La follia del divenire e la fede nell`eternità degli enti: Emanuele

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La follia del divenire e la fede nell’eternità
degli enti: Emanuele Severino
Giuseppe Cantarano
L
a storia del pensiero occidentale sarebbe un’unica, tragica,
benché grandissima storia della follia. Una folle storia durata 2500 anni. A sostenerlo è Emanuele Severino (Brescia
1929), formatosi nell’Università Cattolica di Milano con Gustavo
Bontadini. Che aveva ripreso la “metafisica classica” in polemica
con il predominio moderno della gnoseologia. Tutte le moderne teorie della conoscenza – che raggiungono il vertice nell’Idealismo –
per spiegare, nonché giustificare l’esperienza – secondo Bontadini
– sono costrette a presupporla. Per cui, la verità dell’esperienza –
l’essere del divenire – resta impensata. Solo la metafisica è in grado di spiegare filosoficamente – e giustificare – il divenire dell’esperienza, in quanto ritiene che l’essere risulta sempre trascendente rispetto al conoscere. Certamente l’esperienza ci attesta la contraddittorietà del divenire: nella realtà che diviene, le cose appaiono contingenti. Ovvero, sono e, nello stesso tempo, non sono.
L’essere, però, non può in alcun modo confondersi col non essere.
Nel divenire, l’essere non può convertirsi nel nulla. Giacché si violerebbe il principio logico-ontologico di non contraddizione. Per
evitare l’assurdità di tale posizione, Bontadini era ricorso alla postulazione metafisica di un essere assoluto che trascende il divenire. Questo essere assoluto non sarebbe altro che Dio. Che può salvare l’esperienza, in quanto dalla contraddittorietà del divenire egli è da sempre e per sempre assolutamente separato.
Una conclusione “religiosa” che Severino – il quale, come vedremo, cerca la salvezza nella “fede” che sia invece la conoscenza
filosofica a salvarci – contesta radicalmente. Se si vuole salvare
l’esperienza dalla sua costitutiva contraddittorietà, che altrimenti
l’annienterebbe, perché presupporre religiosamente un essere non
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contraddittorio, perfettamente estraneo al divenire? Se il divenire,
nella sua molteplicità è contraddittorio, non c’è altro da fare che
negare drasticamente la realtà. Abrogarla logicamente, dice Severino. Prendendo serenamente atto che ciò che è, non potendo essere pensato come diveniente, pena la contraddizione, deve essere
eterno e necessario. Insomma, per salvare la realtà del divenire dal
nulla, Severino ritiene che il divenire sia una follia. Poiché il divenire – cioè la storia – è solo apparenza, semplice illusione. Una doxa eternamente ingannatrice. Né più né meno di quanto enunciato
dall’ontologia parmenidea:
Zenone – precisa Severino – mostra nei modi più svariati a
quali contraddizioni vada incontro chi afferma il divenire e
la molteplicità dell’essere; ma quale contraddizione è più potentemente e nettamente stagliata di quella indicata da Parmenide, cioè l’identificazione dell’essere e del niente, da parte di chi afferma il divenire e la molteplicità della physis1?
La storia della metafisica occidentale, pertanto, racconterebbe
nient’altro che il nulla dell’impossibilità metafisica della propria
storia. Ecco perché la storia dell’Occidente è storia del nichilismo.
In quanto tutti noi non facciamo altro che pensare e vivere le cose
come se le cose e noi stessi fossimo niente:
Per la civiltà europea le cose sono niente: il senso della cosa,
che guida la storia dell’Occidente – scrive Severino – è la
nientità delle cose. L’essenza della civiltà europea è il nichilismo, poiché il senso fondamentale del nichilismo è il rendere
niente le cose, la persuasione che l’ente sia un niente, ed è
l’agire guidato e stabilito da questa persuasione2.
La storia, pertanto, non procede escatologicamente da un principio
ad una fine. Anzi, nella radicale denuncia di Severino nei riguardi
1 Emanuele Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo, Rizzoli, Milano, 1996,
p. 81.
2 Id., Gli abitatori del tempo, Armando, Roma, 1978, p. 20.
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dell’alienazione del pensiero occidentale, in quanto pensiero del
divenire e della storia, quest’ultima non procede proprio.
L’unica e incontrovertibile verità – riprendendo la famosa proposizione ontologica di Parmenide – è la verità dell’essere. L’“errore estremo” della storia della filosofia occidentale è quello di credere come un dato di fatto al divenire delle cose. La storia del pensiero occidentale è pertanto la storia del nichilismo. Che consiste
nella negazione della verità. Mentre la verità – la salvezza delle cose – è credere – obietta Severino – che i fenomeni siano eterni. È credere che il loro divenire altro non sia che il venire alla luce e lo
svanire di ciò che non è né mutevole né molteplice. È ritenere,
dunque, che il non essere non è.
