CENTRO DIOCESANO "FEDE E CULTURA"
ISTITUTO TEOLOGICO DEL SEMINARIO DIOCESANO
ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE *S. FRANCESCO"
UFFICIO PER LA PASTORALE SCOLASTICA
Tra addii e ritorni quale verità è possibile?
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Il 16 aprile e l’otto maggio scorsi, nell’Aula magna del nostro Seminario, si sono tenuti due incontri di
studio, organizzati dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Francesco”, dal Centro diocesano
“Fede e cultura” di recente costituzione, dall’Istituto teologico del Seminario e dall’Ufficio per la
pastorale scolastica. Gli incontri, che hanno visto una nutrita partecipazione, avevano come oggetto il
tema della verità: “Tra addii e ritorni quale verità è possibile?”. Uno degli scopi dell’iniziativa, che
appartiene da molti anni alla tradizione dell’Istituto “S. Francesco”, è quello di creare un momento
qualificato di dialogo tra universi mentali e spirituali diversi. Quello che segue è un breve resoconto
delle relazioni dei due esperti intervenuti.
SECONDO INCONTRO
Di quale verità ha bisogno la teologia?
Prof. Giorgio Sgubbi
Il secondo incontro, svolto mercoledì 8 maggio 2013, ha visto l’intervento del teologo prof. don
Giorgio Sgubbi,
presentato da don Nicola Gardusi. Il professore ordinario di dogmatica e fondamentale della Facoltà
teologica di Lugano è anche docente invitato alla Facoltà teologica di Padova e a quella dell’Emilia
Romagna, dove ha insegnato e l’ho avuto come professore ed ora come amico. Sacerdote della diocesi
di Imola ha compiuto gli studi di filosofia presso l’università di Bologna , di teologia fondamentale alla
Pontificia Università Gregoriana di Roma e di teologia dogmatica alla Università di Thuringen in
Germania. E’ stato professore invitato alla Pontificia Università Lateranense di Roma, all’Università
Cattolica di Milano, all’Università di Bologna, Parma Urbino e all’Università di Munster in
Germania. E’ autore di 8 volumi, questo è l’ultimo: Il pensare sul confine, con prefazione del teologo
Sequeri. Sono in corso le pubblicazioni delle lezioni da lui tenute ai docenti ed agli studenti
dell’Università Bocconi di Milano. Ha pubblicato una trentina di articoli apparsi in riviste specializzate
italiane ed estere. Tra le pubblicazioni più significative ricordiamo una celebre discussione con Dario
Antiseri e con il fideismo, dialoga spesso con la filosofia e con il pensiero laico, contenuta nel volume
Metafisica ed etica della non violenza, il dialogo dibattito con il teologo protestante Eberad Jnughel
che ha dato origine al volume: L’intelligenza del mistero. Ha dato origine anche ad un volume recente:
Il gratuitamente necessario, nel quale si affronta il problema dell’esistenza di Dio nell’orizzonte del
rapporto necessità e gratuità. Si muove soprattutto sul dialogo e sullo studio di una teologia di tipo
fondamentale. Oltre che docente fa anche il prete e predica in molte occasioni. Oggi vogliamo
dialogare su quale verità cerca la teologia, come dal tema proposto: Un cammino teologico nel mondo
d’oggi.
