Qua do ero è certez a - Accademia di Danza Città di Vercelli

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30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Liceo Musicale G.B. Viotti
Sezione di danza classica
Teatro Civico di Vercelli
Saggio dell’anno scolastico
1978-1979
Presidente
Pietro Magrassi
Direttore
Joseph Robbone
Docente
Pilar Sampietro
Sei anni di attività
1973-1979
In pochi anni la sezione di Danza Classica del Liceo Musicale G.B. Viotti grazie alla valida docente Prof. Pilar Sampietro si è
prepotentemente inserita tra le prestigiose sezioni di canto lirico, di chitarra e di pianoforte che tanta notorietà e consensi
hanno ottenuto in Italia ed all’estero con le partecipazioni a stagioni presso i grandi Enti Autonomi e con le lauree ottenute
in concorsi di musica nazionali ed internazionali.
In poche parole si è passato, in danza, dal dilettantismo al perfezionato studio delle accademiche movenze.
I vari “saggi” che la Signora Sampietro ha presentato a Vercelli ed in provincia hanno vivamente entusiasmato il pubblico per
la perfezione dimostrata da tutte le allieve, dalle giovanissime a quelle dell’ultimo corso.
La Signora Pilar Sampietro, che ha saputo conciliare la grande tradizione spagnola di danza con quella italiana, rinata a
nuova vita per merito del “Maestro dei Maestri” Enrico Cecchetti, non è solo una bella insegnante (cosa importante in una
danzatrice) vibrante ed emotiva, preparatissima e documentata, ma anche una coreografa di alto livello ed ancora l’acuta
disegnatrice dei costumi dei “saggi concerto”.
La “danza” concepita così richiede sacrifici, fatica, una costanza nello studio, una continuità nella preparazione e quindi si
devono accomunare negli elogi e nel plauso le allieve e la Signora Pilar Sampietro che con grande dignità ed intelligenza è
riuscita a far amare la bellissima arte di Tersicore nella nostra città.
Joseph Robbone
Quando
l’effimero è certezza
di Gianni Secondo
Autore di saggi e storico della danza
critico di balletto per il quotidiano La Stampa e Stampa Sera
Prestare vita autentica ad una istituzione
costruita su passi e gesti coercitivi sapientemente correlati con l’autorevolezza
di che è ben conscia di aver operato una
scelta consentanea alle proprie corde è
quando risalta in una personalità come
quella di Pilar Sampietro, fondatrice e
direttrice dell’Accademia di Danza “Città di Vercelli” che evoca, crea, frantuma
e ricompone corpi, spazi, tempi ritmi
scelti per esprimere la mole di emozioni
che urgono nella profondità dell’anima,
pronte ad essere donate ad allieve e partecipate ad un pubblico ammaliato nel
recepirle.
E’ il merito dell’Artista cui si rende oggi
l’omaggio da quando trent’anni or sono
si è identificata con la sua creatura.
Convinta che il teatro non deve essere
soltanto occasione di spettacolo ludico,
ma ricerca del contesto estetico “spaziomateria” in cui i corpi dei ballerini
declinano pose plastiche, morbidi equilibri e immagini composite, Pilar ci ha
svelato che lo spazio deve diventar parola. E nella danza lo spazio non è soltanto
delimitato dalle linee in congiunzione
tra i differenti punti occupati dai danzatori, ma è un tessuto vivo di energie
espresse dai moti armonici dei singoli
interpreti, illustrandolo con un ottima
tecnica che con altera eleganza, conserva
quell’aristocratica compostezza che non
esclude l’ardente empito del cuore.
Polo di attrazione per serietà di studi e
carisma di docenti, l’Accademia ha così
assunto un ruolo strategico nel quale
l’autonomia non è diventata isolamento,
ma efficiente dispositivo culturale in
grado di tessere relazioni sociali e legami artistici con altre istituzioni aventi
analoghe finalità.
La danza è in primo luogo una professione della quale bisogna imparare vocabolario e sintassi, cui si sottomettono da
sempre debuttanti ed étoiles. E’ quindi
danza di scuola prima che di teatro, dove
l’armonia plastica e l’aderenza poetica ai
temi e ruoli trattati non si ottengono che
dopo anni di sofferta esperienza, frutto
di una sistematica pratica di stressante
lavoro. Ma l’arte non è esperimento,
è raggiungimento e non ci sarebbero
quindi étoiles se non ci fossero grandi
maestri.
E’ a loro che spetta lo snervante compito
di insegnare non prodezze ginniche ma il
dominio di quella volontà necessaria per
casellare il virtuosismo dell’estasi amorosa, dei drammatici furori quando non
di erotica o stregonesca seduzione.
Figurazione continuamente aggiornabili
con più rammodernate tecniche e raffinamenti sentimentali.
Nel 1979 fonda l’Accademia di Danza
“Città di Vercelli” che da allora dirige con
amorose cure ma con giusta severità. E’
con lei che volenterose ellieve acquisiscono stile e traslitterazione poetica, e
che i ballerini imparano a rendere vivi
e veritieri i ruoli classici, mitologici, fiabeschi o moderni.
Pilar ha avuto modo di proporre opere
di differenti stili con coreografie distinte
da molteplicità di linguaggi, espressione
di una Scuola sempre fedele a virtuosistica eleganza formale come sensibile al
folklore spontaneo e scintillante privo
di ogni sfrontata volgarità. Floklore che
sotto veste di coreografie spagnole è
sempre stato la più toccante passione di
Pilar, ereditata dalle millenarie carovane
di nomadi gitani. Danza che sembra
monocorde ma non lo è, tragicamente
casta ma che suggerisce la lussuria, ben
caratterizzata al centro di un continente
ma il cui influsso non conosce confini.
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Coreografie di colei che, come ha scritto
Vittoria Doglio, “è venuta dalla Spagna
ad insegnarci che voglia dire coltivare
con passione le tradizioni della propria
terra, farle rivivere e tramandarle attraverso l’insegnamento e il teatro”.
A portare inoltre il loro contributo
coreutico all’Accademia citeremo fra gli
ospiti di prima grandezza Ivette Chauvirè, Galina Ulanova, Ekaterina Maximova, Anna Mascolo, Liliana Cosi, Ileana
Iliescu, Oleg Danovskyi.Molti gli allievi
affermatisi in Italia e all’estero. Ne citeremo uno solo, eccezionale per virtuosismo tecnico e carisma interpretativo:
quel Roberto Bolle scoperto e avviato
da Pilar ai fastigli di massimo “danseur
noble” del mondo interno.
Indotta da uno spirito di iniziativa sempre attento alle evoluzioni di gusti, stili e
ritmi Pilar si dedica ora all’esame dello
stato presente della danza europea che
tuttavia pare a molti mostrare evidenti
segni di decadenza: prevalgono Compagnie indipendenti sorte come reazione al conformismo dei teatri ufficiali,
e singoli danzatori leader non sempre di
apprezzabile talento, ma autenticati da
una certa critica compiacente.
Giunti a conclusione di questo lungo
“excursus” non dobbiamo stupirci che a
conferire alla sala prove dell’Accademia
rarefatta magia e atemporale atmosfera,
quasi a temperare nella penombra di
scrigno museale quella arditezza dinamica e quella conquista dello spazio di
allieve che traducono in metro umano la
divina astrazione della danza, non dobbiamo stupirci che riemerga alla mente
il profilo di Edgar Degas.
Non quello delle tele, ma quello intento a trasferire nei bozzetti e nelle cere
“impressioni” da Argenteuil al “foyer de
la danse”, sostituendo al “plein air” e al
candido tutù abbozzi cerei liberati da
qualsiasi richiamo materico per mettere
a nudo le infinite potenzialità della danzatrice colta nel quotidiano slancio di cui
conserva soltanto la traccia dell’istante.
Anche Pilar ci sa comunicare quel turbamento cosmico che proviamo dinanzi
a quel capolavoro assoluto della scultura
che è la “Petite danseuse de quatorze ans”
di Degas, dal viso che non sai se etrusco,
egizio o oceanico, specchio non di ciò
che si vede ma “come” lo si vede, em-
blema stesso della danza indelebile nella
memoria simile ad un sigillo sacrale.
Accomiatandomi dai miei pensieri e
dalla prestigiosa Accademia che si è fatta
ripetutamente applaudire riproponendo con i migliori allievi il più meraviglioso balletto che sia mai stato creato,
e parafrasando le celeberrime parole
dell’orazione di Antonio dal “Julius Cesar” di Shakespeare lasciate dire a me: “il
mio cuore giace qui con Giselle. Debbo
aspettare che esso torni a me”.
A Pilar
di Giorgio Cattarello
Docente di storia della danza,
consigliere Associazione Museo del Cinema di Torino
Cara Pilar, tu sai la riluttanza nell’espormi
e la quasi gelosa ritrosia per la comunicazione dei ricordi personali più confidenziali
e nostalgici. Ad essi si deve ricorrere per
evocare gli incontri privilegiati sul cammino della vita - nel nostro caso - quelli
più arricchenti nel nome di Melpomene
e Tersicore.
Vorrei cominciare dal poeta Federico
Garcia Lorca: “Il teatro è un sacrificio
d’amore che dura tutta la vita”
EMPIEZA EL LLANTO
Comincia il pianto
DE LA GUITARRA
della chitarra
ES IMPOSIBLE CALLARLA
E’ impossibile farla tacere
ES INUTIL CALLARLA
Piange per cose
LLORA POR COSAS
lontane
LEJANAS
Myriam, Marco e Pilar Sampietro
Perchè Garcia Lorca? Semplicemente perchè nel cuore, nel sentimento e nell’opera
di Pilar avverto valori e riferimenti agli
aspetti della Spagna che amo, cantata dal
poeta andaluso attraverso i due temi fondamentali amore e morte misti alla malinconia, al romanticismo ed alla insolita
ripetuta presenza del “baile”.
