Progetto Ancora Matilde
MEDIAZIONE PER GESTIRE MEGLIO I CONFLITTI
IN FAMIGLIA E NELLA SOCIETA’
Lucca 17/02/2003
Sala Ademollo – Palazzo Ducale- Provincia di Lucca
Tavola rotonda: MEDIARE I CONFLITTI DENTRO E FUORI DI NOI
CRISTINA DINI
PSICOLOGA – MEDIATRICE FAMILIARE
“Le conflittualità intergenerazionali: l’importanza di saper dire NO”
Parole chiave: MEDIAZIONE, CONFLITTO, FAMIGLIA, SOCIETA’,
GENERAZIONE, RELAZIONE, CONFINE, SEPARAZIONE, CRESCITA.
Vorrei partire proprio dai titoli del convegno, della tavola rotonda e del mio intervento
per cercare di portare chi mi ascolta ad una riflessione comune sul senso stesso di questa
giornata. Occorre interrogarsi sul perché si fa’ un convegno sulla Mediazione dei conflitti in
Famiglia e nella Società, sulla Mediazione dei conflitti Fuori e Dentro di noi.
Innanzitutto cosa significa conflitto per la Società ovvero il “Fuori” di noi:
1. contesa rimessa alla sorte delle armi, guerra.
2. confronto tra persone o classi sociali i cui interessi si escludono a vicenda e che
pertanto mirano a sostituirsi le une alle altre in posizioni di potere o di vantaggio.
(“Il dizionario della lingua italiana”, G. Devoto e G.C. Oli)
In psicologia si definisce “conflitto psichico”, ovvero il “Dentro” di noi, la situazione in
cui può trovarsi l’Individuo sottoposto alla pressione di bisogni ed esigenze contrapposte.
Dove possiamo collocare la Famiglia? Nucleo essenziale della Società italiana, la
Famiglia ha conosciuto e sta continuando a conoscere, un’evoluzione profonda. Questa
istituzione vive il conflitto sia al suo interno, il Dentro di noi portato dalla crisi esistenziale
dell’individuo, dal cambiamento dei ruoli parentali, dall’emancipazione della donna, dallo
sviluppo post-industriale, sia al suo esterno, il Fuori di noi, in quanto cellula sociale influenzata
dalle risposte e dalle pressioni della società stessa.
Bisognerebbe, ora, confrontarsi su cosa intendiamo per conflitto o su quello che una
situazione conflittuale può “generare”. Come notiamo leggendo le definizioni, il conflitto
sociale può assumere una valenza negativa, di scontro distruttivo; ma possiamo recuperare una
valenza positiva del conflitto, connotandolo come “momento di crisi” che, una volta risolta,
porterà ad una crescita. Non è un caso che si rivolgono a me, per mediare conflitti, i genitori di
figli che hanno un’età compresa tra i 12 ed i 18 anni…L’adolescenza è l’età che esprime il
momento di massima conflittualità e di contestazione sia con l’esterno (genitori, scuola, società)
che con l’interno (accettazione di sé, dei propri cambiamenti). L’adolescente mette in crisi
quello che ha esperito durante l’infanzia e che ha appreso dalla propria famiglia, con
l’acquisizione di regole sociali, di nuove conoscenze emotive e scoperte di vita condivise con i
coetanei. Risolverà questo doloroso, oltre che affascinante, momento di transizione, quando si
creerà un proprio sistema di valori che ne farà un giovane adulto e che lo renderà individuo
autonomo, in grado di decidere attraverso scelte consapevoli.
Cosa vuol dire mediare un conflitto generazionale?
Vuol dire mettere a confronto due o più generazioni, vuol dire rivisitare il processo
biologico del ciclo vitale dell’individuo, vuol dire educare genitori e figli all’ascolto di chi è
differente e sentire la “potenza” di ciò che è stato lasciato in eredità dai nonni e che può essere
migliorato per trasmetterlo ai figli.
Mediare i conflitti intergenerazionali significa ristabilire i confini individuali imparando
a dire di No. Saper dire di no, come sostiene Asha Phillips nel suo libro “i no che aiutano a
crescere”, aiuta a separarsi avendo come obiettivo il riuscire a stare da solo, “…dire no è un
modo di comunicare che siete un essere distinto…”. Credo che sia indispensabile, a tale
proposito, ascoltare la paura che muove la consapevolezza di questa condizione; è possibile
scontrarsi con i propri e gli altrui limiti, sapere che non esistono genitori perfetti o figli ideali, se
non nelle illusioni del Bambino che siamo stati, quando ancora sognavamo Principi Azzurri o
Fatine buone, o temevamo Orchi e Streghe cattive. Invito tutti a leggere o a rileggere una favola
intramontabile per grandi e piccini: “Il Piccolo Principe”, di Antoine de Saint-Exupéry dove
vengono trattati temi come l’amicizia, la vita e la morte, l’amore, la paura e la relazione umana.
La Mediazione può offrire uno spazio in cui imparare a dialogare nel disaccordo, in cui
recuperare le risorse positive di ognuno e del nucleo familiare, può rappresentare una spinta
evolutiva verso la crescita, tollerandone il dolore e la frustrazione che talvolta ne derivano. E’
importante tollerare i momenti di attesa in cui non collezioniamo né successi, né fallimenti, ma
esploriamo il nostro mondo interiore e l’ambiente esterno, imparando a trovare delle soluzioni
ai problemi, imparando a sbagliare e vivere comunque, imparando ad adattarsi agli altri. Sapere
che arrabbiarsi non significa smettere di amare, comporta ribadire ogni volta l’appartenenza e
l’amore incondizionato. Dirsi e dire ai nostri figli che è possibile apprezzare e godere della vita,
nonostante l’angoscia di morte e la paura di rimanere soli, significa scrivere e riscrivere una
favola molto antica che si tramanda da generazioni: la nascita dell’individuo e la storia
dell’umanità.
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INTERVENTO – Lucca 17/02/2003