Se la teologia e in modo particolare quella che accadde fra studente ed insegnante è riuscita a creare
un’amicizia possiamo dire che ha raggiunto il suo scopo, specialmente se poi questo accade fra due
preti, qualcuno vorrebbe malignamente insinuare. Scherzi a parte entro subito nella domanda che ci
dovrà ispirare. La domanda che ispira e sostiene il nostro incontro di quale teologia ha bisogno oggi,
potrebbe apparire retorica o una paradossale provocazione. E’ chiaro infatti che a una simile domanda
la risposta non possa essere che scontata: la verità di cui la teologia ha bisogno oggi e sempre è quella
di sempre e cioè Gesù Cristo quale verità ieri, oggi e sempre. A questo punto se le cose fossero così
semplici possiamo rallegrarci di esserci visti, e di avere fatto conoscenza congedandoci subito nella
reciproca gratitudine per essercelo ricordati. Naturalmente senza negare doverosa comprensione a chi
fra i presenti si sentisse vittima di un pesce d’aprile a scoppio ritardato. Questa domanda così
apparentemente scontata costituisce uno dei centri nervosi della teologia stessa. Ci sono due reazioni di
fronte a questa domanda, la prima si esprime nel sospetto che ammettere da parte della teologia un
bisogno di verità equivalga a confessarne l’intrinseca debolezza e povertà, facendo della teologia un
sapere subalterno che mendica la propria consistenza e dignità presso quelle scienze che per
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definizione, in primis la filosofia si occupano della determinazione di che cosa sia la verità. In altre
parole si tende a dimenticare che la teologia non ha bisogno di verità, perché avendo la verità suprema
che è Dio è libera da qualunque tipo di bisogno o indigenza.
Secondo questa prospettiva quindi parlare di bisogno di verità da parte della teologia equivale a
sottometterla ad altri saperi che potendo definire la verità prima di lei e senza di lei, la giudicano la
misurano e la valutano, in breve ne negano il carattere di scienza originale, autonoma o, per usare
un’espressione cara a Romano Guardini scienza regina e sovrana.
La seconda ragione invece, profondamente riflettuta spinge in direzione di un’altra domanda: perché la
teologia non ha mai potuto fare a meno di sottomettersi lei stessa alla categoria di verità? Perché non le
è mai stato sufficiente pronunciare parole come Dio, fede, amore, salvezza, eternità, ecc … per
dichiararsi già compiuta e appagata come scienza della fede? Perché l’agape per fedeltà a se stessa non
solo non può ignorare il logos, ma addirittura lo esige lo rivendica, lo cerca. Perché la teologia non può
dire credo, dunque non penso? Senza avanzare la pretesa di ripercorre l’intera parabola storica del
rapporto agape logos che dovrebbe prendere il campo del finora sempre discusso rapporto fede ragione
mi limito ad una osservazione: la teologia cattolica riflettendo su se stessa, dandosi la propria identità
ha sempre incontrato la filosofia. Questo incontro con la filosofia non è mai stato per la teologia,
almeno in una teologia di orientamento cattolico, sinonimo di umiliazione, schiavitù, insufficienza, ma
è apparso piuttosto come espressione della natura generosa dell’amore che per giungere a colui al quale
si destina, crea prima di tutto la libertà e vi si sottomette. L’esercizio della libertà è sempre legato a
quello della conoscenza ed in ultima analisi a quello della verità. In breve è proprio in forza del
carattere nuziale dell’oggetto che caratterizza la teologia cristiana, cioè l’amore di Dio autocomunicato
che la teologia include un destinatario, l’uomo, realmente capace di accoglienza e dunque capace di
verità, perché come Tommaso, riprendendo una lunga tradizione, ricorda: l’uomo non potrebbe credere,
non potrebbe abbandonarsi amando, se non fosse convinto che a ciò a cui si abbandona è la verità.
In conclusione la teologia ha bisogno della verità? La risposta è senz’altro affermativa, a partire però da
questa premessa: c’è un bisogno che nasce dalla mancanza e non può essere questo il bisogno della
teologia, almeno finché il suo oggetto sarà la pienezza sovrabbondante dell’amore di Dio, ma c’è anche
un bisogno che nasce dalla generosità, che nasce dalla carità ed è il bisogno a cui l’amore di Dio e la
scienza che se ne occupa, la teologia si sottomettono. Il bisogno cioè del libero consenso dell’uomo,
che per essere veramente libero nei confronti dell’amore non può restare relegato all’ipotesi,
all’oscurità, alla confusione ma deve camminare nella luce della verità: nella tua luce vediamo la luce.
