha più tessuto le sue immagini: dal Messico al Giappone, dalla Grecia classica ai popoli nordici, senza contare la
grande influenza sul pensiero ebraico e cristiano.
Simbolo del sole e della sua potenza radiosa, “albero della vita”
per queste corna maestose che si innalzano verso l’alto in
un’unione di cielo e terra, o assimilabile all’archetipo del vecchio
saggio, coesistono significati nel rinnovarsi dei palchi che si collegano alla longevità, alla rigenerazione ed alla rinascita, (quest’ultima nella simbologia Celtica) che avvengono in ogni ciclo
vitale, al solstizio d’inverno e alla natura che si rinnova, l’eterno
ringiovanimento legato al rinnovarsi periodico dei suoi grandi
palchi, paragonati anche ai rami degli alberi per il loro valore allegorico di sviluppo e di unione tra gli opposti delle forze superiori e quelle inferiori, fondamento e presupposto di ogni
esperienza umana.
Gli spunti, nella storia di questo animale, sono numerosissimi
ed affascinanti: che vale senz’altro la pena di approfondire.
Nella mitologia classica dell’antica Grecia, la cerva era attributo costante di Artemide-Diana, lunare e cacciatrice; la caccia
simbolica come della saggezza,attraverso l’esperienza infatti
Artemide è una dea vergine e adolescente, quindi senza esperienza ma è legata ai ritmi della natura, porta nella propria simbologia una grazia esplicitamente femminile, “occhi da
cerbiatta”, “una grazia da cerbiatta”, ecc…
Il cervo viene invece spesso associato a Mercurio, dio dei confini, messaggero alato degli dei, ma anche mediatore tra regno,
umano e divino, dove gli uomini potevano perdersi.
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Nella leggenda greca di Ciparisso, la morte del cervo è all’origine del cipresso, simbolo dell’immortalità e dell’eternità. Da
tempi antichissimi nell’area circumpolare il cervo è associato
al simbolismo del sole e della luce, incarnandone gli aspetti di
creazione e civilizzazione.
Nella mitologia germanica, tra le fronde di Yggdrasill, albero cosmico che con i suoi rami regge l’Universo e la volta celeste
(identificato con un frassino o con un tasso, entrambi sacri
presso i popoli del Nord Europa) quattro cervi brucano incessantemente i suoi nuovi germogli, per indebolirlo e impedirgli
di crescere rigoglioso.
Questa è una delle rare connotazioni negative del cervo nel
mondo mitologico…
Dopo i miti… i sogni.
Nel mondo onirico, il cervo risente di un simbolismo antico e
legato ai riti della natura ed esprime aspetti istintivi legati alla
forza del corpo e dello spirito, alla calma e al lento ma inesorabile fluire degli eventi, alla ricchezza e alla fecondità. L’ambiente
in cui vive, le abitudini e i comportamenti lo qualificano, nonostante la reticenza e la timidezza, come animale selvaggio in
cui si concentrano le forze primitive e istintuali che si agitano
nel profondo dell’inconscio: esso avanza nella foresta silenzioso, solitario e tranquillo, pronto però a lottare con passione
per la conquista della femmina, pronto a fuggire con destrezza
e velocità e a mimetizzare il palco maestoso delle corna fra rami
e cespugli.
Nelle fiabe, spesso all’improvviso compare un cervo, proprio
dove sta cacciando il protagonista o il principe: in quel momento l’animale scappa e questo induce l’eroe a seguirlo, ma
egli viene condotto in luoghi particolari e misteriosi, in cui deve
conoscere e sperimentare qualcosa di veramente importante.
Ha quindi la funzione di una “guida”, una sorta di iniziatore, che
ha il compito di condurre l’eroe a fare la propria principale esperienza proprio lì dove in seguito incontrerà il proprio destino di
crescita. Nella fiaba di Fedro “Un cervo alla fonte” la connotazione è negativa e il cervo con il suo bel palco è simbolo della
vanità umana.
Nella versione femminile, simboleggia sempre una maturità
non compiuta, tipica della dea Artemide, che rappresentava una
dea vergine adolescente, in cui le potenzialità non sono ancora
pienamente realizzate.
Spesso vengono tramutate in cerve, fanciulle che devono essere salvate.
Anche nel Cristianesimo a partire dal Medioevo, spicca il motivo del “cervo guida”: ai Santi, o per salvarli da selve oscure (il
peccato) e relativi pericoli, o per indicare loro il luogo esatto
dove costruire chiese e cattedrali; Sant’Uberto, che durante
una battuta di caccia vede un cervo con un crocifisso tra le
corna, che lo induce ad abbandonare una vita dissoluta e a convertirsi; a Sant’Eustachio, che in una situazione simile incontra
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Ph Ugo Scortegagna
disegno di Michele Zanetti
una analoga figura, da cui apprende di trovarsi addirittura al cospetto del Cristo; Sant’Egidio Abate, vissuto per anni eremita
in una foresta, con la sola compagnia di una cerva che lo nutriva
con il proprio latte.
Queste icone di cervi portano spesso delle candele o fonti luminose sui palchi, talora vengono collegati alle figure degli angeli.
La cerva che anela alle fonti di acqua pura, rappresenta il simbolo dell’anima che anela al Signore (“Come la cerva anela ai
rivi, d’acqua, così l’anima mia a Te anela, o mio Dio - Salmo
42).
In moltissime altre culture, dagli Ittiti agli Aztechi, è presente la
simbologia del cervo bianco: considerato un simbolo ultraterreno di purezza, analogo all’unicorno ma un cervo bianco appare anche nelle foreste attorno alla corte di Re Artù, per
incitare i cavalieri all’avventura.
In araldica, (la scienza del blasone, che studia gli stemmi) il
cervo è simbolo di nobiltà antica e longevità della specie, poiché si riteneva che potesse arrivare a 300 anni. È considerato
anche simbolo di amore per la musica, prudenza, pentimento,
preghiera, ecc.
Il cervo è presente anche nell’alchimia dove rappresenta lo
zolfo ed incarna l’anima. Questo fatto ha portato a considerare
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questo animale, nell’ambito della teoria alchemica, esattamente come per la mitologia: cioè il simbolo del rinnovamento
vitale.
È questo uno dei motivi per cui le corna del cervo sono utilizzate come medicamento.
Ci sono, nella storia del cervo, anche aspetti un po’ meno ”mistici”.
Dal nome del cervo deriva la parola castigliana cerveza (in francese antico cervoise, in italiano antico cervogia), che significa…“birra”!
Questo termine è entrato in latino come cervesia (e cerevisia)
attraverso le Gallie. La birra era così designata a causa del colore biondo, che ai Galli doveva evidentemente evocare il colore
del cervo.
Un aspetto, decisamente insolito per il nostro maestoso “signore delle selve”!
Abbiamo riassunto per sommi capi i tantissimi aspetti mitici e
fantastici della lunga, eterna storia del nostro cervo. Da millenni, come si è visto, gli uomini lo hanno celebrato in tutti i
modi possibili e gli hanno tributato i più alti onori, sino a identificarlo con il Cristo.
DOLORES DE FELICE (ON, ANAG - CAI SEM MILANO)
CHIARA SIFFI (ON - CAI CAMPOSAMPIERO)
Giovane cervo (Ph Alessio Di Leo).
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Nome scientifico
117. CERVO
(Cervus elaphus
(Linnaeus, 1758)
Classe Mammiferi
Ordine Artiodattili
Famiglia Cervidi
CARATTERISTICHE:
Dimensioni
Lunghezza totale:
maschio 185-210 cm;
femmina 150-185 cm.
Coda
12-20 cm.
Altezza al garrese
Maschio 105-140 cm;
femmina 95-110 cm.
Peso
Maschio: 100-300 kg;
femmina: 70-130 kg.
Palco
Il palco è prerogativa dei
soli maschi. Esso è formato da una struttura
ossea ramificata che viene
persa e riformata periodicamente.
Il massimo sviluppo strutturale ed estetico viene
raggiunto durante il periodo degli amori, successivamente viene perso per
riformarsi lentamente e ritornare ottimale per la successiva stagione amorosa.
