ALMA MATER STUDIORUM - UNIVERSITÀ DI BOLOGNA
FACOLTÀ DI PSICOLOGIA
CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN
PSICOLOGIA COGNITIVA APPLICATA
ATTENDIBILITA’ DEL
TESTIMONE - VITTIMA
Tesi di laurea in
Psicologia Cognitiva Applicata all’ambito Giuridico
Relatore
Prof.ssa Fiorella Giusberti
Presentata da
Cristina Cavazzoli
Sessione II
Anno Accademico 2007/2008
-1-
PARTE A: STRESSOR E TRAUMA
CAPITOLO 1: STRESSOR E TRAUMA
p.5
1.1 Definizione di stressor
p.6
1.2 Caratteristiche dello stressor
p.7
1.3 Tipologie di stressor
p.9
1.3.1
Sociali
p.10
1.3.2
Ambientali
p.12
1.3.3
Psicologici
p.29
CAPITOLO 2: CONSEGUENZE DEL TRAUMA
p.39
2.1 Resilienza
p.39
2.2 Disturbi psicologici
p.42
2.2.1
Fobia
p.42
2.2.2
Disturbo Acuto da Stress
p.43
2.2.3
Disturbo Post Traumatico da Stress
p.43
2.2.4
Disturbo d’Ansia Generalizzato
p.44
2.2.5
Attacchi di Panico
p.44
2.2.6
Disturbo Dissociativo o della Personalità Multipla
p.45
CAPITOLO 3: EVENTI TRAUMATICI
p.47
3.1 La deportazione nella Seconda Guerra Mondiale
p.47
3.2 Eventi Cataclismatici
p.49
3.3 Incidenti stradali
p.51
3.3.1
Effetti sul comportamento di guida nei soggetti
MVA
p.53
3.4 Conclusioni sui disastri naturali, tecnologici, attentati,
incidenti e stragi
p.55
3.5 Violenza sessuale
p.57
-2-
PARTE B: TRAUMA E TESTIMONIANZA
CAPITOLO 1: TESTIMONIANZA
p.60
1.1 Definizione
p.60
1.2 Caratteristiche principali del testimone attendibile
p.60
1.2.1
Accuratezza
p.63
1.2.2
Credibilità
p.64
CAPITOLO 2: PROCESSI COGNITIVI E
TESTIMONIANZA
p.67
2.1 Memoria
p.67
2.1.1
Come funziona la memoria?
p.68
2.1.2
Ricordo e accuratezza
p.71
2.1.3
Disturbi della memoria
p.72
2.1.4
Distorsioni dei ricordi
p.74
2.1.5
Ricerche su testimoni
p.78
2.2 Ragionamento
p.79
2.2.1
Stereotipi
p.81
2.2.2
Influenza degli stereotipi nella testimonianza
p.81
2.3 Attenzione
2.3.1
p.82
Attenzione e memoria
p.82
2.4 Linguaggio
p.83
2.5 Il trauma cranico: riassunto delle conseguenze fisiche e
psicologiche
p.86
CAPITOLO 3: INTERROGATORIO
p.90
3.1 L’interrogatorio
p.90
3.2 Le domande
p.91
3.2.1
Domande aperte
p.92
3.2.2
Domande chiuse
p.92
3.2.3
Domande di richiamo e di elaborazione
p.93
-3-
3.2.4
Domande da evitare
p.93
3.2.5
Sequenza delle domande
p.94
3.3 Errori da evitare: suggerimenti e distorsioni
p.95
3.4 Un metodo per evitare errori: l’Intervista Cognitiva (IC)
p.95
3.5 Conclusioni
p.97
CAPITOLO 4: IL TESTIMONE: RUOLO DELLA MENZOGNA E
DELLA RITRATTAZIONE
4.1 La menzogna: teorie e studi
p.98
4.1.1
La menzogna e il comportamento Non Verbale
4.1.2
Due modalità attraverso cui si mente:
4.1.3
p.101
simulazione e dissimulazione
p.101
Come si fa a scoprire la menzogna?
p.102
4.2 La ritrattazione
4.2.1
p.98
p.106
Ma perché si ritratta?
p.106
CONCLUSIONI
p.109
BIBLIOGRAFIA
-4-
PARTE A:
STRESSOR
E
TRAUMA
-5-
CAPITOLO 1: STRESSOR E TRAUMA
1.1 Definizione di Stressor
Ogni giorno siamo influenzati da una serie di stimoli percettivi, di qualunque tipo, che
vanno a richiamare l’attenzione dei nostri sensi.
Per questo è importante che i nostri canali sensoriali siano sempre pronti a percepire
questi stimoli e, soprattutto, a discriminare quelli maggiormente salienti.
Lo stress viene definito come una reazione emozionale intensa a una serie di stimoli che
mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva.
Se, però, gli sforzi del soggetto falliscono perché lo stress supera le capacità di risposta,
egli si troverà ad essere sottoposto a un’aumentata vulnerabilità nei confronti della
malattia psichica, somatica o entrambe.
Kristal (2007) afferma a questo proposito che:
Si assume, comunque, che il pericolo sia evitabile o affrontabile. Quando un individuo
si confronta con un pericolo che è determinato come inevitabile o impossibile da
fuggire, e non è possibile ricevere alcun aiuto, allora l'unico esito è la resa. Questa
visione è in accordo con quella di Freud (1926) secondo cui: "Il nucleo, il significato"
della causa di un trauma psichico è la valutazione delle nostre forze rapportate
all'entità del pericolo, l'ammissione della nostra impotenza di fronte a esso.
Lo stressor, quindi, può essere definito come l’insieme degli stimoli, di qualunque
natura, che provocano nell’organismo una risposta di stress.
Tutto queste teorie e considerazioni fanno parte di un approccio soprattutto fisiologico
allo stress, mentre altri autori hanno adottato un approccio prettamente psicologico.
A questo proposito è importante citare Selye (1956), il quale notò, durante le sue
ricerche, che le risposte fisiologiche che caratterizzano lo stress potevano essere evocate
anche da stimoli psicologici, quindi ad esempio una situazione minacciosa per
l’organismo, la morte di una persona cara, sono eventi capaci di determinare risposte
generalizzate a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene identiche a quelle prodotte da
stimoli fisici, come il caldo, il freddo, il dolore.
L’autore, inoltre, si accorse che gli stimoli fisici avevano effetti stressanti solo se
avevano una rilevanza psicologica.
-6-
Venne così elaborata una nuova concezione dello stress, secondo la quale il sistema
nervoso centrale, valuta lo stato dell’equilibrio omeostatico ed è il sistema preposto al
controllo della risposta da stress.
Il resto dell’organismo, invece, informa il sistema nervoso di ciò che accade nelle
diverse regioni di esso, ed è il sistema nervoso che “decide” se la situazione è da
considerarsi stressante o innocua.
In questa concezione a sfondo esclusivamente psicologico lo stressor viene inteso come
“ qualsiasi stimolo capace di provocare un’alterazione dei processi omeostatici
psicologici, e questa alterazione provocherebbe una nuova alterazione a livello
dell’omeostasi fisiologica”. (Selye, 1956).
E’ importante concludere questa introduzione sulle teorie dello stress ricordando che il
cambiamento dell’equilibrio omeostatico e il cambiamento delle strategie di coping,
rimangono fondamentali per l’uomo e anche per gli animali, perché grazie
all’apprendimento, cioè all’acquisizione di nuove informazioni utili anche per
contrastare nuovi stimoli o stimoli stressanti, un organismo può passare da un
determinato stato d’organizzazione ad uno più elevato.
“Il segreto della salute e della felicità risiede nella capacità di adattarsi con successo
alle condizioni mutevoli del mondo”. (Selye, 1956)
Un altro autore importante scrisse: Se dopo le perturbazioni provenienti dall’esterno, la
vita non avesse fatto altro che tornare al cosiddetto equilibrio omeostatico, essa non
avrebbe mai potuto progredire oltre l’ameba, la quale, dopo tutto, è la creatura meglio
adattata di questo mondo, infatti, è sopravvissuta per milioni di anni, dall’oceano
primevo sino ai giorni nostri (Bertalanffy, 1969).
1.2 Caratteristiche dello Stressor
Non esiste una sola tipologia di stimoli che possono provocare la risposta fisiologica di
stress e, soprattutto, oltre alla natura dello stressor sono molto importanti anche altre sue
caratteristiche come:
-
l’intensità
-
la frequenza
-
la durata dello stimolo
-7-
In altre parole, stressor troppo potenti, frequenti e prolungati sono in grado di superare
la possibilità di resistenza dell’organismo e di portare l'individuo allo stress cronico e a
malattie ad esso associate, mentre altri che hanno un’intensità minore e vengono
percepiti dal soggetto per pochi secondi non hanno conseguenze negative.
In ultimo è fondamentale ricordare che il livello di resistenza allo stress è altamente
soggettivo.
Così, ad esempio, un individuo può rispondere in maniera adattiva a un incidente d’auto
con conseguenze fisiche molto gravi (incidente d’auto in autostrada a velocità elevata) e
successivamente, riprendere in poco tempo una vita autonoma e tranquilla, mentre un
altro individuo può rimanere molto turbato da un semplice tamponamento a veicolo
fermo.
A questo proposito è importante considerare il contributo di Lazarus (1977, 1978), il
quale sostiene che il giudicare la richiesta proveniente dall’ambiente come una
minaccia, una sfida o un danno, e quindi anche la scelta della reazione allo stimolo,
dipendono sia da fattori legati alla persona (come il suo sistema di valori, le sue
credenze relative sia a sé stesso sia all’ambiente, e gli scopi che si prefigge), sia da
fattori legati alla specifica situazione stressante (come la sua potenziale controllabilità,
la sua imminenza, la sua durata prevista e la sua pericolosità).
In altre parole, se e in che misura persone diverse, inserite in una stessa situazione,
oppure una stessa persona inserita in situazioni diverse, sperimenteranno stress,
dipenderà in larga misura dal processo dinamico attraverso il quale si attua la
valutazione dell’esperienza passata del soggetto, delle informazioni che gli provengono
dall’ambiente e dalla valutazione delle sue potenzialità di coping, ovvero delle strategie
che il soggetto ha a disposizione per affrontare in modo adattivo le diverse situazioni.
Più chiaramente, se la persona percepisce di avere a disposizione strategie di coping
efficaci (anche se ciò può non corrispondere alla realtà, quindi una persona può essere
convinta di poter affrontare una situazione quando in realtà non è così ) non si
verificherà l’esperienza di stress; se invece il tentativo di dominare la situazione e il
proprio stato emozionale dovesse fallire (il coping non è efficace perché le strategie
sono inadeguate) avranno luogo le esperienze di “disperazione” e di “impotenza
appresa”.
-8-
Quest’ultima situazione potrebbe essere meglio compresa con il termine “gettare la
spugna”, infatti, questa impotenza crea uno stato psicologico, che si verifica quando i
soggetti, dopo aver ripetutamente tentato di controllare la situazione senza riuscirvi,
imparano ad aspettarsi che il proprio comportamento sia inefficace, anche qualora la
situazione dovesse essere diversa.
Riguardo a questo argomento è noto l’esperimento di Seligman (1965).
L’autore somministrava delle scosse elettriche a due gruppi di cani.
Un gruppo era posto in una gabbia con una barriera che, se oltrepassata, portava in una
parte della gabbia in cui non sentivano la scossa; l’altro gruppo di cani, invece, non
poteva in nessun modo reagire o fuggire alla scossa.
In un secondo momento dell’esperimento Seligman notò che somministrando
nuovamente ai cani una scossa e offrendo a entrambi i gruppi una “via di fuga”, il
gruppo di cani che precedentemente poteva reagire alla scossa, utilizzava la via di fuga
(saltava oltre una barriera) evitando la scossa, mentre il secondo gruppo che
precedentemente aveva sviluppato un’impotenza non cercava di reagire alla scossa in
nessun modo; quest’ultimo gruppo ha messo in atto un atteggiamento di resa
generalizzata. (Seligman, 1965).
E’ importante, quindi, studiare gli effetti che stimoli stressanti possono provocare negli
individui, anche per poterli aiutare a trovare nuove strategie di coping per affrontarli,
soprattutto è importante studiare il fenomeno dello stress a 360°, considerando quindi
tutte, o comunque la maggior parte delle possibili situazioni che possono diventare fonte
di stress.
Per questo motivo si proverà ora a dare una descrizione dei diversi tipi di stressor a cui
ognuno di noi può essere potenzialmente esposto.
1.3
Tipologie di Stressors
Generalmente in letteratura possono essere individuati tre tipi di stressor:
1.3.1 Stressors Sociali (che riflettono un disturbo dell’interazione tra individui)
1.3.2
Stressors Ambientali (che comportano conseguenze a livello fisico e
metabolico)
1.3.3 Stressors Psicologici (cambiamenti di vita, lutto)
-9-
1.3.1 Stressors Sociali
Tra gli stressor che maggiormente possono causare o rappresentare delle difficoltà nelle
interazioni tra gli individui, troviamo ad esempio le situazioni di mobbing lavorativo e il
divorzio.
A. Mobbing
Bjorkqvist e Osterman (1994) considerano il mobbing come un’aggressione protratta
nel tempo nei confronti di un lavoratore che non è nelle condizioni di difendersi dagli
attacchi. Leymann (1984) ha definito il mobbing come forma di comunicazione ostile e
prolungata di uno o più lavoratori nei confronti di un altro lavoratore, che non può
difendersi. Walter (1993) definisce il mobbing come un conflitto a lungo termine in cui
tutti i partecipanti si fanno prendere dall’emotività e la cui conseguenza porta ad uno
stato di inferiorità di un partecipante. Per Adams (1992) il mobbing è un abuso di potere
o una condizione di criticismo prolungato nei confronti di un lavoratore. Per DeLongis,
Kessler, Schilling e Bolger (1989) il mobbing è il passaggio dal potere disciplinare del
datore di lavoro all’abuso di potere. Tempeste, Spector (1987) e Zapf (1999) descrivono
il mobbing come una forma di stress psicosociale sul luogo di lavoro.
Ad ogni modo, indipendentemente dalla definizione che si vuole utilizzare per questo
stressor sociale, è stato dimostrato che la condizione di mobbing può provocare gravi
conseguenze psicologiche.
Leymann (1984), infatti, ha condotto diverse ricerche, grazie alle quali è riuscito a
individuare i principali disturbi psicologici (di cui si parlerà più approfonditamente in
seguito) che colpiscono le persone che subiscono una condizione di mobbing.
I principali disturbi sono:
 Disturbo Post Traumatico da Stress
 Disturbo d’Ansia Generalizzato
 Burn-out
 Sindrome da Affaticamento Cronico
 Depressione
- 10 -
B. Divorzio e separazione
Definizione e caratteristiche
Il divorzio è l'istituto giuridico che permette lo scioglimento o la cessazione degli effetti
civili del matrimonio quando tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e
materiale di vita ed essa non può essere in nessun caso ricostituita.
Si parla di scioglimento qualora sia stato contratto matrimonio con rito civile, mentre si
fa riferimento al termine cessazione degli effetti civili qualora sia stato celebrato
matrimonio concordatario.
Il procedimento di divorzio può seguire due percorsi alternativi, a seconda che vi sia o
meno consenso tra i coniugi:

divorzio congiunto, quando c'è accordo dei coniugi su tutte le condizioni, in questo
caso il ricorso è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi;

