Problema e mistero del male - Ufficio catechistico dell`arcidiocesi di

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Problema e mistero del male
Dolore,
sofferenza,
ignoranza,
perversione,
vizio,
disperazione,
insuccessi,
incomprensioni, fallimenti. e morte formano l'orizzonte di quel che l'umanità ha chiamato, e
anzitutto sperimentato, come il «problema del male». È un problema che di solito resta alla
tangente, almeno nella tradizione filosofica occidentale, la quale preferisce partire dall'essere
e dal bene per orientarsi subito sulla scienza e sulla prassi, per vivere e godere la vita e solo
in un secondo tempo, quando la vita s'incespica nei suoi labirinti, essa avverte il male e si
cruccia per l'ostacolo, si dispera per il dolore. Così come il filosofo avverte prima la presenza
dell'essere, si compiace di contemplare il sorgere perenne delle sue forme e il dispiegarsi
della libertà nella storia.: e solo in un secondo tempo, davanti ai cataclismi della natura (p.
es. il terremoto di Lisbona per Voltaire.)[1]ed alle malefatte della storia e dei suoi
protagonisti, si trova incastrato nel male e si chiede con Plotino: «donde il male» (po,qen
ta.
kaka,?)[2].
Un primo problema e tutt'altro che ozioso anche se può sembrare paradossale, è
quello se veramente il male esista o se non sia una categoria surrettizia dell'egoismo utilitario
dell'uomo che si atteggia a re dell'universo e assume da sé l'investitura: l'uomo ch'è stato
frustrato nelle sue pretese, se la prende con la natura e con il suo Autore e chiama male la
mancata soddisfazione delle proprie brame e ambizioni.
In questo stesso contesto, ch'è il grandioso contesto delle filosofie trascendentali[3] di
ogni tempo secondo le quali l'integrità dell'essere e la pienezza della perfezione e della gioia
appartengono al Tutto, il male nelle forme inesauribili e sempre rinascenti, finisce per perdere
ogni rilievo per ridursi ad evento ed episodio particolare ch'è richiesto per l'armonia del Tutto
come la dissonanza che dà maggior risalto alle consonanze e fa risaltare il «passaggio» fra le
varie fasi dell'universale armonia del Cosmo.
Ancora si potrebbe osservare con un termine un po' ardito ma fortemente espressivo,
che il male, quand'è contrapposto al bene e non concepito invece come un momento o
aspetto dello stesso bene nel dinamismo concreto dell'esistenza, è una categoria della
cosiddetta «cattiva infinità» secondo la terminologia hegeliana: è un frutto dell'egoismo e del
risentimento, procede dalla cupidigia e dall'orgoglio e rimanda alla presunzione o hybris di
essere e voler essere più di quanto l'uomo non sia e non gli sia lecito essere. L'uomo si
attenga all'umano, si potrebbe osservare in questo contesto: riconosca i suoi limiti e vi si
attenga come qualsiasi altro essere, poiché il male non è che il farsi presente e l'avanzare del
limite sia nel corpo come nello spirito. La nuvola non si arrabbia, né protesta se una corrente
d'aria la scioglie in acqua, neve o grandine, né l'acqua quando entra nel circolo della vita
organica o delle altre trasformazioni della natura ha ragione di lamentarsi.
Queste osservazioni di carattere «distaccato» sul problema del male non sono
certamente complete, né possono essere del tutto soddisfacenti: esse sono, se può passare la
terminologia, solo ragioni ontologiche. Esse nella natura esprimono, per usare una
terminologia più diretta, la finitezza dell'essere dell'uomo nel mondo e perciò il ciclo eterno
della vita e della morte, della generazione e della distruzione, l'avvicendarsi delle fortune e
delle sciagure[4].
Nella storia esse esprimono la contingenza dell'essere e della libertà dell'uomo, la
fragilità costitutiva del tessuto della sua vita privata e pubblica, il conflitto delle aspirazioni
individuali e collettive. Che meraviglia allora se accadano urti, conflitti, rivalità. e quindi anche
l'inevitabilità di sciagure, dolori e sconfitte. Ma questo è il prezzo della vita e della lotta per
l'esistenza a cui nessuno ha il diritto di sottrarsi: perché allora tante recriminazioni e tanti
piagnistei?
L'analisi ontico-ontologica del male lo risolve perciò nell'essere stesso ossia nel farsi
delle sue distinzioni e opposizioni e perciò finisce per negarlo in quanto lo supera appellandosi
alla superiore esigenza ed armonia del Cosmo.
