Intervento del Cardinale Renato Raffaele Martino al
Convegno su
TERZA ETA’ E IMPEGNO SOCIALE
PROSPETTIVE DELLA
DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Roma, Auditorium – Via Rieti 11
30 Marzo 2006
Presentazione del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa
1.
Ringrazio sentitamente per l’invito che mi è stato rivolto dal vostro
presidente della Federazione pensionati della CISL, di partecipare a questo
incontro nel quale si riflette sulla condizione della terza età nella prospettiva
propria della dottrina sociale della Chiesa per come è proposta nel Compendio,
documento elaborato e pubblicato nel 2004 dal Pontificio Consiglio della
Giustizia e della Pace su incarico del venerato Pontefice Giovanni Paolo II del
quale, tra pochi giorni, ricorderemo il primo anniversario della sua edificante
partenza per le dimore celesti dove – ne sono certo - ha ricevuto l’abbraccio
eterno e beatificante dell’Amore Trinitario. Sono lieto di essere qui con voi, a
condividere con voi - a causa della mia non più giovanissima età - le pene e le
gioie che sono legate ai nostri anni, anche se con un piccola differenza:
personalmente non sono ancora un pensionato e, per volontà del Santo Padre
Benedetto XVI, ho ricevuto alcuni giorni fa un altro gravoso incarico, quello di
Presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e degli
itineranti. Appartengo alla terza età, ma sono ancora in pieno servizio. Di questo
ringrazio il Signore che, con la sua forza e la sua grazia, mi consente ancora di
amarLo e servirLo e di amare e servire i fratelli, soprattutto quelli che aspettano
i giorni della giustizia e della pace. Amare e servire costituiscono la piena
realizzazione della nostra vocazione umana e cristiana; per questo non è prevista
alcuna retribuzione e alcuna pensione. Ogni giorno della nostra vita deve essere
percepito come un dono e come una vocazione ad amare e servire, che vengono
direttamente da Dio, a cui dobbiamo rispondere tutti, sempre e con tutto il nostro
essere personale.
1
2.
Mi è stato chiesto di dire una parola sul Compendio della dottrina
sociale della Chiesa. Esso è una presentazione sintetica ed organica dei principi,
dei giudizi e degli orientamenti che la Chiesa ha offerto ai cattolici e agli uomini
e alle donne di buona volontà, soprattutto a partire dall’enciclica Rerum
novarum di Leone XIII, per affrontare le difficili questioni sociali dell’epoca
moderna e contemporanea. Il testo è diviso in tre parti: nella prima parte si
dimostra che le questioni sociali, per essere adeguatamente affrontate, devono
essere collocate e ricondotte dentro il piano di amore di Dio, al cui servizio è
posta anche la Chiesa con la sua missione di annunciare il vangelo della
giustizia e della pace. In questa prima parte vengono illustrati anche i grandi
principi della dottrina sociale – la centralità della persona umana, il bene
comune, la sussidiarietà e la solidarietà –, e i valori portanti ogni convivenza
sociale – la verità, la giustizia, la libertà e l’amore-. La seconda parte del
documento affronta tutta una serie di argomenti che riguardano la vita sociale:
si inizia con la famiglia per passare al lavoro, alla vita economica, alla comunità
politica, alla vita internazionale, all’ambiente e alla pace. Come potete ben
capire si tratta di argomenti che ci riguardano da vicino, che toccano l’esistenza
di miliardi di persone, che sono collegati con il nostro presente, ma soprattutto
con la sorte delle future generazioni. Il Compendio termina con una sezione,
piuttosto breve, dove vengono offerti alcuni indirizzi di natura pastorale per
usare nel modo migliore lo straordinario patrimonio di sapienza umana e
cristiana costituita dalla dottrina sociale.
3.
Nell’affrontare le problematiche sociali, il Compendio si caratterizza per
un centro dal quale tutto prende avvio: la persona umana (cf. cap. 3); è a partire
dal principio della intangibile dignità di ogni persona umana che tutta la dottrina
sociale si svolge: è la persona umana, infatti, il principio, il soggetto e il fine di
tutta la vita sociale (cf. n. 107). A fronte di una malintesa laicità, infatti,
secondo la quale la fede non dovrebbe entrare nella vita pubblica, il Compendio
ribadisce che la Chiesa ha a cuore non tanto le tecniche mediante le quali si
risolvono i problemi sociali, bensì la persona umana in tutte le sue dimensioni,
che la Chiesa conosce nella sua struttura definitiva, quella che Dio stesso ha
rivelato e stabilito. Il «di più» che la Chiesa conosce grazie alla Rivelazione di
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Dio e al paradigma dell’umano costituito da Gesù Cristo, diventa criterio di
valutazione delle prassi sociali e politiche, e diventa anche criterio di
orientamento delle medesime prassi. In ultima analisi, tutto il Compendio, anche
quando affronta temi specifici come il lavoro, di fatto espone, in forza e a partire
dalla Rivelazione di Dio, la verità della persona umana. Si comprende, pertanto,
perché tutto il Compendio sia sostanzialmente una costante presentazione della
verità della persona umana considerata nella ricca varietà dei suoi aspetti e nella
complessa realtà dei differenti contesti (cf. n. 75).
