1. FUORI DALL’ANTICO REGIME
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Il lungo ottocento si apre con il tema della rivoluzione, una grandiosa discontinuità
storico – politica in due atti:
o La rivoluzione americana del 1776
o La rivoluzione francese del 1789
Cercheremo dunque di capire la situazione politica, giuridica, economica, sociale
all’origine dell’età contemporanea.
IL DISCORSO POLITICO DELLE LEGGI
Conviene dunque iniziare con alcune questioni base della politica moderna,
partendo dalla celebre opera di Montesquieu
In quest’opera è spiegato che un uomo libero è quello che si sente sicuro facendo
quello che le leggi permettono, mentre uno stato libero è quello in cui il potere è
sottoposto prima che ai governanti alle leggi, quello in cui i singoli non sono oggetto
di giudizi arbitrari e la gravità delle pene è proporzionata a quella dei reati.
Montesquieu colloca in Europa il concetto di “monarchia moderata” cioè vincolata al
rispetto delle norme e della libertà dei sudditi e ad essa contrappone il modello
dispotico asiatico, caratterizzato dall’arbitrio dei governanti.
Ogni stato, secondo M, ha tre poteri:
 Quello di fare leggi (legislativo)
 Quello che garantisce la sua autoconservazione in guerra e in pace
(esecutivo)
 Quello che applica le leggi e sancisce le pene (giudiziario)
o La tirannide deriva proprio dalla concentrazione dei tre poteri in un’unica
persona o in un unico corpo o assemblea, mentre il governo moderato si
caratterizza per la divisione dei poteri.
La variante politica che egli preferisce è quella inglese, per quanto riguarda
soprattutto il potere legislativo, affidato a due camere, una dei Comuni, che è
elettiva e rappresentativa dei vari territori del regno e la Camera dei Lord o dei Pari
in cui siedono di diritto i rappresentanti della nobiltà.
o A questo punto conviene fornire qualche informazione sulla storia
precedente
dell’Inghilterra,
partendo
dalla
Riforma
protestante,
rappresentata dalla Chiesa Anglicana Moderata e dalle chiese calviniste o
puritane più radicali: la prima si limitò a sostituire il re al papa, mentre le
seconde insistevano sul diritto dei singoli fedeli di effettuare un libero esame
dei testi sacri.
o Nel 1714 al termine di una serie di conflitti sanguinosi, la dinastia cattolica
degli Stuart venne sostituita con quella protestante degli Hannover
o Il parlamento in quel momento aveva assunto un ruolo centrale giustificando
l’atto della deposizione di Giacomo II Stuart con una motivazione che
potremmo definire rivoluzionaria: cioè il re aveva violato il contratto che lo
legava al popolo.
 Siamo dunque alla recezione dei principi di CONTRATTUALISMO e
GIUSNATURALISMO affermati in campo teorico intorno al 1690 da
Locke secondo cui la società si crea, ponendo fine allo stato di natura,
mediante un contratto tra popolo e sovrano, ma comunque i diritti dei
sudditi essendo naturali restano inviolabili, anche dopo la
sottoscrizione del contratto. Ne deriva dunque il diritto alla resistenza
qualora il sovrano violasse i diritti dei sudditi e il contratto.
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o Queste concezioni si appoggiavano su alcune peculiarità politico –
istituzionali del modello inglese:
 Il self – government: l’amministrazione e la giustizia erano affidati ad
una classe dirigente locale dai confini fluidi, comprendente membri
della gentry, ossia della piccola nobiltà, e yeomen ossia proprietari
terrieri di condizione civile.
 Il sistema giuridico di common law basati sulla consuetudine che non
si piegava facilmente alle imposizioni regie
 L’Habeas Corpus ossia la proibizione di incarcerare qualcuno senza
prove
o Ma il modello inglese aveva senza dubbio anche dei forti limiti:
 Di fatto, nonostante la separazione delle camere, l’aristocrazia
governava anche la Camera dei Comuni, perché in occasione delle
elezioni i suoi esponenti riuscivano ad ottenere sistematicamente i
consensi della gentry e dei rappresentanti delle città
 La struttura dei collegi elettorali attribuiva alle città più popolose lo
stesso numero di rappresentati dei borghi cd “putridi”, in cui i votanti
erano poche decine
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Andiamo alla situazione della FRANCIA.
Nella Francia di metà ‘700 c’erano 13 importanti parlamenti, situati in diverse città, il
più importante dei quali era situato a Parigi. Non erano però degli organismi
legislativi, ma delle corti di giustizia.
Il diritto ad accedervi veniva inizialmente comprato, successivamente si trasmetteva
per via ereditaria, dando vita ad una sezione particolare della nobiltà ossia la nobiltà
parlamentare.
Essi difendevano quella che gli storici definiscono una “costituzione cetuale”
(costituzione qui vuole ancora indicare l’insieme degli ordinamenti giuridici che
avevano per oggetto i ceti)
Nella seconda metà del XVII secolo, Luigi XIV di Borbone, il re Sole, si era creato
uno spazio di potere personale senza precedenti, una vera e propria monarchia
assoluta e aveva proposto come soggetto unico della produzione del diritto il re,
aveva perseguitato inoltre la minoranza protestante, convinto che il pluralismo
religioso rappresentasse una minaccia alla compattezza politica del regno.
Nel corso del ‘700 l’illuminismo con i suoi philosophes sostenne la necessità di
sottoporre gli ordinamenti politici e sociali all’unico criterio della ragione
propugnando una logica universalistica dei diritti, contro quella particolaristica dei
privilegi.
Comunque possiamo dire che gli illuministi guardarono con favore al potere
sovrano statale e le due parti si impegnarono nella fase politica che definiamo:
assolutismo illuminato.
LA RIVOLUZIONE AMERICANA
La prima rottura rivoluzionaria settecentesca si registrò in un dominio marginale
della corona britannica, le colonie del Nord America.
Gli inglese di fatto colonizzarono i propri possedimenti americani, ossia vi
insediarono immigrati provenienti dall’Europa:
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o Laddove il clima lo consentiva come nell’attuale Virginia, i proprietari
crearono piantagioni di tabacco e cotone coltivate da schiavi provenienti
dall’Africa.
Le 13 colonie anglo americane si auto amministravano entro certi limiti attraverso
delle proprie assemblee rappresentative: i coloni si sentivano pari agli inglesi e
condividevano molto della cultura politica della madrepatria.
Ma sicuramente la società americana era più egualitaria rispetto a quella della
madrepatria: infatti più della metà della popolazione maschile era composta da
agricoltori proprietari, gente che rappresentava materiale umano favorevole per
creare i cittadini di una repubblica.
Allo scopo di far contribuire alle spese dell'impero anche i coloni, il Parlamento
inglese, nel marzo del 1765 impose una tassa di bollo su tutti i documenti legali, i
contratti, le licenze, anche giornali, opuscoli, carte da gioco ecc., stampati in terra
americana.
L'imposta provocò una forte opposizione tra i coloni. Normalmente, infatti, erano le
assemblee locali ad emanare leggi fiscali e di organizzazione della sicurezza
interna; tale legge venne quindi percepita dai coloni come un tentativo di limitare i
loro piani di autogoverno.
La situazione precipitò, e così il governo ritirò ogni altra imposizione, fuorché una
lieve tassa sul tè, la cui importazione in America venne data alla Compagnia delle
Indie, per favorire questo potente gruppo capitalistico. La prima nave della
Compagnia delle Indie che si presentò al porto di Boston venne assalita da un
gruppo di cittadini travestiti da indiani, che ne rovesciarono il carico in mare
Dunque gli Americani si rifiutarono di pagare le imposte votate dal parlamento
britannico, nel quale non erano rappresentati ed invocarono il principio del “no
taxation without representation”
Cadde in un momento di importanza cruciale la pubblicazione del “Senso Comune”
si Thomas Paine, un democratico inglese che non aderisce al coro degli apologeti
della Costituzione inglese, spiegando che essa è per due terzi di tipo tirannico e
solo per un terzo controbilanciata dalle virtù repubblicane
L’Indipendenza venne proclamata nel 1776 con una solenne dichiarazione e un
insieme di principi definiti secondo una logica “auto evidente”: gli uomini sono eguali
e godono dei diritti alla libertà e alla ricerca della felicità che vanno difesi anche a
costo di usare le armi.
Dunque le singole colonie si trasformarono in Repubbliche, e tra loro venne creata
una Confederazione, ossia gli USA destinata ad occuparsi degli affari comuni, della
difesa e della politica estera mentre ai singoli stati toccava la competenza su tutto il
resto
Nel 1787 un’assemblea confederale, la Convenzione, stilò in nome del popolo una
legge fondamentale chiamata Costituzione:
o Il compito di elaborare le leggi federali venne affidato ad un parlamento
diviso in due rami, il Senato rappresentante degli Stati e la Camera
Rappresentativa dei cittadini di sesso maschile
o Un presidente, eletto da apposite assemblee i cui membri erano a loro volta
eletti dal popolo (elezione indiretta quindi) avrebbe guidato il governo
federale.
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Un’Ordinanza del Nord Ovest del 1787 venne a regolamentare il continuo
spostamento verso Ovest delle popolazioni bianche ovvero la colonizzazione di altri
territori: e ad ogni territorio conquistato fu dato il diritto di formare un nuovo stato.
Nel 1791 i Bills of Rights vennero a sancire i diritti dei cittadini nei confronti dello
Stato.
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Il primo presidente degli USA fu Washington, che aveva guidato le armate
americane nella guerra d’Indipendenza e si formarono due partiti:
o Quello repubblicano che voleva conservare le leve fondamentali del potere ai
singoli stati
o E quello federalista che puntava sul rafforzamento del governo federale
centrale per garantire la difesa comune e l’ordine economico.
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Per quanto riguarda infine le popolazioni indigene per esse di certo non valsero i
diritti affermati dalla rivoluzione: furono espropriati delle loro terre e deportati verso
l’interno o addirittura sterminati
Non valsero i diritti affermati dalla rivoluzione neppure per i lealisti, cioè coloro i
quali erano rimasti fedeli alla madrepatria, costretti a tornare in Europa oppure
cercare rifugio in Canada.
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LA RIVOLUZIONE FRANCESE
Per più di un secolo prima che Luigi XVI salisse al trono (1774) la Francia aveva
vissuto periodiche crisi economiche dovute alle lunghe guerre sostenute durante il
regno di Luigi XIV, alla cattiva gestione degli affari nazionali da parte di Luigi XV,
alle perdite subite nella guerra coloniale anglo-francese (1754-1763) e
all'indebitamento per i prestiti alle colonie americane in guerra per l'indipendenza
(1775-1783)
Anne Robert Jacques Turgot e Jacques Necker in primis, cercarono di risanare la
situazione economica. Si dedicarono principalmente alla modifica del sistema
tributario in modo da renderlo più equo ed uniforme ma non vi riuscirono, in quanto
tali iniziative incontrarono una forte opposizione da parte di nobiltà e clero.
Dunque nel 1788 il governo francese, alla ricerca di un sistema per razionalizzare la
fiscalità e aumentare le entrate, fu costretto a sciogliere i parlamenti, da cui
proveniva la maggiore opposizione ad ogni progetto innovativo.
Si cominciava a diffondere l'idea che solo un organo rappresentativo di tutta la
Nazione, come gli Stati Generali, avrebbe potuto votare l'applicazione di nuove
riforme
Gli Stati Generali erano tre assemblee riservate ai tre “stati” della società: la nobiltà,
il clero e il Terzo Stato (ovvero la parte del popolo colta e agiata che non
apparteneva né al primo né al secondo stato). Gli Stati Generali, ricordiamo, non si
riunivano dal 1614.
Nell’imminenza della convocazione le assemblee locali promossero la stesura di
una serie di documenti, i cahier de doleances che esprimevano lamentele
DA QUI VEDI APPUNTI DI STORIA MODERNA
PENSARE LA RIVOLUZIONE FRANCESE
La maggior parte degli storici ha considerato le rivoluzioni passaggi traumatici ma
inevitabili, insomma lo scotto da pagarsi al trionfo della nuova civiltà e molti hanno
visto nella rivoluzione francese il momento risolutivo di un secolare conflitto tra
feudalesimo e capitalismo.
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Questa logica è però stata considerata e rovesciata in un saggio di storia scritto e
pubblicato quasi due secoli dopo gli eventi, nel 1978 PENSARE LA RIVOLUZIONE
di Furet, il quale non ritiene la rivoluzione una tappa inevitabile né forse utile del
processo storico
Quanto al feudalesimo per esempio Furet affermava che si trattava già nel 1789 di
un residuo del passato e dicendo questo si rifà al testo del 1856 di Alexis de
Toqueville L’ANTICO REGIME E LA RIVOLUZIONE secondo il quale il centralismo
e l’assolutismo monarchico avevano già nel secolo precedente ridotto al minimo le
funzioni politico – amministrative della nobiltà di spada ù
Per quanto riguarda il capitalismo Furet rileva che tra i protagonisti della rivoluzione
non c’erano esponenti della borghesia imprenditoriale: in effetti se guardiamo
all’Assemblea Costituente del 1789 ritroviamo avvocati, magistrati, impiegati statali,
cioè soggetti sociali effettivamente definibili borghesi ma non capitalisti. Inoltre in
alcune regioni, come abbiamo visto precedentemente si ribellarono i contadini cui
ovviamente non si possono attribuire obiettivi capitalistici. .
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Ancora la storiografia precedente riteneva che l’estremismo giacobino andasse
addebitato all’estrema necessità di difendere la patria messa in pericolo
dall’alleanza con lo straniero, la monarchia e l’aristocrazia, ma Furet invece
sostiene che la guerra rappresentò l’occasione ricercata dai rivoluzionari per
mobilitare il popolo prospettando ad esso un nemico: riconduce dunque la
drammatizzazione degli eventi ad un rovello interno alla loro ideologia.
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Dipinge insomma la politica delle passioni e delle convinzioni radicali o ideologici
come un’aberrazione della mente moderna. Insomma i rivoluzionari vantarono i loro
criteri come ispirati alla ragione e bollarono quelli degli avversari come frutto di
superstizione.
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Definirono se stessi patrioti e i loro avversari traditori, crearono un’idea di nazione
che per affermarsi ebbe bisogno di un’idea di antinazione. Tuttavia lo slogan di
Libertà, Fraternità, Uguaglianza lasciò un segno incancellabile nella coscienza
europea e mondiale.
VEDI FOGLI SCRITTI A MANO
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IL POTERE DELLA RENDITA
Chiamiamo rendita la remunerazione spettante al proprietario che concede in uso
un suo bene ad altri soggetti.
Nel primo ottocento la nobiltà, che i borghesi possidenti, vivevano soprattutto di
rendita fondiaria, ovvero di una certa parte (in denaro o in prodotto) del frutto del
lavoro dei contadini cui fornivano terra da coltivare.
Tra il XVIII e il XIX secolo la produzione agricola crebbe grazie all’introduzione di
nuovi sistemi basati sull’integrazione tra coltivazione e allevamento razionale che
consentirono grandi incrementi delle rese, ossia della quantità di prodotto ottenuta
da ogni singolo seme su una singola estensione di terreno.
Migliorarono quindi progressivamente le condizioni di vita e in alcuni casi le durezze
padronali potevano essere temperate dal paternalismo, ossia l’antica ideologia
stando alla quale tocca al ricco trattare i poveri con affetto.
Interessante a questo proposito e ai fini comparativi la differenza tra la situazione in
Inghilterra ed in Irlanda:
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o L’Irlanda era nota per la miseria delle popolazioni e la diffusione dei latifondi
(latifondo: grande proprietà terriera coltivata secondo il metodo estensivo) ed
esistevano notevoli problemi di tipo religioso in quanto spesso i latifondisti
erano protestanti ed i contadini cattolici. Il sistema consentiva alle classi
superiori di arricchirsi senza fornire alla produzione contributi in ingegno
imprenditoriale o in capitale.
o Inoltre nelle aree del latifondo adeguate politiche matrimoniali consentivano
alle famiglie possidenti da un lato di conservare compatti i loro patrimoni,
dall’altro di rallentare l’ingresso degli intrusi nell’elite.
o Lo stesso codice civile limitando la facoltà dei genitori di lasciare i beni a chi
volessero considerava il primogenito come unico erede del patrimonio per
evitare che la famiglia e il suo patrimonio si frazionassero.
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L’INDUSTRIA
Il termine rivoluzione industriale è stato introdotto per sottolineare il legame tra la
trasformazione politica e la trasformazione economica alle origini della modernità.
Ma gli storici recenti hanno messo in discussione questa espressione: infatti
l’immagine che ci siamo fatti della società ottocentesca nel suo complesso non
giustifica l’idea di un brusco passaggio, di una totale trasformazione dell’industria
partita dall’Inghilterra e diffusasi al resto d’Europa.
Il termine rivoluzione infatti fa pensare a qualcosa di brusco, improvviso e violento,
ma in realtà la cosiddetta rivoluzione industriale fu assolutamente graduale.
Già prima della rivoluzione industriale possiamo trovare tra mercanti e finanzieri,
nonché imprenditori dell’agricoltura e dell’artigianato gli interpreti di un’etica
borghese, figura che quindi non nasce, come siamo abituati a pensare a partire
dalla rivoluzione industriale.
Con il lavoro e con l’ingegno erano possibili ascese da strati sociali medio bassi fino
ai ranghi della borghesia: fu il percorso degli artefici delle prime innovazioni
tecniche in campo tessile.
Chiamiamo industrializzazione il processo di allargamento e di generalizzazione del
sistema di fabbrica: ne derivò uno straordinario aumento della produttività. Infatti
grazie alle nuove tecnologie un singolo lavoratore in una singola frazione di tempo
riusciva ad ottenere una maggiore quantità di prodotto, con il risultato di produrre
più merce a minor prezzo.
In generale possiamo dire che si crearono aree di prima industrializzazione, oltre
che in Inghilterra anche in Belgio, in Svizzera, in Francia e in parti più limitate della
Germania, dell’Impero asburgico e della Catalogna.
Questo comunque non significa che le cose cambiarono di punto in bianco: infatti
ancora nella metà dell’800 la maggior parte degli impianti tessili erano artigianali,
all’interno delle abitazioni; un gran numero di merci veniva prodotto con i metodi
proto – industriali. E prevalevano ancora i mercati locali.
2. LA NUOVA POLITICA
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Quattro sono le grandi correnti ideali della nuova politica della prima metà dell’800:
o Il liberalismo
o La democrazia
o Il socialismo
o Il nazionalismo
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LIBERTA’ SENZA ECCESSI
Il modello monarchico – costituzionale affermatosi in Francia ed in Gran Bretagna
attorno al 1830 fu la prima grande vittoria del liberalismo moderato.
Il termine liberalismo comparso per la prima volta nella Spagna del 1812 era
venuto a definire dopo il Congresso di Vienna, una corrente politica che sosteneva
la monarchia costituzionale e la divisione dei poteri.