È la spiegazione appunto cosmologica in quanto il cosiddetto male fa parte
dell'organismo del gran Tutto (panteismo classico) ed è una componente del nostro essere
che è un «essere-nel-mondo» e quindi un trovarci esposti senza posa ai conflitti che si
generano nel suo continuo farsi e rifarsi. Si tratta che anche l'uomo, come ogni altro essere,
deve rassegnarsi di «stare al giuoco», una volta che egli è entrato nel mondo e il tempo lo ha
legato con vincoli indissolubili alla ruota del destino. È questa la «consolazione» - se può
passare il termine - della filosofia pura formale la quale riporta l'esistenza all'essenza, l'uomo
al Cosmo e il singolo al Collettivo del genere universale. Si tratta certamente di una
«ragione» abbastanza lampante fin quando consideriamo il mondo ed anche gli altri non solo
nella loro «esteriorità» di essere, ma ci educhiamo tutti e ciascuno al senso del limite che ci
compete. Questo, nella sfera ontico-ontologica ch'è precisamente la sfera della finitezza, della
contingenza, nell'avanzare inarrestabile degli eventi.
Ma c'è anche la sfera metafisica propriamente detta, checché pensino al riguardo le
filosofie contemporanee. Secondo la considerazione metafisica il mondo e l'uomo in esso non
si riducono ad un «esser-lì» (Dasein), ad un semplice fatto di essere che si articola nella
successione degli eventi di cui l'uomo è in parte spettatore impotente, ed in parte attore
responsabile[5]. Secondo la ragione e secondo la tradizione umana più antica e continua
presso le maggiori civiltà della terra, evolute od anche primitive, il mondo e l'uomo sono
creature di Dio ch'è Spirito infinitamente sapiente e buono, dal quale perciò non può
procedere che il bene e nel modo più saggio. E, allora, perché il male?
Il problema del male sorge quindi, in questo livello di considerazione, al vertice
supremo: perché Dio è il Bene assoluto e perché l'uomo aspira alla felicità perfetta. Se Dio è
infinitamente buono, perché ha creato il mondo della natura dove dilaga il male delle
distruzioni e della morte? E perché ha creato il mondo dell'uomo dove scorazzano troppo
spesso impuniti, anzi frequentemente premiati, tutti gli adoratori di Baal ingolfati nei sette
vizi capitali? Per quanto riguarda il male nella natura, e nella zona di vita naturale che
compete anche all'uomo, la filosofia sembra ancora abbastanza in grado di dire una sua
parola. Infatti, creando il mondo, Dio non poteva togliere alle nature il loro statuto ontologico
ch'è la «finitezza» come si è detto, e ciò ch'è finito è bisognoso di sviluppo. Ma lo sviluppo di
un essere s'incontra e si scontra con lo sviluppo di un altro essere. e perciò nessuna
meraviglia che l'incontro di cause disparate, come può causare lieti eventi e fortune, non
possa anche causare danni, sciagure, rovine, malattie e morti. Certamente Dio, se volesse,
potrebbe impedire con la sua onnipotenza anche in questa sfera qualsiasi male e avrebbe
potuto disporre che l'ordine del mondo si articolasse come l'orologio perfetto della harmonia
praestabilita di Leibniz. senza mai accusare il minimo scarto. Ma questi, per dirla con una
frase di Kant, in altro contesto, son «sogni da visionario»[6]: Dio ha creato il mondo perché
resti mondo nella finitezza dei suoi limiti - e del resto un ordine perfetto, sia in profondità
come in superficie, porterebbe l'uomo alla tentazione (a cui del resto ha ceduto la filosofia
monistica) di identificarlo con Dio. L'osservazione, dopo tanti tentativi di meccanicismo e
determinismo, non è affatto infondata od inutile.
Ma l'uomo? Passi per la natura, per le sue catastrofi e rovine: almeno fin quando esse
non toccano direttamente l'uomo o non incidono sui suoi piani e sulle sue aspirazioni. La
povertà, la malattia e la stessa morte. esprimono invece l'incidenza del mondo sull'uomo il
quale, per l'appunto, a causa di un qualsiasi incidente o accidente può essere condannato
all'inattività, alla sofferenza anche per tutta la vita e a perdere la stessa vita. Qui non si vede
molto chiaramente la «consolazione della filosofia», soprattutto quando si tratta d'inermi e
d'innocenti che devono subire le conseguenze delle colpe e delle follie altrui: mutilazioni,
malattie
ereditarie
o
professionali,
perfino
la
morte
per
abbandono,
trascuratezza,
violenza.[7]. La filosofia che qui ancora si appellasse alla legge del Tutto, all'ordine cosmico
universale
e
simili,
diventa
insensibilità
morale
e
professione
aperta
di
crudeltà:
sanzionerebbe in sostanza la legge del più forte, negherebbe la peculiarità dell'essere umano.
