Ferrara, 22 gennaio 2014 Il diritto e i diritti: origine, finalità e loro riconoscimento - Relazione di S. E. Monsignor Luigi Negri - Il Diritto non può non considerare alcuni nodi fondamentali della vita della persona, della famiglia, della società e delle istituzioni e l’ho messo in questo ordine perché la fonte del diritto non è nelle istituzioni. La fonte del diritto è nella coscienza della persona e del popolo. Il diritto dovrebbe costruire una trama preziosa e virtuosa, di strutture, di dettati che rendano possibile la difesa del diritto. O meglio la difesa dei diritti, perché io ritengo che il diritto abbia come preoccupazione fondamentale il riconoscimento, la promozione e l’ordinato svolgimento dei diritti della persona e della società. La condizione fondamentale per questa difesa e promozione sta nel confronto tra diritti e doveri. Il diritto pertanto deve descrivere lo spazio anche normativo in cui diritti e doveri collaborano a un ideale che supera il puro riconoscimento dei diritti e la pura elencazione dei doveri per rendere possibile l’incremento di un’esperienza di libertà adeguata. Il diritto è per la libertà. Il diritto è in funzione della libertà. Allora per far questo ho fissato alcuni punti, alcune suggestioni, ma prima voglio dire una cosa che può essere interessante, non so da quanti conosciuta. L’Ungheria che ha raggiunto la conformazione di nazione e di Stato nel secolo XI, non ha avuto nessuna legge scritta dal secolo XI fino alla invasione comunista, nessuna costituzione scritta. La legge e la costituzione erano rappresentati da “Le esortazioni al figlio” che Re Stefano aveva scritto per il figlio che si preparava a succedergli. Ed è qualche cosa di straordinario, perché qui si vede che la legislazione ha il suo cuore in un’esperienza di paternità e di figliolanza vissuta. Sono dei suggerimenti che il re dava a suo figlio, invitandolo anche a far sì che questa esperienza da lui passasse a tutto il contesto del popolo, o meglio, che la sua funzione di re sarebbe stata quella di difendere e di promuovere questa esperienza di umanità buona. Purtroppo il figlio morì prima di succedere al padre. Questo documento è stato l’effettiva Costituzione, quella di cui si discute adesso anche a livello del diritto internazionale accusandola di eccessivo integralismo. Quando ci fu l’invasione il testo delle lettere de “Le esortazioni al figlio”, insieme alla corona di Santo Stefano, attraverso l’imposizione della quale il re era costituito legittimo responsabile, furono trasferiti, insieme al governo, in esilio a Londra e rimase lì fino alla caduta del comunismo. Il primo gesto ufficiale della rinascita della democrazia in Ungheria, fu la riposizione di questo testo nell’ambito del parlamento e la restituzione della corona di Santo Stefano al primate d’Ungheria che aveva avuto sempre la responsabilità d’incoronare il re. Questo perché lo dico? Perché c’è un sostrato di vita con cui il diritto si deve misurare. Non è un diritto adeguato se è auto-referenziale, se è autonomo, se è autosufficiente. Un diritto che non si confronti rischia di rinchiudersi e di diventare l’espressione di un potere non determinato dal riconoscimento popolare, ma che finisce per imporsi. Ai tempi dei grandi feudatari inglesi, nello stesso periodo del re Giovanni Senza Terra – re un po’ fasullo perché subiva il fratello che era in Terra Santa per le crociate a cui misero di fronte il manifesto della “Magna Carta Libertatum” cioè la difesa dei diritti delle realtà popolari, formatesi faticosamente nel confronto/scontro tra etnie diverse (la lotta fra gli angli e i sassoni insanguinò almeno per due secoli la vita di quella nazione che fu poi la nazione inglese) – ecco anche lì si disse “il diritto deve misurarsi con”. Questa è una prima osservazione generalissima, di cui adesso cercheremo di ricostruire la traiettoria: al diritto appartiene il confronto con altro da sé e si potrebbe dire che questa è un’analogia profonda con l’esperienza umana, perché anche l’esperienza umana è un’esperienza autentica se l’uomo è in dialogo con altro da sé. Un uomo chiuso in sé stesso non è neanche adeguatamente identificabile come personalità umana. Questo mi ha sempre colpito tanto che quando insegnavo “Introduzione alla teologia” in Cattolica, agli studenti che frequentavano il mio corso a partire dalla Facoltà di Giurisprudenza, facevo sempre portare come testo a scelta, “L’esortazione al figlio di Santo Stefano”. Una prima osservazione generale che, se non ricordo male, collega quello che adesso incominciamo ad aprire con quello che avevamo in qualche modo già individuato negli altri incontri, è che non si può parlare né di diritti, né di Diritto. Il Diritto difende i diritti. Si tratta poi di vedere a che titolo difende i diritti. Qual è la legittimità del Diritto, perché il Diritto non nasce legittimo ma deve avere una sua obiettiva legittimazione. Non esiste