886462949 Tackett, In nome del popolo sovrano I deputati del Terzo Stato agli Stati generali non vennero a Versailles solo per votare qualche imposta o prestito straordinario che rimettesse per un po’ in ordine le finanze statali. Ma in che misura essi erano animati da propositi realmente rivoluzionari? Secondo la tesi che ha dominato lungamente gli studi storici il Terzo stato rappresentava essenzialmente la borghesia dei commerci, delle manifatture e della finanza. Essa veniva agli Stati generali animata da un consapevole antagonismo nei confronti della nobiltà terriera e desiderosa di conquistare il ruolo politico e sociale cui pensava di aver ormai diritto. Alcune domande cruciali La tesi che ha finito per prevalere negli ultimi tre decenni è invece piuttosto orientata a negare che la contrapposizione fra borghesia e classi feudali sia stata la causa più profonda della rivoluzione francese; tuttavia questi studiosi “revisionisti” non concordano su un’unica spiegazione, alternativa a quella da loro contestata. Lo storico americano Timothy Tackett ha dato un contributo importante a questa discussione nel suo libro del 1996 Becoming a Revolutionary (tr. it. In nome del popolo sovrano. Alle origini della rivoluzione francese, Carocci, Roma 2000). Come il titolo originale suggerisce, Tackett non è convinto che una piena coscienza rivoluzionaria esistesse già all’apertura degli Stati generali, e sui deputati del Terzo stato si pone quindi una serie di domande: Come sono giunti alla sorprendente conclusione, così insolita nel corso delle vicende umane, che il mondo politico e istituzionale da sempre esistente doveva essere capovolto e riformato da cima a fondo? Quali erano alla vigilia della rivoluzione le loro più profonde aspirazioni e i loro codici di comportamento? Qual era la loro cultura politica? Che impatto hanno avuto le idee più radicali degli intellettuali del diciottesimo secolo sulle loro convinzioni riguardanti lo stato e la società? Potevano essere già definiti come “rivoluzionari” nel maggio 1789, oppure il cambiamento si è verificato nel seguito degli eventi? Fu un processo graduale o è avvenuto più bruscamente, quasi come una conversione? Prima della rivoluzione Per rispondere a queste domande Tackett si è rivolto a una documentazione finora non utilizzata in maniera sistematica, che riguarda non i nomi più famosi ma un campione più casuale di 129 deputati agli Stati generali, dei quali quasi ottanta del Terzo stato e il resto suddiviso fra nobiltà e clero. Accanto alle informazioni riguardanti i futuri eletti prima del 1789, questa documentazione comprende i testi da loto scritti sulla loro esperienza politica nel 1789-90: un corpus costituito da resoconti dei fatti redatti a distanza più o meno grande da quando questi erano già avvenuti, ma anche da diari stesi giorno per giorno e da lettere (per un totale di circa 5600) inviate a corrispondenti vari a commento degli eventi che si susseguivano. La prima conclusione cui arriva Tackett è che i deputati del Terzo stato non erano degli ideologi astratti imbevuti di teorie illuministiche, ma uomini dotati di buon senso e attitudine al pragmatismo, essendo in massima parte esperti di diritto e amministrazione. Molti fra loro avevano certamente letto le opere dei “filosofi”, ma la cultura dei “lumi” era condivisa da tutti i ceti più istruiti, compresi gli aristocratici e a volte gli stessi ecclesiastici. Non si trattava comunque dell’illuminismo più radicale, e di Rousseau era certamente più letta e apprezzata l’opera letteraria (come il romanzo La nuova Eloisa o le autobiografiche Confessioni) che non Il contratto sociale. E’ invece vero che nel Terzo stato era molto diffuso l’anticlericalismo, che non toccava la fede religiosa ma riguardava piuttosto il potere e la ricchezza, entrambi smisurati per un ceto che appariva retrivo e parassitario. Ugualmente forte era l’ostilità verso l’aristocrazia, ma questa derivava più da un conflitto di prestigio (nei nobili era insopportabile il disprezzo e l’alterigia) che da un’opposizione economico-politica di classe. 1 886462949 Diventare rivoluzionari Mentre restava intatto il prestigio del re (che andava sottratto alla pressioni della corte e “sollecitato” con i mezzi più opportuni), si spiega bene come il Terzo stato abbia trovato naturale abolire tutti i privilegi e colpire radicalmente la ricchezza della chiesa. Questo è però avvenuto non solo per ragioni di principio, ma soprattutto nel corso di una «radicalizzazione sorprendetemente rapida», che nel corso delle settimane ha condotto i deputati a diventare consapevoli di cosa effettivamente volevano e di come si dovevano organizzare per ottenerlo, e poi di un concreto «apprendistato politico» che nel corso dei mesi li ha condotti a diventare abili e ponderati legislatori e costituenti. Nei momenti difficili il Terzo stato (insieme ai riformatori degli altri due ordini) accettò volentieri l’intervento risolutivo del popolo di Parigi, come l’insurrezione del 14 luglio e le manifestazioni a Versailles del 5-6 ottobre, ma nel complesso si ritrasse inorridito dalle violenze giudicate eccessive e inutili. La rivoluzione politica ma anche economica e sociale compiuta fra il 1789 e il 1790 era quella necessaria e sufficiente. Già nell’estate 1790 il problema era diventato quello di terminare la rivoluzione e la festa delle federazioni sembrò l’atto di legittimazione finale desiderato. Ma, conclude Tackett, «la rivoluzione non era finita. Era soltanto agli inizi.» 2