4.
Nell’individuare e nel promuovere i diritti umani, il Compendio fa
riferimento allo statuto ontologico della persona umana. Ogni scelta sociale o
politica deve essere valutata, non sulla base di convenienze storiche - siano esse
sociali, economiche o politiche - ma sul rispetto della dignità e della libertà di
ogni persona umana. Il valore etico delle scelte, infatti, non può essere stabilito
dall’ethos culturale, ma deve piuttosto essere misurato con il dato fondamentale,
non stabilito per consenso o per convenienza, che risale al fondamento
metafisico e religioso. In questa luce, diventa chiaro quanto il Compendio scrive
a proposito dei diritti umani: «La radice dei diritti dell’uomo [...] è da ricercare
nella dignità che appartiene ad ogni essere umano. Tale dignità, connaturale alla
vita umana e uguale in ogni persona, si coglie e si comprende anzitutto con la
ragione. Il fondamento naturale dei diritti appare ancora più solido se, alla luce
soprannaturale, si considera che la dignità umana, dopo essere stata donata da
Dio ed essere stata profondamente ferita dal peccato, fu assunta e redenta da
Gesù Cristo mediante la Sua incarnazione, morte e risurrezione. La fonte dei
diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello
Stato, nei poteri pubblici, me nell’uomo stesso e in Dio suo creatore» (n. 153).
Solo nel radicamento metafisico e religioso si può ritenere che tali diritti siano
universali,
inviolabili
e
inalienabili,
come
Giovanni
XXIII
scriveva
nell’Enciclica Pacem in terris.
5.
Dopo questa premessa di carattere generale sull’orientamento di fondo
del Compendio, permettetemi di sottoporre alla vostra attenzione alcuni aspetti
particolari del documento che, per le loro caratteristiche e per la problematicità
che hanno nell’odierno contesto culturale, richiedono il massimo dell’attenzione
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e una generosa disponibilità da parte di tutti, soprattutto da parte di coloro che
appartengono alla terza età. Avere qualche anno in più non significa disimpegno
e disinteresse nei confronti dei problemi sociali, ma l’esercizio di una maggiore
responsabilità, soprattutto se consideriamo le generazioni future. La cultura
tipica del mondo contemporaneo è, infatti, molto propensa a sviluppare e
incrementare i processi di discontinuità tra le generazioni, piuttosto che favorire
i processi di continuità intergenerazionale. I processi di discontinuità tra le
generazioni manifestano le loro conseguenze, spesso negative e nefaste, se si
tengono presenti alcuni punti della vita umana – particolarmente importanti per
la dottrina sociale della Chiesa – sui quali bisogna avere il coraggio profetico di
dire, con sincerità e amore, una parola di verità se vogliamo che la vita sociale
sia una vita buona, giusta e umana.
a)
Valorizzare e difendere la vita. La nostra società non ama la vita,
perchè non si fanno più figli. Noi siamo quasi arrivati alla meta, ma dietro di noi
c’è una specie di deserto demografico. Il Compendio afferma che il tema della
vita, della sua difesa dal concepimento alla morte naturale e della sua
promozione in tutti gli ambiti, è di fondamentale importanza per l’azione dei
cristiani in ambito sociale (la voce vita è una delle più consistenti dell’indice
analitico del Compendio). Quello alla vita è il primo diritto, senza il quale
mancano di fondamento tutti gli altri. Chi è debole a tal punto da essere privato
della vita è colui che ha maggior bisogno di aiuto e deve essere il primo
destinatario delle sollecitudini pastorali della Chiesa. Proprio per questo suo
aspetto fondamentale, il diritto alla vita non rimane circoscritto all’ambito
biologico-medico, ma deve specificarsi in tutti gli altri diritti: alle cure sanitarie,
all’abitazione, al lavoro, alla famiglia ... Essendo il diritto dei diritti, quello alla
vita dovrebbe essere all’origine di ogni progettualità sociale. Inoltre, il diritto
alla vita pone la società davanti ad una dimensione non disponibile alla politica,
quella appunto di quanto è dovuto all’uomo in quanto uomo. Il diritto alla vita è
un diritto di fondamentale importanza per dare alla politica la sua giusta
finalizzazione umanistica; in questo modo, tale diritto pone alla politica dei
limiti, senza dei quali essa diventa oppressiva.
