Isocrate e i suoi scritti
Sotto il nome di Isocrate sono giunte sino a noi ventuno orazioni, di cui sei risalgono
al periodo trascorso esercitando la professione di logografo: Contro Eutino (del 403 o
402 a.C., che probabilmente trovò come autore dell’orazione avversaria nientemeno
che Lisia), Contro Callimaco, Contro Lochite, La biga (scritte fra il 402 e il 395 a.C.),
infine il Trapezitico e l’Eginetico (di datazione incerta, ma sempre di carattere
giudiziario); tali orazioni sono importanti, fra l’altro, per ricostruire alcuni dei quadri
storici o sociali più complessi dell’Atene a cavallo fra V e IV secolo a.C.
Nel corpus isocrateo sono inoltre comprese quattro esercitazioni retoriche alla maniera
di Gorgia (Elena, Busiride, Contro i sofisti, Antidosi), cioè tese a una pura
esemplificazione delle potenzialità insite nell’impiego dei mezzi retorici; di particolare
rilievo l’orazione Contro i sofisti, che gli studiosi tendono a considerare un autentico
manifesto della scuola fondata da Isocrate nel 388 a.C.: contro il relativismo e il
convenzionalismo etico che, secondo la più fortunata linea della sofistica, costituiva il
fondamento della pratica retorica, Isocrate sostiene che l’oratoria possa rappresentare
una sorta di summa dell’educazione tradizionale greca, ponendosi come valida
alternativa alla stessa filosofia.
Ma la fama di Isocrate è legata soprattutto alle undici orazioni di carattere politico, e
affidate a una comunicazione che certo non fu orale, bensì scritta: esse erano
destinate cioè a circolare in forma ‘pamphlettistica’, e a prendere posizione in questo
modo nel dibattito che impegnò gli intellettuali attici, dopo la crisi del 404-403 a.C.
(sconfitta nella guerra contro Sparta e restaurazione democratica dopo il golpe
oligarchico dei Trenta Tiranni), sulle sorti di Atene e della Grecia intera.
Egli svolgeva, sia pure dei termini indiretti di una esortazione programmatica, i grandi
temi della politica del tempo. In campo costituzionale fu un sostenitore della
democrazia moderata, nella quale il radicalismo del potere popolare fosse temperato
dal riconoscimento dei diritti della parte oligarchica.
Convinto sostenitore dell’unità panellenica contro un nemico che a lungo Isocrate
individuò – secondo tradizione – nel Barbaro persiano, l’oratore, con il Panegirico del
380 a.C., invitò Atene ad assumere nuovamente il ruolo imperialistico che le era stato
proprio durante il periodo pericleo della Lega Delio-Attica (rifondata, ma con scarsa
fortuna, nel 386 a.C.); l’idea di ‘democrazia’ ateniese che emerge da questo e dagli
altri scritti isocratei rimanda alla tradizione moderata che fu della classe dirigente prepericlea (Milziade, Temistocle, Cimone, e in parte lo stesso Pericle, che per analoghe
ragioni riscosse la simpatia del filo-oligarchico Tucidite).
Si trattava evidentemente di una concezione anacronistica, che inizia a scricchiolare
durante il periodo della cosiddetta egemonia di Tebe. Sicché non stupisce che
l’oratore, sempre alla ricerca di un possibile Stato-guida per la nazione ellenica, abbia
progressivamente spostato il suo interesse verso tiranni moderati o signori locali.
Notevole sarà, però, la dimensione moralistica della sua opera, in cui il giudizio
politico ed obiettivo sull’azione di un personaggio e subordinato alla valutazione del
suo operato etico (Teopompo), e l’esortazione del passato, con una marcata
propensione all’individualismo di tipo biografico.