un diritto che non vincoli tutti coloro che si riconoscono soggetti a questo diritto. Allora la prima osservazione ripropone la questione antropologica. Se i diritti sono espressione della persona – e questa mi pare una definizione su cui con una certa approssimazione si possa essere d’accordo tutti – il problema diventa “Chi è la persona”, “Che cos’è la persona”, “A che condizioni si pensa adeguatamente la persona”, “A che condizioni la persona adeguatamente pensata può esprimere dei diritti”, “Può riconoscere di avere certi diritti e quindi essere responsabile di esprimerli”? Cioè la grande questione antropologica. Non c’è nessun discorso settoriale, per quanto poi la cultura sia fatta di ricerche settoriali e di obiettivi settoriali che debbono e possono essere perseguiti attraverso metodologie settoriali, c’è però una questione previa fondamentale: si possono affrontare le questioni particolari se si ha di vista una questione sostanziale e universale. Dunque dell’uomo si è tentato di dare una definizione adeguata e ahimè non è sempre stato facile, perché questi tentativi di definire l’uomo nella sua umanità – così diceva quando poneva la questione antropologica il Beato Giovanni Paolo II – emergono differenze e contraddizioni. Per esempio si fa fatica a dare un’immagine chiara dell’unità della persona. La persona che vive è evidentemente un’unità, è l’esperienza di una unità. Ma quando si deve giustificare questa unità non è facile. Diceva San Tommaso D’Aquino per affermare che la persona è una unità di dimensioni che possono sembrare anche talvolta contrarie o contrastanti: “è la stessa persona, lo stesso uomo che mangia, beve, veste panni e pensa Dio”. Indubbiamente il dualismo ha teso a rendere difficile un’immagine adeguata d’uomo. L’uomo è spirito e materia, come è esperienza della riflessione, non della riflessione soltanto filosofica, ma anche della riflessione più immediata. È difficile pensare quale sia il fulcro, quanto meno si deve pensare che ci sia fra i due fattori, un fattore che si impone sull’altro e che lo governa. Ecco il grande passaggio antropologico che è stato certamente segnato dal pensiero di San Tommaso d’Aquino e che vede la responsabilità positiva enorme della tradizione cristiana: l’uomo è persona. Persona vuol dire unità di realtà che sono distinte ma non confuse. L’anima, lo “spirito” e il “corpo”. L’anima non sta senza il corpo, “Spiritus autem non est sine corpore”. Non c’è lo spirito senza il corpo, ma il corpo non ha una sua giustificazione senza l’anima. La perdita del corpo non è la perdita della totalità della persona umana. Ecco su questo si è dibattuto molto, io credo che il pensiero greco si sia misurato con questo problema senza trovare una adeguata soluzione. Dualismo metafisico, dualismo antropologico. Quindi difficoltà di individuare l’autentica identità dell’uomo e il luogo dove sta l’autentica identità e i suoi diritti. I diritti sono l’espressione dell’identità. E questa mi pare una definizione buona. I diritti dell’uomo, i diritti del padre, i diritti della madre, i diritti del figlio, i diritti della famiglia, i diritti della vita familiare che si allarga e diviene società: questi diritti sono l’espressione dell’identità. Dell’identità se ne vede l’espressione prima di sapere dire che cosa sia veramente. La filosofia morale e greca certamente ha scritto delle pagine significative sulla libertà come responsabilità, sulla legge morale come inevitabile condizione dello sviluppo della personalità. “Etica a Nicomaco”, la grande etica, e buona parte dei dialoghi di Platone, hanno descritto i diritti in atto. L’espressione dei diritti umani. Non solo hanno descritto l’espressione dei diritti umani, ma hanno anche descritto – come dire – il confronto/scontro fra i diritti della persona per esempio i diritti della vita sociale. Pensate a Socrate: Socrate è il martire di un’adeguata impostazione del problema dei diritti umani a fronte di una struttura sociale e politica che reprime questa libertà. Pensate alle grandi tragedie in cui il pensiero greco è andato descrivendo la tragedia di una coscienza personale che viene negata da “la Ragione di Stato”. Però si è lavorato molto, si è approfondito molto. Io credo che si possa fare credito, o raccogliere, la grande lezione di Benedetto XVI soprattutto nella grande lezione magistrale di Regensburg secondo cui la questione antropologica è quella fondamentale. La questione antropologica significa identità e destino dell’uomo. E siccome il destino si fa nella storia, nella storia di questa identità che vive, e questa identità che vive ha di fronte delle precise responsabilità che deve assumersi, l’assunzione dei propri diritti e l’obbedienza ai propri doveri costituisce l’espressione normale dell’identità umana. Ora noi abbiamo avuto la grande lezione antropologica che nasce secondo Benedetto XVI dal domandare greco, da questa continua apertura