Il bisogno di verità che anima la teologia è dunque un bisogno sovrano che nasce dalla natura stessa
dell’amore, la cui prima operazione nel darsi è quella di creare nel destinatario quelle reali e
corrispondenti condizioni di accoglienza.
Abbiamo parlato di amore di Dio: dove vediamo l’amore di Dio? dove incontriamo il Dio che è agape?
La testimonianza del nuovo testamento è molto chiara, nella storia di Gesù di Nazaret e in primis nel
suo mistero pasquale di passione, morte e risurrezione. Oggetto specifico della teologia cristiana, e
forse come anche per il cristianesimo anche per la teologia è giunto il momento di sottrarla al vago e
cominciare a qualificarla come cristiana o più specificamente cristica, oggetto di questa teologia è Gesù
Cristo, come auto comunicazione di Dio. In Gesù Cristo, Dio non fa semplicemente qualcosa per gli
uomini ma impegna la pienezza di sé come dono offerto all’uomo. In Cristo secondo la teologia
cristiana si realizzano le parole del vangelo: tutto ciò che è mio è tuo. Da questo consegue che la verità
di cui ha bisogno la teologia è prima di tutto la verità di un amore assoluto, svuotato e donato senza
residui. Un amore non solo assoluto, ma anche assolutamente gratuito, cioè indeducibile, in anticipabile da qualsiasi altra istanza che non sia la sua stessa libertà. Infine un amore universalmente
comunicabile, destinato a sorprendere, ad affascinare ogni uomo che abbia il cuore puro, che secondo il
linguaggio della filosofia, non abbia pregiudizi deformanti. Assolutezza, libertà e comunicabilità
dell’amore sono le coordinate della libertà che caratterizzano la teologia cristiana come tale. Nel titolo
del nostro incontro compare anche un’altra parola e non certo trascurabile: oggi. Chi pensasse che la
teologia sia un anticipo della visione beatifica, una sorta di sapere eterno, immobile e intoccabile non
può che avvertire insofferenza verso indicazioni di tempo o di luogo, considerate inutili o irrilevanti
rispetto alla immutabilità della fede. Se Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, così si pensa, non ha
senso soffermarsi sull’oggi, sui vari oggi della storia, di per se incapaci di modificare i contenuti della
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teologia. Chi pensa in questo modo, oltre a confondere la scienza che si occupa della fede, con la fede
stessa, finirebbe per dimenticare una cosa fondamentale: ogni verità che riposa sull’amore prevede
l’altro, non come inerte destinatario su cui riversare un contenuto già confezionato, ma come reale
interlocutore al quale offrire una verità che senza il suo concorso ed il suo consenso non si affermerà
mai. La differenza tra le verità degli assiomi e le verità della teologia è questa: l’assioma è totalmente
indifferente al mio stupore, al mio fascino alla mia volontà, l’amore a seconda della mia reazione si
afferma come dono o resta come semplice offerta frustrata e rifiutata. Se il convocato dall’agape di Dio
è l’uomo e l’uomo è per sua natura storico, la storicità, l’oggi entra di diritto nell’orizzonte della
teologia. Per questo motivo le espressioni della cultura umana, ciò che la ragione elabora, ciò che le arti
costruiscono non sono mai per la teologia irrilevanti o peggio ancora una presenza di disturbo, quanto
