portoferraio_QCg9_Relazione_geologica

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Gestione Associata Piani Strutturali
COMUNE DI PORTOFERRAIO
PROVINCIA DI LIVORNO
PIANO STRUTTURALE
Legge Regionale Toscana, n° 1/2005
Indagini Geologiche
ai sensi del DPGR 25 ottobre 2011, n° 53R
RELAZIONE GEOLOGICA
Elaborato: QC g9
Febbraio 2014
il Geologo
il Responsabile dell’Ufficio di Piano
il Sindaco
Stefano Castagnetti
arch. Mauro Parigi
Roberto Peria
GRUPPO DI LAVORO:
Dott. Geol. Stefano Castagnetti (Coordinatore)
Dott. Geol. Marco Baldi
Dott. Geol. Lorenzo Buratti
Dott. Geol. Fabio Bussetti
Responsabile Ufficio di Piano Gestione Associata Piani Strutturali
Dott. Arch. Mauro Parigi
Resp.le Programmazione e Gestione del Territorio - Comune di Portoferraio
Dott. Arch. Mauro Parigi
Fonte dati
Ufficio Tecnico Comunale – Comune di Portoferraio
Provincia di Livorno
Autorità di Bacino Toscana Costa
Ufficio Tecnico del Genio Civile di area vasta Livorno-Lucca-Pisa – sede di Livorno
Servizio Geologico – Regione Toscana
Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano
ISPRA
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)
INDICE
1.
PREMESSE ............................................................................................................................ 1
2.
INQUADRAMENTO TERRITORIALE ..................................................................................... 4
3.
ANALISI E APPROFONDIMENTI ........................................................................................... 7
3.1
Elementi geologico strutturali ............................................................................................................... 7
3.2
Elementi litologico – tecnici................................................................................................................. 18
3.3
Elementi geomorfologici e di dinamica costiera ............................................................................... 21
3.4
Elementi per la valutazione degli aspetti idraulici ............................................................................. 36
3.5
Elementi per la valutazione degli aspetti idrogeologici .................................................................... 40
3.6
Elementi per la valutazione degli aspetti sismici .............................................................................. 47
4.
VALUTAZIONE DELLE PERICOLOSITÀ............................................................................. 47
4.1
Pericolosità geomorfologica e problematiche di dinamica costiera ............................................... 52
4.2
Pericolosità idraulica ............................................................................................................................ 55
4.3
Problematiche idrogeologiche ............................................................................................................ 58
5.
PRESCRIZIONI PER LA DEFINIZIONE DELLA FATTIBILITÀ DEGLI INTERVENTI........... 62
COMUNE DI PORTOFERRAIO
Provincia di Livorno
Indagini geologiche a supporto del Piano Strutturale
Relazione Geologica
1. PREMESSE
A seguito di incarico professionale sono state condotte le INDAGINI GEOLOGICHE sul
territorio del Comune di Portoferraio (Provincia di Livorno), al fine di aggiornare il Quadro
Conoscitivo a supporto del nuovo PIANO STRUTTURALE, relativamente agli elementi geologicostrutturali, litologico-tecnici, geomorfologici, di dinamica costiera e agli aspetti idraulici,
idrogeologici e sismici.
L’incarico è stato assegnato ad ATLANTE srl dal Comune di Portoferraio, in qualità di
Capofila della Gestione Associata per la formazione dei Piani Strutturali dei Comuni di Campo
nell’Elba, Marciana, Portoferraio e Rio nell’Elba e tutte le attività sono state svolte in stretto
raccordo con i Funzionari dell’Ufficio di Piano e dell’Area programmazione e gestione del territorio
del Comune di Portoferraio.
Il Comune di Portoferraio è attualmente dotato di Piano Strutturale redatto ai sensi della
Legge Regionale Toscana 16 gennaio 1995, n° 5, approvato con delibera di Consiglio Comunale
n° 37 del 28.06.2002 e successivamente variato con Delibera C.C. n° 78 del 27.09.2010.
Lo studio geologico è stato svolto nel rispetto delle indicazioni contenute nel “Regolamento di
Attuazione dell’art.62 della Legge Regionale 3 gennaio 2005, n° 1 (Norme per il governo del
territorio) in materia di indagini geologiche” - D.P.G.R. 25 ottobre 2011, n° 53.
Oltre al Regolamento di cui sopra il quadro normativo di riferimento è costituito dai seguenti
atti:
•
D.C.P. n° 890 del 27.11.1998 (Piano Territoriale di Coordinamento – P.T.C.) della
Provincia di Livorno;
•
Piano di Assetto Idrogeologico redatto dall’Autorità di Bacino Toscana Costa, adottato
con D.G.R.T. n° 831 del 23.07.2001 ed approvato con D.C.R.T. n.13 del 25.01.2005;
•
L.R. n° 1 del 03.01.2005 - “Norme per il governo del territorio” e ss.mm.ii.;
•
D.G.R. n° 431 del 19.06.2006, in attuazione dell’OPCM n° 3519 del 28.04.2006, che
modifica l’OPCM n° 3274 del 20.03.2003, riguardante la riclassificazione del territorio
regionale;
•
D.C.R.T. n° 72 del 24.07.2007 (Piano di Indirizzo Territoriale – P.I.T.), pubblicata sul
BURT n.42 del 17.10.2007, con particolare riferimento alle “Misure di salvaguardia"
dettate dall’art. 36 dell’Elaborato n° 2.
Scopo delle indagini geologiche è quello di evidenziare i siti di interesse geologico da tutelare
e tenere conto dei fattori di pericolosità connessi alle caratteristiche fisiche del territorio, al fine di:
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-
valutare le condizioni ed i limiti di trasformabilità (vocazione del territorio);
-
garantire e mantenere condizioni di equilibrio idrogeologico;
-
recuperare le situazioni di criticità esistenti.
Le indagini per la predisposizione del Piano Strutturale si articolano in:
A) Sintesi delle conoscenze
B) Analisi ed approfondimenti
C) Valutazioni di pericolosità
La Relazione geologica illustra gli aspetti che concorrono alla definizione dell’assetto
geologico del territorio come di seguito descritto:
a) inquadramento del territorio attraverso la documentazione relativa al quadro conoscitivo
esistente, che costituisce il riferimento di base per la predisposizione delle successive
analisi ed elaborazioni, ed illustrazione degli elementi connessi agli aspetti geologici e
strutturali, litologici, geomorfologici, di dinamica costiera, idraulici ed idrogeologici;
b) descrizione dei passaggi analitici che hanno portato alla delimitazione cartografica delle
aree di pericolosità e all’individuazione delle criticità riferite agli specifici fenomeni che le
generano;
c) indicazioni, sulla base delle situazioni di pericolosità e delle criticità riscontrate, sugli
eventuali condizionamenti alla trasformabilità del territorio in termini di necessità di
approfondimenti (progetti di messa in sicurezza o specifiche tipologie di indagine).
La Relazione geologica è corredata dai seguenti elaborati cartografici alla scala 1:10.000:
-
QC g1 – Carta geologica
-
QC g2 – Carta litologico-tecnica
-
QC g3 – Carta geomorfologica e della dinamica costiera
-
QC g4 – Carta delle aree allagabili
-
QC g5 – Carta idrogeologica
-
QC g6 – Carta delle Aree a pericolosità geologica
-
QC g7 – Carta delle Aree a pericolosità idraulica
-
QC g8 – Carta delle Aree con problematiche idrogeologiche
Si ricorda che a seguito della riclassificazione del territorio regionale approvata con D.G.R. n°
431 del 19.06.2006, in attuazione dell’OPCM 3519 del 28.04.2006 che a sua volta ha modificato
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l’OPCM 3274/2003, il territorio comunale di Portoferraio è classificato sismico in Zona 4, con un
valore massimo dell’accelerazione orizzontale su suolo di categoria “A” pari a a(g) = 0.05 g.
Di conseguenza, come previsto dal citato Regolamento 53/R non è stata prodotta la Carta
delle Microzone Omogenee in Prospettiva Sismica (MOPS).
Le indagini sono state estese all’intero territorio comunale con l’eccezione dell’Isola di
Montecristo, che pur facendo parte amministrativamente del Comune di Portoferraio, per la sua
peculiarità e per i vigenti vincoli di tutela non è interessata da trasformazioni urbanistiche.
Il presente lavoro fa seguito a numerosi studi geologici, indagini geologiche e studi idraulici
condotti negli ultimi decenni da altri colleghi sul territorio del Comune di Portoferraio, sia supporto
di strumenti urbanistici, che per l’analisi e la messa in sicurezza di porzioni di territorio a rischio
idraulico
Tali studi hanno costituito un prezioso punto di riferimento per il presente lavoro, in quanto è
stato possibile contare su un quadro conoscitivo esteso e dettagliato, che è stato qui aggiornato
alla luce delle più recenti conoscenze tecnico-scientifiche e dalla pubblicazione nel novembre 2013
da parte della Regione Toscana del CONTINUUM GEOLOGICO.
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2. INQUADRAMENTO TERRITORIALE
L’Isola d’Elba, per la sua estensione, il particolare assetto morfostrutturale e la varietà
litologica, è l’isola dell’Arcipelago Toscano che presenta la maggiore complessità geologica e
geomorfologica.
Le coste dell’isola sono contraddistinte da un continuo susseguirsi di cale, insenature,
promontori e spiagge. Il settore occidentale ha una forma pseudo-circolare, indotta dalla presenza
del grande plutone granodioritico del M. Capanne, circondato da un’aureola termometamorfica,
con una sola piccola insenatura a sud protetta dalla Punta di Fetovaia.
La costa sud-orientale è caratterizzata dalla presenza dei tre grandi golfi di Campo, della
Lacona e Stella. Anche sul versante settentrionale il perimetro costiero è segnato dalle ampie
insenature dei golfi di Procchio e della Biodola e la grande rada di Portoferraio. Il settore centrale
dell’isola è contrassegnato da due restringimenti: il primo fra Procchio e Marina di Campo e l’altro
fra la baia di Portoferraio e il Golfo Stella. Infine il settore orientale si presenta allungato in senso
meridiano, con una grande articolazione costiera e l’ampio golfo di Porto Azzurro. Quest’ultimo si
trova allo sbocco della Piana della Mola, che separa l’estremità settentrionale dal M. Calamita.
Il territorio del Comune di Portoferraio ha un’estensione di 47,46 kmq e si colloca nel settore
centro settentrionale dell’Isola d’Elba e confina con il Comune di Marciana ad ovest, per un
brevissimo tratto, con il Comune di Campo nell’Elba a sud-ovest, con il Comune di Capoliveri a
sud, con il Comune di Porto Azzurro a sud-est e con il Comune di Rio nell’Elba ad Est e nord-est
(Fig. 1).
Fig. 1 – Inquadramento territoriale del Comune di Portoferraio
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Il territorio comunale presenta un elevato pregio paesaggistico, in quanto caratterizzato da
un’alternanza di varie morfologie e tipologie ambientali terrestri e costiere.
Gli insediamenti costieri sono rappresentati, procedendo da ovest verso est, da Biodola,
Scaglieri, Viticcio, Acquaviva, Portoferraio, Schiopparello e Magazzini. Mentre nell’interno i
principali centro abitati sono rappresentati da San Giovanni, San Martino, Santo Stefano, Valle di
Lazzaro e Volterraio.
L’Isola d’Elba è stata sede di insediamenti antropici sin da tempi preistorici. Lo sfruttamento
minerario, congiuntamente con lo sfruttamento insediativo (agricoltura e pastorizia), ha portato a
numerosi ed importanti cambiamenti dell’ambiente fisico e del paesaggio. Uno degli effetti
principali dello sfruttamento minerario è stato senza dubbio la deforestazione, che ha condotto al
denudamento dei versanti dell’isola e l’istaurarsi di dinamiche di erosione accelerata del suolo e di
dilavamento dei versanti.
Con lo sviluppo turistico, avvenuto a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, lo sviluppo
edificatorio e le trasformazioni urbanistiche hanno modificato le aree precedentemente coltivate.
Tuttavia sono ancora visibili le opere di sistemazione agricola dei versanti, quali terrazzamenti e
muretti a secco per la coltivazione di vigneti e oliveti, gran parte dei quali è oggi in stato di
abbandono e degrado.
Le attività antropiche che si sono svolte nei secoli hanno localmente contribuito a modificare
il territorio, in particolare laddove sono state coltivate cave di materiali da costruzione (granito,
porfidi, calcare). Attualmente risulta attiva la sola cava di calcare di Colle Reciso, mentre sono
numerose le cave dismesse di dimensioni talora rilevanti, ubicate in particolare nel settore
orientale del territorio comunale.
A Portoferraio la presenza dell’area portuale e delle opere connesse hanno profondamente
modificato la morfologia della costa, così come la precedente realizzazione di saline, oggi
scomparse.
Un’altra importante opera antropica che ha modificato il paesaggio nell’area del Golfo di
Portoferraio è la discarica degli altiforni presenti nell’area portuale e attivi fino agli anni ´50. Su tale
area è stato poi insediato l’ambito produttivo e commerciale di Portoferraio.
In merito alla definizione delle cartografie tematiche relative alla SINTESI DELLE
CONOSCENZE (Quadro Conoscitivo) per gli aspetti geologico-strutturali, geomorfologici, idraulici
e idrogeologici, si è fatto riferimento ai dati ed alle informazioni contenute nei seguenti documenti:
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P.T.C. della Provincia di Livorno;
-
P.A.I. redatto dall’Autorità di Bacino Toscana Costa;
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-
Relazioni prodotte dall’Ufficio Tecnico del Genio Civile;
-
Piano del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano;
-
Cartografia geologica e tematica della Regione Toscana;
-
studi geologico-tecnici e idraulici commissionati nel tempo dall’Amministrazione
Comunale di Portoferraio.
Di seguito, per ogni tematismo, si riportano dettagliatamente tutti gli elementi conoscitivi
trattati e la descrizione di quelli indicati e riportati nei relativi elaborati cartografici, prodotti a
corredo della presenti Indagini geologiche.
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3. ANALISI E APPROFONDIMENTI
3.1
Elementi geologico strutturali
L’isola d’Elba è ubicata nel Mar Tirreno Settentrionale, in un’areale interessato da processi
estensionali, che si sono sviluppati sul retro del fronte del margine compressionale, che ha dato
vita alla catena Appenninica. La struttura appenninica iniziò a formarsi a partire dall’Oligocene
superiore durante una fase compressiva nella zona di collisione tra il blocco Sardo-Corso e la
placca Adria (Keller & Pialli, 1990); il sistema orogenico in compressione migrò da Ovest verso
Est, provocando l’apertura del Mar Tirreno (Brunet et alii, 2000).
La varietà geologica e la complessità strutturale dell’Isola d’Elba sono stati oggetto di
numerosi studi tra cui spiccano quelli di TREVISAN, il cui schema strutturale è stato il punto di
arrivo di studi già iniziati nella prima metà dell’800. Secondo tale schema l’Isola d’Elba risulta
costituita da cinque diversi complessi tettonici, sovrascorsi gli uni sugli altri: tre unità inferiori,
rappresentate dai Complessi I, II & III, di origine continentale, e due superiori, i Complessi IV & V,
di origine oceanica (Fig. 2).