della ragione a sfidare il mistero quindi ad andare a fondo del mistero che è insieme il mistero dell’essere, il mistero di Dio e il mistero dell’uomo. Abbiamo, quindi, la grande lezione del profetismo biblico. Benedetto XVI non equipara tutte le forme di espressione della spiritualità ebraica, ma fa una scelta qualitativa. L’ebraismo è innanzitutto il profetismo, e il profetismo è quello che riapre continuamente la trascendenza dell’uomo su tutte le forme espressive dell’uomo. Il profeta è impegnato contro l’idolatria. E l’idolatria è sempre il tentativo di ridurre l’uomo a un aspetto di sé e quindi di consegnarlo poco o tanto ad una istanza che lo possiede. Il sacerdozio, il rito, il potere e quant’altro. Dunque, il domandare greco, il profetismo biblico, la tradizione cristiana. Alla fine io credo che si possa dire, attraverso un cammino articolato, complesso, faticoso, in cui ci sono stati anche punti di confronto e anche di dialettica, che la grande civiltà medioevale dal punto di vista teorico ha assicurato la persona come una realtà irriducibile ad altro. Se non a Dio. L’uomo è persona perché è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, significa che nei confronti dell’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, nessuno può dire “tu mi appartieni”. L’uomo non è possesso di suo padre né di sua madre. Non è possesso. La paternità e la maternità sono una funzione straordinaria, la più alta funzione esistente sulla Terra, ma sono in funzione di Dio, della comunicazione della vita, che solo Dio propizia. A maggior ragione la persona non è a disposizione dello Stato, delle istituzioni, degli ambiti culturali, delle strutture politiche, scientifiche o tecnologiche. Diceva Pascal – che è certamente una delle personalità più straordinarie della nostra cultura cattolica e laica insieme – “l’uomo supera infinitamente l’uomo.” Allora l’uomo è il soggetto della sua propria vita e della storia, questa è la definizione che ne da Giovanni Paolo II nella “Redenptor hominis” l’uomo è il soggetto della sua propria vita e della storia, ma l’uomo non è il padrone della sua vita e della sua storia. Quindi l’uomo è teso a leggere il senso della vita in un dialogo fra sé e ciò che lo eccede: è la definizione più antica di mistero. Qualche cosa che precede e che eccede la storia dell’uomo. Allora l’uomo è un lettore, è un interprete, è un esegeta della realtà. Non è un padrone. E in questa realtà che legge, legge contemporaneamente il senso e l’articolarsi della sua vita e il senso è l’articolarsi dell’essere di Dio. Dell’Essere. Fermiamoci pure alla definizione più ampia di Dio che è quella che dobbiamo ad Aristotele “l’atto puro”, l’atto della realtà che sussiste in modo autonomo “ipsum esse subsistens”. Allora la vita è un dialogo fra l’uomo e la realtà, in questo dialogo tutto ciò che l’uomo esprime, tutto ciò che l’uomo incontra, ha il carattere della scoperta e dell’obbedienza. L’essere è verità e nella verità l’uomo scopre, anche se approssimativamente, il senso profondo della sua vita, ma questo essere che è verità esprime il volto di un ordine etico, di una bontà. Esprime il volto di una giustizia, allora ecco la radice del diritto. La radice del diritto è rintracciabile all’interno di questo dialogo. Il diritto è contenuto privilegiato di un dialogo di cui la persona umana non è padrona. Come la verità appartiene all’uomo pur non essendo prodotta dall’uomo; come il bene appartiene all’uomo come grande e inesorabile esigenza del suo essere; così la giustizia appartiene all’uomo come esperienza di un ordine: dell’ordine di sé con sé stesso, dell’ordine di sé con gli altri uomini, dell’ordine con la realtà, dell’ordine col tempo e con la storia. Ecco per dirla in termini esistenzialmente significativi, l’uomo che non appartiene a sé stesso è in dialogo con la realtà. E scopre i valori più significativi della sua vita in questo dialogo. Allora da questo punto di vista il diritto o la giustizia sono equivalenti. Da questo punto di vista rigorosamente teorico, i due termini possono essere assunti con una buona identificazione. La legge è sempre pensata in questa sana antropologia come legge di Dio, come legge della natura, come legge della storia e quindi come legge degli uomini. Non c’è una deduzione automatica, ma c’è una compresenza, diciamo che c’è una analogia. La legge di Dio – che può essere naturale o legge rivelata – costituisce l’intuizione profonda che la realtà è la realtà umana, sociale e storica, e per essere veramente e autenticamente umana ha bisogno dell’ordine. Tale autentica antropologia è la base del diritto nelle varie forma di civiltà che si sono succedute nella storia dell’Europa e quindi che sostanzialmente, con buona pace di tutti, hanno influito in modo determinante anche sulle altre zone della società internazionale, ad eccezione dell’oriente e dell’estremo oriente in cui questo tipo di considerazione