divorzio giudiziale, quando non c'è accordo sulle condizioni, in questo caso il
ricorso può essere presentato anche da un solo coniuge.
Il divorzio si differenzia dalla separazione legale in quanto con quest'ultima i coniugi
non pongono fine definitivamente al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli
effetti nell'attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio.
Effetti psicologici del divorzio
Il divorzio non è un evento certo e inevitabile; sicuramente le persone quando si
sposano non considerano il divorzio tra le loro prospettive di vita insieme.
Ed è proprio per questa imprevedibilità che, quando una coppia arriva a scegliere il
divorzio, può subire delle conseguenze negative (deve ridefinire i confini e le
caratteristiche della propria vita, deve rivedere l’organizzazione del nuovo nucleo
familiare e può provare una grande sofferenza).
Se poi il divorzio è giudiziale e non consensuale, le conseguenze psicologiche per i
coniugi, possono risultare più negative.
Non sempre i coniugi che divorziano vivono l’evento come effettivamente negativo,
infatti ci sono delle situazioni in cui in realtà il divorzio permette a entrambi di ritrovare
la propria serenità e tranquillità.
Ad ogni modo, dovendo considerare anche le conseguenze negative, si possono
sottolineare i due fattori più critici: da un lato l’influenza che il divorzio può avere sui
figli, in particolare alcune ricerche dimostrano che le più colpite siano le figlie femmine,
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che possono arrivare a dimostrare segni di ansia e depressione anche patologici.
Dall’altro lato, non solo le problematiche legate al divorzio, ma anche quelle che
emergono subito dopo l'evento, ad esempio i possibili effetti sui figli.
Si può comprendere, quindi, come a volte, un divorzio possa portare gli individui a
vivere in una condizione di stress, che se prolungata, può sfociare in disturbi patologici.
I più probabili sono sicuramente ansia, depressione e disturbi dell’umore.
1.3.2 Stressors Ambientali
Inizialmente questi stressors erano inseriti nella categoria dei “problemi quotidiani”, in
seguito però, Campbell (1983) ha proposto di distinguerli in una categoria specifica e a
sé stante.
Questi stressors sono condizioni dell’ambiente croniche, globali (come inquinamento,
rumore, affollamento, traffico congestionato) che, in senso generale rappresentano delle
stimolazioni disturbanti e ci pongono richieste di adattamento o di coping.
Gli stressors ambientali, sempre secondo quest’autrice, presentano delle caratteristiche
specifiche. (Campbell, 1983).
Innanzitutto non sono urgenti, nel senso che le richieste che essi pongono sono meno
pressanti rispetto a quelle poste da altri tipi di stressors.
Si può dire anche che siano continui, cioè quasi sempre presenti nella nostra esperienza
quotidiana con l’ambiente, valutati come fastidiosi e disturbanti per lo svolgimento
delle attività quotidiane, fisicamente percepibili e, infine, difficilmente modificabili.
Questi stressors, inoltre, passano abbastanza inosservati e non sembrano richiedere
grandi capacità di adattamento ma, se arrivano a interferire con la realizzazione di scopi
e/o bisogni importanti per la persona, oppure sono avvertiti come una minaccia diretta
per la propria salute, possono comportare risposte di coping anche estreme; quindi non
si deve sottovalutare il ruolo che possono giocare nel determinare il nostro benessere e
la nostra salute, perché le richieste continue che essi pongono alle risorse e alle capacità
di coping dei soggetti possono trasformarli in oneri così pesanti per gli individui, da dar
luogo a disturbi in una pluralità di settori che vanno dal comportamento interpersonale,
alla salute fisica e psichica degli individui.
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A prova di questo effetto a lungo termine devastante sull’uomo, esistono dei risultati di
ricerca che dimostrano, appunto, che ciascun stressore può avere ripercussioni sugli
individui ad almeno quattro livelli: fisiologico, comportamentale, psicologico e
adattivo, nel senso che interferisce sulle nostre capacità di fronteggiarlo anche nel
futuro.
Si noti, nella frase precedente, l’uso volontario del verbo “può avere ripercussioni”; si è
preferito utilizzare questo termine perché nonostante tutto, non bisogna dimenticare ciò
che è stato sottolineato più volte, ovvero che ognuno di noi reagisce agli stressor in
modo altamente soggettivo, quindi non è possibile tracciare una linea di confine ben
precisa tra il livello dello stimolo che rimane innocuo e il livello che porta a un fastidio
e costringe l’individuo a agire in modo estremo.
Per esempio: supponiamo che il problema per una persona sia il rumore e l’intenso
traffico cittadino, situazione che viene considerata fastidiosa e anche dannosa per la
salute. Per cercare di risolvere il problema, il soggetto potrebbe evitare di aprire le
finestre della propria casa, durante certe ore della giornata; tuttavia, con il trascorrere
del tempo, egli si renderà conto dell’inefficacia della sua soluzione, per cui per arrivare
a togliere il problema definitivamente, non si può escludere che arrivi a decidere di
trasferirsi in un posto più silenzioso e meno inquinato.
Per poter avere un quadro generale delle caratteristiche che portano i vari individui a
percepire uno stimolo come stressante o innocuo, può essere utile considerare la
descrizione delle dimensioni degli stressors di due autori, Evans e Cohen (1987), che
individuano otto dimensioni:
La salienza percettiva, il fatto che lo stressore sia fisicamente percepibile e facilmente
identificabile. Per alcuni stressor, come ad esempio il rumore, questa caratteristica è
facilmente individuata, mentre per altri, come l’inquinamento dell’aria, questa
dimensione è più problematica da definire.
Il tipo di adattamento richiesto, condizioni ambientali che non sono facilmente
controllabili dalla persona o che sono troppo intense favoriscono, secondo Lazarus e
collaboratori, l’utilizzazione di strategie di coping orientate al cambiamento del proprio
stato emozionale negativo, piuttosto che azioni dirette al cambiamento della situazione
esterna. Un esempio può riguardare la situazione dell’inquinamento dell’aria. Nel caso
in cui venga usata una strategia basata sull’emozione il soggetto si auto convincerà che,
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in fondo, i danni per la sua salute, non saranno poi così gravi; mentre usando la strategia
centrata sul problema, il soggetto cercherà di ridurre al massimo o anche evitare i
contatti con la fonte di inquinamento.
Il valore o valenza dell’evento, gli effetti di un evento dipendono in gran parte dalla
valutazione personale e dal significato che ciascuno vi attribuisce e dal contesto in cui
questi eventi si verificano. Così la nascita di un figlio può essere un evento
estremamente positivo per una coppia sposata, che lo desiderava da molto tempo,
mentre può essere un evento devastante per una madre single, senza lavoro…
Il grado di controllabilità, il controllo può essere inteso in due modi. Come una variabile
collegata alla situazione, cioè è una variabile che fornisce alla persona la possibilità di
influenzare l’avvenimento o la durata dell’esposizione allo stimolo. (L’esempio è dato
dalla situazione sperimentale in cui lo sperimentatore dà la possibilità al soggetto di
porre fine a uno stimolo stressante); oppure come una variabile inerente al soggetto,
cioè viene inteso come un processo attraverso il quale la persona valuta di essere in
grado, o meno, di poter influenzare la situazione.
La prevedibilità dell’evento stressante, alcuni eventi possono essere più o meno
prevedibili e questo influenza sia le strategie che le persone adottano per affrontarli, sia
la scelta di mettere in atto queste strategie o meno. Ad esempio il passaggio del treno a
una certa ora, che provoca un minimo movimento di una casa situata vicino a una
stazione dei treni; inizialmente il movimento della casa può spaventare il soggetto che
vi abita, il quale attiverà una serie di risposte fisiologiche e psichiche (accelerazione del
battito cardiaco, della pressione arteriosa, paura che sia un terremoto e senso di
impotenza…).Gradualmente il movimento della casa dovuto al passaggio del treno
diventerà familiare, quindi prevedibile e non provocherà più reazioni fisiologiche o
psicologiche.
La necessità e importanza della fonte di stress, il considerare la fonte di stress
importante e/o necessaria e collegata a certi aspetti del comportamento umano provoca
reazioni diverse nelle persone. Quindi, per esempio, persone che sono abituate a vivere
in zone residenziali ad alto tasso di smog, sono meno “infastiditi” dall’inquinamento.
La durata dell’evento, fa riferimento, da un lato all’esperienza precedente che
l’individuo ha avuto con quello specifico stressore, e dall’altro alla durata
dell’esposizione attuale allo stressore stesso.
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La periodicità dello stressor, si riferisce alla regolarità e continuità dello stressore;
quindi alcuni eventi, come il lutto, sono considerati nelle ricerche come avvenimenti
unici e discreti della vita di una persona, mentre altri, come ad esempio il rumore
urbano, assumono nell’esperienza quotidiana delle persone un carattere di maggior
continuità.
Ad ogni modo, secondo gli autori sia la durata, sia la periodicità degli stressori
influenzano i processi di adattamento e le strategie di coping adottate per affrontarli.
Tipologie di Stressors Ambientali
A) Sovraffollamento:
La ricerca sull’affollamento è la più consolidata, quindi fortunatamente esiste una buona
quantità di letteratura e di ricerche che può essere considerata per comprendere appieno
gli effetti di questo fenomeno.
Prima di iniziare ad analizzare questi effetti nello specifico, è importante sottolineare la
distinzione tra densità e affollamento.
La densità è una condizione fisica che implica delle limitazioni spaziali, mentre
l’affollamento è l’esperienza soggettiva, in cui gli aspetti restrittivi della limitazione
spaziale sono percepiti dagli individui. Stokols (1972)
In altre parole, quello che a un osservatore esterno può apparire come uno spazio
affollato, perché in esso sono presenti molte persone, non è detto che venga riconosciuto
come affollato dagli individui che lo occupano, quindi può accadere che l’esperienza di
affollamento non venga percepita.
Considerando questa distinzione, che a mio parere è abbastanza importante per
distinguere l’aspetto oggettivo e quello soggettivo di una stessa esperienza, vengono
citati ora i risultati dei principali studi di questo ambito di ricerca.
I primi studi, effettuati in campo animale, hanno dimostrato che l’aumento sconsiderato
della popolazione in uno spazio limitato può portare ad aberrazioni comportamentali, ad
un aumento dell’aggressività, al danneggiamento della funzionalità di alcuni organi, ad
alterazioni del funzionamento endocrino, all’aumento del tasso di mortalità. (Calhoun,
1962; Christian 1963).
- 15 -
Numerose altre ricerche dimostrano anche che vi è una relazione tra l’aumento della
densità urbana e l’incremento dei tassi di criminalità, violenza, malattia, mortalità,
anche se in questo caso alcuni autori (Baum e Paulus 1987) fanno notare che questi
risultati non sono sempre comparabili gli uni con gli altri, dal momento che spesso le
misurazioni che vengono utilizzate sono diverse.
Non bisogna dimenticare, infine, che a volte alcune situazioni di sovraffollamento
possono essere la causa scatenante di alcuni disturbi d’ansia gravi, come gli attacchi di
panico; ad esempio un soggetto che si trova in una discoteca e sente la necessità di
uscire velocemente, ma non riesce perché il luogo è molto affollato, potrà iniziare a
provare sensazioni fisiologiche come mancanza di respiro, aumento del battito cardiaco,
abbassamento della pressione sanguigna.
Ora si andranno a considerare più dettagliatamente i vari effetti che l’affollamento può
provocare nell’uomo.
Effetti fisiologici
Alcuni studi hanno dimostrato che condizioni di affollamento, anche se di breve durata,
portano a un aumento del battito cardiaco, della conduttanza cutanea, della pressione
arteriosa, sintomi che possono preannunciare l’arrivo di un attacco di panico, un
disturbo d’ansia che può arrivare ad assumere caratteristiche altamente disadattive per il
soggetto che ne è affetto.
È stata individuata, inoltre, un’elevazione degli indici biochimici, quali le catecolamine
e i corticosteroidi. (Aiello, Epstein, Karlin, 1975; D’Altri, 1975; Evans, 1978; Heshka,
Pylypuk,1975; Singer et al., 1975; Fleming, Baum, Weiss, 1987; Schaeffer, Baum,
Paulus, Gaes, 1988).
Una serie di studi condotti in ambienti particolari, quali carceri e dormitori, portano
maggiore evidenza a questi risultati, infatti, mostrano come l’esposizione cronica ad
ambienti
eccessivamente
affollati,
sembri
favorire
l’insorgenza
di
disordini
cardiovascolari e il diffondersi di infezioni.
Effetti sulle funzioni cognitive e sulle caratteristiche psicologiche
Performance: I dati in generale mostrano che vi un’influenza negativa dell’alta densità
sulla prestazione al compito, soprattutto se il compito in cui è impegnato il soggetto è
complesso (Aiello et al., 1975; Paulus, Annis, Seta, Sckade, Matthews, 1976.)
- 16 -
Memoria: Gli studi relativi all’influenza dell’affollamento sulla memoria, purtroppo,
sono scarsi; nonostante questo si è potuto osservare che l’affollamento influisce sia sul
ricordo (Nagar, Pandey, 1987), sia sulla memoria incidentale (il ricordo di informazioni
a cui non abbiamo prestato attenzione), peggiorando la prestazione dei soggetti (Saegert
et al., 1975).
Comportamento e umore: Alcuni studi che si sono avvalsi di questionari e scale di
autovalutazione, hanno messo in evidenza che l’esperienza dell’affollamento è
accompagnata da un aumento di reazioni affettive/emotive spiacevoli, come ad esempio
nervosismo, ansia, tensione. (Saegert, 1975; Langer, Saegert, 1977; Nagar, Pandey,
1987; Schaeffer et al., 1988).
Altri studi, (Baum, Greenberg, 1975; Baum, Koman, 1976) inoltre, hanno messo in
evidenza come la semplice aspettativa di potersi trovare in un ambiente affollato, oltre a
influenzare negativamente l’umore, provoca nel soggetto l’adozione di posture
difensive, come il tenere le braccia conserte, un aumento della distanza interpersonale,
una riduzione del contatto oculare con le altre persone.
In più è stato dimostrato che l’aumento della densità accentua la presenza di
comportamenti auto manipolativi, come il toccarsi i capelli, e di comportamenti
stereotipati, come il giocherellare con la penna.
Non tutte le persone, però reagiscono all’affollamento allo stesso modo, infatti, alcuni
studi mostrano che gli uomini manifestano maggiormente la tendenza ad evitare il
contatto con gli altri, a reagire in maniera competitiva e a valutare l’affollamento come
più sgradevole rispetto alle donne.
La risposta di evitamento del contatto sociale, può essere un fattore importante nella
diminuzione del comportamento altruistico, osservata nelle aree urbane. (Milgram,
1970; Korte, 1978; Steblay, 1987); in altre parole l’evitamento sociale sarebbe un modo
per le persone per far fronte alle eccessive richieste imposte dalla vita in ambito urbano.
Adattamento: Per quanto concerne le ricerche sull’adattamento all’affollamento,
l’esposizione ad alta densità, anche se di breve durata, non sembra produrre un
decremento nella sensibilità all’affollamento; inoltre l’esperienza di affollamento
continua a essere valutata negativamente anche dopo ripetute esposizioni a situazioni di
densità elevata.
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B) Rumore
Come per l’affollamento, anche il rumore è stato ampiamente studiato, sia in laboratorio
che sul campo.
Il rumore viene definito sia da aspetti strettamente fisici della stimolazione, come
l’intensità (espressa in decibel, e che può essere compresa meglio osservando la tabella
1.2 sottostante), la frequenza (espressa in Hertz), la periodicità e la durata, sia dalla sua
caratteristica psicologica di “suono indesiderato” (Kryter, 1970; Bell, Fisher, Loomis,
1978).
Tabella 1.2 Misura in decibel di alcuni rumori quotidiani. Da questa tabella si può
capire quanto possano essere dannosi alcuni rumori molto forti. Va notato, inoltre che
un rumore di 100 decibel non è due volte, ma 100.000 volte più forte di un rumore da
50 decibel!!!
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Effetti fisiologici
Per quanto riguarda gli effetti del rumore eccessivo, è stato dimostrato che l’esposizione
prolungata a fonti di rumore al di sopra di una certa intensità, può avere effetti diretti e
nocivi sull’apparato uditivo, provocando ad esempio la perdita temporanea o
permanente dell’udito per certe frequenze o la distruzione della funzionalità dei timpani.
Il rumore, però, può essere un elemento fastidioso anche molto al di sotto di questi
livelli distruttivi e interferire, ad esempio, con la comunicazione o, più in generale, con
il comportamento.
Può avere, inoltre conseguenze negative su parti dell’organismo non direttamente
deputate alla ricezione dei segnali acustici, ad esempio si pensi a come un rumore
improvviso e molto forte possa aumentare il battito cardiaco, quindi agire sull’apparato
cardiocircolatorio.
Effetti sulle funzioni cognitive e sulle caratteristiche psicologiche degli individui
La letteratura mette in evidenza come il rumore causi fastidio, irritazione, in alcuni casi
anche ansia e paura, e interferisca con il comportamento interpersonale.
Performance: Ci sono alcuni dati che considerano il ruolo che può avere il rumore
nell’influenzare le performance dei soggetti; in questo caso, però, i dati possono
sembrare contraddittori, perché alcuni studi mostrano come il rumore peggiori la
performance, mentre altri mostrano un miglioramento, o nessun decremento della
performance stessa.
In generale i risultati possono essere così riassunti:
Con intensità di rumori superiori a 95 dB, si hanno decrementi nella performance in
compiti complessi, come ad esempio i compiti che richiedono un’attenzione
sostenuta, o un’attenzione a fonti multiple di segnali.
I compiti che prevedono l’individuazione rapida di un segnale, richiedono al
soggetto una risposta il più veloce possibile a segnali target che si susseguono a
brevi intervalli di tempo. In presenza di rumori intermittenti si possono osservare
ritardi momentanei nella risposta che segue la presentazione del rumore; questo
probabilmente accade perché il rumore distrae il soggetto. (Fisher, 1972)
I compiti di attenzione sostenuta, richiedono di rilevare la presenza di un segnale
target (ad esempio uno stimolo luminoso) presentato contemporaneamente a un
rumore di fondo. Con il passare del tempo e in presenza di un rumore constante, i
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soggetti commettono un maggior numero di “falsi allarmi”, ovvero si dichiarano
convinti della presenza di un segnale che invece è inesistente. (Hockey, 1973)
I compiti con segnali multipli sono compiti complessi, nei quali i soggetti devono
prestare attenzione a più stimoli contemporaneamente. In presenza di rumore i
decrementi e gli errori nella performance sembrano presentarsi soprattutto nella
rilevazione di stimoli secondari e pare, inoltre, che tali errori non influenzino
l’esecuzione del compito principale. (Hockey, 1970, 1993).
In conclusione, l’uso di rumori superiori ai 95 dB comporta vari tipi di errori
nella performance; successivamente l’intensità dello stimolo è stata ridotta a
70/80 dB, ma anche in questi casi si è visto che, l’esposizione protratta al
rumore porta decrementi nella performance.
Memoria: Oltre alla performance, il rumore può influenzare il ricordo, peggiorandolo o
migliorandolo a seconda dei casi. Sembra, infatti, che il rumore aumenti la velocità di
elaborazione delle informazioni nella memoria di lavoro, riducendone però la capacità.
L’aumento della velocità di elaborazione delle informazioni in presenza di un rumore
sembra, inoltre, essere responsabile della limitata comprensione in compiti in cui si
richiede che vengano colte informazioni complesse.
Un altro tipo di ricordo che è più carente in condizioni di rumore è quello dovuto alla
memoria incidentale. In questo caso, si fa riferimento al ricordo del materiale al quale il
soggetto non prestava direttamente attenzione durante la fase di presentazione. In questo
caso, per rimanere nell’ambito dell’argomento della tesi, può essere utile considerare
l’esempio del soggetto che, attraversa la strada, nota un furgone, entra in un negozio, in
cui subisce una rapina, e gli viene chiesto se ricorda com’era fatto il furgone dei ladri,
parcheggiato davanti al negozio.
Comportamento altruistico: La ricerca mostra come il rumore renda le persone meno
sensibili e meno disposte a prestare aiuto ad una persona in difficoltà. (Matthews,
Canon, 1975; Page, 1977; Korte, Grant, 1980; Moser, 1988).
La minor disponibilità viene attribuita ad una minor attenzione prestata agli indici di
disagio che possono essere manifestati dalle persone in difficoltà.
Secondo Moch ( 1990), il rumore porta a una valutazione più severa degli e altri e
agisce sulla selezione delle informazioni, riducendole numericamente e portando a
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trascurare certi dettali percettivi riguardanti gli altri. Entrambi questi elementi
produrrebbero il degrado del “clima sociale” osservato.
Ostilità e comportamento aggressivo: Alcuni studi ( Donnerstein, Wilson, 1976; Cohen,
Spacapan, 1984) hanno dimostrato che il rumore accentua i comportamenti aggressivi e
l’ostilità; ciò avviene soprattutto se, in precedenza, i soggetti sono stati esposti a modelli
aggressivi.
Levy-Leboyer e Naturel (1991) a questo proposito hanno condotto un esperimento
molto interessante, che può aiutare a comprendere gli effetti del rumore sul
comportamento degli individui.
Nella situazione sperimentale, gli autori chiedevano ai soggetti se e in quali casi,
avrebbero messo in atto dei comportamenti aggressivi verso i vicini, considerati come
rumorosi; in altre parole volevano capire quale potesse essere la soglia oltre la quale un
vicino fosse stato considerato rumoroso, e quali comportamenti sarebbero stati messi in
atto dopo questa valutazione.
Le risposte aggressive maggiormente intense sono state giudicate più probabili quando
alla fonte di rumore, cioè al vicino di casa, veniva attribuita una mancanza di
preoccupazione per la vittima, quando era una persona conosciuta, e quando il rumore
veniva valutato come inevitabile, ovvero legato ad attività quotidiane.
Nei casi in cui queste tre condizioni non erano presenti, il comportamento era
rappresentato da una reazione passiva al rumore.
In altre parole gli autori hanno messo in evidenza come, in un rapporto di conoscenza, o
familiarità, tra i vicini, gli individui sono meno disponibili ad accettare rumori forti, e
vengono messi in atto comportamenti aggressivi più facilmente.
Infine, bisogna sempre, comunque, tenere in considerazione che le diverse reazioni al
rumore dipendono dal contesto in cui il rumore si verifica, dalle attività con le quali
interferisce, dalle strategie di coping utilizzate per fronteggiarlo e dal significato di
minaccia potenziale che può assumere per i diversi individui.
C) Inquinamento dell’aria
A livello generale la consapevolezza degli effetti nocivi dell’inquinamento è aumentata,
ma nonostante questo, gli studi sugli effetti negativi che esso ha a livello psicologico e
comportamentale sono ancora scarsi. (Stern, Oskamp, 1987).
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Gli agenti tossici che determinano l’inquinamento dell’aria sono rappresentati
soprattutto dal monossido di carbonio, dagli ossidi di zolfo e di azoto, dalle polveri…
Effetti fisiologici
Le ricerche documentano che l’esposizione a quantità anche abbastanza limitate di
agenti tossici, può avere una pluralità di effetti nocivi sugli organismi.
Il primo apparato a esserne danneggiato è ovviamente quello respiratorio, dal momento
che si parla soprattutto di inquinamento dell’aria, quindi si può verificare una riduzione
della capacità polmonare, asma, bronchiti croniche…; subisce effetti negativi anche il
sistema nervoso, gli occhi, la pelle e questi effetti possono essere accompagnati da
sensazioni di malessere generale, nausea, mal di testa. (Goldsmith, Friberg, 1977;
Evans, Jacobs, 1982; Weiss, 1983)
Effetti sulle funzioni cognitive e sulle caratteristiche psicologiche
Performance: L’esposizione ad agenti inquinanti presenti nell’aria sembra poter
provocare deficit in compiti che richiedono attenzione sostenuta, individuazione rapida
del segnale e attenzione a fonti plurime di stimolazione (Evans, Jacobs, 1981, 1982;
Bullinger, 1989; Bell et al., 1990).
Lewis, Baddeley, Banham e Lovitt (1970), inoltre, hanno trovato che la prestazione in
compiti di memoria (quali ad esempio il ricordo di sillabe o la ripetizione di segnali in
ordine inverso) in compiti di calcolo aritmetico, o in compiti che prevedono la
comprensione di frasi, viene peggiorata dalla esposizione ai gas di scarico delle
automobili.
Potasova (1992), infine, ha messo in relazione l’esposizione agli agenti tossici con
misure globali di funzionamento e sviluppo cognitivo dei bambini, esaminando il loro
quoziente intellettivo e il loro rendimento scolastico; in particolare in un esperimento ha
cercato di indagare gli effetti di sostanze tossiche sulla memoria, sull’apprendimento e
sull’attenzione.
L’autrice ha trovato che l’esposizione prolungata ad agenti inquinanti, quali il piombo,
cadmio e manganese, peggiora sensibilmente le prestazioni globali dei bambini.
Questo esperimento è molto importante perché, purtroppo, gli agenti inquinanti, non si
trovano solamente all’esterno, ma anche nelle nostre case, nelle scuole, infatti, molti
agenti sono nelle vernici, in alcuni isolanti, o nei materiali da costruzione normalmente
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impiegati, quindi è importante capire gli effetti che hanno sul nostro organismo, anche
perché questo può modificare alcune delle diagnosi psicologiche che vengono fatte sugli
individui.
Ad esempio, estremizzando la situazione, si può scoprire che la diagnosi di Disturbo
dell’Attenzione e d’Iperattività in un bambino, non sono dovuti a problemi psicologici
ma organici, dati cioè da un avvelenamento da piombo.
Comportamento interpersonale: Alcuni studi hanno riportato che l’esposizione a fonti
di cattivo odore e al fumo della sigaretta altrui, porta a una valutazione negativa
dell’ambiente circostante e ad un aumento di fastidio, irritazione e ansia. (Bleda, Bleda,
1978; Jones, 1978; Rotton, Barry, Frey, Soler, 1978), tuttavia è stato visto anche che,
quando il soggetto condivide il proprio disagio con qualcun altro, diminuisce
l’irritazione e il fastidio causato dalla situazione. (Rotton, Barry, Frey, Soler, 1978).
Comportamento aggressivo e comportamento altruistico: Ricerche mostrano che
l’esposizione all’inquinamento atmosferico riduce il comportamento altruistico e
aumenta il comportamento aggressivo e l’ostilità. (Jones, Bogat, 1978; Rotton, Frey,
1985), nello specifico, Rotton, Frey, Barry, Milligan e Fitzpatrick (1979) affermano che
la presenza di un odore fortemente sgradevole fa diminuire il comportamento
aggressivo, mentre un odore moderatamente sgradevole porta ad un aumento del
comportamento ostile e aggressivo.
Questi autori, pertanto, suggeriscono che la relazione tra inquinamento dell’aria e
comportamento aggressivo, potrebbe essere curvilinea e mediata dal disagio del
soggetto; infatti, quando il disagio sperimentato dal soggetto è estremo, la sua
preoccupazione primaria è quella di evitare la condizione ambientale disturbante, quindi
di fuggire, piuttosto che mettere in atto comportamenti aggressivi.
Adattamento: Evans et al. (1982) Campbell (1983) e Cavalini et al. (1991) suggeriscono
che, in seguito all’esposizione cronica dell’inquinamento dell’aria, le persone possano
finire con il considerare l’inquinamento una caratteristica dell’ambiente quotidiano
contro la quale non si può fare nulla, per lo meno a livello individuale e personale. Al
soggetto, quindi, non resterebbe che trasferirsi in un’altra area, o mettere in atto delle
attività strumentali che gli permettano di modificare, entro certi limiti, la situazione, o
rassegnarsi a convivere passivamente con il problema e quest’ultima possibilità sembra
essere la reazione maggiormente messa in atto.
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Salute psicologica: L’esposizione all’inquinamento favorisce, a quanto pare,
l’insorgenza di alcune forme di disagio psicologico, quali depressione, ansia, irritabilità
e nervosismo. (Randolph, 1970;Weiss, 1983).
Mentre altri studi hanno rilevato correlazioni positive tra inquinamento atmosferico e
ricoveri in ospedali psichiatrici, (Strahilevitz, Strahilevitz, Miller, 1979; Briere,
Downes, Spensley, 1983) tuttavia, poiché si tratta di indagini correzionali, è necessaria
una certa cautela nel trattare i risultati, dal momento che le correlazioni potrebbero
essere dovute a fattori non considerati, nelle ricerche in questione, come variabili
Infine, comunque, è importante considerare che i dati più recenti suggeriscono che
l’esposizione continua all’inquinamento atmosferico possa avere ripercussioni negative
sull’umore e sulla salute psicologica degli individui. .
D) Traffico
Può sembrare molto strano, ma recentemente anche il traffico congestionato e, a livello
più generale, i problemi legati all’utilizzo dei diversi mezzi di trasporto per raggiungere
e per tornare dai luoghi di studio o di lavoro, sono diventati oggetto di studio delle
ricerche sullo stress ambientale, e questo è accaduto perché si ritiene che la loro
avversità possa portare, in seguito all’esposizione prolungata e ripetuta ad essi, a effetti
molto pesanti sulla salute e il comportamento degli organismi. (Weiss, Baum, 1987)
Effetti fisiologici
Si può affermare, e molte persone che sono pendolari potranno affermarlo, che
l’esposizione al traffico durante gli spostamenti quotidiani, provoca un’elevata
attivazione fisiologica, che a sua volta, causa un aumento di alcuni indici fisiologici,
quali la pressione arteriosa, il battito cardiaco e delle catecolamine. (Stokols et al., 1978;
Singer et al., 1978; Novaco et al. 1979; Schaeffer, Street, Baum, Singer, 1988; Evans,
Carrère, 1991).
Effetti psicologici
L’analisi dei risultati di varie ricerche mostra che anche a livello psicologico, il traffico
può avere effetti altamente negativi prolungati, infatti, questi risultati dimostrano che le
persone che sono esposte a traffico intenso sono più tese, ansiose e irritabili e queste
caratteristiche negative permangono anche la sera, quando il soggetto è nuovamente a
casa.
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Novaco (1991), inoltre ha messo in evidenza un dato importante, ovvero ha affermato
che esiste una differenza nelle reazioni al traffico, soprattutto tra uomo e donna; infatti,
le donne mostrano variazioni dell’umore più negative e valutano in maniera più
negativa i propri spostamenti e si sentono meno capaci di evitare il traffico.
E) Calore
La principale difficoltà nello studio degli effetti, soprattutto a livello fisiologico, di
questo stressore, riguarda il fatto che, normalmente le variazioni che vengono messe in
atto dal nostro organismo sono di natura “adattiva”, ovvero servono per ristabilire un
equilibrio interno, in base alle temperature esterne, mentre le variazioni dovute allo
stress non sono necessariamente adattive.
Nonostante questo, si è scelto di tenere in considerazione gli effetti di questo stressore,
perché agisce anche a livello psicologico, influenzando la performance e il
comportamento interpersonale, soprattutto le reazioni aggressive.
Effetti fisiologici
Questo stressore influenza direttamente gli indici fisiologici, provocando un aumento
del battito cardiaco, della pressione arteriosa, della conduttanza cutanea; si noti che
questi effetti fisiologici sono simili a quelli provocati da altri stressori, come il rumore e
l’affollamento.
Alcune ricerche, poi, dimostrano che l’ipertemia è una situazione di stress che comporta
l’aumento dei tassi di diversi ormoni, come quello della crescita, l’ormone luteinizzante,
e il cortisolo.
Effetti psicologici e sulle funzioni cognitive
Performance: Generalmente si è osservato che l’esposizione prolungata a temperature
superiori a 32°C, deteriora la prestazione in compiti cognitivi in soggetti non acclimatati
e che quanto più aumenta la temperatura, tanto minore è il tempo necessario perché si
osservino deficit nella performance.
Attenzione: Durante le performance che comportano attenzione a fonti multiple, non ci
sarebbero deficit nel compito principale, mentre l’esecuzione del compito secondario
risulterebbe peggiorata in presenza di temperature elevate. Si osserva, inoltre, un
iniziale miglioramento della perfomance nei compiti che richiedono l’individuazione
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rapida del segnale ma, man mano che l’esposizione ad alte temperature si protrae, la
prestazione decresce.
Vigilanza: Secondo Hancock (1984,1986) il fattore chiave che provoca decrementi nella
prestazione a compiti di vigilanza, in presenza di temperature elevate è costituito dal
turbamento dell’omeostasi termica dell’organismo, infatti, nel momento in cui viene
nuovamente raggiunta l’omeostasi, si assiste a un miglioramento della performance in
questi tipi di compiti.
In generale, comunque, occorre ricordare che numerosi autori, sono arrivati alla
conclusione che sia impossibile stabilire con certezza assoluta quali possano essere i
possibili effetti dell’alta temperatura sulle performance dei diversi soggetti; questa
conclusione è data dal fatto che, nel valutare gli effetti del calore, si debbano tenere in
considerazione diversi fattori:
La durata dell’esposizione
La temperatura ambientale
Il tipo di compito in cui è impegnato il soggetto
Il livello di abilità del soggetto prima dell’esposizione al caldo
Il fatto che il soggetto sia o meno acclimatato al caldo
Il grado di controllo che egli può esercitare sulla situazione
Ad ogni modo, si può dire che più è complesso il compito, o maggiore è il
numero dei compiti che vengono somministrati simultaneamente, maggiori
saranno i peggioramenti.
Comportamento aggressivo: In base ai risultati di numerose ricerche di laboratorio,
alcuni autori affermano che tra le temperature elevate e il comportamento aggressivo
esiste una relazione che assume la funzione di una U rovesciata, ovvero al crescere della
temperatura aumenterebbe il disagio del soggetto e, quindi, la possibilità che mostri un
comportamento aggressivo, quando però il disagio diventa estremo, l’obiettivo
principale dell’individuo non è più mostrare un comportamento aggressivo, ma la fuga o
l’evitamento, quindi il livello di aggressività si abbassa.
D’altro lato, però, altri autori sottolineano come ci sia una relazione abbastanza netta e
lineare tra l’aumento della temperatura e la messa in atto di comportamenti aggressivi e
violenti anche molto gravi, quali omicidi e violenze carnali.
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In altre parole sicuramente esiste una relazione tra aumento della temperatura e
comportamento aggressivo, ma per individuare le caratteristiche precise di questa
relazione sono necessarie altre ricerche.
F) Freddo
In generale, similmente alle ricerche sugli effetti di alte temperature, i dati relativi agli
effetti dell’esposizione a temperature molto basse sono abbastanza limitati, anche
perché, da un lato è molto difficile riuscire a basarsi su situazioni reali, dal momento
che gli individui non si espongono alle basse temperature senza le dovute precauzioni,
dall’altro, invece, può essere difficile trovare dei volontari che si prestino alle ricerche.
Ad ogni modo, quello che si rileva maggiormente dalla letteratura è che le basse
temperature provocano molti effetti soprattutto a livello fisiologico, ma influenzano
anche le performance dei soggetti e l’umore.
Effetti fisiologici
Come per gli effetti delle alte temperature, solitamente l’esposizione al freddo intenso
provoca delle variazioni a livello fisiologico, necessarie per ripristinare un equilibrio
omeostatico (aumento della pressione, aumento della ventilazione polmonare,
vasocostrizione, pilo erezione, aumento del metabolismo basale). Se l’esposizione a
basse temperature è eccessivamente prolungata, soprattutto quella a temperature al di
sotto di 0° C, si può arrivare a ipotermia, e congelamento che mettono in serio pericolo
la possibilità sopravvivenza dell’individuo.
Un comportamento fondamentale da mettere in atto quando ci si trova in una situazione
di ipotermia ad alto rischio di congelamento, è non dormire; infatti, durante il sonno la
nostra temperatura corporea subisce una diminuzione, il battito cardiaco decelera, la
pressione si abbassa e i muscoli si rilassano, e queste sono conseguenze anche
dell’ipotermia, quindi è importante non addormentarsi perché nella combinazione
freddo/sonno i nostri indici fisiologici potrebbero crollare, lasciando il nostro corpo
incapace di difendersi e contrastare il freddo, portando l’individuo sicuramente alla
morte.
Effetti psicologici e sulle funzioni cognitive
Performance: La ricerca sugli effetti del freddo sulla prestazione ad un compito indica
che, in presenza di temperature al di sotto dei 13°C, si può osservare una diminuzione
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dell’efficienza in compiti che richiedono discriminazione tattile, destrezza manuale e
individuazione rapida di un segnale.
Comportamento aggressivo: Bell e Baron (1976) hanno trovato che l’esposizione a
temperature intorno ai 16°C provoca sensazioni moderatamente spiacevoli che
aumentano la presenza di comportamenti aggressivi, mentre a temperature ancora più
basse questi comportamenti aggressivi diminuiscono, probabilmente questa relazione
inversa può essere spiegata in base allo stesso principio del calore, ovvero quando la
temperatura resta moderatamente bassa, l’individuo mette maggiormente in atto
comportamento aggressivi, ma se la temperatura diventa eccessivamente bassa, lo scopo
principale del soggetto diventa quello di risolvere la situazione, quindi comportamenti
aggressivi sono sostituiti da comportamenti di fuga o evitamento.
Comportamento altruistico: La letteratura riguardante il rapporto tra comportamento
altruistico e basse temperature è confusa, infatti, alcuni dati mostrano che la
diminuzione della temperatura è accompagnata da una diminuzione del comportamento
altruistico, mentre altri dati trovano l’effetto inverso, infine altri dati ancora non trovano
nessuna correlazione.
Data questa variabilità dei risultati di ricerca, è difficile stabilire una conclusione
riguardo al rapporto tra basse temperature e comportamento altruistico.
Infine per quanto riguarda l’impatto psicologico, in generale, sulle persone che
subiscono un’esposizione prolungata a basse temperature, ci sono dati che mostrano che
queste manifestano più frequentemente disturbi quali depressione, ansia, irritabilità,
insonnia e peggiori performance cognitive. L’insieme di questi disturbi è chiamato
Winter-over Syndrome, cioè Sindrome delle persone che passano l’inverno al Polo, dato
che è stata spesso osservata tra i volontari che trascorrono tutto l’inverno nelle stazioni
polari. Anche nella valutazione di questa sindrome, però, esistono dei dati incongruenti,
perché sembra che queste condizioni psicologiche negative non possano sicuramente
essere ricondotte agli effetti delle basse temperature, ma ad altre variabili, quali
l’isolamento forzato e le pesanti richieste lavorative.
Lavori più recenti, infatti, oltre a non rilevare aumenti di ansia, sottolineano come,
grazie a strategie di coping efficaci, sia possibile adattarsi a vivere in ambienti estremi,
come quelli artici e antartici, senza rischi per la salute psicologica.
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A conclusione di questo paragrafo, per comprendere meglio gli effetti che i vari stressor
ambientali possono avere sull’uomo, può essere utile osservare la tabella riassuntiva
sottostante.
Tabella 1.2: Riassunto degli effetti dei diversi stressors ambientali sull’individuo
1.3.3 Stressors Psicologici
Come già accennato in precedenza, si ritiene che la risposta di stress venga attivata
quando l’individuo coglie una discrepanza tra le richieste dell’ambiente e la sua capacità
di far fronte a queste richieste, in altre parole quando l’individuo deve affrontare dei
cambiamenti, ma non ha le strategie adeguate, l’evento che si è presentato viene
percepito come stressante.
- 29 -
Considerando ora gli stressor psicologici è importante far riferimento al concetto di
Stress Cumulativo, introdotto da Holmes e Rahe (1967), indagato attraverso la Schedule
of Recent Experiences (SRE), ovvero il Diario delle esperienze recenti, e la Social
Readjustment Rating Scale (SRRS) ovvero la Scala di valutazione del riadattamento
sociale, entrambe di Holmes e Rahe (1967).
Il presupposto da cui sono partiti questi due autori è che, qualsiasi evento che costringe
l’individuo a deviare dai propri abituali modelli, viene percepito come stressante.
Successivamente hanno, quindi, utilizzato delle scale di self-report che consistono in un
elenco di eventi, e hanno chiesto al soggetto sperimentale di indicare di quali, fra questi
eventi, ha avuto esperienza. La misura dello stress cumulativo veniva ricavata sia dal
numero degli eventi riferiti (Scala SRE), sia dal punteggio ponderato che considera la
gravità di questi eventi vissuti.
SCHEDULE OF REDJUSTMENT RATING SCALE
Nunemro
Evento
Valore
d’ordine
medio
1
Morte del coniuge
100
2
Divorzio
73
3
Separazione
65
4
Periodo di carcere
63
5
Morte di un familiare
63
6
Infortunio o malattia
53
7
Matrimonio
50
8
Licenziamento
47
9
Riconciliazione con il coniuge
45
10
Pensionamento
45
11
Cambiamento nelle condizioni di salute di un
44
familiare
12
Gravidanza
40
13
Difficoltà sessuali
39
14
Arrivo di un nuovo membro in famiglia
39
15
Riassestamento nel lavoro
39
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16
Cambiamenti nelle disponibilità economiche
38
17
Morte di un amico
37
18
Passaggio ad altre mansioni lavorative
36
19
Cambiamenti nel numero di discussioni con il coniuge
35
20
Mutuo ipotecario superiore a 10.000 dollari
31
21
Estinzione di un’ipoteca o di un prestito
30
22
Cambiamento di responsabilità nel lavoro
29
23
Un figlio lascia la casa
29
24
Problemi con parenti acquisiti
29
25
Importante successo personale
28
26
Il coniuge comincia o lascia il lavoro
26
27
Iniziare o finire la scuola
26
28
Cambiamento nelle condizioni di vita
25
29
Revisione delle proprie abitudini
24
30
Problemi con superiori
23
31
Cambiamento nelle ore o nelle condizioni di lavoro
20
32
Cambiamento di residenza
20
33
Cambiamento di scuola
20
34
Cambiamento di divertimenti
19
35
Cambiamento di pratiche religiose
19
36
Cambiamento di attività sociali
18
37
Ipoteca o prestito inferiore a 10.000 dollari
17
38
Cambiamento nelle abitudini connesse con il sonno
16
39
Cambiamento del numero delle riunioni familiari
15
40
Cambiamento di abitudini alimentari
15
41
Vacanze
13
42
Natale
12
43
Piccole violazioni della legge
11
Tabella 1.3: Scala di valutazione del riadattamento sociale, Holmes e Rahe (1967).
Osservando la tabella 1.3 si può capire quali sono gli eventi che hanno un valore
altamente stressante per l’individuo.
- 31 -
Ora si analizzeranno alcuni eventi altamente stressanti psicologicamente; questi eventi
possono non essere specificati nella tabella 1.3
A) Stress nelle attività lavorative
PREMESSA: Nel paragrafo precedente è stato analizzato il mobbing lavorativo come
uno stressor sociale, che interferisce e, soprattutto, dipende dalle relazioni e interazioni
interpersonali. Mentre nella categoria degli stressor psicologici, verranno inseriti
elementi di varie tipologie (ambientali, sociali, fisici); in altre parole, a mio avviso si
può considerare questa categoria come una combinazione di stressor di varia natura.
(ad esempio gli stressor che influenzano sul lavoro: stressor ambientali, come
affollamento, rumore…, ma anche sociali, come impossibilità di avere relazioni con i
colleghi…).
In passato, probabilmente, la condizione di stress, soprattutto in ambito lavorativo non
era riconosciuta come un fattore fondamentale per la società, in quanto anche le
tipologie di lavoro richiedevano una maggiore “fatica fisica”, piuttosto che una “fatica
mentale”, intesa come psicologica.
Oggi, grazie all’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate che sostituiscono
l’uomo nei lavori pesanti, questo rapporto tra fatica fisica e fatica psicologica, si trova
ad essere invertito.
Si pensi all’operaio che per 8 ore si trova a dover infilare delle viti in una catena di
montaggio, mantenendo e ripetendo sempre la stessa azione, in questo caso è lecito
pensare che l’operaio alla fine della giornata possa essere maggiormente “annoiato”,
piuttosto che stanco, e con il tempo possa perdere l’entusiasmo o addirittura la voglia di
presentarsi al lavoro, il quale ormai viene visto come fonte di stress.
Come esempio maggiormente esplicativo, possono essere considerati quei contadini che
in passato ai tempi della “Impresa Tayloristica”, furono immessi nelle varie fabbriche,
passando così da una fatica muscolare, a una fatica sostanzialmente nervosa, connessa
con la ripetizione frenetica di pochi movimenti.
Questa condizione nervosa ha portato molti di questi contadini a un collasso psicofisico.
- 32 -