piuttosto l’orizzonte ineludibile nel quale dialogare riflettere e proporre. Questo significa che porsi una
domanda come la nostra: di quale verità la teologia ha bisogno oggi, non significa piegare o costringere
le verità teologiche alla moda del momento, quanto piuttosto interessarsi di quell’orizzonte dove
potranno trovare consenso o rifiuto. E’ già parlare della corsa dell’amore se si parla del suo destinatario
in attesa e capace di accoglierlo. Nello scenario contemporaneo la teologia si trova confrontata con
alcune istanze che mettono seriamente in discussione i concetti di verità con i quali essa ha da sempre
operato. Tra quelle che sfidano oggi, adesso in modo più diretto e urgente la teologia e dunque
meritano particolare attenzione ne ho scelte tre: la prima che possiamo indicare è la verofobia, l’altra è
la provocazione di questo fenomeno che è il nuovo ateismo che di nuovo porta ben poco, e infine
alcune istanze postmoderne che vorrebbero congedare definitivamente il Dio metafisico custodito
gelosamente dalla teologia cristiana e ribadito recentemente dal magistero degli ultimi pontefici:
Giovanni Paolo II e Benedetto VXI. Già S. Agostino riconosceva che le idee di un avversario
costituiscono un’occasione per imparare. Questo è vero, teologicamente parlando per due ragioni: la
prima è che ogni teoria, per quanto sbagliata possa essere, contiene sempre una particula veritatis sulla
quale costruire. La seconda è che ogni errore è anche sempre il testimone negativo che grida una
mancanza, è il testimone di una mancata presenza e dunque, a ben guardare, ogni errore per il teologo
cristiano è sempre anche un’implicita invocazione alla pienezza ed al compimento. Queste proposte che
brevemente incontreremo ci aiuteranno a capire meglio di quale verità la teologia ha bisogno nel nostro
oggi della fede.
Cominciamo dalla verofobia, un termine coniato da un filosofo inglese di ascendenza analitica, è molto
semplice: l’assunzione di un unico Dio, ogni discorso sull’assolutezza di Dio, ogni monoteismo che è
forma culturale di questa convinzione conduce necessariamente ed inarrestabilmente al totalismo ed
alla violenza, alla guerra. Questa accusa si rivolge indistintamente a tutte le religioni monoteistiche
ebraismo e cristianesimo comprese. La violenza è intrinseca ad ogni teologia dell’unico Dio ed a ogni
religione che voglia attestarsi come vera. Se si dimentica, come affermava Nietzsche, che il Dio che si
fece unico fece morir dal ridere tutti gli altri dei, chi si crede in possesso della verità finirà per ritenere,
necessariamente, o sciocchi o nemici coloro che ad essa non vogliono sottomettersi. La letteratura su
questo punto è molto abbondante. Vorrei però richiamare l’attenzione su un solo oltretutto non è un
teologo, uno studioso di papirologia tedesco: Jan Assmann. Nella sua opera più famosa dal titolo Mosè
l’egiziano, Assmann ripropone la tesi secondo cui le religioni monoteiste hanno una naturale
inclinazione alla violenza e quindi si rende necessaria un’alternativa: risvegliare il monoteismo
egiziano, un monoteismo tollerante, amico dell’uomo che ha cominciato proprio negando la distinzione
fra vero – falso. Questo monoteismo affermando l’unità fra Dio e mondo nega il bisogno di ogni
rivelazione e quindi nega a priori la possibilità alle varie religioni di pretendere di essere quelle vere.