Esso ha la possibilità di godere anche nel corpo ed ha orrore estremo della morte, perché
desidera vivere e conservare la vita dentro i limiti delle proprie possibilità e del proprio diritto
che nessuno, neanche lo Stato, gli può ingiustamente togliere o limitare.
A questo riguardo c'è, non lo si deve nascondere, una risposta che viene da una
superiore filosofia ch'è confortata dalla teologia. Si tratta, o si tratterebbe, che siffatti
tremendi mali fisici, fin quando colpiscono solo il corpo, non attingono il nucleo spirituale
dell'uomo, non offendono perciò il suo diritto alla libertà e l'esercizio primario di questa libertà
la quale rimane intatta nel nucleo indistruttibile dello spirito, anche sotto l'infuriare della
sciagura e della violenza. Anzi, è proprio allora che la sua testimonianza rifulge più autentica
e genuina: non vi sarebbero i martiri se non ci fossero i persecutori, né gli eroi senza i
traditori. D'accordo: ma perché il prezzo dev'essere così alto e rischioso? Infatti non tutti
riescono a sopportare, ad affrontare, a vincere la prova: gli sfiduciati, gli scoraggiati, i
fuggiaschi, gli sconfitti della vita. riempiono la storia dell'uomo che di secolo in secolo diventa
sempre meno edificante e più scoraggiante[8]. È difficile quindi chiedere una risposta alla
filosofia, e tanto meno alla scienza - checché dicano i fautori delle varie fenomenologie del
male, ispirate allo spinozismo e alla dialettica, i quali pretendono di fare a meno dell'Assoluto
e della catarsi dell'esistenza umana in un'esistenza assoluta fuori del tempo ossia con
l'immortalità dell'anima, come sperava già Socrate davanti ai giudici che lo mettevano a
morte. Così il dolore del corpo, l'ingiusta offesa del corpo che deve lasciare la vita, è
ricuperato e redento nella seconda vita. Ma per questa filosofia si tratta appena di una
speranza, di un fioco barlume, e non ancora di una folgorante e riposante certezza: è
rassegnazione appena, e solo per spiriti eccelsi come Socrate, non è o non diventa una fiducia
per tutti. E anche per quegli spiriti magni non era gioia, ma pena ed angustia. E se ne accorse
lo stesso S. Tommaso, che di solito guarda con molto ottimismo al pensiero classico, il quale
scrive in questo contesto: In quo satis apparet quantam angustiam patiebantur hinc inde
eorum praeclara ingenia. A quibus angustiis liberabimur si ponamus secundum probationes
praemissas, hominem ad veram felicitatem post hanc vitam pervenire posse, anima hominis
immortali existente (C. Gent., III, 48).
Il problema del male e del dolore appartiene pertanto alla categoria dei «problemi
aperti», ma resta sempre di una natura del tutto speciale: si tratta del problema esistenziale
della crisi della stessa libertà, come risoluzione nel suo ultimo fondamento. L'uomo infatti che
si sente fatto per la felicità, a cui lo destina con l'infinita apertura sull'essere l'insaziata brama
di vita e di amore, si sente sbarrare la vita d'ogni parte da fuori ed insieme angustiare di
dentro dai contrasti dell'Io, delle sue passioni, oscurità e segreti timori.
C'è infine il male morale ch'è il disordine della volontà propria ed altrui nell'infrazione
della legge dell'onestà, nel tradimento dell'amicizia, nell'abuso della fiducia, nella prepotenza
di sopraffazione dell'io, nel tradimento dell'amore, nell'infamia di ogni turpitudine e viltà per
arrivare allo scopo dell'orgoglio e della passione, calpestando ogni legge ed ogni riguardo.
Questo è il «male dell'uomo» per eccellenza e per due ragioni opposte: perché esso proviene
solo dall'uomo, perché di esso è responsabile soltanto la sua volontà, perché in esso l'uomo
cerca l'affermazione di sé, cioè una specie di libertà assoluta affrancata dal contenuto, una
libertà senza legge. - è a suo modo quella che potremmo dire la libertà dell'immanenza che
pretende di essere legge a se stessa e di porre l'atto a fondamento del contenuto. Poi, perché
questo proviene all'uomo da parte dell'uomo che vuol costruire la felicità propria sull'infelicità
altrui, ammassare la propria ricchezza spogliando gli altri, sfogare le proprie brame bestiali
lacerando e infangando l'innocenza altrui e infierendo con accanimento tanto maggiore
quanto più le vittime sono indifese e ingenue: stat pro ratione voluntas!