Stress lavorativo e malattia
L’ultimo decennio ha visto emergere elementi interessanti indicanti come alcune
caratteristiche in ambito lavorativo (richieste eccessive, lavoro sotto pressione, ambienti
che preferiscono lavori individuali piuttosto che in equipe, andando a scapito delle
relazioni interpersonali, e ambienti lavorativi rumorosi e poco, o per nulla, confortevoli)
si associano a stati di sofferenza psicologica e psichica, con maggior incidenza tra i
dipendenti.
In particolare tra gli ambienti lavorativi considerati a maggior rischio per la comparsa di
stati di sofferenza fisica e psichica, l’ambiente sanitario sembra essere particolarmente
sensibile alle conseguenze dello stress.
Alcuni studi, infatti, hanno ripetutamente segnalato alcune caratteristiche dell’ambiente
in cui operano medici ed infermieri (iperlavoro, scarse turnazioni, lavoro sotto
pressione, scarso confronto tra colleghi…) che facilitano la patogenicità di alcuni
elementi stressanti, presenti nell’attività lavorativa stessa (contatto con la morte e la
sofferenza), provocando facilmente malattie e sintomi psicologici, come ansia,
irritabilità, tensione, depressione.
In altre parole, più nell’ambiente lavorativo sono presenti situazioni psicologiche
pesanti (violenza, morte, sofferenza), più le condizioni di lavoro sono inadeguate (poca
possibilità di conforto, o di sostegno), maggiore sarà l’incidenza della malattia e dello
stress.
B) Lutto
Perché è così difficile affrontare il lutto?
Molte persone purtroppo non amano palesare i propri sentimenti e le proprie emozioni,
anche quando queste sono legittime, come nel caso di un lutto, è normale lasciarsi
andare a sensazioni di dolore e sofferenza, ma spesso le persone tendono a chiudersi.
Questa chiusura è data dal fatto che la prima reazione a un lutto, soprattutto se è
improvviso e inaspettato è l’incredulità, e molto spesso anche il rifiuto.
È difficile accettare la morte di una persona cara e generalmente quando si vive questa
esperienza, dopo aver superato l’incredulità e il rifiuto si attraversano alcune fasi ben
precise:
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Dolore: questa emozione può differenziarsi per intensità e durata, inoltre alcune
persone riescono a dare libero sfogo al proprio dolore meglio di altre. Quando il
dolore non viene vissuto e accettato, può rivelarsi deleterio sia per il corpo che per la
psiche.
Rabbia: non è così strano provare questa emozione in seguito a un lutto, anche se la
maggior parte delle persone si aspetta di provare solo dolore. I motivi della rabbia
possono essere molteplici, ad esempio ci si può sentire arrabbiati con la persona
deceduta perché ci ha abbandonato, o perché la morte è stata causata da
comportamenti nocivi mantenuti in vita, nonostante i nostri rimproveri; oppure
ancora si può provare rabbia nei confronti di altre persone perché non soffrono come
noi, per assurdo in ultimo si può provare rabbia perché siamo depressi e tristi mentre
vediamo intorno a noi il sole che splende, sconosciuti che ridono….L’aspetto
fondamentale da tenere in considerazione nel valutare questa emozione è che essa è
lecita ed è una tappa del processo del dolore, quindi non c’è niente di male
nell’accettarla ed esprimerla.
Senso di colpa: il lutto causa spesso un senso di colpa, ad esempio per parole cattive
dette poco prima della morte, oppure perché nella nostra vita riteniamo di non aver
saputo dimostrare in modo sufficiente il nostro affetto alla persona perduta….ciò
che in questo caso bisogna cercare di fare è considerare la situazione e le
motivazioni che sono alla base del senso di colpa in modo razionale, per renderci
conto che in realtà la loro base è essenzialmente illogica e infondata.
Paura: questa è l’emozione più normale dopo un lutto, perché grazie, o a causa,
dell’esperienza della morte di una persona a noi cara, iniziamo a renderci
consapevoli anche della nostra stessa mortalità. Un po’ di paura, quindi, può
risultare salutare se ci permette di iniziare a mettere in atto dei comportamenti più
protettivi, come ad esempio guidare con cautela e prudenza in autostrada, ma è
necessario mantenerla sempre nelle giuste proporzioni. In conclusione “ È naturale
avere più paura del normale quando la morte vi è passata vicino. Ma dovete
accantonare la paura e vivere giorno per giorno la vostra vita.” (Markham, 1997)
Sollievo: non bisogna sentirsi in colpa nel caso in cui si provi questo tipo di
emozione, sia nel caso in cui la persona deceduta stava soffrendo molto ad esempio
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a causa di malattia incurabile, ma anche nel caso in cui le cure di questa persona
gravavano fortemente su noi stessi.
Periodo finale: è importante prendere consapevolezza del fatto che, anche senza la
persona deceduta, la vita deve andare avanti, quindi è importante trovare la forza e
la capacità per ricominciare la propria vita.
Queste sei fasi dell’elaborazione del lutto sono fondamentali, nel senso che per poter
affrontare in modo adattivo un evento grave come il lutto, devono essere affrontate tutte
e superate.
Il blocco a una di queste fasi può comportare una serie di rischi per la salute psico-fisica
dei diversi individui, causando fonti di stress potenzialmente eccessive, che pian piano
portano, come detto in precedenza, a una morte precoce.
1) Morte del coniuge
La morte del coniuge rappresenta uno dei maggiori eventi stressanti nella vita di un
individuo e può influenzare davvero negativamente la salute, ciò è stato dimostrato
attraverso diverse indagini.
Indagini trasversali condotte in paesi diversi, infatti, hanno dimostrato nelle persone
vedove tassi di mortalità più elevati rispetto a quelle sposate, inoltre è stato evidenziato
che il maggior rischio per la vita del/della vedovo/a, si situa nelle prime settimane o nei
primi mesi successivi alla morte del coniuge, questo perché il primo anno, e in
particolare i primi momenti successivi al lutto sono i più difficile da affrontare.
Attenzione: la morte prematura del/della vedovo/a, ovviamente, non è una conseguenza
assoluta, ovvero, non è automatico che, in seguito alla perdita del coniuge, anche l’altro
partner muoia, ma è una conseguenza possibile. La gravità della morte del coniuge è
data comunque dal fatto che, se non provoca la morte prematura del coniuge rimasto, è
associata a una sofferenza intensa e prolungata e a un rischio elevato di incorrere in
disturbi psicologici e somatici. Ad esempio: i tassi di depressione tra le persone che
hanno perso il coniuge, sono più elevati, rispetto alle persone che non hanno vissuto
questo trauma.
2) La perdita postnatale di un bambino
Come per la morte, in generale, sappiamo che le morti postnatali possono accadere, ma
non penseremmo mai che questo evento potrebbe succedere al nostro bambino.
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Nella descrizione delle varie cause di stress psicologico, ho scelto di differenziare la
morte di un coniuge dalla perdita di un bambino, perché credo che a livello psicologico
non esista un lutto più difficile da affrontare e da superare di quello del proprio
bambino; questo accade perché non esiste una perdita che crei un maggiore senso di
colpa nei genitori, anche quando in realtà questi non hanno nessuna responsabilità.
La perdita del proprio figlio causa, quindi, indiscutibilmente, un livello di stress molto
elevato, che può avere effetti davvero devastanti nella vita futura dei genitori, o dei
parenti sopravvissuti al bambino; anche in questo caso, però, bisogna riuscire a superare
il senso di colpa e iniziare a tornare a una vita “normale”.
3) Aborto
La particolarità di questo evento risiede nel fatto che spesso non viene considerato come
un lutto, ma in realtà lo è a tutti gli effetti, perché si ha sempre a che fare con una
perdita.
“Lutto: stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha
fatto parte integrante dell’esistenza.” (Galimberti, 2006)
Anche un bambino morto prima di nascere, comunque ha fatto parte della vita dei
genitori, soprattutto della madre che lo ha tenuto in grembo, quindi deve essere
considerato a tutti gli effetti una perdita e conseguentemente un lutto.
Le caratteristiche dei pensieri riportati dalle donne che hanno vissuto un aborto sono:
senso di colpa (posso aver fatto qualcosa che ha messo a repentaglio la vita di mio
figlio?), paura (è una situazione che sarò costretta a rivivere se dovessi provare ad avere
un altro figlio?), ingiustizia (perché tutte le altre donne hanno figli e io non ho potuto
averlo?), vittimizzazione (nessuno può capire quello che sto vivendo), senso di
isolamento.
L’elemento più debilitante dell’aborto è che c’è niente che ricordi l’esistenza del
bambino, ed è una delle cose più difficili da sopportare, perché molte altre persone
hanno almeno un ricordo (una fotografia, una maglia, un giocattolo).
4) Suicidio
È sempre triste sentire notizie di persone che si sono suicidate e tanto più sono giovani
le vittime di questa azione, maggiore può essere lo sgomento che, anche un estraneo,
può arrivare a provare.
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Se queste emozioni negative vengono provate nei confronti di un perfetto estraneo, non
è difficile immaginare quanto possa essere psicologicamente devastante apprendere del
suicidio di un nostro caro.
Può essere, infatti, intollerabile scoprire che qualcuno a cui vogliamo bene fosse così
disperato da decidere di togliersi la vita.
Per questo, sebbene qualunque forma di lutto sia accompagnata dal senso di colpa, in
nessun caso il senso di colpa è così forte come di fronte a un suicidio di una persona
cara. Questo perché coloro che rimangono a soffrire si chiedono come possono non
essersi accorte che della disperazione in cui è caduta la persona che si è suicidata e,
soprattutto, si chiedono se avrebbero potuto fare qualcosa per impedire la tragedia.
L’unica eccezione, che potrebbe non farci provare questa colpa, riguarda la situazione in
cui viene diagnosticata una malattia terminale. Ovviamente ciò non significa che in
questo caso il suicidio è lecito, semplicemente è un’azione che risulta più
comprensibile, perchè questa volta a diventare intollerabile è il pensiero di un futuro
condizionato da una malattia che non può far altro che peggiorare, che crea dolore e
porta a una dipendenza involontaria dagli altri.
Un’altra emozione che è possibile provare di fronte a un suicidio è, ancora una volta, la
rabbia. Potremmo quindi trovarci a pensare “Come ha potuto fare una cosa simile?"
oppure "Non ha pensato minimamente a me, è stato solo un egoista”.
Sia la rabbia che il senso di colpa devono però essere ridimensionate alla situazione
reale che ha vissuto il suicida.
Bisogna tenere in considerazione, infatti, che l’istinto umano è per la sopravvivenza,
quindi la persona che decide di suicidarsi e porta a termine quest’azione, non è al
momento dell’azione in grado di pensare in maniera normale; inoltre se una persona è
davvero intenzionata a togliersi la vita, forse potremmo impedirglielo una volta, o
magari anche due, ma capiterà il giorno in cui non riusciremo a essere accanto a questa
persona e nonostante i nostri sforzi precedenti si suiciderà.
Come si è visto, tutti gli eventi che comprendono un lutto causano elevati livelli di
stress.
E se la perdita non viene affrontata e superata, lo stress prolungato può causare
importanti sintomi fisici (come debolezza, inappetenza, disturbi del sonno….), ma
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anche, e soprattutto, sintomi che sfoceranno in disturbi psicologici gravi, come
depressione, ansia.
Questi effetti che gli stressor psicologici causano negli individui sono fondamentali,
soprattutto nel caso in cui ad esempio la morte di una persona cara sia stata provocata da
un'altra persona contro la quale dobbiamo testimoniare.
- 38 -
CAPITOLO 2: CONSEGUENZE DEL TRAUMA
In psicoanalisi la nozione di trauma è stata oggetto di una specifica teoria di Freud.
Egli ha ricondotto questo termine a una concezione soprattutto economica, infatti,
l’autore stesso ha affermato:
L’espressione traumatico non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo
un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento
di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce,
quindi è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell’economia energetica della
psiche. (1915-1917, p. 437)
È importante però ricordare che l’effetto traumatico non è una risposta certa e
automatica, ma dipende da una serie di fattori, ad esempio dalla suscettibilità del
soggetto, dalle condizioni psicologiche in cui si trova nel momento dell’evento, dalle
situazioni che impediscono una reazione adeguata e dal conflitto psichico che impedisce
al soggetto di integrare l’esperienza che arriva dall’esterno.
Altri autori hanno, inoltre, sostenuto che possono essere attribuiti significati
traumatizzanti a qualsiasi evento negativo in cui una persona sperimenti, direttamente o
come testimone, una minaccia per la propria o altrui incolumità fisica, tale da mettere a
dura prova il senso di sicurezza psicologica. (Gabbard, 2000, Van der Kolk, 1991, 1995,
1997).
Nel primo capitolo si è proposta una descrizione sintetica delle varie difficoltà,
soprattutto quotidiane, che incontra l’individuo sottoposto a fattori stressanti.
Nei paragrafi che seguiranno, invece, si valuteranno maggiormente nello specifico le
principali risposte psichiche che l’individuo può mettere in atto dopo aver subito un
evento traumatico.
2.1
Resilienza
Non tutti gli individui dopo l’esposizione a un evento traumatico, sviluppano un
disturbo psicologico, ma riescono a reagire all’evento in modo adattivo.
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Questa reazione adattiva viene definita come resilienza la quale, appunto, rappresenta il
percorso post-traumatico più favorevole in cui si sottolinea una tendenza a mantenere un
equilibrio stabile nel funzionamento.
Consiste nella capacità di far fronte agli eventi traumatici in maniera positiva, di
riorganizzare positivamente la propria vita; è inoltre la capacità di ricostruirsi restando
sensibili alle opportunità positive che la vita offre.(Canevaro, Malaguti, Miozzo, Venier,
2001).
Se un soggetto mette in atto questa reazione, non significa che l’evento non abbia avuto
nessun tipo di conseguenza, anche perché possono in ogni caso, presentarsi dei possibili
malesseri, che mantengono un carattere di transitorietà.
In altre parole il soggetto vive l’evento traumatico, prova delle conseguenze a livello
somatico, ma supera questi malesseri e le difficoltà che sono causati dall’evento.
Per comprendere ancora meglio il significato della resilienza, si potrebbe sostenere che
questa importante capacità di conservare un certo grado di integrità e salute psicofisica
di fronte agli stress e ai traumi sia paragonabile alla reazione fisica messa in atto da
parte del sistema immunitario quando il corpo combatte e sconfigge un attacco
infettivo; durante la battaglia si potranno verificare dei sintomi, dolori, ma alla fine
l’agente infettivo sarà eliminato e l’individuo riprenderà la sua vita normalmente.
(Oliviero Ferrari, 2003).
Si può, inoltre, concepire la resilienza come una funzione psichica che si modifica nel
tempo in rapporto con l’esperienza e soprattutto, con il modificarsi dei meccanismi
mentali.
Newman e Blackburn (2002), hanno individuato alcuni fattori, interni ed esterni
all’individuo, che influenzano la capacità di resilienza, di fronte a un evento traumatico.
I fattori interni comprendono il sesso, l’età, il ciclo vitale (nei primi 10 anni di vita i
bambini sembrano avere una minore resistenza a un’ampia gamma di stimoli stressanti
rispetto alle bambine, mentre nell’adolescenza, questa tendenza si inverte), il carattere
(l’estroversione è correlata positivamente con la resilienza), l’intelligenza e lo stato
fisico al momento dell’evento. (Newman, Blackburn, 2002)
I fattori esterni comprendono: la famiglia (buon attaccamento, armonia, stili della figura
genitoriale), la cultura (la religione, il clima e l’etnia) e la rete sociale (amici e scuola).
- 40 -
In altre parole, coloro che hanno avuto uno sviluppo psico-affettivo e psico-cognitivo,
sufficientemente
integrati,
sostenuti
dall’esperienza,
da
capacità
mentali
sufficientemente valide, più facilmente riescono a sviluppare delle risposte agli eventi
traumatici resilienti. (Newman, Blackburn, 2002).
Infine, sempre a riguardo della resilienza, Oliviero Ferrari (2003), evidenzia una
particolare risposta resiliente: la crescita post traumatica.
L’autore ha osservato questo tipo di risposta nei soggetti che, nonostante fossero reduci
da esperienze orribili o si siano confrontate con prove estremamente dure nella vita,
hanno mostrato come il trauma possa portare con sé anche un aspetto forte,
rappresentando una forza misteriosa di cambiamento positivo.
Tedeschi, Park, e Calhoun (1998), definiscono la post-traumatic growth, o crescita post
traumatica come la possibilità di arricchirsi e di trasformare un episodio negativo di vita
in una fonte di trasformazione positiva.
Gli autori (Tedeschi, Park, Calhoun, 1998) inoltre, affermano che questa risposta sia da
considerarsi l’antitesi del Disturbo Post Traumatico da Stress.
La crescita dell’individuo che mette in atto la post-traumatic growth si verifica
principalmente in tre aree: quella della percezione di sé, quella della filosofia di vita e
quella delle relazioni interpersonali.
Per quanto riguarda la percezione di sé si osservano dei cambiamenti post-traumatici
positivi nella consapevolezza di sé, delle proprie forze e capacità, delle risorse interiori.
Cresce un atteggiamento più ottimista verso il futuro che porta anche una progettualità
di eventi di vita concreti. (Tedeschi, Park, Calhoun, 1998).
Tutti questi cambiamenti avvengono quando non ci si sente più vittime ma persone che
hanno vissuto e superato un trauma.
Nell’area della filosofia di vita si assiste a una crescita della dedizione a questioni
spirituali, a una trasformazione degli atteggiamenti nei confronti della vita e della scala
di priorità di valori.
In altre parole, si verifica una messa in discussione dei principali temi sull’esistenza
umana. (Tedeschi, Park, Calhoun, 1998).
Infine le relazioni interpersonali cambiano in quanto aumenta la ricchezza dei rapporti
con le persone care.
- 41 -
Sembra, infatti, che il confronto con eventi negativi ci permetta di apprezzare
maggiormente la semplicità e importanza dei rapporti più profondi con le persone più
care, mentre si allargano le capacità di mostrare con fiducia le proprie emozioni e di
apprezzare l’aiuto e la vicinanza degli altri. (Tedeschi, Park, Calhoun, 1998).
2.2
Disturbi psicologici
Secondo Lindeman (1944) e Caplan (1964) gli individui in stato di crisi scelgono delle
strategie adattive o disadattive.
Nel caso in cui queste strategie siano adattive si ha a che fare con la crescita post
traumatica, di cui si è parlato nel paragrafo precedente.
Nel caso in cui, invece, la scelta si orienti su strategie di coping disadattive si possono
verificare delle risposte psicopatologiche.
Selye (1976) ha individuato le fasi che scaturiscono dalla presentazione di un evento
stressante.
La prima fase è quella d’allarme, in cui il soggetto sperimenta l’inizio della tensione e
cerca di avvalersi delle abituali strategie di problem solving per ristabilire un equilibrio,
soprattutto emotivo.
La seconda fase è quella della resistenza o adattamento, durante la quale il soggetto,
oltre alle strategie che ha a disposizione, usa nuove strategie per contrastare lo stress.
L’ultima fase è quella di esaurimento, in seguito a essa se il problema non è stato
risolto, si può determinare un aumento della disorganizzazione e un crollo emotivo.
(Selye, 1976; Lindeman, 1944; Caplan, 1964).
La conseguenza più grave della scelta di risposte allo stress disadattive è l’insorgenza di
disturbi psicologici anche gravi.
Si vedranno in seguito i principali.
2.2.1 Fobia
La fobia viene definita come una paura irrazionale per oggetti, luoghi, persone o
situazioni che non rappresentano in realtà nessun pericolo. (Gabbard, 2000).
Deve essere differenziata dalla paura perché quest’ultima scompare di fronte a una
valutazione obiettiva della realtà, mentre la fobia rimane.
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Le principali fobie conosciute sono le fobie specifiche caratterizzate da ansia
clinicamente significativa causata dall’esposizione a oggetti, animali, al sangue, allo
sporco, le fobie sociali caratterizzate da un’ansia clinicamente significativa provocata
dall’esposizione a certi tipi di situazioni o di prestazioni sociali, come ad esempio il
dover parlare in pubblico o la paura di arrossire, l’agorafobia definita come il terrore
degli spazi aperti e all’opposto la claustrofobia che è il terrore degli spazi chiusi, come
l’ascensore.
Qualunque stimolo può diventare fobico se associato a un evento traumatico.
(Gabbard, 2000).
2.2.2 Disturbo Acuto da Stress (DAS)
Per sviluppare questo disturbo un individuo deve aver vissuto un evento che implicava
un pericolo di morte o di gravi lesioni a cui ha risposto con intensi sentimenti di
impotenza, orrore o paura. (Gabbard, 2000).
I sintomi indotti dall’evento, tuttavia, devono presentarsi entro quattro settimane
dall’evento e durare da un minimo di due giorni a un massimo di quattro settimane.
Altri criteri che permettono di effettuare una diagnosi di DAS sono: amnesia per
importanti aspetti del trauma, depersonalizzazione, de realizzazione, mancanza di
sensibilità emozionale. (Gabbard, 2000).
La guarigione dal disturbo è generalmente connessa ad una rapida e positiva
rielaborazione della situazione affrontata, una possibilità che, ancora una volta, è legata
a risorse psicologiche, attivate spesso anche grazie al supporto sociale e all’aiuto
professionale.
2.2.3 Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD)
Horowitz (1976) osservò che le vittime di un trauma oscillano tra la negazione
dell’evento e la sua ripetizione compulsiva attraverso flashback o incubi.
Partendo da questo presupposto, l’autore individuò otto tematiche psicologiche comuni
che conseguono al trauma e che, se presenti, vanno a definire le caratteristiche del
PTSD.
In particolare si ha dolore o tristezza, sensi di colpa per i propri impulsi di rabbia o
distruttivi e per essere sopravvissuti, paura di diventare distruttivi, paura di identificarsi
- 43 -
con le vittime, vergogna rispetto a un sentimento di impotenza e di vuoto, paura di
ripetere il trauma e, infine, intensa rabbia diretta verso la fonte del trauma.
Questo disturbo si può sviluppare anche in seguito a eventi di modesta gravità; la causa
scatenante di questo disturbo, infatti, non è la gravità oggettiva dell'evento, ma il
significato soggettivo che l’individuo gli attribuisce.
A questo proposito Davidson e Foa (1993), grazie un esperimento hanno individuato dei
fattori che, rendendo l’individuo più vulnerabile, influenzano lo sviluppo di un PTSD.
Questi fattori ad esempio sono alta vulnerabilità genetico-costituzionale a malattie
psichiatriche, esperienze negative o traumatiche nell’infanzia, caratteristiche di
personalità (ad esempio quelle dei pazienti antisociali, narcisisti, paranoici e borderline),
recenti stress o cambiamenti esistenziali, un sistema di supporto compromesso o
inadeguato, un grave e recente abuso di alcol e la percezione che il locus of control sia
esterno piuttosto che interno (Gabbard, 2000).
2.2.4 Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)
Quotidianamente è normale avere delle preoccupazioni, per il lavoro, per la famiglia,
ma vi sono delle caratteristiche che rendono questa preoccupazione patologica e
contribuiscono all’insorgere di un Disturbo d’Ansia Generalizzato.
In particolare l’ansia deve essere eccessiva e difficile da controllare.
Deve, inoltre, persistere per un periodo di almeno sei mesi durante i quali il numero dei
giorni in cui l’ansia è presente deve essere superiore ai giorni in cui l’ansia è assente.
Infine l’ansia deve essere causa di uno stress significativo e interferire con le attività
lavorative e sociali, o con altre aree di funzionamento. (Gabbard, 2000)
In altre parole, la qualità della vita di queste persone viene colpita dalla loro perenne
apprensione riguardo al futuro, alle attuali circostanze di vita, alla loro situazione
finanziaria, alla possibilità che possa accadere qualcosa di brutto in qualunque
momento.
2.2.5 Attacchi di Panico
Gli attacchi di panico durano generalmente pochi minuti, ma provocano nel soggetto
una forte angoscia, accompagnata da sintomi fisiologici (soffocamento, vertigini,
palpitazioni…) e una sensazione di morte imminente. (Gabbard, 2000)
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La drammaticità di questo disturbo risiede nel fatto che non ha una causa scatenante
specifica; può verificarsi in qualsiasi momento e luogo.
Le persone però, hanno la tendenza a razionalizzare le situazioni e gli eventi e a trovare
sempre una spiegazione per ciò che accade; per questo motivo quando provano un
attacco di panico, cercano di capirne le cause e, in seguito, tendono ad evitare quelle
situazioni o luoghi a cui hanno attribuito l’attacco.
Se, ad esempio, un individuo vive un attacco di panico mentre si trova sull’autobus,
tenderà ad associare l’autobus all’insorgere dell’attacco di panico, quindi in futuro
eviterà di utilizzare l’autobus.
Potrà però capitare che quella stessa persona viva un nuovo attacco di panico, ad
esempio mentre è al lavoro, in una stanza della casa, il disturbo sarà considerato
all’apice della sua gravità quando porterà l’individuo a rimanere chiuso in una sola
stanza della sua casa, perché ritiene che sia l’unico luogo sicuro, in cui non potrà
rivivere un attacco di panico.
2.2.6 Disturbo Dissociativo o della Personalità Multipla
La dissociazione è un meccanismo di difesa che può essere utilizzato in seguito a un
evento traumatico per, da un lato, aiutare l’individuo a “staccarsi” dall’evento mentre
questo è in atto, dall’altro lato la dissociazione può posporre il lavoro di elaborazione
necessario per collocare l’evento nel contesto della vita quotidiana dell’individuo, in
modo che egli possa arrivare ad affrontare l’evento anche dopo parecchio tempo.
(Gabbard, 2000).
Da un punto di vista teorico alcuni autori sostengono che la dissociazione sia in pratica
il risultato di una mancata integrazione di aspetti della percezione, memoria, identità e
coscienza.
Questo è un disturbo che alla base presenta dei meccanismi psicologici molto simili a
quelli del Disturbo Acuto da Stress e del PTSD, infatti, alcuni autori sostengono che la
dissociazione sia correlata ai sintomi del PTSD.
- 45 -
In conclusione è importante considerare sempre gli effetti che un evento traumatico può
comportare nei singoli individui, e soprattutto non bisogna mai aspettarsi una risposta
univoca, allo stesso evento, da parte di soggetti diversi, perché come è stato detto in
precedenza, non è la gravità oggettiva di un evento che determina la risposta e la
capacità di reazione alla situazione, ma è piuttosto il significato soggettivo che
l’individuo stesso dà all’evento.
- 46 -
CAPITOLO 3: EVENTI TRAUMATICI
Un evento può assumere caratteristiche fortemente negative per un individuo, mentre
per un altro, lo stesso evento può non avere nessun tipo di conseguenza.
Questo dipende, come accennato in precedenza, dalla reazione che viene messa in atto
di fronte all’evento traumatico; la resilienza o lo sviluppo di una risposta di stress.
In seguito verranno analizzati eventi altamente traumatici per comprenderne le
conseguenze nei confronti dei soggetti che sviluppano una reazione di stress.
3.1
La deportazione nella Seconda Guerra Mondiale
La letteratura sui lager nazisti è sicuramente notevole, esistono, infatti, diari o
memoriali di deportati, opere storiche e sociologiche.
Si considereranno ora quelle ricerche che hanno messo in evidenza i risultati sugli
effetti della deportazione e della persecuzione: Eitinger (1961, 1980) ha svolto una
ricerca su ex deportati in Israele e Norvegia, poi altri autori sono stati Kristal (1968) e
Matussek (1975).
Quasi tutte queste ricerche hanno messo in evidenza una sindrome particolare
determinata dall’internamento dei KZ (Konzentrationslager, campo di sterminio in
tedesco, abbreviato con KZ), che è stata poi definita in vari modi; sindrome da KZ,
sindrome da astenia dei deportati, nevrosi da KZ, sindrome del sopravvissuto e, infine,
sindrome da campo di concentramento.
In questa sindrome sono riscontabili tutte le manifestazioni comportamentali,
emotive…che la deportazione, la persecuzione e la prigionia nei lager comporta.
Un altro lavoro fondamentale è stato quello di Martini (1983).
I principali risultati della sua ricerca mettono in risalto una serie di emozioni:
Paura e ansia: come sostiene Martini (1983) la paura continua a riaffiorare nei ricordi
degli individui, anche quando l’evento traumatico è terminato ed è lontano nel tempo.
La paura non finisce mai, anzi può tornare trasformata in uno stato di ansia continua,
che limita fortemente la vita dell’individuo.
“…Per me, quando penso al KZ, quando penso alla mia esperienza, mi afferra il terrore, il
terrore di tutti i momenti che ho passato là. (Martini, 1983).
- 47 -
Quando penso al campo di concentramento mi vengono i brividi. Ecco, queste sole parole mi
hanno fatto venire i brividi nelle ossa. Paura, provo ancora paura…(Martini, 1983).
Perché c’era il fumo del forno crematorio, questo ambiente cupo, la paura che si aveva, il terrore
di tutto, l’impossibilità di recepire un secondo prima da dove arrivava il colpo di tubo, il pugno
che ti colpiva, e dove dovevi andare quel giorno, cosa ti aspettava mezz’ora dopo, chi ti avrebbe
preso…(Martini, 1983).
Shock: Nelle interviste ai sopravvissuti, Martini (1983), nota come questi spesso parlino
di shock o di traumi, non solo in riferimento a episodi accaduti durante la prigionia, ma
anche a episodi riguardanti il loro ritorno in patria.
Per questo, l’autore propone di differenziare due tipi di shock, quelli subiti nel campo di
concentramento e quelli causati dal processo di risocializzazione, ottenuto con la libertà.
“…A Flossenburg è stato un continuo shock…abbiamo visto uccidere a legnate continuamente,
abbiamo visto gente che non era ancora morta, finirla con il getto di acqua ghiacciata sul cuore.
Dal
momento
della
liberazione
provo
quasi
paura
ad
affrontare
il
mondo
esterno…evidentemente dopo i traumi che avevo avuto, gli interrogatori, tutte quelle cose che
ho visto lì…quando sono rientrata nel mio mondo mi sembrava di non essere più quella di
prima…” (Martini, 1983).
Odio: Da un’analisi dei colloqui con i superstiti, emerge che il termine odio, ma anche
la sua negazione, non odio, si presenta con un’altissima frequenza.
La particolarità dei risultati risiede nel fatto che i superstiti esprimono nei confronti dei
loro persecutori un “non odio”, piuttosto che odio, e giustificano questo loro
comportamento dicendo che, se reagissero con odio, si metterebbero allo stesso livello
dei loro aguzzini.
Allo stesso tempo, però, come dimostrano alcune affermazioni fatte da alcuni superstiti,
spesso anche il sentimento di odio e il desiderio di infliggere torture o uccidere i nazisti
è presente.
“…La parola odio…io ritengo di non saper odiare. La dovrei trasformare in questo, perché
l’odio all’ultima sua fase dovrebbe essere capace di far uccidere…non lo so, ma io mi sentirei di
rifare certe torture a queste persone che non hanno dimostrato pentimento.
- 48 -
Li odiavo, li odiavo quando ci frustavano a sangue o quando continuamente ci maltrattavano
senza ragione…questo odio mi è rimasto…”
Diversità: Il sentirsi diversi da come si era prima della prigionia, ma anche il percepire
che gli altri li sentano diversi, sono due vissuti emozionali che dimostrano come i
superstiti dei campi di concentramento, vivano la loro persecuzione come attuale, quasi
come se la loro esperienza, a livello inconscio, non si fosse ancora conclusa.
“…Mi sento diversa, dentro di me, in quanto c’è stato uno strascico in me purtroppo, in quanto
mi è rimasta una nevrosi non indifferente, ho il pianto facile, soffro d’insonnia.
La diversità, se esiste, esiste in questo, che mentre io mi ritrovavo con i miei compagni di
deportazione, ovunque li trovo, qualunque compagno…riesco a comunicare, perché abbiamo
esperienze in comune, con gli altri no…questo forse, dell’impossibilità di comunicare è una
delle nostre diversità, se vogliamo dire così…” (Martini, 1983).
Quello di Martini (1983), è solo uno dei lavori sugli effetti psicologici della
deportazione e della persecuzione, ma dà un quadro abbastanza chiaro della
devastazione e dello sgomento che le persone che hanno subito questo evento, vivono e
continuano a vivere anche dopo che l’evento si è concluso.
Si può definire quindi la deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale, come un
evento altamente debilitante e traumatico.
3.2 Eventi Cataclismatici
Nella categoria degli eventi cataclismatici vengono fatti rientrare diversi tipi di eventi:
o Disastri naturali (alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche)
o Disastri tecnologici ( fughe di radiazioni dalle centrali nucleari)
o Disastri provocati dall’uomo (guerre, incidenti aerei…)
(Berren, Beigel, Ghertner, 1986).
Una delle caratteristiche principali che rende questi eventi diversi dagli eventi di vita
normali, è la loro eccezionalità, infatti, non sono eventi che capitano quotidianamente
(ci sono persone che nella loro vita, fortunatamente, non hanno mai assistito a delle
eruzioni vulcaniche, o a delle alluvioni…).
- 49 -
La seconda caratteristica è la globalità, ovvero, sono eventi che quando capitano,
difficilmente coinvolgono un solo individuo, anzi l’esperienza stressante riguarda più
persone contemporaneamente.
A proposito degli effetti a lungo termine che questi eventi straordinari possono avere
sulle persone, alcuni autori sono concordi nel ritenere che non siano uguali per tutte le
persone, ma siano determinati da alcuni fattori. (Evans Melick e collaboratori, 1982;
Berren e collaboratori, 1986; Sarason, Sarason, 1987).
Il primo riguarda la natura del disastro, ovvero se sia naturale o tecnologico.
L’ipotesi di base è che una persona possa vivere con meno ansia un disastro
tecnologico, perché esiste sempre la speranza che l’uomo non ripeta gli stessi errori e
quindi abbia un certo potere nella determinazione di un evento, mentre i disastri naturali
sono più improvvisi e soprattutto non possono essere controllati in nessun modo.
(Baum, Fleming, Davidson, 1983).
Altri fattori sono ad esempio la durata dell’impatto, il grado di impatto personale, la
presenza o assenza di supporto sociale e lo stato di salute fisica e mentale del soggetto
prima dell’evento. (Evans Melick e collaboratori, 1982; Berren e collaboratori, 1986;
Sarason, Sarason, 1987).
Infine, a proposito degli eventi cataclismatici, può essere utile riportare una ricerca di
Lifton e Olson (1976); questi due autori hanno studiato le vittime di Buffalo Creek
dove, in seguito a un periodo di piogge violente, si è verificato il cedimento di una diga
che ha allagato l’intera area, distruggendo numerosi paesi e causando moltissime morti.
Gli autori hanno trovato che circa l’80% dei sopravvissuti presentava segni di
disadattamento psicologico, con la presenza della maggior parte dei sintomi del
Disturbo Post Traumatico da Stress individuati nel DSM III; inoltre, cinque anni dopo il
disastro, il 30% della popolazione continuava a presentare sintomi di disagio e, infine,
ancora oggi, dopo che sono passati più o meno vent’anni dall’episodio, i sopravvissuti
presentano un livello di risposte di depressione, ansia, ostilità che sono al di sopra dei
valori normali.
- 50 -
3.3 Incidenti Stradali
Gli incidenti stradali sono le esperienze traumatiche più frequentemente affrontate dagli
uomini americani, mentre per le donne questo tipo di esperienza si trova al secondo
posto.
Da alcuni studi, fatti sulla popolazione americana, emergono dei dati abbastanza
preoccupanti; infatti, ogni anno oltre l’1% della popolazione americana (3.386.000 nel
1995) è coinvolta in un grave incidente d’auto (Blanchard, Hickling 1997).
I soggetti che hanno vissuto un incidente stradale d’ora in avanti verranno denominati
come soggetti MVA (ovvero Motor Vehicle Accidents).
Anno
Numero di
Numero di
Numero di
Numero di
danni
persone ferite
incidenti
morti
personali
stradali
provocati da
mortali
un incidente
d’auto
1990
2.122.000
3.231.000
39.836
44.599
1991
2.008.000
3.097.000
36.937
41.508
1992
1.991.000
3.070.000
34.942
39.250
1993
2.005.000
3.125.000
35.780
40.150
1994
2.092.000
3.215.000
36.223
40.676
1995
2.166.000
3.386.000
37.221
41.798
Tabella 3.1 I dati di questa tabella sono stati ricavati dalla ricerca: Traffic Safety Facts
1994: A compilation of Motor Vehicle and General Estimates Systems, effettuata dal
National Highway Traffic Safety Administration, U.S. Department of Transportation,
August 1995.
Dopo aver analizzato i dati di questa tabella, è importante considerare lo studio fatto da
Blanchard e Hickling (1997) sugli effetti che gli incidenti d’auto hanno sugli individui.
- 51 -
Le conclusioni degli autori sottolineano come sia prevedibile la comparsa di un
Disturbo Post Traumatico da Stress o di un Disturbo Acuto da Stress, in seguito a un
incidente stradale.
I dati che hanno considerato gli autori, però, presentavano un’alta variabilità, per questo
successivamente, essi hanno deciso di considerare una serie di fattori psicosociali che
possono influenzare l’insorgenza di uno dei due disturbi sopra citati, qualora l’individuo
viva un’esperienza traumatica.
Inizialmente hanno indagato la comorbilità con i disturbi dell’umore.
Per svolgere questa indagine è stato fatto un confronto tra tre gruppi di soggetti MVA e
un gruppo di controllo.

