II. Istituzioni e organizzazioni
1. Istituzioni
Le definizioni di “istituzione“ sono numerose e spesso divergenti (Panebianco 2009, p.
102). Quelle più accettate privilegiano generalmente la dimensione
normativa, e
considerano l’istituzione come
“un complesso, formalmente definito, di norme e consuetudini, ispirato esplicitamente a valori, che, in
un’area di esperienza di particolare interesse societario, regola i rapporti tra i soggetti coinvolti in tale
esperienza." (Gilli 2000, p. 38).
L’espressione “area di esperienza di particolare interesse societario” indica che non
qualunque comportamento è oggetto di regolazione istituzionale: la società interviene
nei campi che sono considerati così importanti da non poter essere abbandonati al
libero arbitrio degli interessati. In questo senso sono istituzioni la proprietà, il
mercato, il matrimonio.
Oltre che dalla dimensione normativa un’istituzione è però definita anche dalla
dimensione cognitiva:1 comprende dunque regole che dettano comportamenti, ma
anche categorie mentali che ci fanno vedere le relazioni sociali in un certo modo. Nel
caso del matrimonio le regole diranno come devono comportarsi i coniugi, e chiunque
con loro entri in rapporto (che non dovrà, ad esempio, “desiderare la donna d’altri”). La
componente cognitiva è quella per cui, senza bisogno di un’esplicita norma in
proposito, intendiamo per “matrimonio” una relazione tra persone di sesso diverso; se
arriviamo a concepire il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e se il diritto arriva
ad ammetterlo, questo vuol dire che l’istituzione è cambiata, in maniera graduale o
attraverso crisi dirompenti.2
Istituzioni che funzionano efficacemente garantiscono quindi nelle relazioni sociali
una elevata prevedibilità. Secondo alcuni è proprio questa la loro funzione principale:
“Le istituzioni riducono il tasso di incertezza creando delle regolarità nella vita di tutti i giorni. Sono
una guida per i rapporti sociali e quando vogliamo salutare degli amici per strada, guidare
un’automobile, mangiare un’arancia, chiedere un prestito, seppellire i nostri morti, fare un affare o
qualsiasi altra cosa sappiamo come comportarci (o possiamo impararlo facilmente).” (North 1994, p. 24)
Anche l’economista premio Nobel citato fa riferimento esclusivo alla dimensione
normativa; ma è facile capire che la funzione di riduzione dell’incertezza dipende
anche dalla dimensione cognitiva. Le nozioni di “amico”, “prestito”, “affare” sono
costruzioni sociali (cfr. cap. VIII) su cui non dobbiamo riflettere ogni volta. Notiamo
poi che in questo passo North mette insieme comportamenti con elevate implicazioni
valoriali e comportamenti nella cui regolazione prevalgono considerazioni di
opportunità e convenienza, tanto che si preferisce usare per esse termini diversi, come
“convenzione”. Accanto alle convenzioni ci sono le routines: quel che si fa “senza
Sull’aspetto cognitivo torneremo più dettagliatamente nel cap. VIII.
In maniera ancora più articolata, altri autori distinguono nell’istituzione le regole regolative (quella che abbiamo
chiamato dimensione normativa) che comportano sanzioni e incentivi; le regole normative, a carattere sociale, che
definiscono ciò che è appropriato fare in certe situazioni, e comportano obblighi sociali e non giuridici; le regole
costitutive (quello che abbiamo chiamato dimensione cognitiva) che definiscono il modo in cui gli attori “conoscono” il
mondo (Barbera e Negri 2008, cap. II; Scott 1995, cap. 3.). Preferiamo attenerci alla distinzione normativo/cognitivo,
perché la distinzione tra il secondo e il terzo tipo di regole, ma anche tra il primo e il secondo è praticamente difficile
da tracciare.
1
2
1
pensarci”, i comportamenti in cui l’istituzionalizzazione è andata così avanti da
renderli semi-automatici. (Panebianco 2009, pp. 73, 98)
Le istituzioni influiscono quindi potentemente sul comportamento degli attori,
quando addirittura non lo determinano. Gli attori in questione, abbiamo concordato
nel capitolo precedente, sono sia individuali sia collettivi. Le istituzioni influiscono
quindi sul comportamento delle persone, ma anche dei gruppi sociali, ma anche delle
organizzazioni. Come si configura il rapporto tra istituzioni e organizzazioni?