antropologica non è mai arrivata alla dignità della riflessione e che spiega tante, tante fatiche e difficoltà. È perché manca l’esperienza di un’autentica antropologia, che si può essere passati da un buddismo nichilistico a un comunismo non meno nichilistico per popoli immensi come la Russia o la Cina. Fermo restando l’eccezione difficilissima da comprendere, ma pure storicamente inesorabile, che è l’esperienza islamica. Ma fuori da queste eccezioni storiche il filo conduttore della riflessione antropologica è stato guidato dall’occidente, dall’occidente cristiano e laico insieme, con la centralità della persona umana, con l’irriducibilità dell’uomo a qualsiasi istanza sua propria, o del contesto, e quindi con la scoperta delle parole fondamentali di questa grammatica dell’uomo. La cultura dell’occidente ha scritto una grammatica dell’uomo e una sintassi dell’uomo. E l’ha scritta a partire dalla centralità della persona umana come soggetto autentico di vita e di storia. Questa soggettività creatrice è tale perché l’uomo non si sente padrone, ma si sente interlocutore – ho detto prima – interprete, esegeta del reale. L’uomo nella sua coscienza, nel suo pensiero, nella sua ragione è chiamato non a inventare la realtà, ma a leggerla e ad interpretarla ed a usarla in modo adeguato. Si potrebbe leggere da questo punto di vista i due primi splendidi capitoli della “Genesi” per rendersi conto che l’uomo è padrone della realtà perché figlio di Dio e intanto può esercitare il suo dominio su tutte le cose, chiamarle per nome, ed essere, in qualche modo, il vice Dio, perché non è Dio e perché riconosce che la radice ultima della sua umanità non è la sua autonomia, ma la sua obbedienza da Dio. L’esito nefasto della rottura originale è che l’uomo invece pretende di porsi al posto di Dio e con questo la Bibbia rivela l’esito di tutto questo: l’inconsistenza dell’uomo. Nega Dio per essere sé stesso, per mettersi al posto di Dio e l’esito è che perde la sua stessa consistenza umana. E perde l’ordine della società. I capitoli dal IV all’XI della Genesi sono una descrizione impietosa del disordine, nella vita familiare, nella vita sociale, nell’applicazione delle regole, la lividura di uno viene compensata con l’uccisione di decine, è descritta la società umana come purtroppo è stata ampiamente sperimentata in questi millenni. Quindi i diritti si inseriscono come espressione di questo ordine intuito. Di questo ordine intuito che si sente essenziale, si avverte come essenziale, perché la personalità umana possa esprimersi adeguatamente. Nel mentre vengono individuati i diritti che sono sentiti subito nella riflessione più alta della grecità, i diritti della persona, diritti alla coscienza, alla libertà, diritti alla creatività, diritti alla genitorialità, diritti alla mobilitazione della vita, diritti ad avere un certo peso nella vita socio – politica. Pensiamo alla partecipazione allo Stato. Sono previste le condizioni perché gli uomini liberi di Sparta, di Atene eccetera, siano anche corresponsabili della vita politica. Certo questi diritti politici esercitati, intanto possono essere esercitati perché sono diritti di una minoranza, di piccole minoranze etniche-culturali. La maggior parte di tutti gli altri uomini, però, viene privata di questi diritti per consentire a quelli che hanno questi diritti di poterli esercitare fino in fondo. La grande e terribile separazione fra i Greci e i Barbari, che è stata una divisione essenziale per la vita della grecità e della romanità. La grande divisione fra schiavi e liberi, che è stata una condizione di carattere economico ratificata anche dal diritto, perché consentiva l’ordine economico, l’ordine della vita sociale dal punto di vista economico. Però i diritti sono l’espressione di questa identità. Leggendo sé, e leggendo il mistero, diventando esegeta e interprete del mistero, la persona vede che la sua vita e la sua personalità, è animata da certe responsabilità di espressione e di obbedienza. Così la sua persona può essere adeguatamente riconosciuta ed attuata. Quindi c’è una radice religiosa e antropologica dei diritti, per questo con buona pace dello pseudo – diritto di oggi per millenni si sono sposati, non in chiesa cioè davanti al parroco, ma il gesto che rendeva stabile la personalità dell’uomo e della donna e li apriva a una responsabilità sociale aveva una caratteristica religiosa. Si sono sposati davanti agli ufficiali di Stato civile dopo l’esperienza dello Stato illuministico e l’impero bonapartiano. Prima di allora si sposavano davanti al padre di famiglia se erano romani, si sposavano di fronte alla comunità religiosa e civile, ma non pensavano che dovessero andare davanti al Granduca, neanche quello di Ferrara, per farsi sposare. I Granduchi poi erano impegnati in ben altre cose che sposare la loro popolazione. Ecco questo mi pare il primo filo conduttore. Il diritto appare allora come