Durante la crescita il palco è ricoperto e nutrito da uno strato di pelle riccamente vascolarizzata, detta “velluto”; una volta terminato lo sviluppo del
trofeo esso si secca e viene perso (pulitura).
I cicli di crescita e di perdita del palco sono regolati da ormoni come il testosterone, che inibisce la crescita, e il somatotropo che invece la favorisce.
Solitamente i soggetti più vecchi tendono a perdere il palco prima dei giovani: febbraio anzichè marzo, anche il completo sviluppo e la pulitura delle
corna dal velluto segue lo stesso principio, prima gli adulti poi i più giovani
(fine luglio rispetto a fine agosto).
Il trofeo tipo di un maschio adulto di cervo è costituito da diverse parti. Partendo dal basso, abbiamo la rosa (da dove prendono origine i palchi), la
stanga (la struttura portante del palco), il pugnale od occhiale (prima ramificazione dal basso), l’ago o invernino (seconda ramificazione), mediano o
pila (terza ramificazione), punte della forca (le due ramificazioni all’apice del
palco), detta corona (se le ramificazioni all’apice del palco sono più di due).
Ovviamente tutto va moltiplicato per due visto che un trofeo è formato da
due stanghe.
Nelle dimensioni e nel peso dei palchi esiste una considerevole variabilità
individuale dovuta all’età il massimo sviluppo ed imponenza si ha tra i 1012 anni, poi il palco regredisce lentamente di base, alle caratteristiche genetiche, al tipo di alimentazione, ai disturbi antropici e alle malattie.
In generale, la lunghezza va da un minimo di 70 cm a un massimo, peraltro
eccezionale, di 130 cm.
Il peso delle corna, negli individui adulti è in media di 4-6 kg, con punte eccezionali al di sopra dei 10 kg.
Verso
Il potente bramito, viene emesso dal cervo maschio nel periodo degli amori
ed è la vocalizzazione più caratteristica di questo animale. Ha un suono caratteristico (una via di mezzo fra un muggito bovino ed un ruggito) con il
quale il maschio sfida i rivali mettendo in luce le sue potenzialità rispetto agli
altri maschi che a loro volta rispondono con la stessa “moneta”.
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Nella stagione degli amori il cervo ingaggia dei duelli vocali, e non solo, per
la supremazia sugli harem di femmine. Queste emissioni sonore si ripetono
in continuazione poiché ogni maschio viene stimolato dagli altri a comunicare la sua posizione e il suo rango. Il risultato è un concerto di suoni che
si propagano, anche a forte distanza, nei boschi e nelle radure.
Il fascino di questo richiamo raggiunge il suo massimo nelle ore notturne
durante le quali i prati e i boschi diventano le arene di questi duelli.
Mantello
Il mantello del cervo subisce due mute stagionali, tanto da poter modificare
consistenza e colore a seconda delle diverse esigenze climatiche. La muta
primaverile fa perdere il folto mantello invernale a favore di quello estivo
,che è di colore bruno-rossastro con zone ventrali, interno coscia e zona perianale, giallo-biancastra.
La muta autunnale, viceversa, trasforma il vestito estivo in quello folto invernale; questo diverrà di colore bruno-scuro con zone ventrali più scure rispetto al resto del corpo.
La colorazione del mantello subisce variazioni non solo per il cambio delle
stagioni come descritto ma anche per differenza di sesso, (nelle femmine,
i medesimi colori vanno schiarendosi, come se sbiadissero) e per l’età degli
individui. I giovani presentano infatti un abito rossastro con macchie bianche, che tendono a scomparire con la crescita.
Zoccoli
I cervi sono “Ungulati”, hanno cioè le ultime falangi delle dita mediane rivestite da unghie a formare uno zoccolo.
Gli zoccoli dei cervi sono i più grandi tra tutti gli ungulati selvatici che vivono
in Italia, arrivando a misurare 6-9 cm di lunghezza e 3,5-7 cm di larghezza.
HABITAT
L’habitat naturale del cervo è costituito da ampie aree boschive che vanno
dal livello del mare all’orizzonte alpino. Importanti sono la presenza di aperture e zone umide. Il cervo predilige boschi misti con notevole presenza di
latifoglie e scarso sottobosco di arbusti, ma è talmente duttile da adattarsi
bene in moltissime situazioni forestali. Il cervo compie frequenti spostamenti altitudinali e di versante, a seconda delle sue esigenze e alle diverse
stagioni. Oggi la popolazione italiana vive solo nelle zone collinari e montuose mentre è stato perso totalmente, a causa dell’uomo, l’habitat delle
pianure (resiste solo l’esigua popolazione del bosco della Mesola (Fe) che
vive entro confini recintati e in Sardegna nell’area demaniale di Piscinas).
Estate
Inverno
4000
3000
2000
1000
300
ALIMENTAZIONE
ORGANIZZAZIONE
SOCIALE
Animale ruminante, ha un’alimentazione principalmente erbivora. La sua
mole lo porta a consumare una quantità giornaliera di vegetali pari a circa
il 10% del suo peso corporeo. La dieta del cervo varia a seconda delle stagioni e delle disponibilità alimentari: principalmente assume graminacee, leguminose, parti verdi di alberi e cespugli oltre che frutti selvatici. Nel
periodo invernale il cervo è costretto ad ingerire parti secche di vegetali
erbacei che integra con parti legnose e cortecce di arbusti ed alberi. Il reperimento del cibo avviene principalmente nelle ore crepuscolari e notturne. Non disdegna incursioni in orti di montagna, per poter reperire
nutrimento anche dalle piante coltivate dall’uomo.
I maschi solitamente vivono separati dalle femmine, tranne che nel periodo degli amori, e spesso si riuniscono in piccoli branchi. I maschi più
maturi in genere preferiscono condurre vita solitaria. Le femmine viceversa
vivono solitamente in unità familiari (costituite da madre, piccolo, figlia dell’anno precedente, raramente dal figlio maschio). Queste unità base si raggruppano spesso assieme, formando branchi di dimensioni maggiori. I
branchi sono più o meno grandi in relazione alla densità della popolazione,
al tipo di ambiente e alla stagione. Sovente infatti, all’inizio dell’inverno e
prima delle grosse nevicate, si possono osservare gruppi numericamente
più grandi.
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RIPRODUZIONE
Si riproduce una volta all’anno all’inizio dell’autunno e precisamente da
metà settembre a metà ottobre. In questo periodo i maschi, che solitamente vivono in piccoli gruppi monosessuali, si separano e iniziano a sfidarsi tramite bramiti per rivendicare il possesso di una zona di territorio
nella quale attirare le femmine e poi accoppiarsi. I ricchi pascoli primaverili
hanno rafforzato il loro organismo, rendendoli vigorosi e pronti a questo
momento importante, che li vedrà impegnati per circa un mese in attività
frenetiche quasi senza sosta e senza alimentazione che li costringerà a perdere molto del loro peso corporeo.
Durante questo periodo essi abbandonano le loro consuete abitudini e i
luoghi prima frequentati divenendo inquieti e irascibili. Il cervo cerca di radunare intorno a sé da 5 a 15 femmine, che custodisce gelosamente a
prezzo perchè di lotte furiose contro tutti i rivali. Le lotte tra i maschi però
sono rare e infatti, prima di passare allo scontro fisico, i contendenti si sfidano a “voce”.
Quando le capacità vocali si equivalgono, i maschi si affrontano in campo
aperto. Anche a questo punto, prima di combattere mettono in atto una
serie di comportamenti rituali, come a marciare avanti e indietro lungo linee
parallele, per osservare le dimensioni delle corna e la robustezza dell’avversario.
La femmina fecondata partorisce solitamente dopo 32-34 settimane di gestazione. Di norma, a ogni parto nasce un solo cerbiatto, raramente due. Il
cucciolo ha il dorso pomellato per meglio mimetizzarsi fra i cespugli, dove
rimane perfettamente immobile e non essere avvistato da eventuali predatori, non emana nessun odore. La pomellatura nei piccoli viene persa
alla fine dell’estate. La madre nel primo periodo di vita lo raggiunge 3-4
volte al giorno per la poppata poi, dopo due settimane, il cerbiatto è in
grado di seguire la femmina ovunque. A due mesi i cerbiatti vengono svezzati, ma rimangono con la madre ancora per molto tempo.