Insomma, per salvare il divenire – secondo Severino – l’unica
soluzione è negarlo. Ritenere che le cose non siano – quando non
sono ancora nate o periscono e vengono distrutte – significa pensare che le cose, ovvero ciò che non è un niente, sono nulla. È questa la follia dell’Occidente che nasce con la metafisica greca. La follia dell’Occidente è pertanto il nichilismo. La persuasione, cioè,
che “l’ente sia niente”. Da cui scaturisce la pretesa che sia possibile
conferire realtà al divenire. Se si ammette il divenire, osserva Severino, si dovrà necessariamente ammettere che l’essere possa non
essere più. Che l’essere, diciamo pure così, è nulla. Sospese tra essere e nulla – concepite come contingenti – le cose vengono così
rese disponibili alla produzione e alla distruzione. La nullità
dell’ente è infatti la condizione grazie alla quale diventa possibile
il dominio – rappresentato dalla ragione strumentale e dalla volontà di potenza – volto ad assoggettare la natura. Attraverso la
metafisica, che è il progetto razionale del mondo. Attraverso la
scienza moderna, intesa come calcolo e previsione. Attraverso la
tecnica, che è l’esecuzione operativa di quel calcolo.
Per porre rimedio al nichilismo, cioè per poter salvare i fenomeni dal loro annientamento, occorre far ritorno all’ontologia
parmenidea, secondo Severino. L’unica via per smascherare “la
folle illusione”. Quell’illusione che ha avuto inizio con i greci. I
quali hanno parlato per la prima volta di “cose” come di oggetti
che provengono dal nulla e al nulla fanno ritorno, come sentenziò
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Anassimandro. Evocando per la prima volta il divenire – la provenienza dal e la destinazione delle cose al nulla – il pensiero greco
ha concepito come contraddittorio il divenire. Per salvarlo dalla
minaccia dell’annientamento, ha cercato di immunizzarlo facendo
ricorso agli “immutabili”. Ma gli immutabili – tutti gli dei e gli idoli prodotti dalla storia – non hanno fatto altro che accelerare la
nientificazione nichilistica degli enti.
Gli enti – le cose, i fenomeni – invece non nascono dal nulla e al
nulla non fanno ritorno. Gli enti, afferma Severino, sono eterni.
Anzi, devono necessariamente – logicamente – essere eterni. Giacché eterna è la struttura dell’Assoluto. Eterno – non contraddittorio, dunque immutabile e sempre identico a se stesso – è l’essere.
Eterno è il nostro pensiero. Che, come uno specchio, riflette logicamente la necessità ontologica dell’Assoluto. Solo se pensiamocrediamo gli enti come eterni, la furia distruttiva del divenire –
quel “tutto scorre e nulla permane” di Eraclito e dell’intera tradizione filosofica occidentale – non susciterà in noi più angoscia. E la
stessa morte – l’ossessivo pensiero conficcato nella nostra carne e
che la filosofia intende in tutti i modi “religiosamente” rimuovere –
sarà vinta per sempre. Una tesi – questa di Severino – che quando
venne formulata per la prima volta in un articolo pubblicato sulla
“Rivista di filosofia neoscolastica” (n. 56, 1964) con il provocatorio
e programmatico titolo “Ritornare a Parmenide”, suscitò scandalo
e fu oggetto di aspre critiche da parte soprattutto della filosofia
cattolica. E alla fine, venne ufficialmente condannata dalla Congregazione per la dottrina della fede. Per cui, Severino fu costretto ad abbandonare l’Università Cattolica e si trasferì a Venezia.
Anche il suo maestro Bontadini, esponente della metafisica neoclassica, prese le distanze dal suo allievo. Al quale contestò
l’affermazione dell’insensatezza del divenire. Secondo Bontadini,
insensato sarebbe soltanto il divenire originario. Pertanto, il principio parmenideo secondo cui l’essere è e non può non essere,
cioè non può essere annullato, per cui il divenire è contraddittorio, deve essere sostituito con un altro enunciato: l’essere non
può essere originariamente annullato, il divenire non può essere
originario.