Fig. 2 - Suddivisione dei cinque complessi tettonici proposti da Trevisan (1950; 1951)
Complesso V: di affinità ligure, è costituito da due formazioni flyschoidi tettonicamente
sovrascorse. Dalla base si rinvengono argille del Paleocene-Eocene con intercalazioni di calcare e
subordinate arenarie e brecce ofiolitiche; al di sopra arenarie quarzoso-feldspatiche e conglomerati
che verso l’alto passano a successioni marnoso-calcaree (Cretaceo sup.). Il complesso
comprende anche filoni ed ammassi porfirici terziari.
Complesso IV: di affinità ligure interna, è costituito da ofioliti e dalla loro copertura sedimentaria di
età compresa tra il Malm ed il Cretaceo inf.-medio. Gli affioramenti si trovano ampiamente
rappresentati nell’aureola termo-metamorfica del M.te Capanne.
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Complesso III: rappresentato dalla tipica serie toscana non metamorfica, è costituito da rocce con
metamorfismo di basso grado appartenenti alla successione sedimentaria di età compresa tra il
Carbonifero e il Dogger.
Complesso II: questo complesso include una successione toscana metamorfica simile a quella
delle Alpi Apuane di età compresa tra il Carbonifero ed il Dogger.
Complesso I: è un complesso metamorfico rappresentato da scisti quarzosimicacei con forte
sviluppo in biotite, andalusite e feldspati con rocce quarzitiche e carbonatiche metamorfiche al
tetto. Tale complesso, di età incerta (dal Carbonifero all’Hettangiano), viene considerato dagli
Autori come autoctono.
Da un punto di vista strutturale, l’Isola d’Elba risulta suddivisa dall’azione di faglie in tre aree
geografiche (Fig. 3).
Fig. 3 – Schema tettonico. Da Dini et alii, 2002
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L’Elba occidentale è costituita dal plutone monzogranitico del Monte Capanne e dalla sua
aureola termometamorfica costituita da rocce del Complesso IV, con intrusioni porfiriche
ipoabissali (Fig. 4). È separata dalla zona centrale dalla “faglia del limite orientale” (EBF) che
segue il lato orientale del plutone del Monte Capanne, andando ad interessare la sua aureola di
contatto, immergendo verso Est.
Fig. 4 – Block diagram (Trevisan & Tongiorgi, 1976) raffigurante il plutone di M. Capanne (A) circondato
dalle rocce dell’aureola metamorfica (B) e del complesso V (C). In giallo di depositi alluvionali di Marciana
Marina, Marina di Campo e Procchio.
L’Elba centrale è costituita dalle formazioni del Complesso V e da inclusioni porfiriche; è
separata dal settore orientale da faglie a basso angolo (ECF), marcate da un melange tettonico di
rocce dei Complessi IV e V.
L’Elba orientale è stata infine caratterizzata da una tettonica complessa; la parte superiore
del complesso tettonico in oggetto include parti dell’aureola di contatto del Plutone di Porto
Azzurro, datato al Pliocene sup., dislocato di 5-6 km verso est dalla faglia dello Zuccale (ZF), la cui
attività è geometricamente e cinematicamente simile a quella prodotta dalla ECF.
Il plutone monzogranitico del Monte Capanne raggiunge, nel complesso, un’estensione
superficiale di 42 kmq e rappresenta il maggior corpo intrusivo della Toscana, databile ad un
intervallo compreso tra 5.8 e 7 Ma. Presenta forma semicircolare ed è bordato per due terzi del
suo perimetro da rocce interessate da metamorfismo di contatto, prevalentemente derivanti da un
protolite appartenente al complesso IV. L’intera massa intrusiva è caratterizzata dalla presenza
diffusa di livelli mafici, microgranulari, dalle dimensioni e composizioni estremamente variabili e di
agglomerati di anfibolo che sono andati a sostituire pirosseno, e plagioclasio con zonatura
oscillatoria. Pur non mostrando grandi variazioni nelle sue caratteristiche petrografiche, sono state
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distinte alcune facies interne al plutone. Gli end-members sono rappresentati dalla Facies di S.
Piero e dalla Facies di S. Andrea separate da un’ampia zona (Facies di S. Francesco) con
caratteristiche transazionali.
Le due facies esterne sono facilmente distinguibili nella tessitura: la facies di S. Andrea è
caratterizzata da un’alta percentuale di fenocristalli grossolani di k-feldspato, quarzo e biotite,
mentre la facies di S. Piero appare omogenea, con granulometria da fine a media, ed è quasi priva
di fenocristalli.
Il più recente modello tettonico strutturale dell’Isola d’Elba, proposto da BORTOLOTTI et alii
(2001), prevede la presenza, nel settore centro-orientale dell’isola, di nove unità tettoniche di
seguito descritte.
1) UNITÀ DI PORTO AZZURRO
È composta da filladi, micascisti e quarziti, polimetamorfosate (“Gneiss del Calamita” Auct.)
correlabili a simili litotipi del basamento paleozoico toscano. Queste rocce sono state interessate
anche da un intenso termo-metamorfismo indotto dell’intrusione monzogranitica di La Serra-Porto
Azzurro e dal relativo corteo filoniano aplitico. I litotipi metamorfici sono ricoperti localmente e in
modo discordante da una coltre sedimentaria costituita da calcari dolomitici cristallini e dolomie
(?Triassico superiore–?Hettangiano). Questa copertura è stata interessata dall’orogenesi alpina,
mentre solo le rocce metamorfiche mostrano strutture compressive riferite alla orogenesi varisica
(GARFAGNOLI et alii, 2005).
2) UNITÀ DI ORTANO
Una fascia cataclastica mineralizzata, visibile fra Capo d’Arco e Capo Ortano oltre ad un minore
affioramento nei dintorni di Valdana, divide l’unità di Porto Azzurro da quella di Ortano. È costituita
da metavulcaniti (porfiroidi) grigie, massicce o grossolanamente stratificate, da quarziti nerastre e
filladi, scisti e micascisti nero-bruni, microconglomerati quarzitici e infine da quarziti e filladi grigioargentate. Per le somiglianze con le formazioni della Sardegna e delle Alpi Apuane, questo
insieme di terreni è attribuibile al paleozoico. Una parte dell’unità (Scisti di Capo d’Arco) è
interessata da un notevole termometamorfismo.
3) UNITÀ DI ACQUADOLCE
Essa affiora nell’Elba orientale, da Terranera a Rio Marina e nel Golfo Stella, ed ha alla base una
fascia cataclastica che la separa dalla sottostante Unità di Ortano. È costituita da un pacco di
marmi massicci, parzialmente dolomitici, di spessore variabile, che in alto passano gradualmente a
una formazione di calcescisti ben stratificati, che hanno una potenza molto variabile. I calcescisti a
loro volta passano gradualmente a una potente sequenza silicoclastica, composta da filladi
grigionere-verdi con metarenarie, filladi quarzitiche nere e metasiltiti e ancora con livelli di
metacalcari e calcescisti fossiliferi del Cretacico inf.. Di pertinenza dibattuta, questa sequenza è
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correlata a quelle di affinità Piemontese-Ligure degli “Schistes Lustrés” della Corsica e dei
Calcescisti della Liguria. Presso Capo d’Arco-Casa Carpini sono segnalati dei filoni lamprofirici. Al
di sopra, in una posizione piuttosto ambigua, sta una formazione di serpentiniti passanti a lherzoliti
e harzburgiti, caratterizzata da una tessitura porfiroblastica, potente fino a 200 m.
4) UNITÀ MONTICIANO-ROCCASTRADA
Tale unità epimetamorfica affiora estesamente nell’Elba orientale e con essa sono collegati i
giacimenti di ematite di Rio Marina. Alla base è costituita da una formazione, spessa fino a 250
metri, di filladi grafitiche e metarenarie grigie, metasiltiti e metaconglomerati di ambiente
deposizionale litorale e deltizio. Talora fossilifera, questa formazione è attribuibile al WestfalianoPermiano inf.. Segue una sequenza silicoclastica nella quale è possibile distinguere la Formazione
della Verruca di età carnica, spessa 130-150 m, le Quarziti di M. Serra (Quarziti Verdi e Quarziti
Bianco-Rosa) di età carnica e di ambiente fluviale e deltizio grossolano, potente fino a 250 m.
Seguono calcari, calcari diasprigni, calcescisti, calcari micritici, scisti sericitici varicolori, grovacche
del tipo Pseudomacigno, che chiudono la serie, anche se la parte sommitale è probabilmente
mancante. L’intera sequenza silicoclastica comprende un intervallo temporale tra il Giurassico e
l’Oligocene ed è chiaramente correlabile alla serie della Toscana meridionale.
5) UNITÀ DELLA FALDA TOSCANA
Nell’Elba orientale, lungo una striscia che va da Cavo a Porto Azzurro, e a ovest del Fosso
Valdana nell’Elba centrale, affiora una successione ridotta, debolmente ricristallizzata, di
formazioni in facies toscana, talora rappresentata dal solo Calcare Cavernoso o costituita da
formazioni carbonatiche (Calcare Cavernoso, Calcare del tipo Pania di Corfino, Calcari del tipo M.
Cetona, Calcare Massiccio, Calcari stratificati grigi, Rosso Ammonitico, Calcari diasprigni, Marne a
Posidonia) temporalmente comprese tra il Norico–Retico e l’Aaleniano. La parte superiore della
tipica serie toscana non è visibile, probabilmente troncata da un contatto tettonico.
6) UNITÀ GRÀSSERA
Affiora in una stretta fascia ad andamento meridiano sia nell’Elba centrale (Golfo Stella) sia
orientale (da Cavo a Porto Azzurro) ed è essenzialmente costituita da argilloscisti varicolori,
spesso manganesifere, con locali intercalazioni di calcari silicei. Può avere alla base calcescisti ed
è potente fino a 200 m. L’unità, presumibilmente di età cretacica, è assimilabile alle unità LiguriPiemontesi del Dominio Ligure.
7) UNITÀ OFIOLITICA
È un complesso tipicamente ligure, composto da un “basamento oceanico” formato da peridotiti
serpentinizzate e gabbri, ricoperto da una coltre di basalti e poi da una successione sedimentaria
con diaspri, calcari sublitografici e Calcari a Calpionella, Argille a Palombini. L’unità affiora
largamente nell’Elba orientale e centrale, sebbene sia presente anche intorno al M. Capanne.
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Sono stati osservati alcuni filoni a composizione calcalcalina nei basalti di Capo Stella e un filone
shoshonitico verso Porto Azzurro.
8) UNITÀ DEL FLYSCH PALEOGENICO
Affiora nell’Elba centrale e in una sottile fascia dell’Elba occidentale. È costituita da argilliti fissili
grigie, in letti sottili con scarse intercalazioni calcareo-marnose, calcarenitiche, arenacee e
localmente anche di brecce carbonatico-ofiolitiche. Nel complesso ha un’affinità epiligure. È intrusa
da filoni aplitici (tra cui la nota “Eurite” Auct.) e da porfidi. Il contenuto fossilifero dei litotipi
carbonatici (Globorotalie e Nummuliti) indica un’età medio-eocenica.
9) UNITÀ DEL FLYSCH CRETACICO
Affiora nell’Elba centrale a ovest di Colle Reciso e a est del Fosso Valdana. È composta da una
successione analoga alle serie della Liguria orientale comprendente il “Flysch arenaceo del
Gottero”. Alla base sono presenti scarsi lembi di ofioliti e brecce ofiolitiche, seguono Argilliti a
Palombini, Argilliti Varicolori e una potente sequenza torbiditica da arenaceo-conglomeratica a
calcareo-marnoso- arenacea. Mentre quest’ultima è stata riferita al Cretacico superiore, sulla base
delle associazioni a nannoplancton rinvenute, la base della serie è stata attribuita al Cretacico
inferiore. Anche questa unità, come la precedente, è intersecata da filoni e laccoliti, spesso
porfirici, di composizione acida.
In Fig. 5 è schematizzata la corrispondenza esistente tra i complessi di Trevisan e le unità di
Bortolotti.
Fig. 4 - Corrispondenza tra i Complessi di TREVISAN (1950) e le unità tettoniche di BORTOLOTTI et alii (2001). Da
MEMORIE DESCRITTIVE DELLA CARTA GEOLOGICA D’ITALIA – Vol. LXXXVI - Carta geomorfologica dell’Arcipelago
Toscano a cura di D'OREFICE M., DRAMIS F., FEDERICI P.R., GRACIOTTI R., MOLIN P., RIBOLINI A. – ISPRA A.T.I. - SYSTEMCART srl - L.A.C. srl - S.EL.CA. srl - 2009
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Relazione Geologica
La CARTA GEOLOGICA (Tav. QC g1) contiene tutte le informazioni sulle formazioni
geologiche affioranti sul territorio comunale e distinte su base litostratigrafica. L’assetto strutturale
delle varie unità tettoniche è stato definito mediante la trasposizione cartografica dei principali
elementi strutturali, quali: fratture, faglie, sovrascorrimenti, pieghe, giacitura degli strati.
Tale Carta presenta numerosi elementi innovativi rispetto alla cartografia geologica prodotta
nei precedenti studi geologici nel Comune di Portoferraio.
Infatti dal 2002 al 2007 il Servizio Geologico della Regione Toscana, in collaborazione con le
Università Toscane ed il CNR-IGG di Pisa, ha realizzato la copertura completa del territorio con la
Carta Geologica Regionale in scala 1:10.000. Da tali carte, a seguito di un processo di verifica e
raccordo geometrico ed informativo, condotto nel periodo 2009-2011 dal Centro di Geotecnologie
(CGT) dell'Università degli Studi di Siena in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Fisica
Nucleare, con il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa e con la Litografia
Artistica Cartografica s.r.l e Matraia s.r.l., è stata curata la realizzazione del CONTINUUM
GEOLOGICO della Regione Toscana.
Il Continuum costituisce un prezioso strumento conoscitivo a supporto delle attività di
pianificazione territoriale e prevenzione dei rischi ambientali e rappresenta un'omogeneizzazione
dei dati presenti nella Carta Geologica Regionale che, nel rispetto della normativa geologica in uso
a livello nazionale e regionale (Progetto di Cartografia Geologica Nazionale “CARG”), è stata
“depurata” delle incongruenze prima presenti, realizzando l'obiettivo di disporre una legenda
geologica unica per tutto il territorio regionale. Tale progetto si inserisce altresì nell'ambito di un
accordo con le Regioni Emilia-Romagna, Marche ed Umbria, per giungere alla per la realizzazione
di un Continuum Geologico dell'Italia Centrale.
Di seguito vengono descritte le Unità affioranti sul territorio del Comune di Portoferraio
nell’Elba, distinte secondo la LEGENDA GEOLOGICA della nuova Banca dati Geologica della
Regione Toscana.