2. Istituzioni e organizzazioni
Nel linguaggio corrente (ma anche in quello degli scienziati sociali) i termini
“istituzione” e “organizzazione” vengono spesso usati e scambiati con una certa
disinvoltura. C’è probabilmente un accordo diffuso sul fatto che complessi di norme
come quelli appena citati (matrimonio, proprietà, mercato) sono istituzioni; ma il
comune, il parlamento, le forze dell’ordine, vengono spesso chiamati “istituzioni”, e non
ci sembra strana l’affermazione secondo cui la famiglia è un’istituzione fondamentale,
o l’impresa è l’istituzione centrale delle società capitalistiche.
Orientarsi non è facile, tanto più che economisti e sociologi, “istituzionalisti” e “neoistituzionalisti” hanno in proposito posizioni diverse. Semplificando un po’, possiamo
dire che le due posizioni fondamentali sono quella che distingue nettamente tra
istituzioni e organizzazioni e quella che invece ritiene che certe organizzazioni siano (o
diventino) istituzioni.
La prima posizione è stata espressa con particolare chiarezza da North (1994),
utilizzando la metafora del gioco: le istituzioni sono le regole del gioco, le
organizzazioni sono i giocatori. Le istituzioni condizionano il comportamento delle
organizzazioni mediante incentivi e sanzioni, ma le organizzazioni retroagiscono sulle
istituzioni, e sono un potente fattore di cambiamento istituzionale. I mercanti
medioevali di Venezia o di Lubecca svilupparono i loro commerci oltremare in
presenza di incentivi istituzionali (la ricchezza comportava riconoscimento sociale e
potere politico) ma anche di vincoli istituzionali (certe operazioni finanziarie non
potevano farle i cristiani). Ma l’aumento di opportunità per questo tipo di commercio, e
le esigenze che l’accompagnavano, fecero di queste imprese un motore di cambiamento
istituzionale, con la creazione di nuove istituzioni capitalistiche: assicurazioni,
cambiale, mercati non vincolati dall’arbitrio dei signori.
Anche i cosiddetti neo-istituzionalisti distinguono tra istituzioni e organizzazioni.
Come vedremo meglio nel capitolo sul cambiamento organizzativo, secondo questi
autori le organizzazioni sono potentemente influenzate dal contesto istituzionale, ed è
solo l’analisi di questo che permette di comprendere struttura e comportamento delle
organizzazioni: ma la linea divisoria tra organizzazione e contesto istituzionale
rimane. C’è quindi una forte sottolineatura delle determinanti societarie del
comportamento organizzativo:
"oggetto primario di attenzione diventano le cornici istituzionali in cui operano le organizzazioni,
mentre i comportamenti, le vicende e le strategie di queste ultime vengono esaminate come imputabili
in larga parte ai condizionamenti esercitati da quelle cornici." (Bonazzi, 2000, p. 7)
2
I ricercatori collocabili in questo filone, però, hanno una visione meno pessimistica e
meno deterministica di quella dei “vecchi” istituzionalisti del rapporto tra
organizzazione e influenze ambientali: l'organizzazione, pur dipendendo in maniera
decisiva dalle risorse che l'ambiente (la società) può fornirle o negarle sulla base del
suo conformismo, è capace di risposte strategiche differenziate, e diverse
organizzazioni gestiscono il rapporto in maniera significativamente diversa. In questa
prospettiva, che si è rivelata assai feconda, una parte essenziale delle caratteristiche
delle organizzazioni (struttura, distribuzione del potere ecc.) possono essere spiegate
come risposta adattiva alle pressioni istituzionali provenienti dall'ambiente : questo
vale soprattutto per la loro evoluzione, e ce ne occuperemo quindi nel capitolo dedicato
al cambiamento organizzativo.
I neo-istituzionalisti hanno poi introdotto un’importante novità, espressa dai concetti
di popolazione organizzativa e di campo organizzativo. Come vedremo più
dettagliatamente nel capitolo sull’analisi diacronica delle organizzazioni, le istituzioni
influiscono sulla struttura e sul comportamento non solo della singola organizzazione,
ma su quelli di insiemi di organizzazioni aventi caratteristiche comuni significative.
La linea divisoria tra istituzioni e organizzazioni si dissolve per gli istituzionalisti
classici, che arrivano a sostenere che ogni organizzazione ha aspetti in comune con
l’istituzione; e che i processi di istituzionalizzazione possono trasformarla in
istituzione tout court (Ferrante e Zan 2003, pp. 81 sgg.).