La distinzione Dio/mondo fonda quella vero/falso ed è proprio questa distinzione a costituire la radice
della violenza e della intolleranza. Prima di avviare un confronto si impone una constatazione: al di là
di tutte le aporie, le contraddizioni che questa comporta, il riconoscimento che il congedo dal Dio unico
ed assoluto implica la previa rinuncia alla verità mostra ancora una volta che la questione di Dio è
indissociabile dalla questio de veritate. Questo significa indirettamente che se c’è una verità c’è anche
una via all’assoluto. O la verità da cui si parte è essa stessa l’assoluto oppure sarà lei a dirci,
trascendendoci da se, di provenire da esso. Anche se le considerazioni di questi autori non riescono ad
esaurirne la ricchezza storica, riducono la tolleranza a ignorare la verità, è opportuno osservare che è
molto più facile essere intolleranti quando ciascuno, mancando l’assoluto può pretendere di farsi lui
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stesso quell’assoluto che manca. Ma è così davvero scontato che un Dio non sostenuto dalla forza della
verità è più amico della pace che non un Dio reale trascendente stabile fedele? Possiamo riconoscere
che in queste posizioni riemerge un pregiudizio ritenuto dogma: o si salva la modernità dalla religione
o si deve salvare la religione dalla modernità. In conclusione non è il congedo dalla verità ed in quel
caso singolare di verità che chiamiamo Dio a garantire la società dai fondamentalismi e dalle violenze
perpetrate in suo nome, quanto piuttosto la verofobia che restringendo o negando spazio alla forza della
verità finisce per allargare sempre di più quello dell’arbitrio e della tirannia della maggioranza o del più
forte nelle sue varie espressioni. Sono tante le ragioni che ci distinguono da Emanuele Severino, ma in
una cosa non si può non concordare con lui quando afferma che: con il tramonto della verità ogni
azione anche la più violenta diventa innocente. Da queste considerazioni la teologia non può che
ritenersi rinfrancata, trattenere il discorso su Dio nell’orizzonte della verità, oltre che un primo atto di
venerazione e di adorazione verso ciò che non è deciso dall’arbitrio dell’uomo cioè il realmente altro
che resiste ad ogni forma di arroganza, questa è la prima garanzia del carattere universale e quindi
amichevole verso tutti dell’unico Dio. Ma c’è anche un’altra ragione dell’impraticabilità della
verofobia e del frutto più maturo di essa: che è il relativismo. Se dal punto di vista filosofico il
relativismo è insostenibile, dal punto di vista teologico esso toglie la gioia della fede cristiana. Toglie
cioè la possibilità che il Dio agape possa amare nella storia con la stessa pienezza che caratterizza la
sua vita stessa di comunione. Se non c’è possibilità di riconoscere una verità assoluta, allora anche un
amore assoluto sarà condannato a restare frustrato nella sua totale generosità. Ci sono non poche
analogie fra l’eresia ariana negatrice della divinità di Gesù Cristo e le tesi relativistiche che oggi
vorrebbero accreditarsi come vere, però unico è il risultato: all’amore totale incontenibile di Dio non è
concesso diritto di cittadinanza nel mondo e nella storia. Pensare l’assolutezza della verità è candidarsi
a poter riconoscere l’assolutezza dell’amore. Ma poi il nuovo ateismo nel quale troveremo poco di
nuovo se non un livore ed un dogmatismo difficilmente armonizzabili con l’istanza di scientificità che i
nuovi atei vorrebbero come motore delle proprie battaglie. Quello che è un tratto inedito è la cieca
fiducia nella possibilità della biologia evolutiva di spiegare ogni cosa. Questo naturalismo
metodologico sostituisce la filosofia con la biologia alla luce della quale Dio prima ancora che non
esistere Dio è inutile. Questo nuovo ateismo proclama innanzitutto che la ragione ha in se tutta la
capacità di spiegare tutto, ma questo, come è stato da più parti osservato non è scienza, è fede. Ludwig
Wittgenstein, che ha dato un grande contributo alla filosofia della scienza, ci ha lasciato un esempio
semplice ed efficace per chiarire l’insufficienza di ogni scientismo che trascura tutte le altre ragioni del
fenomeno umano. Paragona l’uomo ad un’isola, la scienza può definire l’isola uomo attraverso il
complesso delle sue cellule, la struttura ormonale, la complessità del suo organismo, ma quello che alla
fine ho scoperto erano le frontiere dell’oceano, è come se lo scienziato fosse un turista che percorre il
perimetro di un’isola, guarda verso l’interno, vede quali sono le sue caratteristiche le può descrivere le
può perfino tracciare su una mappa geografica, ma se in quel momento amplia l’orizzonte con il suo
sguardo si accorge che su questa isola battono le onde dell’oceano. Ciò sta a dimostrare che l’uomo è
una realtà complessa perché sulla sua pelle come sulle rive dell’isola battono onde di cui la scienza non
si può occupare. C’è però una particula veritatis anche nel naturalismo che consiste, a prescindere da
come lo realizza, nell’escludere che Dio sia interessante ai fini della spiegazione naturale dei fenomeni.