LA CARMEN ESTA’ BALLANDO
POR LAS CALLES DE SEVILLA
YVA SONANDO EN EL BAILE
CON GALANES DE OTROS DIAS
Risale a fine 1970 il meraviglioso periodo
del risveglio italiano alla danza e l’amicizia
con Pilar e Marco.
Si dice che molto più del vivere, Cechov
amasse il ricordare, perchè nel ricordo è
innato sempre il segno della malinconia,
persino il piacere della malinconia.
Sfogliando le pubblicazioni concepite per
gli spettacoli-anniversari dell’Accademia,
Serge Lifar, ballerino, coreografo e scrittore russo
vado a ritroso nel tempo, rifletto commosso su fotografie e partecipazioni e mi
lascio andare ad un sapido, sottomesso “io
c’ero”.
1989 “I primi dieci anni”
1999 IN RICORDO DI MARCO - “Antologia” del ventennale
2009 Anniversario di tre decenni
Marco Sampietro si dedicò con intelligente e colto intento alla cura editoriale
di pubblicazioni per studiosi e appassionati
favorendo la conoscenza e la frequentazione al teatro di danze in Italia. Diede alla
stampa dizionari, biografie, volumi di
fotografia e d’arte. Devo alla edizione numerata, tirata su carta a mano (rilegatura
in pelle) de “50 anni di ballo al teatro di
Vercelli”, l’inizio di ricerche bibliofile e
collezionismo. Grazie Marco.
Nel 1977 l’eccezione editoriale fu “El
Arte del Baile Flamenco” di Alfonso Puig
Claramunt, testo fondamentale per la storia spagnola non solo della danza. Pierre
Lartigue al verbo di Gades (editore Albin
Michel) aggiunge: - “Cette danse est une danse si “jonda”
(profonda) qu’il me semble” qu’on la
danse au bal de l’Enfer”. Notre intention n’est pas de retrouver une tradition
perdue mais de comprendre l’évolution
d’une forme vivante.
Si belle soit l’imagerie romantique, il
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
ne convient pas d’enfermer l’art du flamenco parmi les beautés folkloriques du
passé”.
Ciò che vuole e sa dimostrare Pilar Sampietro. Pilar è al centro della scena, ma fra
le quinte il ruolo non meno importante
di organizzatore, amministratore, promotore e allestitore di spettacoli è sostenuto
da Marco.
Marco Sampietro da molti anni non è
più fra noi. E con lui altri personaggi degli “incontri” vercellesi ci hanno lasciato.
Però mi aiutano nel quotidiano e accompagnano il mio tramonto.
Ora, la figlia Myriam è subentrata nelle
responsabilità organizzative e svolge lodevolmente i compiti teatrali. Fa parte del
mondo anonimo o meglio sconosciuto
dei tecnici e del personale di palcoscenico
(al quale più sono affezionato e vicino) e
lo affianca al ruolo di scenografa e costumista, prioritari come artista.
Due riferimenti iniziali. Il maestro Joseph
Robbone ebbe a dire: - “Mi colpì la grinta
di quella giovane ballerina che, prima di
fondare l’Accademia di Danza “Città di
Vercelli” chiamai ad insegnare al Liceo
Musicale...”. Assolutamente d’accordo
per chi frequenta le lezioni di danza o ne
conosce la vitalità, il rigore, la caparbietà
sulla scena sempre alla ricerca della perfezione e dell’ottimo.
Il dottor Enrico De Maria in un articolo
su “La Stampa”:- “Quasi subito mi conquistò la sua professionalità, il suo impegno costante, l’ansia perfezionistica della
sua didattica”.
Mi si proiettano sullo schermo della memoria gli “a’marcord” di danzatori, musicisti, letterati conosciuti dai Sampietro...
per esempio il mitico José de Udaeta al
concerto di nacchere nella Sala Dugentesca (1981) oggi intitolata a Joseph Robbone. L’eco di chitarre e “castagnettes”
che accompagnavano i passi ritmati degli
allievi nelle aule, cadenzati battere di tac-
chi e “cante jondo”: ”tanguillos”, “jota”,
“fandango” tecnicamente dimostrate, sul
palcoscenico del Teatro Civico, agli interpreti, da Pilar, ideatrice ispirata per un
concerto dedicato a Lorca, meriterebbe
integrale riporto dall’introduzione del
critico di danza e musicologa Vittoria
Doglio allo spettacolo “Da Granados a
Garcia Lorca”.
Innumerevoli sono le diramazioni della
danza spagnola, dal folklore della jota aragonese, alla “escuela lbolera” il patrimonio iberico è davvero immenso.
Il lavoro svolto da Pilar Sampietro tende a
restituirci una dimensione il più possibile
completa di questo mondo. Garcia Lorca,
come dice Pablo Neruda, “in questo lungo
minuto di vita” ha mescolato al vissuto di
fantasia rivoluzionaria di sapore surrealista con Luis Buñuel, Rafael Alberti, Sal-
vador Dali, la sua preoccupazione di non
essere identificato esclusivamente con il
folklore gitano.
Oh, Salvador Dali
Canto tu bello esfuerzo de luces catalanas,
Tu amor a lo que tiene explication posible
Canto la serenidad de la mar que te canta
Ecco definita l’innegabile ambivalenza del
verso lorchiano, arduo e immediato, esoterico e popolare.
Avverto analogie emotive liriche in
“Madre acqua” 1° giugno 2009 i cui simboli cavalcano tempi e luoghi fra natura
di terra e di mare in una cornice scenografica evanescente, impalpabile, fatta di
luci e trasparenze mobili da sogno, che
rimanda ad atmosfere Don Chisciottesche.
Omaggio a Federico Garcia Lorca - Ilaria Ottino, Rina Garavelli, Annarita Federico
Gli esordi
di Pilar
Il Lago dei cigni.
La prima folgorazione.
Era un pomeriggio afoso di mezz’estate.
Nell’ora della siesta le strade si svuotavano e il silenzio si faceva irreale. Mamma
e papà riposavano al piano di sopra e io
me ne stavo nel soggiorno ad ascoltare
la radio, con le veneziane accostate per
non far entrare troppo caldo. Avrò avuto
poco più di otto anni, ero troppo piccola
e non mi consentivano di usare il grammofono, se non di nascosto. Così mi divertivo a girare la manopola della radio
fino a cercare quel canale che trasmetteva ininterrottamente musica classica.
Finalmente lo trovai e mi misi seduta sul
tappeto ad ascoltare con gli occhi chiusi quei brani che letteralmente mi rapivano. Penso a quanto sia palpabile quel
ricordo e immagino che quei momenti
mi si siano fissati sulla retina in maniera
indelebile. Respiro perfettamente quell’atmosfera, un’essenza che sa di profumo della mia infanzia, sfioro con le mani
il tessuto dei divani e il profilo dei soprammobili. In uno di quei pomeriggi a
Saragozza, seduta su quel tappeto, accade qualcosa d’incredibile. La radio iniziò
a trasmettere un passo a due tratto dal
secondo atto del Lago dei cigni di Ciajkovskij e dentro di me scattò qualcosa. Rimasi come paralizzata, poi fui pervasa
da un’onda d’energia, scattai in piedi e
pensai: “La danza è il mio mondo: è qui
che voglio stare!”. Qualche giorno dopo
racimolai i pochi spicci che ero riuscita
a mettere da parte e corsi a comprare
il disco. Lo volevo, non aspettai che me
lo regalassero. Il primo approccio alla
danza fu per gioco. Con le compagne di
classe ci trovavamo spesso a mettere in
scena piccoli spettacoli. Chiedevo a mia
mamma Mercedes di tenere da parte
scampoli di tessuti per farli diventare i
nostri costumi: le espadrillas, con la spessa suola di corda, diventavano facilmente
le nostre scarpe da punta. Quanto ci siamo divertite improvvisando balletti e coreografie sul Bolero di Ravel e sulla Danza
delle ore di Ponchielli! Il divertimento si
trasformò presto in vera e propria passione e mia mamma, donna raffinata e
colta, capì subito che il mio amore per
la danza non era qualcosa di estemporaneo o di superficiale, ma un sentimento
viscerale che non potevo reprime ma,
al contrario, esprimere e far maturare.
Così decise di portarmi all’unica scuola
di danza di Saragozza, quella fondata e
diretta dalla mia prima maestra: Maria
De Ávila.
Quando il destino entra in scena.
Credo di essere stata davvero fortunata. A Saragozza c’era una sola scuola di
danza, quella di Maria, considerata una
migliori ballerine di danza classica del
XX secolo, che sposò un ingegnere aragonese e si trasferì nella mia città dopo
essersi formata a Barcellona: all’epoca
la capitale della Catalunya era il fulcro
dell’intellighenzia e del gotha culturale
ed economico della Spagna, molto più
di Madrid, centro di potere di Franco.
L’esplosione intellettuale era così dirompente che nemmeno la mano feroce
del caudillo riuscì a reprimere: ed è da
Barcellona che subito dopo la fine della
seconda guerra mondiale i grandi artisti
dell’epoca transitarono, facendone un
centro culturale di primissimo piano.