DEPOSITI OLOCENICI E PLEISTOCENICI
Frana attiva (a1a): Accumuli caotici di elementi litoidi in matrice pelitica che presentano evidenze di
movimenti in atto (la frana è attualmente in movimento o si è mossa negli ultimi cicli stagionali).
Frana quiescente (a1q): Accumuli caotici di elementi litoidi in matrice pelitica attualmente
quiescenti (la frana non si è mossa negli ultimi cicli stagionali, ma può essere riattivata dalle sue
cause originali).
Frana con stato di attività indeterminato (a1): Accumuli caotici di elementi litoidi in matrice pelitica
che non presentano evidenze tali da poterne determinare lo stato di attività.
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Relazione Geologica
Depositi di versante (aa): Accumuli lungo i versanti di frammenti litoidi, eterometrici, angolosi,
talora stratificati, con matrice sabbiosa o sabbioso-limosa.
Detrito di falda (a3a): falde di detrito, talus detritici, coni di detrito coalescenti, anche a grossi
blocchi, prevalentemente al piede delle pareti in roccia.
Depositi eluvio-colluviali (b2a): Coperture di materiale a granulometria fine (limi e sabbie), con rari
frammenti litoidi grossolani; processi di alterazione e/o trasporto di entità limitata o non precisabile.
Depositi alluvionali recenti terrazzati e non terrazzati: senza indicazione della granulometria (bna),
composti prevalentemente da ghiaie (bnb). Sono diffusi in corrispondenza delle aree di basso
morfologico e quindi lateralmente al Rio della Madonnina, nella piana di S. Giovanni e nelle piane
di Schiopparello e Magazzini.
Depositi eolici (db): sabbie di dune costiere.
Depositi di spiaggia (g2a): sabbie da giallo ad ocra, più o meno cementate, che presentano spesso
stratificazione incrociata e locali intercalazioni microconglomeratiche. Solitamente mostrano uno
spessore variabile da 5 a 10 metri.
Depositi antropici (h): Terreni di riporto, bonifica per colmata (h5), Discariche di rifiuti speciali (h4),
Discariche di cave, ravaneti (h3), Discariche di miniere (h2), Discariche per inerti e rifiuti solidi
urbani (h1)
DOMINIO LIGURE INTERNO
UNITÀ DI M. GOTTERO
Formazione di Marina di Campo (FMC): (Flysch dell’Elba) Calcilutiti marnose torbiditiche ben
stratificate
alternate
ad
arenarie
calcaree,
calcareniti,
marne
e
argilliti
(Campaniano-
Maastrichtiano). Affiora nel settore occidentale del territorio comunale e tra M. Puccio e Val di
Piano.
Argille a Palombini (APA): Argilliti grigie e calcilutiti (Cretacico inf.). Affioramenti di limitata
estensione nell’estremo settore centro meridionale.
Argille a Palombini – Litofacies calcareo-marnosa (APAa): Calcari marnosi e marne. Cretacico inf.
Calcari a Calpionelle (CCL): Calcilutiti grigio chiare con intercalazioni di argilliti e marne (Cretacico
inf.). Affiorano tra il Porto vecchio e Le Ghiaie e a nord-ovest di M. Orello.
Marne di Murlo (MUL): Marne (Cretacico inf.). Affiora nel settore orientale del territorio comunale.
Marne di Murlo – Membro della Rivercina (MUL 1): Calcilutiti marnose grigio chiare non stratificate
(Cretacico inf.)
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Basalti (BRG): Basalti con strutture a pillow-lava (Giurassico sup.)
Gabbri (GBB): Gabbri con filoni basici (Giurassico sup.)
Peridotiti (PRN): Peridotiti serpentinizzate con filoni gabbrici e basaltici (Giurassico)
Basalti Gabbri e Peridotiti affiorano estesamente nel settore centrale e nell’estremo settore
orientale del territorio comunale.
DOMINIO LIGURE ESTERNO
UNITÀ DEI “FLYSCH A ELMINTOIDI”, UNITÀ DI OTTONE
Formazione di Lanciaia (CAA): Marne e argilliti con intercalazioni di arenarie e brecce ofiolitiche,
torbiditi calcaree (Eocene inf. – medio). Affiora in piccoli lembi nei pressi di Colle Reciso e al piede
del versante orientale del Fortino del Buraccio.
UNITÀ DI M. MORELLO, UNITÀ DI S. FIORA, UNITÀ DEL CASSIO, UNITÀ DELL’ANTOLA
Formazione del Cavo (CAV):
Calcescisti, argilliti e siltiti (?Cretacico). Affiorano piccoli lembi
nell’estremo settore centro meridionale.
DOMINIO TOSCANO
Falda Toscana
Diaspri (DSD): Radiolariti rosso-scure o verdi, sottilmente stratificate, localmente con interstrati
argillitici. Talvolta, nella parte alta della formazione, marne silicee e argilliti rosse con rare
intercalazioni di calcilutiti silicee grigio-verdastre (Malm p.p.). Affiorano estesamente nel settore
orientale ad est di Magazzini.
Calcare Cavernoso (CCA): Calcari dolomitici e dolomie grigie brecciati e con struttura a “cellette” e
dolomie cariate (carniole) (Trias sup.). Affiorano piccoli lembi nell’estremo settore centro
meridionale.
UNITA’ TOSCANE METAMORFICHE
Marmi (MAA): Marmi bianchi, grigi, color avorio e giallo con sottili livelli di marmi a muscovite e,
più raramente, di calcescisti grigio-verdastri; localmente livelli di filladi carbonatiche, dolomie e
marmi dolomitici. Brecce monogeniche metamorfiche a elementi marmorei da centimetrici a metrici
(Lias inf.). Due piccolissimi affioramenti a sud di M. Puccio.
Formazione della Verruca (VEU): Filladi quarzitico-muscovitiche grigio-chiare o grigio-verdi, talora
violacee, con intercalazioni di metaconglomerati e filladi scure (Ladinico sup. – Carnico). Affiora
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Relazione Geologica
nell’estremo settore centro meridionale del territorio comunale tra M. Fabbrello e il Villaggio La
Validana.
Scisti a Spirifer (SFS): Filladi quarzitiche e metarenarie (Carbonifero sup.). Affiora nell’estremo
settore centro meridionale del territorio comunale tra M. Fabbrello e il Villaggio La Validana.
ROCCE MAGMATICHE ED EPICLASTICHE
Arcipelago Toscano
Porfido di S. Martino (fe1): Filoni porfirici a composizione monzogranitica (7,4 - 7,2 M.a.) con
megacristalli di K-feldspato (sanidino) fino a 15 cm talvolta disorientati dal flusso magmatico
(Miocene sup.). Affiorano nel settore occidentale del territorio comunale.
Porfido di Portoferraio (fe2): Filoni porfirici a composizione monzogranitica-sienogranitica (8,2
M.a.) con fenocristalli di K-feldspato da pochi mm fino a 2 cm (Miocene sup.). Sono caratterizzati
da una composizione prevalentemente monzogranitica; si presentano come livelli laccolitici
comunemente
interconnessi
con
numerosi
dicchi,
che
possono
raggiungere
spessori
considerevoli. Vicino al contatto con il plutone del Monte Capanne presentano una forte foliazione
milonitica. Affiora nel settore centro occidentale del territorio comunale e sul versante sinistro del
bacino del Fosso di Val Piano a sud di Magazzini.
Porfido di Orano (fe3): Dicchi mafici di colore tipicamente bruno-grigio scuro, talvolta verdi, grigio
chiari fino a bianchi a composizione da granodioritica a quarzo-monzodioritica (Miocene sup.). Si
tratta di un centinaio di dicchi dal colore scuro che tagliano le altre unità intrusive. Lo spessore di
questi dicchi varia da meno di un metro a un massimo di 50 metri ed il contatto con la roccia
incassante è netto e planare, sebbene con comuni cambi improvvisi di orientazione. Sono stati
osservati sia dicchi zonati che non: i dicchi zonati sono più spessi degli altri e differenziati
internamente con passaggi netti tra le zone più interne e quelle più esterne; in particolare le zone
più esterne presentano uno spessore di poche decine di centimetri ed una matrice più fine, un più
basso contenuto in xenocristalli di k-feldaspato e quarzo ed una più alta concentrazione in minerali
ferro magnesiaci. I livelli più interni sono composizionalmente monzogranitici e gli xenocristalli
presenti mostrano caratteristiche petrografiche molto simili ai minerali del plutone del Monte
Capanne. I bordi dei dicchi zonati sono petrograficamente paragonabili ai dicchi non zonati e
presentano una composizione da granodioritica a monzogranitica. I dicchi non zonati mostrano
evidenze di mescolamento recente di magma, che comprendono tre tipologie di fenocristalli di
plagioclasio, xenocristalli di quarzo e k-feldspato arrotondati e la coesistenza di fenocristalli di
quarzo, olivina e clinopirosseno. Il porfido di Orano è l’unità intrusiva più recente, sia nell’Elba
centrale, che occidentale. Presenta affioramenti di limitata estensione a sud della località Scotto e
a nord di C. Balestrini.
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Relazione Geologica
Aplite porfirica di Capo Bianco (fe5): Aplite microcristallina con rari fenocristalli di K-feldspato e
quarzo (Miocene sup.). Presenta l’affioramento di maggiore estensione a nord-ovest del
Capoluogo, tra M. Bello e Capo Bianco, da cui assume la denominazione. Affiora inoltre a nord di
Viticcio e in alcuni lembi sparsi in Val di Piano e a sud della località Le Foci.
Dioriti (fba):
Filoni di dioriti, microgabbri e plagiograniti intrusi nei basalti. Presenza di un
affioramento di modesta estensione a sud-ovest di S. Michele.
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3.2
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Relazione Geologica
Elementi litologico – tecnici
La CARTA LITOLOGICO - TECNICA (Tav. QC g2) contiene informazioni sulle caratteristiche
litotecniche dei litotipi affioranti ed è stata prodotta facendo riferimento alla carte tematiche derivate
dal Continuum Geologico della Regione Toscana.
In tale Carta formazioni e depositi sono stati raggruppati in litotipi che, indipendentemente
dalla loro posizione stratigrafica e dai relativi rapporti geometrici, presentano caratteristiche
litotecniche comuni:
•
per i litotipi lapidei sono state recepite le informazioni relative alla litologia, alla
stratificazione/ scistosità, al grado di fratturazione e di alterazione;
•
per i depositi di copertura sono acquisite le informazioni relative allo spessore ed al grado
di cementazione e/o di consistenza/addensamento, nonché le informazioni relative alle
caratteristiche geotecniche per i casi più scadenti quali: le torbe, i terreni con consistenti
disomogeneità verticali e laterali, i terreni granulari non addensati, i terreni argillosi
soggetti a fenomeno di ritiro e rigonfiamento, i riporti e i riempimenti.
È opportuno sottolineare che la Carta litotecnica viene definita di tipo qualitativo, in quanto
non basata sui dati quantitativi relativi alla geomeccanica dei terreni (resistenza al taglio, angolo di
attrito interno, coesione,...), che sono ricavabili da indagini dirette e prove di laboratorio. In questo
caso, oltre alle conoscenze specifiche derivanti dall’esperienza diretta, dalle descrizioni di legenda
e dai dati di letteratura, sono state utilizzate tutte le informazioni presenti nella banca dati
geologica regionale riportanti i caratteri tessiturali dei depositi quaternari, la tipologia dei depositi
franosi e la presenza di processi geologici particolari (zone cataclastiche, aree interessate da
intensa fratturazione, ecc.).
Di seguito si riporta la descrizione delle varie classi litotecniche e dei vari litotipi individuati e
distinti facendo riferimento alla legenda prodotta dalla Regione Toscana a corredo della Carta
Litotecnica Regionale; delle diciotto classi istituite dalla Regione, nella Carta litotecnica del
territorio comunale di Portoferraio ne compaiono dodici.
LITOTIPI COERENTI
•
Materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato (LC2). Rientrano in questa
classe i porfidi (fe) di S. Martino, Portoferraio ed Orano, l’Aplite porfirica di Capo Bianco, i
basalti (BRG), i Gabbri (GBB), le Peridotiti serpentinizzate (PRN) e le calcilutiti marnose
non stratificate delle di marne di Murlo – Membro della Rivercina (MUL 1). Si tratta della
classe maggiormente rappresentata sul territorio comunale.
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Materiale lapideo monolitologico stratificato fratturato (LC4). Solamente la Formazione
•
dei Calcari a Calpionelle (CCL), i Diaspri (DSD) e i Marmi (MAA) presentano caratteristiche
tali da poter essere collocati in questa classe litotecnica.
Materiale lapideo plurilitologico stratificato fratturato (LC6). Sono attribuite a questa
•
classe le formazioni che presentano alternanze composizionali: le torbiditi della Formazione
di Marina di Campo (FMC), le marne di Murlo (MUL) e la Litofacies calcareo-marnosa delle
Argille a Palombini –(APAa).
LITOTIPI SEMICOERENTI
Materiale granulare cementato o molto addensato a grana prevalentemente
•
grossolana (LS1). Sono attribuiti a questa classe i calcari e le dolomie del Calcare
Cavernoso (CCA).
Materiale granulare cementato o molto addensato a grana prevalentemente medio
•
fine (LS2). Rientrano in questa classe le sequenze torbiditiche della Formazione di
Lanciaia (CAA).
Materiale coesivo sovraconsolidato (LS3). Sono attribuiti a questa classe le filladi della
•
Formazione della Verruca (VEU) e degli Scisti Spirifer (SFS).
Unità pre-neogeniche prevalentemente argillose; terreni eterogenei ad assetto
•
caotico (LS4). Rientrano in questa classe la Formazione argillitica delle Argille a Palombini
(APA) e i calcescisti e le argilliti-siltiti della Formazione del Cavo (CAV).
LITOTIPI INCOERENTI
•
Materiale detritico eterogeneo ed eterometrico (depositi di versante s.l.) (L1). In questa
classe sono state inserire le frane cartografate, indipendentemente dal loro stato di
attività.
•
Materiale granulare sciolto o poco addensato a granulometria non definita (LI2).
Sono stati collocati in questa classe litotecnica i depositi alluvionali terrazzati, i quali si
presentano eterometrici, con coesistenza di sabbie, limi e ghiaie. Si tratta di una classe
particolarmente rappresentata sul territorio comunale e occupa le grandi piane di S.
Giovanni e di Schiopparello-Magazzini.
•
Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza grossolana (LI3). In
questa classe ricadono le falde di detrito, i depositi di versante e comunque quei depositi
grossolani disposti lungo pendii.
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•
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Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza sabbiosa (LI4).
Appartengono a questa classe i depositi costieri composti prevalentemente da sabbie
eoliche poco cementate.
•
Materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza fine (LI5). Sono stati
raggruppati in questa classe i depositi di copertura a granulometria fine.