Soggetti MVA;

Soggetti di controllo;

Soggetti MVA che in seguito hanno sviluppato un PTSD;

Soggetti MVA che hanno sviluppato un Disturbo Acuto da Stress o altri disturbi
lievi.
I risultati mostrano che i soggetti MVA che hanno sviluppato un PTSD sono
chiaramente più vulnerabili allo sviluppo di una profonda depressione e, viceversa,
coloro ai quali è stata diagnosticata un disturbo depressivo, hanno più probabilità di
sviluppare un PTSD in seguito a un evento traumatico.
La seconda valutazione riguardava la comorbilità con i disturbi d’ansia.
A questo riguardo non sono state trovate differenze tra i soggetti MVA e i soggetti del
gruppo di controllo.
Sono state trovate, invece, delle differenze tra i soggetti MVA con PTSD e gli altri due
gruppi di soggetti MVA, quello comprendente soggetti con lieve PTSD o altri disturbi
lievi, come il Disturbo Acuto da Stress e quello con soggetti che non presentavano
disturbi.
I soggetti con PTSD, infatti, mostravano una percentuale di panico più alta (6,5% vs
1%) e, soprattutto i ricercatori videro che questa sensazione di panico era scaturita dopo
l’incidente; inoltre sempre in questi soggetti, vi era una maggior percentuale di fobia
semplice (21% vs 7.3%).
- 52 -
Considerando altri studi, compaiono dei risultati ancora più specifici e che differenziano
maggiormente le conseguenze psicologiche che scaturiscono nei soggetti con PTSD
seguente all’incidente e soggetti senza questo disturbo.
Breslau e collaboratori (1991) hanno trovato molti disturbi tra i loro giovani adulti con
PTSD ad esempio Disturbo da Attacchi di Panico, Disturbo Ossessivo-Compulsivo e
Disturbo d’Ansia Generalizzato.
Allo stesso modo Kessler e collaboratori (1995) hanno individuato alti livelli di
comorbilità tra i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobia, fobia sociale, agorafobia,
disturbo d’ansia generalizzato) e il PTSD nei soggetti sopravvissuti, comorbilità assente
nei sopravvissuti che non presentavano il PTSD.
Per quanto riguarda la comorbilità con i disturbi da abuso e dipendenza dall’alcool e
droghe, è stato trovato che tra i soggetti di controllo e i soggetti MVA, questi ultimi
presentano un più alto livello di dipendenza dalle droghe (13.8 vs 2.2).
Tra i gruppi MVA, invece, non esistono differenze significative.
Infine, nel confronto con i disturbi di personalità, un primo risultato mostra che vi è una
presenza molto bassa di disturbi di Personalità facenti parte dell’Asse II in tutti i gruppi,
in particolare si fa riferimento al Disturbo di Personalità Ossessivo-Compulsiva.
Oltre a ciò è stata mostrata una presenza del Disturbo Antisociale di Personalità (1.9%
di tutti i soggetti MVA); più nello specifico, poi, Breslau e collaboratori (1991) hanno
riscontrato nei loro soggetti con PTSD un’alta familiarità con il comportamento
Antisociale (41.3%).
3.3.1 Effetti sul comportamento di guida dei soggetti MVA
Due studi, uno di Blanchard e Hickling (1992), l’altro di Kuch e collaboratori (1985),
riportano alti livelli di fobia per la guida (driving phobia), rispettivamente il 77% e il
60%.
Kuch, e collaboratori (1994) inoltre, hanno condotto un esperimento con 55
sopravvissuti, che avevano subito, a causa di un incidente, danni minimi ma un dolore
cronico.
Di questi 55 partecipanti, 21 (quindi il 38.2%) hanno sviluppato una fobia semplice. In
seguito a questo risultato, gli autori hanno cercato di trovare una classificazione dei
- 53 -
criteri che vanno a definire una fobia causata da un incidente, o meglio un’accident
phobia.
o Intensificazione dei sintomi quando il soggetto è esposto alla guida;
o Relazione tra paura e miglia quotidianamente effettuate (più il soggetto era
abituato a viaggiare molto, minore sarà la paura causata da un incidente);
o Evitamento della guida con certe condizioni atmosferiche e in certe strade;
o Eccesso di attenzione e precauzioni nella guida, se il soggetto era un passeggero
al momento dell’incidente e possibili restrizioni riguardo alle persone che il
soggetto sente di poter avere in macchina con sé; quindi il soggetto diventa
molto cauto nella guida e preferisce avere pochi o addirittura nessun passeggero
a bordo.
Come detto nel capitolo precedente, una fobia è la paura di un oggetto che, in realtà
spesso è innocuo e non rappresenta nessun pericolo per l’uomo. Ognuno di noi può
avere, e quasi sicuramente ha, delle fobie con cui convive quotidianamente. Queste
fobie rimangono innocue solo fino a quando non arrivano a invalidare o a limitare
gravemente la vita di un individuo.
Ad esempio: un soggetto che ha paura delle cimici, potrà facilmente convivere con
questa paura, provando sensazioni negative, solamente nel caso in cui dovesse vedere
una cimice.
Un altro individuo che prova agorafobia o claustrofobia, potrà essere più limitato,
soprattutto socialmente, se a causa della sua fobia si troverà a evitare tutte quelle
situazioni sociali che si svolgono in ampi spazi affollati o spazi ristretti, ad esempio lo
studente che non si presenta a lezione perché l’aula è molto affollata e troppo piccola.
Ritornando al discorso sugli incidenti stradali, è molto importante studiare gli effetti di
questi sugli individui ed individuare eventuali fobie di guida (o driving phobia,
Blanchard e Hickling 1997), perché tra tutte le fobie quelle che fanno seguito a un
evento traumatico possono essere altamente invalidanti per il soggetto che ha vissuto il
trauma.
In altre parole, nei casi in cui, a causa di un evento traumatico, si scatena nel soggetto
una fobia, è importante trovare dei trattamenti adeguati che permettano al soggetto di
superarla e di riprendere una vita normale.
- 54 -
3.4 Conclusioni sui disastri naturali, tecnologici, attentati,
incidenti e stragi
Spesso le vittime di una disgrazia, oltre alle conseguenze a livello personale, si trovano
a subire spiacevoli conseguenze sul piano sociale; infatti, come sostiene il sociologo
Ryan (1971) è diffusa la tendenza a “incolpare la vittima”.
In altre parole, per mantenere intatta la percezione del proprio merito personale, le
persone sono costrette a disprezzare i meno fortunati.
Di questa opinione è anche lo psicologo Lerner (1966), il quale parte dal presupposto
che le persone hanno bisogno di credere in un mondo giusto.
La presenza di vittime innocenti, quindi, rappresenta una minaccia, perché se le loro
catastrofi sono attribuibili a cause naturali, questo significa che chiunque può essere
vulnerabile e a chiunque potrebbe capitare di perdere tutto, di subire una rapina, di
perdere una persona cara o di fare un incidente. Proprio per questo si tende a
colpevolizzare la vittima, come se fosse lei stessa la causa dell’evento: “Se non fosse
andata in giro da sola la sera non l’avrebbero violentata” o “ Se avesse guidato più
piano e avesse prestato più attenzione, nonostante sia scoppiata la ruota, avrebbe
potuto evitare l’incidente”. (Taylor, 1991).
E quando non è possibile incolpare il comportamento, si fa riferimento ad aspetti del
carattere di quella persona, così ad esempio i superstiti di un’alluvione, possono venir
considerati inetti perché non hanno saputo prevedere il pericolo della piena.
Le disgrazie, quindi sostiene l’autore di qualunque tipo siano, mettono seriamente in
crisi il modo di vivere e il sistema di credenze di una persona.
Infine Taylor (1991) sottolinea alcuni comportamenti/pensieri tipo, che frequentemente
accompagnano le persone che hanno subito una disgrazia.