Di questo male allora non v'è dubbio che la prima e propria responsabile è la volontà
stessa, la volontà ch'è traviata dalla passione o esaltata dall'orgoglio - e fin qui sembra che
non esista alcun problema, una volta che si ammette che mediante la libertà l'uomo, ogni
uomo, tiene per suo conto le chiavi del proprio destino: quisque est faber fortunae suae!
Ed è effettivamente anche così: è il merito delle filosofie più recenti d'aver messo in
evidenza con estremo rilievo questo lato esistenziale della libertà come l'essenza attiva
dell'uomo. Quindi l'aspetto più spaventoso del male nell'uomo, la sua energia più corrosiva
che rasenta l'infinito com'è quella che si mostra nella sfera del disordine morale, rimane
sospesa unicamente alla sua libertà e non abbisogna perciò di spiegazione alcuna. Non c'è
spiegazione di se stesso. - nessun mistero, quindi! Così almeno sembra.
Ma si tratta di un'apparenza soltanto, ovvero di una spiegazione che resta ancora sul
piano dell'immediatezza: in realtà qui il mistero s'infittisce d'ogni parte e forma l'enigma del
senso stesso della vita e la fonte dei tormenti più cocenti degli spiriti più puri e delle anime
più gentili. Il guaio, se così si può dire, è che Dio stesso rispetto a questo che i teologi hanno
chiamato il malum culpae - a differenza del malum poenae[9]ch'è il male fisico d'espiazione e
quindi meritato e può essere a sua volta principio di redenzione e di rinascita - resta
impotente. Infatti se l'uomo non può fare il bene senza il sostegno diretto e immediato
dell'Assoluto, a correre le vie del male basta da solo: il male morale è un triste privilegio della
libertà finita che davanti all'alternativa di finito-Infinito, io-Dio. può piegare per il primo
membro e farsi schiavo di se stesso, della miseria della propria miseria, può imbestialirsi nei
vizi della carne e insatanirsi nelle spire sempre più soffocanti dell'orgoglio. E fin quando si
trattasse che col male, facendo il male e buttandosi a capofitto nei sentieri del male, l'uomo
non facesse male che a se stesso, la situazione sarebbe ancora abbastanza comprensibile: il
male avrebbe in se stesso immanente la propria sanzione e nessuno potrebbe lamentarsi
perché a nessuno il male proprio farebbe ingiustizia. Ma la situazione, come si è già indicato,
è proprio all'opposto.
Ogni uomo vive la sua vita in un tessuto di rapporti con gli altri e con Dio i quali sono
articolati secondo la legge del bene in modo che il proprio bene e diritto suppone il
riconoscimento del diritto e del bene altrui. Così non si può né si deve mai fare ingiustizia
soprattutto verso chi è debole, indifeso, sprovveduto, inerme, abbandonato. ed è proprio
verso costoro che di solito si accanisce la prepotenza dei violenti e la furia del vizio. Perciò si
può dire che questo è il male per eccellenza, il «male», poiché è la depravazione della
coscienza che si qualifica appunto come coscienza perversa e corrotta.
Questo male, quindi, non ha altra spiegazione che non sia questa stessa perversione
della volontà traviata da se stessa[10]. Ma perché Dio lo permette? È lo stesso del chiedere:
perché Dio ha fatto la creatura libera? Si può essere d'accordo con S. Tommaso che la
possibilità di scegliere e fare il male non costituisce l'essenza ma è soltanto una proprietà
della libertà creata e finita. Resta però che anche la proprietà è costitutiva di una natura, che
lo spirito finito deve pur porsi davanti alla scelta costitutiva del bene e del male, ossia
risolversi per la finitezza del proprio io nel mondo o per Dio nell'immortalità. È questa scelta
esistenziale la «seconda nascita» dello spirito. Una libertà contingente e finita com'è quella
creata può intrinsecamente cadere e quindicade. Ciò che nell'ordine metafisico costitutivo non
vale, ossia che a posse ad esse non valet illatio, vale nell'ordine esistenziale della struttura
della libertà finita: a posse(peccare) ad esse peecatorem valet illatio[11]. Il tenersi immobile
sempre e in tutto nel Bene invisibile e incommutabile, ch'è il proprio fine ultimo dell'uomo, è
impresa più che umana e supera, nell'ordine naturale, le forze estreme della natura.