Si precisa che laddove sono presenti coperture, la classe litotecnica attribuita è quella
relativa alla tipologia della copertura, indipendentemente dai materiali che costituiscono il
substrato.
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3.3
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Elementi geomorfologici e di dinamica costiera
La cartografia geomorfologica prodotta a corredo del Piano Strutturale, attraverso analisi
dirette e la consultazione e rielaborazione del materiale bibliografico disponile, ha permesso
l’individuazione delle tendenze evolutive delle forme del rilievo e degli elementi caratteristici del
paesaggio.
La comprensione degli scenari evolutivi dell’ambiente terrestre e costiero è finalizzata ad
indirizzare le scelte di pianificazione territoriale ed urbanistica verso ambiti del territorio comunale
caratterizzati da minor pericolosità geologica ed ambientale.
L’analisi geomorfologica prodotta risulta quindi essere un importante strumento di
valutazione della sostenibilità ambientale e territoriale delle future politiche e scelte di
pianificazione territoriale ed urbanistica.
Le principali fonti utilizzate per la realizzazione della cartografia geomorfologica del Comune
di Portoferraio sono di seguito riportate:
•
A.I.S.C. – ANALISI INTEGRATA DEL SISTEMA COSTIERO. “Aspetti geomorfologici,
climatici, vegetazionali e antropici. Studi empirici nei litorali della Provincia di Livorno e
Corsica”. Federici, 2007. Ed. BRIGATI Genova;
•
A.I.S.C. - ANALISI INTEGRATA DEL SISTEMA COSTIERO “Geomorfologia e clima nei siti
atelier di Campo nell’Elba e Propriano” - Gruppo di Geomorfologia e Climatologia, a cura di
Adriano Ribolini, Bastia 2007;
•
MEMORIE DESCRITTIVE DELLA CARTA GEOLOGICA D’ITALIA. VOLUME LXXXVI
“Carta geomorfologica dell’Arcipelago Toscano”. AA.VV. A.T.I. - SYSTEMCART srl - L.A.C.
srl - S.EL.CA. srl – 2009;
•
ISPRA - METODOLOGIA PER LA MAPPATURA DELLE SPIAGGE E DELLA DINAMICA
LITORANEA MEDIANTE LA CLASSIFICAZIONE DI IMMAGINI DIGITALI. Tesi di tirocinio
di formazione e orientamento. A cura della Dott.ssa Lasalandra. Anno 2008-2009.
Convenzione stipulata tra ISPRA e Università degli Studi di Napoli “Parthenope”;
•
ISPRA - RICERCHE STORICO GEOGRAFICHE DELL’ISOLA D’ELBA, FINALIZZATE
ALLA RICOSTRUZIONE DELL’EVOLUZIONE DEL PAESAGGIO CON PARTICOLARE
RIGUARDO ALLA LINEA DI COSTA ED ALLE PIANE COSTIERE. Tesi di tirocinio di
formazione e orientamento. A cura della Dr. ssa Gabrielli;
•
Piano d’Indirizzo Territoriale della Toscana (PIT 2005-2010);
•
Progetto BEACHMED-e, 2004;
•
Cartografia geologica digitale a cura della Regione Toscana.
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Il paesaggio del territorio comunale di Portoferraio risulta fortemente interessato da
modificazioni e trasformazioni di diversa natura, estensione e intensità. Questa variabilità è molto
evidente lungo il litorale, dove i fenomeni di erosione e di sedimentazione sono controllati da
molteplici fattori meteoclimatici, geologici, geomorfologici e antropici.
L’elevata dinamicità dell’ambiente, nonché gli aspetti geomorfologici caratteristici dei versanti
interni alla linea di costa, hanno reso necessario l’elaborazione di una cartografia e di una legenda
che rendesse possibile la rappresentazione e la classificazione delle forme del paesaggio e dei
processi connessi ai seguenti elementi:
•
Elementi geologico-strutturali
•
Forme strutturali
•
Forme di versante dovute alla gravità
•
Morfologia fluviale e dovuta al dilavamento dei versanti
•
Forme ed elementi di origine marina e lagunare
•
Forme di deposito di alterazione meteorica
•
Forme antropiche
Nel dettaglio la legenda della CARTA GEOMORFOLOGICA E DELLA DINAMICA
COSTIERA (Tav. QC g3) risulta così definita (Fig. 5):
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Fig. 5 - La legenda della Carta geomorfologica e della dinamica costiera (Tav. QC g3) a corredo del Piano
Strutturale del Comune di Portoferraio
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Fig. 6 – Stralcio della Carta geomorfologica della dinamica costiera (QC g3) a corredo del Piano Strutturale
Le isole dell’Arcipelago Toscano, in particolare nel caso dell’Isola d’Elba e dell’Isola del
Giglio, sono state sede di insediamenti antropici sin dai tempi preistorici. In tal senso, lo
sfruttamento minerario, congiuntamente allo sfruttamento insediativo (agricoltura e pastorizia), ha
portato a numerosi e importanti cambiamenti dell’ambiente fisico e del paesaggio. Negli ultimi
secoli, alle forme e ai depositi dovuti all’attività estrattiva e al terrazzamento agricolo si sono
aggiunti e ampliati altri aspetti della morfogenesi antropica (aree urbanizzate, strutture
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penitenziarie, interventi di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua, infrastrutture portuali) che
hanno ulteriormente modificato l’ambiente fisico.
Tale sovrapposizione di agenti morfogenetici naturali ed antropici, risulta particolarmente
evidente ed invasiva nel paesaggio del Comune di Portoferraio (Fig. 7).
Fig. 7 - Esempio delle profonde modificazioni indotte dall’attività estrattiva in località Cava di Pietra – Ca’
Bellavista – M.t Cafferi (bacino del Fosso Condotto, località San Giovanni)
Molto comuni sono anche le opere di sistemazione agricola dei versanti, quali terrazzamenti
e muretti, gran parte dei quali è oggi in stato di degradazione.
A Portoferraio la presenza dell’area portuale e delle opere connesse hanno modificato
profondamente la morfologia della costa, così come la realizzazione di saline, oggi scomparse
(Fig. 8). Risulta possibile che le stesse saline fossero state realizzate in corrispondenza di lagune,
presenti anche in altri tratti costieri dell’area, ma l’intensa antropizzazione non permette più il
riconoscimento di forme caratteristiche.
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Fig. 8 - Golfo di Portoferraio in un’immagine del 1890; sono visibili una serie continua di saline, oggi
scomparse (tratto da Note illustrative “Carta geomorfologica dell’Arcipelago Toscano”. AA.VV. - S.EL.CA. srl
– 2009)
Un’altra importante opera antropica che ha modificato il paesaggio nell’area del Golfo di
Portoferraio è la discarica degli altiforni presenti nell’area portuale e attivi fino agli anni ´50. La
superficie sommitale della discarica è posta ad alcuni metri sopra il piano campagna ed è bordata
da scarpate sinuose. I materiali della discarica sono prevalentemente costituiti da scorie
provenienti dalla lavorazione dei minerali di ferro. Tutta l’area della discarica è oggi sede del
settore artigianale, industriale e commerciale di Portoferraio.
Elementi geologico-strutturali e le forme strutturali
In ragione dello scenario geologico caratterizzante l’area di studio, nella Carta
geomorfologica (Tav. QC g3) sono stati raggruppati i diversi litotipi affioranti nelle tre categorie
seguenti: rocce intrusive massive, rocce metamorfiche scistose e rocce costituite da alternanze
pelitico-arenitiche e marnose. In corrispondenza degli affioramenti rocciosi risultano evidenti diversi
ed articolati sistemi di fratturazione primaria dovuta a raffreddamento e secondaria riconducibile al
rilascio distensionale di stress meccanici.
Fra le fratture primarie si riconoscono sia joint longitudinali che trasversali ad alto angolo di
immersione, rispettivamente paralleli e perpendicolari alle linee di flusso magmatiche (o alle
strutture lineari magmatiche, cioè lineazioni mineralogiche). A questi si aggiunge un sistema di
joint diagonali, impostati a circa 45° rispetto alle strutture lineari magmatiche. Le fratture più
importanti a fini morfologici sono quelle di genesi secondaria, sopratutto quelle disposte
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parallelamente alla superficie topografica (sheetin joint) ed evidenti in prossimità degli affioramenti
rocciosi caratterizzanti il profilo della linea di costa.
Forme di versante dovute alla gravità
Nei versanti interni le frane sono di piccole dimensioni e prevalentemente quiescenti,
concentrate lungo le aste fluviali verso le quali convergono o, nel caso di movimenti attivi, lungo il
profilo costiero, dove sono favorite dall’opera di scalzamento al piede dovuta all’azione del moto
ondoso (Fig. 9).
I movimenti franosi di norma non presentano un vero e proprio coronamento. Si tratta in
generale di dissesti che interessano, la coltre colluviale ed hanno quindi piani di scorrimento poco
profondi. II contributo che queste forme possono recare al trasporto solido dei corsi d'acqua è
limitato quantitativamente, nonché limitato ad eventi di dissesto e meteorici particolarmente intensi.
Fig. 9 - Esempi di fenomeni gravitativi
Lungo il profilo costiero, sono presenti sistemi di frane più distribuite.
La loro caratteristica è quella di presentare il piede di frana al di sotto del livello del mare
attuale. L'opera di scalzamento dovuta all'azione del moto ondoso genera quindi numerose fasi di
riattivazioni, che interrompono la continuità della falesia favorendo lo scivolamento di materiale
detritico, successivamente mobilizzato dalla deriva litoranea (Fig. 10).
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Fig. 10 - Esempi di fenomeni gravitativi interessanti la linea di costa
In corrispondenza di queste frane non si generano tratti di costa depositata a causa della
profondità della base della falesia, come accade invece in corrispondenza dello sbocco in mare
degli altri corpi detritici (coni alluvionali e torrentizi), che contribuiscono anche a limitare l’acclività
della piattaforma.
Morfologia fluviale e dovuta al dilavamento dei versanti
I caratteri idrografici attuali dell’area di studio sono palesemente incongruenti con il volume,
la forma e la posizione dei diversi tipi di depositi fluviali e dovuti al dilavamento dei versanti
caratterizzanti il paesaggio.
Osservando lo sviluppo delle forme vallive in un modello digitale del territorio (DTM) si può
osservare che l’andamento della rete idrografica presenta evidenti anomalie nella sua
ramificazione, indicative del fatto che la naturale evoluzione del reticolo, oltre ad essere fortemente
influenzata dall’azione antropica, è rimasta “fossilizzata” in uno stadio ben lontano da quello di
raggiungimento di una condizione di equilibrio (nella parte alta dei microbacini).
In particolare tale condizione sembra essere più evidente nella parte alta dei bacini, cioè
quella caratterizzata da una forte ramificazione di aste del primo ordine fra loro interconnesse,
mentre la parte bassa dei bacini stessi, che si sviluppa essenzialmente su di un substrato a
bassissima acclività, si presenta sovradimensionata rispetto all'estensione globale del reticolo.
Inoltre i corsi d'acqua presentano un approfondimento relativamente elevato solo nei tratti apicali e
prima di confluire nelle morfologie di pianura, mentre nella fascia intermedia il reticolo risulta in
media poco approfondito e con spartiacque meno evidenti.
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L'analisi delle forme e dei depositi sembra confermare questa incongruenza. Infatti i corsi
d'acqua presentano lungo la parte mediana del loro corso un unico ordine di terrazzi fluviali
(difficilmente rilevabile), e scorrono quindi incassati nelle proprie alluvioni. Mentre nella porzione
più alta dei bacini sono maggiormente evidenti scarpate fluviali connesse a fasi di approfondimento
ed erosione della dinamica fluvio-torrentizia (Fig. 11).
Fig. 11 - DTM del territorio comunale ed analisi delle caratteristiche della rete idrografica
Nelle parte alta e mediana dei bacini è possibile rilevare marcati depositi di detrito eluviocolluviale con caratteristiche granulometriche e tessiturali talvolta tipiche di depositi alluvionali più
grossolani, potenzialmente riconducibili ad eventi parossistici.
Questi depositi si trovano allungati secondo l’asta principale, dalla quale sono stati
successivamente incisi. I fondovalle dell’area sommitale sono tipicamente ricoperti da una potente
coltre colluviale di 5÷10 m di spessore. Nelle sezioni si osserva un deposito matrice-sostenuto con
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clasti di grandi dimensioni, eterometrici e sub-angolosi. Le frazioni fini dei depositi presentano
frequentemente rubefazioni e figure pedologiche tipiche di climi tropicali.
I coni alluvionali risultano difficilmente rilevabili a causa della forte antropizzazione e della
conseguente alterazione delle pendenze naturali e delle forme del paesaggio.
Come per altre zone dell’Isola d’Elba, anche nel caso dei sistemi deposizionali alluvionali del
Comune di Portoferraio, l’abbondante presenza dei materiali alluvionali è sproporzionata rispetto
alla dimensione dei bacini stessi (Fig. 12).
L’evoluzione geo-strutturale del territorio suggerisce condizioni di subsidenza tettonica nelle
pianure del territorio comunale, che, protrattasi nel tempo, può aver causato l’aggradazione del
materasso alluvionale e la progradazione della linea di costa, dovuta agli apporti di trasporto solido
dei corsi d'acqua, dei quali non è peraltro riconoscibile la divagazione di paleoalvei a causa dello
sviluppo antropico.
Fig. 12 - A. depositi eluvio-colluviali, B. depositi detritici intravallivi – debris flow (modificato da Note
Illustrative “Carta geomorfologica dell’Arcipelago Toscano”. AA.VV. - S.EL.CA. srl – 2009), C. depositi
detritici intravallivi – debris flow, D. depositi alluvionali di fondovalle (diverse sequenze deposizionali,
modificato da “Geomorfologia e clima nei siti atelier di Campo nell’Elba e Propriano” - Gruppo di
Geomorfologia e Climatologia, a cura di Adriano Ribolini, Bastia 2007)
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In conclusione nell'area di studio la morfologia fluviale è strettamente connessa ai diffusi
fenomeni di dilavamento dei versanti, nonché testimonianza evidente di una fase morfogenetica
antica responsabile della produzione di ingenti quantità di apporti detritici, che attualmente non ha
più modo di ripetersi, sia per cause riconducibili a diverse condizioni climatiche, sia per le
modificazioni areali, anche di natura antropica, occorse nei bacini di alimentazione.
Rispetto alle attuali condizioni morfoclimatiche, la naturale tendenza di queste forme del
paesaggio è quella di essere sostanzialmente conservativa.
Forme ed elementi di origine marina e lagunare
All'azione del mare si attribuiscono sia le forme create dall'azione del moto ondoso quale
agente di degradazione fisica, sia quegli elementi del paesaggio costiero generatesi a seguito della
progradazione di una piana costiera.
Questi ultimi comprendono anche morfologie derivate dall'evoluzione di ambienti lagunari e
forme tipicamente eoliche. La costruzione delle piane litoranee si è sviluppata, in accordo con
quanto avvenuto per le maggiori piane tirreniche, attraverso fasi di progradazione e
retrogradazione che si sono succedute nel corso dell'Olocene.