In questo fermento artistico si forma la
personalità della mia maestra, futura direttrice del Balletto Nazionale Spagnolo, che conobbe gli eredi della grande
tradizione dei Ballets Russes, la grande
Diaghilev, “tiene alta la fiamma del clascompagnia di balletto fondata nel 1909
sicismo”. Maria coltivò la sua forma mendall’impresario russo Serge Diaghilev. I
tis nel solco di questa grande tradizione e
Ballets Russes non sono soltanto la più
fu al Gran Teatro del Liceu che apprese il
influente compagnia di danza del XX
“metodo cecchettiano”. Quando chiesesecolo, ma un vero e proprio movimenro a Stravinski da chi avesse appresso di
to culturale che rivoluzionò il modo di
più sulla tecnica della danza lui rispose:
concepire la danza inglobando i miglio“Dal maestro Cecchetti, decano del Balri artisti in tutti i campi. “Diaghilev era
letto e autorità suprema per ogni passo
in immenso innovatore, un ricercatore
di danza di ogni balletto che allestì. Tutta
strenuo di ogni nuova dimensione verso
la compagnia, da Nijinsky ai novellini,
la quale indirizzare l’antichissima arte
lo veneravano. Era proprio del suo acdella danza - scrisse Luigi Rossi nel Dicademismo che Diagilev aveva bisogno.
zionario del balletto pubblicato da Edizioni
Egli fu la ‘coscienza della danza’ della
della danza – Forse mai come
compagnia”. Cecchetti era un
nella sua splendida ventennaartista straordinario e quando
le stagione si realizzò l’eterno
Diagilev “nel 1909 fondò la
sogno del teatro totale, luogo Partii perVarsavia con trenta compagnia dei Ballets Rusideale di convegno alla pari paia di nacchere in valigia. ses lo scritturò come maître
con tutte le arti: dalla musica
de ballet, su indicazione dei
(Stravinski, Prokofiev, De Falmaggiori ballerini dell’epola, Ravel e Debussy) alla pitca”, ricorda Luigi Rossi. Tuttura (Picasso, Matisse, Derain, Leger),
te le più grandi personalità del balletto
dalla letteratura (Cocteau) alla danza
del ‘900 furono suoi allievi o lavorarono
naturalmente”. Nella compagnia concon lui: Anna Pavlova, Tamara Karsavina,
fluirono i migliori ballerini del Teatro
George Balanchine, Ninette De Valoise,
Bolshoi di Mosca e del Teatro Mariinskij
Olga Koklova – la compagna di Picasso –
di San Pietroburgo e le coreografie furola Spessivtseva e ancora Bianca Gallizia.
no affidate prima a Michel Fokine, poi a
Ma l’elenco sarebbe molto più lungo,
Vaclav Nijinskij e molti anni dopo anche
come dimostrano le testimonianze raca George Balanchine, ultimo coreogracolte nella biografia di Cecchetti, scritta
fo dei Balletti Russi: l’incontro di questi
sempre da Luigi Rossi per Edizioni della
grandi coreografi con personalità del caDanza . “Come ballerino non impressiolibro di Serge Lifar, Anna Pavlova e Léonava solo per le sue sbalorditive capacità
nide Massine diedero vita ad una forma
tecniche, bensì anche per le sue splendidi balletto più complesso di quanto non
de doti interpretative e per quel fenomesi fosse visto fino a quel momento, dove
nale quid delle sue attuazioni” scrisse Auelementi di grande spettacolo erano il
relio M. Milloss nel saggio introduttivo
frutto dell’incontro del tecnicismo e delalla biografia edita a Vercelli nel giugno
l’arte russa con quella del genio francese
del 1978. Un genio tanto grande non
e spagnolo, oltre che con quello italiano,
poté sfuggire all’occhio attento di Artuincarnato dal grande Enrico Cecchetti,
ro Toscanini, che nel 1925 lo chiamò a
primo ballerino del Teatro Mariinskij e
dirigere la Scuola di danza del Teatro alla
insegnante della Scuola Imperiale di San
Scala, benché fosse già vecchio e malato.
Pietroburgo, nonché membro dei BalLa mia fortuna è stata dunque quella di
lets Russes fino al 1918 che, come disse
trovarmi sulla scia di questi grandi nomi.
José de Udaeta, concertista di nacchere di fama
mondiale. Ha suonato, tra gli altri, con Herbert von
Karajan e con Montserrat Caballé al Coven Garden.
Le mie radici affondano proprio nel metodo cecchettiano.
Bella addormentata.
La folgorazione definitiva.
Fin dalle prime lezioni mi sembrava di
aver già studiato quei passi e la maniera
naturale e istintiva con cui ballavo faceva
pensare che io avessi già frequentato una
scuola di danza. Proprio queste mie caratteristiche mi permisero di bruciare le
tappe, cementando le mie basi sulla dan-
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
za classica italiana e francese. Fui scelta
studiammo assieme per molti anni, fino a
per un corso speciale istituito per gli alquando a 14 anni fu mandato assieme ad
lievi più dotati assieme a Lola De Ávila,
un’altra nostra compagna di corso, Carla figlia di Maria, attuale coreografa del
men Roche - che sarebbe poi diventata
San Francisco Ballet, Ana Laguna – anni
sua moglie - a perfezionarsi con Antonio
dopo una delle ballerine preferite da MiRuiz Soler, conosciuto in tutto il monchail Baryšnikov - che si trasferì al Culdo come “Antonio el bailarìn”: direttore
lberg Ballet di Stoccolma, dove conobdel Balet Nacional de España e fondatore
be e poi sposò Mats Ek, figlio di Birgit
della compagnia Antonio y Rosario, già
Cullberg, pioniera della danza Svedese.
negli anni ’50 era considerato il biglietto
E poi Victor Ullate, futuro primo balleda visita della danza spagnola grazie alle
rino del Ballet du XXème Siècle di Mausue acclamate esibizioni nei più imporrice Béjart, che lo considerava uno dei
tante teatri del mondo. Quando tornasuoi ballerini più completi. Mi piaceva
rono a Saragozza fummo sommersi dai
tutto di quei corsi, adoravo
loro racconti: leggevo nei loro
Intuii che l’insegnamento
persino gli esercizi alla sbarocchi lo stupore e la felicità
mi
attraeva
e
mi
dedicai
allo
ra, che ho sempre consideper aver ballato a stretto constudio di altri ambiti culturali,
rato un metodo intelligente
tatto con una figura leggenche pensavo sarebbero stati
di apprendimento, grado per
daria della danza spagnola. Il
indispensabili per il mio
futuro di coreografa e di
grado, verso tecniche sempre
passo successivo fu quello di
maestra
più complesse. Ero come una
frequentare l’École de Danspugna pronta ad assorbire
se de l’Opéra di Parigi dove
anche il più piccolo dei suggerimenti.
fui presa per un corso estivo intensivo.
Poi un giorno mia mamma mi portò a
Mio padre, il serissimo ingegnere CarBarcellona a vedere Bella addormentata”:
lo Baratto (nato e cresciuto a Vercelli,
era il primo balletto della mia vita, mesex giocatore della Pro Vercelli, console
so in scena dall’International Ballet della
onorario italiano a Saragozza) in un pricompagnia del Marquis de Cuevas. Avemo momento non era molto convinto
vo quindici anni. Uscii dal teatro e penma capì presto quale grande opportunità
sai: “Oggi ho capito che dedicherò la mia
sarebbe stata per me. E così partii per
vita alla danza!”.
Parigi dove vissi per tre mesi e frequenNel segno dell’amore per la danza.
tai un corso di perfezionamento che
Dai sacrifici all’Opéra di Parigi.
consolidò la mia preparazione. Quando
Ho accennato a Victor Ullate, mio comtornai in Spagna decisi di approfondire
pagno di corso. Veniva da una famiglia
la classica spagnola, la cosiddetta escuela
poverissima, sua padre era un falegname.
bolera, che unisce la tecnica della danza
Una peculiarità della scuola era proprio
sulle punte con l’utilizzo delle nacchere.
quella di essere aperta non solo ai bamMi trasferii in Andalusia dove studiai coi
bini della famiglie borghesi dell’epoca,
maestri Mercedes y Albano, Eloy Perima anche a quelle più povere: ed è su
cet, Flora Albaicin e il grandissimo José
questa scia che ho sempre privilegiato
de Udaeta, un virtuoso delle nacchere
più la predisposizione artistica che lo
che m’insegnò tutti i segreti per manegstatus sociale e quando nel 1979 fondai
giare ed esaltare questo strumento solo
l’Accademia, offrì sempre borse di stuapparentemente semplice, ma in realtà
dio agli studenti più meritevoli ma ecocomplesso ed affascinante.
nomicamente svantaggiati. Con Victor
L’arrivo in Italia. Dante Alighieri. Fu
lui il mio “traghettatore” in Italia. Nel
1964 vinsi una borsa di studio intitolata
al sommo poeta e venni a studiare all’Università per gli stranieri di Gargnano sul Garda. Chi lo avrebbe mai detto
che non avrei mai più lasciato il “bel
paese”? Fu sul lungolago che conobbi
Marco Sampietro, un giovane vercellese,
che si era appena diplomato al Centro
sperimentale di cinematografia di Roma
come direttore delle luci. Mi bastarono
pochi mesi per decidermi: nel 1965 decisi di sposare Marco, figlio del deputato
socialista Giovanni Sampietro, Direttore
della Stazione Sperimentale di Risicoltura. Il matrimonio fu per me un momento molto speciale perché era il coronamento di un incontro sentimentale ma
anche intellettuale e cerebrale. Nei primi anni a Vercelli continuai ad allenarmi
da sola, non passava giorno senza che mi
esercitassi. Intuii che l’insegnamento mi
attraeva e mi dedicai allo studio di altri
ambiti culturali, che pensavo sarebbero
stati indispensabili per il mio futuro di
coreografa e di maestra. Fu in quel periodo, epoca del massimo fulgore del
design italiano, che m’iscrissi all’Accademia delle Arti Applicate di Milano: tre
anni molto intensi durante i quali studiai
architettura, storia dell’arte, viaggiai e
incontrai personaggi come Giò Ponti e
Gae Aulenti. Grazie a Marco conobbi poi
Tito Varisco, grande architetto e direttore del Laboratorio di scenografia del
Teatro alla Scala, che potei frequentare
come auditrice. Io la definisco “inquietudine culturale”: è quella mi ha da sempre spinto ad accumulare conoscenze,
informazioni, letture. Scherzando dico
sempre di aver fatto un Dams ante litteram, toccando tutte le arti che ritenevo
mi sarebbero state utili per il mio lavoro
di insegnante e coreografa. Col senno di
poi credo di non aver sbagliato.