Ecco l'enigma del male ch'è alla radice del mistero del dolore umano. Il mistero che la
filosofia rischiara come apertura del «passaggio al limite» per trasmetterlo alla religione, la
quale trascende l'Assoluto statico della ragione e si volge a Dio come al Padre degli uomini
ch'è rifugio dei miseri e il consolatore degli oppressi col conforto dell'amore e della vita eterna
essenziale.
(1966)
____________________________
[1] Poème sur le désastre de Lisbonne en 1775, ou examen de cet axiome: Tout est bien(nel
vol.: VOLTAIRE, Philosophie, La Renaissance du Livre, Paris s.d., pp. 232 ss).
[2] Cfr. Enn. I, 8 (51); Henry - Schwyzer I, 121, pp. 1 ss. - Il tema è ripreso da Proclo nel De
malorum subsistentia di cui è rimasto soltanto il testo latino della trad. del Moerbeke (I ed. Cousin, Paris
1820, t. I, pp. 197 ss.) e da Proclo, com'è noto, lo prende il misterioso Ps. Dionigi(De div. nom., c.
IV; PG, 3, col. 721 C ss.) ch'è il maestro indiscusso in questo campo per S. Tommaso e in tutto il Medio
Evo fino al Rinascimento compreso (N. Cusano, M. Ficino, Ambrogio Traversari).
[3] Una Summa de malo, dal punto di vista della storia delle dottrine, è ora quella di F.
BILLICSICH, Das Problem des Uebels in der Philosophie des Abendlandes, I Band: Von Platon bis Thomas
von Aquin, II. Von Eckhart bis Hegel, III. Von Schopenhauer bis zur Gegenwart, Wien 1955-1959. Per
aspetti particolari, si possono vedere: TH. DEMAN, Le mal et Dieu, Paris 1943; CH.WERNER, Le problème du
mal, Lausanne 1946; R. VERNEAUX, Problème et mystère du mal, Paris 1956.
[4] Nelle più recenti fenomenologie, a sfondo esistenziale, il problema del male è pressoché
scomparso sotto l'influsso soprattutto della teoria kantiana del «male radicale» (das radicale Böse) che
identifica il male con la finitezza dell'uomo (cfr. KANT, Die Religion innerhalb der Grenzen der reinen
Vernunft, spec. Erstes Stück). Così, p. es. K. Jaspers parte da questa dottrina, e, attraverso la
volatizzazione del male da parte dei trascendentali (spec. Hegel), arriva alla dottrina di Nietzsche del
contrasto di notte-giorno (cfr. Philosophie, III ed., Berlin 1956, Bd.III, pp. 102 ss. V. anche: Von der
Wahrheit, München 1947, pp. 531 ss., 898 ss.). In Heidegger il problema del male è completamente
assente, in Sartre invece il male è tutto poiché è la stessa sostanza della soggettività umana (mauvaise
foi) grazie alla quale l'uomo si distingue da Dio (cfr.Le Diable et le bon Dieu).
[5] Ma si tratta di una responsabilità neutrale che si risolve in una «colpa» (Schuld) di natura
puramente ontica ch'è quella di essere venuti e di essere al mondo, secondo la struttura dell'esistenza
ch'è prospettata da Heidegger in Sein und Zeit (1927).
[6] Kant, com'è noto, nello scritto con questo titolo (Die Träume des Geistersehers) intese
criticare le mirabolanti fantasticherie del teosofo Swedenborg.
[7] È questo lo «scandalo del male» che opera come uno dei fattori più attivi nell'ateismo
specialmente dell'epoca moderna, tutta protesa verso l'ideale del benessere (cfr. Introduzione all'ateismo
moderno2, Roma 1969, pp. 13 ss.).
[8] Il Libro di Giobbe è l'esposizione più drammatica della protesta che l'innocente e il giusto
hanno il diritto di alzare contro il dolore.
[9] La trattazione più compiuta in questo senso è la mirabile Q. disp. De Malo di S. Tommaso
Cfr. C. FABRO: Dio e il male, in «Asprenas» 3-4, 1981, pp. 301-329.
[10] Anche S. Tommaso: «Huiusmodi quod est non uti regula praedicta, non oportet aliquam
causam quaerere; quia ad hoc sufficit ipsa libertas voluntatis, per quam potest agere vel non agere» (De
Malo, q. I, a. 3).
[11] È la versione nell'ordine morale del principio metafisico della contingenza che sta a
fondamento della III via: «.quod possibile est non esse, quandoque non est» (S. Th., I, q. II, a. 3).
Parimenti, rovesciando la formula, si deve poter dire: «.quod potest peccare, aliquando peccat!» non per
la necessità di attuare una potenza, ma per la fragilità costitutiva del principio stesso nella sua sfera
(morale).
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