Tra i liberali moderati francesi possiamo citare per esempio Constant e Guizot.
o Guizot nella fattispecie contestava il monopolio che i legittimisti
pretendevano di avere del tema della legittimità e invece ribadiva la nuova
legittimità creata dai principi del 1789: i cittadini sono uguali davanti alla
legge, i diritti individuali possono essere limitati solo quando vanno a ledere
corrispondenti diritti altrui; il pensiero e la parola sono liberi.
o Inoltre i liberali moderati fecero anche i conti, ma in negativo, con la memoria
del 1793 e del giacobinismo, assumendo quell’esperienza a prova che la
democrazia non poteva che risolversi in anarchia.
o Per evitare il ripetersi di simili disastri facevano conto sulla divisione dei
poteri, sulla dialettica tra la Camera alta e quella bassa, elettiva ma
temperata dal suffragio ristretto, ovvero eletta solo dalla popolazione
maschile più ricca ed istruita. Si trattava della classe media, termine che
indica proprio una condizione di equilibrio.
o Andavano ovviamente escluse le donne perché naturalmente dipendenti dal
padre e i salariati perché dipendenti dal padrone, come i poveri che
dipendevano dalla pubblica assistenza: quindi di fatto votavano solo gli
indipendenti.
 .
 La differenza tra liberalismo e democrazia è appunto questa: i
democratici aspiravano alla repubblica e consideravano l’assemblea
eletta a suffragio universale come unica espressione legittima della
volontà popolare.
 Ciononostante le due correnti si trovavano vicine per la comune lotta
per la Costituzione, per il Parlamento elettivo e la garanzia delle
libertà fondamentali.
Quello che caratterizza il liberalismo è la congruenza tra la sua teoria ed il nuovo
universo sociale che si va creando nell’Europa occidentale e negli USA: l’opinione
pubblica prende forma, e lo fa nei circuiti editoriali, nelle associazioni, nei club e nei
salotti.
I teorici liberali, quando si riferivano al cittadino attivo ed indipendente, si riferivano
proprio ai frequentatori di club, lettori di pamphlet e giornali, che potevano orientarsi
autonomamente e poi in seguito spendere queste capacità magari in campo
politico.
Confidavano infatti che questi personaggi avrebbero indirizzato le loro scelte
elettorali non verso politicanti arrivisti, ma verso gli elementi notevoli della società
Tuttavia i conservatori non prendevano affatto sul serio la presa di distanza dei
liberali nei confronti dei giacobini.
TEORIE DEL MERCATO
Non tutti i liberali europei del primo Ottocento comunque erano convinti che fosse
giusto privare dei diritti politici la maggioranza della popolazione, considerandola
una sorta di eterno bambino incapace di decidere autonomamente della propria
sorte.
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James Mill per esempio criticava come troppo filo aristocratica la Costituzione.
A questo punto conviene parlare di David Ricardo.
Rampollo di famiglia ebraica, Ricardo venne eletto alla Camera come radicale ma
lo si ricorda soprattutto come l’economista che nel primo Ottocento rielaborò le
teorie settecentesche di Adam Smith
Parliamo qui di liberismo ovvero di quella parte della teoria liberale stando alla
quale le attività economiche sono parte integrante della sfera individuale o della
società civile, nella quale lo Stato non deve ingerirsi.
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Smith e Ricardo dunque fanno derivare la ricchezza reale dall’incremento della
produttività e formulano una TEORIA DEL MERCATO.
o Il termine indica originariamente un luogo fisico in cui artigiani e mercanti si
incontrano con i consumatori e gli imprenditori incontrano i lavoratori.
o La teoria liberista invece passa dal concreto all’astratto, parlando di mercato
non come luogo fisico, ma come area concettuale in cui collocare le
contrattazioni di merci ma non solo materie prime, ma anche denaro, servizi
e forza lavoro.
o Quindi il liberismo individua nel mercato il luogo in cui i fattori della
produzione si dispongono nel modo più razionale possibile e di conseguenza
qualsiasi intervento statale sarà visto non solo come una violazione dei diritti
individuale, ma anche come veicolo di irrazionalità e spreco.
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Non tutto era contrattabile sul mercato di piazza dell’Antico Regime: per esempio
esisteva un mercato della terra, non l’idea che potesse essere liberamente
alienabile tutta la terra.
Passiamo dalla terra al suo frutto, il grano: in molti periodi del passato la produzione
europea del grano era appena sufficiente per il consumo, donde le frequenti
carestie.
La sopravvivenza degli abitanti delle città sarebbe stata impossibile senza un
rigoroso controllo pubblico dei flussi di approvvigionamento e nessun automatismo
del mercato poteva, a quei tempi, garantire la soddisfazione di quel bisogno
primario.
Le cose invece cambiano con l’aumento delle rese agricole, con la stabilizzazione
della produzione annuale, con l’infittirsi della rete dei trasporti.
Insomma possiamo dire del mercato che, al pari dell’opinione pubblica, non è un
oggetto rinvenibile in natura, ma che dipende da una costruzione storica.
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Molto importante l’applicazione del concetto agli scambi internazionali: vediamo la
TEORIA DEI COSTI COMPARATI – Ricardo:
o Se il mercato è libero ogni parte del mondo può specializzarsi nelle merci in
cui eccelle per l’abilità dei suoi operai o per cause naturali come il clima e la
disponibilità delle materie prime.
o Se invece i governi maggiorano con tariffe doganali il prezzo delle merci
importate, al fine di proteggere la produzione interna, tutto viene prodotto
dappertutto ma a prezzi più alti e lo scambio si fa difficile.
Contrariamente a quanto si pensa i liberisti non hanno in testa come modello
esclusivo la rivoluzione industriale: Ricardo infatti guarda con sospetto
all’introduzione della tecnologia nella produzione.
Comunque le vittorie conseguite dai liberisti sul piano teorico sin dal primo
ottocento non implicarono successi altrettanto rapidi sul piano delle politiche
economiche
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Un’applicazione pratica di questi principi fu sostenuta nel 1838 dall’industriale
cotoniero di Manchester Richard Cobden messosi a capo dell’Anti Corn Law
League: la Lega infatti voleva abolire le leggi protezionistiche che colpivano
l’importazione del grano in Inghilterra e che mantenendo alto il prezzo di quel
prodotto rispondevano agli interessi dei proprietari terrieri così ben rappresentati
nelle istituzioni.
La sua linea trovò sostegno nell’opinione pubblica progressista e nel partito Whig
però alla fine fu lo stesso governo Tory ad abolire le Corn Laws nel 1846
Il liberismo dunque assunse la guida di un blocco di interessi industriali considerati
moderni e produttivi contro interessi considerati tradizionali e parassitari
Una fede nel progresso ed una febbre della speculazione si diffusero nell’opinione
pubblica, anche se in alcuni casi ci si rese conto che si stavano creando squilibri
nell’economie regionali: ci si rese conto dell’arretratezza dell’Europa continentale
rispetto a quella insulare, dell’Europa dell’occidente rispetto a quella orientale.
RADICALISMO E TRADE UNIONISMO
Nel 1820 William Cobbett scriveva ad un vescovo conservatore sull’importanza del
popolo, sostenendo che chi non ha niente è più in grado di discernere un interesse
generale rispetto a chi è impegnato a difendere i propri interesse.
Intorno al movimento radicali si crearono associazioni comprendenti artigiani e
piccoli commercianti e venne usato lo strumento tipicamente britannico delle
petizioni indirizzate alla Camera dei comuni.
Successivamente due artigiani londinesi stilarono una carta del popolo, chiedendo il
suffragio universale maschile: ne deriva un movimento, il cartismo. La carta del
popolo viene effettivamente presentata al parlamento ma viene respinta.
Prende in GB forma l’idea che i lavoratori rappresentino una classe con interessi
diversi da quelli di altre classi.
Il riconoscimento dell’esistenza delle classi sociali rende possibile la formulazione di
una domanda: come realizzare l’uguaglianza politica in una situazione di
ineguaglianza delle condizioni reali che rende il povero solo uno strumento nelle
mani del ricco?
Effettivamente c’erano nella pratica interventi pubblici intesi a proibire le forme più
estreme di sfruttamento o intesi a sostenere gli indigenti
I concetti base che avevano introdotto i liberali moderati decretavano come
sappiamo l’esclusione al voto dei ceti inferiori perché solo il cittadino indipendente
poteva essere parte attiva della nazione.
Per rovesciare questo schema entrarono i campo i riformatori definibili come
socialisti: fra costoro il più importante fu senza dubbio Owen.
Possiamo dividere la sua attività in più fasi:
o 1: una parte dell’opinione pubblica si scandalizza per la durezza dello
sfruttamento di donne e bambini. Owen invece concede salari elevati ai
lavoratori in una sua fabbrica in Scozia, migliorando le loro condizioni
o 2: La situazione fornisce nuova linfa ad antichi schemi utopistici basati sul
sogno di una società egualitaria.
o 3: i lavoratori stessi comincaino ad organizzarsi e Owen si impegna in
Inghilterra nella costruzione di un movimento cooperativo in cui il lavoratore
possa essere tenuto al riparo dall’avidità e dallo sfruttamento.
 .
 Ora a seconda della tipologia noi distinguiamo queste associazioni in
diversi modelli:
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Di mutuo soccorso: che sostengono i propri soci in caso di
malattia o di disoccupazione
Di mestiere: composte da lavoratori qualificati che cercano di
imporre un certo livello salariale.
Di resistenza: che guidano i lavoratori nello sciopero.
Nelle Trade Unions, ossia nei sindacati operai inglesi troviamo comunque più
operai di mestiere che operai di fabbrica
Il Tradeunionismo cresce e consegue numerosi vantaggi salariali per i suoi
aderenti, ma senza identificarsi comunque con il socialismo né puntando a rotture
di tipo rivoluzionario.
E dal punto di vista culturale questa coscienza di classe non esclude l’adesione ai
valori che paradossalmente potremmo definire borghesi, tanto è vero che i socialisti
continentali parleranno sarcasticamente di aristocrazia operaia.
IL NAZIONALISMO
Il Nazionalismo nasce in Europa in età napoleonica. Ha dietro di sé la grande
esperienza del 1789 e la dichiarazione dei diritti che attribuisce la sovranità appunto
ad un’entità astratta, la nazione.
Per comprendere questa grande idea della nuova politica possiamo partire dal libro
di Anderson, COMUNITA’ IMMAGINATE del 1991:
o L’autore parla di nazioni immaginate perché le nazioni comprendono gruppi
umani eterogenei, che solo una trasfigurazione simbolica può rappresentare
come unità. Si tratta infatti di un’immagine elaborata dai giornalisti, dagli
intellettuali, da politici e studiosi della più varia estrazione.
o Il termine comunità invece rimanda alle religioni monoteistiche e
universalistiche i cui fedeli abitano in posti diversi ma si sentono figli dello
stesso padre e quindi fratelli. I nazionalisti hanno l’ambizione di immaginare
se stessi come membri di una comunità appunto, come la famiglia.
o E poi il nazionalismo va a modellarsi sulle grandi comunità, come le religioni:
vuole essere una fede
Le nazioni si identificano e si distinguono tra loro per un insieme complesso formato
dalla lingua, dalla cultura, dalla storia, collaborazione territoriale e discendenza
genetica.
L’insieme viene definito come antichissimo, ma oggettivamente appare una
costruzione mentale recente.
La situazione della Germania e dell’Italia è però differente perché manca uno stato
unitario: i nazionalisti tedeschi e italiani devono immaginare non solo un popolo ma
anche un territorio, destinato a costruire uno stato – nazione che non c’è.
ITALIA
In Italia la politica moderna nacque nell’età napoleonica: i patrioti guardarono ai
francesi con speranza e con delusione in seguito.
E la restaurazione li deluse ancora di più: molte delle riforme napoleoniche furono
conservate, ma tornarono le antiche dinastie con la loro mediocrità
La grande potenza asburgica insediata nel Lombardo Veneto era la garante degli
equilibri italiani: tra le altre cose gli italiani apparivano come gli eredi degeneri di un
grande passato.
Ma gli italiani volevano partire proprio dalla grandezza passata per ristabilire una
nuova condizione di grandezza ed uscire dalla condizione di vergognoso volgo
disperso, cui si erano ridotti.
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Vi erano comunque grandi differenze tra nord e sud: il sud era prevalentemente
agricolo ed in linea di massima povero, come la Spagna meridionale e la Grecia,
mentre il Nord era un po’ meno povero ma conosceva comunque l’industria
moderna.
L’Italia stava appena entrando nell’era dell’integrazione mercantile internazionale,
anche se i tassi di analfabetismo erano spaventosi soprattutto nel sud.
Dunque se l’italianità era da ricercarsi nella lingua e nella cultura si può ipotizzare
che la maggioranza degli abitanti della penisola non pensasse neanche di essere
italiano.
La situazione politica in Italia si mise in moto nel 1820, dopo che in Spagna c’erano
stati degli sconvolgimenti per la creazione della costituzione – anche se con la
battaglia di Trocadero i soldati misero fine a questa speranza: nella parte
continentale del Regno delle Due Sicilie si ebbe una sollevazione militare guidata
da aderenti alla Carboneria (che possiamo definire una sorta di setta di tendenza
democratica e liberale, la più importante e diffusa fra le sette dell’età della
Restaurazione) con la richiesta di una costituzione a re Ferdinando I mentre in
Sicilia, dove una parte delle classi dirigenti era scontenta dell’accentramento
napoletano, l’insurrezione assumeva una veste sia costituzionalista che separatista
Seguirono analoghi sommovimenti nel regno di Sardegna dove regnava invece
Vittorio Emanuele I: i due monarchi concessero quanto veniva loro richiesto ma
quando l’esercito austriaco si presentò alla frontiera per restaurare l’ordine essi si
rimangiarono tutto.
Dopo i moti del 1820 – 1821 ne uscì chiaramente indebolito l’approccio moderato
ed emersero posizioni radicali come quella di Giuseppe Mazzini.
Rampollo di un’agiata famiglia genovese, Mazzini individuò i limiti della Carboneria,
nella quale aveva egli stesso militato negli anni precedenti, sottolineando la
necessità di quello che oggi chiameremmo un partito di chiare parole e con la
diffusione di giornali, libri, pamphlets.
A Marsiglia, inoltre, fondò la Giovane Italia (e l'omonimo periodico), associazione a
carattere repubblicano, nazionale unitario e democratico, che si differenziava dalle
sette carbonare per la chiarezza del disegno politico, noto a tutti gli aderenti, il
ripudio dei rituali clandestini, la volontà di formare con l'apostolato un'opinione
pubblica di sentimenti italiani.
Poco dopo la sua fondazione una cospirazione fu inscenata con fulcro a Genova
ma venne repressa dal nuovo sovrano, Carlo Alberto, che voleva liberarsi della sua
fama di simpatizzante liberale.
Mazzini dunque fu costretto a partire per l’Inghilterra, unico paese
momentaneamente disposto a tollerare la sua attività.
Ai moderati toccò contrapporre un programma e il più noto fu enunciato nel 1843 da
un sacerdote intellettuale piemontese, Vincenzo Gioberti che vendeva negli italiani
i titolari di antichi primati morali e civili, i quali erano tutti accomunati dalla fede
cattolica. Toccava dunque alla potenza morale del papato promuovere la
formazione di una lega di stati italiani e assumerne la guida.
La linea di Gioberti, definita neo guelfa però soffriva di una contraddizione dato che
il papa era uno dei sovrani assoluti italiani e il capo assoluto della chiesa cattolica
che si era fermamente opposta alle nuove idee.
GERMANIA
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Anche la Germania può a ragione essere definita una nazione senza stato, almeno
nella logica dei nazionalisti tedeschi.
Infatti il Congresso di Vienna aveva sancito la restaurazione sia di una parte
consistente degli Stati in cui il paese si era diviso ancora prima dell’occupazione
napoleonica, sia delle antiche dinastie.
I tedeschi però a differenza degli italiani erano nella maggior parte dei casi
alfabetizzati, la Germania non era sotto controllo straniero anzi ben due potenze
potevano essere definite tedesche, ossia la Prussia e l’Impero asburgico.
Ma i patrioti tedeschi volevano uno stato nazione.
La Germania, collocata nella parte centrale del continente, corrispondeva ad una
variegata area di confine tra l’Europa occidentale e quella orientale: la parte centro
occidentale era da sempre esposta all’espansionismo francese ed era divisa in una
miriade di stati sovrani e principati autonomi mentre le due grandi potenze,
asburgica e prussiana erano collocate sul versante orientale.
Da un punto di vista economico, negli anni ’40 grazie al sostegno della Prussia si
ebbe un grande sviluppo delle ferrovie: quindi il paese disponeva delle pre
condizioni per l’industrializzazione e di un efficiente sistema di istruzione
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Possiamo dire che la Prussia appariva la più logica candidata a sostenere un
progetto nazionale tedesco sotto ogni profilo, tranne sotto quello politico: Hegel
sosteneva che il regno era soffocato da un pesante conservatorismo.
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LA DEMOCRAZIA IN AMERICA
L’Europa, come abbiamo potuto vedere era monarchica, l’America era
repubblicana.
In Europa vigevano sistemi elettorali restrittivi, mentre in America le scelte in questo
senso furono democratiche e si optò per il suffragio universale maschile
Andrew Jackson divenne presidente nel 1829: era un sudista ma non faceva parte
dell’elite dei proprietari virginiani, come tutti i precedenti presidenti.
Si aprì dunque un processo di ristrutturazione del potere dal basso che ebbe per
protagonisti due partiti: quello di Jackson e quello dei Whig
Il caso americano rappresentava un oggetto di studio per i liberali europei:
prendiamo per esempio il caso di Alexis de Tocqueville, liberale e uomo politico di
origine francese che realizzò un interessante viaggio studio proprio in America e
realizzò un testo interessante, ossia La democrazia in America
o Egli ebbe l’impressione che tutto in America tendesse verso il principio
democratico: infatti mancavano le basi per l’affermazione del principio
aristocratico a cominciare dal monopolio fondiario che invece in Europa era
la norma. Non c’era un passato feudale e non c’era legislazione sul
maggiorasco.
o Tuttavia T. sottovaluta il potere di quella sorta di aristocrazia che era l’elite
schiavista sia quello dei partiti e del governo federale.
o Inoltre egli rileva il moltiplicarsi di associazioni di ogni genere, di tipo politico
e non su scala locale: l’associazionismo è una conseguenza della libertà
politica ed è anche un suo presupposto perché avvicina gli individui tra loro e
li rende edotti della possibilità di agire collettivamente.
o Per questo motivo l’America rimane una società libera senza fare ricorso
all’esclusione sociale se non a quella degli elementi non assimilabili nella
comunità, ossia neri ed indiani.