Sebbene la maturità sessuale venga raggiunta dai cervi verso il secondo
anno di età, spesso, soprattutto per i maschi, è necessario raggiungere
anche una maturità sociale per potersi imporre sugli altri e quindi accedere
alle femmine.
PREDATORI
I predatori del cervo possono essere il lupo, la lince e l’orso ove presenti.
Anche l’aquila reale può essere pericolosa per i cerbiatti se frequentano
zone aperte. Anche la stessa volpe può rappresentare un pericolo, soprattutto per esemplari giovani con problemi di salute. Va segnalato come predatore dell’ungulato anche il cane, che quando è rinselvatichito, può
diventare pericoloso soprattutto se unito in gruppi.
RAPPORTI
INTERSPECIFICI
LONGEVITÀ E MALATTIE
In condizioni naturali, diverse abitudini alimentari distinguono cervo e capriolo e rendono poco probabile la competizione trofica tra le specie,
spesso spazialmente segregate a causa di una generale intolleranza del
capriolo nei confronti del cervo.
La prospettiva di vita dei cervi in natura si aggira fra i 10 ed i 15 anni, ma
in cattività essi vivono tranquillamente oltre i 20 anni.
Per quanto riguarda le malattie, il cervo nobile può essere affetto da :
Brucellosi (malattia infettiva provocata dalle “brucelle”, una famiglia di
batteri).
Paratubercolosi (malattia infettiva del bovino, dell’ovino e di alcuni ruminanti selvatici: ad andamento cronico e progressivo, colpisce l’intestino
con conseguente diarrea e grave scadimento delle condizioni generali).
Toxoplasmosi (malattia infettiva causata dal protozoo “Toxoplasma gondii”, parassita intracellulare obbligato, diffuso tra gli uccelli e i mammiferi
compreso l’uomo).
Malattia del deperimento cronico del cervo (colpisce i cervidi adulti di
età compresa fra i 3 e i 5 anni. Fa parte delle encefalopatie spongiformi trasmissibili, analogamente all’encefalopatia spongiforme bovina che è conosciuta comunemente come malattia della “mucca pazza”. È una
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malattia letale, che porta alla morte dell’animale entro 8 mesi: i sintomi
sono eccessiva salivazione, perdita di peso, cambiamenti comportamentali).
CONSERVAZIONE
Attualmente in Europa i cervi non hanno, oltre all’uomo, dei veri nemici, in
quanto sono praticamente assenti in gran parte del territorio dei predatori
naturali. Essi, quando presenti, selezionavano la popolazione e la tenevano
in salute e numericamente adeguata alle possibilità del territorio. Oggi il
cervo è in grande espansione ed in molte zone la sovrappopolazione provoca danni importanti al patrimonio vegetale, mettendo a rischio l’equilibrio
ecologico e la sopravvivenza di specie rare.
È necessario quindi, un controllo ed una gestione attenta da parte dell’uomo
che deve garantire il massimo della possibilità alla specie, puntando però
sulla qualità degli animali, sulla loro salute e su un numero di esemplari sostenibile dal territorio. Il prelievo venatorio, se attento e gestito a questo proposito, in alcune situazioni è l’unica soluzione efficace e possibile.
DISTRIBUZIONE IN ITALIA
La popolazione del cervo, diffusa originariamente su tutto il territorio, a partire dal XVII secolo cominciò a declinare a causa della pressione venatoria
e dell’espansione degli insediamenti umani a danno degli ecosistemi boPh Giulio Compostella
schivi, fino a quando non ne rimase che una misera popolazione relitta, oltre
a segnalazioni sporadiche di gruppetti provenienti da oltre confine: in seguito tali migrazioni, iniziate negli anni 20 del 1900, divennero sempre più
numerose e consistenti al punto che negli ultimi 20 anni la specie si è ristabilita con successo in tutto l’arco alpino, prima centro-orientale e poi occidentale. Parallelamente alle migrazioni spontanee si eseguirono ripopolamenti e reintroduzioni, che hanno portato il cervo ad essere presente
anche in molte località dell’Appennino settentrionale e centrale.
Dal recente censimento del 2002 risulta che la consistenza in Italia è di circa
44.000 capi, di cui 11.600 nelle Alpi centro-occidentali, 22.400 nelle Alpi
centro-orientali, 5.400 nell’Appennino settentrionale, 1.500 nell’Appennino
centrale e 2.700 in Sardegna (sottospecie corsicanus).
DOLORES DE FELICE (ON, ANAG - CAI SEM MILANO)
CHIARA SIFFI (ON - CAI CAMPOSAMPIERO)
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DICONO
DI
ME
U
Da sempre, gli uomini sono affascinati dal fatto
che il cervo, ogni primavera, perde o, come si dice,
“getta” i palchi che ornano il suo capo e che questi ricrescano poi da zero, ad incoronare nuovamente il re del bosco. …
… Dopo la caduta dei palchi, il cervo deve pazientare circa 130 giorni, prima di essere nuovamente
pronto ad affrontare prove severe. La diversa durata del giorno e della notte è responsabile del livello di testosterone che, insieme agli altri ormoni,
regola il ciclo di queste “appendici cefaliche”. Immediatamente dopo la rottura della parte basale
della stanga (il “sigillo”) sullo stelo che la sostiene,
un nuovo tessuto s’inarca verso l’alto, sotto il velluto e, dopo un lento inizio, le stanghe crescono in
altezza di 2 cm al giorno, ramificandosi ripetutamente, come prevede lo schema individuale del
palco. …
… (Il palco) Si tratta di un vero e proprio osso, costituito per il 44% da componenti organici e per il
56% da inorganici, principalmente calcio e fosforo.
… Senza dubbio, i palchi sono un’arma utilizzata
nelle battaglie ritualizzate tra rivali. Ma non basta:
aiutano a respingere i nemici e sono strumento
adatto a scuotere le mele da un ramo, aprire balle
di fieno, rimuovere la neve o prendersi cura del
pelo... Fino all’età di 9-10 anni, il peso dei palchi
e la lunghezza delle stanghe aumentano annualmente, mentre il numero delle cime raggiunge il
massimo, per lo più, quando l’animale è a metà del
suo percorso esistenziale.
Da “Animali Selvatici” AA.VV.
I
no sguardo alla struttura fisica del cervo è sufficiente per
capire che ha fatto dei boschi
fitti il suo habitat, più per necessità che per predilezione. Il
capo, portato alto, è ornato da
palchi imponenti: schiena diritta, zampe lunghe e muscolose, soprattutto quelle posteriori, nonché l’ampio torace,
sono prova delle sue doti di corridore, che lo mettono in salvo
in caso di pericolo.
Da “Animali Selvatici” AA.VV.
I
… l cervo maschio è molto più grosso
della femmina e, come tutti gli appartenenti alla famiglia dei cervidi, esibisce un
possente trofeo che in certo senso aumenta ancora di più lo spazio fisico occupato. Ebbene, un cervo adulto, con le
caratteristiche giuste, possiede, difende e
si accoppia con un intero branco di femmine. Il capriolo lo fa in modo più discreto: con una femmina alla volta, ma
con tutte quelle residenti sul suo territorio. …
Giancarlo Ferron “ I segreti del Bosco”
l dramma del cervo: i curiosoni
Il bramito, quest’enorme rutto virile al limite dello scabroso, fa ovulare le cerve e
muovere intere folle. Oramai non passa autunno senza che compaino articoli e reportage televisivi sull’argomento. Ignoto al pubblico fino a qualche anno fa, il bramito del cervo è diventato un’attrazione turistica. È comprensibile: quest’immenso
grido d’amore restituisce alla foresta, nello spazio di un istante, tutta la sua dimensione selvaggia. I luoghi del bramito emanano un odore intenso di muschio e
di selvatico: l’animale si è strofinato contro gli alberi e altri sostegni, ha asperso il
suolo d’urina e di sperma, ha messo in campo tutto il suo arsenale per imprimere
la propria firma. … I maschi valutano la propria forza in base alla potenza della
voce dei rivali, e ciò serve a evitare scontri dolorosi.
