Felice Marra
Cinquestelle
Ognuno di noi può avere una stella,
basta guardarla.
Quella notte di Settembre arrivò un temporale con i fulmini che venivano scagliati come frecce
dalle nuvole e colpivano la collina. I lampi accendevano l’intimità della notte oscura. I tuoni sempre
più forti irrompevano nel silenzio. Il leggero suono delle foglie degli alberi scossi dal vento
annunciava l’arrivo della pioggia e l’aria fresca segnava la fine della torrida estate.
Il maresciallo Caruso, del comando locale dei carabinieri, si alzò dal letto per aprire le finestre. Il
vento fresco fece sventolare le lunghe tende bianche e raggiunse ogni angolo della camera, tanto
che la moglie, che dormiva supina, fece un gemito di piacere e cambiò posizione nel letto.
Con il vento entrò anche la pioggia e il maresciallo, dopo aver assaporato quella frescura, dovette
chiudere le finestre. Raggiunse il letto e chiuse gli occhi. Poco dopo si udì una musica oltre il
rumore della pioggia battente. Era una canzone rock dal ritmo sostenuto.
Il maresciallo conosceva quella canzone, l’aveva sentita già diverse volte quell’estate, ma non
sapeva chi fosse il cantante di quelle parole straniere. Riaprì gli occhi. La sveglia sul comodino
segnava le due di notte. La musica continuava e il pezzo rock gli aveva ormai fatto perdere il sonno.
Si rialzò dal letto e si affacciò alla finestra.
“Oh…Cinquestelle, per favore, abbassa il volume che non riesco a dormire!”
Cinquestelle era lì, seduto sugli scalini davanti al portone di ingresso della casa, come ogni notte,
con la radiolina accesa e un ombrello rosso. Indossava la solita giacca malconcia e i pantaloni
sporchi di urina e aveva con sé una busta di plastica che conteneva un pezzo di pane. I capelli folti e
spettinati, il viso magro con la barba incolta e la bocca ormai sdentata, erano perfettamente integrati
con l’abbigliamento, conferendo alla figura un aspetto di gentile trascuratezza e tenerezza.
Il nome di Cinquestelle glielo diedero quando Faustino, che era il suo vero nome, iniziò a dire a tutti
che voleva costruirsi un’astronave per andare sulle stelle, perchè questo mondo non gli piaceva.
Diceva che voleva vivere su una stella piena di luce, anzi, ne voleva cinque di stelle e si era anche
comprato una carta planetaria per individuarle. La gente che incontrava per strada spesso lo
prendeva in giro:
“Dove vuoi andare, Faustino? “
“Sulle mie cinque stelle,” rispondeva.
“E che ci fai sulle tue stelle?”
“Vi guardo dall’alto, lì dal cielo”.
“E vai…Cinquestelle!”
Un giorno lo trovarono all’aeroporto. Era riuscito ad arrivare sulla pista e si era seduto davanti al
muso di un grosso aeroplano. Quando arrivarono gli addetti alla sicurezza per portarlo via aveva
chiesto a uno di loro se poteva andare sulle stelle con l’aereo.
“Cinquestelle, allora! Vai a casa, dài!” continuò il maresciallo Caruso, che apriva e chiudeva la
finestra per non farsi prendere dalla pioggia. Cinquestelle si alzò dagli scalini, prese la sua radiolina
e iniziò a camminare sulla strada allagata. Passava dentro le pozzanghere e osservava le larghe
foglie marroni che scivolavano via nell’acqua che scorreva. Arrivò alla fontana circolare della
piazza grande, dove gli zampilli si mischiavano con la pioggia battente. Cinquestelle prese dalla
busta il pezzo di pane, lo sbriciolò e iniziò a dare da mangiare ai pesciolini rossi. Come ogni notte,
da dieci anni, dava un pezzo di pane ai pesci rossi della fontana. Ogni tanto ne vedeva uno morto
che galleggiava nello specchio d’acqua. Cinquestelle lo raccoglieva e scavava una fossetta nel
giardino intorno alla fontana, per una degna sepoltura. Poi piangeva e se ne stava seduto lì fino
all’alba.