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IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA
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Marx ed Engels si fecero assertori di un nuovo socialismo, da loro detto scientifico
in contrapposizione a quello utopistico di Owen o dei Saint Simon che univa una
forte carica rivoluzionaria ad un solido fondamento economico e filosofico.
Il nucleo fondamentale del socialismo scientifico sta in una concezione
materialistica e dialettica della storia, vista come un susseguirsi di lotte, scontri fra
interessi economici.
I rapporti economici costituiscono la struttura di ogni società, mentre le ideologie e
le istituzioni politiche sono delle sovrastrutture.
Anche i regimi liberali e democratici sono l’espressione di un dominio di classe,
quello della borghesia giunta alla fase matura del suo sviluppo.
Secondo M ed E la stessa borghesia ha svolto, nella fase della sua ascesa una
funzione rivoluzionaria dando vita al capitalismo industriale e ha accresciuto le
capacità produttive dell’umanità, ha anche abbattuto le disuguaglianze giuridiche
della società feudale.
Ma al tempo stesso ha suscitato contraddizioni che non riesce più a risolvere e ha
prodotto il suo antagonista storico: il nuovo soggetto sociale che lo soppianterà, il
proletariato.
Ribellandosi al sistema capitalistico il proletariato non ha nulla da perdere se non le
proprie catene: è dunque una classe naturalmente rivoluzionaria.
Per fare valere i suoi interessi il proletariato deve organizzarsi non solo all’interno
dei singoli stati ma anche su scala sovranazionale rifiutando la logica dei
nazionalismi (Proletari di tutto il mondo unitevi! – celebre appello con cui si
conclude il Manifesto.).
Una volta organizzata la classe operaia profitterà dell’inevitabile crisi del
capitalismo: in una prima fase questo potere assumerà le forme della dittatura
necessaria per contrastare i prevedibili tentativi di reazione della borghesia e per
assicurare il massaggio alla vera società comunista.
3. IMPERI
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Gli Imperi, basati com’erano sulla disuguaglianza sembrano nel 19 secolo il residuo
di un lontano passato, ma non sempre le cose stavano in questo modo: c’erano
imperi infatti che avevano cose in comune con gli Stati – Nazione, imperi che di
fatto avevano al centro uno stato nazione.
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L’AQUILA: L’IMPERO DEGLI ASBURGO
Gli Asburgo non traevano la propria sovranità dal popolo o dalla nazione, ma dalla
volontà divina e si presentavano come i garanti dell’immutabilità e della
conservazione sia in Germania che in Italia.
Non mancavano inoltre di presentarsi come i difensori della fede cattolica: avevano
per esempio guidato la Germani meridionale, cattolica, contro quella settentrionale,
protestante e si erano proposti in difesa della cristianità contro gli infedeli.
Prima del ciclone napoleonico gli Asburgo avevano un’autorità morale e piuttosto
vaga sugli stati tedeschi, mentre maggiore era la loro presa sui possedimenti
ereditari (Austria, Slovenia) e sui regni che erano venuti in possesso dei loro
predecessori (Boemia ed Ungheria)
Non esisteva nei loro domini una lingua comune e i loro atti ufficiali erano redatti in
larino.
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La monarchia asburgica era particolarmente tenuta al rispetto della Costituzione
ungherese o magiara: la Dieta – ossia il parlamento – difendeva i privilegi fiscali,
amministrativi e giudiziari dei nobili.
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Era nel primo settecento in vigore un sistema feudale: la servitù dei contadini
proibiva loro di scegliersi liberamente un impiego ed era largamente diffuso l’uso
delle corvees. Al tempo dell’assolutismo illuminato i sovrani erano riusciti ad
eliminare la servitù ma non le corvees.
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Gli imperatori comunque erano interessati soprattutto allo spazio politico tedesco: a
Praga, Bratislava e in altri centri della Boemia e della Moravia, parlavano in tedesco
le classi dirigenti e urbane mentre nelle campagne si parlava il ceco o lo slovacco.
Comunque i tedeschi rappresentavano una minoranza esigua, all’interno
dell’impero, non più del 25%
Solo una parte minore dei possedimenti asburgici faceva parte della
Confederazione Germanica. Una trasformazione in stato federale della
Confederazione avrebbe creato agli Asburgo numerosi problemi e ne sarebbe
uscito distrutto l’antico progetto di fare dell’impero uno stato moderno, uniforme e
accentrato.
Comunque il progetto accentratore si scontrava con l’esistenza di istituzioni locali:
o In Ungheria venivano sentiti come tutt’uno la veneranda costituzione locale
che sanciva l’autonomia della nazione all’interno dell’impero e i privilegi della
nobiltà locale.
o Intorno al 1847 crescevano i conflitti tra il governo imperiale e la Dieta
o Queste fratture sociali si assommavano a fratture nazionali: nelle molte zone
in cui gli Ungheresi vivevano frammisti con le popolazioni di lingua slava e
romena i proprietari fondiari erano magiari, mentre i contadini erano slavi o
romeni.
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o Vediamo dunque l’atteggiamento di alcuni soggetti collettivi operanti
nell’Impero asburgico:
 L’elite tedesco – austriaca che non aveva interesse a mettere in
discussione l’impero in cui controllava una quota maggioritaria del
potere
 Gli slavi che avevano buone ragioni per mantenersi fedeli agli
Asburgo ma nutrivano rancori nei confronti delle elites locali austro
tedesche o ungheresi
 I lombardo – veneti e gli abitanti di Trento e Trieste integrati nelle
strutture imperiali e affascinati al contempo dai moti risorgimentali
italiani.
 L’elite ungherese che poteva restare attaccata alla propria antica
costituzione e puntare su una maggiore autonomia o su una
parificazione con l’elite austro tedesca.
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IL GIGANTE: L’IMPERO RUSSO
L’Impero zarista appariva agli occhi di molti europei come una creatura barbara
asiatica (pensiamo al dispotismo orientale di cui parlava Montesquieu)
Anche geograficamente l’impero era collocato a cavallo tra l’Europa e l’Asia: oltre a
popolazioni di lingua slava e religione cristiano ortodossa (russi e ucraini) vi erano
anche popolazioni di religione cristiano cattolica (i polacchi) e islamici di lingua turca
o mongola
Nemmeno nella parte europea era stata sancita l’eguaglianza giuridica tra gli esseri
umani: vigeva l’istituto della servitù contadina per cui i lavoratori della terra erano
considerati come parte integrante del patrimonio nobiliare.
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Per governare lo zar si avvaleva di un’obbediente burocrazia civile e militare e del
sostegno della gerarchia della chiesa ortodossa.
I russi rappresentavano una componente elevata della popolazione imperiale ma
comunque il loro imperatore governava comunità e gruppi linguistici e culturali
molto distanti tra di loro senza pretendere di fonderli in un unicum.
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Proviamo anche nel caso dell’impero russo di individuare i vari soggetti collettivi e
come essi si rapportassero alla questione dell’autonomia e della nazionalità:
 Classi dirigenti russe che non avevano interesse a sottolineare la
propria identità nazionale mettendo in crisi l’impero sovranazionale
che di fatto dominavano
 Gli ucraini che per molti aspetti erano difficilmente distinguibili dai
russi se non per la loro caratterizzazione compattamente contadina,
per la mancanza di un elite propria.
 I polacchi conosciuti per il loro spiccato spirito nazionale e per
l’orgoglio della loro religione cattolica
 Gli ebrei infine possono essere proposti come quarto soggetto:
restavano oggetto di pesanti discriminazioni legali che li escludevano
da gran parte del territorio imperiale. Si erano dunque insediati nella
fascia degli insediamenti, ossia quella occidentale, dal Baltico al Mar
nero. Il pregiudizio delle popolazioni cristiane li rendeva vittime di
violenze e massacri molto spesso.
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La disomogeneità di cui abbiamo appena parlato ostacolava la formazione di idee
ed orientamenti collettivi analoghi a quelli che si stavano formando nelle società
dell’Europa centro – occidentale. Unica eccezione era la cosiddetta intelligencia, gli
intellettuali, un insieme di artisti e intellettuali affascinati dalla cultura occidentale e
per questo motivo detto occidentali oppure ancora coloro i quali d’altro canto
rivendicavano di essere invece slavofili.
Gli accenti di questi ultimi erano compatibili con la politica ufficiale dello zar perché
si atteggiava a protettore dei popoli che al pari dei russi erano di lingua e di
religione slavo – ortodossa.
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Lo zar continuava a richiamarsi ai remoti precedenti dell’impero bizantino o romani
d’oriente definendosi autocrate – cioè colui che trae il proprio potere da se stesso.
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L’OSTAGGIO: L’IMPERO OTTOMANO
Possiamo definire quello ottomano come un impero europeo dato che
comprendeva le regioni balcaniche con le popolazioni slave, romene, albanesi,
greche.
L’impero aveva poi una vesta regione asiatica comprendente l’attuale Turchia, l’Iraq
e la Siria.
Di fatto indipendente anche se sottoposta alla sua sovranità era il Nord Africa
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Il sultano si presentava da un lato come il protettore dei credenti nell’Islam, dall’altro
come il buon padre dei suoi sudditi di qualsiasi religione. Al pari di tanti monarchi
europei dell’Antico regime controllava direttamente con le sue armate e i suoi
funzionari solo alcune parti giudicate cruciali del suo dominio e per il resto si
affidava ad intermediari locali
Era la sua logica tradizionalistica a rendere l’impero inadatto alla modernità: era
anche divenuto militarmente debole. Aveva perso le numersoe guerre contro i russi
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e dovette cedere di fronte alle grandi potenze intervenute in appoggio alla rivolta
greca del 1821 in conseguenza della quale la Grecia si costituì, prima dell’Europa
orientale, regione indipendente e nazionale
Agli occhi degli occidentali, da quel momento in poi, l’impero ottomano apparve
come un grande malato.
Tentò di sfuggire a questa sorte il sultano Mahmud Ii con un’innovazione nella
tradizione ottomana in qualche modo analoga a quella dell’assolutismo illuminato
europeo: egli contrastò l’influenza degli ulema, cioè dei religiosi islamici, demolì il
potere dell’antica casta militare dei giannizzeri.
L’impero ottomano era minacciato dai nazionalismi nella sia sezione europea come
dimostrano i casi della Grecia e della Serbia seppure nelle loro diversità
Greci e servi definivano sbrigativamente turchi i componenti delle minoranze
islamiche presenti sul loro territorio
Per quanto costoro parlassero ammettiamo anche la loro stessa lingua essi non
ammettevano che potessero fare parte della loro stessa nazione: così nei due paesi
la guerra d’indipendenza assunse anche il carattere di guerra civile e di religione.
Va rilevato comunque che non tutti i serbi e non tutti i greci entrarono a far parte
della Grecia e della Serbia: infatti i serbi di Bosnia e i greci dell’Anatolia restarono
sudditi dell’impero.
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Per quanto concerne in particolar modo la religione islamica molti studiosi ritengono
che con il suo carattere universalistico e con la sua capacità di collegare una
quantità variegata di paesi e popoli, abbia opposto un formidabile ostacolo al
consolidarsi di identità particolaristiche come quelle nazionali.
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IL LEONE DEI MARI: L’IMPERO BRITANNICO
La politica ottocentesca delle grandi potenze europee verso l’impero ottomano può
esemplificare la variante del colonialismo che definiamo informale, per la quale il
centro assume progressivamente il potere delle periferie lasciando che queste
conservino proprie istituzioni statali, valendosi tuttavia di una sequenza di trattati
ineguali sottoscritti dopo operazioni intimidatorie che per questo motivo chiamiamo
diplomazia del cannoniere.
La prima vera e propria colonia inglese in Europa fu l’Irlanda, cattolica e sovversiva
cui non venne mai concessa l’autonomia.
C’erano poi la Nuova Zelanda, l’Australia, il Canada.
Ma c’era soprattutto l’India: in India gli inglesi erano giunti lungo l’asse dei
commerci internazionali che vedeva fin dal 500 le navi europee circumnavigare
l’Africa e attraversare l’Oceano Indiano.
L’india era la porta dell’Asia, punto di giunzione con il grande impero cinese.
All’inizio del ‘700 comunque gli inglesi si erano ben guardati dallo scontrarsi con
l’impero Moghul e si erano limitati a creare una rete di basi portuali
contemporaneamente di tipo commerciale e militare e avevano creato una
Compagnia delle Indie Orientali, una societò privilegiata, cui era stato concesso il
monopolio dei commerci con l’India.
Nel nord est l’imperatore Moghul aveva concesso alla Compagnia una base, nel
porto di Calcutta.
Ma nel corso del ‘700 con l’indebolimento dell’impero gli inglesi si lanciarono alla
conquista: il compito di amministrare i nuovi possedimenti fu lasciato alla stessa
Compagnia, in particolare nella vasta regione circostante Calcutta, il Bengala. La
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difesa era affidata ad un esercito mercenario e le popolazioni locali erano obbligate
a finanziare tutto attraverso tributi.
Con l’inizio dell’800 l’Inghilterra dominava gran parte dell’India ed essa era
governata da inglesi o retta da stati formalmente indipendenti ma operanti sotto la
loro tutela.
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Ma come riuscirono pochi europei ad assoggettare un paese di così antica civiltà
come l’India?
o La prima risposta rimanda alla superiorità britannica schiacciante sia via
mare che via terra
o La seconda riguarda le debolezze indiane ossia
 La disgregazione dell’impero Moghul e la seguente sequenza di
guerre civili
 Le divisioni religiose tra la maggioranza indù e la minoranza islamica
 Le divisioni sociali rigide in una società articolata per caste, quindi per
gruppi cui si apparteneva per nascita
 La disponibilità delle popolazioni locali a venire a patti con gli stranieri
senza farne un problema morale.
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Da un punto di vista economico, mentre l’India passava da grande esportatore di
tessuti di cotone a grande importatore di tessuti realizzati in madrepatria
ovviamente la Compagnia doveva rinunciare ai propri antichi privilegi commerciali,
che non avevano più alcun senso.
La celebrata perizia degli artigiani indiani non potè reggere alla concorrenza
dell’industria meccanizzata degli inglesi, mentre il governo coloniale non faceva
nulla per frenare il processo di deindustrializzazione.
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Nel frattempo il leone britannico aveva bisogno di un nemico e lo trovò nell’impero
zarista: il contrario di se stesso.
Mentre in chiave economica questa contrapposizione non avrebbe senso, potrebbe
averne invece uno in chiave geopolitica, riguardante infatti il controllo dei territori:
come molti imperi anche quello britannico diede un’interpretazione estensiva al
concetto di difesa, convincendosi della necessità di prevenire le eventuali minacce.
Nel 1841 senza un evidente motivo gli inglesi superarono le frontiere nord
occidentali attraverso l’Afghanistan ma subirono una pesante sconfitta
La vera crisi si ebbe tra il 1857 e il 1858 con la grande rivolta dei soldati
dell’esercito anglo indiano – sepoys – che nel nord misero sul trono l’ultimo
discendente della dinastia Moghul. La rivolta venne ovviamente repressa ma i
britannici a quel punto dovevano dare una forma più coerente al loro potere per cui
abolirono la Compagnia delle Indie, proclamarono la regina Vittoria, regina delle
Indie e il governatore venne nominato vicerè; misero inoltre più attenzione al
controllo dei soldati e presero a reclutarli tra le minoranze etniche in modo da
evitare solidarietà proto – nazionali con le popolazioni locali.
IL CELESTE IMPERO: LA CINA
L’impero cinese era abitato a metà ottocento da circa il 35% della popolazione
mondiale
Usiamo il termine impero parlando di uno stato enorme, molto antico che
considerava se stesso il protettore della civiltà contro la barbarie
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Ma non possiamo non rilevarne il carattere proto nazionale: infatti la maggior parte
della popolazione apparteneva ad un unico gruppo etnico detto han, che possiamo
considerare il fulcro della grande civilizzazione cinese.
A governare l’impero sotto la dinastia Qing erano dei funzionari, chiamati mandarini,
selezionati mediante una serie di esami. Quindi di fatto era un sistema aperto a tutti
anche se gran parte dei mandarini di fatto proveniva da una classe di proprietari
fondiari.
Il potere centrale era assoluto, ma solo fino ad un certo punto, perché restavano
fuori dal suo diretto controllo corporazioni, clan, associazioni religiose, società
segrete e le periferie.
Vanno segnalati i problemi dell’impero nel primo ventennio del secolo: primo fra tutti
il crescente consumo di oppio da parte dei cinesi che va considerato indicativo di
difficoltà sociali e culturali.
C’erano poi le numerose rivolte: le popolazioni insorte ritenevano che l’idea
confuciana di buon governo non venisse più rispettata. Anche in passato c’erano
state crisi di questa natura ma in quel periodo la dialettica era complicata dalla
presenza degli occidentali.
Il governo cinese comunque non era del tutto ostile ai commerci e consentiva che i
mercanti britannici lavorassero nel porto meridionale di Canton da cui partiva il tè e
in cui giungeva l’oppio. Questa droga però creava gravi problemi sociali e il governo
cinese ne proibì sia il consumo che il commercio: al diritto dei cinesi di tutelarsi dal
turpe commercio, gli inglesi contrapposero il diritto di proprietà dei mercanti di
droga.
La guerra dell’oppio dimostrò che la Cina non era sicuramente in grado di
competere con la superiorità degli inglesi. Infatti il conflitto si concluse con la
stipulazione di un trattato ineguale che obbligò i cinesi a pagare una somma di
denaro a titolo di riparazione e ad aprire altri porti ai commerci occidentali, nonché a
cedere l’isola di Hong Kong dove gli inglesi edificarono una grande base navale.
Nessuno comunque pensò ad una soluzione di tipo indiano, cioè a sottoporre la
Cina ad un dominio coloniale diretto: infatti la Cina aveva 400 mln di abitanti e una
tradizione statale unitaria. L’unica strada in questo caso era quella dell’imperialismo
indiretto.
Ne derivò comunque una crisi dell’impero che portò alla grande rivolta dei Taiping,
tra il 1850 e il 1864 che sconvolse la parte meridionale del paese. Fu un movimento
religioso basato sulla rielaborazione di temi cristiani: si ridistribuirono le terre, si
emanciparono le donne.
Gli occidentali all’inizio guardarono con simpatia ai Taiping, ma temendo il caos
appoggiarono il governo per la repressione.
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Ad ogni modo gli inglesi ed i francesi mossero contro l’impero nel 1860 una
seconda guerra che ebbe lo stesso risultato della prima: trattati ineguali, indennità
di denaro, privilegi di extraterritorialità.
o Soffermiamoci su quest’ultimo punto: essi erano garantiti ai cinesi per
garantire il quadro giuridico ritenuto necessario all’esercizio di attività
economiche moderne. Però la sovrapposizione di differenti sistemi giuridici
determinavano solo confusione.