… Oggi persone curiose disturbano i cervidi proprio in questo periodo così delicato
della loro riproduzione. Alcuni incoscienti proiettano potenti fasci di luce sugli
animali, e c’è chi arriva persino a lanciare razzi luminosi. Peraltro corrono anch’essi
dei rischi: è meglio non stuzzicare un cervo in calore, che è forte come un cavallo
e armato di solidi palchi di corna. Qualora caricasse, i rapporti di forza non sarebbero a vantaggio dell’uomo.
Marc Giraud “ Il kamasutra delle libellule”
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SABATO
DOMENICA
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GIOVEDI
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MARTEDI
MERCOLEDI
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MARTEDI
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SABATO
DOMENICA
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2010
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118. CAPRIOLO
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Nome scientifico
Capreolus capreolus
(Linnaeus, 1758)
Classe Mammiferi
Ordine Artiodattili
Famiglia Cervidi
Caratteristiche. È un ungulato che vive in Europa ed Asia. In Italia sono presenti
due sottospecie: Capreolus capreolus del Centro Nord e Capreolus capreolus italicus più meridionale, che hanno caratteristiche genetiche differenti dovute a segregazione ambientale e introduzione di individui alloctoni. L’animale ha una forma
elegante ed aggraziata, con palchi corti, in genere a 3 punte per lato negli adulti,
che cadono ogni anno verso novembre e ricrescono subito dopo; la dimensione
dei palchi non è in relazione all’età come nel cervo e nel daino. Il pelo ha un colore
bruno-rosso in estate e grigio-bruno in inverno mentre il muso è grigio. È un cervide di piccole dimensioni, lungo circa 90-130 cm e alto alla spalla 55-77 cm, pesa
10-27 kg. La femmina ha dimensioni simili al maschio. La zona perianale è bianca
(detta “specchio”) ed è a forma di rene nel maschio e a forma di cuore nella femmina. Non presenta coda anche se nella femmina c’è un ciuffo di peli (falsa coda)
che ricopre la vulva. Anche il ventre e la gola sono bianchi. La testa è sottile; con
dis. Michele
Zanetti
profilo fra fronte e naso dritto; le orecchie sono molto grandi e molto mobili; gli
occhi sono grandi con lunghe ciglia. Gli
Ph Stefano D’Alterio
arti sono slanciati, gli zoccoli sono lunghi ed appuntiti (appartiene all’ordine
degli artiodattili, con numero pari di
dita). Si sposta furtivamente con salti
frequenti 7-8 m di lunghezza e 2 di altezza.
Habitat e diffusione. Il suo ambiente
preferito è quello dei boschi aperti con
fitto sottobosco e zone cespugliose,
ma è diffuso anche in pianura (anche
coltivata) dove ci sono boscaglie in cui
nascondersi, in collina, montagna e
presso le zone umide.
Riproduzione. I maschi sono in gran
parte solitari e cominciano alla fine dell’inverno le dispute territoriali. Le femmine vivono spesso riunite in branchi
composti da 3-7 individui, diretti da una
femmina dominante, in cui i rapporti
sociali e gerarchie, sono ben definiti (le
femmine giovani sono dette “sottili”).
A febbraio-maggio vi è una” fase gerarchica” in cui i maschi si sfidano e si contendono il territorio, poi vi è
una “fase territoriale” in cui i maschi lasciano i “fregoni”, strofinamenti dei palchi su rami e arbusti (per togliere il “velluto” e lasciare tracce odorose) e “raspate” di terra con urina. La “fase degli amori“, invece,
va da metà luglio a fine agosto ed il corteggiamento consta in una serie di inseguimenti rituali e “giostre “
del maschio nei confronti delle femmine. Da settembre a gennaio vi e la “fase indifferente”, con gruppi separati e recupero delle energie. La gestazione dura 9 mesi e mezzo: l’embrione, subito dopo la fecondazione
in agosto, interrompe la crescita fino a dicembre-gennaio, quando comincia a svilupparsi (gestazione differita). Verso maggio-giugno le femmine partoriscono 1-2 cerbiatti, dal caratteristico mantello bruno maculato
di bianco, che entro la prima ora compiono i primi passi e rimangono nascosti nella vegetazione nelle prime
settimane di vita, rendendosi così vulnerabili ai predatori (mortalità del 50%). Lo svezzamento dura 3-4 mesi.
In autunno anche i maschi si uniscono ai branchi delle femmine, occupando un posto in fondo alla gerarchia.
maturità sessualeè raggiunta a 14 mesi di età. La longevità è di circa 12-18 anni.
Verso. Il verso è simile ad un rauco abbaiare, quello di allarme è uno stridio acuto. I versi di corteggiamento
sono invece suoni tenui.
Abitudini e alimentazione. Il capriolo è molto schivo, elusivo e diffidente. Ha un olfatto molto sviluppato
e percepisce una persona a 200 m di distanza. È attivo sia di giorno che di notte. Si nutre generalmente al
primo mattino: è un ruminante selettivo di alimenti facilmente digeribili ad alto contenuto energetico, quali:
germogli, gemme, fiori, bacche, frutta, tenere cortecce ed erbe. Per la sua ricerca di piante agricole, germogli
d’albero e gemme di conifere, viene sottoposto a caccia selettiva.
Curiosità. Nuota molto bene!
MILENA MERLO PICH (ON, AE - CAI BOLOGNA)
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119. CINGHIALE
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Nome scientifico
Sus scrofa
(Linnaeus, 1758)
Classe Mammiferi
Ordine Artiodattili
Famiglia Suidi
Caratteristiche. In Italia sono presenti tre sottospecie di cinghiale maremmano (Sus scrofa major), quello
sardo (Sus scrofa meridionalis) e quello Centroeuropeo (Sus scrofa scrofa) il più diffuso. Il cinghiale sardo
sembra, da analisi genetiche recenti, sembra derivi da suini semidomestici importati in tempi antichi nell’isola. Il cinghiale maremmano deriva invece dalla specie continentale che si è adattata all’ambiente mediterraneo. Successivamente sono stati incrociati (“meticciamento”) con esemplari ungheresi a scopo
venatorio, talvolta con maiali domestici. Gli individui autoctoni hanno taglia medio-grande, la lunghezza totale arriva fino a 180 cm, l’altezza al garrese e di 100 cm, il peso corporeo medio si aggira tra gli 80-90 Kg.
La coda è pendula, lunga fino a 40 cm. L’animale ha una forma tozza, con arti possenti e corti e zampe dotate di unghioni con numero pari di dita (ordine degli Artiodattili); due anteriori grossi e due posteriori più corti,
che affondano nel terreno solo se morbido. Il pelo è di colore nero-bruciato ed ha due mantelli; invernale (più
chiaro) ed estivo, con setole più o meno fitte. Ha sulla fronte e sulle spalle una sorta di criniera, che si erge
quando l’animale è impaurito aumentandogli il volume corporeo. I cuccioli presentano il caratteristico mantello striato nero e marrone-chiaro, detto in gergo “pigiama”, che perdono all’età di sei mesi. Il muso è caratteristico per la presenza di un grugno (grifo) robusto (cartilagineo) per rivoltare il terreno in cerca di radici.
L’olfatto è molto sviluppato. I denti canini inferiori o
Ph Mirko Destro
“zanne” sporgono, nel maschio, vistosamente ricurvi
verso l’alto e sono a crescita continua (fino a 30 cm);
i canini superiori, i “coti”, sono più ridotti. Gli occhi
sono piccoli e laterali, le orecchie piccole ed erette.
L’età media è circa 10 anni. Il meticciamento è molto
diffuso ed ha provocato una maggiore prolificità: 2
parti annuali contro 1 delle specie autoctone, 12-14
cuccioli a parto contro i 4-6; maggiori dimensioni e
peso degli ibridi (anche più di 150 kg); quarti posteriori
più imponenti, mentre nei cinghiali italiani sono più
imponenti gli anteriori; coda attorcigliata come i maiali nell’ibrido, mentre è dritta nel puro; orecchie
grandi e ripiegate come i maiali nell’ibrido, mentre nel
puro sono piccole e ritte; le zanne possono essere
più lunghe e sottili che nel puro; nei cuccioli meticci
può essere assente la striatura caratteristica.