Come abbiamo visto, si parla spesso di "istituzioni" a proposito di organizzazioni
pubbliche come il governo o il parlamento; ma si dice anche che l'impresa è
un'istituzione centrale nella società capitalistica. In questa accezione l’istituzione è
“un gruppo organizzato, un’organizzazione, un’associazione che svolge funzioni socialmente rilevanti ed
è valutata positivamente da vari settori della società, i quali gli forniscono legittimazione ideologica,
sostegno politico e risorse economiche.” (Gallino 1993, p. 387)
Ci sono quindi organizzazioni che sono, per così dire costitutivamente, istituzioni.
L’istituzionalizzazione è invece il processo per cui un’organizzazione perde
progressivamente certe caratteristiche originarie – a partire da quella di apparato
volto al perseguimento di uno scopo – per trasformarsi in istituzione. Nelle versioni
più radicali questo è un processo inevitabile: ogni organizzazione col passare del
tempo perde di vista gli scopi originari, diventa un valore in sé, assume come obiettivo
fondamentale quello della propria sopravvivenza (Selznick 1974).
Il processo in questione è riconducibile a fattori esterni e fattori interni. La
dimensione esterna dell'organizzazione-istituzione (Ferrante e Zan 2003, pp. 82 sgg.)
riguarda i suoi rapporti con l'ambiente: l'organizzazione serve alla società, che la
sostiene e la legittima tanto più quanto più essa si adegua alle richieste che l'ambiente
le rivolge.
Si può parlare invece di dimensione interna con riferimento alla tendenza, presente
in ogni organizzazione, a perdere il carattere strumentale rispetto agli scopi originari
per diventare un valore in sé. Michels (1966), come risultato di un'analisi che ebbe
come oggetto originario il movimento operaio tedesco, propose una "legge ferrea
dell'oligarchia": la tendenza - considerata inevitabile e inarrestabile - di ogni
organizzazione a produrre in un certo numero dei suoi membri l’interesse alla
conservazione dell'organizzazione stessa, indipendentemente dai fini originari e
dichiarati. Selznick (1976), ugualmente pessimista, descriveva lo stesso processo come
3
"spostamento dei fini", nel quale il fine della sopravvivenza sostituisce il fine
originario.
Il sindacato, per fare un esempio, è istituzione (o meglio, organizzazione fortemente
istituzionalizzata) quando la società gli fornisce risorse che gli permettono comunque
di sopravvivere, anche in presenza di un rapporto debole o allentato con i lavoratori i
cui interessi rappresenta, perché le funzioni che svolge vengono considerate
indispensabili; e quando il suo funzionamento ha prodotto un ceto di funzionari e di
dirigenti le cui possibilità di reddito, prestigio, potere, dipendono dall'esistenza
dell'organizzazione.
Un secondo esempio può essere quello dell'impresa - organizzazione per definizione
strumentale – che diventa istituzione quando la società le fornisce risorse per
sopravvivere, anche in assenza di profitti o addirittura in presenza di perdite
continuate, perché la sua permanenza è considerata irrinunciabile (in quanto
"campione nazionale", in quanto fonte di occupazione); e quando la sua esistenza ha
prodotto un gruppo dirigente o tecnico che, dato che difficilmente potrebbe operare
altrove con gli stessi compensi, funziona come "barriera all'uscita" dal mercato per
imprese che non fanno più profitti (Caves e Porter 1986, pp. 138 sgg.)
In definitiva possiamo assumere che, anche se non si arriva a ritenere che
istituzione e organizzazione si identifichino, il rapporto
tra istituzioni e
organizzazioni è strettissimo: anche perché in moltissimi casi le istituzioni esercitano
la loro efficacia attraverso organizzazioni. I cambiamenti istituzionali prodotti a
partire dal Medio Evo dalle esigenze e dal funzionamento delle imprese commerciali
hanno avuto effetto perché messi in atto da nuove organizzazioni come le banche e le
società di assicurazione. In qualche caso possiamo addirittura pensare che certe
organizzazioni (ad esempio la scuola, la polizia, la magistratura) abbiano come scopo
primario quello dell’enforcement, della messa in pratica dei complessi di norme noti
come istituzioni: non è casuale che proprio queste organizzazioni vengano
normalmente chiamate istituzioni.
