Programma Il Maestro di Musica, Don Chisciotte di G.B.MARTINI

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Giovanni Battista Martini
Il Maestro di Musica
Don Chisciotte
una coproduzione
KALEIDOS / TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
due intermezzi buffi inediti
con i disegni per la scenografia realizzati da
DARIO FO
LAURA POLVERELLI - mezzosoprano
ALDO CAPUTO - tenore
MATTEO BELLI - mimo
Regia
GABRIELE MARCHESINI
ACCADEMIA DEGLI ASTRUSI
FEDERICO FERRI - direttore
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Il lascito di un musicista dei giorni nostri
di Elisabetta Pasquini
«Gran musagete italiano»: con tale appellativo veniva ricordata, ancora in vita, la figura di
padre Giambattista Martini (1706-1784). La fama di colui che agli occhi del mondo poteva
fregiarsi dell’altisonante epiteto di ‘guida delle Muse’ si era costruita nel tempo con l’attività di
musicografo, didatta e compositore, ch’egli esercitava con la consaputa acribia e abnegazione
nel convento bolognese di S. Francesco, ove risiedette per la gran parte della propria vita.
Il miglior biglietto da visita che Martini esibiva agli occhi del mondo erano anzitutto le sue
opere a stampa, musicali e non, che gli garantivano notorietà e apprezzamenti anche oltre le
mura del convento, veri e propri doni propiziatori grazie ai quali rinsaldare i rapporti con
principi e prelati e con l’élite culturale di tutt’Europa.
Del pari, il nome di padre Martini si riverberava anche grazie ai musicisti che a lui si
rivolgevano per apprendere i rudimenti o perfezionarsi in composizione o contrappunto, i
tanti allievi – presumibilmente più di un centinaio – ch’egli seguiva con quella bontà e
generosità di carattere che tutti gli riconoscevano, e che con orgoglio amavano poi fregiarsi
del titolo di suoi discepoli. Accanto ai nomi dei più noti Johann Christian Bach, Wolfgang
Amadé Mozart e Niccolò Jommelli, figurano anche musicisti assai meno celebrati che
giungevano a Bologna da tutt’Europa per svolgere il tirocinio compositivo sotto la guida del
Francescano.
Sopra ogni altra cosa, la figura di padre Martini è oggi cara a studiosi e appassionati di musica
per l’avidità e la bravura con cui seppe raccogliere e custodire un’ingente quantità di cimeli
musicali, gli indispensabili strumenti di ricerca di cui si giovava il dotto storiografo e
bibliografo della musica, in un’epoca in cui le biblioteche pubbliche erano assai poche e i
repertori bibliografici pressoché inesistenti.
Ma non si deve dimenticare che a suoi tempi padre Martini era noto e apprezzato anche e
soprattutto come compositore; fanno parte del suo catalogo numerosissime opere, in gran
parte manoscritte, perlopiù legate al magistero di cappella in S. Francesco (ossia messe,
mottetti, arie, cantate, oratorii, ma anche intermezzi, canoni, canzonette e musica
strumentale).
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BERSAGLIO DI SIMPATIA
ovvero il melodramma per il Padre
di Piero Mioli
Incredibile a dirsi, il maestro del contrappunto e della dottrina musicale fu anche umorista e
anche operista. Operista in età nemmeno troppo giovanile, se le cinque piccole opere conservate
risultano composte all’incirca fra il 1726 e il 1746. Giambattista Martini attese all’Azione teatrale
nel 1726, alla Dirindina nel ’37, all’Impresario delle Canarie nel ’44, al Maestro di musica e al Don
Chisciotte nel ’46; e quasi alla chetichella, a modo suo proprio, alla maniera in fondo giusta di un
frate tanto dotto quanto umile e disponibile, buttò la sua fresca parolina nel grande libro del
melodramma del ’700. Melodramma? opera seria? dramma giocoso? opera buffa? Macché.
Quando decise di dedicarsi al teatro, l’autore di tanta musica sacra e strumentale si divertì a
trafficare con l’intermezzo, la farsetta, la commediola di due o tre voci appena; al certo fine di
mettere alla berlina le convenzioni, le mattane, i vizi, le cosiddette volgarità del popolarissimo
genere. L’avevano fatto un musicista letterato come Benedetto Marcello e un virtuoso del
cembalo come Domenico Scarlatti, l’avrebbero fatto operisti a tempo pieno come Jommelli e
Donizetti, e lo fece anche lui.
Nel Maestro di musica cantano Tamburlano (tenore) e Olimpino (contralto, senza dubbio
maschile), che sono un maestro che ha consegnato armi e bagagli alla nuova scuola del
virtuosismo e un allievo nostalgico dell’espressione all’antica: insomma un vecchio Pistocchi e
un giovane Bernacchi esteticamente e stilisticamente scambiati, protagonisti di una commediola
allora senza dubbio ben profumata di divertita attualità. A illuminar la quale bastino pochi
esempi: nella prima scenetta lo stile del recitativo sarà accompagnato anche per via dei singolari
vocalizzi di Olimpino, che vanno “a battuta” e soprattutto sono assai più cromatici della media; e
l’aria “Qualche arietta balzana” di Tamburlano, brillante Vivace in Sol maggiore, sulla sillaba
tonica della terza parola abbonda di melismi, di ampi e appunto balzani intervalli e infine di
virtuosistiche, meccaniche, parodistiche terzine.
Intonando il Don Chisciotte, Martini escluse la solita coppia di soprano e basso comico, e ancora
richiese (o fu invitato a richiedere) a un tenore e un contralto, anche per rendere Nerina più
scuramente aggressiva e Chisciotte più chiaruccio, debole, vulnerabile. Lo strumentale è
notevole, fin dalle introduzioni e alle code di certi pezzi che s’allungano più del consueto, ma
anche la scrittura del tenore brilla per vaga ornamentazione e quella del contralto per forza, per
pugnacità, per bellicosa energia. La sua aria non canta “Son guerriera”? e non affonda fin da
subito la voce al Sol grave? Sì, e così, oltre alla singolarità della scelta timbrica, spicca nella
partiturina l’eterna voglia di far strame o parodia del povero dramma serio. Dove Padre Martini
non poteva neanche sognarsi la parodia, era solo nell’abuso dell’omoritmia del canto, allora
frequentissimo: questo no, per un contrappuntista del suo calibro era troppo, e nei duetti, pur
non mettendo le voci in chissà quale precipizio di fuga, preferì eventualmente la schiettezza del
dialogo, dell’andamento per botta e risposta. In possibile accordo, chissà, con qualche spiritoso
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confratello capace di cantare da musico (magari alto), da tenore, da basso e certo anche da basso
comico ovvero buffo.
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