A fronte di un generalizzato innalzamento del livello del mare, l’alternanza fra fasi di
avanzamento e di arretramento della linea di costa si è verificata in funzione della disponibilità di
apporti solidi da parte dei corsi d'acqua, in questo caso da considerarsi gli unici alimentatori della
deriva litoranea al contrario della situazione attuale.
Le piana litoranee si sono formate a seguito dell’aggradazione dei depositi fluviali trasportati
da corsi d'acqua attivi in una fase morfogenetica remota ed in condizioni paleogeografiche
notevolmente diverse dalle attuali.
Successivamente la linea di costa è andata progressivamente arretrando sino ad assumere
l'attuale forma a falce.
Gli altri tratti di litorale sabbioso sono rappresentati da spiagge di medie dimensioni, che si
sono formate nella parte interna delle baie.
Nell’area di studio queste spiagge si sono formate all'estremità dei coni alluvionali-torrentizi
attualmente lambiti dal mare. Il materiale di questi depositi, rielaborato dalla dinamica litorale, crea
corpi sabbioso-ciottolosi di modesta estensione.
Lo studio finalizzato alla ricostruzione delle tendenze evolutive del litorale rappresentato
nella cartografia geomorfologica del Piano Strutturale del Comune di Portoferraio, è stato
sviluppato attraverso l’analisi di dati tratti dai seguenti elaborati tecnici:
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•
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Piano d’Indirizzo Territoriale della Toscana (PIT 2005-2010), volto a una gestione integrata
della costa ed a interventi prioritari di recupero e riequilibrio del litorale per contrastare
l’erosione costiera;
•
Progetto BEACHMED-e1 (gestione strategica e difesa dei litorali per uno sviluppo
sostenibile delle aree costiere del Mediterraneo).
I dati relativi all’evoluzione delle spiagge dell’Isola d’Elba, evidenziano come alcuni decenni
addietro l’ampiezza delle spiagge fosse significativamente maggiore di quanto non lo sia oggi.
Questi dati sono stati estrapolati dal confronto di documenti cartografici e fotografici più
antichi ed interpolati con nuovi rilievi eseguiti dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università
di Firenze, nell’ambito di un progetto di riqualificazione delle spiagge mediante il ripascimento con
sedimenti prelevati a mare su incarico della Regione Toscana e dell’ARPAT.
Considerate le caratteristiche delle spiagge “elbane”, racchiuse entro promontori rocciosi ed
alimentate prevalentemente da piccoli corsi d’acqua e subordinatamente dall’erosione dei tratti di
falesia limitrofi, è evidente che i principali elementi che possono modificare il bilancio sedimentario
delle spiagge rimangono prioritariamente quelli legati alle variazioni di uso del suolo all’interno dei
bacini idrografici dei piccoli corsi d’acqua alimentatori.
La parte restante del litorale è caratterizzata da coste rocciose. In particolare si tratta di
versanti acclivi che si immergono in mare con una falesia, il cui piede si trova a 5÷10 m di
profondità (plunging cliff). L'orlo della falesia si attesta generalmente sui 25 m di quota. Sui
versanti granitici la falesia si abbassa a 10÷15 m di altezza.
Considerando che in condizioni di equilibrio con l'agente morfoclimatico marino l'altezza della
falesia è strettamente correlata alle caratteristiche del moto ondoso (energia, altezza d'onda e
punto di frangenza), orli di falesia così elevati sono da considerarsi come forme ereditate da
un'evoluzione avvenuta in condizioni di livello del mare più elevate dell’attuale.
Viste le caratteristiche geolitologiche delle rocce affioranti e la loro tendenza alla
degradazione sotto l'azione degli agenti meteorici, le forme rilevate lungo queste coste rocciose
risultano estremamente conservative. Tale ipotesi è confermata da altre evidenze morfologiche,
quali la scarsa frastagliatura del profilo planimetrico, indice di raggiunte condizioni di equilibrio e
del loro perdurare nel tempo, così come l'assenza di morfologie tipiche di coste rocciose in
arretramento, quali scogli isolati ed archi naturali.
1
Il Progetto Beachmed-e è un’iniziativa europea che prosegue il lavoro iniziato con il precedente progetto Beachmed,
che si è concluso nel dicembre 2004. Nello specifico esso si è dedicato alla gestione e al recupero delle risorse
sedimentarie nei bacini fluviali e lungo le coste, alle tecniche di monitoraggio dell’erosione costiera, alla ricerca in mare di
giacimenti di sabbia da utilizzare negli interventi di difesa dei litorali, alla valutazione d’impatto ambientale degli interventi
di difesa.
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In sostanza, quindi ad una, se pur minima, tendenza all'arretramento dei tratti di litorale bassi
e sabbiosi, si contrappone la sostanziale stabilità di quelli alti e rocciosi, che costituiscono, se pur
interessati dalle diverse frane rilevate, delle fonti quasi irrilevanti di materiale sedimentario a
supporto della deriva litoranea di sedimenti.
Forme di deposito di alterazione meteorica
L’assetto geo-strutturale del territorio da una parte si riflette direttamente nella forma della
maggior parte dei versanti e dei crinali, dall'altra rappresenta la condizione predisponente di molti
dei processi esogeni che ne determinano il progressivo smantellamento.
L’intensità dei processi elementari di alterazione sub-aerea è stata infatti fortemente
accresciuta dal reticolo di fratture primarie e secondarie, dando origine alle tipiche forme di
degradazione (weathering) delle rocce granitiche.
Il processo di alterazione meteorica del substrato granitico è di tipo fisico-chimico
(arenitizzazione), il cui prodotto finale è un materiale granulare compreso fra la sabbia grossolana
e la ghiaia fine con uno scheletro di frammenti litici fino a 3-5 centimetri di diametro massimo.
Laddove osservabili, gli spessori di questo materiale di alterazione possono arrivare a 1,5-2 metri,
ma mediamente si mantengono nell’ordine di qualche decimetro.
La degradazione lungo i sistemi di joint fra loro, ortogonali ha generato blocchi isolati
(separated corestone), talvolta impilati a costruire veri e propri “tor” (Fig. 13). In generale
l’alterazione meteorica non ha costruito forme colonnari sviluppate, ma blocchi singoli di forme
sub-sferoidale raggruppati a costruire estese coperture detritiche (boulder fields).
Tuttavia si deve ammettere che alla costruzione di questi accumuli possano aver partecipato
anche massi derivanti dal collasso di “tor”, talora ancora visibili all’interno della distesa di blocchi.
In alcuni casi i blocchi granitici testano isolati per l’allontanamento del mantello regolitico in cui
erano immersi (etchforms), in altri casi la sfericità dei blocchi dipende dall’aggressione dei processi
sub-aerei, e quindi la distribuzione geografica di queste forme potrebbe permettere di ricavare
informazioni sulla variabilità nello spazio e nel tempo delle condizioni ambientali (umidità e
temperatura dell'aria, direzione dei venti).
I tafoni possono essere osservati sia su superfici verticali di affioramento o di blocchi isolati
senza nessun apparente legame con i sistemi di fratture (wall tafoni o tafoni de parois) che
sviluppati in più direzioni a partire da discontinuità sub-orizzontali (basal tafoni).
Le cavità emisferiche mostrano diametri generalmente variabili da 50 a 100 cm, ma possono
raggiungere anche 7-8 m soprattutto nel caso dei tafoni legati a fratture; le profondità oscillano da
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20-30 cm e 3-4 m. La forma e la dimensione delle cavità varia a seconda della quota e
dell’esposizione dei versanti. Le forme con le cavità più ampie e profonde si trovano fra i 10 ed i
200 m di quota. Le fasce di rilievo al di sotto di questa quota sono generalmente raggiunte dagli
spruzzi e aerosol marini, che tendono ad annullare le differenze ambientali (soprattutto di umidità)
fra l’interno e l’esterno delle cavità, inibendo lo sviluppo del tafone.
Al di sopra dei 400 m la frequenza di queste forme decresce velocemente fino a
praticamente azzerarsi al di sopra dei 500-600 m, dove i versanti diventano eccessivamente ripidi
ed i blocchi isolati sono rari. Nella cavità dei tafoni, presenti nelle fasce altimetriche inferiori (10200 m), la superficie della cupola si esfolia facilmente (una pressione esercitata a mano produce
scaglie di qualche millimetro di spessore) e la base risulta coperta da materiale granulare.
Fig. 13 - Forme di alterazione meteorica: A. blocchi sferoidali isolati o impilati di granodiorite (tor), B. sculture
alveolari (modificato da Note Illustrative “Carta geomorfologica dell’Arcipelago Toscano”. AA.VV. - S.EL.CA.
srl – 2009)
Passando a quote superiori si osserva generalmente un progressivo incremento della
compattezza delle pareti interne che, in alcuni casi, presentano anche copertura lichenica.
Le maggiori concentrazioni di tafoni ben sviluppati si rilevano lungo i crinali ed i versanti del
settore orientale dell’Isola d’Elba. Queste zone hanno in comune la scarsità o mancanza di
vegetazione, l’elevato numero di ore di insolazione, l’esposizione ad un regime giornaliero e
annuale dei venti variabile. Da questi aspetti microclimatici deriva un forte contrasto fra le
condizioni ambientali interne ed esterne alle cavità dei tafoni, condizione determinante per lo
sviluppo di queste forme.
L’alveolizzazione delle rocce granitiche interessa sia superfici affioranti, che blocchi sferoidali
isolati e pareti interne ed esterne di tafoni. Questo tipo di processo di alterazione del granito, che
scolpisce piccole depressioni a goccia di diametro massimo di qualche decimetro e profonde pochi
centimetri, è praticamente limitato alle falesie e ai primi 100 m di quota. Contrariamente ai tafoni, il
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processo di alveolizzazione avviene quando le condizioni ambientali non sono sufficientemente
contrastanti in un dato settore di affioramento, e l’alterazione avviene solo in corrispondenza di
piccole fratture o disomogeneità mineralogiche della roccia.
È il caso delle falesie dove l’aerosol marino genera condizioni di umidità e di salinità elevate
ma relativamente uniformi sulle superfici esposte. L’alveolizzazione delle pareti dei tafoni può
quindi essere interpretabile come un segnale dell'instaurarsi di nuove e più omogenee condizioni
ambientali, e quindi dell’inizio del deterioramento di queste forme.
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3.4
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Elementi per la valutazione degli aspetti idraulici
Ai fini della redazione della CARTA DELLE AREE ALLAGABILI (Tav. QC g4), sono stati
considerati gli elementi idrologico-idraulici necessari per caratterizzare la probabilità di
esondazione dei corsi d'acqua in riferimento al reticolo d'interesse della difesa del suolo, come
definito nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) redatto dall’Autorità di Bacino Toscana Costa,
nonché le probabilità di allagamento per insufficienza di drenaggio in zone depresse.
Il Regolamento 53/R prevede che, con riferimento alle esigenze di sicurezza idraulica e agli
obiettivi posti in tal senso, per le UTOE potenzialmente interessate da previsioni insediative e
infrastrutturali, vengano individuati gli ambiti territoriali interessati da allagamenti riferiti
rispettivamente a tempi di ritorno (TR) fino a 20÷30 anni e tra 20÷30 e 200 anni.
Viceversa al di fuori delle UTOE potenzialmente interessate da previsioni insediative e
infrastrutturali, devono essere definiti gli ambiti territoriali di fondovalle per i quali ricorrano notizie
storiche di inondazione e gli ambiti di fondovalle posti in situazione morfologicamente sfavorevole,
a quote altimetriche inferiori a metri 2 sopra il piede esterno dell'argine o, in mancanza, sopra il
ciglio di sponda.
Pertanto sono stati considerati tutti gli elementi idrologico-idraulici necessari per
caratterizzare la probabilità di esondazione dei corsi d'acqua compresi nel territorio comunale e
facenti parte del reticolo idrografico d'interesse per la difesa del suolo, reperiti dall’analisi dei
seguenti dati:
-
elaborati cartografici relativi al P.T.C. della Provincia di Livorno;
-
elaborati del P.A.I. redatti dall’Autorità di Bacino Toscana Costa riportanti la aree
perimetrate a Pericolosità Idraulica Molto Elevata e a Pericolosità Idraulica Elevata;
Inoltre sono stati esaminati gli studi idrologico-idraulici che il Comune di Portoferraio ha
recentemente commissionato ai fini della valutazione del rischio idraulico sul territorio comunale.
Più in particolare si tratta dei seguenti studi redatti dal dott. ing. Paolo Barsotti dello Studio
INGEO – Ingegneri & Geologi Associati di Lucca:
-
Studio idraulico della Piana di S. Giovanni e Studio idraulico del Fosso della Concia e
successiva integrazione in merito ai fenomeni di sovralluvionamento;
-
Studio del rischio idraulico per la messa in sicurezza delle aree interessate quale parte
integrante e sostanziale del programma di settore ex art. 10 LRT.1/05 per la portualità. Verifiche di sicurezza idraulica dei fossi Carpani – Riondo, Santa Lucia, Condotto e
Bucine - Comune di Portoferraio (LI);
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Studio di Approfondimento relativo alle problematiche di sovralluvionamento nei bacini
-
della Piana di San Giovanni (fossi di Santa Lucia, Condotto e Bucine).
Dal momento che per tali studi non è ancora conclusa l’istruttoria presso l’Autorità di Bacino,
si è scelto di non riportarne i contenuti nella Carta delle Aree Allagabili (Tav. QC g4), ritenendo più
corretto attendere l’esito dell’iter procedurale.
Di seguito vengono descritte le singole classi rappresentate:
•
Aree soggette ad esondazioni per eventi con tempo di ritorno fino a 20÷30 anni, definite
sulla base di studi idrologici-idraulici, corrispondenti alle aree a Pericolosità Idraulica
Molto Elevata (P.I.M.E.) individuate dal PAI. Ricade in questa classe la Piana di S.
Giovanni, le fasce adiacenti al Rio della Madonnina da San Martino sino allo sbocco a
mare, buona parte della Piana dello Schiopparello e di Magazzini, la periferia sud-ovest
di Portoferraio nel tratto prospicente il Fosso della Concia, parte dell’abitato di Bagnaia
(Comune di Rio nell’Elba) e la costa del Golfo della Biodola. In questa classe vengono
inoltre incluse le aree di pertinenza fluviale.
•
Aree soggette ad esondazioni per eventi con tempo di ritorno compresi tra 20÷30 e 200
anni, definite sulla base di studi idrologici-idraulici, corrispondenti alle aree a Pericolosità
Idraulica Elevata (P.I.E) individuate dal PAI. Tale classe non è attualmente rappresentata
sul territorio comunale.
•
Aree collinari o montane per le quali non vi sono notizie storiche di inondazioni.
La cartografia è stata completata con la rappresentazione del Reticolo idrografico.