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Insomma, è Dio – secondo la prospettiva della metafisica neoclassica di Bontadini che Severino rifiuta – a garantire l’apparente
insensatezza del divenire. È nell’essere divino, totalmente trascendente, che la follia del divenire – il nichilismo – sarà salva per
sempre. Ma il nichilismo – ribadisce Severino – non è altro che la
presa d’atto del non essere da parte della metafisica occidentale,
che ha la sua quintessenza nel principio aristotelico di non contraddizione. Il quale accoglie la negatività dentro l’essere. In questo modo – continua Severino – proiettando il nulla all’interno
dell’essere, il principio metafisico di non contraddizione destituisce il mondo del suo stesso valore. L’essenza del nichilismo sta tutta qui:
La metafisica è l’essenziale persuasione che l’ente, in quanto
ente, è niente. Ma insieme, e in modo altrettanto essenziale, è
l’occultamento di questa persuasione, mediante la proclamazione dell’opposizione dell’ente al niente. Il “principio di
non contraddizione” è la posizione della nientità dell’ente,
espressa e occultata, come non-nientità dell’ente. Il mondo è
il luogo dove si crede di toccare con mano l’uscire e il ritornare degli enti nel niente (il loro essere stati e il loro tornare
a essere un niente). Ponendo che, nel divenire, l’ente è stato e
torna a essere un niente, si pensa che l’ente è niente. In questo pensiero – conclude Severino – si manifesta, nel modo
più radicale, l’essenza del nichilismo3.
All’interno di questa prospettiva neoeleatica, il mondo non è altro
che la produzione mitologica del pensiero metafisico. Non solo. Se
l’essere non può provenire dal nulla e nel nulla non può fare ritorno, evidentemente esso “non nasce e non muore”. Dunque, «non
c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia»4. Non si può
allora asserire l’esistenza del nulla insieme a quella dell’essere: se
lo si fa, si cade in contraddizione. Sostenere che gli enti scaturiscano dal nulla e al nulla facciano inesorabilmente ritorno, vuol dire,
3
4
L’essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982, p. 304.
Ivi, p. 24.
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alla fine, ritenere che l’ente è niente. Tuttavia, affermare che l’ente
– la molteplicità dei fenomeni e le creature stesse – è nulla, è semplicemente contraddittorio. Dentro questa contraddizione – secondo Severino – è immerso il nichilismo occidentale. Che crede
nell’esistenza del divenire separando l’essere dall’ente e pensando
l’ente come niente. Scrive infatti Severino:
Per la metafisica, le cose “sono”. Il loro “essere” è il loro non
essere un niente. In quanto sono, si dicono “enti” o “esseri”.
Ma l’ente, come tale, è ciò che può non essere: sia nel senso
che sarebbe potuto o potrebbe non essere, sia nel senso che
incomincia e finisce (non era e non è più)5.
Ecco perché la metafisica – che nasce per salvare i fenomeni dal
nulla – è paradossalmente ciò che consente all’ente di divenire non
essere, cioè nulla. Quella che Severino chiama dunque “follia
dell’Occidente” è esattamente questa idolatrica credenza: «Affermando che l’ente non è – consentendo all’inesistenza dell’ente –,
afferma che il non-niente è niente. Il pensiero fondamentale della
metafisica è che l’ente, come tale, è niente»6. A partire da Parmenide, l’Occidente non può pertanto che pensare e agire ontologicamente dentro l’orizzonte delineato dal nichilismo. Giacché non solo il pensiero, ma anche il nostro fare è dominato dalla credenza
nichilistica che gli enti siano nulla, in quanto possono venire creati
e distrutti. Ovvero, fatti emergere dal nulla e riconsegnati inesorabilmente al nulla. Ecco perché nella tecnica il nichilismo raggiunge
il suo punto estremo: se la tecnica non pensasse che gli enti possano
prodursi dal nulla e dissolversi nel nulla, come farebbe a imporsi
sulla realtà del divenire? Se un tempo era prerogativa di Dio, diciamo così, creare e distruggere le cose, nell’età del nichilismo tale
prerogativa viene interamente assunta dalla potenza della tecnica.
Si può allora affermare – seguendo la coerente argomentazione
logica di Severino – che, se la teologia è la prima forma di tecnica,
5
6
56
Ivi, p. 195.
Ibidem.
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la tecnica sarà l’ultima forma di teologia: «Dio e la tecnica moderna sono le due fondamentali espressioni del nichilismo metafisico»7. Che cerca disperatamente di salvare i fenomeni dal quel nulla che lo stesso nichilismo metafisico ha originariamente evocato.