Questo rapporto tra istituzioni e organizzazioni può essere meglio compreso alla
luce di quanto abbiamo detto nel capitolo precedente sull’organizzazione come snodo
tra macro (la società) e micro (l’attore). Le istituzioni indirizzano spesso il
comportamento delle persone non direttamente, ma attraverso organizzazioni: è la
scuola, ad esempio, che trasmettendo valori e modelli di comportamento ottiene che
chi la frequenta si conformi al modello istituzionale di “ buon cittadino” e “onesto
lavoratore”. D’altro canto, essere buon cittadino e onesto lavoratore significa
comportarsi in un certo modo nelle organizzazioni, e verso le organizzazioni: se si
lavora male in fabbrica e se si scredita la scuola si mette in crisi il contesto
istituzionale.
3. Istituzioni come “ordinamenti legittimi”. Le implicazioni organizzative.
Nelle scienze sociali è ricorrente, anche se con modalità assai diverse,
un’interpretazione che vede la società suddivisa in sfere separate di attività, con
proprie regole istituzionali, logiche di funzionamento, organizzazioni caratteristiche.
A questa interpretazione si possono ricondurre due classici che abbiamo incontrato nel
capitolo precedente:
Polanyi (scambio, redistribuzione, reciprocità) e Parsons
(sottosistemi del sistema sociale, prerequisiti funzionali). Ma troviamo la stessa logica
nei filoni di ricerca che utilizzano concetti come “area riconosciuta di vita
4
istituzionale” (Powell e DiMaggio 2000), o ritengono che i sistemi economici possano
essere regolati sulla base di criteri e principi assai diversi: stato, mercato,
associazione, organizzazione (Schmitter e Streeck 1985, Crouch et al. 2004). Ulteriori
suddivisioni a fondamento istituzionale si possono trovare nella stessa macroarea, in
particolare quella economica: si parla ad esempio di diversi “mondi di produzione”
caratterizzati da complessi di convenzioni centrate su un certo prodotto (Salais e
Storper 1994), o di “ordinamenti industriali” diversi, rintracciabili nell’industria di uno
stesso paese Herrigel (1996).
Le conseguenze che si traggono dalla constatazione dell’esistenza di sfere separate
con razionalità irriducibili sono diverse. Polanyi insiste sull’incompatibilità tra i tre
principi di allocazione delle risorse (reciprocità, redistribuzione, scambio), e sui
risultati distruttivi dell’affermarsi esclusivo di uno di questi, il mercato. Una
(re)integrazione dei tre principi di regolazione è peraltro auspicabile e possibile:
l’economia è stata un tempo embedded, integrata nella società, la società si è difesa
dalle conseguenze distruttive della separazione/affermazione del mercato. Per Parsons
invece è l’armonica coesistenza e interazione tra sfere d’azione e logiche separate e
specializzate che fa funzionare efficacemente il sistema sociale.
In questo come in altri campi, idee fondative per l’analisi sociologica ci arrivano da
Weber. Si tratta in questo caso di un concetto ancora fecondo, oltre che compatibile
e combinabile con più recenti approcci istituzionali: quello di “ordinamento legittimo”.
Scrive Weber:
“L’agire, in particolare l’agire sociale – e in modo ancora più specifico una relazione sociale – può
essere orientato, da parte dei partecipanti, in base alla rappresentazione della sussistenza di un
ordinamento legittimo. La possibilità che ciò accada effettivamente deve essere detta “validità”
dell’ordinamento in questione.”
Una relazione sociale trova senso in un ordinamento quando l’agire è orientato da
“massime” che non fanno riferimento (solo) agli interessi e al costume, ma anche al
valore3: un ordinamento di questo genere è stabile perché legittimo.4
Gli ordinamenti, intesi come complessi di norme ispirate a valori, coincidono con
quelle che abbiamo prima definito “istituzioni”. In un’ottica weberiana le istituzioni
sono “criteri di razionalità in contesti di azione delimitati, in riferimento a valori e
capaci di plasmare i comportamenti.” (Lepsius p. 32) Gli ordinamenti intesi come
istituzioni producono, come risultato della conformità alle “massime” (le norme
d’azione caratteristiche e legittime in un determinato ordinamento), “ esternalità” che
devono essere eventualmente gestite da altri ordinamenti. Per esempio l’impresa
rifiuta interventi dello stato volti a modificare la sua razionalità, che è quella del
perseguimento del profitto; ma quando questa razionalità produce disoccupazione
l’impresa si aspetta che lo stato se ne occupi.
Lepsius la differenziazione tra ordinamenti è
fondamentalmente positiva, perché contribuisce alla loro efficacia: va quindi
incoraggiata da una politica che miri alla modernizzazione così intesa, anche se
comporta tensioni che vanno gestite. Il processo inverso, la de-differenziazione, si è
accompagnato in Germania all’affermarsi di regimi autoritari come il Terzo Reich e
Nell’interpretazione
3
4
di
Per una definizione di “valore” cfr. cap. VIII
Il concetto di legittimità verrà ripreso nel cap. VII sul potere.