In base alle norme del PIT, le aree di pertinenza fluviale vengono descritte come: “alvei,
golene, argini ed aree comprendenti le due fasce della larghezza di m 10 dal piede esterno
dell'argine o, in mancanza, dal ciglio di sponda dei corsi d'acqua principali”.
Per quanto concerne inoltre la definizione delle aree di pertinenza fluviale, di seguito si
elencano i corsi d'acqua compresi nel territorio comunale di Portoferraio classificati nel Quadro
Conoscitivo, Allegato n° 4, del Piano di indirizzo territoriale (PIT), approvato con D.C.R.T. n° 72 del
24 luglio 2007:
-
Rio della Acona (LI1963)
-
Fosso di Acqua Cavalla (LI801)
-
Fosso Acquaviva (LI840)
-
Fosso Bucine (LI918)
-
Fosso del Buraccio (LI929)
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-
Fosso dei Catenacci (LI1036)
-
Fosso della Concia (LI1082)
-
Rio della Madonnina (LI2191)
-
Rio del Piano (LI2256)
-
Fosso della Ragnaia (LI2849)
-
Rio di S. Lucia (LI2370)
-
Rio S. Martino (LI2371)
-
Fosso delle Tre Acque (LI1853)
-
Fosso Val Carene (LI998)
-
Fosso di Valdona o Valdana (LI1877)
-
Rio della Valle (LI3089)
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Relazione Geologica
Nel corso dello studio è stato preso contatto con i funzionari dell’Ufficio Tecnico del Genio
Civile dell’area vasta Livorno-Lucca-Pisa ed è stata acquisita documentazione sul tragico evento
alluvionale del 7 novembre 2011 e degli interventi in progetto per far fronte alle criticità emerse a
seguito dell’evento.
Dalla documentazione acquisita si è verificato che sul territorio del Comune di Portoferraio
non sono stati segnalati danni significativi, diversamente da quando accadde nel settembre 2002,
in cui molte aree morfologicamente ribassate vennero allagate.
A tal proposito è stato esaminato il Piano degli interventi per la messa in sicurezza definito
dopo l’alluvione del settembre 2002 e ripreso nel vigente Piano di Assetto Idrogeologico. In Fig. 14
viene riportato uno stralcio della Carta degli Interventi Strutturali.
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Fig. 14 – estratto del Piano degli Interventi definiti nel 2002 e ripresa nel PAI vigente
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3.5
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Elementi per la valutazione degli aspetti idrogeologici
Il più volte citato Regolamento 53/R prevede che, con particolare riferimento alle UTOE
potenzialmente interessate da previsioni insediative e infrastrutturali, la ricostruzione dell'assetto
idrogeologico sia finalizzata all’individuazione dei corpi idrici sotterranei, alla definizione della loro
configurazione, degli schemi della circolazione idrica sotterranea, delle eventuali interconnessioni
tra acquiferi limitrofi e acque superficiali.
A tal fine, possono essere utilizzati gli elementi presenti nel P.I.T., negli altri atti di
pianificazione regionale, nonché i dati e gli elementi elaborati dall’Autorità di Bacino Toscana
Costa o dalla Provincia nell'ambito delle specifiche competenze.
La ricostruzione deve essere effettuata in maniera commisurata al grado di approfondimento
ritenuto necessario ed alle caratteristiche idrogeologiche della parte di territorio studiata. Inoltre
vanno indicati gli eventuali disequilibri in atto anche conseguenti ad azioni antropiche sulla risorsa,
nonché le potenziali situazioni di criticità quali gli acquiferi di subalveo, le zone di ricarica degli
acquiferi e l’ingressione costiera del cuneo salino.
La CARTA IDROGEOLOGICA (Tav. QC g5) è stata prodotta facendo riferimento alle carte
tematiche derivate dal Continuum Geologico della Regione Toscana ed utilizzando informazioni e
dati acquisiti dal P.T.C. della Provincia di Livorno e da precedenti studi idrogeologici realizzati sul
territorio elbano ed in particolare “Le risorse idriche dell’Isola d’Elba” di A. Bencini, M. Giardi, G.
Pranzini e B.M. Tacconi, 1986.
Tale studio, pur essendo trascorso un ampio lasso di tempo, rappresenta tuttora un punto di
riferimento fondamentale, che è stato successivamente arricchito dalle risultanze di ulteriori studi
commissionati dai Comuni elbani e dall’ASA Spa (Azienda Servizi Ambientali), che attualmente è il
Gestore Unico del servizio idrico nel territorio in cui vigila l'Autorità Idrica Toscana - Conferenza
Territoriale N°5 "Toscana Costa" (ex AATO 5), comprendente l’intero territorio dell’Isola d’Elba.
I depositi alluvionali che costituiscono la Piana di Portoferraio (S. Giovanni e valle del Fosso
Madonnina) e la Piana dello Schiopparello, rappresentano i corpi deposizionali significativi sotto il
profilo idrogeologico, in quanto ospitano importanti serbatoi acquiferi.
La potenza dei depositi alluvionali nella Valle del Fosso della Madonnina è di circa 40 m e il
substrato litoide è rappresentato dal flysch cretaceo della Formazione di Marina di Campo e dai
porfidi granitici. In corrispondenza della piana di S. Giovanni lo spessore dei depositi, di natura
prevalentemente limosa, si riduce a circa 18-20 m e il substrato è costituito da serpentiniti.
I depositi della piana dello Schiopparello sono di natura prevalentemente limosa, con
percentuale variabile di argille, sabbie e ghiaie. Lo spessore varia da 15 a 35 m, in ricoprimento di
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un substrato costituito da serpentiniti e dalle sequenze torbiditiche della Formazione di Marina di
Campo.
I pozzi perforati da ASA nei campi pozzi delle località Orti e Schiopparello si spingono sino a
circa 60 m dal piano campagna.
Nel citato studio di Bettini A. et alii (1986) sono riportate le cartografie idrogeologiche della
Piana di Portoferraio e della Piana dello Schiopparello, in cui, tra i vari elementi riportati, venne
rappresentato l’andamento della superficie piezometrica degli acquiferi presenti nel sottosuolo,
riferita al maggio e al settembre 1981 e l’ubicazione dei pozzi censiti.
Essendo trascorso oltre 40 anni da allora e non avendo potuto compiere ulteriori misure e
rilievi in questa sede, si è preferito non riportare tali elementi nell’Elaborato QC g2, in quanto le
mutate condizioni territoriali potrebbero aver parzialmente e/o localmente modificato l’andamento
dell’acquifero nel sottosuolo.
In ogni caso si è ritenuto di riportare tali carte nelle Figg. 15 e 16, in modo da mantenere
traccia di queste informazioni.
Lo studio in questione evidenziò la problematica dell’ingressione salina a seguito
dell’eccessivo emungimento degli acquiferi sotterranei. Tale problema assume particolare
rilevanza in corrispondenza dei campi pozzi acquedottistici e deve essere attentamente
monitorato, per evitare il possibile deterioramento delle risorse idriche disponibili.
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Fig. 15 – Carta idrogeologica della Piana di Portoferraio. Da: “Le risorse idriche dell’Isola d’Elba” – A. Bencini
e al. - 1986)
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Fig. 16 – Carta idrogeologica della Piana dello Schiopparello. Da: “Le risorse idriche dell’Isola d’Elba” – A.
Bencini e al. - 1986)
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La Carta Idrogeologica contiene informazioni sui principali aspetti idrogeologici, quali
l’ubicazione delle sorgenti, la rete idrografica, le informazioni sul tipo di permeabilità in relazione
alle modalità di circolazione sotterranea e sul grado di permeabilità dei terreni affioranti nell’ambito
del territorio comunale.
Relativamente alle aree caratterizzate dall’affioramento del substrato roccioso, la
circolazione idrica sotterranea risulta fortemente influenzata dal grado di fratturazione delle rocce e
dalla persistenza delle discontinuità tettoniche.
Le sorgenti sul territorio del Comune di Portoferraio sono di scarsa importanza (Bencini A. et
alii, 1986); ciò dipende non tanto dalla scarsità delle piogge, ma quanto dalla situazione geologica
sfavorevole, con affioramento prevalente di rocce poco permeabili che consentono una scarsa
infiltrazione, dall’estrema frammentarietà dei complessi geologici presenti, che impedisce
l’accumulo delle acque di sottosuolo e la loro concentrazione e dall’andamento delle fratture, che
tendono a chiudersi in profondità.
Per quanto riguarda la tipologia delle emergenze idriche, sono riconducibili a fratture nelle
rocce (basalti, porfidi, serpentiniti e Calcari a Calpionelle) o al contatto tra i depositi torbiditici dei
Flysch cretacei e i porfidi.
Le rocce (o complessi di rocce o depositi aventi caratteristiche litotecniche simili,
indipendentemente dall’età e dalla posizione geometrica occupata) si dicono per definizione
“permeabili” se è possibile il passaggio di fluidi attraverso i pori che esse presentano ovvero se
possiede proprietà drenanti.
Una roccia può essere porosa ma non permeabile, perché è anche necessario che esistano
comunicazioni tra i pori, onde i fluidi possano attraversare la roccia stessa; una roccia integra ed
assai compatta che si presenta impermeabile può divenire permeabile se, per effetto di fenomeni
vari (meccanici di origine tettonica, fisico-chimici per dissoluzioni, ecc.) presenta fessurazioni o
cavernosità.
Le formazioni e i depositi affioranti all’interno del territorio comunale possono essere distinti
in base a due tipi di permeabilità, in relazione alle modalità di circolazione sotterranea:
1) PERMEABILITÀ PRIMARIA o per porosità: è una caratteristica acquisita al momento della
genesi della roccia ed è tipica delle rocce incoerenti, rappresentate essenzialmente da
depositi di tipo alluvionale e dalle coltri detritiche. La circolazione dell’acqua in queste rocce,
pur dipendendo dalla gravità, è condizionata da fenomeni di capillarità e di adesione, in
funzione delle dimensioni, della forma e della continuità dei vuoti;
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2) PERMEABILITÀ SECONDARIA o per fessurazione: la denominazione secondaria è riferita
alla caratteristica idraulica acquisita da una roccia coerente e cioè al formarsi di una rete di
fratture (per effetto di movimenti tettonici e/o fenomeni di dissoluzione e di disgregazione
superficiale), le cui dimensioni e frequenza regolano la quantità di acqua che si infiltra e
percola.
Vengono di seguito descritte le unità idrogeologiche distinte per tipologia e grado di
permeabilità, facendo riferimento alla legenda definita dalla Regione Toscana:
Unità idrogeologiche a PERMEABILITÀ PRIMARIA (per porosità):
•
Permeabilità alta (5): rientrano in questa classe i "Depositi di spiaggia", costituiti da
materiale granulare sciolto o poco addensato a prevalenza sabbiosa, di origine
eolica, poco cementato;
•
Permeabilità medio-alta (4): sono attribuiti a tale classe i "Depositi di versante e i
“Depositi di falda" costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a
prevalenza grossolana;
•
Permeabilità media (3): rientrano in questa classe i "Depositi alluvionali terrazzati"
costituiti da materiale granulare sciolto o poco addensato a granulometria non
definita, in genere eterometrica, con coesistenza di sabbie, limi e ghiaie;
•
Permeabilità media-bassa (2): questa classe ricomprende i "Depositi eluviocolluviali" e i corpi di frana attivi e quiescenti costituiti da materiale granulare sciolto o
poco addensato a prevalenza fine .
Unità idrogeologiche a PERMEABILITÀ SECONDARIA (per fratturazione):
•
Permeabilità medio-alta (IV): è attribuita a questa classe la Formazione dei Calcari
a Calpionelle (CCL) e i Marmi (MAA);
•
Permeabilità media (III): rientrano in questa classe le Formazioni costituite da
materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato: Gabbri (GBB), Porfido di
Orano (fe3), Litofacies calcareo-marnosa delle Argille a Palombini (APAa), Basalti
(BRG) e Peridotiti serpentinizzate (PRN);
•
Permeabilità medio-bassa (II): questa classe ricomprende i porfidi di S. Martino
(fe1), Aplite porfirica di Capo Bianco (fe5), i diaspri (DSD), le Dioriti (fba), le torbiditi
della Formazione di Marina di Campo (FMC) e della Formazione di Lanciaia (CAA) e
le marne di Murlo (MUL);
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•
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Permeabilità da bassa a molto bassa (I): rientra in questa classe di permeabilità il
Porfido di Portoferraio (fe2), la Formazione argillitica delle Argille a Palombini (APA),
le filladi della Formazione della Verruca (VEU) e degli Scisti Spirifer (SFS).
Unità idrogeologiche a PERMEABILITÀ MISTA:
•
Permeabilità alta (E): sono attribuiti a questa classe i calcari e le dolomie del Calcare
Cavernoso (CCA).
Unità idrogeologiche IMPERMEABILI:
•
Impermeabile (I): hanno comportamento impermeabile i calcescisti e le argilliti-siltiti
della Formazione del Cavo (CAV).
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3.6
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Elementi per la valutazione degli aspetti sismici
Come ricordato in premessa, in considerazione della classificazione del territorio comunale
in Zona 4, non viene richiesta la redazione degli studi di Microzonazione Sismica (MS) di livello 1 e
l’elaborazione della Carta delle Microzone Omogenee in Prospettiva Sismica (MOPS).
Tuttavia in occasione della stesura del Quadro Conoscitivo a supporto del nuovo Piano
Strutturale, si è ritenuto opportuno soffermarsi sulla sismicità dell’areale.
Gli studi sulla pericolosità sismica promossi dall’Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia (INGV) hanno portato alla definizione di una nuova zonazione sismogenetica del
territorio nazionale denominata “ZS9” (Fig. 16), che prevede l’individuazione di 36 “zone-sorgente”,
i cui limiti sono stati tracciati sulla base di informazioni tettoniche o geologico-strutturali e di
differenti caratteristiche della sismicità, quali distribuzione spaziale e frequenza degli eventi,
massima magnitudo rilasciata, ecc..
Fig. 16 – Zonazione sismogenetica ZS9. da: “Redazione della Mappa di Pericolosità Sismica – Rapporto
conclusivo – bozza aprile 2004” – INGV. Il cerchio rosso individua il territorio dell’Isola d’Elba.
Il territorio dell’Isola d’Elba e quindi del Comune di Portoferraio si colloca in un areale non
sismogenetico e a significativa distanza dalle zone sismogenetiche riconosciute, la più vicina delle
quali è la “921” denominata “Etruria”. Tale zona è caratterizzata da un elevato flusso di calore e da
una diffusa sismicità di energia moderata, con pochi eventi di magnitudo più elevata, responsabili
di danni significativi su aree di limitata estensione anche per la superficialità degli ipocentri (1-5
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km). Sulla base dei meccanismi focali, i valori di magnitudo massima previsti sono pari a Mwmax =
5,91.
Dall’analisi della Mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale elaborata dall’INGV nel
2004 (Fig. 17) si può osservare che il territorio del Comune di Portoferraio si colloca in un areale,
in cui si possono registrare valori di accelerazione di picco al suolo a(g) pari a 0.025÷0.050 g, con
un tempo di ritorno (Tr) pari a circa 475 anni (probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni).