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Per quanto riguarda invece il Giappone possiamo dire che questo paese aveva
un’economia ancora più dinamica di quella cinese e per quanto il suo stato si
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chiamasse impero, si trattava più che altro di un regno basato su antiche tradizioni
culturali e statali e dotato di una spiccata identità proto nazionale.
L’imperatore non aveva potere reale, ma dominava nei fatti una forte aristocrazia,
anche se a partire dal XVII secolo il governo era appannaggio per diritto ereditario
di uno shogun
Nel 1853 la flotta statunitense obbligò lo shogun ad aprire i suoi porti e a
sottoscrivere trattati ineguali i cui vantaggi vennero estesi anche alle potenze
europee.
si osservi la contraddizione strutturale dell’imperialismo indiretto: sottomette le
istituzioni locali, ma le delegittima di fronte ai loro stessi sudditi ed impedisce che
svolgano le tradizionali funzioni d’ordine.
L’IMPERO AMERICANO
Risulta ardua l’applicazione della nozione di Stato Nazione agli stati uniti della
prima metà dell’Ottocento: a quel tempo molti pensavano che la legittimità e la
sovranità fossero patrimonio dei singoli stati che formavano l’unione, non del
governo federale.
Inoltre vi erano profonde differenze tra
o il Nord, in cui la società era di tipo agricolo ma con una forte componente
urbana, marittima, mercantile ed industriale
o il Sud in cui l’agricoltura era prevalente, soprattutto aveva un ruolo
fondamentale la piantagione basata sulla schiavitù.
Saremmo portati a pensare alla schiavitù del primo Ottocento come ad
un’istituzione superata dopo la proibizione della tratta cioè del commercio
transoceanico di esseri umani dall’Africa, sancita nel 1815 dal congresso di Vienna.
Ma essa restò invece ben viva grazie alla sua efficienza produttiva.
La schiavitù determinava un tipo di ineguaglianza tra gli esseri umani non
rinvenibile negli stati nazioni europei, comparabile solo forse con la situazione degli
imperi coloniali.
La schiavitù nel Sud degli stati uniti veniva a segnare giuridicamente la condizione
di libertà dei bianchi
Tra i nordisti invece si stava facendo largo un’altra idea, cioè relativa al lavoro
salariato che non veniva visto solo come un male necessario ma come condizione
di una società moderna e dunque libera.
Nel frattempo al Nord giungevano immigrati da tutti i paesi europei, soprattutto dalla
Germania e dall’Irlanda: erano destinati a mettere in discussione l’originaria identità
del paese (piccolo proprietaria e protestante) mentre gli irlandesi come sappiamo
erano salariati e cattolici.
Comunque gli stati del nord abolirono la schiavitù mentre quelli del sud ne facevano
il fulcro della propria identità: i due gruppi individuarono come il 36esimo parallelo e
mezzo il confine tra l’area in cui la schiavitù era legale e quella in cui era proibita.
Il nord lamentava però il complotto contro la democrazia da parte dell’aristocrazia
sudista, mentre il sud temeva che un giorno i nordisti avrebbero abolito la schiavitù
attraverso una legge federale.
La secessione dell’Unione fu per la prima volta minacciata da uno stato del Sud nel
caso in cui il governo federale si fosse rifiutato di abbassare le barriere doganali:
infatti i sudisti chiedevano una svolta in senso liberista pensando che così
avrebbero esportato con più facilità il proprio cotone e acquistato manufatti a prezzi
più vantaggiosi.
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Per quanto riguarda il rapporto con il colonialismo, in America non poteva che
essere il governo federale a farne i conti, con una successione di accordi:
o Acquisto dai francesi del territorio della Louisiana
o Acquisto della Florida dagli Spagnoli
o Accordo con i Britannici sui confini canadesi e sull’acquisizione dell’Oregon
o Acquisto dell’Alaska dai Russi
- E non poteva che essere il governo federale a realizzare l’occupazione di fatto: per
esempio in Florida venne promossa una guerra di sterminio delle popolazioni
indigene.
LA DOTTRINA MONROE
- La lotta per l’indipendenza dell’America Latina fornì agli Stati Uniti l’occasione per
affermare il proprio ruolo di potenza emergente e garante dell’equilibrio occidentale.
- In un messaggio al congresso nel 1823 il presidente Monroe dichiarò che da quel
momento in poi il continente americano non doveva essere considerato oggetto di
futura colonizzazione da parte di nessuna potenza europea e che gli stati uniti
consideravano come atto ostile nei loro confronti ogni intervento europeo in
America.
- La proclamazione di questi principi definita come dottrina di Monroe ebbe
immediato riscontro nel 1824 quando la lotta di liberazione delle colonie latino
americana si compiì senza che nessuna potenza europea venisse in appoggio della
Spagna.
- Gli Stati uniti, una volta stabiliti buoni rapporti con la Gran Bretagna si trovarono
così nella posizione di potenza egemone di un continente.
- Ben presto il Messico dovette subire la pressione espansionistica del potente
vicino: oggetto principale del contrasto fu il Texas diventato meta di una forte
immigrazione. Esso si staccò dal Messico nel 1836 e nel ’45 diventò membro
dell’Unione.
- Ne seguì una guerra tra USA e Messico che durò tre anni (dal 1845 al 48) e si
concluse con una netta vittoria dei primi, che si impadronirono di tutti quei vastissimi
territori che si estendevano dal Golfo del Messico fino alla Costa del Pacifico.
4. UNIFICAZIONI STATALI
- Nel 1851 il presidente della repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte, come
-
abbiamo detto prima, sciolse il parlamento promuovendo un colpo di stato e
chiedendo al popolo di approvare la sua azione con un plebiscito a suffragio
universale: Napoleone quindi si proclamò imperatore con il nome di Napoleone III
Il nuovo regime si risolse in una miscela apparentemente eterogenea fatta di
limitazione delle libertà politiche e di stampa, persecuzione degli oppositori
Il ripetuto ricorso ai plebisciti mostrò inoltre che in Francia il suffragio universale non
necessariamente doveva provocare gli sfaceli temuti.
Bonapartismo: nuovo modello politico che prevedeva un omaggio formale alla
sovranità popolare espressa mediante plebisciti, ma che legittimava invece nei fatti
il centralismo autoritario. Elementi fondamentali del bonapartismo erano il
paternalismo e la ricerca del consenso popolare.
- Intanto nell’impero asburgico Francesco Giuseppe tornava all’assolutismo
annullando la costituzione concessa nel marzo 1849, ma lasciando in vigore le
riforme anti feudali.
20
- I patrioti italiani consideravano superata sia l’ipotesi repubblicana che quella
-
federalista: offrì loro una valida sponda Vittorio Emanuele II successo al trono al
padre Carlo Alberto, conservando la Costituzione emanata nel ’48 – lo statuto
albertino.
Nel suo regno si attuò una rottura con la tradizione clericale e la concessione dei
diritti civili ai membri della chiesa protestante valdese. Continuò nel parlamento e
nel paese una discussione politica abbastanza libera di cui usufruirono molti esuli
dagli altri stati italiani che si erano rifugiati in Piemonte.
- Capo del governo durante la difficile trattativa per chiudere la partita con gli
-
-
austriaci era stato Massimo d’Azeglio, a cui successe nel 1852 Camillo Benso
conte di Cavour, aristocratico e uomo d’affari, proprietario terriero e giornalista e
direttore di un battagliero organo di stampa dal titolo Il Risorgimento.
L’ideale politico di Cavour era quello di un liberalismo moderato: egli era infatti
convinto che l’ampliamento delle basi dello stato0 doveva essere attuato con
gradualità nell’ambito di un sistema monarchico costituzionale promotore di riforme
e trasformazioni che, a suo giudizio, costituivano l’unico antidoto alla rivoluzione e
al disordine sociale.
Da un punto di vista politico Cavour entrò a far parte del governo D’azeglio già nel
1850 come ministro per l’Agricoltura e il Commercio.
o Prima ancora di diventare presidente Cavour si era reso protagonista di una
piccola rivoluzione parlamentare, promuovendo un accordo tra l’ala più
progressista della maggioranza moderata, di cui egli stesso era leader e la
componente più moderata della sinistra democratica, capeggiata da
Rattazzi.
o Dall’accordo che fu detto connubio nacque una nuova maggioranza di centro
che relegava all’opposizione sia i clericali conservatori, sia i democratici
intransigenti.
o In questo modo Cavour poté ampliare la base parlamentare del suo governo
e spostarne l’asse verso sinistra, il che gli consentì non solo di fare propria la
politica patriottica e anti austriaca sostenuta ma anche di rendere più incisiva
la sua azione riformatrice in campo politico ed economico.
- Cavour si impegnò anche per sviluppare l’economia del suo paese e per integrarla
-
nell’ampio contesto europeo.
o Premessa essenziale della sua politica fu l’adozione di una linea
liberoscambista: furono stipulati trattati commerciali con la Francia, con la
GB e con L’austria e fra il ’51 e il ’54 venne gradualmente abolito il dazio sul
grano.
o Sul versante delle opere pubbliche vennero costruite strade e canali e
vennero sviluppate le ferrovie.
Proprio a causa del progresso sia da un punto di vista politico che da un punto di
vista economico tra il 1849 e il 1860 molti esuli di altri stati italiani si trasferirono in
Piemonte, nel regno Sabaudo.
- Per quanto riguarda la politica estera possiamo dire innanzitutto che Cavour non
aveva tra i suoi obiettivi l’unità italiana: la sua azione fu piuttosto orientata verso gli
scopi tradizionali della monarchia sabauda ossia allargare i confini del Piemonte a
scapito dei domini austriaci e degli stati minori del Centro Nord.
21
o La sua prima preoccupazione fu quella di portare il Piemonte dal rango di
Stato regionale a quello di media potenza europea: un passo importante in
questa direzione fu compiuto nel 1855 quando il governo rispose
positivamente all’invito dell’Inghilterra e della Francia di associarsi alla guerra
contro la Russia. – la guerra di Crimea.
o In questo modo Cavour ebbe la possibilità di partecipare come vincitore al
Congresso di Parigi del 1856 e di portare la questione italiana.
 Egli protestò contro la presenza militare austriaca e denunciò il
malgoverno dello stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie
come causa di tensioni rivoluzionarie e come minaccia alla pace.
o Dalla partecipazione al congresso di Parigi Cavour trasse la convinzione che
per eliminare gli austriaci dall’Italia era necessario l’appoggio della Francia.
 Per raggiungere il suo scopo lo statista poteva contrare sulle
ambizioni egemoniche di Napoleone III
o Quindi Cavour sancì un’alleanza franco – sabauda che fu sancita in un
incontro segreto tra l’imperatore e il primo ministro piemontese a Plombieres:
 Gli accordi ipotizzavano una nuova sistemazione dell’intera penisola
italiana che avrebbe dovuto essere divisa in tre stati:
 Un regno dell’Alta Italia, comprendente il Piemonte, il
Lombardo Veneto, l’Emilia Romagna, sotto la casa sabauda
che in cambio avrebbe ceduto alla Francia Nizza e la Savoia.
 Un regno dell’Italia centrale formato dalla Toscana e dalle
province pontificie
 Un regno meridionale liberato dalla dinastia borbonica
- Comunque premessa fondamentale per la riuscita dei progetti di Cavour era la
-
-
guerra contro l’Austria: anzi era necessario anche che la guerra fosse provocata
dagli austriaci perché l’alleanza con la Francia potesse diventare operante.
Il governo piemontese dunque fece di tutto per fare salire la tensione negli austriaci
che caddero nella trappola.
Scoppiò dunque la guerra: le truppe franco – piemontesi sconfissero gli austriaci a
Magenta
Dopo numerose vittorie tuttavia Napoleone III decise di interrompere la campagna e
propose un armistizio (Pace di Villafranca) nel quale si decise la cessione della sola
Lombardia ai Savoia e il ripristino dello Status Quo nei ducati
Cavour presentò al sovrano le proprie dimissioni, mentre l’opinione pubblica italiana
insorgeva gridando al tradimento
Tra i motivi che avevano spinto Napoleone ad un ripensamento così clamoroso
c’erano le pressioni da parte dell’opinione pubblica francese impressionata dagli
altissimi costi umani e dalle spese di guerra.
Dopo avere ripreso nelle proprie mani le redini del governo, Cavour prospettò a
Napoleone la cessione di Nizza e della Savoia a patto che consentisse si
realizzassero plebisciti in Emilia, in Romagna e in Toscana per l’annessione del
Piemonte.
Il papa a questo punto scomunicò i promotori dell’annessione.
- IL DISCORSO LETTERARIO: I MISERABILI
- L’autoritarismo del secondo impero napoleonico spiccava per vocazione
demagogica ovvero per la ricerca di un consenso di massa.
22
- Ne derivavano grandi contraddizioni per cogliere le quali ci basiamo su un romanzo
-
scritto nel 1862 da Victor Hugo:
La trama sinteticamente è la seguente:
 Jaen Valjean, un povero contadino, spinto dalla miseria ruba un pezzo di
pane. Viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati, che
salgono a diciannove per i continui tentativi di fuga. Quando torna libero
dopo aver conosciuto in carcere ogni sorta di abbrutimento, viene emarginato
da una società chiusa e ostile. Perseguitato dal perfido poliziotto Javert, è
aiutato dal gesto pietoso del vescovo Myriel, che lo perdona di avergli rubato
due candelabri e lo induce a cambiare vita. Si fa chiamare signor Madeleine e
diventa presto un ricco e stimato cittadino di Montreuil-sur-Mer. Come
sindaco della cittadina si adopera in favore dei miserabili. Protegge da Javert
Fantine sedotta e abbandonata da uno studente e diventata prostituta per
nutrire la figlioletta Cosette. Il suo intervento conferma Javert nel sospetto
che Madeleine e Valjean siano la stessa persona. Un giorno un pover'uomo di
nome Champmathieu è arrestato per furto e accusato di essere l'ex galeotto
Valjean. Al termine di una profonda crisi di coscienza, Valjean, incapace di
tollerare che un innocente rischi il carcere a vita, decide di autodenun-ciarsi e
viene arrestato. Riesce nuovamente a fuggire. Strappa Cosette ai malvagi
Thénardier, presso cui era a servizio, e si reca a Parigi con lei, che adotta
come propria figlia. Prende il nome di Fauchelevent e conosce Marius de
Pontmercy, figlio di un generale dell'impero, sostenitore della causa del
popolo. Con lui e il monello Gavroche partecipa all'insurrezione parigina del
1832, durante la quale ha l'occasione di salvare la vita all'inflessibile Javert e
allo stesso Marius. Il matrimonio tra Cosette e Marius e la serena morte di
Valjean concludono la vicenda.
- Viene messo immediatamente alla luce come la condotta del secondo impero
-
consenta che i sospetti vengano messi nella condizione di non nuocere e che i loro
movimenti siano controllati attraverso istituti come il divieto di soggiorno, creando
archivi per la loro schedatura sistematica.
In pratica per tenere a freno i miserabili, sia i conservatori che i liberali moderati
contano sulle misure preventive di Javert, il poliziotto, più che sui magistrati, cui
toccherebbe stando alla divisione dei poteri.
Javert disprezza la compassione e applica alle masse una pedagogia dura e senza
sconti: al pari dei liberisti più intransigenti pensa che la filantropia statale finisca con
l’incoraggiare la pigrizia e con il premiare il vizio.
Dalla prospettiva del 1862 e dalla sua posizione di oppositore del secondo impero,
l’autore guarda alla storia francese accusando i conservatori e i moderati di avere
visto nelle classi laboriose null’altro che classi pericolose
Hugo vuole convincere il pubblico che non necessariamente l’abiezione
rappresenta la conseguenza di colpe individuali e denuncia la contraddizione tra la
durezza con cui vengono stigmatizzati dall’occhio sociale i vizi dei poveri e
l’indulgenza verso quelli dei ricchi.
- GUERRA PATRIOTTICA E CIVILE IN ITALIA
- Cedendo i suoi territori d’oltralpe e ampliando i suoi confini verso la Lombardia e
l’Italia centrale lo stato sabaudo cessava di essere uno stato dinastico e si avviava
a diventare uno stato nazionale
23
- Un simile risultato però non accontentava i democratici pronti a sfruttare le
-
-
circostanze favorevoli per rilanciare l’iniziativa rivoluzionaria nel Mezzogiorno e
nello stato della Chiesa.
Nel maggio del ’59 nel regno delle Due Sicilie era salito al trono Francesco II:
furono due mazziniani siciliani esuli in Piemonte, Francesco Crispi e Rosolino Pilo a
concepire il progetto di una spedizione in Sicilia come prima tappa di un movimento
insurrezionale che avrebbe dovuto estendersi nel continente.
Nel 1860 ad aprile un’insurrezione scoppiava a Palermo: Pilo accorse in Sicilia e
Crispi convinse Garibaldi ad assumere la guida della spedizione
Cavour che temeva le complicazioni internazionali e vedeva nella spedizione
un’occasione di rilancio per i mazziniani la avversò, senza però fare nulla di serio
per impedirla.
- La notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 poco più di mille volontari, provenienti da
-
diverse regioni presero il mare a Quarto, presso Genova e pochi giorni dopo
sbarcarono a Marsala
Il 15 maggio a Calatafimi le colonne garibaldine accresciute da poche centinaia di
insorti siciliani entrarono in contatto con un contingente borbonico e nonostante
l’inferiorità numerica riuscirono a metterlo in fuga.
Esaltati dal successo i volontari proseguirono verso Palermo e sconfitto l’esercito
borbonico Garibaldi proclamò una dittatura in nome di Vittorio Emanuele II
La rapidità con cui si era consumato il collasso del regime borbonico in Sicilia aveva
colto di sorpresa la diplomazia delle grandi potenze e aveva costretto Cavour e i
moderati italiani a rivedere in fretta la loro strategia.
Inoltre il clima entusiasta che aveva accolto i garibaldini si era dissolto quando i
contadini siciliani avevano capito che nessuno avrebbe risposto alle loro esigenze
perché nessuno avrebbe toccato il quadro dei rapporti di proprietà
Nacque dunque un conflitto insanabile tra i volontari e i contadini sfociato in episodi
di repressione come quello di Bronte
- IL 20 agosto Garibaldi riuscì a sbarcare in Calabria e risalì la penisola rapidamente
-
-
-
senza che l’esercito borbonico fosse in grado di fare resistenza.
Ben presto arrivò a Napoli, che rischiava di diventare un quartier generale dei
democratici e diventare la base di una spedizione nello Stato della Chiesa:
un’impresa che avrebbe provocato l’intervento francese.
Non restava dunque al governo piemontese che prevenire l’impresa militare dei
garibaldini: nel settembre dopo avere ottenuto l’assenso di Napoleone III e
impegnandosi a non minacciare Roma e il Lazio le truppe regie varcarono i confini
dello Stato della Chiesa invadendo Umbria e Marche e sconfiggendo l’esercito
pontificio nella battaglia di Castelfidardo.