5
come la Repubblica Democratica Tedesca. La “unità di politica economica e politica
sociale” – una formulazione dei documenti congressuali della SED (il partito
comunista tedesco-orientale) che ricorda da vicino le formulazioni degli odierni
documenti “strategici” dell’Unione Europea – ha condotto a risultati disastrosi:
“la formula, caratteristica della DDR, dell’”unità di politica economica e sociale” significò la
deistituzionalizzazione della razionalità economica tramite la fusione di criteri di razionalità economica,
politica e politico-sociale in un sistema assistenziale di economia pianificata, separato dal mercato.”
Questa interpretazione apre nuove prospettive sui rapporti tra competitività
economica e coesione sociale intesi come complessi di istituzioni, come “ordinamenti
legittimi”. Si può pensare ad esempio che ogni ordinamento possa o debba disporre di
ruoli e di organizzazioni dedicati alla gestione delle esternalità proprie o altrui; o
addirittura che ci siano ordinamenti e organizzazioni la cui funzione principale
consiste nella gestione delle esternalità generate da altri ordinamenti. Si può pensare
inoltre ad ordinamenti che producono esternalità negative (inquinamento,
disoccupazione) ma anche positive (ad es. la industrial atmosphere del distretto
industriale, di cui parleremo nell’ultimo capitolo). In ogni caso, i confini tra
ordinamenti (aree istituzionali) e il modo in cui questi confini vengono protetti e gestiti
è costitutivo di una società: i rapporti tra Stato e Chiesa, ma anche i rapporti tra
competitività economica e coesione sociale (tra sistema economico e
welfare
organizzato).
La lettura della società in termini di separazione e interazione tra sfere, tra
ordinamenti, risulta più chiara ed efficace se si tematizza esplicitamente la
dimensione organizzativa. La capacità di ogni ordinamento di applicare la sua
razionalità perseguendo i suoi obiettivi è infatti funzione del tipo di organizzazioni di
cui dispone (Lepsius 2006, p. 66).
Ogni sfera (ordinamento, sottosistema sociale) dispone di organizzazioni
caratteristiche: Parsons ha insegnato ai sociologi a classificare secondo questo criterio
le organizzazioni. La presenza di organizzazioni, o insiemi di organizzazioni visibili e
potenti, è un indicatore della presenza e rilevanza di certe aree istituzionali e dei loro
rapporti spesso oggettivamente conflittuali. Nel governo nazionale c’è un ministero
dell’economia e c’è un ministero del lavoro e del welfare; tra le organizzazioni
internazionali c’è un Fondo Monetario Internazionale e c’è una Organizzazione
Internazionale del Lavoro. A volte si ha la netta impressione che certe organizzazioni
per raggiungere i loro scopi debbano rompere un po’ di teste, e che lo facciano con
tanta maggiore tranquillità quanto più altre provvedono a ricucirle. Il ministero
dell’economia si occupa di tenere sotto controllo la spesa pubblica e di investire risorse
nello sviluppo, il ministero del lavoro gestisce gli “ammortizzatori sociali” come la
cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione; il FMI fornisce risorse economiche a
condizione di comportamenti orientati al rigore economico, l’OIL fa il possibile per
proteggere i lavoratori che rischiano di pagare i costi dello sviluppo.
E’ comunque dal funzionamento delle organizzazioni operanti in una certa sfera che
dipende il raggiungimento degli obiettivi che per quella sfera sono istituzionalmente
rilevanti: l’impresa persegue il profitto secondo un certo tipo di razionalità, le
organizzazioni del welfare assistono disoccupati e poveri secondo un altro tipo di
logica. Se si prende alla lettera l’idea che l’efficacia di un ordinamento (di un
complesso istituzionale) dipenda dall’efficacia di organizzazioni specializzate, ne
deriva che obiettivi di natura diversa non possono essere perseguiti congiuntamente;
6
più precisamente, possono eventualmente essere perseguiti contemporaneamente, ma
non dalla stessa organizzazione.