Ricordando alla teologia quanto sia poco conforme alla sua natura, indebite invasioni di campo o
tendenze alla tuttologia. Dichiarando illegittima la teologia, in forza del fatto che non riconosce altra
forma di verità al di fuori di quella fisico-biologica il nuovo ateismo è condannato a trascurare le grandi
domande dell’uomo, delle sue attese, delle sue disperazioni. Vittima del nuovo ateismo non è Dio è
l’uomo. La coincidenza di ogni valore con lo status biologico, la negazione di ogni libertà in nome di
una necessità causale che esclude ogni dovere etico fondato su libertà e finalità fanno dell’uomo una
mera entità biologica che non differisce per nulla da una semplice macchina da sopravvivenza. In
conclusione il peccato del nuovo ateismo non è contro Dio, ma contro la ragione, ma alla teologia il
nuovo ateismo dice che quando il mondo viene guardato come cosa e non come sacramento,
l’espressione è di S. Bonaventura tutto diventa cattiva metafisica. Perché la teologia possa presentarsi
nella sua originalità essa dovrà essere scienza del dono del senso, ecco la verità di cui la teologia deve
riappropriarsi. E’ necessario prima di tutto che sia chiarito che il modo viene da una intelligenza
amante, un’intelligenza che attende, che aspetta, che ama, da un logos che ha fatto tutto per amore, non
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può escludere anche da questo amore il dono del senso. Il dono del senso di questo mondo è Gesù
Cristo. Se la teologia recupererà questo stretto legame di cristologia del dono e di antropologia del
compimento avrà certamente non solo, come sempre, qualcosa da dire ma anche attendersi di essere
cercata come una scienza della consolazione. Infine l’ultimo incontro: coloro che temono che
consegnare Dio alla verità sia profanazione del mistero. Non mancano oggi correnti di pensiero
teologico che vorrebbero una teologia orientata all’indicibilità di Dio e non alla sua esprimibilità.
Questo a partire dalla consapevolezza del limite e della finitezza della mente umana e del linguaggio
nel quale essa si esprime. In questo contesto non può sfuggire un dato eloquente: a cominciare da
David Hume che interrogandosi sulla possibilità di distinguere i mistici dagli scettici, concludeva che i
mistici altro non sono che atei che non lo sanno, è andata sempre più affermandosi la percezione di una
parentela stretta fra indicibilità di Dio e ateismo. A motivo della sua radicalità vi porto una frase di Jean
Luc Marion: la teologia più speculativa concorda con l’ateismo più unilaterale nel postulare che se si
vuol dire Dio bisogna trasgredire le condizioni formali dell’intuizione. Se l’intuizione implica lo spazio
e il tempo allora non può esserci intuizione di Dio. Dimenticando che facendosi uomo Dio ha occupato
lo spazio e il tempo, le coordinate della storia. Non stiamo qui a parlare delle aporie di una indicibilità
di Dio, e neanche ricordare i difetti di ogni razionalismo teologico, è sufficiente ricordare che ogni
irriconoscibilità di Dio è una contraddizione, perché se Dio fosse realmente irriconoscibile, ignoto, di
Lui non potremmo sapere nemmeno che è inconoscibile. Sapere che Dio è inconoscibile è già un
abbraccio una presa sulla sua verità. Ma quello che mi sembra interessante nel conteso attuale è capire
la necessità di dire Dio in ordine alla sua predicabilità come amore. Se da un punto di vista storico
questo vuol dire chiedersi perché mai la teologia cattolica abbia sempre raccomandato e praticato
l’esercizio veritativo anche filosofico su Dio, dal punto di vista teologico ciò significa interrogarsi su
perché la fede cristiana che proprio riposa sull’amore, è quella che storicamente più ha circondato la