Qualche giorno dopo il parlamento piemontese autorizzò il governo a decretare
l’ammissione delle regioni italiane coinvolte all’interno dello stato sabaudo purchè le
popolazioni esprimessero la loro volontà in tal senso mediante plebisciti: in questo
modo l’iniziativa tornava nelle mani di Cavour e dei moderati.
Il 21 ottobre dunque si tennero plebisciti a suffragio universale maschile e vinse il
sì.
- A Garibaldi non restava che aspettare i piemontesi: l’incontro con Vittorio Emanuele
II si tenne a Teano il 25 ottobre.
24
- Infine il 17 marzo del 1861 il primo parlamento nazionale proclamava Vittorio
Emanuele re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione.
- LA GUERRA CIVILE AMERICANA
- Vediamo cosa stava succedendo nel frattempo negli stati uniti:
- Intorno alla metà dell’800 gli Stati Uniti offrivano l’immagine di un paese in
-
crescente espansione: i confini dell’Unione continuavano a spostarsi verso ovest, la
produzione agricola progrediva con ritmi che non avevano uguali al mondo.
Ma a questa eccezionale vitalità dell’economia e del corpo sociale facevano
riscontro numerose fratture interne: infatti negli stati uniti c’erano di fatto tre diverse
società ciascuna con il suo sistema economico, i suoi valori e le sue tradizioni
culturali.
o C’erano innanzitutto gli stati del nord est, sede delle prime colonie
britanniche: era la zona più progredita e più industrializzata, dove sorgevano
i maggiori centri urbani, dove si concentravano i rapporti commerciali con
l’Europa e dove si concentravano anche le ondate migratorie.
o Gli stati del sud avevano invece una società agricola e profondamente
tradizionalista che fondava la sua economia e la sua organizzazione sociale
in piantagioni di cotone
 la manodopera che vi lavorava era costituita in gran parte da schiavi
neri discendenti da quelli che erano stati forzatamente portati in
America nel ‘700
-
o Vi era poi una terza società accanto a queste due, ossia quella dei liberi
agricoltori e degli allevatori di bestiame che popolavano gli stati dell’Ovest.
Fu proprio l’ovest a costituire il pomo della discordia e al tempo stesso l’elemento
risolutore del contrasto che a partire dalla metà del secolo oppose il Nord
industriale al Sud schiavista.
L’idea stessa della schiavitù mal si conciliava con la mentalità democratica diffusa
nel Nord ma era anche incompatibile con la filosofia del capitalismo moderno e con
la sua esigenza di disporre di una manodopera mobile.
- Con l’inizio degli anni ’50 i partiti tradizionali, democratici e whigs, entrarono in
-
profonda crisi perché i democratici si identificavano con la causa dei grandi
proprietari schiavisti mentre dall’ala progressista dei whigs nacque nel 1854 il
Partito Repubblicano, che assunse una posizione decisamente anti schiavista.
Il nuovo partito conquistò un seguito sempre crescente finchè nelle elezioni del
1860 riuscì a portare alla presidenza Lincoln, che nonostante fosse contrario alla
schiavitù non era un abolizionista radicale.
- Tra il dicembre del 1860 e il febbraio del ’61 dieci stati del Sud decisero di staccarsi
-
dall’Unione e di costituire una Confederazione Indipendente che ebbe come
capitale Richmond in Virginia.
La secessione non poteva non suscitare la reazione del potere federale e non vi era
alternativa alla guerra civile che scoppiò nel 1861.
Nelle fasi iniziali della guerra il migliore addestramento delle forze sudiste e le
notevoli capacità del comandante Robert Lee diedero ai confederati una netta
prevalenza.
25
- Ma quando fu chiaro che gli stati del sud avrebbero dovuto contare solo sulle loro
-
forze perché la GB e le altre potenze si astennero da ogni intervento il fattore
numerico e quello economico si rivelarono decisivi.
La guerra dunque si concluse con la resa dei confederati nel 1865 e qualche giorno
dopo Lincoln venne assassinato da un fanatico sudista.
o A partire dal 1 gennaio 1863 si decretò la liberazione di tutti gli schiavi anche
nel sud per consentirne anche l’arruolamento nell’esercito dell’Unione.
o Tuttavia la vittoria nordista non valse a colmare le disuguaglianze sociali
perché comunque i neri rimasero vittime di apartheid per molto tempo
ancora.
- IL DECLINO DELLA POTENZA ASBURGICA E L’ASCESA DELLA PRUSSIA
- Dopo le rivoluzioni del 48 – 49 l’Impero asburgico tentò di riorganizzarsi sulla base
-
-
-
-
del vecchio sistema assolutistico: il potere tornò a concentrarsi nelle mani
dell’imperatore, il centralismo amministrativo venne rafforzato.
La costituzione concessa nel ’49 venne revocata nel ’51
Negli stessi anni la Prussia proponeva la sua candidatura alla guida della nazione
tedesca fidando soprattutto nella forza del suo apparato industriale e sulla stretta
integrazione della sua economia con quella degli stati germanici, che come
sappiamo erano uniti in una Lega dal 1834 ad esclusione dell’Austria.
L’abolizione degli ordinamenti feudali non aveva scalfito i poteri dei nobili
latifondisti, gli Junker: la stessa legge elettorale che divideva i cittadini in tre classi
in ragione della capacità contributiva e assegnava a ciascuna classe un egual
numero di deputati rifletteva questo potere assegnando ai nobili una
rappresentanza enorme.
Autoritarismo politico e conservatorismo sociale si rivelarono componenti essenziali
di quella via prussiana allo sviluppo che avrebbe finito con il costituire una sorta di
modello: questo accadde perché in Germania esistevano elementi di modernità
sconosciuti agli altri paesi dell’Europa orientale, come un efficiente sistema di
comunicazioni interne e una rete ferroviaria sviluppata, nonché un’alta diffusione
dell’istruzione che poneva la Prussia all’avanguardia in questo settore.
Si capisce allora come il tradizionalismo degli Junker e le aspirazioni nazionali della
borghesia finissero con il trovare un terreno di convergenza nella politica di potenza
dello stato Prussiano.
- L’artefice principale di questa politica fu il conte Ottone Von Bismarck che venne
-
nominato primo ministro nel 1862: Bismarck si impegnò a realizzare una riforma
dell’esercito che prevedeva l’aumento degli organici e il prolungamento del servizio
di leva.
Inoltre egli contava di realizzare l’unificazione dello Stato tedesco:
o Il primo ostacolo in questo senso era l’Austria che se da un lato era una
parte di un impero plurinazionale dall’altro lato però era uno stato tedesco
membro della Confederazione Germanica
o Il contrasto si fece acuto quando gli Asburgo e la Prussia entrarono in
conflitto per l’amministrazione di alcuni territori sottratti alla Danimarca
o Prima di provocare il casus belli Bismarck svolse un abile lavoro di
preparazione diplomatica alleandosi con il Regno d’Italia e assicurandosi la
benevolenza della Russia e di Napoleone III mentre dalla parte dell’Austria si
schierarono alcuni stati della Confederazione Germanica spaventati dall’idea
di essere inglobati dalla Prussia.
26
- La guerra iniziò nel 1866 e durò solamente tre settimane: con la pace di Praga
-
l’Austria non subì effettivamente mutilazioni territoriali a parte il Venetoi ceduto
all’Italia, ma dovette accettare lo scioglimento della Confederazione e dunque la
fine di ogni sua influenza nell’Europa centro – settentrionale.
Gli stati tedeschi situati a nord del fiume Meno entrarono a far parte di una nuova
Confederazione della Germania del Nord con a capo Guglielmo I; mentre quelli
situati a sud rimasero indipendenti.
- I nuovi equilibri causati dalla vittoria prussiana spinsero l’Impero Asburgico a
-
spostare i propri interessi verso l’area danubiano – balcanica.
Inoltre nel 1867 l’impero benne diviso in due stati: l’uno austriaco e l’altro
ungherese, che conservavano però un esercito comune e un comune monarca di
casa asburgo: di fatto si era creato un impero austro ungarico.
- GUERRA FRANCO – PRUSSIANA
- Ritornando alla Prussia, possiamo dire che uscita trionfatrice dalla guerra con
-
l’Austria poteva accingersi adesso a realizzare l’ultima fase del suo ambizioso
programma ossia l’unificazione di tutti gli stati della Confederazione in un grande
Reich tedesco sotto la corona degli Hohenzollern
L’ultimo ostacolo sulla via dell’unità era rappresentato dalla Francia di Napoleone III
decisa a non consentire ulteriori espansioni della Prussia.
o L’occasione per il conflitto nacque da una questione dinastica: infatti nel
1868 il trono di Spagna era rimasto vacante e la corona era stata offerta ad
un parente del re di Prussia. Ovviamente la Francia in questo modo sarebbe
stata circondata: l’opinione pubblica allora insorse compatta e Bismarck
seppe sfruttare queste tendenze bellicose anzi le esasperò, facendo
intendere che l’ambasciatore mandato da Parigi era stato messo alla porta
dal sovrano Guglielmo I con un ultimatum
o Quel comunicato provocò a Parigi un’ondata di furore nazionalistico e nel
1870 venne dichiarata guerra alla Prussia.
o Ma l’esercito francese era nettamente inferiore a quello prussiano, sia per il
numero degli effettivi sia per l’organizzazione. Dopo una serie di sconfitte la
Francia chiese l’armistizio: era il 1871.
- Il 9 dicembre del 1870 fu proclamato l’Impero tedesco e nel 1871 alla reggia di
Versailles, luogo simbolo della potenza del re di Francia, Guglielmo I venne
incoronato imperatore tedesco.
- LA COMUNE DI PARIGI
- Nella primavera del 1871 la Francia dovette affrontare una drammatica crisi interna
-
in parte causata dalla sconfitta
Rivissero insomma tutti i conflitti della loro storia contemporanea: come nel 1793 i
repubblicani radicali invocarono la resistenza ad oltranza contro lo straniero
accusando monarchici e repubblicani moderati di tradimento
Si vide ancora una volta la differenza tra la capitale e le province: i radicali
assunsero il controllo della Comune di Parigi e i moderati conquistarono la
maggioranza nell’Assemblea costituente.
- LA RUSSIA DI ALESSANDRO II
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- Il primato dell’arretratezza in Europa spetta sicuramente all’Impero russo che
-
all’inizio degli anni ’50 aveva ancora la servitù della gleba, cioè i contadini erano
legati alla terra che coltivavano ed erano parte del patrimonio materiale dei nobili
Tuttavia a questa arretratezza faceva riscontro una grande vivacità della vita
culturale del dibattito ideologico.
L’avvento al trono di Alessandro II alimentò forti speranze di rinnovamento,
soprattutto in conseguenza di alcune riforme, tra le quali appunto l’abolizione della
servitù della gleba nel 1861.
Ben presto comunque si tornò ad un indirizzo autocratico con il conseguente
accrescimento del distacco tra potere statale e borghesia colta.
- IL DISCORSO POLITICO: COSA E’UNA NAZIONE
- Vinta la guerra del 1870 i Tedeschi pretesero di inglobare l’Alsazia e la Lorena mel
-
loro nuovo stato.
L’Alsazia e la Lorena erano territori francesi ma i cui abitanti parlavano tedesco.
La discussione su questo argomento fu molto importante ed andò a definire il
concetto stesso di nazione: in particolare attraverso un testo di Ernest Renan:
o Scritto nel 1870 vede il francese polemizzare con uno studioso tedesco. La
germania infatti non può sostenere di avere un diritto oggettivo sull’Alsazia e
la Lorena basandosi su vaghi indicatori linguistici o remoti precedenti storici.
o Infatti non ci sono solo francesi e tedeschi ma anche slavi che i tedeschi non
hanno mai tenuto in considerazione. Ed essi secondo Renan faranno lo
stesso gioco fatto dai tedeschi con i francesi cioè impareranno i loro principi
e poi li useranno ai loro danni
o Renan chiede dunque di non privilegiare il diritto dei morti, cioè il passato,
sul diritto dei vivi, ossia sul presente: insomma la politica deve prevalere
sulla filologia e sull’archeologia tendendo conto della volontà degli alsaziani,
che sono esseri umani.
o Qui il francese riprende un concetto di nazione ricollegabile a quello
elaborato dalla rivoluzione francese, nazione come cittadinanza, libertà e
scelta politica.
- Nel 1882 Renan torna a definire la questione in un discorso intitolato “Che cosa e’
una nazione”
o Non ogni gruppo umano, sostiene, può essere definito nazione né tanto
meno la popolazione di ogni Stato forma una nazione.
o La monarchia francese ha invece realizzato sin dal medioevo un processo di
omogeneizzazione politico culturale che alla fine ha dato un risultato nuovo
o Una nazione è un’anima, un principio spirituale: viene considerata come una
creatura storica complessa non come mero sottoprodotto di pre condizioni
razziali, linguistiche, religiose e geografiche. La collega con concetti di
cittadinanza, libertà politica e consenso.
4. UNIFICAZIONI STATALI
- Nel 1851 il presidente della repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte, come
abbiamo detto prima, sciolse il parlamento promuovendo un colpo di stato e
chiedendo al popolo di approvare la sua azione con un plebiscito a suffragio
universale: Napoleone quindi si proclamò imperatore con il nome di Napoleone III
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- Il nuovo regime si risolse in una miscela apparentemente eterogenea fatta di
-
limitazione delle libertà politiche e di stampa, persecuzione degli oppositori
Il ripetuto ricorso ai plebisciti mostrò inoltre che in Francia il suffragio universale non
necessariamente doveva provocare gli sfaceli temuti.
Bonapartismo: nuovo modello politico che prevedeva un omaggio formale alla
sovranità popolare espressa mediante plebisciti, ma che legittimava invece nei fatti
il centralismo autoritario. Elementi fondamentali del bonapartismo erano il
paternalismo e la ricerca del consenso popolare.
- Intanto nell’impero asburgico Francesco Giuseppe tornava all’assolutismo
annullando la costituzione concessa nel marzo 1849, ma lasciando in vigore le
riforme anti feudali.
- I patrioti italiani consideravano superata sia l’ipotesi repubblicana che quella
-
federalista: offrì loro una valida sponda Vittorio Emanuele II successo al trono al
padre Carlo Alberto, conservando la Costituzione emanata nel ’48 – lo statuto
albertino.
Nel suo regno si attuò una rottura con la tradizione clericale e la concessione dei
diritti civili ai membri della chiesa protestante valdese. Continuò nel parlamento e
nel paese una discussione politica abbastanza libera di cui usufruirono molti esuli
dagli altri stati italiani che si erano rifugiati in Piemonte.
- Capo del governo durante la difficile trattativa per chiudere la partita con gli
-
-
austriaci era stato Massimo d’Azeglio, a cui successe nel 1852 Camillo Benso
conte di Cavour, aristocratico e uomo d’affari, proprietario terriero e giornalista e
direttore di un battagliero organo di stampa dal titolo Il Risorgimento.
L’ideale politico di Cavour era quello di un liberalismo moderato: egli era infatti
convinto che l’ampliamento delle basi dello stato0 doveva essere attuato con
gradualità nell’ambito di un sistema monarchico costituzionale promotore di riforme
e trasformazioni che, a suo giudizio, costituivano l’unico antidoto alla rivoluzione e
al disordine sociale.
Da un punto di vista politico Cavour entrò a far parte del governo D’azeglio già nel
1850 come ministro per l’Agricoltura e il Commercio.
o Prima ancora di diventare presidente Cavour si era reso protagonista di una
piccola rivoluzione parlamentare, promuovendo un accordo tra l’ala più
progressista della maggioranza moderata, di cui egli stesso era leader e la
componente più moderata della sinistra democratica, capeggiata da
Rattazzi.
o Dall’accordo che fu detto connubio nacque una nuova maggioranza di centro
che relegava all’opposizione sia i clericali conservatori, sia i democratici
intransigenti.
o In questo modo Cavour poté ampliare la base parlamentare del suo governo
e spostarne l’asse verso sinistra, il che gli consentì non solo di fare propria la
politica patriottica e anti austriaca sostenuta ma anche di rendere più incisiva
la sua azione riformatrice in campo politico ed economico.
- Cavour si impegnò anche per sviluppare l’economia del suo paese e per integrarla
nell’ampio contesto europeo.
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o Premessa essenziale della sua politica fu l’adozione di una linea
liberoscambista: furono stipulati trattati commerciali con la Francia, con la
GB e con L’austria e fra il ’51 e il ’54 venne gradualmente abolito il dazio sul
grano.
o Sul versante delle opere pubbliche vennero costruite strade e canali e
vennero sviluppate le ferrovie.
Proprio a causa del progresso sia da un punto di vista politico che da un punto di
vista economico tra il 1849 e il 1860 molti esuli di altri stati italiani si trasferirono in
Piemonte, nel regno Sabaudo.
- Per quanto riguarda la politica estera possiamo dire innanzitutto che Cavour non
aveva tra i suoi obiettivi l’unità italiana: la sua azione fu piuttosto orientata verso gli
scopi tradizionali della monarchia sabauda ossia allargare i confini del Piemonte a
scapito dei domini austriaci e degli stati minori del Centro Nord.
o La sua prima preoccupazione fu quella di portare il Piemonte dal rango di
Stato regionale a quello di media potenza europea: un passo importante in
questa direzione fu compiuto nel 1855 quando il governo rispose
positivamente all’invito dell’Inghilterra e della Francia di associarsi alla guerra
contro la Russia. – la guerra di Crimea.
o In questo modo Cavour ebbe la possibilità di partecipare come vincitore al
Congresso di Parigi del 1856 e di portare la questione italiana.
 Egli protestò contro la presenza militare austriaca e denunciò il
malgoverno dello stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie
come causa di tensioni rivoluzionarie e come minaccia alla pace.
o Dalla partecipazione al congresso di Parigi Cavour trasse la convinzione che
per eliminare gli austriaci dall’Italia era necessario l’appoggio della Francia.
 Per raggiungere il suo scopo lo statista poteva contrare sulle
ambizioni egemoniche di Napoleone III
o Quindi Cavour sancì un’alleanza franco – sabauda che fu sancita in un
incontro segreto tra l’imperatore e il primo ministro piemontese a Plombieres:
 Gli accordi ipotizzavano una nuova sistemazione dell’intera penisola
italiana che avrebbe dovuto essere divisa in tre stati:
 Un regno dell’Alta Italia, comprendente il Piemonte, il
Lombardo Veneto, l’Emilia Romagna, sotto la casa sabauda
che in cambio avrebbe ceduto alla Francia Nizza e la Savoia.
 Un regno dell’Italia centrale formato dalla Toscana e dalle
province pontificie
 Un regno meridionale liberato dalla dinastia borbonica
- Comunque premessa fondamentale per la riuscita dei progetti di Cavour era la
-
guerra contro l’Austria: anzi era necessario anche che la guerra fosse provocata
dagli austriaci perché l’alleanza con la Francia potesse diventare operante.