Avrebbe potuto andare peggio: un contadino ebraico si rivolge al rabbi per un consiglio,
perché sostiene che la sua vita sia un inferno; la moglie lo tormenta, i figli litigano, e tutto
quanto intorno è nel caos. Il rabbi gli dice di tornare a casa e di far entrare in casa con lui le
sue galline. Dopo due giorni il contadino torna dal rabbi ancora più agitato: “Ora mia
moglie mi tormenta, i ragazzi litigano ancora e le galline hanno sparso penne e uova
dappertutto, beccano di tutto, anche il nostro cibo.” Allora il rabbi gli dice di tornare a casa
e questa volta oltre alle galline deve far entrare la mucca. Dopo altri giorni il contadino va
dal rabbi disperato e questi gli dice di portare in casa anche il cavallo. Dopo due giorni il
- 55 -
contadino torna dal rabbi ed è fuori di sé: “ Il cavallo e la mucca hanno distrutto tutto, non
c’è più posto per la mia famiglia, le galline sono dappertutto, la nostra vita è sconvolta! Che
devo fare?” Il rabbi risponde: “Va a casa e porta fuori la mucca, il cavallo e le galline”.
L’uomo fa ciò che gli è stato ordinato e il giorno dopo torna tutto sorridente: “Rabbi, adesso
la nostra vita è così calma e tranquilla. Ora che il cavallo e la mucca e le galline se ne sono
andati, siamo di nuovo una famiglia.” Il rabbi sorrise. (Taylor, 1991). Il punto è che le
cose potrebbero essere sempre peggiori di quello che in realtà sono e la creazione
mentale di uno scenario peggiore è molto comune in risposta ad eventi traumatici,
ma le ragioni, purtroppo, non sono ancora del tutto note.

Il confronto con i meno fortunati: Di solito il confronto sociale, quindi tra noi e gli
altri, avviene con persone che sono in condizioni un po’ migliori delle nostre. Ad
esempio, quando valutiamo la nostra casa, la nostra auto, tendiamo a confrontarci
con chi ha una casa un po’ più bella della nostra, un’auto migliore; questo confronto
è importante perché può darci, secondo Taylor (1991), un’idea di quello a cui
tendiamo e di come possiamo migliorare la nostra situazione. Quando, invece, ci
sentiamo minacciati, tendiamo a giudicarci in relazione a chi sta peggio: questi
confronti dall’alto in basso hanno il vantaggio di farci sentire più contenti della
nostra situazione, anche se disastrosa. Per rendere più chiaro questo concetto
vengono presentate delle dichiarazioni di pazienti malati di cancro:
- Una paziente sottoposta a mastectomia parziale per cancro della mammella: “Ho
avuto in confronto un’operazione piccola. Come dev’essere tremendo per quelle
donne che fanno l’asportazione totale. Non riesco nemmeno a immaginarmelo. Mi
sembra che debba essere tanto difficile.”
- una paziente con mastectomia totale: “Non è stato tragico. L’operazione è andata
bene. Ora, se questa cosa si fosse diffusa dappertutto, avrei una storia diversa da
raccontare.”
- una paziente anziana, anche lei con cancro della mammella: “Quelle che mi fanno
pena davvero sono queste ragazze giovani. Perdere una mammella così da giovani
dev’essere tremendo. Io ho settantatrè anni. A che mi serve la mammella?”.
- infine una paziente più giovane: “Se fossi stata sposata penso che questa cosa mi
avrebbe colpita davvero. Non riesco a immaginare come si fa a uscire con un
ragazzo sapendo di avere questa cosa e senza sapere come dirglielo.”
- 56 -
I dialoghi potrebbero continuare all’infinito, considerando il punto di vista di una
donna sposata, poi di una ragazza che ha già il fidanzato, una ragazza single.
Il punto, in ogni caso, è che si sta sempre meglio di qualcun altro, purché si scelga la
dimensione giusta per il confronto.

Gli sforzi per recuperare il controllo perduto: il senso di padronanza e controllo che
ci permette di funzionare così bene in circostanze normali è messo a dura prova
dagli eventi traumatici, anche perché i disastri non sono nei nostri piani, quindi
quando una disgrazia ci colpisce ricordiamo che la nostra vita può essere cosparsa di
imprevisti inevitabili e contro cui non si può opporre resistenza; il senso di controllo
viene annullato. A questo punto, dopo un breve periodo d’inerzia, ricomincia la
“scalata” per la ri-appropriazione della propria vita. Ad esempio il soggetto
ammalato di cancro può iniziare a informarsi su vari metodi di guarigione; la vittima
dell’alluvione può buttarsi a capo fitto nella ricostruzione della propria casa.
In conclusione, gli eventi tragici non sono di per sé benefici, ma chi ne è vittima riesce
talvolta a fare il miglior uso possibile della sua esperienza, impegnandosi affinché la
stessa tragedia non debba colpire altri, o nuovamente noi stessi.
3.5 Violenza sessuale
Cosa succede ad una donna che ha subito una violenza sessuale?
Vi sono vari studi (Finkelhor e collaboratori 1990; Barone, Maffei, 1997) che mettono
in evidenza come tali esperienze rappresentino un fattore di rischio per i disturbi mentali
in età adulta.
Le conseguenze di tali abusi possono essere di vario tipo.
Si può verificare una negazione della gravità dell’evento che si esplica minimizzando
l’accaduto, attraverso la soppressione di ricordi disturbanti, una sostituzione della realtà,
ovvero il soggetto cerca di abbandonare i ricordi dell’evento, cerca di pensare a cose
positive per allontanare dalla mente il ricordo dell’esperienza traumatica, una reazione
emotiva forte, attraverso la quale il soggetto cerca di esprimere le proprie emozioni,
oppure una reazione depressiva, che scatta nel soggetto nel momento in cui egli accetta
l’accaduto come una prova della propria incapacità di affrontare la situazione stressante.
- 57 -
Infine si può verificare una messa in atto di strategie focalizzate sul problema, che
consistono nella ricerca di assistenza, consigli, informazioni, comprensione, supporto
sociale, rassicurazioni. (Finkelhor e collaboratori 1990; Barone, Maffei, 1997).
In conclusione l’abuso sessuale, sia che venga vissuto nell’infanzia, nell’adolescenza o
nell’età adulta, comporta serie conseguenze negative.
Può far insorgere, infatti, diversi comportamenti sociali devianti, come tossicomania,
alcolismo, disturbi impulsivi ed aggressivi, disturbi sessuali ed alimentari, ma
soprattutto possono insorgere disturbi di personalità anche gravi come il Disturbo
Borderline di Personalità (Gabbard, 2002).
Questo disturbo, secondo la classificazione del DSM IV, fa parte del Gruppo di Disturbi
di Personalità B e Kernberg (1967, 1975) ha individuato quattro caratteristiche chiave,
la cui presenza determina una diagnosi precisa di questo disturbo.

Manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io: i pazienti borderline sono
incapaci di ordinare le forze dell’Io, affinché gli impulsi provati dal soggetto,
vengano soddisfatti e l’ansia venga modulata.

Scivolamento verso processi di pensiero primario: i pazienti tendono a regredire a
un pensiero quasi psicotico, per l’assenza di struttura o sotto la pressione di affetti
intensi.

Operazioni difensive specifiche: queste operazioni sono principalmente la scissione,
identificazione primitiva, proiezione, diniego, onnipotenza o svalutazione.

Relazioni d’oggetto patologiche interiorizzate: gli altri vengono suddivisi, dai
pazienti borderline, secondo polarità estreme e sono considerati o “dei” o “demoni”;
le percezioni che hanno degli altri possono oscillare continuamente tra
idealizzazione e svalutazione, quindi anche la stessa persona in un momento può
essere percepita come un dio, e in un altro momento come un demone cattivo.
È chiaro, in conclusione, come anche l’abuso sessuale possa avere conseguenze
negative sulla vita futura degli individui, e come sia importante offrire aiuto e sostegno
alle vittime, per aiutarle ad affrontare il trauma e superarlo.
- 58 -
PARTE B:
TRAUMA
E
TESTIMONIANZA
.
- 59 -
CAPITOLO 1: TESTIMONIANZA
1.1
Definizione
La testimonianza è, tra tutte le prove utilizzate durante un processo, la prova
rappresentativa per eccellenza e consiste nella narrazione di una propria esperienza, che
un soggetto propone di fronte al giudice ed alle parti e riguardante il fatto oggetto di
giudizio od un fatto ad esso ricollegabile o, comunque, rilevante ai fini processuali.
La testimonianza, inoltre, è il mezzo di prova che, sicuramente più di altri, si mostra
decisivo nel modello processuale vigente essendo una manifestazione dell’oralità e
dell’immediatezza del rapporto prova-giudice.
Dal punto di vista soggettivo la testimonianza viene resa da persone diverse dalle parti
processuali, con l’unica eccezione della parte civile laddove corrispondano le figure di
persona offesa e danneggiato dal reato.
1.2
Caratteristiche principali del testimone
Nel processo penale, la legge stabilisce che un giudice deve esaminare le persone
informate dei fatti presi in esame dal processo, cioè i testimoni, e le persone che
possono risultare utili, per competenze tecniche, all'accertamento della verità, i periti.
Fatta eccezione per i casi d'incompatibilità previsti dalla legge, il testimone ha l'obbligo
di rendere la testimonianza dicendo la verità e niente altro che la verità.
A proposito della richiesta del giudice di “dire la verità, tutta la verità, nient’altro che
la verità”, purtroppo, deve essere sottolineato un importante paradosso.
Dal testimone, infatti, non ci si può aspettare che egli riferisca i fatti come realmente si
sono verificati, piuttosto, si dovrebbe chiedere al testimone di giurare di riferire ciò che
egli ritiene sia avvenuto, quindi non la verità oggettiva dei fatti, ma la percezione
soggettiva dei fatti.
in altre parole, occorre fare una distinzione tra accuratezza e credibilità (Gulotta, 2000).
- 60 -
L’accuratezza descrive il rapporto tra realtà soggettiva e realtà oggettiva, ovvero si
riferisce alla capacità del soggetto di percepire degli stimoli e di riprodurli nel modo in
cui sono stati percepiti.
La credibilità, invece, descrive il rapporto tra realtà soggettiva e realtà riferita, ovvero
viene valutato il rapporto tra ciò che il testimone sa e quanto il testimone riferisce; non
sempre un testimone, infatti, può riferire esattamente tutto quello che ha visto o sentito.
Questi due concetti, accuratezza e credibilità, sono i due criteri principali in base ai
quali si valuta l’attendibilità di un testimone; occorre fare attenzione, però, perché non
esiste un rapporto lineare tra questi due elementi, in base al quale discriminare con
esatta precisione l’attendibilità di un teste.
In altre parole, se un soggetto mente, non significa necessariamente che stia dicendo il
falso, così come essere sinceri, non significa necessariamente dire il vero.
A questo proposito, Gulotta (2000) riporta due esempi significativi.
Vedo Tizio dare una bustina di polvere bianca a Caio e ne inferisco che contenga droga. Al
processo, però, nego che Tizio stesse spacciando, in questo modo mento su ciò che ritengo sia
successo. Si scopre, poi, che nella bustina c’è del bicarbonato: ho mentito, ma nello stesso
tempo ho detto il vero, perché Tizio realmente non stava spacciando.
Vedo Tizio dare delle coltellate a Caio. Pensando che Tizio abbia ucciso Caio, al processo lo
accuso dell’omicidio, salvo poi scoprire che Caio era già morto all’arrivo di tizio. In questo caso
sono sincero, ma ho detto il falso.
Nel primo esempio il testimone, alla luce dei fatti, può non essere considerato credibile,
dal momento che ha omesso volontariamente un particolare che aveva valutato in un
modo ben preciso (il sacchetto secondo il teste conteneva droga, quindi probabilmente
Tizio stava spacciando); in altre parole ha mentito.
Nel secondo caso, invece, il testimone non è stato accurato, poiché il soggetto ha riferito
un particolare che era falso; in altre parole il rapporto tra realtà soggettiva e oggettiva
non è stato rispettato.
In conclusione, per una migliore comprensione di questi concetti, vengono riportati tre
schemi riassuntivi, che partono dal quadrato semiotico di Greimas, uno strumento che
permette di rappresentare l’articolazione logica di una categoria semantica (Gulotta
2000).
- 61 -
Figura 1.1: Quadrato Semiotico di Greimas.
S1 e S2 sono concetti contrari (bianco e nero)
1
S1
2
sono subcontrari (non-bianco e non-nero)
1, così
come S2
2,
sono contraddittori (bianco e non-bianco; nero e non-
nero)
S1
2,
così come S2
1
sono complementari (bianco e non-nero, nero e non-
bianco)
Figura 1.2: Applicazione del quadrato di Greimas ai concetti di sembrare ed essere.
Dall’osservazione di questa figura si può arrivare alle seguenti conclusioni:
- La verità corrisponde a essere e sembrare, quindi è vero ciò che sembra essere.
- Il segreto corrisponde a essere e non sembrare, cioè è un segreto ciò che non sembra
ciò che è.
- La falsità corrisponde a non-essere e non-sembrare, cioè è falso ciò che non sembra
non essere.
-
La menzogna corrisponde a non-essere e sembrare, cioè è menzognero ciò che
non è ciò che sembra.
- 62 -
Il quadrato di Greimas è stato utilizzato anche in psicologia giuridica per comprendere il
significato dei concetti che rendono una testimonianza attendibile.
TESTIMONIANZA
Dire
ERRORE
Sapere
RETICENZA
RETICENZA
Non sapere
Non dire
IGNORANZA
Figura 1.3: Da questa immagine si può concludere che:
-
Dire e sapere significa testimoniare
-
Sapere e non dire significa essere reticenti
-
Non dire e non sapere significa ignorare
-
Non sapere e dire significa sbagliare.
Nei seguenti paragrafi, si andranno a descrivere maggiormente nel dettaglio le due
caratteristiche principali dell’attendibilità.
1.2.1 Accuratezza
La
testimonianza
dipende
anche
dall’accuratezza
di
un
resoconto
e,
contemporaneamente, l’accuratezza di un resoconto dipende dalla capacità di
memorizzazione e rievocazione del soggetto.
(Koriat e Goldsmith 1996).
In altre parole, l’attendibilità come accuratezza, rappresenta la corrispondenza tra
quanto raccontato e quanto accaduto, mentre l’accuratezza della memoria relativa
all’evento è relativa alla corrispondenza tra quanto, di quell’evento, è rappresentato in
memoria e quanto è accaduto nel corso dell’evento stesso, si ha a che fare, quindi, con
una corrispondenza tra il contenuto della memoria e il contenuto dell’evento.
- 63 -
È importante, però, fare una precisazione, nel senso che l’accuratezza del ricordo è
indipendente dalla quantità di elementi riportati, infatti, un ricordo che contiene solo un
elemento, che però è un elemento effettivamente presente nella scena vista, è un ricordo
accurato al 100% tanto quanto è accurato al 100% un ricordo che presenta dieci
elementi tutti presenti nella scena.
Non è accurato al 100%, invece, un ricordo che contiene molti elementi che non erano
effettivamente presenti nella scena vista.
Sempre a riguardo dell’accuratezza, bisogna tenere in considerazione una serie di fattori
che interferiscono con questa (Mazzoni, 1995, 1998, 2000):
 Età del testimone: i bambini vengono considerati testimoni meno attendibili degli
adulti perché sono più facilmente suggestionabili e più soggetti a suggerimenti.
 Livello di consapevolezza: se un soggetto nel momento in cui assiste a una scena si
trova nella fase tra la veglia e il sonno sarà meno attendibile rispetto a un soggetto che è
totalmente sveglio.
 Schemi mentali di riferimento che sono in gioco nell’interpretare il significato
dell’episodio: infatti, in ogni situazione noi interpretiamo ciò che sta accadendo e,
quello che verrà memorizzato dipende dal modo in cui avviene questa interpretazione.
Altri fattori importanti sono la presenza o assenza dell’intenzione a ricordare nel
momento in cui si assiste all’episodio, la quantità di tempo che passa tra l’episodio e la
testimonianza, la consapevolezza della differenza tra verità e menzogna e tra verità e
fantasia, lo scopo che ci si pone nel testimoniare, l’intenzione di dire la verità o di
mentire, il livello di certezza e fiducia nella bontà e veridicità di ciò che si ricorda, il
tipo di interferenza che il testimone subisce tra il momento in cui assiste all’episodio e il
momento in cui viene chiamato a testimoniare e, infine, il modo in cui avviene un
riconoscimento.
(Mazzoni, 2003)
1.2.2 Credibilità
La credibilità di una testimonianza, come detto precedentemente, riguarda il rapporto tra
la realtà creduta e la realtà riferita ed è generalmente studiata valutando tre direttrici.
- 64 -
Viene effettuata un’indagine sui comportamenti, verbali e non verbali, che le persone
utilizzano per mostrarsi più persuasive e oneste.
Un'altra indagine riguarda i meccanismi attraverso i quali coloro che ascoltano valutano
il comportamento, soprattutto non verbale del testimone per trovare elementi che li
convincano della sua credibilità o falsità.
Infine viene condotta un’indagine che cerchi di esaminare in che misura, coloro che
ascoltano una testimonianza volutamente falsa, sono in grado di distinguerne la falsità.
(Gulotta 2000)
In seguito a queste indagini sono state individuate una serie di variabili, raggruppate in
tre macro-categorie, che interferiscono o promuovono la menzogna:

VARIABILI SITUAZIONALI
-
La menzogna è più utile quanto più vantaggi offre, rispetto al dire il vero;
-
La menzogna è più probabile quando colui che testimonia è in contrasto con il
ricevente;
-
La menzogna è più pratica quanto più rispecchia gli schemi di riferimento
dell’individuo.

VARIABILI DEL RICEVENTE
-
Capacità del ricevente di saper cogliere la menzogna;
-
Sospettosità, cioè tanto più il ricevente è sospettoso, tanto più cercherà di
scoprire la menzogna potenziale.

CARATTERISTICHE PERSONALI DEL TESTIMONE
-
Le persone che ritengono di avere dei valori, saranno meno portate alla
menzogna;
-
Età: gli uomini tendono a mentire più delle donne, ma le bambine tendono a
mentire più dei bambini;
-
Caratteristiche personali: gli introversi e le persone ansiose, che hanno una
minore competenza sociale saranno meno capaci di mentire rispetto agli
esibizionisti, estroversi e non ansiosi;
- 65 -
-
I soggetti machiavellici, che manipolano le persone nelle situazioni sociali,
tenderanno a mentire più facilmente;
-
Le persone che riescono con estrema facilità ad adattarsi alle situazioni nuove,
saranno più abili nel mentire;
-
Gli psicopatici, che vivono in una loro realtà personale, sono particolarmente
portati all’inganno, anche se in questo caso non si può parlare di menzogna vera
e propria dal momento che manca l’intenzionalità. Questi soggetti credono alla
loro realtà distorta e in base a quella realtà dicono le loro verità.
-
Professione: ci sono professioni in cui si ricorre più spesso alla menzogna o
durante le quali si entra maggiormente in contatto con persone che mentono;
-
Motivazione a mentire.
(Gulotta 2000)
- 66 -
CAPITOLO 2 : PROCESSI COGNITIVI E
TESTIMONIANZA
In questo capitolo cercherò di analizzare i diversi processi cognitivi attraverso i quali
elaboriamo le informazioni.
In particolare verrà messo in evidenza come alcuni di questi processi possano essere in
relazione con la testimonianza.
Lo scopo finale sarà quello di valutare se ci sono delle differenze nel modo in cui questi
processi vengono utilizzati da testimoni e, da testimoni vittime in prima persona, di un
reato.
2.1 Memoria
La memoria è quella funzione psichica volta all'assimilazione, alla ritenzione e al
richiamo di informazioni che vengono apprese durante l'esperienza.
È influenzata da elementi affettivi (come emozione e motivazione), oltre che da
elementi riguardanti il tipo di informazione da ricordare.
Questa funzione psichica si delinea come un processo legato a molti fattori, sia cognitivi
che emotivi, e come un processo eminentemente attivo, piuttosto che come un processo
automatico o incidentale.
La memoria si configura, quindi, come un percorso di ricostruzione e concatenamento
di tracce piuttosto che come un semplice immagazzinamento in uno statico spazio
mentale.
I processi mnesici fondamentali sono: la codifica, che consiste nell'elaborazione delle
informazioni ricevute.
In questa fase si ha la traduzione dello stimolo in una rappresentazione interna stabile,
che possa essere registrata in memoria, poi vi è un lavoro di categorizzazione ed
etichettatura legato agli schemi e alle categorie preesistenti nella nostra mente.
L'immagazzinamento, in cui si verifica la creazione di registrazioni permanenti delle
informazioni codificate.
Consiste, in altre parole, nell’archiviare l’informazione in un magazzino mnemonico a
lungo termine, in modo che possa essere utile in un altro momento.
- 67 -
Infine, l’ultima fase è la rievocazione, ovvero, il recupero delle informazioni
immagazzinate.
Questa rievocazione può essere libera o guidata, quando viene dato qualche tipo di
sollecitazione (Sirigatti, 2000).
2.1.1 Come funziona la memoria?
Spesso si sente parlare di parti distinte della memoria, ma questo concetto non è del
tutto esatto; infatti, potrebbe essere più corretto sostenere che i diversi autori che hanno
studiato il funzionamento della memoria hanno individuato diversi aspetti attraverso i
quali la memoria si presenta.
Questi aspetti sono importanti perché permettono un’organizzazione dei contenuti
mentali.
Di seguito verranno analizzati, brevemente, i tre aspetti fondamentali e maggiormente
conosciuti, della memoria. Per dare maggior chiarezza al discorso, verranno definiti
magazzini.

MEMORIA SENSORIALE
La memoria sensoriale è un magazzino di elevata capienza.
Offre una forma di conservazione definita grezza, infatti, i canali sensoriali
trasferiscono in questo magazzino, le informazioni visive o uditive che raccolgono al
loro stato puro e semplice, senza nessun tipo di trasformazione o traduzione.
Una volta inseriti nel magazzino sensoriale, gli stimoli persistono per un periodo di
tempo molto breve, pochi decimi di secondo.
In altre parole, rimangono qui solo il tempo necessario a fornire al soggetto un
orientamento nello spazio, una panoramica completa e immediata dell'ambiente; questa,
infatti, è la funzione della memoria sensoriale. (Sirigatti, 2000).

MEMORIA A BREVE TERMINE (MBT)
Dalla memoria sensoriale, gli stimoli passano nella Memoria a Breve Termine.
Questo magazzino ha una scarsa ritenzione sia in termini di tempo, ma anche di
quantità.
- 68 -
Si parla, infatti, di Span, facendo riferimento al numero massimo di informazioni che
possono, contemporaneamente, essere presenti nella MBT. Questo span è stato definito
tra 5 e 9. Si pensi a quando dobbiamo memorizzare dei numeri di telefono: se sono
composti da 6 o 7 cifre avremo meno difficoltà a ricordarli, rispetto a numeri composti
da 10 cifre. (Sirigatti, 2000).