l’insieme delle condizioni per rendere possibile il riconoscimento dei diritti e la loro espressione, il riconoscimento dei doveri e la loro attuazione. Non nasce altrove e bisognerà vedere quali sono le condizioni perché questo diritto non si muti nell’opposto di sé. Il problema non è dove nasce il diritto, il diritto nasce nel cuore dell’uomo. E il diritto nasce nel cuore dell’uomo che dialoga con la realtà che dialoga col mistero. Lì nasce la verità, come il diritto. Il diritto dei diritti è il diritto alla verità. E quindi sostanzialmente i diritti sono inesorabili espressioni di una personalità che ha una sua autosufficienza non nel senso ontologico, ma nel senso etico. Io non mi son fatto da solo, ma mi posso esprimere con totale responsabilità, la mia non è un’autosufficienza ontologica, vengo da altro e vado verso altro, ma dopo che accetto di venire da altro e di andare verso altro, lo spazio della mia storia dipende dalla mia responsabilità. Non è la mia responsabilità che mi fa. Ma è la mia responsabilità che matura. Ecco perché la vita, che è comunque un dono, una gratuità ha bisogno per svolgersi di una responsabilità. Mettere al mondo i figli e non educarli è assolutamente disumano. Il vertice della paternità e della maternità non sta nella paternità e nella maternità genitale, ma nella capacità educativa. Questo è il primo filone. Questo è un filone prezioso che deve essere recuperato a fronte di un tecnicismo nel modo di affrontare il diritto. Ma è il tecnicismo nel modo di affrontare la medicina, è il tecnicismo nel modo di affermare l’educazione, perché l’educazione invece di situarla dentro questo cammino, la fate diventare come è diventata nelle cosiddette scuole moderne, semplicemente l’incremento di cognizioni umanistiche, tecnico-scientifiche che hanno come obiettivo l’istruzione, allora noi perdiamo una grande occasione di educazione com’è testimoniato dalla condizione di vita dalla maggior parte dei giovani della nostra società. Se ha votato l’80% è democrazia anche se si è votato l’incesto. Mi spiego? Perché la sostanza della democrazia è la sua radicazione nella vita del popolo e il suo confronto con la vita del popolo, non è la sovrapposizione alla vita del popolo. Hannah Arend (Linden, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975, filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense) ha parlato di “democrazia totalitaria”. Ho grande rispetto, ma non posso dire che Hannah Arendt sia della mia parrocchia, eppure Hannah Arendt ha fatto un esame impietoso di una democrazia che, ridotta a pura procedura, diventa totalitarismo. Dopo la premessa sulla questione antropologica ho tentato di leggere il problema dei diritti e del diritto dentro questa ripresa di antropologia: il Papa Giovanni Paolo II l’avrebbe chiamata antropologia adeguata, antropologia che tiene il passo con la realtà. L’uomo totalmente perfetto non è un dato antropologico, è una farneticazione che è costata milioni di morti. L’uomo totalmente cattivo, negativo, irredimibile è un’altra farneticazione e, guarda caso, l’uomo perfetto e l’uomo totalmente negativo hanno bisogno entrambi di uno stato forte che li tenga sottomessi e che li cambi, per cui razionalismo e protestantesimo fanno nasce il totalitarismo moderno. Terzo passaggio. Il primo punto è la premessa. Il primo punto ha individuato le linee di questa antropologia per cui i diritti esprimono la personalità e vengono intuiti all’interno di questa esegesi del reale. L’uomo esegeta del mistero, esegeta di sé ed esegeta di Dio. Esegeta della realtà. Non “fai” ma “leggi ciò che è” e “fai ciò che leggi” “ascolta ciò che ti viene detto” e “abbi la forza di fare quello che ti è stato detto”. Questo è l’uomo. Questo si espliciterà al massimo nella tradizione cristiana, ma non è necessario, io sto utilizzando in questo primo punto un uso corretto della ragione, che non vuole ingabbiare il reale o produrlo, vuole leggerlo. La cosa si complica gravissimamente per l’uomo, sotto tutti gli aspetti ma, soprattutto, per quello che è l’oggetto del nostro lavoro di oggi. Viene a galla nel corso della storia un’altra antropologia, un’altra concezione dell’uomo, che risulta velocemente vincente. Vincente perché più immediatamente a contatto non con le esigenze dell’uomo, ma con il potere dell’uomo. È l’antropologia diremmo “antropocentrica” che mette l’uomo al centro della realtà e che non riconosce altro nella realtà se non l’uomo e la realtà come oggetto di conoscenza, di manipolazione. La realtà fuori dell’uomo esiste per essere ricondotta all’uomo. Per poco che abbiate avuto frequentazioni con la filosofia o con la storia della filosofia (nonostante il livello sempre più basso dell’insegnamento della stessa nelle nostre scuole), l’idealismo rappresenta questo principio fondamentale, la realtà esiste per essere ricompresa nell’uomo, per cui l’oggetto esiste perché diventa parte del