Ma assumere come tipo ideale l’ordinamento legittimo, e pensare la società come
caratterizzata da differenziazione e separatezza tra ordinamenti, è euristicamente
utile anche se non si condivide l’idea che differenziazione e de-differenziazione abbiano
rispettivamente effetti positivi e negativi sul funzionamento efficace degli
ordinamenti. Weber del resto, nello stesso paragrafo in cui definisce l’ordinamento
legittimo, riconosce la possibilità della “compresenza, entro il medesimo ambito di
uomini, di diversi ordinamenti tra loro contraddittori.” E aggiunge che “perfino il
singolo individuo può orientare il suo agire in base a ordinamenti tra loro
contraddittori – e non soltanto in tempi successivi, come avviene quotidianamente, ma
anche con la stessa azione.”
L’individuazione di diversi tipi di razionalità istituzionalizzata è utile anche in
presenza di sistemi sociali, come certe organizzazioni, in cui queste razionalità
coesistono. E’ utile perché questa coesistenza è sempre problematica, e necessita di
complessi meccanismi di regolazione: il che non toglie che, in apparente contrasto con
l’idea di una fisiologica separazione tra sfere istituzionali, la loro coesistenza e il loro
intreccio sembrino a volte funzionare.
Come vedremo meglio più avanti nel capitolo dedicato alle strutture organizzative, la
compresenza di razionalità diverse, di diverse “logiche di azione organizzativa” (Zan
1988), caratterizza infatti normalmente le organizzazioni complesse: in una grande
impresa le logiche di funzionamento del marketing sono diverse da quelle della ricerca
e sviluppo, in qualunque ospedale ci sono tensioni tra direzione sanitaria e direzione
amministrativa, e così via. Nei casi “normali” però le diverse razionalità non sono sullo
stesso piano, ma c’è una gerarchia in cui una di esse (quella caratteristica
dell’ordinamento istituzionale di appartenenza) prevale, mentre le altre hanno una
funzione di servizio: l’orientamento intellettuale e cosmopolita di ricercatori e
progettisti non può (non deve) contrastare la ricerca del profitto, l’attenzione alle
esigenze di bilancio degli amministratori dev’essere funzionale alla capacità di cura
dell’ospedale, e così via. Questo vale non soltanto per il rapporto con l’obiettivo
istituzionale finale caratteristico dell’organizzazione, ma anche per la gerarchia di
obiettivi sottostante: ci sono imprese in cui la progettazione conta più della
fabbricazione, imprese in cui il marketing conta più della progettazione, ecc.
I casi più problematici dal punto di vista teorico sono però quelli in cui
nell’organizzazione sono presenti razionalità diverse (non necessariamente
contrastanti ma diverse) non gerarchizzate ma poste sullo stesso piano. Un esempio
classico è l’Università. Insegnamento e ricerca sono attività certamente – ma non
necessariamente – combinabili, ma altrettanto certamente caratterizzate da obiettivi
ed esigenze diverse. Eppure, proprio la compresenza teorizzata da Humboldt di
Forschung und Lehre ha rappresentato a lungo la caratteristica costitutiva di una
organizzazione di successo.
Esistono poi casi più complessi, e particolarmente interessanti ai fini del nostro
ragionamento, in cui la compresenza riguarda ordinamenti non solo diversi ma
addirittura contrastanti, e sembra contribuire contemporaneamente all’efficace
raggiungimento di fini istituzionali diversi. E’ il caso della fruttuosa compresenza dei
7
principi del mercato e della comunità nel
rivedremo nel capitolo finale.5
“distretto industriale marshalliano”, che
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“Definisco il distretto industriale come un’entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area
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di imprese industriali. Nel distretto, a differenza di quanto accade in altri ambienti (ad es. la città manifatturiera), la
comunità e le imprese tendono, per così dire, ad interpenetrarsi a vicenda.” (2000, pp.58-59).
5
8
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Zan S. (a cura di), Logiche di azione organizzativa
Temi e concetti chiave del capitolo
Istituzioni
dimensione normativa / dimensione cognitiva
Istituzioni e organizzazioni
Istituzioni come regole del gioco
Organizzazioni come motori di cambiamento istituzionale
Organizzazioni e contesto istituzionale
Organizzazioni come istituzioni
Istituzionalizzazione
dimensione esterna:


funzioni socialmente rilevanti
adattamento alle richieste ambientali
dimensione interna:


legge ferrea dell’oligarchia
spostamento dei fini, sopravvivenza come scopo
Istituzioni come ordinamenti legittimi



interazione tra ordinamenti, esternalità
gestione delle interazioni attraverso organizzazioni dedicate
compresenza di ordinamenti diversi nella stessa organizzazione
9
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1 - Scuola di Sviluppo Locale Sebastiano Brusco