MEMORIA A LUNGO TERMINE (MLT)
Successive ripetizioni della stessa informazione, permettono di trasferirla dalla
memoria a breve termine alla memoria a lungo termine.
Ad esempio si pensi a ciò che accade nello studio: quando le nozioni appena apprese
vengono ripetute, oralmente o in altre forme, diventano un possesso stabile dello
studente.
Il rafforzamento di informazioni che ha luogo nello studio equivale al loro passaggio
dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.
La memoria a lungo termine è un magazzino ad elevata capienza ed elevata
permanenza, tant’è che una stessa informazione può mantenersi in questo magazzino
anche per tutta la vita dell’individuo se questa è sottoposta a ripetizione o reiterazione.
Vengono memorizzate, soprattutto, informazioni che possiedono determinati requisiti,
come ad esempio la complessità, la categorizzazione, una struttura ordinata e una
possibilità di integrazione con le conoscenze pregresse. (Sirigatti, 2000; Longoni,
2000).
All’interno del grande magazzino della MLT, sono stati individuati diversi sottomagazzini, dei quali, nello specifico, verranno analizzati quelli che possono essere
maggiormente implicati nella testimonianza.
(Sirigatti, 2000; Longoni, 2000; Ladavas, Berti, 2002)
La prima distinzione è tra la memoria procedurale e la memoria dichiarativa.
La memoria procedurale contiene tutte le informazioni che non siamo in grado di
descrivere e che non siamo in grado di spiegare, ad esempio la capacità di fischiare,
sappiamo come si fa a fischiare, ma non sappiamo quale tipo di conoscenza abbiamo
utilizzato per farlo. (Sirigatti, 2000; Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000).
- 69 -
La memoria dichiarativa contiene tutte quelle informazioni che, invece, siamo in grado
di descrivere e su cui riusciamo a riflettere, ad esempio il ricordo di un evento specifico,
il contenuto di una conversazione. (Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000).
All’interno della memoria dichiarativa sono state individuate anche la memoria
episodica e la memoria semantica.
La memoria semantica contiene la conoscenza generale che abbiamo del mondo:
concetti, regole, linguaggio. La caratteristica principale è che possiamo utilizzare queste
informazioni senza dover necessariamente ricordare quando queste sono state apprese,
quindi, ad esempio sappiamo che 2+2=4 e possiamo usare questa informazione nella
vita quotidiana, senza dover ricordare chi ce l’ha insegnato o in che modo.
La memoria episodica, invece, fa riferimento agli eventi che viviamo e che sono situati
in un preciso contesto spazio-temporale, quindi potremo saper dire qual’era il negozio
in cui abbiamo assistito alla rapina o che tipo di arma aveva in mano il rapinatore.
(Sirigatti, 2000).
Infine un’altra distinzione è tra memoria implicita ed esplicita, una distinzione che si
basa sul rapporto tra consapevolezza e memoria; quindi la memoria esplicita fa
riferimento a tutte quelle informazioni che ripeschiamo deliberatamente dalla nostra
memoria.
Per memoria implicita, invece, s’intendono quelle situazioni in cui il comportamento di
una persona è influenzato da un evento passato, senza che questa persona ne abbia la
consapevolezza. (Sirigatti, 2000; Baddeley, 1995).
Ai fini della testimonianza, i tipi di memoria maggiormente implicati sono:
-
la memoria dichiarativa
-
la memoria episodica
-
la memoria implicita
-
la memoria esplicita.
Infatti, viene chiesto a un soggetto di ricordare un evento (memoria dichiarativa) e di
riportare fatti di cui il soggetto è consapevole (memoria esplicita) ma si valuteranno
anche una serie di dinamiche che possono essere collegate a elementi di cui il soggetto
non è consapevole e che fanno parte della memoria implicita del soggetto.
- 70 -
Ad ogni modo, la memoria che è in assoluto, maggiormente in gioco, nel corso della
testimonianza è quella episodica, infatti, i markers spaziali e temporali che sono presenti
in essa, sono fondamentali ai fini di un’indagine.
Il poliziotto, o chi conduce un’indagine, è interessato a sapere dove e quando il
testimone ha visto il ladro rubare nel negozio, in quale giorno si è svolto il furto e in
quale negozio.
Non bisogna dimenticare, però che la memoria episodica agisce contemporaneamente
alla memoria semantica; infatti, quest’ultima, è composta da schemi (sono formati
dall’associazione tra concetti ed elementi, quindi ad esempio il concetto di albero è
collegato all’elemento corteccia) e da scripts ( strutture complesse che riguardano
rappresentazioni di eventi, come l’andare al ristorante), che guidano nella ricostruzione
degli eventi e nella loro interpretazione; quindi la memoria semantica è importante
perché incide sulla testimonianza interagendo con il contenuto della memoria episodica
e, in alcuni casi, dandole forma e contenuto.
L’interazione tra memoria semantica ed episodica avviene durante le fasi della
memorizzazione, elencate precedentemente (acquisizione, codificazione, ritenzione,
immagazzinamento, recupero). (Mazzoni, 2003).
2.1.2 Ricordo e accuratezza
L’atto di ricordare consiste in una ricerca nella memoria a lungo termine attraverso la
quale le informazioni collegate a un evento vengono trovate e riportate alla
consapevolezza (Longoni, 2000).
L’atto di ricordare, però, non è solo ricerca di informazioni, ma anche ricostruzione
degli eventi passati e, talvolta, questa ricostruzione può essere influenzata dai
cambiamenti che si verificano nella nostra vita e dal contesto sociale. (ad esempio il
ricordo di un evento traumatico, può essere fortemente influenzato dai sentimenti
negativi legati all’evento stesso o dai cambiamenti che ha prodotto in colui che l’ha
vissuto).
È proprio perché i ricordi sono soggetti non solo a una riproduzione degli eventi, ma
anche a una ricostruzione di essi, che viene sollevato il problema dell’accuratezza del
ricordo.
- 71 -
Nella maggior parte delle situazioni i nostri ricordi sono abbastanza accurati, ma è
importante considerare anche tutte quelle situazioni speciali in cui una valutazione
sommaria dell’accuratezza di un ricordo non è sufficiente.
Questi eventi speciali fanno riferimento alle situazioni in cui un individuo è chiamato a
testimoniare.
È importante ricordare, a questo punto, che l’accuratezza della testimonianza di un
evento che abbiamo vissuto personalmente è influenzata da una serie di fattori
(Longoni, 2000):

La natura dell’evento (se sono eventi traumatici/stressanti/non particolarmente
stressanti.)

Quello che accade dopo l’evento (se vengono fornite informazioni sull’evento, il
soggetto può inglobare queste informazioni e convincersi di averle colte egli stesso
al momento dell’evento)

Le differenze individuali tra i diversi testimoni (età, sesso, caratteristiche della
personalità)

Le modalità di recupero dei ricordi (ricordo fornito liberamente/ricordo fornito
attraverso domande specifiche o particolari tecniche d’intervista.)
(Longoni, 2000).
2.1.3 Disturbi della memoria
In alcune situazioni la memoria può venire danneggiata, anche in modo permanente,
rendendo la vita quotidiana molto più complicata dal momento che una delle nostre
preziosissime facoltà non è più efficace.
I disturbi della memoria si differenziano, in base alla loro causa scatenante, in disturbi
organici e disturbi psicogeni. (Longoni, 2000; Ladavas, Berti, 2002).
I disturbi organici possono essere sia transitori che permanenti e possono essere dovuti a
lesioni cerebrali, traumi cranici, perdita di ossigenazione e altri fattori.
In generale non compaiono da soli, ma sono associati ad altri tipi di problemi di natura
psicologica, come ad esempio problemi motivazionali, disturbi della personalità e
dell’attenzione, che concorrono a danneggiare le prestazioni mnemoniche.
Una delle principali patologie organiche che colpiscono la memoria è la sindrome
amnesica (Ladavas, berti, 2002; Longoni, 2000).
- 72 -
Questa sindrome è caratterizzata da un grave deficit nell’apprendimento di nuove
informazioni (amnesia anterograda) e da un disturbo, più o meno accentuato, nella
rievocazione delle informazioni acquisite prima dell’evento patologico (amnesia
retrograda).
Le capacità intellettive dei pazienti che presentano questa sindrome rimangono,
comunque, intatte; inoltre non vi sono disturbi della memoria a breve termine e il
soggetto, quindi, è in grado di apprendere nuovi compiti percettivo-motori.
La causa è solitamente una lesione cerebrale. (Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000).
Un’altra sindrome organica importante è l’amnesia dovuta a sindrome di Korsakoff, che
si instaura a seguito di gravi deficit nutrizionali conseguenti ad alcolismo cronico.
Le caratteristiche principali di questo disturbo sono amnesia retrograda, disturbi visuopercettivi, visuo-spaziali e difficoltà nella risoluzione dei problemi. (Ladavas, Berti,
2002).
Altri disturbi organici della memoria sono: l’amnesia nel morbo di Alzheimer, amnesia
causata da farmaci, amnesia globale transitoria.
I disturbi psicogeni, a differenza di quelli organici, solitamente non presentano una
traccia fisica, quindi è più complesso individuarli.
Vengono definiti anche come disturbi funzionali, per sottolineare come il disturbo
riguardi la sola funzione mnemonica.
Le cause scatenanti questa tipologia di disturbi sono eventi molto traumatici e
disturbanti dal punto di vista emotivo. (Longoni, 2000).
Le amnesie psicogene rappresentano uno dei sintomi di una classe di disturbi mentali
nota come disordini dissociativi, in quanto implicano un problema nell’identità
personale più o meno grave; la caratteristica principale, però, di questi disturbi è la
transitorietà, infatti, si è visto come questi disturbi possano essere superati ad esempio
con un approccio terapeutico adeguato.
I principali disturbi psicogeni sono l’amnesia dissociativa che consiste nell’incapacità di
ricordare eventi specifici, come ad esempio lutti, crimini, abusi sessuali. (Gabbard,
2000; Longoni, 2000).
L’aspetto particolare di questa amnesia è che gli elementi dell’evento possono essere
solo temporaneamente dimenticati, infatti, esistono molti resoconti in cui viene descritto
il recupero di ricordi solo in seguito all’evento traumatico.
- 73 -
Questo tipo di amnesia è anche conosciuta con il termine Memoria Rimossa e verrà
descritta più nel dettaglio in seguito. (Longoni, 2000)
Un altro disturbo psicogeno è la fuga dissociativa, a causa della quale si registrano vuoti
di memoria relativi a un preciso periodo di tempo, per cui tutto quello che è accaduto in
questo periodo viene dimenticato, inoltre, si ha una perdita dell’identità personale, in
alcuni casi, l’adozione di una nuova personalità. (Longoni, 2000).
Infine, vi è la rimozione che, secondo la teoria di Freud, è un meccanismo difensivo
della nostra mente, attraverso il quale idee o ricordi sconvolgenti vengono allontanati
dalla memoria consapevole; in altre parole le esperienze traumatiche verrebbero
immagazzinate in memoria rimanendo intatte ma, a causa delle forti emozioni negative
che scatenano, non verrebbe consentito a queste esperienze di accedere alla
consapevolezza.
La rimozione, in questo modo, blocca i processi di recupero del ricordo producendo
un’amnesia per i dettagli e, in casi estremi, per l’evento stesso. (Longoni, 2000;
Gabbard, 2000).
2.1.4 Distorsioni dei ricordi
Le diverse modalità di distorsione del ricordo dipendono dalla fonte della distorsione
stessa, che può essere:

Interna: quando è legata solo alle caratteristiche di colui che sta osservando un
evento, ad esempio limiti fisiologici dell’osservazione o stati emotivi dell’osservatore.

Esterna: quando le informazioni apprese successivamente all’evento incidono nel
ricordo immagazzinato dal soggetto, quindi questa fonte ha effetto durante la fase
mnemonica di immagazzinamento.

Relazionale: quando siamo chiamati a raccontare fatti osservati e la cui rievocazione
può essere influenzata sia da aspetti relazionali appartenenti, cioè, alla natura del
rapporto con l’interlocutore, sia da aspetti comunicativi, dovuti quindi alla qualità delle
domande che vengono poste; questa fonte di distorsione incide fortemente nel corso
delle tecniche di intervista e interrogatorio per la rilevazione di fatti legati e eventi
criminosi.
(De Leo, Scali, Caso, 2005)
- 74 -
MEMORIA RIMOSSA:
Con questo concetto si fa riferimento a dei contenuti mnemonici che vengono
temporaneamente cancellati dalla consapevolezza e che possono essere recuperati se un
evento simile a quello rimosso si ripresenta o attraverso tecniche terapeutiche
specifiche.
Alcuni autori (Anderson e Green, 2001) hanno condotto uno studio che ha destato molto
interesse.
Essi avevano fatto imparare a memoria una lunga lista di coppie di parole non associate,
forno-martello, ambizione-balletto. I soggetti dovevano apprendere le coppie in modo
che in una prima prova di memoria tutti fossero in grado di ricordare martello quando
vedevano forno- e balletto quando veniva mostrato ambizione-. Veniva poi chiesto loro
di ripetere continuamente martello tutte le volte che vedevano forno, e balletto tutte le
volte che vedevano ambizione, ma dovevano anche cercare di non dire niente quando
vedevano 15 specifiche parole iniziali tra le tante che avevamo imparato ( ad esempio
una coppia imparata era tatuaggio-zio, in questo caso se vedevano tatuaggio, non
dovevano rispondere).
I risultati mostrarono che le persone dimenticavano volutamente le parole da non
ricordare e, queste parole, non solo non tornavano alla mente nello stesso contesto (se
veniva presentato tatuaggio), ma addirittura non venivano ricordate neppure quando si
chiedeva loro di dire la prima parola che veniva in mente vedendo parente-z…
(Mazzoni, 2003).
La conclusione a cui arrivarono gli autori fu che le parole possono essere rimosse e
diventare inaccessibili e ciò è probabilmente quello che accade ai ricordi di esperienze
traumatiche.
Questi ricordi, però, non verrebbero cancellati totalmente dalla memoria, ma
resterebbero in uno stato letargico finché qualche fatto li risveglia riportandoli al livello
della coscienza. (Anderson, Green, 2001).
SUGGESTIONE E FALSI RICORDI
La suggestionabilità è la tendenza a concordare acriticamente con l’informazione fornita
durante l’interrogatorio, o con la richiesta fatta da parte di colui che interroga. (Gulotta,
2000).
- 75 -
Attraverso la suggestione è possibile creare nel testimone falsi ricordi d’intere
esperienze personali, in modo che il soggetto arrivi a credere che l’evento si sia svolto
davvero in quel modo. Questo accade perché tende a crearsi un’immagine mentale
adeguata al falso ricordo e anche una successiva narrazione adeguata.
Non tutti i soggetti, ovviamente sono suggestionabili, o suggestionabili allo stesso
modo, infatti, i falsi ricordi dipendono fondamentalmente da tre fattori:

Le caratteristiche psicologiche, le esperienze ed i bisogni dell’individuo.

Il grado di pressione al quale è sottoposto

Il grado di vulnerabilità
(Gulotta, 2000).
Dal momento che la suggestionabilità di un soggetto può incidere sulla sua
testimonianza rendendola non attendibile, Gudjonsson (1984) ha individuato uno
strumento che permette di individuare gli oggetti più esposti al rischio di essere
influenzati da specifiche domande suggestive poste nel corso di un interrogatorio.
Questo strumento è la Gudjonsson Suggestibility Scale, GSS (1984) e uno dei vantaggi
di questa scala è che può misurare diversi aspetti tra cui, il ricordo immediato, il ricordo
ritardato, il cedimento, il cambio della risposta, la confabulazione, le distorsioni.
ACCONDISCENDENZA: DICO QUELLO CHE VUOI O DICO QUELLO CHE
RICORDO
L’accondiscendenza fa riferimento a quelle situazioni in cui da parte del testimone si
verifica la tendenza a dire ciò che si ritiene che l’altro voglia sentire.
Bisogna fare attenzione, però, perché in questo caso non si ha a che fare con la
menzogna intenzionale, dal momento che non è presente alcun desiderio di danneggiare
l’altro, nessun antagonismo, anzi al contrario si verifica una sorta di segreta
collaborazione. (Longoni, 2000).
Una persona, infatti, che vuole compiacere, dice ciò che pensa che l’altro voglia sentirsi
dire e, per capire questo, capta tutti i segnali che l’altro invia per far capire che cosa ci si
aspetta dalla risposta. Il cercare di compiacere l’altro, quindi, porta a una modifica del
resoconto testimoniale; questo aspetto, ovviamente, è assai importante dal momento che
- 76 -
in un’indagine di polizia e in un processo ci si basa sul resoconto del testimone per
giungere a conclusioni importanti.
A questo punto, per valutare l’accondiscendenza di un individuo Gudjonsson ha ideato
una nuova scala, la Gudjonsson Compliance Scale (GCS), che si avvale di un
questionario auto-somministrato, composto da 20 affermazioni alle quali il soggetto
deve rispondere vero o falso; attraverso l’analisi dei dati si possono indagare, da un lato,
la paura dell’autorità e l’evitamento del conflitto, dall’altro il desiderio di piacere.
Se i valori per questi due fattori sono alti, sarà più probabile che le risposte del soggetto
siano influenzate da un tentativo di compiacere l’interlocutore, pertanto in questi casi la
testimonianza non sarà totalmente attendibile. (Longoni, 2000; Gulotta, 2000).
CONFABULAZIONE
La confabulazione è un sintomo dell’amnesia dovuta alla sindrome di Korsakoff, una
patologia che, come detto prima, fa parte dei disturbi organici della memoria, in quanto
si instaura in seguito a gravi deficit nutrizionali, conseguenti ad alcolismo cronico.
(Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000).
Quando vengono poste delle domande ai pazienti, a causa del deficit di memoria non
sanno rispondere, quindi utilizzano la confabulazione che consiste nel ricordo di eventi
o completamente falsi, implausibili e bizzarri, o realmente accaduti, ma riportati in
modo distorto per quanto riguarda la loro collocazione nel tempo e nello spazio.
Ad esempio se il medico chiede al paziente: “Si ricorda di me?”, il paziente può
rispondere: “Sì, certo, lei è un amico di mia cognata, siamo andati a sciare insieme
l’anno scorso.” (Ladavas, Berti, 2002).
Esistono due tipi di confabulazione, quella spontanea che viene prodotta senza nessuno
stimolo o domanda esterna e si ritiene che sia la manifestazione di una
“disinibizione”inconscia che, a causa del disturbo, trova una modalità di espressione.
(Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000)
L’altra è la confabulazione provocata, che si verifica quando i ricordi distorti emergono
in risposta a domande specifiche; sembra che questo tipo rappresenti il tentativo di
nascondere o compensare il deficit di memoria da parte del soggetto, consapevole della
sua patologia. (Ladavas, Berti, 2002; Longoni, 2000).
- 77 -
Secondo alcuni studiosi la confabulazione, sia spontanea che provocata, può essere in
qualche modo attribuita a un difetto nel processo di valutazione della realtà.
In un soggetto senza patologie, questo processo consente di decidere, sulla base delle
caratteristiche qualitative del ricordo, se un evento è realmente accaduto o è stato
soltanto pensato.
Nei processi amnesici, le informazioni presenti in memoria sono degradate e questo
rende più difficile la distinzione. (Longoni, 2000).
2.1.5 Ricerche su testimoni
Di recente si è iniziato a studiare il comportamento dei testimoni e sono stati individuati
diversi risultati (Longoni, 2000).
Il primo risultato mostra che quando l’evento, anche se criminoso, non è traumatico, ma
piuttosto di routine (vittime di frodi, poliziotti che sono frequentemente testimoni di atti
criminosi) allora si verifica un normale oblio dell’evento.
Ad esempio la vittima di frode si dimentica i dettagli e il suo ricordo è suscettibile di
possibili distorsioni, mentre il poliziotto deve andare a rileggere il verbale redatto per
ricordare l’evento.
Quando, invece, l’evento è traumatico, i ricordi delle vittime e/o dei testimoni possono
essere accurati, dettagliati e permanenti.
In uno studio riportato dalla Longoni (2000), condotto pochi anni fa, furono interrogate
110 persone che erano state vittime o testimoni di rapine in banca.
Gli episodi di rapina erano stati 22 e a tutti i soggetti furono poste delle domande su una
rapina.
Alla fine risultò che le vittime ricordavano più dettagli dei semplici testimoni e, inoltre,
a quindici mesi dalla rapina le vittime ricordavano accuratamente i dettagli dei vestiti,
delle azioni e delle armi dei rapinatori.
Sempre nel caso di eventi traumatici, sono stati evidenziati fenomeni che indicano che
la relazione tra trauma e ricordo è molto complessa.
Uno di questi fenomeni è il restringimento del focus attentivo.
Ad esempio, nel caso di una rapina, la persona coinvolta come vittima o come testimone
si concentra su alcuni dettagli dell’intera situazione, esterni (arma del rapinatore) o
interni (angoscia provata).
- 78 -
Un altro fenomeno è la dissociazione, di cui si è accennato prima.
Quando il focus attentivo è esterno, il soggetto ha la sensazione di “uscire dal proprio
corpo” e di assistere all’evento traumatico da una posizione diversa da quella che
occupava, mentre se il focus è interno, il soggetto ha la sensazione di viaggiare verso un
altro luogo, per sottrarsi all’evento traumatico.
Tutti questi casi, riguardano situazioni in cui il testimone ricorda qualcosa dell’evento,
ma come detto in precedenza, può capitare che, in seguito all’evento traumatico si
verifichi uno stato di amnesia nel quale non rimane nessun ricordo di ciò che è
avvenuto.
In questi casi può accadere che i ricordi siano dimenticati permanentemente e vengano
persi tutti i dettagli, oppure che i ricordi vengano distorti da false informazioni o da
suggestioni e in ultimo che i ricordi possano essere molto accurati e rimanere latenti a
livello nell’inconscio, fino a quando grazie a uno stimolo non riemergono alla
consapevolezza e vengono così ricordati.
In conclusione, le dinamiche che possono verificarsi durante un evento traumatico sono
numerose, quindi è importante valutare le capacità mnemoniche del testimone,
soprattutto se è stato vittima dell’evento, per capire se possa essere considerato un
testimone attendibile.
2.2
Ragionamento
Con il termine ragionamento si intende l’insieme dei processi mentali in cui vengono
ricavate delle inferenze, cioè l’insieme dei processi attraverso i quali vengono elaborate
nuove conoscenze a partire da conoscenze date. (Girotto, 1994).
Le premesse sono le conoscenze di partenza, le conclusioni quelle derivate dalle
inferenze.
Le tre inferenze principali sono la deduzione, l’induzione e l’abduzione; queste sono
alla base di molte nostre attività mentali, come quelle che mettiamo in atto nella
comprensione di un brano di conversazione, nella formulazione di un giudizio sul
comportamento di un’altra persona, nella soluzione di un problema.
- 79 -
Deduzione: si possono considerare deduttivi, tutte quelle inferenze che, partendo da una
premessa generale permettono di arrivare a una conclusione particolare. Questa
conclusione è insita nelle premesse, quindi non aggiunge ulteriori informazioni ed è,
soprattutto, certa.
Induzione: tra le forme di inferenza induttiva, quelle più studiate, sono quelle relative ai
problemi di giudizio probabilistico, ovvero quelle in cui i soggetti devono dare delle
stime di probabilità circa l’accadimento di determinati eventi, basandosi sulle
informazioni a disposizione. Il legame tra premesse e conclusione è solo probabile, e la
percentuale di probabilità è direttamente proporzionale al livello di verificazione
(quante sono le osservazioni empiriche che confermano la conclusione) e inversamente
proporzionale al livello di falsificazione (quante sono le osservazioni che smentiscono
la conclusione).
Abduzione: è un’ipotesi in cui si esamina una premessa maggiore certa e da una
premessa minore che è verosimile, probabile o incerta.
La conclusione che deriva da queste premesse avrà una certezza non superiore alla
premessa minore, quindi anch’essa sarà dubbia per questo dovrà essere confermata
empiricamente.
Oltre alle inferenze, secondo Kahneman e Tversky (1982) il nostro ragionamento risulta
per molta parte guidato da alcune strategie di pensiero, definite euristiche.
L’origine di questo termine è da ricondurre a Simon (1957), il quale lo utilizzò per
indicare quelle strategie economiche, ma non sistematiche, di risoluzione di problemi.
Un’euristica, infatti, ci permette di arrivare alla soluzione corretta di un problema, ma la
sua applicazione non garantisce la certezza della conclusione; per questo è più corretto
parlare di ragionamento probabilistico e non assoluto.
Dall’attivazione di queste euristiche, possono derivare i biases, ovvero gli errori che
rappresentano la discrepanza tra la prestazione reale e quella corretta. (Girotto, 1994).
Alcune delle principali euristiche sono:
Euristica della disponibilità, ci si basa su dati facilmente richiamabili alla memoria,
anche se non sono completamente rappresentativi della situazione.
- 80 -
Argomentum ad nomine: si accettano e si prendono per attendibili quelle informazioni
che provengono da fonti esperte, senza però che ne venga valutata l’effettiva fondatezza
empirica.
Euristica della rappresentatività: per interpretare la probabilità di un evento, ci si basa
su dati particolarmente pregnanti, anche se non sono rappresentativi dell’ambito
d’origine; in altre parole la probabilità primaria non viene considerata.
Ancoraggio: se si hanno dei valori di riferimento, la probabilità del fenomeno in esame,
verrà valutata partendo da quei valori di riferimento. (Girotto, 1994).
2.2.1 Stereotipi
Un altro errore, molto importante, che viene spesso commesso quando dobbiamo fare
una valutazione di un evento è l’utilizzo degli stereotipi e dei pregiudizi.
Lo stereotipo è una forma di giudizio su un gruppo di persone, che elimina le differenze
tra i singoli individui ed esalta le caratteristiche comuni. (Mazzoni, 2003).
È uno schema di conoscenza riguardante un gruppo di persone, che funziona come una
griglia, dalla quale vengono filtrate le informazioni che uno riceve sul mondo e su
individui appartenenti a gruppi sociali diversi dal proprio.
In altre parole, lo stereotipo suggerisce che tutti gli appartenenti a quel gruppo abbiano
le stesse caratteristiche; purtroppo le caratteristiche che accomunano i membri di un
gruppo sono per lo più negative. (Mazzoni, 2003).
Così ad esempio si pensa che gli ebrei siano avari, i talebani siano pericolosi, i genovesi
tirchi, gli italiani mafiosi.
2.2.2 Influenza degli stereotipi nella testimonianza
L’influenza negativa degli stereotipi nella testimonianza è data dal fatto che i soggetti,
in base a questi stereotipi, possono arrivare a modificare il racconto di quanto hanno
visto senza esserne consapevoli.
Essi credono in assoluta buona fede che quello che riportano sia identico all’evento a
cui hanno assistito.
A questo proposito, nei suoi studi la Mazzoni (2003) ha osservato che i soggetti che
presentano forme anche non estreme di stereotipi nei confronti della gente di colore,
- 81 -
tendono a dire che il colpevole era una persona di colore, anche nel caso in non abbiano
mai visto in faccia la persona.
Sostengono con certezza di aver visto l’individuo in modo chiaro e di essere certi
dell’identificazione. (Mazzoni, 2003).
2.3 Attenzione
L’attenzione è la funzione attraverso la quale è possibile regolare l’attività dei processi
cognitivi filtrando ed organizzando le informazioni provenienti dall’ambiente, allo
scopo di emettere risposte ambientali adeguate. (Ladavas, Berti, 2002).
Il processo di elaborazione delle informazioni è estremamente flessibile perché, a
seconda delle situazioni e delle nostre necessità o priorità, sceglie quale informazione
elaborare e in che modo.
La possibilità di scelta dell’informazione dipende da un meccanismo fondamentale che
è l’attenzione selettiva, una sorta di filtro che lascia passare solo alcuni elementi.
Per meglio definirla, si può dire che rappresenti l’abilità che ci aiuta a contrastare la
distrazione e a concentrarci su una fonte o su un canale.
L’attenzione selettiva è influenzata da una serie di elementi, tra cui anche le condizioni
fisiologiche dell’individuo, ovvero dalla sua preparazione nel raccogliere le
informazioni interne ed esterne.
Questa preparazione fisiologica viene definita arousal, o attivazione fisiologica.
(Pribram, McGuinnes, 1975).
L’attivazione può agire sul sistema selettivo dell’attenzione peggiorandone la
prestazione: se è troppo bassa, entrano tutte le informazioni, se è troppo elevata, riduce
in modo eccessivo le stimolazioni. (Ladavas, Berti, 2002).
2.3.1 Attenzione e Memoria
Considerando il ruolo dell’attenzione nel corso di un evento è importante considerare
che ci sono alcuni fattori che guidano la nostra attenzione verso determinati stimoli e
che, in seguito ne influenzano il ricordo:

Salienza dei dettagli: alcuni stimoli, anche se meno importanti di altri, attirano
maggiormente la nostra attenzione.
- 82 -

Effetto arma: provoca una concentrazione dell’ attenzione dei testimoni sull’arma
piuttosto che sull’aggressore, riducendo la percezione del suo volto e di altri
particolari.