soggetto. Questo a tutti i livelli. Livello etico vuol dire che l’altro è a disposizione mia, si chiami moglie, si chiami figlio, si chiami collega, si chiami nemico. La guerra che è diventata la grande – come dire – genesi positiva di tutte le questioni, mette d’accordo Martinetti, Mussolini, Hitler, tutti quelli che hanno avuto questa concezione deviata dell’uomo. L’altro, l’oggetto non è da leggere, da interpretare e da comprendere. L’altro è da dominare. Modi diversi di dominio, ma pur sempre di dominio. Ecco perché la famiglia tende a scomparire, perché la famiglia in una struttura come quella di un’antropologia sostanzialmente egoistica rappresenterebbe un tipo di gratuità incomprensibile, non assimilabile. Io non mi devo misurare con l’altro. Devo vedere quanto benessere devo ricavare dall’altro. E quando non ci ricavo più un benessere adeguato, sia di carattere economico, sia psicologico, affettivo e anche sessuale, allora non ci sono più ragioni per mantenere in vita il rapporto, che, per la verità, non è neanche un rapporto, perché il rapporto implica l’apertura di un me a un altro sentito come me, non per una identità astratta, ma per una scelta morale “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ecco, allora, che compare nella storia della cultura, e quindi della società, un tipo di antropologia che parla di tutte le cose di cui parlava l’antica antropologia, ma con una versione nuova, è questo secondo me l’aspetto acutissimo di studi anche specifici. Si parla di diritti come espressioni della soggettività, cioè espressioni del potere dell’individuo. Che l’individuo possa, si dimostra dal fatto che ha certi diritti e che deve essere in grado di esprimere questi diritti in modo totale ed incondizionato. Ecco che allora, nel pensiero moderno contemporaneo, il diritto e i diritti individuali contestano la legge. La legge non è la condizione per riconoscere i propri diritti ed esercitarli in sintonia con i propri doveri. La legge ha un condizionamento negativo, per Kant “l’uomo diventa sé stesso perché supera ogni condizionamento legale”, quindi si parla ancora di diritti, ma sono diritti che hanno una contestualizzazione diversa. La soggettività individuale è caratterizzata dal potere e, per ciò, pensa e vive i diritti come espressione del potere. Non è più l’uomo esegeta dell’essere, è l’uomo padrone dell’essere, che esprime questo suo padronato attraverso l’espressione di questi diritti che vengono individuati in maniera esaustiva nella pratica tacitazione dei doveri, che sono normalmente correlati. Questa correlazione diritti – doveri, non ha più il carattere di una riflessione ontologica ed etica che si chiede se esistono i doveri e come esistono. Le società che nascono da concezioni antropologiche che sono così radicalmente libertarie poi, creano strutture politiche che riempiono i popoli di doveri. E di doveri che non si possono discutere, se non a caro prezzo. Per esempio, pagandoli con la privazione della libertà, quanto non con la privazione della vita. Una considerazione: sarebbe superficiale ed irrealistico non rendersi conto che dietro ad una parola come “diritto”, dietro a domande su come e dove nasce il diritto, quali sono le fonti del diritto, quali sono i limiti del diritto, esiste una dialettica, la dialettica fra una concezione antropologica aperta e una concezione antropologica chiusa nell’affermazione dell’assolutezza della persona umana. E questo viene a galla in tutto. In tutto. Perché viene a galla innanzitutto immediatamente nel tentativo di rispondere a domande come “perché il diritto?” e “come” i diritti personali, familiari, sociali possano essere esercitati adeguatamente. Quindi il diritto è un insieme di condizioni di tutela, d’incremento e di correzione. Perché si ottenga altro che l’affermazione incondizionata del diritto. Non è incondizionato il diritto è incondizionato l’obiettivo. E l’obiettivo è di fronte a tutti e si capisce se viene realizzato o no, perché si capisce se la persona viene incrementata nella sua umanità o se la sua umanità viene depressa. Quindi, questo, secondo me è un aspetto interessantissimo da dibattere. Il peso di una antropologia o di un'altra o se volete addirittura l’intersecarsi di una antropologia e di un’altra – come dire – è il punto che rende particolarmente faticoso per me il recupero di certe nozioni fondamentali che per secoli sono state assolutamente chiare. Non è che io stia suggerendo che si deve semplicemente tornare al passato che non si può mai fare nulla. Vi sto dicendo piuttosto che, nell’affronto dei problemi relativi ai diritti, al diritto e, quindi, alle norme, quello che si deve considerare oggi è che c’è una compresenza, c’è un pluralismo assolutista. È un pluralismo che rischia di modificare le caratteristiche fondamentali e i contenuti fondamentali dei termini che si usano. Una società in cui non si faccia posto in maniera determinante