L’alba era il segnale che doveva rientrare a casa. Di giorno non usciva più da tempo. L’ultima volta
fu nell’agosto del 1980 quando lo portarono via perché si era fatto il bagno nella vasca della
fontana, nudo davanti ai turisti. Lo portarono in questura, ma capirono subito che era malato di
mente e lo rilasciarono.
Quella notte, Cinquestelle vide un’ombra in lontananza. Guardò meglio e vide una donna seduta su
una panchina. Aveva i capelli lunghi e neri, tutti inzuppati di acqua, ma non si muoveva, stava lì a
guardare un punto fisso con due grandi occhi blu. Cinquestelle si avvicinò con la radiolina che
emetteva un altro pezzo rock e si sedette di lato alla donna riparandola con il suo ombrello rosso.
“Piove eh?.....Piove forte, forte, forte ma…… io….io non ho paura della pioggia,” disse Cinque
stelle, sorridendo alla donna.
La donna si girò e lo guardò fisso per un attimo senza rispondere, poi gli disse:
“Voglio ballare, balli con me?”
“No, no! Io sento la musica con la radiolina, non ballo, dò da mangiare ai pesci lì nella fontana,
guarda…guarda…ho il pane, ne vuoi un po’?”
“Sì, grazie.”
Cinquestelle le porse un pezzettino di pane bagnato e la donna lo mangiò sorridendo.
“E’ buono il tuo pane, buonissimo!”
“Lo so, i miei pesci sono contenti. Non mi prendono in giro, loro mi vogliono bene.”
“Vieni qui, dài, balla con me!” disse ancora la donna, tirandolo su e mettendogli le braccia intorno
al collo. La radiolina trasmetteva un altro pezzo rock. Iniziarono a ballare lentamente sotto la
pioggia. La donna abbracciò Cinquestelle, gli toccò con le mani i capelli, poi gli fece una carezza
sul viso e su quella barba incolta.
“Sei un bel giovanotto, non hai la fidanzata?”
“No, no! Io…io…..non ho mai avuto una fidanzata”.
La musica continuava e loro ballavano lentamente. La donna teneva il ritmo e Cinquestelle era con i
piedi piantati e muoveva solo leggermente il busto. Poi, improvvisamente, la donna si rattristò e non
ballò più. Prese per mano Cinquestelle e lo portò davanti a una bella casa elegante, che si trovava di
fronte alla piazza.
“Guarda, lì abito io. Ti piace la mia casa?”
“Sì, sì! E’ una bella casa”.
“Ero contenta, sai, avevo le mie amiche, andavo a scuola, poi è venuto il buio……la tristezza.”
La donna abbassò gli occhi, diventò rossa in viso e si mise le mani sulla testa.
“E poi sono andati tutti via…..perchè sono andati via? E’ tutto triste! Io volevo stare qui…...ma
dicevano che ero malata….. sono malata, la tristezza!”
La donna si avvicinò alla casa e si mise a suonare il campanello dorato, con forza e in
continuazione. Poi, quando sentì una voce, si mise a urlare disperata: “Riccardo. Sono io. Aprimi,
sono Paola, sono tornata! Aprimi, Riccardo. Aprimi!” Cominciò a battere i pugni sul campanello,
poi si accasciò a terra e iniziò a tremare, urlare sempre più forte e battere i pugni sulla strada
bagnata. Cinquestelle si avvicinò alla donna e cercò di sollevarla da terra. La prese con forza e la
rimise in piedi.
“Il mio Riccardo mi ha lasciata, per un'altra donna! Dovevo essere io! Ma ero malata! Mi è venuta
la tristezza……e lui è andato via…..via da me! ”
Cinquestelle prese la donna per mano e la portò con sé .
Quando arrivarono al mare aveva già smesso di piovere. Poco dopo spuntarono le prime stelle nel
buio della notte.
“Guarda lì in alto. Quelle sono le mie stelle,” disse Cinquestelle.
“Sono veramente tue?” rispose la donna.
“Sì, sì! Quelle sono le mie cinque stelle, ma ognuno di noi può avere una stella, basta guardarla”.
“Quella! Io voglio quella stella lassù”.
“Sì, sì! Quella è la tua stella”.
“Bella…la mia stella! Stanotte sarai il mio cavaliere. Io sono la principessa triste rinchiusa nel
castello grigio e voglio scappare con il mio cavaliere delle stelle”.
