caricato da Isabella Tokos

APOLOGIA DI SOCRATE - Isabella Tokos 3A

Scrivi un commento sulla frase di Socrate:
“Ma è già l’ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi di noi però vada verso il meglio,
è cosa oscura a tutti, meno che al dio.”
Socrate fu un filosofo ateniese nato tra il 470 e il 469 a.C. da madre ostetrica e padre
scultore. Per l’intera sua vita si dedicò interamente alla filosofia, motivo per il quale nel 399
a.C. fu accusato e condannato a morte: egli sosteneva che la vera saggezza risiedesse nel
sapere di non sapere e passava parte del suo tempo a convincere e a dimostrare agli Ateniesi
(non consapevoli di non sapere) la loro ignoranza; questi atti furono interpretati
principalmente come corruzione giovanile e ὓβρις e lo portarono al processo, durante il quale
a Socrate fu concesso di difendersi; egli, però, peggiorando la sua situazione tramite quelli
che si possono definire ‘insolenti affronti’, ottenne la condanna a morte.
Socrate prima di morire chiede lo stesso trattamento riservato per lui anche per i suoi figli,
se non sulla retta via; ed è in questa circostanza, della fine della sua vita, che egli pronuncia la
celebre frase ‘Ma è già l’ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi di noi però vada
verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che al dio.’ con cui conclude il suo discorso.
Prima o poi tutti dovremo abbandonare questo mondo, un giorno, lasciandoci alle spalle
ogni cosa; ma il quando di questo momento nessuno di noi lo conosce prima di incrociare la
propria strada con quella della morte. E Socrate sa di dover morire e sa anche quando, perché
è costretto a morire; come tutti ha vissuto, come tutti ha conosciuto gioie, dolori, paure; sa
cosa deve abbandonare, ma non a cosa va incontro: dalla sua affermazione sembra non temere
la morte, sembra considerarla quasi come una azione abituale tanto quanto lo era il parlare, il
mangiare, il bere… pur non sapendo ciò che lo aspetta, pur non avendo alcuna certezza
dell’avvenire. Potrebbe finire in un vuoto, in un sonno profondo senza sogni, o magari nel suo
peggiore incubo; in un luogo dove le sue idee vengono prese in considerazione e ha la libertà
e la possibilità di esprimerle o in uno in cui è censurato; o chissà, forse dovrà in qualche modo
espiare le colpe commesse… Paradossalmente però anche la vita si comporta allo stesso modo
della morte, non garantisce mai a nessuno la sicurezza dell’immutabile: ti può accarezzare una
volta, ti può proteggere, e l’attimo successivo invece impossessarsi di tutto quel che è a te più
caro.
Alla fine, chi può dire con certezza che la morte non è vita e la vita non è morte? Alla fine,
che cos’è la morte se non una vita, magari diversa, in altri luoghi; come se si partisse per un
viaggio in posti lontani, dove non si conosce la lingua, la gente, le abitudini… e da dove non
si riesce più a tornare? Che cos’è la vita? Perché si vive e che cosa si vive? Non è forse un
morire continuo, con ogni giorno che passa? Vita e morte, due altri nomi per il tempo: l’unica
ignota certa; in possesso di tutti noi ma carente a tutti noi, che lungo tutto il percorso di quello
che chiamiamo vita cerchiamo di controllare. Ciò che sappiamo è di vivere, ma è questo il
nostro reale stato? Si vive nella vita o si vive nella morte?
FONTI: proprie riflessioni.
Roma, 06/12/2019
Isabella Tokos, 3A