alla priorità della persona ed ai suoi diritti fondamentali, personali e sociali non può creare un diritto adeguato. D’altra parte un’antropologia e una società che nasca da un’antropologia adeguata, che non arrivi a determinare oggettivamente le condizioni, le regole e gli strumenti perché l’esercizio dei propri diritti possa essere attuato con il massimo di responsabilità e con il massimo di ordine è una società barbarica, è una società inevoluta. Allora la questione mi pare essere oggi questa. E mi pare una grande sfida. Forse la sfida che ha di fronte la nostra società, non soltanto per questo problema, ma certamente anche e forse soprattutto per questo problema. A quali condizioni non far prevalere in modo ideologico nessuna delle due posizioni? A quali condizioni aprire un dibattito che valorizzi degli aspetti positivi di queste prospettive antropologiche di fondo senza sancirne egemonicamente il privilegio dell’una sull’altra? E questo, io credo che sia una grande sfida. Perché indubbiamente chi difende una concezione antropologia, diciamo tradizionale – tanto per intenderci – può correre la tentazione che si passi da questa posizione alle strutture normative quasi meccanicamente. Dall’altra una concezione antropologica di tipo alternativo alla prima tende a pensare al diritto come espressione di forze, di forze sociali, di forze politiche. Il diritto nasce dalla forza di chi ha in mano il potere. “I fatti politici hanno la forma del potere” è una tesi del liberalismo antico condannata dal Beato Pio IX nel “Syllabus”, che seguiva l’enciclica Quanta Cura del 1864. Il diritto è l’espressione delle forze che guidano la società. È funzionale a questo potere e da al potere strumenti di carattere positivo e coercitivo che regolano la vita della società molto di più come una soggezione che come un’espressione libera dei loro diritti, ma questo è. Se la base del diritto è il dialogo fra l’uomo e la realtà c’è un’immagine per cui la persona è al centro e diventa oggetto di un rispetto assoluto. “Tratta l’altro diverso da te come te” come portatore di un mistero che tu non riesci a dominare. È l’espressione non di un padre della Chiesa, ma di Emanuele Kant. Se invece alla base attiva, propositiva – direi – costruttiva dal punto di vista teorico-pratico c’è la concezione per cui l’antropologia è un’antropologia dell’individuo, degli individui associati che vivono ed esercitano un certo potere, il diritto nasce lì. Il diritto non nasce dalle istituzioni. Il diritto nasce dalla vita del popolo. Le istituzioni lo leggono e lo esplicitano, lo promulgano. Ma è inevitabile che il diritto nelle sue articolazioni fondamentali ha bisogno necessariamente di una dialettica con la cultura, con le tradizioni, con le istituzioni di un paese. E quindi va sempre verificato se le norme nuove, che vengono individuate o promulgate, siano in linea con ciò che un popolo ritiene come parte essenziale e irrinunciabile del proprio paese. Vi faccio un esempio concreto: se voi leggete la storia dell’Ungheria moderna vedete che i testi che hanno studiato durante il periodo comunista erano scritti da russi, ma i testi ufficiali della cultura ungherese fanno finire lo stato ungherese nel 1948 e lo fanno rinascere nel 1989. Perché? Perché mancava, secondo l’interpretazione tipica dell’antropologia, ciò che l’Ungheria aveva ereditato da secoli di tradizione cristiana, mancava quel fondamentale confronto tra le nuove istituzioni e la vita, le esigenze, i valori del popolo. Il riferimento al popolo, alla tradizione e alla cultura popolare è inevitabile per un diritto che voglia essere a servizio dello sviluppo organico della persona e di tutte le realtà nelle quali, secondo la nostra costituzione, la persona intende realizzare la sua personalità, prime fra tutte la famiglia. Ma se manca questo confronto il diritto si rattrappisce e finisce per essere espressione meccanica e ,in qualche modo, tecnica, di centri di potere che non hanno una legittimazione popolare. Possono essere stati votati, ma la legittimazione popolare non è semplicemente una legittimazione procedurale. È una legittimazione morale e culturale. Ecco io non posso suggerire altro che questo, però questo mi pare un punto di vista che deve essere approfondito. Noi dovremmo dare un contributo a costruire un crogiuolo di quelle differenze che sono alle nostre spalle e individuare una linea di percezione del diritto che serva all’ordine dell’uomo, all’ordine della persona, all’ordine della società e che quindi costituisca l’insieme delle condizioni per cui la persona, messa al centro della vita sociale, venga garantita nella individuazione dei suoi diritti, nell’esercizio dei suoi diritti, nell’assunzione responsabile dei propri doveri, per la creazione di quelle forme di vita di cui si arricchisce la società. E questo perché la società non è un insieme di individui governati dalle istituzioni, per esempio