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b)
Valorizzare e difendere la famiglia. Come tutti voi ben sapete l’istituto
familiare vive una stagione difficile per i molteplici attacchi a cui è sottoposto
da diverse parti. La famiglia naturale, monogamica e stabile, quale è stata
concepita nel disegno divino e santificata dal cristianesimo, deve restare luogo
di incontro tra le generazioni (Gaudium et spes n. 52). Un modo concreto di
promuovere il ruolo sociale della famiglia consiste nel riconoscimento, culturale
e giuridico, dei suoi diritti: il servizio della società alla famiglia si concretizza
nel riconoscimento, nel rispetto e nella promozione dei diritti della famiglia. Ciò
è stato costantemente ricordato dall’insegnamento sociale cristiano. La dignità, i
diritti e i doveri delle famiglie derivano dalla stessa natura dell’istituto familiare;
essi non possono essere condizionati dai poteri statali e/o sociali, i quali hanno
piuttosto il dovere di proteggerli. La storia del pensiero politico mostra che i
progetti sociali che trascurano la soggettività della famiglia, allo stesso modo
non stimano i diritti delle persone singole. Il riconoscimento della preminenza
della famiglia è uno stimolo per superare la prospettiva puramente utilitaristica
in favore di una cultura della donazione. Questa cultura favorisce la ricerca dei
criteri adeguati per la soluzione dei problemi sociali: lavoro, casa, salute,
educazione ecc.. Anche nella nostra società, pertanto, la famiglia deve restare
quello che Dio ha deciso che sia: una comunità di vita, di amore e di crescita
educativa delle persone.
c)
Valorizzare la terza età. L’amore familiare è decisivo per fortificare i
rapporti tra le generazioni e per valorizzare l’apporto delle persone anziane.
Anche sotto questo profilo, l’amore familiare è di grande aiuto per
l’umanizzazione della vita sociale. Afferma il Compendio a questo riguardo:
“L’amore si esprime anche mediante una premurosa attenzione verso gli anziani
che vivono nella famiglia. Essi sono un esempio di collegamento tra le
generazioni, una risorsa per il benessere della famiglia e dell’intera società.
Come dice la Sacra Scrittura, le persone “nella vecchiaia daranno ancora frutti”
(Sal 92,15). Gli anziani costituiscono un’importante scuola di vita, capace di
trasmettere valori e tradizioni e di favorire la crescita dei più giovani, i quali
imparano così a ricercare non soltanto il proprio bene, ma anche quello altrui. Se
gli anziani si trovano in una situazione di sofferenza e dipendenza, non solo
hanno bisogno di cure sanitarie e di un’assistenza appropriata, ma, soprattutto, di
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essere trattati con amore“(n. 222). Come ognuno di voi può ben comprendere,
nella prospettiva del Compendio, la terza età non è un problema da risolvere
come solitamente si ritiene, ma una risorsa da valorizzare al massimo per il
bene complessivo della vita sociale. Se la terza età non è un problema, essa
certamente è afflitta da numerosi problemi di povertà, di solitudine, di
emarginazione ai quali lo Stato, la Chiesa, la società civile devono dare risposte
pronte e credibili.
d)
Promuovere il diritto al lavoro e i diritti nel lavoro. Parlare di lavoro a
persone che sono in pensione non deve essere percepito come una provocazione.
Appartenete ad un Sindacato di lavoratori e il lavoro, il diritto al lavoro e i diritti
nel lavoro devono stare a cuore a tutti, anche a voi. Per la dottrina sociale, il
lavoro è la chiave della questione sociale. Il valore che la Rivelazione conferisce
al lavoro come dimensione fondamentale dell’esistenza umana sulla terra fa
comprendere con chiarezza che il lavoro costituisce per ogni uomo un diritto e
un dovere: un dovere da vivere responsabilmente e un diritto che occorre
riconoscere in pratica a quanti desiderano e possono lavorare. Il diritto al lavoro
non si può limitare alla garanzia dell’occupazione o ai sussidi di disoccupazione:
bisogna anche garantire che il lavoro si svolga nel rispetto della dignità delle
persone. É bene ricordare che il pensiero moderno, con la sua polarità individuoStato, tende a concepire la dignità umana in un’ottica individualistica, nella
quale pone anche la partecipazione sociale e il bene pubblico. C’è comunque
qualcosa di nuovo che mi sembra opportuno sottolineare. Sempre più
pressantemente le comunità richiedono e organizzano strutture per la produzione
di un tipo di beni diverso da quelli disponibili, che non è esclusivamente
individuale né pubblico, e la cui connotazione essenziale consiste nella sua
realizzazione comunitaria. Questi beni si configurano come “prodotti” della
reciprocità e, conseguentemente, della relazionalità: si possono realizzare
soltanto assieme. Non è però un insieme di individui intercambiabili a produrli,
ma una comunità di persone (individui-in-relazione) con le proprie
caratteristiche e rapporti: si evidenzia così l’importante ruolo del “terzo settore”
per promuovere il diritto al lavoro. Su questo fronte gli anziani possono fare
moltissimo.