Diario di
viaggio
Bucarest. 1975.
Un’esperienza trascendentale.
“I viaggi danno una grande apertura
mentale: si esce dal cerchio dei pregiudizi del proprio Paese e non si è disposti
a farsi carico di quelli stranieri”. E’ una
frase di Montesquieu che mi è sempre
piaciuta. Per me viaggiare significò soprattutto poter visitare quei paesi dove
veniva utilizzato il cosiddetto “metodo
sovietico” della danza classica. Appresi il
più possibile e applicai tutti quei concetti
sin dai primi anni d’insegnamento in Accademia. Il primo viaggio fu a Bucarest.
Stavo all’Athena Palace Hotel, l’unico
albergo dove poteva soggiornare un turista occidentale. Era un edificio imponente, tutto marmi scuri, luci soffuse e
moquette. Non rimasi sorpresa dalla cupezza del posto, perché alcuni mesi prima con Marco eravamo stati in vacanza
sul Mar Nero, invitati della prima ballerina dell’Opera di Bucarest, Ileana Iliescu. Anche in quel caso soggiornammo
in uno degli alberghi considerati tra i migliori della zona, a Costanza, e ci ritrovammo a dormire nella suite solitamente
riservata al dittatore Nicolae Ceaucescu.
Tende rosse, mobili e pareti di mogano
scuro. L’unica tonalità chiara era quella
dei mazzi di gladioli bianchi appoggiati
sui due comodini. Ricordo uno sguardo
di complicità con mio marito. Entrambi
avevamo ben impressa la mitica camminata di Rudolf Nureyev all’inizio del secondo atto di Giselle, entrata nella storia
della danza: quando si apre il sipario, c’è
la famosa scena dell’attraversamento di
Albrecht che Nureyev - avvolto in un
ampio mantello nero e con questo mazzo
di gladioli bianchi appoggiato sul braccio
sinistro che porta sulla tomba di Giselle - ha reso memorabile. Marco conobbe Ileana Iliescu a Pavia, quando venne
con la compagnia del Teatro dell’Opera
di Bucarest a ballare al Teatro Fraschini.
Nacque così un’amicizia che dura ancora
oggi, nonostante la lontananza. Autoritarismo sfrenato, repressione e povertà.
La Romania viveva una delle sue stagioni
peggiori eppure i romeni erano generosissimi e mi accolsero con grande calore. Ileana fu il tramite che mi permise
di vivere un’esperienza trascendentale.
La danza era considerata una delle perle più preziose delle arti, un pezzo fon-
dante della cultura di quel paese, tenuta
in grandissima considerazione dall’élite
intellettuale. La Scuola di Coreografia
di Bucarest era un tempio dell’insegnamento della danza classica. Ciò che respirai immediatamente furono l’ordine
e la disciplina. Alinta Vretos, la direttrice
della scuola, aveva una figura asciutta e
severa. Poche parole, sguardo diretto e
penetrante. Capii subito che doveva essere un’insegnante di quelle che raramente s’incontrano. Un talento da cui
assorbire tecniche e approcci. Ne ebbi
la conferma durante una lezione: ad un
certo punto lei si allontanò dall’aula a
metà di un lungo esercizio sulle punte,
facendo cenno al pianista di non smettere di suonare. Le sue alunne continuarono l’esecuzione impeccabilmente,
senza dire una parola e senza distrazioni,
eseguendo complicate traiettorie geometriche multiple in svariate direzioni.
La Vretos rientrò in aula pochi secondi
prima della conclusione dell’esercizio
che le alunne finirono come se lei non
si fosse mai allontanata. In quelle settimane ebbi modo di relazionarmi con insegnanti e maestri che più volte all’anno
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Un caro pensiero è quello che rivolgo
a te, cara Pilar, collega e amica.
Ci siamo conosciute tanti anni fa, nel
1975, quando venni a Vercelli nella
tua scuola di danza, era ancora il Liceo Musicale, per uno stage di danza.
Pochi mesi dopo t’invitai all’Opera
di Bucarest per tenere alcune preziose
dimostrazioni di danza spagnola, oltre che per assistere alle prove e agli
spettacoli della nostra Compagnia di
danza. Quanta meraviglia ripensando
a quella piccola scuola di danza che
nel tempo è diventata una grande ed
importante Accademia. Meravigliosa è
anche la tua fama di grande maestra
e coreografa, i cui importanti successi
sono conosciuti a livello internazionale. Sono davvero felice di aver conosciuto una donna stupenda come te e
soprattutto una cara amica.
Ileana Iliescu
andavano a Mosca per frequentare stage
e corsi intensivi: fu lì che appresi le ultime tendenze della metodologia e le nuove tecniche applicate al balletto, metodi
che ebbi poi modo di riproporre quando
tornai a Vercelli. Anka, una giovane appena rientrata dalla Russia mi tradusse
in francese il metodo Tarassoff, applicato
alla scuola di danza del Teatro Bolshoi di
Mosca, il più innovativo ed importante
strumento pedagogico, al quale io ebbi
la fortuna di attingere in presa diretta.
A molte lezioni partecipai come alunna
ma ci fu anche l’occasione per un do ut
des quando un coreografo della compagnia, Markus, mi chiese di insegnare al
corpo di ballo la gestualità delle danze
spagnole, perché desiderava che la versione di Don Quisciotte che stava montando fosse quanto più fedele possibile
all’ispirazione ispanica di quell’opera.
Furono giornate molto intense e mi
restava poco tempo per altro. Ma con
Ileana Iliescu frequentai spesso il Teatro
dell’Opera, dove ebbi modo di vedere
balletti e opere liriche. Le étoiles quando non si esibivano assistevano con entusiasmo alle esibizioni e agli spettacoli
delle colleghe: fu proprio in quelle sere
quando gli anta gli aveva superati da un
che conobbi Cristina Hamel, una prima
bel pezzo. La conobbi in Spagna grazie
ballerina molto conosciuta, che mi inviad uno dei miei maestri, il grande balletò spesso a casa sua, così come fecero alrino e concertista José de Udaeta, il “re
tri esponenti dell’alta borghesia rumena,
delle nacchere”: molti Vercellesi ricoroccasioni per incontrare artisti, intelletdano ancora il magnifico concerto che
tuali di spicco. Feci una full immersion
tenne al Dugentesco, grazie alla volonnei balletti e nelle opere più importanti
tà e allo straordinario intuito di Joseph
e di repertorio. Il ricordo più indelebile
Robbone. Frequentai i corsi della scuola
è però legato alla prima del
del balletto classico di Cuba.
Rigoletto. Avevo già visto alUn privilegio che mi permise
Appresi le ultime tendenze
tre volte l’opera di Verdi, ma della metodologia e le nuove di seguire tutti gli otto livelli
quella sera era come se avver- tecniche applicate al balletto, di corso. L’essere madrelintissi delle vibrazioni diverse. metodi che ebbi poi modo di gua spagnola mi permetteva
riproporre quando tornai a
Certo, fu un caso o forse una
di avere un rapporto diretto
Vercelli
simpatica coincidenza, ma
e molto intenso con gli insequattro anni dopo a Vercelli,
gnanti che mi spiegarono tutnel 1979, avrei firmato la prima coreoti i dettagli del loro metodo pedagogico.
grafia per un’opera lirica al Civico di
Costatai de visu le origini “cecchettiane”
Vercelli. Quella del Rigoletto.
di Alicia Alonso, di cui lei stessa mi aveva parlato qualche anno prima a Milano,
L’Avana. Habana. 1978.
dove si trovava per dirigere la rappresenEl alma Cubana.
tazione della Bella addormentata al Teatro
A Cuba in quegli anni una stella della
alla Scala. Mi svelò che quando era giovadanza brillava su tutte. Quella di Alicia
ne ebbe modo di frequentare gli Studios
Alonso, direttrice del Ballet Nacional de
a New York e prendere lezioni proprio
Cuba, splendida étoile che, benché quasi
da Cecchetti, dal quale imparò la brillancompletamente cieca, ha ballato anche
te tecnica della batterie, un incrocio ve-
loce dei piedi nei salti, una caratteristica
peculiare della “scuola italiana”.