Il volto: l’attenzione è focalizzata maggiormente sulla globalità di un volto, non sui
particolari, anche se, effettivamente, ci sono delle parti che attirano maggiormente
l’attenzione, come i capelli, gli occhi, il naso, la bocca, il mento. L’attenzione,
inoltre, è maggiormente stimolata da volti atipici, o particolarmente piacevoli o
particolarmente spiacevoli, mentre quelli comuni non stimolano un’attenta
osservazione.
(Gulotta, 2000).
2.4 Linguaggio
Il linguaggio è uno dei nostri fondamentali processi cognitivi che ci permette di
esprimerci e relazionarci con le altre persone.
Nella testimonianza il linguaggio ha un ruolo primario, ma purtroppo, soprattutto
quando gli eventi traumatici vissuti comportano un trauma cranico, il nostro linguaggio
può essere compromesso.
In questi casi, la nostra testimonianza, può essere considerata attendibile?
Il principale disturbo che coinvolge la nostra capacità linguistica e che può essere
causato da un trauma cranico è l’afasia. (Basso, 2005; Ladavas, Berti, 2002)
L'afasia è definito come un disturbo della comprensione e/o della produzione del
linguaggio verbale, causato da lesioni alle aree del cervello primariamente deputate
all'elaborazione del linguaggio, l’area di Broca e l’area di Wernicke, o da lesioni in altre
aree di connessione con diversi centri del cervello variamente implicati nella funzione
del linguaggio.
L’afasia si può manifestare in vari modi: ad esempio con la sostituzione di una parola
con un’ altra di significato diverso ma della stessa famiglia (ora invece di orologio),
oppure l'impiego di una parola sbagliata ma dal suono simile a quella giusta (zuccotto
invece di cappotto), o di una parola completamente diversa e senza alcun legame
apparente con quella corretta; inoltre può coinvolgere solo il parlato, o solo la capacità
di scrivere. (Ladavas, Berti, 2002)
- 83 -
Spesso si accompagna ad altri disturbi, come la disartria, un disturbo caratterizzato dalla
difficoltà nell’articolare le parole.
È stato osservato su molti individui affetti da questa patologia che la dimenticanza delle
parole segue un ordine ben preciso, senza eccezioni: le prime parole ad essere
dimenticate sono i nomi propri, poi i nomi comuni, seguono gli aggettivi e infine i verbi
e le proposizioni. (Ladavas, Berti, 2002).
Esistono diversi tipi di afasie:
Afasia fluente: i soggetti colpiti da questa patologia hanno un eloquio relativamente
produttivo, riescono, infatti, a generare una ventina di parole al minuto con frasi
composte da 5-6 elementi; dispongono inoltre di un'intonazione della frase
relativamente normale.
Il loro linguaggio è caratterizzato dalla presenza contemporanea di parole appropriate e
di parole prive di nesso; tuttavia, nei casi più gravi, l'afasico fluente riesce a produrre
soltanto parole senza senso, generando un linguaggio completamente vuoto.
Le afasie fluenti sono causate da lesioni parietali temporali dell'emisfero sinistro.
(Albert e collaboratori, 1981).
Afasia non fluente: i soggetti riescono a produrre soltanto parole isolate o frasi molto
brevi composte da 2-3 elementi; hanno inoltre un'intonazione della frase fortemente
rallentata e anormale. Utilizzano strutture sintattiche molto semplici: impiegano pochi
verbi, a volte neanche coniugati, ed usano uno stile telegrafico, cioè non utilizzano
particelle come articoli, preposizioni e pronomi.
Le afasie non fluenti sono causate da lesioni frontali dell'emisfero sinistro. (Albert e
collaboratori, 1981).
Afasia globale è un grave deficit della produzione, comprensione ed elaborazione di
messaggi linguistici. Si tratta di un’afasia non fluente, caratterizzata da ampie lesioni
anteriori e posteriori dell'emisfero sinistro. Alcuni pazienti sembrano rendersi conto
delle proprie difficoltà e reagiscono in due modi opposti: con espressioni di
disperazione, oppure perdono completamente l'attitudine a comunicare. (Benson,
Ardila, 1996).
Afasia di Broca è causata da lesioni alle regioni anteriori del cervello, appunto l’area di
Broca. La produzione del linguaggio è fortemente compromessa in questi pazienti, che
comunque mantengono una buona comprensione del linguaggio e soprattutto, hanno la
- 84 -
consapevolezza della situazione e, per questo, non è infrequente che scoppino in lacrime
sentendosi frustrati e depressi.
Le cause più frequenti sono l’infarto dell’area di Broca, tumori cerebrali interessanti la
regione dell’area di Broca, emorragie e ascessi. (Albert, 1981).
Afasia di Wernicke è in genere causata da una lesione all'area di Wernicke. Comporta
problemi sia nella comprensione del linguaggio che nella produzione. La capacità di
elaborare un discorso fluentemente è mantenuta; il linguaggio è incomprensibile, ma il
paziente non ne è consapevole, e può manifestarsi collerico e paranoico, quando vede
che gli altri non lo capiscono e non ne comprende il motivo. (Albert e collaboratori,
1981; Basso, 2005).
Afasia transcorticale è un particolare tipo di afasia caratterizzato da un relativo
risparmio della ripetizione; essa si suddivide in tre sottogruppi:

L'afasia transcorticale sensoriale è un’afasia fluente in cui sono fortemente
compromesse tutte le competenze della comprensione, elaborazione e produzione del
linguaggio, fatta eccezione per la ripetizione. Le lesioni sono localizzate nelle zone
adiacenti all'area di Wernicke. (Whitaker, 1976; Davis e collaboratori, 1978).

L'afasia transcorticale motoria è un’ afasia non fluente, caratterizzata da gravi
deficit nella produzione del linguaggio, ma con una comprensione ed elaborazione dello
stesso relativamente conservate. La lesione è localizzata nelle cortecce frontali. (Lurija,
1970; Benson, Ardila, 1996).

L'afasia transcorticale mista è un’afasia non fluente particolarmente grave. I
pazienti dispongono di un linguaggio completamente incomprensibile, le uniche abilità
superstiti sono quelle residue di ripetizione e di linguaggio automatico (canzoni,
preghiere, ecc.). (Alberti e collaboratori, 1981).
Afasia di conduzione è un’afasia fluente, caratterizzata da un grave deficit nella
ripetizione. (Alberti e collaboratori, 1981; Basso, 2005, Caplan, Waters, 1995).
Afasia anomica è un particolare tipo di afasia fluente, i pazienti affetti da tale disturbo
hanno difficoltà a trovare i termini esatti con cui esprimersi, riescono tuttavia a
pronunciare quelle stesse parole su imitazione. La comprensione e le competenze per il
linguaggio scritto sono generalmente meno compromessi. (Vignolo, 1983; Basso,
2005).
- 85 -
Considerando queste patologie, si può capire come sia importante non sottovalutare le
conseguenze fisiche che può avere un trauma, perché anche queste possono influenzare
fortemente la capacità di rendere una testimonianza o di rendere una testimonianza
accurata e comprensibile.
2.5 Il trauma cranico: riassunto delle conseguenze fisiche e
psicologiche
Il trauma cranico, per gli effetti che può avere sull’uomo, è stato suddiviso in due
categorie principali: il trauma cranico lieve (TCL) e il trauma cranico grave.
Il TCL si manifesta con almeno uno dei tre seguenti sintomi: perdita di coscienza al
massimo per 30 minuti, amnesia post-traumatica minore di 24 ore. (Kay e collaboratori,
1993).
La prima sindrome che rappresenta un’evoluzione del TCL è la sindrome postcommotiva (Rutherford, 1989).
La caratteristica principale è una discordanza tra i sintomi riferiti dal paziente e la
negatività dei reperti obiettivi, ovvero un’esagerazione dei sintomi del paziente rispetto
alla gravità obiettiva di questi.
I sintomi principali denunciati dal paziente coinvolgono diverse aree; infatti, si possono
presentare sintomi di tipo neurosomatico (cefalea, vertigini, insonnia), emotivocomportamentali (irritabilità, labilità emotiva, depressione), e cognitivo (difficoltà di
concentrazione e disturbi lievi della memoria.
Tutti questi sintomi possono procurare al paziente difficoltà non lievi di ordine
relazionale e psicosociale, come ad esempio irritabilità, scarsa tolleranza alle
frustrazioni, insicurezza nelle proprie capacità. (Rimel e collaboratori, 1981; Sachs,
1993); difficoltà che possono anche indebolire e rendere inattendibile una
testimonianza.
Fortunatamente da alcuni test neuropsicologici risulta che chi presenta questo deficit
non subisce alterazioni significati, infatti, i sintomi vengono ritenuti suscettibili di
miglioramento spontaneo in tempi brevi. (Miller, 1961).
Un altro tipo di evoluzione del TCL è costituito da tutte quelle sindromi che vengono
definite neuropsicologiche.
- 86 -
In questo caso si ha a che fare con pazienti che lamentano una minore efficienza
nell’affrontare e gestire situazioni quotidiane, una maggiore lentezza nel risolvere i
problemi, necessità di notevoli sforzi attentivi e di concentrazione per svolgere le
proprie attività e per ottenere gli stessi risultati prima del trauma. (Kay, 1986).
La compromissione, in queste sindromi, non riguarda solo funzioni isolate, ma un
generale coinvolgimento delle funzioni esecutive, in particolare delle funzioni di
“supervisione attentiva” e della memoria di lavoro. (Kay, 1986).
Pazienti che, invece, sono definiti come traumatizzati cranici gravi presentano una serie
di disturbi ancora più rilevanti.
Ci sono, innanzitutto, disturbi del comportamento (Wood, Eames, 2001), che possono
esprimersi in due modi opposti; da un lato il paziente può apparire inerte, apatico, privo
di interessi e di motivazioni, incapace di esprimere un giudizio o di prendere iniziative,
distraibile e indifferente, dall’altro il paziente può apparire irascibile, disinibito,
aggressivo, ipocritico, insofferente e inopportuno nei rapporti sociali.
Entrambe queste due rappresentazioni dei disturbi del comportamento, ovviamente,
interferiscono con le capacità cognitive del soggetto. (Wood, Eames, 2001).
Per quanto concerne i disturbi della capacità di elaborazione logico-astratta, i pazienti si
esprimono con un linguaggio povero nei contenuti, ripetitivo e banale.
Nel condurre un discorso logico, inoltre, manifestano difficoltà nell’analisi degli aspetti
del problema, nella pianificazione e realizzazione della sequenza di ragionamento e,
infine, incapacità a trarre delle conclusioni.
Caratteristiche conseguenze del trauma cranico grave sono anche i disturbi attentivi,
infatti, il paziente analizza le informazioni e il contesto in modo più superficiale o
incompleto, non distingue tra informazioni primarie e secondarie, coglie solo gli aspetti
più concreti e appariscenti delle situazioni giungendo per lo più a conclusioni che si
basano su presupposti errati.
Contestualmente ai precedenti disturbi, ci sono anche disturbi della memoria che si
manifestano con incapacità a inibire le interferenze durante la fase di apprendimento, a
rispettare l’ordine logico degli eventi da ricordare, a pianificare e controllare la ricerca
di un ricordo da evocare.
Infine, vi sono anche disturbi del linguaggio: difficoltà nell’ideazione e formulazione di
un discorso, incapacità di mantenere una coerenza del discorso.
- 87 -
(Prutting e Kirchner, 1983; Penn, Clearly, 1988; Sohlberg, Mateer, 1989, 2001, Hartley,
Jensen, 1991; Body e collaboratori, 1999).
Da tutte queste descrizioni dei disturbi che possono insorgere in seguito a un trauma
cranico, si può sottolineare come diventi difficile determinare l’attendibilità di un
soggetto che ha subito un trauma cranico; questa difficoltà è poi enfatizzata se il trauma
è categorizzato come grave.
Ricordiamo, però, che le invalidità causate da un trauma cranico, non sono sempre
eccessive o debilitanti per il soggetto, ma dipendono dalla gravità dell'infortunio, dalla
sua localizzazione, dall'età e dalla salute generale del paziente.
Per concludere riporto un contributo di Newman e Blackburn (2002) i quali hanno
proposto una sorta di schema che permette di riassumere le capacità che vengono
alterate dal trauma, sia a livello cognitivo, comportamentale ed emotivo.
ESITI A LIVELLO NEUROPSICOLOGICO

Difficoltà nell’attenzione divisa: svolgere due compiti contemporaneamente

Difficoltà nell’attenzione selettiva o focale: concentrarsi su una cosa sola in
presenza di molti distruttori.

Difficoltà di attenzione sostenuta: capacità di rimanere concentrati per un
determinato periodo di tempo.

Problemi di memoria, soprattutto a livello della memoria a lungo termine

Problemi di percezione visiva: non distinguere o riconoscere gli oggetti, le
forme, i colori.

Difficoltà ad effettuare ragionamenti logici

Disturbi del linguaggio: afasici di produzione e/o comprensione del linguaggio,
confabulazioni
ESITI A LIVELLO COMPORTAMENTALE

Difficoltà a regolare le proprie emozioni

Disinibizione, rabbia, aggressività, irritabilità

Apatia: perdita di reazioni emotive, di iniziativa, mancanza di curiosità per gli
eventi

Affaticabilità
- 88 -
ESITI A LIVELLO EMOTIVO

Disordini della consapevolezza

Insicurezza

Ansia

Paura

Depressione

Cambiamenti di personalità
(Newman, Blackburn, 2002).
- 89 -
CAPITOLO 3 B: INTERROGATORIO
La qualità di una testimonianza dipende dall’interazione tra il contenuto della memoria,
il contenuto dell’evento a cui il testimone ha assistito e i processi di decisione relativi
agli elementi che il testimone vuole riportare. (Mazzoni, 2003)
Considerando questi tre fattori può accadere che il testimone ricordi molte cose e le
racconti in modo accurato (testimonianza ideale), che il testimone ricordi pochi elementi
o che il testimone dia molte informazioni, che però non corrispondono a verità, questo
può accadere se i ricordi di un determinato evento vengono modificati o distorti senza
che il soggetto ne sia consapevole.
Una delle cause principali della distorsione o modificazione dei ricordi del testimone,
riguarda la modalità con cui vengono poste le domande durante l’interrogatorio.
3.1
L’interrogatorio
Con il termine interrogatorio si fa riferimento a un processo di valutazione di un sospetto,
di una vittima o di un testimone, attraverso la proposta di opportune domande, per trarre
informazioni o correlare dati che possono essere utilizzati per la soluzione di un reato (Picozzi,
Zappalà, 2002).
Coloro che conducono un interrogatorio, quindi, mirano ad ottenere delle confessioni, a
raccogliere informazioni, prove, su un reato e a verificare elementi provenienti da altre
fonti di prove.
Gli approcci all’interrogatorio, inoltre, possono essere di due tipi: uno cerca di ottenere
elementi che vadano a confermare un’ipotesi di partenza formulata da chi sta
realizzando l’ascolto del testimone, l’altro tende a raccogliere informazioni generali
sull’evento, senza idee o preconcetti iniziali.
Il secondo tipo di approccio, probabilmente permette una raccolta di informazioni più
accurata, proprio perché è una tecnica libera da contaminazioni, suggestioni, distorsioni.
Questo approccio viene definito intervista investigativa. (De Leo, Scali, Caso, 2005).
Con quest’ultima espressione si intendono tutti quei protocolli che servono per aiutare il
testimone a rievocare ciò che ha visto e memorizzato, in modo che il ricordo non sia
“inquinato” e possa essere ritenuto valido a livello processuale. (De Leo, Scali, Caso,
2005).
- 90 -
Sia per l’intervista che per l’interrogatorio un elemento fondamentale è il contesto in cui
si svolgono.
Nel contesto si possono individuare tre pattern specifici di stress, ovvero vi è lo stress
legato all’estraneità dell’ambiente, lo stress dovuto al temporaneo isolamento dagli altri
e vi è lo stress dato dal rapporto impari, di sottomissione, che c’è tra soggetto
intervistato o interrogato e poliziotto, o chiunque altro intervistatore.
Per evitare che lo stress legato al contesto possa invalidare la testimonianza, è
importante instaurare un clima di fiducia intelligentemente dosato.
Ad esempio le prime domande dovrebbero basarsi sulla conoscenza del soggetto (chi è,
dove abita, se studia o lavora).
In un secondo momento deve essere specificato il motivo per cui il soggetto viene
interrogato.
Quando si è instaurato un clima ottimale, può iniziare l’intervista o l’interrogatorio.
3.2
Le domande
Il secondo fattore che può influenzare la validità delle affermazioni del soggetto
interrogato riguarda le modalità con cui vengono poste le domande.
Una ricerca che permette di capire quanto una domanda possa influenzare le risposte dei
soggetti è stata quella di Loftus e Palmer (1974).
Ad un gruppo di persone venne fatto vedere un filmato in cui due automobili avevano
un incidente.
La domanda centrale riguardava la velocità a cui andava l’automobile che aveva
provocato l’incidente, coinvolgendo il secondo veicolo.
Questo gruppo iniziale venne diviso in cinque ulteriori sottogruppi, ad ognuno dei quali
venne posta la domanda centrale in cinque modi che differivano tra loro, ma non in
modo significativo:
1. A che velocità andava l’automobile quando si è scontrata con l’altro veicolo?
2. A che velocità andava l’automobile quando ha colliso con l’altro veicolo?
3. A che velocità andava l’automobile quando ha urtato contro l’altro veicolo?
4. A che velocità andava l’automobile quando ha colpito l’altro veicolo?
5. A che velocità andava l’automobile quando è entrata in contatto con l’altro
veicolo?
- 91 -
I risultati hanno dimostrato che le forme avevano influenzato la percezione di velocità
del primo veicolo, generando una differenza di 10 km/h, se si paragonava il termine più
“leggero”, entrava in contatto, con quello più “pesante”, scontrava.
È importante tenere in considerazione la modalità con cui viene posta la domanda,
perché ci possono essere delle differenze sostanziali nelle risposte, in base alla
domanda.
Ora vedremo quali sono le tipologie di domande che possono essere usate durante
un’intervista e quando è meglio utilizzarne un tipo piuttosto che un altro.
3.2.1 Domande aperte
Chi? Quando? Dove? Perché? Come?
Sono domande che vengono effettuate in modo tale che la risposta possa esser articolata
come il soggetto, che viene intervistato, preferisce.
In altre parole, lasciano ampia libertà di risposta al soggetto.
Sono da preferirsi:
-
non si conosce il soggetto o egli ha opinioni incerte
-
si affrontano argomenti complessi e molto vasti
Sono da evitare, invece, quando si necessita di una risposta precisa o particolare.
3.2.2 Domande chiuse
Era alto o basso? È andata in quel negozio martedì alle 21.00?
Sono domande che vengono effettuate in modo da ottenere una risposta precisa.
Possono essere domande in cui la risposta deve essere del tipo Sì/No, domande
selettive, in cui viene chiesto di fare una scelta obbligata tra le alternative proposte dalla
domanda stessa (la macchina era verde, blu o nera?), infine possono essere domande di
identificazione, ovvero richiedono di identificare la risposta ad una domanda effettiva e
presentarla come risposta (dov’è stato sabato scorso?)
(Gulotta, 2000).
Queste sono da preferire quando si consoce già il soggetto intervistato, quando il livello
di comunicazione è chiaro, quando si affrontano argomenti delicati e quando l’area
comportamentale è limitata e nota.
- 92 -
Il limite principale, però, è che, offrendo delle alternative, le domande possono
sembrare suggestive e, quindi, possono spingere il soggetto a fare una scelta solo tra le
alternative proposte; in realtà la possibilità di scelta ristretta, può essere solo apparente,
dal momento che le alternative non esauriscono tutte le possibilità. (Gulotta, 2000).
3.2.3 Domande di richiamo e di elaborazione
Le prime, le domande di richiamo, tendono a stimolare la memoria e vengono utilizzate
per ottenere informazioni aggiuntive e ricostruire i fatti (Gulotta, 2000).
Le seconde, quelle di elaborazione, mirano ad ottenere giudizi e interpretazioni su un
fatto, sia per una comprensione migliore della vicenda, sia per avere notizie sul soggetto
a riguardo delle sue opinioni e prospettive. (Gulotta, 2000).
3.2.4 Domande da evitare

Domande tendenziose: potrebbero evidenziare al soggetto che l’interrogante ha già
tratto una conclusione sui fatti, oppure quale sia la riposta che lo stesso si aspetta.
È opportuno limitare l'uso di queste domande ed utilizzarle solo quando si vuole una
conferma, dal momento che la risposta è già contenuta nella domanda. Un esempio
di domanda tendenziosa potrebbe essere: mi domando se lei avverte la
contraddizione con quello che ha già detto.
Un altro problema di queste domande, che ne potrebbe limitare l’utilizzo è dato dal
fatto che potrebbero mettere in difficoltà il soggetto e portarlo a modificare le sue
risposte solo per accondiscendenza.

Domande retoriche: è una domanda che non rappresenta una vera richiesta di
informazione, ma implica invece una risposta predeterminata, e in particolare induce
a eliminare tutte le affermazioni che contrasterebbero con l'affermazione implicita
nella domanda stessa

Domande
giudicanti:
possono
riportare
un
giudizio
negativo
da
parte
dell’intervistante sul soggetto. Sono da evitare perché mettono in difficoltà il
soggetto e potrebbero portarlo a utilizzare dei meccanismi difensivi per proteggersi
da questi giudizi.
- 93 -
3.2.5 Sequenza delle domande
La sequenza delle domande è importante e ognuna è più indicata in certe situazioni e
sconsigliata in altre.
La sequenza a tunnel consiste nel proporre una sequenza di domande esclusivamente
chiuse (Era nel negozio?, A che ora è uscito per andare al negozio?, Chi ha incontrato?
Quante persone erano dentro al negozio quando è entrato?).
Può essere utilizzata per cercare di conoscere i fatti con esattezza.
La sequenza a imbuto propone una sequenza di domande che in maniera graduale
riducono il livello di apertura delle domande stesse, ovvero inizialmente le domande
sono aperte, successivamente saranno chiuse.
(Generalmente dove passa i week end? Sabato scorso cos’ha fatto? Come si è reso
conto del pericolo? A che ora ha visto scappare il ladro? Aveva qualcosa in mano?)
Questa sequenza viene utilizzata per imporre restrizioni sull’argomento trattato. (Kahn,
Cannel, 1957)
La sequenza a imbuto rovesciato è l’opposto della sequenza precedente e consiste in
una sequenza di domande inizialmente chiuse, poi aperte.
(Il ladro era alto? Portava un abito scuro? Eccetto lei, qualcun altro avrebbe potuto
vederlo? Cosa stava facendo con i suoi amici?Passate sempre il sabato sera insieme?).
Lo scopo è quello di impedire che le domande fatte per prime possano influenzare le
risposte di quelle seguenti.
In genere, inoltre, si utilizza per circoscrivere un argomento e analizzare tutti gli aspetti
che lo riguardano.
L’ultima è la sequenza irregolare con cui viene proposta una sequenza alternata di
domande aperte e chiuse che non ha regole determinate.
(Lo stupratore era stempiato? Che impressione le ha fatto vedere la scena? La donna
gridava? Vuole dirmi perché non è intervenuto?).
Viene utilizzata per mettere alla prova le difese del soggetto.
(Gulotta, 2000; De Leo, Scali, Caso, 2005).
3.3 Errori da evitare: suggerimenti e distorsioni
- 94 -
Come si è già visto nel capitolo precedente, Gudjonsson (1984) ha dimostrato che dare
suggerimenti all’intervistato può modificare, anche radicalmente il suo resoconto.
Se, ad esempio, nella domanda viene menzionato un particolare di cui noi siamo a
conoscenza, ma che il soggetto non ha ancora citato, possiamo rischiare che il soggetto
modifichi il suo resoconto, affinché arrivi a essere coerente con il particolare che
abbiamo suggerito (Di che colore era la borsa che aveva il rapinatore? Nera o
marrone? Magari il soggetto non aveva visto che il rapinatore aveva una borsa).
3.4
Un metodo per evitare errori: Intervista Cognitiva (IC)
L’Intervista Cognitiva (IC) è una procedura che è stata sviluppata per aiutare la polizia e
i professionisti a ottenere resoconti più completi ed accurati da un testimone, ed è basata
su principi psicologici che regolano il ricordo e il recupero di informazioni dalla
memoria.
Utilizzando questa tecnica, si può evitare di commettere errori nel porre le domande, o
comunque limitare gli errori al minimo.
I principi di base dell’IC sono due:

Ci sono più modi per recuperare dalla memoria un evento, quindi informazioni che
risultano non accessibili, o poco accessibili, utilizzando una determinata tecnica,
possono diventare accessibili se si impiega una tecnica diversa.