Il governo piemontese dunque fece di tutto per fare salire la tensione negli austriaci
che caddero nella trappola.
Scoppiò dunque la guerra: le truppe franco – piemontesi sconfissero gli austriaci a
Magenta
Dopo numerose vittorie tuttavia Napoleone III decise di interrompere la campagna e
propose un armistizio (Pace di Villafranca) nel quale si decise la cessione della sola
Lombardia ai Savoia e il ripristino dello Status Quo nei ducati
30
- Cavour presentò al sovrano le proprie dimissioni, mentre l’opinione pubblica italiana
-
-
insorgeva gridando al tradimento
Tra i motivi che avevano spinto Napoleone ad un ripensamento così clamoroso
c’erano le pressioni da parte dell’opinione pubblica francese impressionata dagli
altissimi costi umani e dalle spese di guerra.
Dopo avere ripreso nelle proprie mani le redini del governo, Cavour prospettò a
Napoleone la cessione di Nizza e della Savoia a patto che consentisse si
realizzassero plebisciti in Emilia, in Romagna e in Toscana per l’annessione del
Piemonte.
Il papa a questo punto scomunicò i promotori dell’annessione.
- IL DISCORSO LETTERARIO: I MISERABILI
- L’autoritarismo del secondo impero napoleonico spiccava per vocazione
-
demagogica ovvero per la ricerca di un consenso di massa.
Ne derivavano grandi contraddizioni per cogliere le quali ci basiamo su un romanzo
scritto nel 1862 da Victor Hugo:
La trama sinteticamente è la seguente:
 Jaen Valjean, un povero contadino, spinto dalla miseria ruba un pezzo di
pane. Viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati, che
salgono a diciannove per i continui tentativi di fuga. Quando torna libero
dopo aver conosciuto in carcere ogni sorta di abbrutimento, viene emarginato
da una società chiusa e ostile. Perseguitato dal perfido poliziotto Javert, è
aiutato dal gesto pietoso del vescovo Myriel, che lo perdona di avergli rubato
due candelabri e lo induce a cambiare vita. Si fa chiamare signor Madeleine e
diventa presto un ricco e stimato cittadino di Montreuil-sur-Mer. Come
sindaco della cittadina si adopera in favore dei miserabili. Protegge da Javert
Fantine sedotta e abbandonata da uno studente e diventata prostituta per
nutrire la figlioletta Cosette. Il suo intervento conferma Javert nel sospetto
che Madeleine e Valjean siano la stessa persona. Un giorno un pover'uomo di
nome Champmathieu è arrestato per furto e accusato di essere l'ex galeotto
Valjean. Al termine di una profonda crisi di coscienza, Valjean, incapace di
tollerare che un innocente rischi il carcere a vita, decide di autodenun-ciarsi e
viene arrestato. Riesce nuovamente a fuggire. Strappa Cosette ai malvagi
Thénardier, presso cui era a servizio, e si reca a Parigi con lei, che adotta
come propria figlia. Prende il nome di Fauchelevent e conosce Marius de
Pontmercy, figlio di un generale dell'impero, sostenitore della causa del
popolo. Con lui e il monello Gavroche partecipa all'insurrezione parigina del
1832, durante la quale ha l'occasione di salvare la vita all'inflessibile Javert e
allo stesso Marius. Il matrimonio tra Cosette e Marius e la serena morte di
Valjean concludono la vicenda.
- Viene messo immediatamente alla luce come la condotta del secondo impero
-
consenta che i sospetti vengano messi nella condizione di non nuocere e che i loro
movimenti siano controllati attraverso istituti come il divieto di soggiorno, creando
archivi per la loro schedatura sistematica.
In pratica per tenere a freno i miserabili, sia i conservatori che i liberali moderati
contano sulle misure preventive di Javert, il poliziotto, più che sui magistrati, cui
toccherebbe stando alla divisione dei poteri.
31
- Javert disprezza la compassione e applica alle masse una pedagogia dura e senza
-
sconti: al pari dei liberisti più intransigenti pensa che la filantropia statale finisca con
l’incoraggiare la pigrizia e con il premiare il vizio.
Dalla prospettiva del 1862 e dalla sua posizione di oppositore del secondo impero,
l’autore guarda alla storia francese accusando i conservatori e i moderati di avere
visto nelle classi laboriose null’altro che classi pericolose
Hugo vuole convincere il pubblico che non necessariamente l’abiezione
rappresenta la conseguenza di colpe individuali e denuncia la contraddizione tra la
durezza con cui vengono stigmatizzati dall’occhio sociale i vizi dei poveri e
l’indulgenza verso quelli dei ricchi.
- GUERRA PATRIOTTICA E CIVILE IN ITALIA
- Cedendo i suoi territori d’oltralpe e ampliando i suoi confini verso la Lombardia e
-
-
l’Italia centrale lo stato sabaudo cessava di essere uno stato dinastico e si avviava
a diventare uno stato nazionale
Un simile risultato però non accontentava i democratici pronti a sfruttare le
circostanze favorevoli per rilanciare l’iniziativa rivoluzionaria nel Mezzogiorno e
nello stato della Chiesa.
Nel maggio del ’59 nel regno delle Due Sicilie era salito al trono Francesco II:
furono due mazziniani siciliani esuli in Piemonte, Francesco Crispi e Rosolino Pilo a
concepire il progetto di una spedizione in Sicilia come prima tappa di un movimento
insurrezionale che avrebbe dovuto estendersi nel continente.
Nel 1860 ad aprile un’insurrezione scoppiava a Palermo: Pilo accorse in Sicilia e
Crispi convinse Garibaldi ad assumere la guida della spedizione
Cavour che temeva le complicazioni internazionali e vedeva nella spedizione
un’occasione di rilancio per i mazziniani la avversò, senza però fare nulla di serio
per impedirla.
- La notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 poco più di mille volontari, provenienti da
-
diverse regioni presero il mare a Quarto, presso Genova e pochi giorni dopo
sbarcarono a Marsala
Il 15 maggio a Calatafimi le colonne garibaldine accresciute da poche centinaia di
insorti siciliani entrarono in contatto con un contingente borbonico e nonostante
l’inferiorità numerica riuscirono a metterlo in fuga.
Esaltati dal successo i volontari proseguirono verso Palermo e sconfitto l’esercito
borbonico Garibaldi proclamò una dittatura in nome di Vittorio Emanuele II
La rapidità con cui si era consumato il collasso del regime borbonico in Sicilia aveva
colto di sorpresa la diplomazia delle grandi potenze e aveva costretto Cavour e i
moderati italiani a rivedere in fretta la loro strategia.
Inoltre il clima entusiasta che aveva accolto i garibaldini si era dissolto quando i
contadini siciliani avevano capito che nessuno avrebbe risposto alle loro esigenze
perché nessuno avrebbe toccato il quadro dei rapporti di proprietà
Nacque dunque un conflitto insanabile tra i volontari e i contadini sfociato in episodi
di repressione come quello di Bronte
- IL 20 agosto Garibaldi riuscì a sbarcare in Calabria e risalì la penisola rapidamente
senza che l’esercito borbonico fosse in grado di fare resistenza.
32
- Ben presto arrivò a Napoli, che rischiava di diventare un quartier generale dei
-
-
-
democratici e diventare la base di una spedizione nello Stato della Chiesa:
un’impresa che avrebbe provocato l’intervento francese.
Non restava dunque al governo piemontese che prevenire l’impresa militare dei
garibaldini: nel settembre dopo avere ottenuto l’assenso di Napoleone III e
impegnandosi a non minacciare Roma e il Lazio le truppe regie varcarono i confini
dello Stato della Chiesa invadendo Umbria e Marche e sconfiggendo l’esercito
pontificio nella battaglia di Castelfidardo.
Qualche giorno dopo il parlamento piemontese autorizzò il governo a decretare
l’ammissione delle regioni italiane coinvolte all’interno dello stato sabaudo purchè le
popolazioni esprimessero la loro volontà in tal senso mediante plebisciti: in questo
modo l’iniziativa tornava nelle mani di Cavour e dei moderati.
Il 21 ottobre dunque si tennero plebisciti a suffragio universale maschile e vinse il
sì.
- A Garibaldi non restava che aspettare i piemontesi: l’incontro con Vittorio Emanuele
II si tenne a Teano il 25 ottobre.
- Infine il 17 marzo del 1861 il primo parlamento nazionale proclamava Vittorio
Emanuele re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione.
- LA GUERRA CIVILE AMERICANA
- Vediamo cosa stava succedendo nel frattempo negli stati uniti:
- Intorno alla metà dell’800 gli Stati Uniti offrivano l’immagine di un paese in
-
crescente espansione: i confini dell’Unione continuavano a spostarsi verso ovest, la
produzione agricola progrediva con ritmi che non avevano uguali al mondo.
Ma a questa eccezionale vitalità dell’economia e del corpo sociale facevano
riscontro numerose fratture interne: infatti negli stati uniti c’erano di fatto tre diverse
società ciascuna con il suo sistema economico, i suoi valori e le sue tradizioni
culturali.
o C’erano innanzitutto gli stati del nord est, sede delle prime colonie
britanniche: era la zona più progredita e più industrializzata, dove sorgevano
i maggiori centri urbani, dove si concentravano i rapporti commerciali con
l’Europa e dove si concentravano anche le ondate migratorie.
o Gli stati del sud avevano invece una società agricola e profondamente
tradizionalista che fondava la sua economia e la sua organizzazione sociale
in piantagioni di cotone
 la manodopera che vi lavorava era costituita in gran parte da schiavi
neri discendenti da quelli che erano stati forzatamente portati in
America nel ‘700
-
o Vi era poi una terza società accanto a queste due, ossia quella dei liberi
agricoltori e degli allevatori di bestiame che popolavano gli stati dell’Ovest.
Fu proprio l’ovest a costituire il pomo della discordia e al tempo stesso l’elemento
risolutore del contrasto che a partire dalla metà del secolo oppose il Nord
industriale al Sud schiavista.
L’idea stessa della schiavitù mal si conciliava con la mentalità democratica diffusa
nel Nord ma era anche incompatibile con la filosofia del capitalismo moderno e con
la sua esigenza di disporre di una manodopera mobile.
33
- Con l’inizio degli anni ’50 i partiti tradizionali, democratici e whigs, entrarono in
-
profonda crisi perché i democratici si identificavano con la causa dei grandi
proprietari schiavisti mentre dall’ala progressista dei whigs nacque nel 1854 il
Partito Repubblicano, che assunse una posizione decisamente anti schiavista.
Il nuovo partito conquistò un seguito sempre crescente finchè nelle elezioni del
1860 riuscì a portare alla presidenza Lincoln, che nonostante fosse contrario alla
schiavitù non era un abolizionista radicale.
- Tra il dicembre del 1860 e il febbraio del ’61 dieci stati del Sud decisero di staccarsi
-
dall’Unione e di costituire una Confederazione Indipendente che ebbe come
capitale Richmond in Virginia.
La secessione non poteva non suscitare la reazione del potere federale e non vi era
alternativa alla guerra civile che scoppiò nel 1861.
Nelle fasi iniziali della guerra il migliore addestramento delle forze sudiste e le
notevoli capacità del comandante Robert Lee diedero ai confederati una netta
prevalenza.
Ma quando fu chiaro che gli stati del sud avrebbero dovuto contare solo sulle loro
forze perché la GB e le altre potenze si astennero da ogni intervento il fattore
numerico e quello economico si rivelarono decisivi.
La guerra dunque si concluse con la resa dei confederati nel 1865 e qualche giorno
dopo Lincoln venne assassinato da un fanatico sudista.
o A partire dal 1 gennaio 1863 si decretò la liberazione di tutti gli schiavi anche
nel sud per consentirne anche l’arruolamento nell’esercito dell’Unione.
o Tuttavia la vittoria nordista non valse a colmare le disuguaglianze sociali
perché comunque i neri rimasero vittime di apartheid per molto tempo
ancora.
- IL DECLINO DELLA POTENZA ASBURGICA E L’ASCESA DELLA PRUSSIA
- Dopo le rivoluzioni del 48 – 49 l’Impero asburgico tentò di riorganizzarsi sulla base
-
-
-
del vecchio sistema assolutistico: il potere tornò a concentrarsi nelle mani
dell’imperatore, il centralismo amministrativo venne rafforzato.
La costituzione concessa nel ’49 venne revocata nel ’51
Negli stessi anni la Prussia proponeva la sua candidatura alla guida della nazione
tedesca fidando soprattutto nella forza del suo apparato industriale e sulla stretta
integrazione della sua economia con quella degli stati germanici, che come
sappiamo erano uniti in una Lega dal 1834 ad esclusione dell’Austria.
L’abolizione degli ordinamenti feudali non aveva scalfito i poteri dei nobili
latifondisti, gli Junker: la stessa legge elettorale che divideva i cittadini in tre classi
in ragione della capacità contributiva e assegnava a ciascuna classe un egual
numero di deputati rifletteva questo potere assegnando ai nobili una
rappresentanza enorme.
Autoritarismo politico e conservatorismo sociale si rivelarono componenti essenziali
di quella via prussiana allo sviluppo che avrebbe finito con il costituire una sorta di
modello: questo accadde perché in Germania esistevano elementi di modernità
sconosciuti agli altri paesi dell’Europa orientale, come un efficiente sistema di
comunicazioni interne e una rete ferroviaria sviluppata, nonché un’alta diffusione
dell’istruzione che poneva la Prussia all’avanguardia in questo settore.
34
- Si capisce allora come il tradizionalismo degli Junker e le aspirazioni nazionali della
borghesia finissero con il trovare un terreno di convergenza nella politica di potenza
dello stato Prussiano.
- L’artefice principale di questa politica fu il conte Ottone Von Bismarck che venne
-
-
-
nominato primo ministro nel 1862: Bismarck si impegnò a realizzare una riforma
dell’esercito che prevedeva l’aumento degli organici e il prolungamento del servizio
di leva.
Inoltre egli contava di realizzare l’unificazione dello Stato tedesco:
o Il primo ostacolo in questo senso era l’Austria che se da un lato era una
parte di un impero plurinazionale dall’altro lato però era uno stato tedesco
membro della Confederazione Germanica
o Il contrasto si fece acuto quando gli Asburgo e la Prussia entrarono in
conflitto per l’amministrazione di alcuni territori sottratti alla Danimarca
o Prima di provocare il casus belli Bismarck svolse un abile lavoro di
preparazione diplomatica alleandosi con il Regno d’Italia e assicurandosi la
benevolenza della Russia e di Napoleone III mentre dalla parte dell’Austria si
schierarono alcuni stati della Confederazione Germanica spaventati dall’idea
di essere inglobati dalla Prussia.
La guerra iniziò nel 1866 e durò solamente tre settimane: con la pace di Praga
l’Austria non subì effettivamente mutilazioni territoriali a parte il Venetoi ceduto
all’Italia, ma dovette accettare lo scioglimento della Confederazione e dunque la
fine di ogni sua influenza nell’Europa centro – settentrionale.
Gli stati tedeschi situati a nord del fiume Meno entrarono a far parte di una nuova
Confederazione della Germania del Nord con a capo Guglielmo I; mentre quelli
situati a sud rimasero indipendenti.
- I nuovi equilibri causati dalla vittoria prussiana spinsero l’Impero Asburgico a
-
spostare i propri interessi verso l’area danubiano – balcanica.
Inoltre nel 1867 l’impero benne diviso in due stati: l’uno austriaco e l’altro
ungherese, che conservavano però un esercito comune e un comune monarca di
casa asburgo: di fatto si era creato un impero austro ungarico.
- GUERRA FRANCO – PRUSSIANA
- Ritornando alla Prussia, possiamo dire che uscita trionfatrice dalla guerra con
-
l’Austria poteva accingersi adesso a realizzare l’ultima fase del suo ambizioso
programma ossia l’unificazione di tutti gli stati della Confederazione in un grande
Reich tedesco sotto la corona degli Hohenzollern
L’ultimo ostacolo sulla via dell’unità era rappresentato dalla Francia di Napoleone III
decisa a non consentire ulteriori espansioni della Prussia.
o L’occasione per il conflitto nacque da una questione dinastica: infatti nel
1868 il trono di Spagna era rimasto vacante e la corona era stata offerta ad
un parente del re di Prussia. Ovviamente la Francia in questo modo sarebbe
stata circondata: l’opinione pubblica allora insorse compatta e Bismarck
seppe sfruttare queste tendenze bellicose anzi le esasperò, facendo
intendere che l’ambasciatore mandato da Parigi era stato messo alla porta
dal sovrano Guglielmo I con un ultimatum
o Quel comunicato provocò a Parigi un’ondata di furore nazionalistico e nel
1870 venne dichiarata guerra alla Prussia.
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o Ma l’esercito francese era nettamente inferiore a quello prussiano, sia per il
numero degli effettivi sia per l’organizzazione. Dopo una serie di sconfitte la
Francia chiese l’armistizio: era il 1871.
- Il 9 dicembre del 1870 fu proclamato l’Impero tedesco e nel 1871 alla reggia di
Versailles, luogo simbolo della potenza del re di Francia, Guglielmo I venne
incoronato imperatore tedesco.
- LA COMUNE DI PARIGI
- Nella primavera del 1871 la Francia dovette affrontare una drammatica crisi interna
-
in parte causata dalla sconfitta
Rivissero insomma tutti i conflitti della loro storia contemporanea: come nel 1793 i
repubblicani radicali invocarono la resistenza ad oltranza contro lo straniero
accusando monarchici e repubblicani moderati di tradimento
Si vide ancora una volta la differenza tra la capitale e le province: i radicali
assunsero il controllo della Comune di Parigi e i moderati conquistarono la
maggioranza nell’Assemblea costituente.
- LA RUSSIA DI ALESSANDRO II
- Il primato dell’arretratezza in Europa spetta sicuramente all’Impero russo che
-
all’inizio degli anni ’50 aveva ancora la servitù della gleba, cioè i contadini erano
legati alla terra che coltivavano ed erano parte del patrimonio materiale dei nobili
Tuttavia a questa arretratezza faceva riscontro una grande vivacità della vita
culturale del dibattito ideologico.
L’avvento al trono di Alessandro II alimentò forti speranze di rinnovamento,
soprattutto in conseguenza di alcune riforme, tra le quali appunto l’abolizione della
servitù della gleba nel 1861.
Ben presto comunque si tornò ad un indirizzo autocratico con il conseguente
accrescimento del distacco tra potere statale e borghesia colta.
- IL DISCORSO POLITICO: COSA E’UNA NAZIONE
- Vinta la guerra del 1870 i Tedeschi pretesero di inglobare l’Alsazia e la Lorena mel
-
loro nuovo stato.
L’Alsazia e la Lorena erano territori francesi ma i cui abitanti parlavano tedesco.