Habitat e diffusione. Preferisce i querceti e i faggeti
maturi, ma è molto adattabile e colonizza ogni ambiente a disposizione, tranne aree con scarsa acqua. Tollera bene il freddo, meno il caldo.
Riproduzione. Estro 1-3 volte all’anno. I maschi cercano le femmine e sviluppano una sorta di corazza per
i combattimenti di supremazia, accompagnati da rituali di minacce, spandimenti di urina e raspature di terreno. Il maschio vincitore corteggia la femmina con suoni simili a motori a scoppio e massaggi ripetuti ai fianchi. La gestazione è di 112-115 giorni dopodichè nascono 2-13 piccoli. Lo svezzamento dura 3-4 mesi e la
maturità sessuale viene raggiunta a circa 10-12 mesi.
Verso. Hanno una vasta gamma di suoni: grugniti a varie frequenze; grida e ruggiti, per comunicare l’appartenenza ad un gruppo, disponibilità all’accoppiamento ed al combattimento.
Abitudini e alimentazione. Animale solitamente crepuscolare e notturno, talvolta è visibile di giorno. Durante il giorno trova riparo in punti di riposo e in larghe buche nel terreno, anche imbottite di foglie e riparate, simili a vere tane (i suidi sarebbero gli unici ungulati a farlo). Animale sociale e vive in gruppi di circa
20 femmine adulte con i piccoli, guidate dalla scrofa più anziana. I maschi anziani sono solitari, mentre i giovani si riuniscono in gruppetti. Hanno territori sempre dotati di una pozza d’acqua. Sono noti per la loro aggressività se importunati: il maschio carica a testa bassa, utilizzando le grosse zanne verso l’alto, la femmina
attacca a bocca aperta, azzannando frontalmente.
Abitudine tipica, comune al cervo, è quella dell’”insoglio”, cioè dedicarsi a un bagno di fango necessario per
liberarsi dai parassiti e dallo sporco e per rinfrescarsi nei periodi più caldi. Per togliersi il fango di dosso si
sfregano contro massi e tronchi (querce e abeti rossi). Altra tipica abitudine, segno di riconoscimento evidente è il grufolare, o “arare” il terreno in cerca di cibo. Il cinghiale è tipicamente onnivoro, mangia di tutto:
radici, tuberi, frutti, invertebrati, piccoli mammiferi, carcasse di animali e mammiferi di grandi dimensioni ma
feriti, facilmente predabili in gruppo.
Curiosità. Spesso gli esemplari di uno stesso gruppo praticano il “grooming” (pulizia reciproca tipica dei primati, tra cui gli scimpanzè) lisciandosi a vicenda il pelo dorsale con la lingua o il grugno.
MILENA MERLO PICH (ON, AE - CAI BOLOGNA)
OTTOBRE 2010
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120. DAINO
Nome scientifico
Caratteristiche. Di corporatura intermedia fra il
cervo ed il capriolo, può pesare dai 50 ai 90 Kg, per
una altezza al garrese che va da 80 a 110 cm ed una
lunghezza dai 135 ad oltre 160 cm.
La femmina è di dimensioni più ridotte e pesa da 30
a 50 Kg.
I maschi, oltre a possedere le “corna” (palchi), hanno
un pomo d’Adamo ben sviluppato.
I palchi spuntano a partire dal secondo anno di vita,
hanno forma a pala (nei primi anni hanno forma a
fuso) e sono rivolti all’indietro, con punte divergenti.
Negli individui più anziani può crescere una seconda
pala, rivolta in avanti. I palchi cadono fra la fine di
maggio e l’inizio di giugno, per essere velocemente
sostituiti da un nuovo paio, più grosso e forte: inizialmente i nuovi palchi sono ricoperti dal cosiddetto “velluto” e riccamente vascolarizzati ma col
tempo il velluto si secca ed a partire dal mese di agosto l’animale comincia a strofinarli contro tronchi e
rocce, per liberarli da tale rivestimento ed essere
pronto per i combattimenti nella stagione degli amori.
Il daino assume nel corso dell’anno due mantelli (fa
due “mute”): uno autunno-invernale, di colore tipicamente grigio-brunastro e uno primaverile, brunorossiccio caratterizzato da una striscia nera mediana
dorsale che va dal collo alla coda, ed è un nero più
marcato contornato da bianco cangiante; sono presenti anche macchie bianche su schiena e fianchi
netico), per il quale alcuni animali alla nascita presentano un mantello molto più scuro quasi bruno-nerastro: sempre comunque pomellato, così da essere
definito “nero”. Sono inoltre note varianti “isabelline”, con pomellatura più evidente su sfondo più
chiaro, fino al bianco con iride pigmentato (quindi non
albino).
Habitat e diffusione. Il daino non ha un habitat propriamente definito: si adatta bene ad ambienti anche
molto diversi tra loro. Preferisce aree boschive a latifoglie con radure, o comunque spiazzi aperti e solitamente evita le zone montane con copertura nevosa
persistente e/o abbondante.
La comparsa del daino in Europa risale agli inizi del
Medio Pleistocene, circa 700.000 anni fa: la sua presenza nel continente è testimoniata nei periodi glaciali ed interglaciali. Al termine dell’ultima glaciazione,
la specie si spostò a vivere in Asia Minore ed è stata
introdotta in Italia prima dai Fenici e poi dai Romani
(i primi come animali sacrificali e i secondi per abbellire le ville gentilizie). Già alla fine dell’epoca preistorica cominciò il rapporto con l’uomo, iniziando la
sua diffusione artificiale prima sulle coste del mediterraneo, poi negli interni. Segue un periodo d’estinzione nell’Italia peninsulare (forse perché è un
animale troppo facile da cacciare) mentre si è conservato in Sardegna allo stato selvatico. Sopravvisse
nei boschi di tipo “mediterraneo” dell’Africa settentrionale (la sottospecie
Dama dama dama) e nel vicino oriente (Dama dama
mesopotamica).
Oggi In Italia si è diffuso in
tutti i boschi e le macchie
costiere, spingendosi fino a
quote di 400-500 m.
Riproduzione. Il periodo
degli amori dura tra la metà
di ottobre e l’inizio di novembre, quando i maschi,
generalmente solitari, si uniscono ai gruppi di femmine
e cuccioli, definendo un proprio territorio. I maschi difendono il proprio diritto ad
accoppiarsi con le femmine
da altri pretendenti con veri
e propri duelli a cornate:
spesso smettono addirittura
di alimentarsi, per meglio tenere d’occhio il proprio harem e per rivendicarne il possesso fanno risuonare
frequentemente il proprio bramito. Raramente due
maschi si feriscono durante i combattimenti, i quali
seguono un preciso rituale e la forma appiattita dei
Ph Ugo Scortegagna
(pomellato). È caratteristico il mantello giovanile: marrone scuro pomellato lungo i fianchi, che si mantiene
anche nell’adulto. Esiste anche un mantello di cosiddetta “varietà melanica” (dovuto ad un fattore ge-
Dama dama
(Linnaeus, 1758)
Classe Mammiferi
Ordine Artiodattili
Famiglia Cervidi
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15
V S D L M M G V S D L M M G V
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Ph Michele Zanetti
palchi scongiura danni di grossa
entità.
Verso. Segnale sonoro detto
“bramito”, emesso dai maschi,
meno forte e più breve di quello
del cervo.
Abitudini e alimentazione.
Il daino non è tipicamente diffidente ed in particolare le femmine, che vivono in gruppi anche
piuttosto consistenti assieme ai
cuccioli, si possono facilmente
osservare anche durante il giorno,
risultando scarsamente timorose
dell’uomo. I vecchi maschi, che
conducono vita solitaria ed abitano zone più impervie, sono invece assai prudenti e difficilmente avvicinabili. Prevalentemente si nutre di erba, foglie, germogli, funghi, non disdegnando le
coltivazioni di cereali e leguminose. In autunno mangia anchefrutta selvatica, ghiande e
faggiole. È un ruminante e l’alimentazione avviene durante tutta
9:33
11
Pagina 19
VENERDÌ
S. Teresa del B.G. 6,31
17,58
39 - 274 - 91
la giornata, anche se predilige le
prime ore del mattino e l’ora del
tramonto.