Una traccia di memoria è composta da numerosi elementi e un suggerimento, un
aggancio per il recupero (cue) è utile, solo se vi è una sovrapposizione tra
l’informazione codificata e il cue stesso; in altre parole, quando il cue corrisponde a
una parte dell’informazione che è stata immagazzinata in memoria.
COMPONENTI DELL’INTERVISTA COGNITIVA
1)
Ricostruzione mentale della scena o del contesto in cui è avvenuto il fatto; alcuni
studiosi hanno osservato che il re instaurare mentalmente il contesto è utile, soprattutto
se al testimone è stato chiesto di esporre ad alta voc3 quanto ricorda.
2)
Raccontare tutto, includendo informazioni parziali o vaghe o che al soggetto
sembrano inutili; questa tecnica è utile perché, tra le tante informazioni, può
individuarne o aiutare a ricostruirne di importanti, soprattutto mettendo insieme e
collegando i dettagli parziali dello stesso crimine forniti da altri testimoni.
- 95 -
3)
Ricordo ripetuto dello stesso episodio da punti di vista diversi; in questo modo si
cerca di incoraggiare il testimone a mettersi nei panni della vittima (se il testimone è il
colpevole o comunque non sia la vittima) o nei panni di un altro testimone; inoltre,
permette di riportare ciò che queste altre persone avrebbero potuto vedere o avrebbero
visto. Esistono, tuttavia, dei dubbi sulla possibilità di cambiare la propria prospettiva, in
particolare perché si teme che questa metodologia possa far insorgere dei falsi ricordi.
4)
Tentativo di ricordare l’evento partendo da diversi momenti nel tempo. I
testimoni di solito, ritengono di dover cominciare un racconto dall’inizio, infatti, questo
è quello che di solito viene chiesto. L’IC, invece, favorisce un recupero profondo e
completo dell’episodio dalla memoria, incoraggiando i testimoni a ricordare l’evento in
un ordine diverso, ad esempio partendo dalla fine o da una scena centrale.
Lo scopo di tute queste quattro componenti dell’Intervista Cognitiva è quello di
aumentare la quantità di dettagli che possono essere raccolti (Geiselman, Callot, 1990).
Gli studi che hanno indagato la validità dell’Intervista Cognitiva, hanno dimostrato che
il grado di accuratezza, quindi la percentuale di dettagli ricordati correttamente, è alta;
inoltre, altri studi hanno operato un confronto tra l’Intervista Cognitiva e l’intervista
investigativa classica, e i risultati evidenziano che un’IC ben condotta può portare il
testimone a livelli di ricordo che sono ben superiori a quanto si ottiene di solito con
l’intervista investigativa classica.
3.5
Conclusioni
Durante l’interrogatorio o l’intervista investigativa, ciò che è importante è il resoconto
dei fatti che il soggetto intervistato è in grado di riportare, sia che esso sia vittima del
reato sia che sia il colpevole.
Abbiamo visto, in questo capitolo e nei precedenti che l’accuratezza di una
testimonianza assoluta non esiste, perché intervengono una serie di fattori che possono
influenzare il soggetto (memoria, domande, contesto).
Per questo motivo è importante conoscere questi fattori e ricordarli nel momento in cui
si svolgono gli interrogatori e le interviste; solo in questo modo potremo avere una
maggiore accuratezza della testimonianza e, quindi, una maggiore attendibilità.
- 96 -
CAPITOLO 4 B: IL TESTIMONE: RUOLO DELLA
MENZOGNA E DELLA RITRATTAZIONE
4.1
La menzogna: teorie e studi
L’elemento centrale della procedura giudiziaria riguarda la narrazione dell’evento che è
l’oggetto d’indagine.
La letteratura dimostra come siano molteplici i fattori che possono invalidare la
testimonianza resa dai soggetti, in particolare questi fattori interferiscono con la fase di
rievocazione della memoria.
Le conseguenze di queste interferenze sono i falsi ricordi, dei quali l’elemento
fondamentale è la non intenzionalità del soggetto di mentire, infatti, l’errore è causato
da fenomeni esterni al soggetto stesso e di cui non è consapevole, ad esempio la
suggestione.
Il falso ricordo è un fenomeno totalmente diverso dalla falsa testimonianza, perché in
questo caso si ha una comunicazione consapevole e intenzionale di un evento che non è
aderente alla realtà (De Leo, Scali, Caso, 2005).
Per l’importanza che una falsa testimonianza può avere sugli esiti di un processo, il
fenomeno è stato spesso oggetto d’indagine.
Secondo Anolli (2002) sono tre le caratteristiche indispensabili per formulare un
messaggio ingannevole: la falsità del contenuto, la consapevolezza che si sta
ingannando e l’intenzione di ingannare il destinatario.
In altre parole si ha a che fare con la forza dell’intenzione che viene modulata in base
all’importanza dei contenuti, all’interlocutore che si ha di fronte e alla tipologia di
contesto.
Altri autori hanno cercato di trovare una teoria plausibile che potesse spiegare la
menzogna come forma di comunicazione e, alla fine, questo fenomeno è stato spiegato
attraverso tre teorie principali:
1. Information Manipulation Theory (IMT)
L’autore sostiene che nella menzogna si assiste a una violazione della quantità,
qualità, pertinenza e modo del discorso, per cui l’informazione viene manipolata e
- 97 -
resa manifesta attraverso quattro dimensioni: quantità, veridicità, rilevanza e
chiarezza. La manipolazione e combinazione di tali e diverse dimensioni genera
infinite forme di menzogna. (McCornack, 1992)
2. Interpersonal Deception Theory (IDT)
La teoria parte da una critica a una visione individualistica e unilaterale della
menzogna, sottolineandone l’aspetto relazionale e interattivo. La comunicazione
menzognera è generata da un bilanciamento più o meno equilibrato di segnali
intenzionali e involontari.
(Burgoon e Buller, 1994, 1996)
3. Deceptive Miscommunication Theory (DMT)
La menzogna viene definita come una forma di miscomunicazione, ovvero un dire
per non dire, in cui vengono violate tutte le regole della comunicazione con una
prevalenza di aspetti impliciti e indiretti e dove emerge una differenza consistente
tra il detto e il non detto; l’aspetto fondamentale di questa forma di comunicazione è
l’opacità dell’intenzione.
(Anolli, Ciceri, Balconi 2002)
Gli studi svolti nell’ambito della psicologia sociale, inoltre, riportano tre processi
sottostanti il comportamento menzognero (Ben-Shakhar, Fudery 1990; DePaulo, Stone,
Lassiter, 1985; Koehnken 1989; Zuckerman, DePaulo, Rosenthal 1981)
Un approccio emozionale che vede un nesso tra menzogna e attivazione fisiologica
come conseguenza di uno stato di stress che accompagna l’individuo.
In altre parole, la menzogna aumenta l’arousal del soggetto e l’attivazione, a sua volta,
causerebbe un comportamento di nervosismo che appare attraverso un tono di voce alto,
disturbi nell’eloquio e vivacità.
(Knapp, Hart, Dennis 1974; Koehnken 1989, Riggio e Friedman 1983)
L’approccio del tentato controllo, invece, afferma che il soggetto mentre mente, operi
un grosso sforzo per controllare il suo comportamento, nonostante la tensione che prova
Questo controllo serve per dare un’impressione di credibilità in colui che riceve il
messaggio.
(Ekman 1988, DePaulo, 1988)
- 98 -
Infine, l’approccio del carico cognitivo sostiene che la menzogna sia un compito
cognitivamente complesso e che costruire una bugia diventa tanto più impegnativo
quanto più l’interlocutore è sospettoso.
Alcune ricerche dimostrerebbero che le persone impegnate nella menzogna sono più
portate a fare errori nel linguaggio e sono portate a una quantità minima di movimenti
delle braccia e delle mani, perché vi è una sorta di trascuratezza per il corpo.
(Goldman-Eisler, 1968, Ekman, Friesen, 1972).
La differenza fondamentale tra il secondo e il terzo approccio consiste nel fatto che
quello del tentato controllo fa riferimento all’aspetto non verbale della menzogna,
mentre il secondo richiede considera uno sforzo verbale e cognitivo.
Infine, un’altra ricerca importante ha cercato di rintracciare gli stili linguistici del
bugiardo e, alla fine ne sono stati individuati tre che sembrano essere modulati
dall’interlocutore in base al contesto e alle aspettative del destinatario (Anolli, 2002).
Il primo stile viene definito ambiguo e prolisso, diretto a un interlocutore scarsamente
inquisitorio.
È caratterizzato da frasi lunghe e complesse composte da un elevato numero di
modificatori con valenza dubitativa (forse, circa) da livellatori (tutti, nessuno) e da
predicati epistemici (penso, credo).
Un secondo stile, solitamente rivolto a un interlocutore sospettoso, è caratterizzato da
frasi brevi, con lunghi periodi di latenza e incompletezza sintattica, cioè spesso soggetto
e predicato sono impliciti.
Il terzo e ultimo stile fa un largo ricorso all’uso di terze persone e a forme interpersonali
(si dice).
Partendo da questi tre stili linguistici, alcuni studi hanno individuato discrepanze tra il
modo di mentire delle donne e quello degli uomini e hanno evidenziato che le donne
dicono più bugie orientate verso gli altri, soprattutto se queste riguardano altre donne,
mentre gli uomini mentono più in riferimento a loro stessi (DePaulo e collaboratori,
1996) e tale differenza è riscontrabile fin da bambini (Saarni, 1984).
Le donne, inoltre, quando mentono fanno un maggiore uso di esagerazioni e di
sentimenti positivi rispetto agli uomini (DePaulo, Bell, 1996); ad ogni modo, nonostante
tutto, sembra che siano proprio le donne a provare un maggior disagio se mentono,
- 99 -
sviluppando ansia e senso di colpa. (DePaulo, Epstein, Wyer, 1993; DePaulo e
collaboratori, 1996, Vrij, 1997).
4.1.1 La menzogna e il comportamento Non verbale
Ekman e Friesen (1996) ritenevano che il comportamento non verbale fosse la strada
principale da intraprendere nello studio della menzogna, poiché è rappresentato come il
canale di comunicazione meno soggetto a controllo da parte degli individui.
Dopo questa introduzione da parte di Ekman e Friesen, nel 1981 Zuckerman, DePaulo e
Rosenthal condussero uno dei primi studi sui comportamenti prettamente di tipo non
verbale legati al falso contenuto; alla fine i loro risultati hanno sottolineato che la
menzogna è associata a:

Dilatazione pupillare
 Alzata di spalle

Gesti adattatori

Errori nel parlato

Esitazioni

Aumento del tono della voce

Affermazioni negative

Informazioni irrilevanti
4.1.2 Due modalità attraverso cui si mente: simulazione e dissimulazione
SIMULAZIONE
Si attua attraverso la presentazione di informazioni ritenute false come se fossero vere.
Le tecniche attraverso cui la simulazione viene messa in atto sono, innanzitutto, la
contraffazione e il camuffamento, i quali vengono attuati presentando qualcosa con
caratteristiche simili a quelle di qualcos’altro, quindi si spacciano queste due cose
differenti per la stessa cosa.
Vi è, poi, la finzione intesa sia nel senso di fingere di (il corso di un’azione), che nel
senso di fingere che (idee, opinioni).
In ultimo troviamo la confusione che consiste nell’abbagliare, ovvero nel presentare
alternative che attraggono l’attenzione in modo che il ricevente non solo si distragga,
- 100 -
ma creda che lo stato delle cose consista nelle alternative appositamente create.
(Gulotta, 2000).
DISSIMULAZIONE
Consiste nell’occultare informazioni ritenute vere.
Le tecniche attraverso cui si verifica la dissimulazione sono l’omissione, quando si
nasconde qualcosa a chi ha diritto di saperlo, l’occultamento che si ha invece, quando
viene tenuta una condotta che nasconde la verità, il fuorviamento che consiste
nell’indirizzare l’attenzione del ricevente in modo da distrarlo da quello che si vuole
dissimulare e l’esagerazione della verità o della rivelazione ostentata, ovvero, viene
detta la verità, ma come se fosse una bugia, allo scopo di non farsi credere.
È importante considerare come in tutte queste attività della dissimulazione ci sia
inganno, ma non ci sia la menzogna.
La differenza tra inganno e menzogna riguarda il fatto che il primo è un comportamento
volto a incidere non solo sulle conoscenze, ma anche sui comportamenti, le aspettative,
le motivazioni dell’altro e non implica la presenza di una dichiarazione falsa, la
seconda, invece, si attiene al contenuto della comunicazione, cioè alla rivelazione di un
messaggio che non si ritiene vero, quindi che è falso.
(Gulotta, 2000)
4.1.3 Come si fa a scoprire la menzogna?
Buona parte degli studi sulla menzogna si sono dedicati all’abilità degli operatori della
giustizia nel comprendere se un resoconto fosse, o non fosse, falso.
A dispetto di quanto si possa immaginare, non è stata riscontrata una maggiore
competenza tra gli investigatori, i giudici e gli agenti di polizia rispetto a persone non
specializzate, nello smascheramento della menzogna.
L’unica eccezione è rivolta agli agenti federali, i quali hanno raggiunto una capacità di
discriminazione di un falso racconto accurata del 70%. (DePaulo, Pfeifer, 1986; Ekmna,
O’Sullivan, 1991; Koenhken 1987; Vrij, 1993, Vrij, Edwards, Bull, 2001a, Vrij, Mann,
2001a; Jackson, Granhag, 1997; Vrij, 1994; Ekman, O’Sullivan, Frank, 1999).
- 101 -
Date le limitate capacità che la maggior parte delle persone ha di discriminare una
menzogna, si è cercato di avvalersi di alcuni strumenti.
Ad oggi gli strumenti di misura della credibilità nello studio della menzogna, più
utilizzati, sono:
1) CBCA: analisi del contenuto basato sui criteri
2) Reality Monitoring: monitoraggio della realtà
1) CBCA, analisi dei contenuti basati sui criteri.
Questo strumento fa parte dello SVA, ovvero lo Statement Validity Assesment
(valutazione sulla validità delle dichiarazioni) ed è stato sviluppato in Germania da
Steller e Koehnken nel 1989.
Lo SVA nasce dall’esigenza di approntare una tecnica capace di far luce sui complessi
casi di abuso sessuale sui minori, soprattutto quando ci sono delle discrepanze tra i
resoconti della vittima e dell’imputato.
Il CBCA è composto da 19 criteri che hanno il proposito di valutare la credibilità delle
dichiarazioni fatte.
L’ipotesi di base consiste nell’idea che i criteri ricorrono con maggiore frequenza nelle
testimonianze vere rispetto a quelle non vere, infatti, la presenza di ogni criterio
aumenta la qualità del racconto e rafforza l’ipotesi che ciò che viene raccontato non è
frutto della fantasia o della suggestione.
Occorre fare attenzione, però, perché l’assenza dei criteri in un racconto non significa
necessariamente che questo sia falso; inoltre bisogna considerare sempre che un
individuo che sa di essere valutato attraverso la CBCA, può essere portato a utilizzare le
categorie per avvalorare la credibilità del proprio racconto.
Dati questi dubbi sulla possibile utilità dello strumento, per valutarne la validità sono
state fatte alcune ricerche e i risultati dimostrano che attraverso l’uso del CBCA si può
arrivare a un livello di accuratezza pari al 68% per l’individuazione degli enunciati falsi
e, al 76% per l’individuazione degli enunciati veri (Di Blasio, Conti, 2000; Porter,
Yuille 1996; Vrij, 2000, Vrij e collaboratori, 2002; Vrij, Edwards, Bull, 2001 b; Vrij,
Kneller, Mann, 2000; Zaparniuk, Yuille, Taylor, 1995).
- 102 -
Lo Statement Validity Assessment oltre che dal CBCA è composto da:
-
Statement Validity Interview (intervista strutturata), che propone una serie di linee
guida da seguire per massimizzare le informazioni e ridurre l’angoscia del soggetto
durante l’intervista. (Gulotta, 2000).
-
Validity Checklist (lista di controllo della validità) viene utilizzata per testare la
plausibilità delle ipotesi generate nel corso dell’intervista strutturata e della CBCA,
attraverso una serie di item ai quali corrispondono delle domande; le risposte
negative sono coerenti con l’ipotesi adottata in seguito alla CBCA, mentre le
risposte affermative sollevano dubbi sull’ipotesi e possono far propendere per
ipotesi alternative. (Gulotta, 2000).
2) Reality Monitoring (monitoraggio della realtà)
La base teorica di questo strumento risale agli studi di Johnson e Raye (1981), i quali
svilupparono per primi la questione della discriminazione tra un ricordo realmente
vissuto e uno inventato.
La premessa è che sia la percezione esterna degli stimoli, sia i pensieri, producano dei
ricordi, ma la differenza tra i due tipi di ricordi è la fonte.
La fonte legata a stimoli esterni è esterna, quindi connessa ai canali percettivi, mentre
quella di eventi immaginari è interna, cioè generata da processi soggettivi, quali il
pensiero, il ragionamento o l’immaginazione.
Partendo da questa base, si è ipotizzata la presenza di tre tipi di azioni cognitive legate
alla memoria:

Ri-rappresentazioni: rappresentazioni ripetute di esperienze percettive o ricordo di
qualcosa che è accaduto nel passato; l’informazione, quindi è recuperata dalla
memoria quando lo stimolo esterno non è più presente.

Pensieri situati: processi elaborativi e associativi che argomentano e costruiscono
pensieri sull’esperienza percettiva, ma che non necessariamente sono parte di una
rappresentazione verosimile dell’evento percettivo. (Bartlett 1932, Bower, 1972,
Neisser, 1967).

Fantasie si sviluppano da nuove combinazioni di informazioni, le quali a loro volta,
producono eventi che prendono vita solo nella nostra immaginazione. Ad esempio il
- 103 -
costruire una storia o il sognare fanno parte dei processi che appartengono alla
fantasia.
Infine, il RM sottolinea come siano fondamentali alcune dimensioni del ricordo, nella
valutazione del resoconto menzognero o del resoconto veritiero: le caratteristiche
sensoriali dello stimolo presentato (informazioni uditive), il tipo di processo cognitivo
utilizzato, il contesto semantico e le informazioni contestuali (spaziali e temporali).
In particolare i ricordi di eventi realmente accaduti dovrebbero avere molte più
caratteristiche spaziali, temporali e contestuali, dovrebbero possedere molti più dettagli
sensoriali ed essere poco schematici.
(Atwood, 1971; Brooks, 1968; Finke, 1979; Kosslyn, 1976)
Esistono poi anche altri strumenti che potrebbero essere applicati allo studio della
menzogna, però, la loro utilità non è ancora stata accertata e rimangono alcuni dubbi.
-
Lexical Diversity (diversità lessicale): la diversità lessicale è misurata dal typetoken-ratio (TTR), che si ottiene dividendo il numero delle parole utilizzate per il
numero totale delle parole di una dichiarazione o di un pezzo della dichiarazione; un
indice di TTR alto indica un vocabolario esteso, mentre un TTR basso un linguaggio
stereotipato. (Gulotta, 2000)
-
Scientifici Content Analysis: (SCAN): tecnica basata sull’esperienza; discrimina le
dichiarazioni veritiere da quelle menzognere in base al fatto che le dichiarazioni di
chi inganna contengono introduzioni più lunghe, più congiunzioni inutili e
cambiamenti significativi nell’uso dei pronomi se confrontati con i resoconti
veritieri. (Gulotta, 2000)
-
Statement Analysis (analisi delle dichiarazioni): il presupposto di base è che gli
investigatori riescano, durante gli interrogatori, a discriminare elementi che sono
caratteristici della menzogna e possano poi utilizzare questi criteri come standard
per individuare la devianza. Ad esempio, confrontano il resoconto cronologico di
quello che ha fatto un soggetto da quando si è sveglia fino al momento
dell’intervista, con le dichiarazioni rilasciate sull’evento in questione. Le
componenti di questo strumento sono: analisi delle parti del discorso, analisi delle
informazioni superflue, individuazione di una potenziale mancanza di convinzione
- 104 -
su ciò che viene detto (frasi come “io penso”, “io credo”…screditano il messaggio),
analisi del bilanciamento delle dichiarazioni (una dichiarazione vera ha tre parti, la
prima descrive cos’è successo prima dell’evento, la seconda descrive l’evento, la
terza descrive cos’è successo dopo l’evento; più le parti sono bilanciate tra loro e
non contengono incoerenze, più la dichiarazione risulta veritiera.).
(Adams, 1996).
Infine c’è un altro strumento, spesso utilizzato per testare la credibilità delle interviste ai
fini testimoniali, nei casi di abuso sessuale su minore.
Il Child Abuse Interview Interaction Coding System (CAIICS) di Wood e collaboratori
(1996).
Lo strumento prende in considerazione non solo aspetti linguistici, ma anche
comportamenti non verbali e interattivi tra intervistatore e bambino.
4.2
La ritrattazione
Nell’ambiente giudiziario si sono verificate molte situazioni in cui dei soggetti hanno
confessato un delitto, poi hanno ritrattato l’autoaccusa.
Spesso è capitato anche che un testimone abbia affermato di aver assistito a un evento,
poi abbia ritrattato.
Il seguente esempio è tratto dal caso dell’omicidio di Marta Russo:
Un usciere che aveva inizialmente negato di avere qualche conoscenza dei fatti, in un secondo
momento ha raccontato di aver visto uno degli imputati in un edificio dell’università dove
l’accusato negava di essersi trovato. Dopo un certo numero di interrogatori, infine, lo stesso
usciere ha ritrattato ancora una volta la sua deposizione, ritornando a posizioni simili a quelle
sostenute all’inizio dell’indagine (Mazzoni, 2003).
Accusa e ritrattazione sono, purtroppo, un fenomeno antico.
4.2.1 Ma perché si ritratta?
I motivi per cui una persona può decidere di ritrattare sono molti.
Lo si può fare ad esempio per paura, per un caso di coscienza, perché si è confusi e non
vuole rischiare di fare errori.
- 105 -
Sicuramente, comunque, i motivi per cui una persona ritratta sono strettamente collegati
ai motivi per cui, inizialmente si è testimoniato.
Anche nel caso della testimonianza, le motivazioni che spingono a renderla sono
molteplici: si vuole accusare qualcuno (sé stessi o qualcun altro), si vuole cooperare con
la polizia e di solito si testimonia perché non si vuole permettere che un reato resti
impunito.
Un caso particolare è dato dalla confessione di autoaccusa di un crimine che, in realtà,
non si è commesso.
In questi ultimi anni, negli Stati Uniti, viene fatto ampio uso del test del DNA, sia per
identificare il colpevole, ma anche per scagionare un innocente.
Grazie all’attività dei membri del gruppo “Innocence Project”, della Benjamin N.
Carozo School of Law di New York, oggi, almeno cento persone sono state riconosciute
innocenti dopo anni trascorsi in carcere; l’aspetto particolare di queste scoperte, però, è
che il 22% degli individui che sono stati scarcerati, era stato condannato perché si era
auto-accusato di aver commesso il crimine.
Tra le cause che portano maggiormente a dare una falsa confessione, con auto-accusa, è
la costrizione fisica, fenomeno che si verifica purtroppo, anche e soprattutto, nelle
società più avanzate.
I maltrattamenti fisici, ovviamente, non sono l’unica spinta all’auto-accusa; in alcuni
casi, infatti, ciò che è più importante è la pressione psicologica che subisce il sospettato.
Un metodo molto usato negli Stati Uniti è stato individuato in un manuale utilizzato dai
tutori della legge, Criminal Interrogation and Confessions (Buckley, Inbau, Reid, 1986).
La tecnica, qui riportata, viene definita di “minimizzazione - massimizzazione”:
all’inizio dell’interrogatorio, si affronta un sospetto dicendogli che se risulterà colpevole
del delitto, si troverà di fronte a un’accusa molto pesante seguita da una condanna
altrettanto grave.
Se, tuttavia, il presunto colpevole collabora confessando il delitto e adducendo
giustificazioni quali la legittima difesa o l’umana reazione a intollerabili provocazioni
allora la pena potrebbe essere ridotta in modo sostanzioso.
Il numero di persone che si dichiara colpevole in seguito a questa proposta fatta di
lusinghe/minacce, è molto alta, maggiore di quello che si potrebbe pensare, ma la cosa
- 106 -
più grave è che la maggior parte di queste confessioni è falsa e il soggetto, quindi, è
innocente.
Ad ogni modo, è importante ricordare che la “minimizzazione – massimizzazione”,
potenzialmente aumenta il numero dei soggetti che si auto-accusano, ma non tutte le
auto-accuse dipendono da questo metodo.
Altri confessano perché sono estremamente confusi e incapaci di decidere; altri ancora
confessano perché presi dal panico.
In tutti questi casi la ritrattazione non è altro che una resa di coscienza, tardiva, delle
conseguenze delle proprie azioni.
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CAPITOLO 1: STRESSOR E TRAUMA