Fig. 17 - Mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale (INGV). Dettaglio per la Regione Toscana.
L’ubicazione del Comune di Portoferraio è evidenziata dal cerchio rosso
A seguito dei contenuti dell’OPCM 3274/2003 il lavoro dell’INGV non si è limitato alla
elaborazione della Mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale, ma sono stati avviati altri
progetti, tra cui quello che ha portato alla predisposizione di strumenti gestionali interattivi della
MPS stessa. Più in particolare è stato progettato e messo a disposizione sul sito http://esse1gis.mi.ingv.it un sistema che consente di visualizzare e interrogare mappe probabilistiche della
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pericolosità sismica del territorio nazionale, espressa con diversi parametri dello scuotimento su
una griglia regolare a passo 0.05°.
Le mappe riportano due distinti parametri dello scuotimento: a(g) (accelerazione orizzontale
massima del suolo) e Se(T) (Spettro di risposta Elastico in funzione del periodo T, in
accelerazione). Pertanto si è provveduto a visualizzare e consultare le mappe relative al Comune
di Portoferraio. In Fig. 18 è riportato l’estratto della Mappa di pericolosità sismica per il territorio del
Comune di Portoferraio espressa in termini di a(g) e probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni
(TR = 475 anni).
Fig. 18 - Mappa della pericolosità sismica del Comune di Portoferraio per a(g) con Tr = 475 Anni (INGV)
Dalla carta si conferma che il territorio del Comune di Portoferraio ricade in un areale in cui si
possono verificare terremoti caratterizzati da un’accelerazione massima del suolo (amax) pari a 0.
025÷0.050 g.
Tale situazione è confermata dalla consultazione del Catalogo Parametrico dei Terremoti
(PTI11) e
relativo database macrosismico (DBMI11). L’estrazione eseguita con riferimento
all’abitato di Portoferraio tra l’anno 1000 e il 2006 (Tab. 1 e Fig. 19) ha restituito 18 eventi, di cui
solamente 2 hanno prodotto un modesto risentimento sulle strutture antropiche.
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Fig. 19 - Diagramma della storia sismica di Portoferraio, limitatamente ai terremoti con intensità epicentrale
uguale o superiore a 4, di cui alla Tab. 1. M. Locati, R. Camassi e M. Stucchi (a cura di), 2011.
DBMI11, la versione 2011 del Database Macrosismico Italiano.
Milano, Bologna,
http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11)
Is
Anno
Me Gi
Or Mi Se
4-5
1909
08 25
00 22
4
1920
09 07
3-4
1914
3-4
Area Epicentrale
Io
Mw
7-8
5.37 ±0.10
05 55 40 Garfagnana
10
6.48 ±0.09
10 27
09 22 36 Garfagnana
7
5.76 ±0.09
1871
07 29
20 45
GUARDISTALLO
7-8
5.16 ±0.44
3
1846
08 14
12 00
Toscana settentrionale
9
5.91 ±0.13
3
1873
09 17
LIGURIA ORIENTALE
6-7
5.43 ±0.15
3
1887
02 23
05 21 50 Liguria occidentale
NF
1903
07 27
03 46
LUNIGIANA
NF
1904
11 17
05 02
NF
1905
02 08
NF
1909
NF
MURLO
6.97 ±0.15
7-8
5.25 ±0.17
Pistoiese
7
5.15 ±0.14
28
SANTA FIORA
6
4.66 ±0.29
01 13
00 45
BASSA PADANA
6-7
5.53 ±0.09
1911
09 13
22 29
Chianti
7
5.19 ±0.14
NF
1915
01 13
06 52
Avezzano
11
7.00 ±0.09
NF
1919
06 29
15 06 12 Mugello
10
6.29 ±0.09
NF
1919
09 10
16 57 20 PIANCASTAGNAIO
7-8
5.32 ±0.18
NF
1984
04 29
05 02 60 GUBBIO/VALFABBRICA
7
5.65 ±0.09
NF
1987
01 22
05 10 51 LIVORNO
5-6
4.40 ±0.16
NF
1998
03 26
16 26 17 Appennino umbro-marchigiano
6
5.29 ±0.09
Tab. 1 - Elenco dei terremoti più forti risentiti nell’area di Portoferraio tra il 1000 e il 2006. (M. Locati, R.
Camassi e M. Stucchi (a cura di), 2011. DBMI11, la versione 2011 del Database Macrosismico
Italiano. Milano, Bologna, http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11 - parzialmente modificato)
A seguito dell’emanazione dell’OPCM n° 3274 del 20 marzo 2003 "Primi elementi in materia
di criteri generali per la classificazione sismica del territorio nazionale e di normative tecniche per
le costruzioni in zona sismica" e s.m.i., tutti i comuni del territorio nazionale sono stati classificati
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sismici con diverso grado di sismicità e il Comune di Portoferraio è stato classificato sismico in
ZONA 42.
La Regione Toscana con D.G.R.T. n° 878 del 8.10.2012 ha recentemente aggiornato la
classificazione sismica del territorio regionale (Fig. 20). Tale aggiornamento, redatto ai sensi
dell’OPCM n° 3519/2006, si è reso necessario al fine di recepire le novità introdotte dall’entrata in
vigore delle nuove Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC2008) e di rendere la classificazione
sismica, maggiormente aderente all’approccio “sito-dipendente” introdotto dalle vigenti Norme.
Fig. 20 - Mappa di aggiornamento della classificazione simica della Regione Toscana 2012. Il territorio del
Comune di Portoferraio è evidenziato dal cerchio rosso.
Anche a seguito di tale aggiornamento il Comune di Portoferraio è stato confermato sismico
in Zona 4, unitamente ad altri 23 comuni della costa meridionale e dell’Arcipelago toscano.
2
L’OPCM 3274/2003 ha classificato i Comuni in 4 “ZONE” sismiche, di cui la zona 1 corrisponde al livello di rischio più
elevato, mentre la zona 4 corrisponde al livello di rischio più basso. In precedenza i comuni sismici erano suddivisi in 3
“CATEGORIE” distinte con il medesimo criterio.
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4. VALUTAZIONE DELLE PERICOLOSITÀ
Sulla base di tutti gli elementi emersi e analizzati nelle “Sintesi delle conoscenze”, descritte
nei capitoli precedenti e sulla base degli approfondimenti eseguiti, il territorio comunale è stato
caratterizzato in funzione dello stato di pericolosità, che è elemento indispensabile per la
successiva indicazione degli eventuali condizionamenti alla trasformabilità.
Pertanto si è proceduto a riconoscere, caratterizzare, evidenziare e cartografare le aree
omogenee dal punto di vista delle pericolosità e delle criticità, rispetto agli specifici fenomeni che le
generano, oltre ad essere integrate e approfondite quelle già individuate nel Piano per l’Assetto
Idrogeologico.
Di seguito sono descritte le aree a pericolosità geologica (geomorfologica e problematiche di
dinamica costiera) e pericolosità idraulica, nonché le aree che presentano problematiche
idrogeologiche.
4.1
Pericolosità geomorfologica e problematiche di dinamica costiera
La CARTA DELLE AREE A PERICOLOSITÀ GEOLOGICA (Tav. QC g6) è stata elaborata a
partire dalla Carta Geomorfologica e della dinamica costiera (Tav. QC g3).
Da quest’ultima sono stati acquisiti le forme e i processi e, prendendo in esame lo stato di
attività e le possibili aree di influenza (in particolare per quanto riguarda le aree di possibile
evoluzione dei dissesti), sono stati valutati a seconda della tipologia dei vari fenomeni e con le
ipotesi cinematiche ad essi connesse.
Per esigenze di semplificazione e immediatezza si è operata la distinzione tra le aree a
pericolosità geologica (geomorfologica) e le problematiche di dinamica costiera.
La definizione e la perimetrazione delle aree aventi pericolosità geomorfologica è stata
eseguita nel pieno rispetto delle raccomandazioni e delle indicazioni riportate nella D.P.G.R. n°
53/R. Di seguito vengono descritte le classi di pericolosità geologica riportate in Tav. 6.
•
Pericolosità geomorfologica molto elevata (G.4): aree in cui sono presenti fenomeni
attivi e relative aree di influenza. Questa classe è rappresentata da un solo corpo di frana
di modeste dimensioni.
•
Pericolosità geomorfologica elevata (G.3): aree in cui sono presenti fenomeni
quiescenti; aree con indizi di instabilità connessi alla giacitura, all’acclività, alla litologia,
alla presenza di acque superficiali e sotterranee, nonché a processi di degrado di
carattere antropico; aree interessate da intensi fenomeni erosivi e da subsidenza. A
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questa classe sono attribuiti i corpi di frana quiescenti e i depositi eluvio-colluviali ricadenti
su versanti con pendenza > 15°. Le perimetrazioni ricadono prevalentemente nei settori
meridionale ed orientale del territorio comunale.
•
Pericolosità geomorfologica media (G.2): aree in cui sono presenti fenomeni franosi
inattivi stabilizzati (naturalmente o artificialmente); aree con elementi geomorfologici,
litologici e giaciturali dalla cui valutazione risulta una bassa propensione al dissesto. A
questa classe sono attribuiti i depositi di versante e il detrito di falda laddove presentano
una pendenza > 15°. Anche in questo caso le perimetrazioni ricadono prevalentemente
nei settori meridionale ed orientale del territorio comunale.
•
Pericolosità geomorfologica bassa (G.1): aree in cui i processi geomorfologici e le
caratteristiche litologiche, giaciturali non costituiscono fattori predisponenti al verificarsi di
movimenti di massa.
Sono state altresì acquisite e rappresentate le aree cartografate dall’Autorità di Bacino
Toscana Costa nel Piano Assetto Idrogeologico (P.A.I.) e classificate quali “Aree a pericolosità
geomorfologica molto elevata” (P.F.M.E.) e “Aree a pericolosità geomorfologica elevata” (P.F.E.).
Tali aree sono così definite:
P.F.M.E.: aree interessate da fenomeni franosi attivi e relative aree di influenza,
nonché le aree che possono essere coinvolte dai suddetti fenomeni; rientrano
comunque nelle aree a pericolosità geomorfologica molto elevata le aree che
possono essere coinvolte da processi a cinematica rapida e veloce, quali quelle
soggette a colate rapide incanalate di detrito e terra, nonché quelle che possono
essere interessate da accertate voragini per fenomeni carsici;
P.F.E.: aree interessate da fenomeni franosi quiescenti e relative aree di influenza, le
aree con indizi di instabilità connessi alla giacitura, all’acclività, alla litologia, alla
presenza di acque superficiali e sotterranee, nonché a processi di degrado di
carattere antropico, le aree interessate da intensi fenomeni erosivi e da subsidenza.
Sul territorio del Comune di Portoferraio non sono presenti aree classificate a P.F.M.E.,
mentre è presente una sola area classificate a P.F.E., ubicata sul promontorio dell’Enfola (v. Tav.
QC g6), a cui è stata attribuita la classe di pericolosità elevata (G.3) ed è stata graficamente
distinta dalle altre mediante uno specifico retino.
Per quanto concerne i fenomeni di dinamica costiera legati all’azione del moto ondoso e
degli altri agenti responsabili del modellamento geomorfologico sulle coste, si evidenziano i
seguenti elementi:
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•
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relativamente alle falesie, che si sviluppano in particolare lungo il tratto costiero a nord e
nord-ovest di Portoferraio, sono risultate essere in stato di erosione, con locali fenomeni di
instabilità per frane di crollo;
•
per quanto concerne inoltre l’azione erosiva esercitata sulle spiagge, nonostante sia stata
messa in evidenza l’alternanza di fasi di erosione ed avanzamento, le coste basse
sabbiose sul territorio del Comune di Portoferraio risultano sostanzialmente stabili, con
l’eccezione della spiaggia del Golfo della Biodola in forte avanzamento (oltre 0.5 m/anno)
e la spiagge delle Le Prade di Schiopparello in debole arretramento (0.2-0.5 m/anno)3.
3
Fonte dati: Progetto BEACHMED-e (gestione strategica e difesa dei litorali per uno sviluppo sostenibile delle aree
costiere del Mediterraneo)
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Pericolosità idraulica
La CARTA DELLE AREE A PERICOLOSITÀ IDRAULICA (Tav. QC g7) è stata elaborata a
partire dalla Carta delle Aree allagabili (Tav. QC g4).
Nel corso del presente studio non sono stati eseguiti specifici studi idraulici, ma ai fini della
definizione delle aree a pericolosità idraulica e del grado di pericolosità, sono state acquisite le
perimetrazioni riportate nella Carta della Tutela del Territorio del Piano per l’Assetto Idrogeologico
dell’Autorità di Bacino Toscana Costa ed in particolare le perimetrazioni relative alle aree a
Pericolosità Idraulica Molto Elevata (P.I.M.E.) e a Pericolosità Idraulica Elevata (P.I.E.). Queste
ultime non sono presenti sul territorio del Comune di Portoferraio.
Come ricordato nel § 3.4 il Comune di Portoferraio negli ultimi anni ha commissionato alcuni
importanti studi idrologico-idraulici per la valutazione del rischio idraulico sul territorio comunale,
per i quali è attualmente in corso l’istruttoria presso l’Autorità di Bacino.
Più in particolare si tratta dei seguenti studi redatti dal dott. ing. Paolo Barsotti dello Studio
INGEO – Ingegneri & Geologi Associati di Lucca:
-
Studio idraulico della Piana di S. Giovanni e Studio idraulico del Fosso della Concia e
successiva integrazione in merito ai fenomeni di sovralluvionamento;
-
Studio del rischio idraulico per la messa in sicurezza delle aree interessate quale parte
integrante e sostanziale del programma di settore ex art. 10 LRT.1/05 per la portualità. Verifiche di sicurezza idraulica dei fossi Carpani – Riondo, Santa Lucia, Condotto e
Bucine - Comune di Portoferraio (LI);
-
Studio di Approfondimento relativo alle problematiche di sovralluvionamento nei bacini
della Piana di San Giovanni (fossi di Santa Lucia, Condotto e Bucine).
Di seguito vengono descritte le classi di pericolosità idraulica riportate in Tav. QC g7.
•
Pericolosità idraulica molto elevata (I.4): aree interessate da allagamenti per eventi con
TR≤30 anni. In assenza di studi idrologici e idraulici, rientrano in classe di pericolosità molto
elevata le aree di fondovalle non protette da opere idrauliche per le quali ricorrano
contestualmente le seguenti condizioni:
a) vi sono notizie storiche di inondazioni;
b) sono morfologicamente in situazione sfavorevole di norma a quote altimetriche
inferiori rispetto alla quota posta a metri 2 sopra il piede esterno dell’argine o, in
mancanza, sopra il ciglio di sponda.