Curiosità. Come molti selvatici,
risente della caccia, dell’inquinamento e del disboscamento. Il
daino viene allevato in cattività e
riprodotto sia per uso culinario,
sia per essere introdotto in natura, sia per essere tenuto come
animale ornamentale da giardino.
Dal punto di vista venatorio il
daino veniva cacciato con il metodo dell’agguato o in grandi battute con l’ausilio dei cani. In
epoca più antica venivano impiegate anche le reti. Attualmente, la
caccia viene esercitata come selezione, nei tempi e con le modalità consentite. L’immagine del
daino rientra nella simbologia
della Massoneria.
SABATO
12
SS. Angeli Custodi 6,32
17,55
39 . 275 - 90
13
S. Gerardo
39 . 276 - 89
DOMENICA
6,34
17,53
ERIKA CARLOTTI
(ONN - CAI MASSA)
16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31
S D L M M G V S D L M M G V S D
OTTOBRE 2010
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OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
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LUNEDÌ
S. Francesco
40. 277 - 88
6,35
17,52
121. MOSCARDINO
9:33
Pagina 20
5
S. Placido
40 . 278 - 87
MARTEDÌ
6,35
17,52
Nome scientifico
Muscardinus avellanarius
(Linnaeus, 1758)
Caratteristiche. Il moscardino è rossiccio, grande
come un topolino delle case ma ha un aspetto più paffuto; gli occhi sono grandi e la coda è interamente coperta di corti peli.
Le sue dimensioni sono: lunghezza del corpo 6-9 cm,
lunghezza della coda 5,5-7,5 cm, peso da 15 a 40 g. Ha
dita munite di cuscinetti planari e coda parzialmente
prensile, adattamenti che gli consentono di aderire su
ogni tipo di substrato. Viene anche chiamato nocciolino.
Habitat e diffusione. La specie è diffusa iu tutta la Penisola, più rara nella Pianura Padana e in zone fortemente antropizzate. È legato a formazioni vegetali
composte da numerose specie legnose prediligendo i
boschi cedui di querce non troppo maturi all’interno dei
quali trova le condizioni ideali dal punto di vista alimentare e abitative. I moscardini possono essere individuati
per la presenza di cerfogli o vegetazione scortecciata, in
inverno va in letargo all’interno di tronchi cavi o in nidi tra
le radici.
Riproduzione. I piccoli, da 2 a 7 per cucciolata, sono
partoriti una o due volte l’anno, dopo circa 23 giorni di
gestazione. Per circa 10 settimane le femmine si occupano dell’allevamento.
Verso. È generalmente silenzioso, ma emette rari squittiti, pigolii, sibili, sbuffi, ecc.
16
MERCOLEDÌ
S. Bruno
40 . 279 - 86
6,37
17,49
Classe Mammiferi
Ordine Roditori
Famiglia Gliridi
Abitudini e alimentazione. Attivo soprattutto di notte,
è molto abile nell’arrampicarsi. Costruisce dei nidi sferici sui cespugli o sugli alberi; nei parchi può utilizzare
anche le cassette nido degli uccellini. La densità della
specie, salvo rare eccezioni, non supera i 5-8 esemplari
adulti per ettaro e dove gli habitat sono frammentati le
popolazioni possono essere anche molto piccole. Consuma volentieri frutti, semi e piccole prede animali,
come gli artropodi.
Curiosità. I resti delle nocciole aperte dal moscardino
sono molto caratteristici, poiché presentano un piccolo
foro che porta i segni dei denti sul margine. Il nome
moscardino deriva dal lieve odore di muschio che
emana. Il moscardino costruisce due tipi di nido: quello
estivo, fatto di foglie, fili d’erba e muschio si trova sui
cespugli e sui rovi; non è sempre facile distinguerlo da
quello del topolino delle risaie, che lo costruisce negli
stessi habitat. Il nido invernale, fatto di muschio, è costruito invece a terra, tra le radici degli alberi. Come già
scritto, utilizza anche nidi artificiali.
Nell’antica Roma i moscardini erano ritenuti una ghiottoneria: si gustavano con una salsa al miele.
DARIO VERNASSA (ON - CAI TORINO)
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15
V S D L M M G V S D L M M G V
17
Ph Davide Berton
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GIOVEDÌ
B.V. del Rosario
40 . 280 - 85
6,40
17,46
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18
Pagina 21
VENERDÌ
S. Pelagia
40 . 281 - 84
6,42
17,44
SABATO
19
S. Dionigi
40 . 282 - 83
110
S. Daniele
40 . 283 - 82
6,43
17,42
DOMENICA
6,45
17,40
16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31
S D L M M G V S D L M M G V S D
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
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8-09-2009
LUNEDÌ
S. Firmino
41 . 284 - 81
6,47
17,38
9:33
12
Pagina 22
MARTEDÌ
S. Serafino
41 . 285 - 80
6,48
17,36
113
MERCOLEDÌ
S. Romolo
41 . 286 - 79
6,50
17,34
Classe Mammiferi
Ordine Insettivori
Famiglia Talpidi
122. TALPA EUROPEA
Nome scientifico
Caratteristiche. Piccolo mammifero lungo circa 15
cm dal corpo compatto con coda e arti brevi. Il corpo
della talpa è una sorta di “macchina” per lo scavo ed
è infatti provvisto di grandi mani con cinque unghie robuste e arrotondate. Il muso è appuntito ed è dotato
di vibrisse, gli occhi sono molto piccoli e i padiglioni
auricolari pressoché inesistenti.
La pelliccia è soffice e di colore
nero, con riflessi blu e grigi.
Habitat e diffusione. La talpa
vive dalla pianura sino ai 2000 m
di altitudine, preferibilmente in
terreni non troppo ricchi di detriti
o radici, o troppo torbosi. In Italia
è diffusa nelle regioni settentrionali e centrali, fino al
Lazio.
Riproduzione. L’accoppiamento avviene in primavera
e, dopo una gestazione di circa un mese, vengono partoriti da tre a cinque piccoli nudi e ciechi, che pesano
meno di 4 g. I piccoli vengono allattati fino a cinque
settimane, dopodiché si allontanano progressivamente dal nido per poi abbandonarlo qualche settimana più tardi. Una talpa vive mediamente tre anni.
Abitudini e alimentazione. La talpa è un animale so-
litario ed estremamente territoriale; essa è particolarmente attiva all’alba, nel primo pomeriggio e al tramonto, alternando periodi di attività e di riposo della
durata di circa quattro ore. Si nutre prevalentemente di
lombrichi, insetti e larve che caccia scavando le sue
gallerie: il consumo giornaliero di cibo di una talpa è
pari alla metà del suo peso corporeo.
Curiosità. La talpa, come è noto,
è un’abilissima scavatrice: le gallerie sono inizialmente poco profonde e si trovano poco al di
sotto della superficie. Via via che
si approfondisce lo scavo (fino a
1 m), l’animale porta in superficie il materiale rimosso
e lo deposita sottoforma di caratteristici mucchietti di
terra. La rete di gallerie può estendersi per decine o
anche centinaia di metri. All’interno di una camera che
si apre sulla galleria principale, la femmina predispone
il nido in cui partorirà i suoi piccoli: esso è costituito
da erba e foglie, ma tuttavia spesso vi compaiono
anche rifiuti umani come pezzi di plastica, carta e tessuto.