statali, la società è un insieme di eventi di vita, di storia, di cultura, di opzioni, di vita religiosa, culturale e quant’altro che le istituzioni debbono servire. Il diritto è forma eminente di questo servizio. Le due forme eminenti del servizio alla società sono: la politica, nel senso vasto, definita da Papa Paolo VI come “forma esigente di carità” , e il diritto, perché in modi diversi ma convergenti, la politica, nel senso proprio del dibattito politico, del confronto politico, dello scontro, della dialettica politica, consente alla società di esprimersi nelle sue articolazioni, e il diritto, di conseguenza, serve questa libertà. Il diritto impedisce la sopraffazione degli uni sugli altri, impedisce la sopraffazione dei diritti sui doveri o dei doveri sui diritti. I diritti sui doveri significa la libertà come licenza. La sopraffazione dei doveri sui diritti implica la perdita della libertà sociale. Io faccio fatica a pensare che tutte le questioni relative allo sviluppo giuridico della nostra società si debbano fermare agli aspetti tecnici. Gli aspetti tecnici implicano anche la ripresa di queste tematiche che devono essere rilette e riformulate. Io penso che la sfida che il pensiero giuridico riceve oggi consiste nel pensare in modo nuovo le cose antiche. Tutte le cose antiche, anche quella forma di antichità che è la modernità e che ha prodotto tanti problemi, perché è diventata antichità anch’essa, ma che non può essere bypassata. Ultima osservazione. Da questo punto di vista, e credo di aprire qui una questione che forse dovremmo affrontare a suo tempo, va introdotto il concetto di “bene comune”, perché in fondo la vita sociale, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue strutture, deve aver di mira una cosa: il bene comune. Il bene comune della persona e delle realtà sociali che nascono dalla persona, dal suo sacrificio, dalla sua fatica, dal suo lavoro, dalla sua lotta. Ecco allora che il tecnicismo è sempre un fenomeno di astrazione. Il tecnicismo è sempre un fenomeno di responsabilità. La legge non è una tecnica che si deve applicare in modo meccanico e schematico. La legge è un’indicazione di comportamenti normativi, ma che devono essere applicati a situazioni personali, e le situazioni personali possono esigere non le eccezioni ma le modulazioni diverse di diritti, di diritti che sono indicazioni normative. Insomma il “bene comune” conferisce alla vita sociale un aspetto di “ethos”, di etica. Il tecnicismo riduce la vita sociale a una serie di meccanismi che sono purtroppo in mano a chi possiede il meccanismo. La vita sociale è una vita che liberamente sale dal basso, dall’impegno della persona, della famiglia e tende ad esprimersi in una varietà di forme e di modi e il diritto deve consentire che questo cammino, che questo sviluppo, sia fatto con il massimo rispetto per la persona, per ciò che la persona crea, e deve chiedere alla persona il sacrificio di non imporre il proprio punto di vista a nessuno. Il proprio punto di vista deve essere testimoniato, ma non può essere imposto a nessuno. E' una sfida grande. Mi auguro di avervi dato qualche spunto per un cammino che dovete fare voi. Perché io, purtroppo per me, faccio un altro lavoro – dico purtroppo per me perché è molto faticoso – ma ritengo che sia questa fatica che lo rende affascinante. Ogni lavoro diventa affascinante se viene situato nel momento antropologico e sociale in cui si vive. Un lavoro qualsiasi, anche il più grande, diventa assolutamente sterile se viene – come dire – stralciato. Concludo con un episodio che ha segnato la mia vita in maniera straordinaria. Trent’anni fa, forse di più, alla fine di un anno accademico un mio allievo mi dice: “mi hanno invitato ad andare a fare la specializzazione a Houston.” Perché era un cardiologo e Houston è sempre stato un centro medico molto importante. Ho detto: “Bravo! Vai. Vai. Beato te che vai a Houston.” Dopo due giorni mi arriva una telefonata e mi dice: “Don Negri, torno indietro.” – “Eh! - gli ho detto - “sei appena arrivato. Cosa vuol dire tornare indietro?” – “No. Ma qui, don Negri, sono matti!! Qui non vediamo neanche il malato. Non sappiamo come si chiama. Noi vediamo il caso, un numero, e il protocollo da applicare. E poi dobbiamo seguire l’attuarsi del protocollo. E se finisce male, finisce male.” Ho detto: “Ma una persona è più grande delle condizioni. Cerca di parlare. Una volta esprimi il desiderio di vedere i pazienti” insomma la sua presenza di cristiano – credo che adesso abbia un incarico di primo livello e quindi deve essere bravo – e il suo modo non tecnico ha creato dentro lui una realtà che ha messo un po’ in crisi il tecnicismo che dominava. Io penso che in tutti gli ambienti e per tutti i lavori – credo anche per chi vende la frutta – queste cose siano necessarie. E necessario un riscatto di umanità. È quello che ho tentato di favorire, sperando di esserci riuscito. Grazie.