La donna si avvicinò e gli diede un bacio sulle labbra. Cinquestelle sorrise e porse di nuovo le sue
labbra per ricevere un altro bacio. La donna continuò e lo baciò ancora sulle labbra e sul viso, poi lo
accarezzò e lo abbracciò. Erano i primi baci che Cinquestelle riceveva da una donna.
Quarantacinque anni di attesa e finalmente anche per lui era arrivato il tempo del primo bacio.
“Guarda, fai così, ti avvicini e dai un bacio a me, così…” diceva la donna.
“Sì, sì!”
Cinquestelle sentì battere il suo cuore. I brividi sulla pelle. Un piacevole calore aveva invaso il suo
esile corpo. Per la prima volta provò quelle sensazioni a lui sconosciute e sorrideva, sorrideva,
sorrideva con la bocca sdentata.
Un altro bacio. E un altro bacio ancora. Una carezza, un abbraccio.
Rimasero lì vicini tutta la notte, con la musica della radiolina, il rumore delle onde del mare e il
cielo stellato. Venne l’alba e la donna dormiva. Cinquestelle le accarezzava i lunghi capelli. Quando
la donna riaprì i grandi occhi blu, Cinquestelle le fece vedere tutte le conchiglie che aveva raccolto
per lei sulla spiaggia.
“Quando costruirò la mia astronave ti porterò via con me,” le disse Cinquestelle.
“Si, portami via. Si, mio cavaliere!” rispose la donna.
“Prenderemo solo le margherite del prato, i pesci rossi della fontana e queste conchiglie.
Prenderemo solo queste cose da qui”.
“Si, solo queste…”
“E la mia radiolina.”
“Si…..ma anche l’arcobaleno. A me piace l’arcobaleno colorato, e una colomba, una colomba
bianca” disse la donna.
Si baciarono ancora, alla luce del sole. Si tennero per mano. Si guardarono negli occhi e sorrisero,
insieme, ancora una volta.
Poco dopo arrivò un ambulanza. Si avvicinarono due infermieri e portarono via la donna.
Cinquestelle rimase lì immobile a guardare la donna che andava via. Poi riprese la sua radiolina e
tornò a casa.
Passarono venti anni e Cinquestelle non rivide più quella donna. Ogni notte andava nella piazzetta
della fontana, ma la donna non c’era. Ritornava di notte sulla spiaggia per cercare nel cielo la stella
che la donna aveva scelto. La vedeva, brillava ancora. “Quella è la stella della donna”, pensava.
Allora stava lì a guardare per ore quella stella, solo quella stella, e pensava ai baci della donna. A
volte, ballava da solo vicino alla sua radiolina, e sorrideva baciando nel vuoto la donna che
sognava. Così sentiva battere il suo cuore. Ancora i brividi. Il calore.
Quando morì l’anziana madre, Cinquestelle restò da solo e i suoi fratelli decisero di ricoverarlo in
una residenza sanitaria per malati di mente. Aveva sessantacinque anni quando entrò per la prima
volta in quella struttura. Lo abituarono a uscire di giorno. Ma Cinquestelle fuggì di notte quattordici
volte da quella residenza e ogni volta che fuggiva lo trovavano sempre nella fontana vicino ai suoi
pesci rossi. Mangiava sempre di meno e diceva che voleva andare via.
Poi un giorno di primavera, il prato della residenza fiorì di tantissime piccole margherite, ancora
bagnate dalla rugiada. Davanti a quel prato scintillante, c’era una donna seduta su una panchina.
Aveva i capelli bianchi e le rughe sul viso, e guardava un punto fisso con due grandi occhi blu.
Cinquestelle sentì battere forte il suo cuore. Così forte che gli mancò per un attimo il respiro.
Passò vicino a lei diverse volte, la guardò, poi si sedette accanto a lei sulla panchina.
Nel cielo spuntò un arcobaleno colorato. Una colomba, una colomba bianca in volo, si posò a terra,
davanti alla panchina cercando qualcosa da mangiare. Cinquestelle accese la radiolina e rimase lì
accanto a lei. Un pezzo rock, dal ritmo sostenuto.
Lei si girò e gli disse:
“Bentornato mio cavaliere.”
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