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6.
Per affrontare la questione sociale è necessario che anche i cristiani
che appartengono alla terza età coltivino al meglio la dottrina sociale. Il
Compendio sottolinea con forza, infatti, che la dottrina sociale si colloca al
cuore della missione della Chiesa. Esso illustra, soprattutto nel cap. II°, il
carattere ecclesiologico di tale dottrina sociale, ossia la sua relazione con la
missione della Chiesa, con l’evangelizzazione e l’annuncio della salvezza
cristiana nelle realtà temporali. Il soggetto adeguato alla natura della dottrina
sociale è, infatti, l’intera comunità ecclesiale: «La dottrina sociale è della
Chiesa perché la Chiesa è il soggetto che la elabora, la diffonde e la insegna.
Essa non è prerogativa di una componente del corpo ecclesiale, ma della
comunità intera: è espressione del modo in cui la Chiesa comprende la società e
si pone nei confronti delle sue strutture e dei suoi mutamenti. Tutta la comunità
ecclesiale - sacerdoti, religiosi e laici - concorre a costituire la dottrina sociale,
secondo la diversità di compiti, carismi e ministeri al suo interno» (n. 79). Io
spero fortemente che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa faccia
maturare, anche qui tra di voi appartenenti alla terza età, personalità credenti
autentiche e le ispiri ad essere testimoni credibili, capaci di modificare i
meccanismi della società attuale col pensiero e con l’azione. C’è sempre la
necessità di testimoni, di martiri e di santi, anche nel campo sociale. Ogni età è
buona per prendere il treno della santità, anche della santità sociale.
7.
Mi avvio alla conclusione, ponendo in collegamento la dottrina sociale
con la prima Enciclica del Santo Padre Benedetto XVI. Nel cuore stesso della
Deus caritas est, infatti, – specialmente nei paragrafi 26-29 – è collocata la
dottrina sociale della Chiesa, espressamente richiamata nel paragrafo 27 anche
nella sua articolazione storica dalla Rerum novarum alla Centesimus annus.
Nello stesso luogo, inoltre, si ricorda la pubblicazione del Compendio della
dottrina sociale della Chiesa, che ha “presentato in modo organico” l’intero
insegnamento sociale della Chiesa. Si può dire, quindi, che l’Enciclica accolga
in sé non solo qualche aspetto della dottrina sociale, ma l’intero moderno
magistero sociale della Chiesa. La dottrina sociale viene collocata dentro – e
non a margine – dell’annuncio cristiano che Dio è amore. La dottrina sociale
viene quindi organicamente collegata con la carità che, come virtù teologale, è
la stessa vita divina – l’Amore Trinitario - che nutre la Chiesa in servizio al
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mondo, e, come virtù umana, è quell’amicizia sociale e civile senza la quale i
legami comunitari tra gli uomini si indeboliscono e vacillano. L’Enciclica
annuncia la carità come l’essenza stessa di Dio, e proprio per questo non
tralascia di considerare gli aspetti umani e sociali dell’amore, che da quella luce
sono illuminati e purificati. Dentro questo dialogo tra il divino e l’umano si
colloca la dottrina sociale della Chiesa, che deve continuamente appellarsi alla
carità della vita divina e, nello stesso tempo, chinarsi amorevolmente sui bisogni
dell’umanità. Non è per caso che il Compendio della dottrina sociale della
Chiesa comincia proprio con il capitolo primo intitolato Il disegno di amore di
Dio per l’umanità e termina con la conclusione Per una civiltà dell’amore. In
definitiva, il contributo più decisivo dei cristiani alla soluzione della questione
sociale è l’amore. Grazie!
Renato Raffaele Card. Martino
Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
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FED. PENSIONATI CISL - Roma, 30 marzo 2006