La bellezza del centro storico, i palazzi
coloniali spagnoli, la vegetazione lussureggiante: come posso scordare il Casco
Viejo, con la cinta d’acqua e le cascate
naturali dove sguazzavano indisturbati
intere famiglie di coccodrilli? O i monumentali manifesti di Che Guevara
che campeggiavano ad ogni angolo della città? Una volta mi aggregai ad Alfio
Agostini, fondatore e direttore di Balletto Oggi, per andare in gita al Varadero:
eravamo eccitatissimi all’idea di vedere
per assistere a Giselle, interpretata dalla
Alonso vidi per la prima volta il “líder
máximo” che ebbi poi modo di incontrare altre due volte. A proposito di Castro.
Ognuno fa le valutazioni politiche che
ritiene, ma va sottolineata la grande valorizzazione del balletto che è stata compiuta a Cuba. L’istruzione era un valore
sociale da promuovere, tanto che in ogni
quartiere c’era una casa de la cultura e
Castro teneva in grande considerazione
il balletto tanto da incaricare la Alonso,
certamente una delle più grandi ballerine del secolo scorso, di promuovere lo
studio e la passione per la danza classica.
E fu proprio la passione per la danza a
lasciarmi sbalordita quando una domenica, passeggiando in un parco della città,
vidi una folla di persone accalcarsi vicino
la più famosa spiaggia di Cuba. Peccato
ad un’orchestra. Mi feci largo e rimasi
che a metà strada fummo investiti da una
senza parole quando mi trovai davanti
pioggia tropicale che allagò letteralmenad una delle prime ballerine del Balletto
te la carreggiata e ci costrinse a tornare
Nazionale che eseguiva un balletto aca L’Avana.
compagnata da alcuni orchestrali: con
Le giornate erano scandite da ritmi e
le sue scarpette da punta, senza alcuna
orari inflessibili. La mattina
protezione su una piattaforentravo prestissimo in acma di cemento e sotto il sole
cademia e ci restavo fino al
cocente, eseguiva alcune vaNel mio soggiorno a Cuba
tardo pomeriggio. Giusto il ebbi modo di scoprire i segreti
riazioni come se fosse la cosa
tempo per un cambio d’abito per arrivare alla loro tecnica
più naturale del mondo. Il
straordinaria
e correvo a teatro: oltre che
pubblico emozionato assisteper studiare avevo scelto di
va a quell’esibizione che mi
andare a Cuba anche per asfece capire in quale grande
sistere al Festival della danza, una maniconsiderazione era tenuto il ballo, un
festazione che aveva richiamato sull’isola
moderno panem et circenses che conteneva
tanti appassionati ballettofili da tutto il
un grande messaggio sociale. Oltre alla
mondo. Alicia Alonso, che Fidel Castro
passione c’erano però bravura e talento
aveva nominato Ministro della cultura,
a fare la differenza: nel mio soggiorno a
era riuscita ad organizzare un evento
Cuba ebbi modo di scoprire i segreti per
davvero unico, con compagnie provearrivare alla loro tecnica straordinaria,
nienti dai teatri più prestigiosi e i baldiventando ballerini di livello eccezionalerini più affermati, come Anna Razzi,
le, innovatori e al tempo stesso esecutori
prima ballerina della Scala, che Marco
fedeli del repertorio classico-romantico
Pierin mise in scena un Daphnis et Chloé
con Giselle, Les Silphides e il celebre Pas
da trionfo.
des Quatre, un divertissement coreograUna sera ero al Teatro García Lorca
fico creato nel 1845 per le quattro bal-
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Accademia di Danza Teatro Civico diVercelli, Giselle 1984
Accademia di Danza Teatro Civico diVercelli, Meditation di Jules Massenet 1978
Elisa Mazzoli e Luca Panella
Accademia di Danza Teatro Civico diVercelli, saggio
lerine antagoniste di allora, cioè Maria
Taglioni, Carlotta Grisi, Fanny Cerrito e
Lucille Grahn.
Glowacka, direttrice della Scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Varsavia, a tenere un corso di danza spagnola e tecnica delle nacchere. Conobbi Isabella negli
Varsavia. 1986.
anni in cui entrambe insegnavamo alla
Trenta paia di nacchere in valigia.
Scuola di ballo del Teatro alla Scala e nacDal caldo di Cuba alle temperature deque un’amicizia che proseguì nel tempo.
cisamente meno miti di Varsavia. RicorAccettai molto volentieri il suo invito,
do il freddo intenso di quel dicembre,
partendo per Varsavia con trenta paia di
con la neve che cadeva tutti i
nacchere in valigia. Isabella
giorni imbiancando l’eleganteneva dei corsi maschili ed
er me viaggiare signific
te centro storico di Varsavia, soprattutto poter visitare quei io stessa avevo (e avrei avuricostruito coi capitali dei paesi dove veniva utilizzato il to) talentuosi allievi maschi.
ricchi ebrei polacchi fuggiti a cosiddetto “metodo sovietico” Impartii il mio insegnamento
della danza classica.
New York prima dello scemagli alunni del sesto, settimo
pio nazista. Quasi dieci anni
e ottavo livello e concludemdopo, quando a Vercelli l’Accademia di
mo i corsi con uno spettacolo-dimostraDanza era una realtà rodata e mieteva
zione nel teatro della scuola. Ricordo
premi e successi, fui invitata da Isabella
il calore e la carica di quelle ragazze e
di quei ragazzi che mi avevano accolto
come una di famiglia ed erano rapiti dai
ritmi del flamenco. Nello spettacolo finale si esibì una giovane danzatrice indiana e ritrovai ancora una volta nell’ondeggiamento delle anche, nell’utilizzo
delle mani e ancora nella percussione
coi piedi nudi in terra i segni più evidenti
dell’influenza che la grande madre, cioè la
danza indù aveva avuto sul flamenco attraverso il secolare flusso migratorio dal
Medio Oriente fino al sud della Penisola
Iberica. Insegnare a Varsavia fu una delle
esperienze più belle e significative della mia carriera. Ho negli occhi il clima
di grande austerity e al tempo stesso la
grande speranza che covava nei Polacchi,
quella legata al trionfo di Solidarnosc,
che avvenne appena tre anni più tardi.
iniziavo, ancora allieva, a ballare nel corpo
di ballo, vidi addirittura Loenide Massine in
coppia con Mariemma ne Il cappello a tre
punte coreografie dello stesso Massine, musiche di e alla, scene e costumi di icasso .
Antonio Gades rimont per me ed un solista
dell’ pera di oma, Giancarlo antaggio, il
delizioso pas de deu nsue o di urina.
Ecco perché, quando presi la direzione della
Scuola di Ballo del Teatro San Carlo, pensai
subito ad inserire tra le altre materie la danza spagnola con lo studio delle nacchere. Così
invitai a tenere il corso Pilar: per aiutare gli
allievi nel portamento nobile e la musicalit .
Così, dal
al
, nello spettacolo di
fine anno scolastico u inserito sempre un brano di danza spagnola coreografato da Pilar,
di cui i titoli: Jaleo di jerez, Jota Aragonese,
Farruca (dal tricorno di De Falla), Fandango,
anze dell’Andalusia, Capriccio pagnolo.
i saluto ilar, con l’a etto e la stima di sempre”
Anna Razzi
questi arricchenti “scambi culturali” sia
nel corso dei miei viaggi sia quando, alla
fine degli anni ’70 fui chiamata da Anna
Maria Prina alla Scuola di ballo del
Teatro alla Scala, che diresse dal 1974
al 2006. Per me fu una grande soddisfazione perché potevo entrare nel tempio
della musica e della lirica e tenere i miei
corsi nella sala intitolata ad Enrico Cecchetti, molto particolare perché aveva la
stessa pendenza del palcoscenico.
Ho sempre pensato che fosse utile ed interessante portare a Vercelli personalità
di quel calibro, non solo per dare prestigio all’Accademia, ma anche per far entrare gli alunni e gli spettatori nel circuito culturale del balletto. Del resto avevo conosciuto io stesso l’importanza di
FIABE DA DANZARE. Ho sempre
pensato che le fiabe siano un elemento
fondamentale nella crescita pedagogica
del bambino: se c’è un modo per valorizzare questo aspetto sta proprio nella
drammatizzazione teatrale ed è per questo che ho pensato di mettere in scena
Carissima ilar, in uesta occasione così speciale come i esteggiamenti per il trentesimo
anniversario dell’Accademia di danza Citt
di ercelli, e giunga il mio pensiero pi a fettuoso, anche nel ricordo della nostra bellissima collaborazione alla cuola di ballo del
eatro alla cala. a sua passione, dedizione
e amore per la danza e hanno permesso di
raggiungere uesto eccellente traguardo.
Ad maiora
Anna M. rina
le classiche fiabe della tradizione popolare. “Una fiaba da danzare è un fiore
all’occhiello” scrisse Enrico De Maria,
sottolineando l’importanza di questa
iniziativa che ha coinvolto oltre 25 mila
ragazzi che hanno assistito ai nostri spettacoli. “Non sappiamo quante altre realtà artistiche e culturali possano vantare
numeri altrettanto roboanti. La data è il
1984. Pilar e Marco Sampietro propongono alle scuole elementari di inventare
una favola: la più bella sarà coreografata
dall’Accademia e presentata al Teatro Civico. Si chiama “L’ape regina” la prima
fiaba su cui viene costruito un balletto:
autrice la classe 5° A della Regina Pacis
di Vercelli. Viene rappresentata nel 1985
in un Civico colmo di scolari delle elementari e delle medie. Il successo si ripete negli anni successivi, per ben undici
volte con ben 39 rappresentazioni”. Con
questa rassegna-concorso aprimmo la
strada ai percorsi di conoscenza didattica sul teatro, ripreso successivamente da
altre associazioni: per noi fu una grande
scommessa vinta perché riuscimmo a
coinvolgere per nove anni gli insegnanti e gli alunni delle scuole di Vercelli e
della Provincia. Un grande successo interrotto poi fino al 2007, a causa della
mancanza di contributi, quando andò in
scena “Il borgo del riso”, spettacolo realizzato con l’Assessorato alla Cultura di
Vercelli e all’Associazione nazionale giovani agricoltori.