SARA BALLABIO (ON - CAI COMO)
Talpa europaea
(Linnaeus, 1758)
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15
V S D L M M G V S D L M M G V
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GIOVEDÌ
S. Callisto I
41 . 287 - 78
6,51
17,32
9:33
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Pagina 23
VENERDÌ
S. Teresa d’Avila
41 . 288 - 77
6,53
17,31
Ph Dario Gasparo
SABATO
116
S. Edvige
41 . 289 - 76
117
S. Ignazio
41 . 290 - 75
6,54
17,29
DOMENICA
6,56
17,27
16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31
S D L M M G V S D L M M G V S D
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
118
8-09-2009
LUNEDÌ
S. Luca Ev.
42 . 291 - 74
6,58
17,26
9:33
19
Pagina 24
MARTEDÌ
S. Isacco Jogues
42 . 292 - 73
6,59
17,24
120
MERCOLEDÌ
S. Maria Bertilla
42 . 293 - 72
7,01
17,22
123. DRIOMIO
Nome scientifico
Caratteristiche. Roditore di medie dimensioni con
lunghezza testa-corpo di 80-130 mm, coda lunga 80130 mm e peso corporeo di 80-95 grammi. Simile al
quercino dal quale si distingue per le orecchie più
corte, la maschera facciale nera che si estende dai
mustacchi alla base delle orecchie, e la coda di colore
uniforme. La colorazione della pelliccia va dal grigiastro-bruno-chiaro al bruno-giallastro con sfumatura
rossiccia, capo più chiaro e grigiastro sul dorso. Ha
parti inferiori del corpo, della coda e piedi biancastri
o fulvo-pallidi.
Habitat e diffusione. Vive nei boschi di latifoglie e
misti del piano montano. Specie schiva ed elusiva, è
estremamente difficile da osservare in natura, caratteristica questa che rende assai incerto lo stabilirne
la presenza. L’areale italiano di questo piccolo roditore è circoscritto alle Alpi orientali e ad alcune zone
dell’Appennino calabrese quali Aspromonte e Pollino,
ove la sua presenza è stata segnalata in tempi piuttosto recenti. Si spinge fino a oltre 2000 m slm.
Riproduzione. Si riproduce in aprile-maggio ed i parti
si verificano da maggio a giugno nel nido estivo. I piccoli sono 3-4 per ogni parto, sono ciechi fino al 21°
giorno e vengono allattati per 4 settimane, diventando indipendenti a 2 mesi. La maturità sessuale
viene raggiunta dopo il primo inverno.
Verso. I versi che effettua sono brontolii, sibili, soffi,
sbuffi, squittii, ecc.
Abitudini e alimentazione. Specie di abitudini notturne e crepuscolari ed in inverno (tra ottobre ed
aprile) trascorre il letargo in nidi costruiti con materiale vegetale.
La dieta risulta strettamente vegetariana e granivora
dopo il letargo, insettivora in estate e basata su frutti
e semi in autunno.
Curiosità. La specie è minacciata dalla distruzione,
alterazione e frammentazione degli ambienti forestali. Specie inserita all’interno del Libro rosso degli
Animali d’Italia (lista rossa), curata dal WWF, come
specie da proteggere. Il driomio è dotato di un udito
molto sviluppato.
Dryomys nitedula
(Pallas, 1779)
Classe Mammiferi
Ordine Roditori
Famiglia Gliridi
UGO SCORTEGAGNA
(ON, AE - CAI MIRANO)
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15
V S D L M M G V S D L M M G V
121
8-09-2009
GIOVEDÌ
S. Orsola
42 . 294 - 71
7,02
17,20
9:33
122
Pagina 25
VENERDÌ
S. Donato
42 . 295 - 70
7,04
17,19
Ph Miloš Andera
SABATO
123
S. Giov. da Capest. 7,05
17,17
42 . 296 - 69
124
S. Antonio M. C.
42 . 297 - 68
DOMENICA
7,06
17,16
16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31
S D L M M G V S D L M M G V S D
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
125
8-09-2009
LUNEDÌ
S. Crispino
43 . 298 - 67
7,08
17,14
9:33
26
Pagina 26
MARTEDÌ
S. Evaristo
43 . 299 - 66
7,09
17,13
127
MERCOLEDÌ
S. Frumenzio
43 . 300 - 65
7,11
17,11
Classe Mammiferi
Ordine Roditori
Famiglia Gliridi
124. QUERCINO
Nome scientifico
Caratteristiche. È il gliride italiano con abitudini
meno arboricole. Il suo habitat d’elezione sono i folti
cespugli, i piccoli alberi o zone rocciose. Il nido viene
costruito tra i cespugli o in cavità del suolo. Nel territorio italiano sono presenti quattro diverse sottospecie. Ha il corpo lungo 10-17 cm, la coda lunga 9
-12,5 cm cilindrica con un pennello apicale bianco e
nero; caratteristica è la maschera nera che attraversa
gli occhi. Il resto della pelliccia è rossiccia superiormente e bianca nella parte inferiore.
Habitat e diffusione. Rispetto agli altri gliridi è più
diffuso nella fascia prealpina in zone rupestri di boschi. Nel territorio nazionale sono presenti quattro diverse sottospecie di quercino, due delle quali (la
sottospecie di Lipari e quella sarda) molto importanti
dal punto di vista della conservazione. Popola i boschi fino ad un’altitudine di 2000 m.
Riproduzione. Avviene una o due volte all’anno; la
femmina dà alla luce da 2 a 6 piccoli che nascono
nudi e ciechi sino all’età di un mese quando vengono
svezzati.
Verso. Squittii, brontolii, soffi, sibili, strilli, ecc.
Abitudini e alimentazione. Il quercino si nutre di
vegetali quali gemme, frutti, noci, bacche e semi,
non disdegnando cibo animale come piccoli rettili,
uova di uccelli, artropodi in genere. In inverno va in letargo in grotte, alberi cavi o sottoterra. È piuttosto rumoroso emettendo fischi, suoni o grugniti simili al
russare.
Curiosità. La specie è inserita dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) nella
categoria VU (vulnerabile), è singolare il fatto che ancora di recente il quercino venisse considerato dannoso e quindi da contenere come specie. Durante il
letargo molti individui dormono insieme, ammucchiati in modo da formare un gomitolo di pelo. Il loro
sonno è più leggero degli altri animali soggetti a letargo invernale e infatti, appena la temperatura si fa
un po’ più tiepida, si svegliano, mangiano una piccola
quantità di cibo accumulato per l’inverno, e ricadono
in letargo appena il freddo torna a farsi sentire. La
pelle della coda, se afferrata da un uomo o da un predatore, si stacca e si sfila come una lunga calza, permettendo al quercino di scappare.
Eliomys quercinus
(Linnaeus, 1766)
DARIO VERNASSA
(ON - CAI TORINO)
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15
V S D L M M G V S D L M M G V
128
8-09-2009
GIOVEDÌ
SS. Simone e Giu. 7,12
17,10
43 . 301 - 64
9:33
129
Pagina 27
VENERDÌ
S. Ermelinda
43 . 302 - 63
7,13
17,08
SABATO
130
S. Germano
43 . 303 - 62
131
S. Quintino
43 . 304 - 61
7,15
17,07
DOMENICA
7,16
17,05
16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31
S D L M M G V S D L M M G V S D
OTTOBRE 2010
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
8-09-2009
9:34
Pagina 28
125. TOPORAGNO ALPINO
Nome scientifico
Caratteristiche. Mammifero di piccola taglia, lungo
generalmente da 6 a 9 cm. Come tutti i toporagni, ha
le cuspidi dentarie di colore rossastro. Le parti superiori del mantello sono di colore grigio-ardesiascuro e sfumano centralmente in un grigio più
chiaro; il contrasto tra parte superiore e inferiore è invece più evidente sulla coda, che
è lunga quasi quanto il corpo: 6,57,5 cm. Le orecchie sporgono
meno dal pelo e sono quindi
meno evidenti rispetto a quelle
delle crocidure.
Habitat e diffusione. I suoi habitat naturale sono i pascoli, le brughiere montane a rododendri e i
margini delle foreste, soprattutto
quelle di conifere. Frequenta
anche piccoli torrenti e ruscelli o, comunque, microclimi freschi. È presente sulle Alpi in una fascia altimetrica che va da 250 sino a 2500 m di quota, con
frequenza maggiore tra i 1000 e i 1500 m. La specie
è assente nella dorsale appenninica.
Riproduzione. La stagione riproduttiva va da aprile
a settembre; la femmina, in questo periodo, può
dare alla luce da due a tre nidiate. La gravidanza dura
da 13 a 20 giorni al termine dei quali la femmina
mette al mondo 6-8 piccoli che aprono gli occhi a
partire dalla seconda settimana di vita e vengono
svezzati attorno alle 3 settimane d’età. Dopo 3-4
mesi viene raggiunta la maturità sessuale.