La discussione su questo argomento fu molto importante ed andò a definire il
concetto stesso di nazione: in particolare attraverso un testo di Ernest Renan:
o Scritto nel 1870 vede il francese polemizzare con uno studioso tedesco. La
germania infatti non può sostenere di avere un diritto oggettivo sull’Alsazia e
la Lorena basandosi su vaghi indicatori linguistici o remoti precedenti storici.
o Infatti non ci sono solo francesi e tedeschi ma anche slavi che i tedeschi non
hanno mai tenuto in considerazione. Ed essi secondo Renan faranno lo
stesso gioco fatto dai tedeschi con i francesi cioè impareranno i loro principi
e poi li useranno ai loro danni
o Renan chiede dunque di non privilegiare il diritto dei morti, cioè il passato,
sul diritto dei vivi, ossia sul presente: insomma la politica deve prevalere
sulla filologia e sull’archeologia tendendo conto della volontà degli alsaziani,
che sono esseri umani.
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o Qui il francese riprende un concetto di nazione ricollegabile a quello
elaborato dalla rivoluzione francese, nazione come cittadinanza, libertà e
scelta politica.
- Nel 1882 Renan torna a definire la questione in un discorso intitolato “Che cosa e’
una nazione”
o Non ogni gruppo umano, sostiene, può essere definito nazione né tanto
meno la popolazione di ogni Stato forma una nazione.
o La monarchia francese ha invece realizzato sin dal medioevo un processo di
omogeneizzazione politico culturale che alla fine ha dato un risultato nuovo
o Una nazione è un’anima, un principio spirituale: viene considerata come una
creatura storica complessa non come mero sottoprodotto di pre condizioni
razziali, linguistiche, religiose e geografiche. La collega con concetti di
cittadinanza, libertà politica e consenso.
6. INTERNAZIONALISMO E NAZIONALISMO
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Il mondo di fine ‘800 vede contemporaneamente
o il trionfo degli imperi coloniali e degli stati nazione
o la creazione di un sistema mondializzato di scambi e la nascita di forti
economie nazionali
o l’idea di eguaglianza di tutti gli esseri umani contrapposta all’idea di
ineguaglianza tra i diversi popoli, tra uomini e donne e tra le diverse razze.
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IL DISCORSO STORIOGRAFICO: LA NASCITA DEL MONDO MODERNO
Partiamo con il parlare del libro dello storico inglese Bayly LA NASCITA DEL
MONDO MODERNO del 2004
A parere di questo studioso già nell’800 possiamo effettivamente parlare di
globalizzazione, termine che indica la creazione contemporanea di uniformità e
squilibri su scala planetaria.
o UNIFORMITA’: navi, merci, capitali idee circolavano molto più velocemente e
di questo tutti parteciparono. La modernità coinvolse tutti, chi più chi meno e
tutti speravano di migliorare la propria condizione individuale o collettiva.
o SQUILIBRI: la distribuzione della ricchezza e del potere mondiale si fece
diseguale come mai in precedenza. Il PIL pro capite in Europa occidentale e
negli Stati Uniti era nell’800 doppio rispetto a quello dell’Asia meridionale.
-
-
In particolar modo il nostro autore si concentra sulla tematica della religione:
o Gli stati europei promossero spesso la religione come proprio marchio
identitario anche quando parlavano il linguaggio della scienza.
o Le religioni rafforzarono la propria identità, standardizzarono credenze e culti
e invasero zone della vita sociale prima presidiate dalle consuetudini sociali.
o Attraverso questi strumenti la Chiesa cattolica si riorganizzò impegnandosi
nell’Europa meridionale nella riconquista post rivoluzionaria del suo popolo
che rischiava di smarrirsi.
o Tutte le confessioni cristiane inondarono il mondo di missionari e l’Islam
sentendosi minacciato accentuò a sua volta la compattezza e il rigore.
-
Per quanto riguarda l’economia secondo Bayly non è più possibile guardare alla
rivoluzione industriale come motore immoto da cui derivano la democrazia e le
rivoluzioni in generale
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o Infatti nell’800 l’industrializzazione era agli inizi e circoscritta a poche aree
del mondo e anche lì influiva solo su alcune parti della società
o Quindi lo studioso propone di sostituire il concetto di rivoluzione industriale
con quello di rivoluzioni industriose, cioè furono piccole innovazioni
tecnologiche che si accompagnarono ad altri fattori come i mutamenti della
distribuzione delle merci.
o Solo nella seconda metà del secolo accanto all’industria tessile si
affiancarono quella siderurgica e quella meccanica nonché quella chimica e
l’innovazione ebbe sempre più bisogno della scienza
Alcuni studiosi parlano di seconda rivoluzione industriale, ma forse è meglio dire
che fu l’era dell’industrializzazione vera e propria, quando il sistema di fabbrica con
la catena di montaggio – ricordiamo per esempio Ford – divennero la norma.
ECONOMIE NAZIONALI E NUOVO IMPERIALISMO
Dopo il 1871 anno della comune di Parigi (La Comune di Parigi è stata una breve
esperienza insurrezionale parigina. Tradizionalmente, il termine fa riferimento al governo socialista
che diresse Parigi dal 18 marzo (più formalmente dal 26 marzo) al 28 maggio 1871.
In senso proprio, la "Comune di Parigi" era l'autorità locale (il consiglio cittadino o distrettuale - in
francese commune) che esercitò il potere a Parigi per appena due mesi nella primavera del 1871.
Ma le condizioni in cui si venne a formare, i suoi controversi decreti e la sua fine tormentata,
rendono la Comune uno dei più importanti avvenimenti politici dell'epoca ) e dopo Roma capitale
del regno d’Italia gli stati nazione cercarono il modo di risolvere i loro contrasti
senza ricorrere alla guerra.
Nel 1878 vi fu il Congresso di Berlino che all’indomani dell’ennesima guerra turco –
russa (i russi volevano uno sbocco nel mediterraneo) fissò la carta politica europea:
o L’impero ottomano si salvò pagando un prezzo molto caro cioè il principio
nazionale venne applicato a sue spese nei Balcani e serbi, bulgari e romeni
ottennero l’indipendenza mentre la Bosnia venne assegnata al protettorato
dell’Impero austro – ungarico.
o Il resto dello spazio est europeo restava nelle mani dell’impero zarista, di
quello austro ungarico e di quello tedesco.
 Bismarck inizialmente impegnò la Germania in alleanze con russi e
austriaci, creando però nel 1882 una triplice alleanza con l’Italia e con
l’Austria Ungheria
Fu proprio in quel periodo che iniziò la spartizione dell’Africa: a dare il via fu
l’occupazione della Tunisia da parte dei francesi nel 1881: i francesi arrivarono ad
occupare vastissime aree delle regioni centro occidentali mentre gli inglesi si
espansero nel nord est fino all’Egitto
 La spartizione dell’Africa venne provocata da motivazioni politiche o
geopolitiche legate alla concorrenza tra gli Stati Nazione europei, con
l’aggiunta della usuale paranoia della difesa preventiva. Per esempio i
britannici si convinsero che fosse necessario occupare l’Egitto per
controllare il canale di Suez attraverso il quale si era creata una via di
comunicazione con l’India per evitare che lo facessero prima i
francesi.
o In ogni caso la componente economica fu importante ma non primaria, infatti
dobbiamo considerare alcuni fattori
 Le materie prime provenienti dal mondo delle colonie non furono
particolarmente importanti per l’industrializzazione
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
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I prodotti delle industrie moderne non trovarono sbocchi importanti nei
miseri mercati coloniali
 Gli investimenti di capitale si indirizzarono in misura più sostenuta
verso le aree di popolamento europeo
Comunque ne esce smentita la tesi secondo la quale l’imperialismo
rappresenterebbe un’automatica conseguenza di quella fase di sviluppo
capitalistico
Si aprì nel 1879 una congiuntura di calo generale, sia nel settore agricolo che in
quello industriale comunemente detto grande depressione, anche se in realtà
questo periodo è anche quello della cosiddetta seconda rivoluzione industriale
Il calo dei prezzi infatti derivò dallo stesso sviluppo essendo dovuto
 All’inasprirsi della concorrenza per il grande miglioramento dei
trasporti
 Alla generalizzazione del sistema di fabbrica
La depressione portò un po’ dappertutto ad un cambio di rotta nel campo delle
politiche commerciali che erano state basate negli anni ’60 – ’70 sul concetto di
libero scambio
Infatti i governi si risolsero a sostenere i prezzi interni dei prodotti tassando i
prodotti stranieri, quindi introducendo tariffe protezionistiche
Gli imprenditori effettivamente si sentirono incoraggiati dal fatto di potere operare al
riparo dei dazi doganali, in mercati protetti e con prospettive di ricavi elevati e
relativamente sicuri
In questo contesto crebbero le industrie di diversi paesi, Italia, Russia e soprattutto
la Germania
o La tariffa protezionistica del 1887 e i trattati commerciali furono entrambi
essenziali per l’industrializzazione dell’Italia: questo paese ancora di più del
passato aveva bisogno di esportare vino, agrumi per ottenere la valuta
pregiata del carbone e dei metalli senza i quali le nuove industrie non
avrebbero potuto funzionare.
MIGRANTI
Possiamo definire transnazionale la dimensione di chi si spostava da un paese
all’altro o addirittura da un continente all’altro per trovare lavoro: un caso particolare
fu il legame creato dall’emigrazione tra Italia e Stati Uniti a cavallo tra ‘800 e ‘900
Possiamo scomporre il fenomeno in due periodi:
o 1879 – 1896 relativo alla fase della depressione
o 1896 – 1913 relativo alla fase dell’espansione
Gli studiosi evidenziano due diversi motivi che spingono ad emigrare: quello
espulsivo cioè si parte perché nel proprio paese non si riesce più a vivere; quello
attrattivo
Nel primo periodo partirono più numerosi i settentrionali soprattutto per il sud
America mentre nel secondo più meridionali verso gli Stati Uniti.
Inizialmente si mossero coloro i quali avevano capitale e spirito d’iniziativa, solo
dopo si diede il via alla catena migratoria
Gli italiani in America cominciarono ad affollare, sentendosi ovviamente più protetti,
il quartieri che vennero in seguito denominati Little Italy. Non sembravano
interessati comunque ad integrarsi e ad imparare la lingua
Ma nel frattempo si erano moltiplicate le reazioni xenofobe
o Una corrente dell’opinione pubblica americana detta nativista sosteneva di
dovere difendere il paese da influssi etnico religiosi considerati incompatibili
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con la civiltà Wasp – White Anglo Saxon Protestant – e su questo versante si
pensava che gli italiani, soprattutto quelli del sud non fossero neanche da
considerare del tutto bianchi.
o Ad ogni modo il nativismo era minoritario e la maggior parte delle persone
era convinta dell’idea del meltin pot cioè del grande pentolone in cui tutti di
qualsiasi etnia di mescolavano fino a diventare americani.
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-
L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
Non mancavano negli Stati Uniti i movimenti sindacali e le lotte di classe. Molti
immigrati europei vi portarono le idee socialiste ma non attecchirono nel nuovo
mondo.
Le spiegazioni sono due:
o Intanto di fatto il socialismo era nato in Europa da un’estrema rivendicazione
democratica e negli USA i lavoratori avevano acquisito da tempo i diritti
politici.
o In secondo luogo era difficile che in America si raggiungesse quella forte
solidarietà collettiva che può essere chiamata coscienza di classe perché
spesso come abbiamo detto gli immigrati erano isolati e si auto isolavano.
Chiaramente questa fu una brutta sorpresa sia per i socialisti che per gli anarchici
che credevano nell’internazionalismo dei proletari
 Anarchici: credevano in un futuro di pace e concordia nel quale
l’autorità statale non sarebbe più esistita e le comunità umane si
sarebbero gestite da sé in uno spirito di fratellanza
 I marxisti invece confidavano che proprio lo Stato avrebbe svolto un
ruolo cruciale nella produzione dopo la caduta del capitalismo
Si conformava proprio a nome di questi ideali la Prima Internazionale, cioè
quell’organizzazione che dal 1864 vedeva la convergenza dei socialisti tra i quali
spiccavano i marxisti e gli anarchici.
Dopo la repressione della Comune di Parigi gli internazionalisti si aspettavano un
nuovo ’48 invece si ebbero processi di democratizzazione, legalizzazione degli
scioperi e delle attività di un po’ tutti i partiti
Nel 1889 vi fu una Seconda Internazionale e ne facevano parte il partito social
democratico tedesco e il partito socialista francese le cui strategie erano gradualiste
per quanto l’uno si ispirasse al marxismo e l’altro fosse più eclettico.
o Un esponente del partito socialdemocratico Bernstein prese atto che molte
delle previsioni di MArx non si erano realizzate, in particolare quelle che
prevedevano la proletarizzazione e l’impoverimento: ovvero un continuo
aumento della percentuale dei lavoratori dell’industria sul totale della
popolazione ed il calo dei salari
o Per B la teoria andava rivista: infatti se la situazione era questa e se il
numero dei membri delle classi sociali intermedie aumentava, se il
benessere dei lavoratori cresceva, i social democratici non potevano non
cercare il dialogo con gli altri paesi.
o Egli venne contrastato dal leader social democratico Kautsky: restava valida
la base del ragionamento marxista ma era necessario formulare un
programma minimo senza però dismettere il programma massimo socialista.
La rivoluzione sarebbe arrivata in futuro, i marxisti non dovevano fare nulla
per affrettarla.
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IL DISCORSO STORIOGRAFICO: ORIENTALISMO
Molte delle idee ottocentesche ufficialmente proclamavano l’uguaglianza degli
esseri umani e dei loro diritti: ma l’ordinamento delle società umane era pur sempre
di tipo gerarchico quindi era ovvio che vi fossero delle ideologie chiamate a
giustificare la disuguaglianza.
Una delle disuguaglianze più evidenti era la cd linea del colore: sotto dominio
europeo si trovavano però delle popolazioni diverse e variegate sfumature di colore
Si venne dunque a creare un intreccio tra potere, cultura e conoscenza scientifica,
che è l’oggetto del libro Orientalismo pubblicato da Said nel 1978
o Said chiama orientalista una visione del mondo che procede sempre per
antitesi tra occidente e oriente. Per essa l’occidente è il presente e va
compreso attraverso i principi della politica, dell’economia e della
storiografia; invece l’Oriente essendo arcaico ha un passato che però è a storico e va compreso attraverso la religione e i costumi
o Tra le tante avventure intellettuali su cui si sofferma Said c’è quella della
linguistica comparata che sul finire del secolo individuò due grandi gruppi
linguistici:
 L’ariano o indeuropeo
 Il semitico
o Il sostrato linguistico comune venne usato per definire un’improbabile unità
etnica e venne decretata l’esistenza di razze indoeuropee e quindi superiori
e altre semitiche e quindi inferiori.
 Secondo Said uno dei protagonisti di quest’operazione fu Renan.
Infatti Renan rifiuta il concetto di democrazia perché propedeutico a
due errori: il comunismo e appunto l’idea dell’uguaglianza tra le razze
 Invece gli europei secondo Renan hanno dato alla civiltà il concetto di
libertà politica e il concetto della cosa pubblica, del tutto estranea alla
politica semitica, che si può sintetizzare attraverso i concetti di
teocrazia, anarchia e dispotismo
 Inoltre egli afferma che i semiti e le lingue semitiche sono creazioni
dei filologi: con questo intende dire che il mondo semitico è il prodotto
di una mente scientifica europea
NAZIONALISMI ASIATICI
Nella realtà comunque gli orientali non erano poi così diversi dagli occidentali e
molti di loro risposero all’oppressione del colonialismo con l’arma del nazionalismo.
Le reazioni xenofobe vennero facilmente etichettate come barbare e confermarono
il pregiudizio occidentalista
Facciamo due esempi: quello indiano e quello giapponese:
o In India centinaia di milioni di persone erano governate da pochissimi inglesi.
E proprio l’esperienza unificante dell’amministrazione britannica doveva
trasformare l’elite occidentalizzata nella prima elite nazionale che l’India
avesse mai avuto.
o I suoi membri erano inferiori che però potevano trovarsi in concorrenza con i
loro omologhi europei e svolgere dunque un ruolo autonomo.
o Quindi cercarono di darsi nel 1885 uno strumento di pressione fondando il
Partito del Congresso.
o Una delle figure più importanti in questo senso fu Gandhi, rampollo di
un’agiata famiglia studiò giurisprudenza in Inghilterra ma successivamente
diventa leader politico inventandosi metodi di resistenza non violenta per
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garantire ai connazionali diritti civili elementari, diventando in seguito il leader
del partito del congresso.
o Giappone: era a differenza dell’India un paese indipendente il cui
nazionalismo ebbe per protagonista lo stato sin dal momento in cui una
sezione detta classe dirigente invocò di fronte alla minaccia occidentale la
restaurazione illuminata cioè la legittimazione del potere mediante la figura
dell’imperatore.
o I giapponesi inoltre cominciarono studiando le innovazioni economiche
occidentali, nonché quelle politiche e amministrative e pensarono poi ad
applicarle avviando così un processo di industrializzazione anche nei settori
più moderni.
o Inoltre nel 1889 venne introdotta una Costituzione che prevedeva un
parlamento bicamerale eletto con un sistema censitario
o L’ascesa del Giappone cambiò i termini del confronto tra le potenze
dell’estremo oriente e già negli anni ’70 i giapponesi si avviarono a realizzare
una zona d’influenza nella penisola di Corea entrando in contrasto con la
Cina di cui la Corea era uno stato vassallo.
o Nel 1894 mossero guerra ai cinesi e li sconfissero facilmente costringendoli
ad un trattato che prevedeva concessioni territoriali e pesanti indennità
finanziarie.
o I russi li costrinsero a rinunciare ad alcuni dei vantaggi ottenuti
o In funzione anti russa i britannici appoggiarono i giapponesi: dunque si arrivò
ad una guerra aperta e i giapponesi ebbero la meglio. Nel 1905 la flotta
giapponese distrusse la flotta russa a Tsushima.
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DIASPORA E COSTRUZIONE NAZIONALE EBRAICA
Nel 1881 lo zar Alessandro II venne assassinato e l’omicidio venne imputato agli
ebrei, per quanto solo alcuni dei terroristi fossero tali.
Seguirono aggressioni alle comunità ebraiche nel corso di manifestazioni popolari,
dette pogrom che provocarono morte e sofferenza.
Molti dei partecipanti ai pogrom dichiaravano se stessi cristiani indignati nei
confronti dei discendenti degli assassini di Cristo e si ritenevano lavoratori onesti
vittime dello sfruttamento dei giudei usurai, quando in realtà la maggior parte degli
ebrei dell’impero zarista erano povera gente.