ragione di venerazione e di pratica. Perché ci chiediamo Giovanni Paolo II ha dichiarato che la fede
non germoglia sulle ceneri della ragione, perché papa Benedetto XVI, più teologo che filosofo, ha fatto
del rapporto fede-ragione l’asse centrale del suo magistero? Perché è l’amore ad esigere il più severo e
rigoroso esercizio della ragione? Detto con la massima brevità: se Dio non si custodisse come altro
dall’uomo, sottraendo all’uomo la decisione se Lui possa o meno essere Dio, si ridurrebbe ad un idolo e
cioè ad una replica dell’umano. Non lasciandosi decidere dall’uomo, Dio garantisce per se uno spazio
che l’uomo non arriverà mai a distruggere, e qui comincia la misericordia. Non consegnarsi totalmente
a chi potrebbe cancellare l’origine della misericordia, ma custodirsi sottraendosi all’arbitrio per potersi
offrire e donarsi alla libertà. Non consegnando all’uomo la decisione sulla sua propria verità, Dio ama
già l’uomo, impedendogli primo di distruggere l’origine dell’amore, secondo di poter credere che sia
lui, l’uomo a decidere l’infinità dell’essere. Allora ecco che la teologia oggi deve riconciliarsi con
espressioni sospette che hanno un sapore sinistro per molti: dimostrare Dio, dire Dio, pensare Dio, tutto
ciò non è altro che manifestazione della originaria non solitudine dell’uomo o più positivamente di una
relazione all’assoluto che l’assoluto ha deciso per lui e vuole decidere insieme a lui. Una relazione
stabilita e decisa dall’uomo, non sarebbe più relazione sarebbe solitudine, auto fondazione. Dimostrare
Dio vuol dire che l’uomo non potrà mai dichiarare di essere solo o la pienezza dell’essere.
Allora solo se Dio è cooriginariamente altro rispetto al soggetto che lo dice, ogni linguaggio umano su
Dio, se è verità, non è una decisione dell’uomo su Dio, ma una decisione di Dio sull’uomo. Questa
necessità con cui Dio vuole essere detto, è tutt’altro che mortificatrice o limitatrice della libertà, rivela
che l’uomo è stato eletto come interlocutore della parola di Dio. Dio ha voluto l’uomo capace di dirlo,
per potersi intrattenere con lui. Detto con le parole di Von Balthasar: l’uomo è il linguaggio di cui Dio
si serve per potergli rivolgere la parola. Allora ecco che c’è da tranquillizzarsi anche per chi pensa che
dire Dio, sia un atto di aggressione, al contrario: chi teme che una riflessione veritativa su Dio sia
aggressione arroganza, empietà, ad esso va ricordato che un Dio dimostrato non è un Dio aggredito,
ma un Dio divino che dimostra, cioè si mostra come sottratto all’arbitrio dell’uomo. Senza questa verità
di Dio, la teologia, l’espressione è di Walter Kasper, si riduce a teofantasia. Ma c’è un’ultima e
fondamentale ragione circa la necessità di non abbandonare la verità, se è l’amore di Dio che deve
essere pensato, questo direi con tanto affetto ad un carissimo amico a Gianni Vattimo: che Dio è amore
non lo si dice nell’euforia del sentimento ma nella contemplazione adorante della croce. Dio ha tanto
amato il mondo da mandare il suo unico figlio, come potremmo misurare la definitività e la totalità
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dell’amore di Dio se questo amore non fosse preceduto o accompagnato dalla conoscenza di Dio come
unico e assoluto, sapendo che l’uomo ha una sola vita, sappiamo che chi dona la vita ama in modo
definitivo. Una cosa analoga accade anche nei confronti di Dio: come apprezzare e riconoscere che il
crocifisso è lo svuotamento amante di Dio, se alla parola Dio non possiamo dare nessun significato
prima della croce? Come è possibile leggere la croce come evento di libertà, di gratuità se manca ogni