Verso. Squittii, sibili, ecc.; è meno ciarliero di altri toporagni.
Abitudini e alimentazione. Ha
abitudini principalmente solitarie e
catadrome, ossia è attivo sia di
giorno che di notte: ha un fare
assai svelto e nervoso, si muove in
continuazione fiutando l’aria, arrampicandosi e nuotando. Piccolo
insettivoro, preferisce gli insetti
che vivono in ambienti non eccessivamente secchi. Si ciba di chiocciole, lombrichi, ragni, larve e adulti di insetti.
Curiosità. Il toporagno alpino è il più grande rappresentante del genere Sorex ed è quello dotato di coda
più lunga, carattere utile per il riconoscimento. È una
specie molto agile e la sua coda molto lunga è utilizzata come bilanciere nel corso degli spostamenti.
126. TOPORAGNO COMUNE
Nome scientifico
Caratteristiche. Ha la taglia di un piccolo topo, con
muso allungato e appuntito. Ha orecchie molto piccole, nascoste dalla pelliccia. Il dorso si presenta
marrone-nerastro, mentre il ventre è grigio e sfumato di chiaro, con una banda sfumata di colore intermedio sui fianchi. Le
punte dei denti sono rossobrune e la coda è coperta di
peli corti, in tarda estate e
in autunno, specialmente
negli animali giovani .
La lunghezza varia tra i 5,8
e gli 8,7 centimetri, la coda
può raggiungere i 5,6 centimetri ed il suo peso si aggira tra i 5 e i 16 grammi.
Vive circa un anno e mezzo.
Habitat e diffusione. Vive in luoghi umidi, prati, boschi e siepi. Si trova anche in giardini, paludi e acquitrini. Si trova nell’Italia Nord-orientale e centrale.
Riproduzione. La stagione della riproduzione va da
aprile a settembre; la femmina partorisce, 2 o 3 volte
l’anno, 6-8 piccoli per volta, che vengono allattati per
tre settimane e aprono gli occhi dopo 13-18 giorni.
Classe Mammiferi
Ordine Insettivori
Famiglia Soricidi
Sorex alpinus
(Schinz, 1837)
UGO SCORTEGAGNA (ON, AE - CAI MIRANO)
Sorex araneus
(Linnaeus, 1758)
Classe Mammiferi
Ordine Insettivori
Famiglia Soricidi
Verso. Emette uno squittìo stridente.
Abitudini e alimentazione. È attivo sia di giorno
che di notte; è molto
svelto e agile, può arrampicarsi e sa nuotare bene;
scava gallerie, ma utilizza
anche quelle scavate da
altri animali. Si allontana
raramente dalle zone protette da vegetazione fitta;
spesso costruisce il nido
sul terreno tra le radici
degli alberi. Si nutre di insetti e delle loro larve, di lumache, piccoli invertebrati, a volte anche di sementi.
Curiosità. I piccoli spesso formano una carovana
dietro alla madre, reggendo con la bocca la coda del
fratello che hanno davanti.
ALESSANDRA GREGORIS
(ON - CAI VITTORIO VENETO)
10 Ottobre 2010 ok:Layout 1
8-09-2009
127. CERVO SARDO
9:34
Pagina 29
Nome scientifico
Cervus elaphus corsicanus
(Erxleben, 1777)
Caratteristiche. Le caratteristiche che lo distinguono dalla specie nominale europea sono dovute
essenzialmente all’adattamento all’insularità. Il maschio raggiunge raramente il peso di 130 kg, con una
altezza di un metro, mentre la femmina non supera
i 70-80 kg, con una altezza di 80 cm circa. Il corpo è
elegante, con collo lungo e sottile nelle femmine e
più robusto nei maschi; la testa è di forma triangolare e le orecchie sono molto grandi e dritte. Gli
occhi hanno una espressività quasi umana. Gli arti
sono lunghi ed esili e provvisti di robusti zoccoli. Il
manto, con peli abbastanza lunghi, è bruno-rossiccio in estate, quando si evidenzia anche una stria nerastra dalla testa alla coda, e più scuro in inverno. Le
parti inferiori sono più
chiare ed è caratteristico il
“disco codale”, una zona
bianca nella parte posteriore delle cosce.
I palchi (impropriamente
chiamati “corna”) sono presenti solo negli esemplari
maschili, raggiungono una
lunghezza massima di 70
cm e pesano fino ad un
chilo per asta, con circa 4-6
punte di ramificazione (a differenza di quello europeo
che arriva a palchi di 7 chili,
con 16-24 punte). Sono caduchi e nei primi anni di vita
quando vengono rinnovati,
rispuntano con un ramo in
più.
Habitat e diffusione. Inserita negli anni sessanta nella lista rossa degli animali
in via d’estinzione, la sottospecie del cervo sardo o
corsicano è endemica della Corsica e della Sardegna.
L’origine è da ricercarsi probabilmente nella sua introduzione da parte dell’uomo nella tarda età del
bronzo, epoca a cui risalgono alcuni reperti archeologici tra cui protomi di cervo che ornano navicelle e
spade votive nuragiche. A partire dagli inizi del Novecento, il cervo sardo andò via via estinguendosi,
nonostante dal 1939 una legge ne vietasse la caccia. Il censimento del 2005 ne rileva circa 6 mila
esemplari dislocati tra i tre principali areali naturali
del Sulcis, Sarrabus e Areale di Montevecchio Costa Verde e Monti dell’Iglesiente. Esistono inoltre
alcuni recinti faunistici in altre zone. Il cervo sardo
predilige le fitte foreste di macchia mediterranea alta
e la boscaglia, ma non disdegna gli ambienti sabbiosi, come le dune di Piscinas, patrimonio UNESCO. Evita invece le asperità rocciose.
Classe Mammiferi
Ordine Artiodatili
Famiglia Cervidi
Riproduzione. Vive in piccoli branchi costituiti da
una femmina più anziana e le femmine adulte con il
piccolo dell’anno e quello dell’anno precedente. I
maschi dopo i due anni si allontanano dal branco
delle femmine per unirsi a quello dei maschi dove
vige la gerarchia del più forte, posizione conquistata
a seguito di combattimenti o per la possanza valutata dagli avversari. Il periodo dell’accoppiamento inizia ad agosto e si protrae fino a tutto settembre,
quando i maschi adulti si isolano dal branco portandosi nelle aree di riproduzione marcate, dove si accoppiano con più femmine costituendo dei veri e
propri harem. Caratteristici sono i bramiti amorosi
lanciati e il forte rumore dei palchi che cozzano nei
combattimenti tra maschi.
I cerbiatti nascono solitamente nel mese di maggio. Il piccolo viene allattato per tre-quattro
mesi.
Verso. Bramito lungo e
cupo nel maschio, breve,
simile quasi ad un abbaio
nelle femmine. Il grido di
allarme è una sorta di starnuto.
Abitudini e alimentazione. Il cervo sardo riposa
durante il giorno e va in
cerca di cibo durante la
notte. La sua alimentazione è composta prevalentemente da piante
erbacee, graminacee e leguminose, cardi e rovi. Si nutre inoltre degli arbusti
della macchia mediterranea.
Curiosità. Il cervo sardo possiede un olfatto molto
sviluppato mentre gli occhi hanno un forte astigmatismo che gli impedisce una visione chiara e distinta
e lo rende così più esposto ai predatori.
Nella Foresta Demaniale dei Sette Fratelli, a una
trentina di chilometri da Cagliari, è stato allestito il
Museo del Cervo Sardo, che comprende un centro
visita, una sala espositiva e un’aula didattica in cui si
ripercorre la storia evolutiva di questo animale.
Oltre all’Ente Foreste della Sardegna, alle Università
e al WWF, associazioni e gruppi di volontari sono attivi per la salvaguardia e la tutela di questo splendido
e mansueto animale. Una nota di merito va alla Associazione Elafos che dal 1989 si occupa appunto
dello studio e della salvaguardia del cervo sardo nell’areale suggestivo di Montevecchio-Costa Verde,
con un censimento annuale degli esemplari.
MICHELA GRIMAL (ON - CAI MIRANO)
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