1985 L’Ape d’argento
1986 La principessa del fiume
1987 Stefania e i mughetti
1987 La casetta nel bosco
1988 Il paese triste senza campana
1989 La principessa Arianna
1990 Le quattro stagioni
1991 …E tornò l’arcobaleno
1997 L’albero delle mele d’oro
Biancaneve - Cristina Sarasso
2007 Il borgo del riso
Giancarlo
DeLama
A Napoli ebbi la felice occasione di
incontrare Pilar Sampietro. Si trovava
impegnata presso la scuola di ballo del
Teatro di S.Carlo. Mi fu presentata da
una comune amica, Carmen Panader,
già étoile dei Balletti del Marchese di
Cuevas.
In seguito alla nostra conoscenza, Pilar
mi ha contattato per farmi partecipe di
un suo progetto: la messa in scena di uno
spettacolo barocco per la Corte Sabauda
che anticipava ciò che sarebbe avvenuto in
seguito con i balletti e gli spettacoli delle
Madame Reali. La cosa mi ha riempito
di entusiasmo e, affiancato validamente
da Alessandra Ruffino, unitamente a
lei mi misi alla ricerca di qualcosa di
sconosciuto. Presso la Biblioteca Reale
di Torino trovammo ciò che stavamo
cercando: il Balletto dei Mercanti e delle
Scimmie, lavoro presentato alla Corte
Sabauda in occasione di un carnevale.
Seguendo la cronaca dell’epoca che
riportava con ricchezza di particolari le
azioni coreografiche, ebbi la chiara idea
di come poterlo rifare. Adattai al balletto
musiche del periodo, dal momento che
di quelle originali non si faceva alcun
cenno. I costumi furono realizzati con
maestria filologica, tutti cuciti a mano e
chiusi solo con lacci, come erano i vestiti
di quell’epoca. Lo spettacolo andò in
scena per le scuole con il titolo “La
Corte Danza in Piemonte” nel ridotto
del Teatro Civico il 23 novembre 2002.
Nello stesso ridotto lo presentai giorni
prima ai promotori con una conferenza.
Il soggetto e l’azione divertirono molto
il giovane pubblico che seguì sempre con
interesse ogni intervento.
Pilar ancora una volta ha saputo
offrire qualcosa di valido e inusuale,
così gli studenti Vercellesi si son
potuti fare un’idea di ciò che erano
le rappresentazioni teatrali presso la
Corte Sabauda, arricchendo le loro
conoscenze.
Gianfranco de Lama
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
COLLABORAZIONI e PREMI. Fummo contattati fin da subito per partecipare a rassegne di altissimo livello, dove i nostri allievi si
distinguevano per capacità e bravura. Col passare degli anni il livello è sempre salito, come dimostrano le collaborazioni con la Rai (in
particolare col programma per bambini Solletico, su Rai Uno) e Tele Montecarlo, oppure i corsi di perfezionamento e passo a due che fui
chiamata a tenere a Calonge, in Spagna, un festival-stage di grande importanza che diressi dal 1989 al 1991. Per non parlare poi dei premi
e dei riconoscimenti che l’Accademia ha vinto nel corso di questi tre decenni. “I concorsi sono fatti per i cavalli” diceva ironicamente
Maurice Béjart, il grande danzatore e coreografo scomparso nel 2007, che guardava con sospetto al crescente moltiplicarsi dei concorsi.
Io li ho sempre vissuti come occasioni non tanto per vincere, ma quanto per crescere e per confrontarsi con gente del mestiere: per questo
ho sempre spinto per far partecipare i miei allievi, anche se costato che mentre una volta si parlava di rassegne, vere e proprie “feste della
danza”, un palcoscenico su cui esibirsi dinanzi a persone esperte e competenti, mentre oggi si parla sempre e solo di concorsi (qualche
volta piuttosto discutibili), segno probabilmente dell’alto tasso di competizione delle nuove
generazioni. Tecnica, talento, preparazione, ci hanno permesso di portare a casa decine di
premi e riconoscimenti:
1982
Milano
Teatro Carcano
III° Rassegna S. Calimero - Primo premio
1982
Adria
Teatro Comunale
II° Rassegna Scuole di Danza – Miglior gruppo
1982
Vercelli
Teatro Civico
Concerto di Natale – Targa del Sindaco
1983
Milano
Teatro Poliziano
IV° rassegna Scuole di Danza – Finalisti e miglio gruppo
1984
Milano
Teatro Cristallo
V° rassegna nazionale Scuole di Danza – Miglior gruppo e riconoscimento come prima scuola di flamenco in Italia.
1986
Torino
Teatro Nuovo
Agon II° rassegna scuole di Danza – Menzione speciale per professionalità e virtuosismo delle nacchere
1986
Torino
Teatro Alfieri
Centro studi Danza – Riconoscimento per meriti coreografici
1986
Vercelli
Teatro Civio
Armonia di Natale – Riconoscimento del Comune di Vercelli
1986
Mantova
Teatro Comunale
Concorso Gonzaga – Miglior Gruppo
1987
Vignale
Piazza
Agon – Apertura del festival
1988
Treviso
Palaverde
Concorso Benetton – Finalisti
1988
Milano
Teatro Carcano
IX° Rassegna nazionale di danza – Finalisti – Segnalazione come miglior gruppo di danza di carattere
1989
Torino
Teatro Alfieri
Centro Danza San Carlo. X° anniversario
1990
Vercelli
Teatro Civico
Stagione Lirica –Targa del Comune per la continuativa collaborazione svolta con l’Amministrazione Comunale
1991
Milano
Teatro Carcano
XII° Rassegna nazionale di danza – Premio Regione Lombardia
1993
Castiglioncello Castello Pasquini Omaggio a Tchaikovsky – Coreografie d’autore
1994
Firenze
1998
Cilavegna
Rassegna nazione Scuole di danza – 3° premio sezione danza classica
1999
Riccione Teatro del mare
Rassegna nazionale Scuole di danza – Menzione per la particolarità dell’esibizione presentata
Teatro Valery
Concorso nazionale Scuole di danza – Tersicore d’oro
Settembre 2007 iniziano all’Accademia i corsi di Danza Contemporanea con l’insegnante Denise Zucca
2008
Barcellona Dance Award
Concorso Internazionale – 2° premio danza contemporanea
2008
Torino
Turin Endas Performance 1° premio danza moderna – Menzione speciale
2008
Forlì
Endas nazionale
1° premio danza moderna gruppi – 3° premio clas sica – Borsa di studio consegnata dal presidente di giuria
2008
Loano
Labat Loano Danza
1° premio concorso coreografico – Gran premio al miglior talento (Stefania Pederiva)
2009
Barcellona Dance Award
2009
Torino
Turin Endas Performance 1° premio danza moderna gruppi kids – 1° premio danza moderna gruppi junior – Menzione speciale ala coreografia
2009
Milano
Premio Tersicore Concorso Nazionale 1° premio Danza contemporanea Solista Juniores – 2° premio danza contemporanea gruppi juniores – borsa di studio
2009
Loano
Labat Loano Danza
Concorso Internazionale – 2° premio danza contemporanea
3° premio concorso coreografico
Il fascino
della lirica
E’ impossibile fare il calcolo esatto delle
ore, ma sono sicura di aver trascorso negli ultimi tre decenni più tempo al Teatro
Civico di Vercelli che a casa mia. Conosco la porosità dei muri, gli angoli più
nascosti e inaccessibili, la morbidezza
del tessuto delle poltrone, gli scricchiolii
degli assi del palco. In teatro mi sono incontrata (e qualche volta scontrata) con
una delle grandi passioni della mia vita:
la musica lirica. Sin dagli inizi della collaborazione con la Società del Quartetto,
mi capitava di finire le prove, attraversare il corridoio che portava alle scale
ed entrare in un dei palchi del Teatro
da dove, in religioso silenzio, assistivo
alle prove delle stagioni liriche. E’ stato
semplice appassionarsi alla lirica anche
grazie a Marco, che ha saputo guidarmi
in un mondo che ha esercitato su di me
un fascino sempre crescente. Negli anni
’70 e ’80 capitava spesso di andare alla
Scala a Milano per assistere alle opere liriche, con allestimenti e regie grandiose.
Ed è con l’esperienza che ho imparato a
cogliere similitudini e analogie che uniscono il canto e il ballo. Ad esempio, così
come nella lirica sono più difficili le note
basse rispetto agli acuti, nella danza sono
più difficili gli adagi o i moderati degli allegri, che richiedono passaggi più veloci
ed è richiesta meno espressività. Ma ciò
che ho imparato è a capire soprattutto
l’importanza delle coreografie all’interno della messa in scena di un’opera.