concetto di Dio nel quale vedere che la croce non era dovuta, ma era voluta. La conoscenza della libertà
con cui Dio ama è meglio garantita non dall’ostracismo del Dio vero, ma dalla sua pratica e dalla sua
presenza. In una delle sue ultime udienze papa Benedetto ha detto: la teologia è una fonte di sapienza di
gioia di meraviglia, che non può essere riservata solo ai sacerdoti, ai seminaristi ai consacrati, proposta
a numerosi giovani e adulti la teologia li conforterà nella fede e farà di loro apostoli audaci e
convincenti. Audacia e potere contagioso sono caratteristiche oltre che della teologia anche della
testimonianza perché sono prima di tutto caratteristiche dell’amore. In un suo recente libro il cardinal
Kasper fa un’amara constatazione: il mondo attuale è dominato da un disincanto privo di sogni, anche
se non mancano qua e là avvisaglie di rimpianto e nostalgia che vanno non di rado in direzione
dell’esoterico del magico e là dove un tempo si leggevano rimandi alla trascendenza ed al mistero è
subentrato oggi il grande sbadiglio. Contro questa tendenza oggi fare teologia, come sempre, significa
opporsi alla noia e rimettersi al servizio dello stupore. A proposito della teologia oggi il cardinale
aggiunge: ciò che mi rende preoccupato e qualche volta anche triste è il fatto che nella teologia
sistematica contemporanea ci si occupa troppo poco, almeno per quanto mi è dato di vedere, della
grande filosofia. Conoscenze dettagliate di natura esegetica e storica sono certamente irrinunciabili e
nemmeno voglio sottovalutare il significato di scienze umanistiche come la psicologia, la sociologia e
meno ancora disprezzare l’arte poetica o estetica, ma la scienza di riferimento della teologia almeno in
quanto voglia parlare in termini di verità non può che essere una filosofia che pensa il tutto, ma ciò che
è il tutto nella filosofia, nella teologia è l’agape.
Di quale verità allora ha bisogno la teologia? Di una verità stabile, cioè fedele, capace di liberare
l’amore dall’angoscia del provvisorio, ha bisogno di una verità universale capace di creare unità fra
tutti e anche, infine, di una verità comunicabile e cioè capace di non escludere nessuno ma di
affascinare tutti nell’amore di Dio. Stabilità, totalità, universalità, comunicabilità, però rima ancora
della teologia sono le caratteristiche dell’agape che sostengono, illuminano, rivendicano anche oggi
ogni bella avventura del sapere teologico. Preciso che come Socrate io preferisco essere corretto che
non applaudito perché nella correzione si avanza sempre più nella conoscenza della verità. Per dire che
anche le contestazioni se argomentate hanno sempre una funzione positiva.
Domanda: la teologia non deve riappropriarsi di quella dimensione contemplativa che sembra un po’
persa?
Assolutamente si, von Balthasar parlava di teologia in ginocchio, ancora meglio la teologia orante, non
è l’aspetto devozionale che si aggiunge al sapere, ma è il rapporto reale con il vivente che fonda ed
illumina il sapere. Mi fa piacere questa osservazione perché mi da modo di parlare del mio ultimo parto
nel quale ho voluto inserire un saggio sulla contemplazione nella vita del presbitero. Ma essere
contemplativi secondo l’etimologia divenuta poi cristiana il fanum è il tempio, il profanum è la zona
antistante al tempio, essere contemplativi vuol dire essere diventati famigliari concittadini, avere
abbandonato la distanza del profanum, dove dio lo si vede ma non è abbracciato ed entrare nel tempio,
cumtemplo, e questo è anche presente nell’arte: nelle Marche e nell’Emilia Romagna .
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