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Ricade in questa classe la Piana di S. Giovanni, le fasce adiacenti al Rio della Madonnina
da San Martino sino allo sbocco a mare, buona parte della piana di Schiopparello e
Magazzini, la periferia sud-ovest di Portoferraio nel tratto prospicente il Fosso della
Concia, parte dell’abitato di Bagnaia e la costa del Golfo della Biodola.
Ricadono in questa classe anche le aree di pertinenza fluviale nei tratti montani e collinari
per una larghezza di m 10 dal ciglio di sponda dei corsi d'acqua principali.
•
Pericolosità idraulica elevata (I.3): aree interessate da allagamenti per eventi compresi
tra 30<TR≤200 anni. In assenza di studi idrologici e idraulici, rientrano in classe di
pericolosità elevata le aree di fondovalle per le quali ricorra almeno una delle seguenti
condizioni:
a) vi sono notizie storiche di inondazioni;
b) sono morfologicamente in condizione sfavorevole di norma a quote altimetriche
inferiori rispetto alla quota posta a metri 2 sopra il piede esterno dell’argine o, in
mancanza, sopra il ciglio di sponda.
Sul territorio comunale non sono attualmente presenti aree ricadenti in questa classe.
•
Pericolosità idraulica media (I.2): aree interessate da allagamenti per eventi compresi tra
200<TR≤500anni. In assenza di studi idrologici e idraulici rientrano in classe di pericolosità
media le aree di fondovalle per le quali ricorrano le seguenti condizioni:
a) non vi sono notizie storiche di inondazioni;
b) sono in situazione di alto morfologico rispetto alla piana alluvionale adiacente, di
norma a quote altimetriche superiori a metri 2 rispetto al piede esterno dell’argine o,
in mancanza, al ciglio di sponda.
Sul territorio comunale non sono attualmente presenti aree ricadenti in questa classe.
•
Pericolosità idraulica bassa (I.1): aree collinari o montane prossime ai corsi d’acqua per
le quali ricorrono le seguenti condizioni:
a) non vi sono notizie storiche di inondazioni;
b) sono in situazioni favorevoli di alto morfologico, di norma a quote altimetriche
superiori a metri 2 rispetto al piede esterno dell’argine o, in mancanza, al ciglio di
sponda.
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Una volta che tali studi saranno validati e certificati dai competenti organi regionali, le
perimetrazioni proposte potranno essere inserite nella Carta della Pericolosità Idraulica,
consentendo una rappresentazione del rischio idraulico più dettagliata e aderente alla realtà,
rispetto a quella attuale derivata dal PAI.
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4.3
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Problematiche idrogeologiche
Nella CARTA DELLE AREE CON PROBLEMATICHE IDROGEOLOGICHE (Tav. QC g8)
sono state evidenziate le aree che presentano situazioni sulle quali porre attenzione al fine di non
generare squilibri idrogeologici.
È stata altresì posta particolare attenzione all’individuazione delle aree in cui la risorsa idrica
è esposta o presenta un basso grado di protezione, quali la falda libera in materiali permeabili e
prossima al piano campagna e le aree di affioramento di terreni litoidi molto fratturati.
Per la valutazione della vulnerabilità intrinseca degli acquiferi è stato utilizzato un metodo
semplificato basato sulla zonazione per aree omogenee, che si basa sulla stima del grado di
vulnerabilità attraverso valutazioni qualitative delle caratteristiche della falda (libera, confinata o
semiconfinata), dell’acquifero e talora della copertura, adottando i criteri riportati di seguito, estratti
dalle Linee Guida del P.T.C. di Livorno (art. 53), integrate con la classificazione della vulnerabilità
stipulata dalla Provincia di Pistoia.
Le classi di vulnerabilità riportate nelle Linee Guida del P.T.C. della Provincia di Livorno sono
le seguenti:
Classe di vulnerabilità 1 - Estremamente elevata (EE)
Sistemi acquiferi liberi in alluvioni da grossolane a medie, od in materiali fortemente alterati
e/o risedimentati, privi di efficace protezione in superficie e, talora, soggiacenti ad agglomerati di
centri di pericolo (urbanizzato).
Pozzi e campi-pozzi, che deprimono fortemente la piezometrica al di sotto del livello della
rete idrografica e/o il livello del mare, creano le condizioni di una ingestione rapida di inquinanti e di
insalinamento progressivo per intrusione di acque marine
Classe di vulnerabilità 2 - Estremamente elevata => Elevata (EE=> E)
Sistemi acquiferi liberi in complessi ghiaioso-sabbiosi, talvolta debolmente cementati, dotati
di elevata permeabilità, con scarsa copertura di suolo attivo.
Le condizioni di soggiacenza (spesso scarsa), la discreta connessione con la rete idrografica
esaltata dalle depressioni indotte in pozzi e campi-pozzi creano le condizioni di elevato potenziale
di inquinamento in aree ove sovente si forma la risorsa idrica sotterranea.
Classe di vulnerabilità 3 - Elevata => Alta (E=> A)
Sistemi acquiferi liberi in rocce prevalentemente carbonatiche e solfatiche fessurate e più o
meno carsificate, con soggiacenza notevole, forti acclività superficiali, scarsa copertura, in
posizione plano-altimetrica tale da non essere in contatto con la rete idrografica principale.
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Classe di vulnerabilità 4 - Alta (A)
Sistemi acquiferi liberi, semiconfinati o confinati, generalmente caratterizzati da notevole
anisotropia ed eterogeneità, protetti in superficie da una copertura scarsamente permeabile, a tratti
impermeabile.
Classe di vulnerabilità 5 - Alta => Media (A=> M)
Sistemi acquiferi liberi in rocce cristalline fratturate, con scarsa protezione di suolo e di
insaturo, elevata capacità di ingestione, media capacità di flusso. La vulnerabilità di questi acquiferi
varia, anche notevolmente, a seconda dello stato di fratturazione e di alterazione: è più elevata
nelle vulcaniti, in particolare nei basalti, a causa del clivaggio e della scarsa alterabilità.
Classe di vulnerabilità 6 - Media (M)
Sistemi acquiferi in complessi a granulometria media o medio-bassa, più o meno compattati
o debolmente cementati, generalmente in posizione dominante rispetto alla rete idrografica,
sovente poggianti su confinanti impermeabili.
Le aree di affioramento di questi complessi costituiscono sovente piccole unità prive di
continuità con gli acquiferi maggiori. La vulnerabilità è condizionata dai suoli di copertura e
dall'azione filtrante dell’insaturo, oltreché dalla non elevata permeabilità.
Le sabbie dunali rappresentano un elemento di protezione, sebbene molto fragile, dei
sottostanti acquiferi in alluvioni. Tale protezione è, però, insufficiente nel caso di centri di pericolo
puntuali (p.e. insediamenti turistici stagionali e/o temporanei).
Classe di vulnerabilità 7 - Media => Bassa (M=> B)
Sistemi acquiferi in arenarie e complessi conglomeratico-arenacei, caratterizzati da vulnerabilità
variabile da media a bassa a seconda dello stato di fratturazione e della percentuale di materiali
marnosi presenti.
In genere, questi complessi non sono molto produttivi a parità di alimentazione ma possono dare
risposte di accumulo di inquinanti quando si trovano nel sottosuolo di agglomerati di centri di
pericolo, o vengono impegnati da scarichi industriali e discariche.
Classe di vulnerabilità 8 - Bassa =>Estremamente bassa (B=> BB)
Complessi flyschoidi argillo-marnosi e marnoso-arenacei, complessi epimetamorfici, con
propagazione degli inquinanti scarsa anche se variabile da membro a membro. In questi
complessi, gli inquinanti idroportati possono essere veicolati e accumulati in sacche strati dotati di
maggiore permeabilità.
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Pertanto, gli insediamenti pericolosi di qualunque tipo necessitano di approfondimenti
idrogeologici caso per caso.
Classe di vulnerabilità 9 - Estremamente bassa (BB)
Argilloscisti, argille varicolori, argille più o meno sovraconsolidate e sabbiose, marne: gli
inquinanti sversati, in funzione dell’acclività della superficie topografica, ristagnano o raggiungono
direttamente le acque superficiali che li spostano e li distribuiscono in funzione della complessità
del reticolo drenante.
All’interno del territorio comunale sono state evidenziate cinque classi di vulnerabilità
idrogeologica, comprendenti le formazioni ed i depositi quaternari cartografati, raggruppati sulla
base delle loro caratteristiche idrogeologiche.
Relativamente ai depositi quaternari, sono stati considerati solamente i depositi eolici ed i
depositi eluvio-colluviali dotati di uno spessore rilevante ed in collegamento idrogeologico con i
depositi alluvionali.
Di seguito vengono descritte le classi di vulnerabilità idrogeologica individuate:
•
Vulnerabilità Estremamente Elevata (EE). A questa classe sono stati attribuiti i
depositi alluvionali (Piana di S. Giovanni, Piana dello Schiopparello e di Magazzini,
depositi del Fosso delle Conce e del Fosso della Madonnina, Bagnaia e Biodola).
Infatti nei settori in cui affiorano questi depositi si è in presenza di un acquifero
freatico libero.
•
Vulnerabilità Elevata - Alta (E - A): sono stati attribuiti a tale classe i depositi di
spiaggia e le unità costituite da materiale lapideo monolitologico stratificato fratturato,
a permeabilità medio-alta. Pertanto si è in presenza sia di una falda acquifera libera
in depositi sabbiosi di origine marina, lacustre ed eolica con scarsa o nulla copertura,
sia di una rete acquifera in complessi carbonatici stratificati, interessati da un
moderato carsismo e da interstrati argillitici e/o marnosi.
•
Vulnerabilità Media (M): in questa classe ricadono i depositi eluvio-colluviali e di
versante in s.l., in connessione idrica con i depositi alluvionali di fondovalle. In tali
depositi continentali a granulometria mista, sciolti o parzialmente cementati è
presente una falda acquifera libera. Inoltre sono stati inseriti in questa classe i
Gabbri e i Basalti fratturati che costituiscono importanti serbatoi idrici.
•
Vulnerabilità Bassa (B): questa classe ricomprende prevalentemente le unità
costituite da materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato, a permeabilità
medio-bassa. Si tratta di formazioni caratterizzate sotto il profilo litologico da rocce
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magmatiche in genere fratturate e da complessi argillitici con intercalazioni arenacee
e/o carbonatiche, come i complessi flyschoidi..
•
Vulnerabilità: Bassa - Estremamente bassa (B - BB): sono attribuiti a questa
classe
la formazione argillitica delle Argille a Palombini (APA), le unità costituite
da materiale lapideo monolitologico non stratificato fratturato, a permeabilità bassa e
molto bassa. Si tratta di complessi caratterizzati da circolazione idrica sotterranea
molto compartimentata e limitata.
In Tav. QC g8 sono stati altresì individuati i bacini idrici che drenano direttamente su aree a
vulnerabilità estremamente elevata.
Si tratta di quelle porzioni di territorio collinare-montano che drenano direttamente verso le
aree vulnerabili, senza che intervengano fenomeni di diluizione da parte dei principali bacini
imbriferi. Tali bacini insistono principalmente su litologie scarsamente permeabili.
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5. PRESCRIZIONI PER LA DEFINIZIONE DELLA FATTIBILITÀ DEGLI
INTERVENTI
La trasformabilità del territorio è strettamente connessa alle situazioni di pericolosità e di
criticità rispetto agli specifici fenomeni che le generano e messe in evidenza a livello di Piano
Strutturale ed è connessa ai possibili effetti (immediati e permanenti), che possono essere indotti
dall'attuazione delle previsioni dell'atto di governo del territorio.
In sede di Regolamento Urbanistico dovrà essere definita la fattibilità sotto gli aspetti
geomorfologici, idraulici e sismici delle trasformazioni derivanti dalle previsioni.
Tale definizione, dovrà scaturire, da una specifica valutazione delle tipologie di intervento che
caratterizzano le trasformazioni previste dal regolamento urbanistico comunale, in rapporto alle
indicazioni fornite dalle Carte di pericolosità geologico e idraulica e dalla Carta delle aree con
problematiche idrogeologiche illustrate nei capitoli precedenti.
Le condizioni di attuazione sono riferite alla fattibilità delle trasformazioni e delle funzioni
territoriali ammesse, fattibilità che fornisce indicazioni in merito alle limitazioni delle destinazioni
d'uso del territorio in funzione delle situazioni di pericolosità riscontrate, nonché in merito agli studi
e alle indagini da effettuare a livello attuativo ed edilizio e alle opere da realizzare per la
mitigazione del rischio, opere che sono da definire sulla base di studi e verifiche che permettano di
acquisire gli elementi utili alla predisposizione della relativa progettazione.
Le condizioni di attuazione delle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali dovranno essere
differenziate secondo le seguenti categorie di fattibilità (§ 3.1 DPGR n° 53/R):
Fattibilità senza particolari limitazioni (F1): si riferisce alle previsioni urbanistiche
ed infrastrutturali per le quali non sono necessarie prescrizioni specifiche ai fini della
valida formazione del titolo abilitativo all'attività edilizia.
Fattibilità con normali vincoli (F2): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed
infrastrutturali per le quali è necessario indicare la tipologia di indagini e/o specifiche
prescrizioni ai fini della valida formazione del titolo abilitativo all'attività edilizia.
Fattibilità condizionata (F3): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali
per le quali, ai fini della individuazione delle condizioni di compatibilità degli interventi
con le situazioni di pericolosità riscontrate, è necessario definire la tipologia degli
approfondimenti di indagine da svolgersi in sede di predisposizione dei piani
complessi di intervento o dei piani attuativi o, in loro assenza, in sede di
predisposizione dei progetti edilizi.
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Fattibilità limitata (F4): si riferisce alle previsioni urbanistiche ed infrastrutturali la cui
attuazione è subordinata alla realizzazione di interventi di messa in sicurezza che
vanno individuati e definiti in sede di redazione del medesimo regolamento
urbanistico, sulla base di studi, dati da attività di monitoraggio e verifiche atte a
determinare gli elementi di base utili per la predisposizione della relativa
progettazione.
L’attribuzione del grado di fattibilità dovrà comprendere l'individuazione delle prescrizioni e
delle indagini di approfondimento necessarie a raggiungere l'annullamento o la mitigazione del
rischio derivante dalle pericolosità geologica, idraulica e sismica individuata dal quadro
conoscitivo.
La fattibilità geomorfologica ed idraulica degli interventi come sopra definita dovrà essere
verificata, oltre che sulla base delle classi di fattibilità ai sensi del D.G.P.R. 53/R/2011, anche ai
sensi delle Norme del P.A.I. del Bacino Toscana Costa.
Si ricorda che, nel rispetto della vigente normativa (D.M. 14.01.2008 “Approvazione nuove
norme tecniche per le costruzioni”), tutti gli interventi edificatori conseguenti alle scelte e ai
contenuti del nuovo Piano Strutturale dovranno comunque essere corredati da specifiche analisi
geologiche e da adeguate indagini geognostiche, la cui natura e approfondimento dovranno
essere proporzionate al tipo di intervento e al livello di progettazione.
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