“Ho sempre pensato che l’opera sia un
pianeta dove le muse lavorano assieme, battono le mani e celebrano tutte
le arti” disse una volta Zeffirelli, forse
uno dei più grandi nel saper rappresentare il furore verdiano, grazie anche agli
insegnamenti di Luchino Visconti di cui
fu allievo e assistente. Impossibile non
essere d’accordo con lui. Melpomene e
Tersicore hanno accompagnato tutta la
mia vita artistica e personale. Intuii che
l’interesse verso il direttore d’orchestra
non era solo dettato da una fascinazione
estemporanea ma dalla voglia di carpire i dettagli, la preparazione ed entrare
in quel mondo musicale per cogliere i
tempi che avrei poi adottato per le coreografie.
Nel 1981 fui chiamata ad ideare le coreografie per il Rigoletto. Mi resi conto
dell’importanza del balletto nella lirica,
cui i più grandi geni avevano dedicato ampie pagine da inserire nelle loro
opere, che non aveva mera funzione di
contorno al bel canto. Oggi poi siamo
al paradosso dell’estremizzazione: scenografie minimali, costumi minimali,
balletti minimali in cui spunta sempre
un nudo con un’eccessiva spinta all’esaltazione assoluta del corpo. Non è forse
un’involuzione il ricorrere al minimalismo assoluto? Perché nel dopo guerra,
seppur con pochi soldi e mezzi molto
scarsi si facevano grandi allestimenti
e oggi invece, spesso con la scusa della
crisi, s’investe sempre meno nella lirica?
“Destrutturare” l’opera significa impoverirla: è come togliere tutta l’artisticità che porta alla sua creazione, significa
non tenere nella giusta considerazione
il complesso lavoro di chi - registi, costumisti, truccatori, parrucchieri, trovarobe, tecnici delle luci e tutta la troupe
di artigiani-operai profondi conoscitori
della macchina teatrale, cioè tutta quella
manovalanza altamente specializzata che
muovono il ventre del teatro e perpetuano la magia del teatro - hanno permesso
e permette all’opera di essere una delle
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
massime espressioni dell’arte italiana.
“Croce e delizia, delizia al cor”. Ogni
balletto preparato per un’opera è un
piccolo, e allo stesso tempo grande,
capitolo della vita dell’Accademia. Per
questo è difficile fare una selezione,
estrapolare e raccontare solo una piccola parte di questa storia lunga trent’anni. Realizzare una coreografia è sempre
un lavoro serio e meticoloso, ma ideare
quella per un’opera lirica è un impegno
ancora più complicato e responsabilizzante, perché si lavora di concerto col
regista e col direttore d’orchestra affinché il risultato finale sia un amalgama
ben riuscito, omogeneo e accattivante.
Per questo è un po’ “croce e un po’ delizia”, come canta Violetta nella scena V°
del primo atto di La traviata. Lavorare su
questo grande capolavoro, tratto da La
signora delle camelie di Alexandre Dumas
figlio, è sempre stato un piacere perché
Verdi stesso aveva sempre scritto pagine di balletto di estrema importanza per
le sue opere. Il regista Stefano Piacenti
per il I° atto, dopo il toccante preludio,
voleva un’apertura scoppiettante e così
per la festa nella casa parigina di Violetta
pensammo ad un intermezzo a tempo di
can can di grande impatto.. La fatidica
festa del III° atto ha una forte impronta
spagnola, c’è un famoso coro dei matadores con la danza dei toreri e l’assolo del
Torero Piquillo: io scelsi di fare un assolo in stile andaluso e una coreografia di
demi-caractère per le famose zingarelle
che nel corso della festa leggono le carte. Una soluzione che trovò d’accordo
il regista e conquistò pubblico e critica.
Molto importanti sono spesso le intuizioni per rendere ancora più speciale la
messa in scena: il coreografo attraverso
le sue idee deve valorizzare al massimo
le pagine musicali e per fare questo sono
indispensabili cultura e preparazione
personale
“Je vais danser en vostre honneur”.
La Carmen di Bizet è forse una delle opere con più scene di ballo ed è una delle mie preferite, forse perché mi sono
potuta sbizzarrire nelle coreografie,
sempre rispettando il solco tracciato dal
compositore. Nel II° atto c’è la famosa
“scena della taverna”: nell’osteria di Lillas Pastia, mentre Carmen canta e balla
con Mercedes e Frasquita arrivano prima Zuniga poi il torero Escamillo e poi
Don Josè che, una volta scarcerato, raggiunge la bella Carmen per confessarle
il suo amore, per altro ricambiato. “Je
vais danser en vostre honneur” gli canta
Carmen. Nell’apertura dell’atto ci sono
due minuti di musica che si prestano ad
una vera coreografia d’ambiente: chiesi
allora il permesso al mezzo soprano che
interpretava Mercedes per montare una
coreografia con le nacchere – scegliendo
quelle che producono il suono più ovat-
Pilar Sampietro e Joseph Ruiz ne La traviata - foto di Giuseppe Barale
Nabucco, 2007
tato proprio per non dar fastidio alla cantante. Feci allestire sul fondo del palco
due pedane sopraelevate dove dieci coppie di ballerini marcavano il ritmo nell’attesa dell’arrivo del Torero Escamillo
e montai questo zapateado in maniera
ritmicamente perfetta, attenta a rispettare la musica e l’aria di quel passaggio.
La sera prima del debutto, finito il lavoro in sala prove, mi fermai in teatro ad
ascoltare la “generale” dell’orchestra e lì
mi accorsi che il direttore aveva scelto di
eseguire quei passaggi con un tempo tre
volte più lento rispetto a quello originale. Richiamai immediatamente i ballerini
e nel giro di poche ore cambiai al volo la
coreografia, aggiungendo passi e movimenti, per rispettare la ritmica. Le musiche di Bizet si prestano alle coreografie
in maniera perfetta, soprattutto i quattro
preludi ai rispettivi atti della Carmen. Ci
sono scene davvero meravigliose, come
quella della quadriglia nel IV° atto, per
la quale chiamai trenta ballerini, tra cui
molti bambini che interpretavano i “mo-
nelli”. Oppure, sempre nel IV° atto, nel
maschera: grazie ad una serie di circostangiorno della tragica corrida finale feci
ze riuscimmo ad avere gli allestimenti,
accompagnare il coro dei venditori che
le scenografie ed i costumi dalla Fenice
intona “À duex cuartos” da un balletto
di Venezia. Fu un trionfo, sia grazie alla
composto da sedici ballerine con colorafattura eccelsa del materiale che alle inti e bellissimi ventagli.
tuizioni del regista che ambientò la sceL’importanza dei dettagli.
na a Boston, dunque in epoca
Ho sempre cercato di aggiunmoderna e non nell’antica
ealizzare una coreografia
è sempre un lavoro serio
gere degli elementi speciali,
corte svedese come prevedee
meticoloso,
ma
ideare
dei dettagli che spesso fanno
va la drammaturgia iniziale di
quella per un’opera
la differenza. Per un Macbeth
Verdi, lui stesso costretto ad
lirica è un impegno
di Verdi, ad esempio, preparai
introdurre alcune modifiche
ancora più complicato e
responsabilizzante
un balletto pantomimico che
spostando appunto la scena a
riscosse molti applausi per
Boston e trasformando il re in
quella sembrava che un’intuizione così
un governatore perché in pieno clima riparticolare: in realtà non avevo fatto alsorgimentale la censura borbonica contro che andare a rileggere la tragedia di
siderò oltraggiosa la storia di un marito
Shakespeare, divenuta l’archetipo della
che uccide il presunto rivale in amore,
brama di potere e dei pericoli ad esso
cioè il re di Svezia. Fu grande soddisfaintrinseci, e prendere spunto dall’autore
zione lavorare per la prima volta alla
che si sofferma in una descrizione parmessa in scena nel 1986, soprattutto per
ticolareggiata di questo balletto. A volte
riuscii a risolvere uno dei passaggi più
poi capitano delle grandi fortune, come
difficili dell’opera, cioè quando la genla prima volta che assieme al regista
te si raduna davanti all’antro della maga
Piacenti mettemmo in scena Un ballo in
Ulrica – che Verdi descrive come una
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Un ballo in maschera, 2009
meticcia dalla voce profonda e speciale,
per i quali grandi registi come Toscanini
hanno sempre voluto far interpretare a
cantanti di colore per rendere quanto
più verosimile il personaggio – per udire le sue profezie: in quel momento c’è
la famosa aria “Re dell’abisso, affrettati”,
sulla quale feci una coreografia di danza contemporanea molto coinvolgente,
mentre nella scenografia delle fiamme
rendevano ancora più suggestivo questo
momento. La scena più nota, quella del
ballo in maschera del III° atto, nel finale dove Renato si avvicina mascherato e
trafigge con un pugnale Riccardo (cioè
re Gustavo III) che muore tra la disperazione dei sudditi. Nel 2009 fu ambientato in uno splendido giardino d’inverno a
Boston: ricordava quasi le ultime scene
de Il ottor ivago. Nell’idea originale di
Verdi, che inizialmente ambienta l’opera in Svezia (ma la censura Borbonica, in
pieno periodo risorgimentale, gli vieta
di metterla in scena perché considerava
l’uccisione di un re qualcosa di oltraggioso), l’orchestra da camera suona in una
sala attigua a quella del trono, dove accade l’attentato che conclude il dramma: e
nell’‘86 mettemmo in scena per la prima
volta quest’opera ambientandola in Svezia, e secondo le partiture sono previsti
una quadriglia e un minuetto sommessi e sottotono. Ideare un balletto è tutt’altro che semplice perché queste due
danze durano quasi sei minuti, un tempo
decisamente lungo per una coreografia,
reso ancora più complesso dalla musica
suonata sottotono. Nonostante il passaggio musicale difficile trovai una strategia
che rendesse il minuetto finale, che era il
ballo dell’epoca, vivace e raffinato: così
preparai un balletto di estrema eleganza
e classe che piacque molto al pubblico.