Se tutto ciò che è, è anche niente; se il nulla è il fondamento ultimo
dell’essere, tutte le cose sono contingenti. Se il nulla «appartiene
all’essenza di tutte le cose, perché tutte le cose, ormai, sono pensate come divenienti, temporali, storiche, contingenti, caduche»8, risulterà contingente – dunque, impossibile – la stessa salvezza dei
fenomeni. E allora, se l’uomo e le cose
nel divenire, sono in rapporto col nulla, è inevitabile concludere che l’uomo e le cose – l’essere in quanto tale – non possono salvarsi dal nulla. Tutto è immerso e travolto dal divenire. Non esiste nulla di eterno9.
Se la tecnica è la forma attuale della salvezza dall’annientamento
prodotto dal divenire, in essa tuttavia – quale espressione del nichilismo occidentale – è contenuta la possibilità dell’annientamento più radicale dell’uomo e della natura. Per Severino è Leopardi il pensatore dell’età della tecnica, in quanto è consapevole
che un modo più che millenario di pensare – quello occidentale –
volge ormai al termine. Leopardi comprende che la verità non ci
può in alcun modo redimere dal dolore. La verità non è nient’altro
che visione dell’assoluta precarietà di tutte le cose. Una visione,
dunque, del loro essere nient’altro che nulla che genera in noi angoscia. Ecco perché la verità è fonte inesausta di infelicità. Da questo punto di vista, Leopardi prepara il terreno della filosofia contemporanea. Anzi, è egli stesso – secondo Severino – il maggior
pensatore della filosofia contemporanea. Quando poi arriveranno
Nietzsche, Heidegger e Wittgenstein, la loro opera di distruzione
della tradizione occidentale, avviata da Leopardi, potrà essere porIvi, p. 197.
Id., Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano, 1992, p. 70.
9 Id., Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano,
1990, p. 342.
7
8
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tata a compimento. Leopardi è il vero maestro del nichilismo in
quanto esprime perfettamente la filosofia dell’Occidente. Se la verità altro non è che l’essere nulla angosciante di tutte le cose, la nostra stessa vita è una illusione. Ma è solo in questa illusione che
può darsi la precaria salvezza umana: ecco la tragedia.
Leopardi, secondo Severino, comprende che tutte le illusioni
umane sono destinate a dissolversi e pertanto risultano caduchi i
rimedi contro il nulla. A dissolversi è destinata tuttavia anche
l’estrema illusione rappresentata dalla tecnica. Quell’illusione,
cioè, di poter manipolare gli enti infondati – fondati, cioè, sul nulla – disponendo totalmente di essi. È la “follia” della contemplazione dell’incessante divenire dal nulla al nulla dell’uomo e delle
cose che Leopardi, meglio di altri, ha colto. Ed è “follia” poiché
chi contempla la nullità del mondo e di se stesso, non può che essere travolto dalla paura di vivere e dall’angoscia della morte. Dal
momento che ha appreso che le cose reali di questo mondo non
hanno alcuna consistenza ontologica. Sono nulla e niente più. È
vero, osserva Severino: mediante la tecnica possiamo disporre di
più cose in maniera ancora più durevole. Ma venendo a mancare i
vecchi e immutabili dei che conferivano stabilità al mondo, aggrapparci alle cose effimere, sperando di salvarci dalla morte, è
perfetta follia.
Per Severino l’unica salvezza, pertanto, è negare logicamente la
follia del divenire, fonte di angoscia e di disperazione. L’unica salvezza è credere logicamente – diciamo pure, aver fede – che gli enti
siano eterni, riconoscendo la necessità ontologica che l’essere è e
non può non essere e che il niente non è e non può essere:
Il centro a cui si rivolgono i miei scritti – ci ricorda Severino –
è l’eternità di ogni cosa, di ogni istante, di ogni situazione.
(…) Tutto è eterno, anche la coscienza del tutto. Questo significa che anche il più umile degli uomini è più grande degli dei – dello stesso Dio cristiano –, perché è egli stesso la
manifestazione dell’eternità del tutto10.
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Id., La follia dell’angelo, Rizzoli Milano, 1997, pp. 50-1.
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Il destino della verità dell’essere – conclude Severino – è «lontano
da ogni prospettiva religiosa – se “religione” significa “collegare”
(religare) le “cose” al loro Fondamento e principio»11. Ma, come
abbiamo visto, anche la sua filosofia, animata da una stringente
argomentazione logica, alla fine non può fare a meno, per poterle
salvare, di religare le cose – che altrimenti svanirebbero nell’insensatezza del divenire – alla fede onto-logica dell’eternità degli enti.
11
Ivi, p. 260.
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