Rigoletto (1981 – 1990 – 2001), Carmen (1982 – 1985), Traviata (1982
- 1986), Un ballo in maschera (1986 –
2009), Norma (1987),Turandot (1987 –
1995 – 2008 – 2009), Machbeth (1988),
Don Carlos (1990), Trovatore (2001),
Aida (2005), Nabucco (2007)
Ho collaborato coi registi Franco Vacchi, Stefano Piacenti, Guido Zamara e
col direttore d’orchestra Alberto Leone,
Claudio Maria Micheli.
30° Anniversario Accademia di Danza “Città di Vercelli”
Per Vercelli e oltre...
di Cecilia Malinverni
VercelliViva
VercelliViva, associazione culturale che si è posta
l’obiettivo di analizzare e di stimolare i vari fattori, componenti la realtà della nostra città, ha
voluto ricordare i 30 anni di attività dell’Accademia di Danza , sia perchè questo lasso di tempo
rappresenta un traguardo importante, sia per il
ruolo culturale interpretato nel panorama cittadino. Infatti l’Accademia, oltre che puntare sulla
formazione di qualità per i propri allievi, ha regalato alla città innumerevoli spettacoli di repertorio e coreografie originali, che hanno contribuito
ad affinare il gusto del pubblico ed a migliorare la
sensibilità e la cultura degli spettatori e dei giovani vercellesi.
Con la nascita della Accademia di Danza “Città di
Vercelli” la direttrice Pilar si proponeva non solo
di migliorare la muscolatura e di perfezionare
l’aspetto fisico, ma anche di ricercare armonia ed
eleganza nel portamento, di sviluppare la coordinazione, di affinare la musicalità e di elevare interiormente l’allievo, anche attraverso la gestualità
consapevole. L’impostazione didattica e metodologica, voluta da Pilar, indusse molti genitori
vercellesi ad iscrivere i propri figli, non tanto
per indirizzarli verso una carriera artistica , ma
perchè intendevano inserirli in un ambiente ricco di sollecitazioni e che offrisse la possibilità di
potenziare le loro attitudini embrionali ed anche
di arricchire la cultura personale, scoprendo le
varie peculiarità di un brano , oppure il contesto
storico-artistico di una creazione. Nelle sale del
Teatro Civico, Pilar, sorretta dalla convinzione
che la danza è un’arte globale, cercava di perfezionare la qualità tecnica, ma soprattutto, di convincere le allieve ad impegnarsi con entusiasmo,
coinvolgendo tutta la persona. Tale combinazione
di fervore da parte delle allieve, e, da parte di
Pilar, di grande perizia tecnica e di intensità nel
comunicare e nel realizzare spettacoli, produsse
ben presto tante richieste di esibizioni, accompagnate da riconoscimenti e da premi.
Lo spettacolo che entusiasmava il pubblico era,
indubbiamente, “Danze e nacchere della Spagna
del Cid Campeador” rappresentato prima a Vercelli al Teatro Civico, poi a Varallo , quindi anche
in varie località della nostra provincia. La scelta
di portare, con i debiti adattamenti, gli spettacoli
dell’Accademia in alcuni paesi del circondario,
rispondeva alla necessità di far conoscere ad un
pubblico vasto e spesso restio a frequentare i teatri, una danza affascinante, coinvolgente ed allo
stesso tempo di alto livello tecnico; ma Pilar voleva anche mostrare, orgogliosamente, la classe
della coreografia, il sincronismo dei movimenti
e l’eleganza del gruppo che era riuscita a creare
con le ragazze della nostra zona. Pilar, affinchè le
sue allieve non si illudessero, ma imparassero ad
affrontare qualsiasi situazione, appena si presentava l’occasione, le portava a rassegne ed a competizioni importanti, perchè sperimentassero il
confronto con altri danzatori più bravi ed approfondissero il proprio bagaglio culturale. Tale metodo ha aiutato le allieve a crearsi delle esperienze di maturazione artistica e sociale, basilari per
la vita di ogni individuo, ma ha contribuito anche
a “sprovincializzare” la nostra città, dato che le allieve hanno fruito delle occasioni di contatto con
altre realtà, hanno potuto scambiare opinioni con
ragazzi stranieri ed ammirare esibizioni artistiche di avanguardia ed, a volte, di essere guidati
da Maestri autorevoli, che collaboravano con Pilar. Ad esempio, quando Pilar era stata nominata direttore artistico di “Stage di danza classica”
negli anni 1989, 1990, 1991 a Calonge in Costa
Brava, faceva esibire i suoi alunni, insieme a ballerini provenienti da scuole spagnole ed italiane,
in variazioni di “Passo a due” con coreografie di
Joseph Ruiz, di Ileana Iliescu, di Ludmil Ciakalli
e di Margarita Trayanova. Cogliere l’opportunità
di essere diretti da tali autorevoli maestri è stato indubbiamente una grande occasione per le
alunne, ma anche un pretesto vantaggioso per
promuovere il nome di Vercelli in Costa Brava.
Certamente i successi sono stati vissuti dagli allievi con grande emozione e tante soddisfazioni,
ma evidenziano un risvolto educativo basilare: serietà di preparazione, spirito di sacrificio nel conciliare lo studio scolastico con l’attività coreutica,
creazione di feeling con i compagni, disponibilità
a realizzare uno spettacolo “di gruppo”, alla cui
perfezione dovevano tendere tutte le potenzialità
individuali. I genitori stessi si sentivano orgogliosi, semplicemente perchè vedevano spettacoli
entusiasmanti, che li ripagavano delle preoccupazioni accumulate.
Spesso gli allievi dell’Accademia si rendevano
conto che la precisione dei movimenti e la costanza degli esercizi e delle prove sono elementi
indispensabili per dare ad uno spettacolo quell’energia e magia, che lo rendono evento unico.
Per tale motivo gli allievi dell’Accademia hanno
dato prova, in varie circostanze, di aver acquisito
il rispetto delle regole anche al di fuori del palcoscenico, come ricorda Pilar stessa: a Verona le sue
allieve avevano portato a termine le prove, sotto
la pioggia, sugli spalti deserti del Teatro Romano,
perchè, quel pomeriggio, era necessario attenersi
rigorosamente al calendario, rispettando i tempi
di esecuzione.
Certo, le targhe e le medaglie, essendo il segno
tangibile del successo, costituiscono il vanto dell’Accademia, ma se si vuole condurre un’analisi
più approfondita, si deve riconoscere il merito
del lavoro quotidiano di educazione e di forma-
zione di cui hanno beneficiato i nostri ragazzi.
Per questo, la nostra città di Vercelli può essere
soddisfatta dei suoi giovani e grata alla direttrice
Pilar; infatti la denominazione dell’Accademia
automaticamente coinvolgeva la nostra città , che
pur essendo un piccolo capoluogo di provincia,
dimostrava, in altri teatri d’Italia e all’estero, di
aver ragazzi bravi, in grado di eseguire esibizioni di qualità , applaudite e premiate che hanno
contribuito a dare visibilità e prestigio alla nostra
Vercelli. Già nel 1990 il Comune di Vercelli aveva
consegnato a Pilar una targa “per la continuativa
e professionale collaborazione svolta con l’Amministrazione locale”. In quel periodo Pilar stava
realizzando un progetto considerevole “La fiaba da
danzare”, un concorso riservato agli alunni delle
scuole elementari, che prevedeva l’ideazione di
una trama, avulsa dalle fiabe tradizionali, sulla
quale Pilar avrebbe adattato musiche e coreografie per metterla in scena. Pilar quasi dimenticando il grande lavoro intrapreso per trasformare in
rappresentazioni le idee fantasiose dei bambini,
ricorda ancora adesso, con vero compiacimento,
questo esperimento, che ha avuto il merito di divulgare la danza in modo capillare, di sollecitare
la fantasia infantile verso un obiettivo tangibile e,
soprattutto, di saldare l’entusiasmo espresso da
bambini impegnati in vari ruoli: autore, ballerino
e spettatore. Altro aspetto notevole era emerso
dal concorso: i titoli e le trame indicavano che i
bambini sono in grado di affrontare la realtà più
scomoda, di saperla rielaborare e di trovare sempre messaggi positivi. In quegli anni in cui si stava
combattendo la guerra serbo-croata, gli alunni
della 5° B della Scuola Elementare “Rosa Stampa” di Vercelli, hanno rielaborato la paura che
serpeggiava nel mondo, inventando “...e tornò
l’arcobaleno” che vedeva l’esercito di ferro sconfitto dall’umanità dei bambini, mentre uno spettacolare arcobaleno, introdotto dalla IX Sinfonia
di Beethoven, sottolineava la fiducia nell’Uomo,
che trionfa sulle leggi assurde e disumane.
Osservare la realtà che ci circonda e rielaborarla
trovando delle motivazioni positive e messaggi di
speranza: questo è stato un insegnamento che gli
allievi dell’Accademia hanno imparato; l’ultimo
esempio è stato proprio il balletto “ Un, due,
tre...stella” impostato sul tema del bullismo, premiato a Torino.
Pilar da buona Maestra, ha utilizzato tutte le sue
capacità e conoscenze teoriche senza riserve, per
dare ai suoi allievi il miglior insegnamento possibile, per questo VercelliViva ha offerto questo
omaggio ad un personaggio tanto carismatico
e importante per la nostra città: reverance alla
Maestra.
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