La trasformazione tardo ottocentesca del nemico religioso in nemico razziale segna
il passaggio dal tradizionale antigiudaismo al moderno antisemitismo
Proprio nel momento più drammatico dei pogrom Leo Pinsker medico ebreo di
Odessa scrisse un opuscolo intitolato AUTO EMANCIPAZIONE: spiegava ai suoi
che nessuno li avrebbe emancipati mentre toccava a loro emanciparsi da sé,
riscattandosi da umiliazioni millenarie e che dovevano cominciare a cercare una
patria fissa che non poteva che essere la terra promessa, la Palestina
In realtà il legame storico politico tra gli ebrei europei e la Palestina risaliva forse
alla notte dei tempi.
Ancora, il giornalista ungherese ebreo Herzl, il padre del sionismo, promosse a
Basilea il primo Congresso sionista mondiale, impegnandosi inoltre a guadagnarsi il
sostegno dei grandi, come il sultano ottomano e l’imperatore di Germania per
ottenere una terra che doveva essere l’Uganda, non la Palestina, ma quando Herzl
morì il sionismo internazionale ribadì la Palestina come propria scelta.
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I moderati dell’organizzazione sionista internazionale appoggiarono i sionisti radicali
di Palestina presso le grandi potenze e garantirono i flussi necessari ai loro acquisti
di terre
L’impero ottomano lasciò che le comunità sioniste si rafforzassero in piena
autonomia e i grandi proprietari fondiari arabi che risiedevano a Gerusalemme
cedettero le loro terre a buon prezzo
Gli arabi palestinesi erano in numero di gran lunga superiore agli ebrei, ma la loro
società era disorganizzata e non percepirono il pericolo immediatamente fino a
quando non scoppiò il terribile conflitto che dura fino ad ora.
7. L’ITALIA A CAVALLO TRA I DUE SECOLI
- A cavallo tra i due secoli l’Italia passa dal liberalismo moderato oligarchico al
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liberalismo democratico e contemporaneamente da un’economia agraria e
commerciale ad una parzialmente industrializzata.
.
RIVOLUZIONE NAZIONALE
Il dibattito sulla questione meridionale portava ad un’irrisolta questione sociale e le
polemiche sul trasformismo esprimevano timori sull’abbassamento del tono morale
della classe dirigente: infatti alcuni presero a rimpiangere i grandi uomini del
Risorgimento.
Nel 1884 Gaetano Mosca, giovane giurista siciliano, pubblica un libro intitolato
SULLA TEORICA DEI GOVERNI E SUL GOVERNO PARLAMENTARE, in cui parla
di scienza politica.
o L’allargamento del suffragio secondo Mosca stava portando alla Camera
demagoghi arruffoni che facevano della politica l’unica ragione di vita, che
non rappresentavano la società ma soltanto se stessi
o La sua ispirazione teorica era quella del liberalismo moderato e come
soluzione proponeva un ridimensionamento della Camera elettiva attraverso
un più efficace bilanciamento del senato. (linea antiparlamentarista)
.
Non mancavano dunque i segnali di sfiducia nel sistema politico quando nel 1887
morì Depretis che fino a quel momento era stato a capo della nazione e gli
successe Francesco Crispi, primo meridionale a guidare il paese.
Egli si presentava come un politico deciso, l’ultimo risorgimentale dopo la morte di
Garibaldi, una figura chiave nel momento in cui il Paese aveva nostalgia delle
grandi figure del Risorgimento.
Crispi parlò di una rivoluzione nazionale, di cui la monarchi rappresentava una
componente essenziale. Dopo il risorgimento l’Italia doveva finire di svolgere il suo
compito e fare ciò che ancora non aveva fatto.
.
Nel frattempo la sinistra di Crispi doveva competere con un’altra sinistra definitasi
estrema i cui esponenti si dicevano anch’essi seguaci delle idealità del
Risorgimento soffocate dalle spire del compromesso.
Crispi era determinato ad impedire che quell’altra sinistra occupasse lo spazio
politico elettorale creato dall’allargamento del suffragio del 1882.
.
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- Nel frattempo venne riordinata l’amministrazione centrale e varata la legge
-
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comunale e provinciale in modo da rendere i sindaci dei centri maggiori elettivi e da
aumentare il numero degli elettori.
Venne poi approvato un nuovo codice penale che abolì la pena di morte,
conosciuto come codice Zanardelli e fu costituito un tribunale amministrativo cui il
cittadino poteva ricorrere contro la pubblica amministrazione.
Inoltre Crispi gestì la svolta protezionistica del 1887 con troppa grinta tanto che ne
derivò una disastrosa guerra doganale con la Francia.
Egli era filotedesco e si adoperò per rafforzare la Triplice Alleanza anche a costo di
entrare in relazioni di amicizia con gli austriaci, cosa che non era affatto vista di
buon occhio da parte degli irredentisti ossia tra coloro che reclamavano la
redenzione delle popolazioni italofone del Trento e di Trieste.
Nel frattempo era stato fondato il Partito Socialista (1892): in Sicilia un movimento
socialista, detto dei Fasci siciliani si sviluppò appoggiandosi sulla protesta popolare:
chiedeva la distribuzione delle terre demaniali e la regolamentazione per la legge
dei patti agrari nonché un alleggerimento della fiscalità che gravava soprattutto sui
contadini.
Crispi in quell’occasione sciolse l’autorità dei fasci, proclamò lo stato d’assedio in
Sicilia e fece imprigionare i leader del movimento.
Egli in sostanza pensò che le nuove forme di mobilitazione popolare e il conflitto
sociale andassero fronteggiate con la polizia e l’esercito e che toccasse al potere
esecutivo impedire il caos: fu filotedesco non solo per ragioni di politica estera ma
anche perché guardava a Bismarck come un modello
Non stupisce inoltre che si impegnasse sul versante del colonialismo: l’Italia
controllava già la Somalia e provò ad espandersi verso l’Etiopia, ma subì una
disastrosa sconfitta, l’unica delle potenze europee a doversi arrendere di fronte al
barbaro nemico.
.
L’ETA’ GIOLITTIANA
Dopo Crispi sia Rudinì che il suo successore Pelloux presentarono al Parlamento
provvedimenti tesi a limitare la libertà di associazione e di stampa ma senza riuscire
a superare l’opposizione furiosa della sinistra radical socialista e quella più
moderata della sinistra costituzionale guidata da Zanardelli.
Le cose sembrarono mettersi ancora peggio quando Umberto I venne assassinato
e il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III diede invece un segnale distensivo
nominando a capo del governo proprio Zanardelli.
A quel tempo Giolitti era ministro degli Interni che stabilì assicurazioni di vecchiaia e
contro gli infortuni e cercava di incoraggiare accordi tra le diverse parti sociali.
.
Durante l’epoca giolittiana, l’Italia cominciò a progredire molto rapidamente,
preparando il proprio avvenire di paese moderno. La rete ferroviaria, che nel 1970
misurava soltanto 6000 km, ne contava 18000 nel 1914; i trafori alpini, lo sviluppo
dell’idroelettricità, le grandi opere di bonifica e d’irrigazione consentirono un
notevole incremento della produzione in tutti i settori. Ebbe inizio l’esportazione del
cotone; a Torino con la FIAT sorse l’industria automobilistica, la produzione del
grano e dei vini raddoppiò. Ma questo era ancora insufficiente per far sì che il
tenore di vita migliorasse rapidamente tanto più che dal 1870 al 1914 la
popolazione era passata da 26 milioni a 36,5 milioni di abitanti. Inoltre, era esploso
con violenza il problema del Mezzogiorno, depresso ed impoverito, abbandonato ai
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latifondisti in preda al fenomeno del clientelismo, il cui squilibrio nei confronti del
nord
si
aggravava
di
continuo.
In politica estera Giolitti si staccò dalla Germania e cercò di riavvicinarsi alla
Francia. Nonostante l’opposizione di parte dell’opinione pubblica, Giolitti volle una
ripresa della politica coloniale allo scopo di includere l’Italia tra le Nazioni che
possedevano colonie sulle coste dell’Africa settentrionale. Gli Italiani intervennero
così in Tripolitania e Cirenaica, regioni che furono strappate alla Turchia e che
ricostruirono la colonia italiana di Libia. Il teatro della guerra si allargò sino all’Egeo
e l’Italia riuscì a conquistare Rodi e le isole del Dodecaneso .
Frattanto, all’interno del paese, mentre Giolitti non esitava a ricorrere ai brogli
elettorali e alla corruzione per mantenere il potere, si verificava un avvenimento
importantissimo per il paese: i cattolici tornavano a partecipare alla vita politica.
-
-
-
Pio X si decise a permettere questo passo in quanto la crescita dell’elettorato
dovuta all’estensione del suffragio realizzata nel 1912, lasciava prevedere un
grande rafforzamento dei socialisti. Il patto Gentiloni garantì l’appoggio cattolico a
quei candidati liberali che avessero accettato di sostenere alcune rivendicazioni dei
cattolici. Di fronte a questo schieramento conservatore nel Partito Socialista
cominciarono a prevalere le tendenze rivoluzionarie e nel paese tornarono ad
accendersi
i
contrasti
sociali.
Falliva così la politica sociale di Giolitti che nel 1914 lasciava il governo al
conservatore Antonio Salandra.
.
I SOCIALISTI
I socialisti si erano fondamentalmente divisi in tre tendenze all’epoca di Giolitti
o Destra riformista
o Centro
o Sinistra sindacalista e rivoluzionaria
Quella centrista che era maggioritaria corrispondeva alla linea di KAutsky ma le
divisioni interne al partito italiano erano più forti di quelle tedesche
I sindacalisti rivoluzionari stavano all’interno del partito ma puntarono a risvegliare
l’energie delle masse in uno sciopero generale che venne effettivamente indetto nel
1904 per protestare contro gli eccessi della forza pubblica nel corso di
manifestazioni popolari in Sardegna e in Sicilia.
Il successo comunque fu scarso e nel PSI prevalse a questo punto una linea
moderata su cui confluì anche la Confederazione generale del Lavoro
Quanto ai sindacalisti rivoluzionari uscirono dal partito individuando nel giolittismo il
veleno che corrompeva le masse e gli stessi leader riformisti.
INTERLUDIO: LE RIVOLUZIONI DEL 1848
- Nel 1848 l’Europa fu sconvolta da una crisi rivoluzionaria di un’ampiezza
-
straordinaria: da allora l’espressione un 48 è diventata sinonimo di sconvolgimento
improvviso e radicale.
Eccezionale fu soprattutto la rapidità con cui il moto rivoluzionario si diffuse in tutta
l’Europa continentale
Ovviamente un moto così ampio non sarebbe stato possibile se non fosse stato
favorito da alcuni fattori comuni:
 Situazione economica: nel biennio 46 – 47 l’Europa aveva
attraversato una forte crisi che aveva investito prima il settore agricolo
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-
e poi quello industriale e commerciale provocando ovunque un clima
di acuto malessere ù
 Il clima di disagio comunque da solo non sarebbe bastato a favorire i
moti se non si fosse inserita l’azione consapevole, svolta dai
democratici di tutta Europa
Particolarità dei moti fu il fatto che non vi parteciparono solamente gli intellettuali,
ma vi parteciparono anche le masse popolari e urbane: a Parigi come a Vienna e a
Milano furono gli artigiani e gli operai a svolgere il ruolo principale nelle sommosse.
Tra le altre cose nel gennaio del 48 era stato scritto il Manifesto del Partito
comunista destinato a diventare il testo base della rivoluzione proletaria.
- FRANCIA
- Il moto rivoluzionario ebbe il suo centro di irradiazione in Francia.
- La Monarchia liberale di Luigi Filippo d’Orleans era certamente uno dei regimi
-
-
-
europei meno oppressivi: ma la maturazione economica, civile e culturale della
società francese faceva apparire sempre meno tollerabili i limiti oligarchici di quel
regime e la politica ultra moderata di Luigi Filippo e del suo primo ministro Guizot.
I democratici, nettamente minoritari in Parlamento decisero di spostare la loro
protesta nel paese reale e lo strumento che fu scelto fu la cd campagna dei
banchetti, ossia delle riunioni svolte in forma privata che aggravavano i divieti
governativi
Fu proprio la proibizione di un banchetto ad innescare la crisi rivoluzionaria nel
febbraio: lavoratori e studenti organizzarono una grande protesta e per impedirla il
governo ricorse alla guardia nazionale, espressione della borghesia cittadina.
Dopo giorni di scontri Luigi Filippo abbandonò Parigi e la stessa sera veniva
costituito un governo che si pronunciava nettamente in favore della repubblica, la
cd Seconda Repubblica – dopo la prima repubblica rivoluzionaria del 1792.
Nel novembre l’Assemblea costituente approvò la nuova costituzione che
prevedeva un presidente della repubblica eletto direttamente dal popolo per la
durata di quattro anni e un’Assemblea legislativa eletta anch’essa a suffragio
universale.
Alle elezioni però i repubblicani si presentarono divisi mentre i conservatori fecero
blocco sulla candidatura di Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone I .
Ma nel 1849 con un colpo di stato il presidente si sbarazzò contemporaneamente
della maggioranza moderata e dell’opposizione democratica e nel 1851 la Camera
fu sciolta
Un plebiscito a suffragio universale sanzionò l’opera di Bonaparte e gli attribuì di
stilare una nuova Costituzione
Di fatto comunque la seconda repubblica era finita e nel 1852 Bonaparte venne
eletto imperatore con il nome di Napoleone III con il diritto di trasmettere il titolo
imperiale agli eredi.
- RIVOLUZIONE NELL’EUROPA CENTRALE
- Il moto rivoluzionario iniziato alla fine di febbraio a Parigi si propagò in poche
-
settimane anche in Europa
Nell’impero asburgico, in Italia e nella Confederazione Germanica gli echi degli
avvenimenti parigini fecero esplodere una situazione già tesa
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- Ma diversamente da quanto era accaduto in Francia la componente sociale rimase
-
-
in secondo piano e lo scontro principale venne combattuto tra le borghesie liberali e
le strutture politiche dell’ancien regime.
Il primo importante episodio insurrezionale si ebbe a Vienna e dopo giorni di
combattimenti la corte fu costretta a sacrificare il cancelliere, Metternich, che fu
costretto alla fuga.
Il 15 marzo vi furono insurrezioni a Budapest e il 17 a Venezia e a Milano, negli
stessi giorni un’insurrezione scoppiava a Berlino e a Praga si inviò una petizione
all’imperatore per chiedere autonomia e libertà politiche.
In Ungheria le promesse del governo imperiale di concedere ai magiari una propria
costituzione ed un proprio parlamento non bastarono a fermare l’agitazione
autonomistica: sotto la spinta dell’ala democratico – radicale che faceva capo a
Kossuth i patrioti ungheresi profittarono della crisi per creare un governo nazionale
e per agire in totale autonomia da vienna.
Anche a Praga venne formato un governo provvisorio ma in breve l’insurrezione
venne repressa.
- La sottomissione di Praga segnò l’inizio della riscossa per il traballante potere
-
imperiale: essa mostrava che l’efficienza e la fedeltà dell’esercito non erano state
intaccate dagli ultimi rivolgimenti politici.
A breve anche Vienna venne sottomessa e la rivoluzione nell’Impero asburgico
venne così stroncata nella sua punta più avanzata.
Poche settimane dopo Ferdinando I abdicò in favore del nipote Francesco
Giuseppe che nel 1849 promulgò una costituzione che prevedeva un parlamento
eletto a suffragio ristretto e dotato di poteri molto limitati.
- Un corso simile ebbero gli avvenimenti in Germania: a Berlino nel marzo del 48
-
-
sommosse popolari costrinsero Federico Guglielmo IV a convocare un Parlamento.
Ne era scaturita la richiesta di un’Assemblea costituente dove fossero rappresentati
tutti gli stati tedeschi.
Tuttavia in Prussia il movimento liberal democratico conobbe un rapido declino
anche perché la borghesia era spaventate dalle agitazioni sociali che si stavano
intensificando.
Ai primi di dicembre Federico Guglielmo sciolse il Parlamento prussiano ed emanò
una costituzione poco liberale
Frattanto i lavori dell’assemblea di Francoforte erano assorbiti dalle dispute sulla
questione nazionale e dalla contrapposizione tra le idee dei
o Grandi tedeschi che volevano un unione di tutti gli stati germanici introno
all’austria imperiale
o Piccoli tedeschi: sostenitori di uno stato nazionale più compatto da costruirsi
sul nucleo principale del regno di Prussia
ma quando nel 49 venne offerta al re di Prussia la corona imperiale questi la rifiutò
in quanto gli veniva offerta da un’Assemblea Popolare
- IL 48 IN ITALIA
- In Italia la rivoluzione del ’48 ebbe nella sua fase iniziale uno sviluppo autonomo
-
rispetto agli altri paesi europei.
Obiettivo comune di tutte le correnti politiche era la concessione di costituzioni e
statuti fondati sul sistema rappresentativo.
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- Fu la sollevazione di Palermo del 12 Gennaio del 1848 a determinare il primo
-
successo in questa direzione, inducendo Ferdinando II di Borbone ad annunciare la
concessione di una Costituzione nel Regno delle due Sicilie
Spinti dalla pressione dell’opinione pubblica e dalle continue dimostrazioni di piazza
prima Carlo Alberto di Savoia e dopo Leopoldo II di Toscana si decisero a
concedere la Costituzione
Le costituzioni concesse nel 48 avevano tutte un carattere fortemente moderato.
- Come abbiamo detto, nei giorni successivi alla rivolta di Vienna si sollevarono
anche Venezia e Milano:
o A Venezia una grande manifestazione popolare aveva imposto al
governatore austriaco la liberazione dei detenuti politici tra cui Daniele Manin
il fautore della successiva Repubblica Veneta.
o A Milano l’insurrezione cominciò con un assalto al palazzo del governo e
andò avanti per 5 giornate (le cosiddette 5 giornate di Milano). Borghesi e
popolani combatterono fianco a fianco contro il contingente austriaco
comandato dal generale Radetzky
 la direzione delle operazioni fu diretta da un consiglio di guerra
composto da democratici e guidato da Carlo Cattaneo. Ben presto vi
aderirono anche i liberali.
 Qualche giorno dopo Radetzky preoccupato per l’eventualità di un
intervento in Piemonte decise di ritirare le truppe.

o All’indomani della cacciata degli austriaci anche il Piemonte dichiarò guerra
all’austria: furono diverse le motivazioni che spinsero Carlo Alberto a questa
decisione, prima tra tutte la pressione congiunta di liberali e democratici che
vedevano nella crisi dell’Impero asburgico l’occasione per liberare finalmente
l’Italia dagli austriaci e poi la volontà espansionistica del sovrano di allargare
i confini del regno: la guerra piemontese si trasformava dunque nella prima
guerra di indipendenza nazionale.
o L’illusione però durò poco infatti Carlo Alberto mostrò scarsa risolutezza nel
condurre le operazioni militari e si preoccupò soprattutto di annettere il
Lombardo Veneto al Piemonte suscitando l’irritazione dei democratici e la
diffidenza degli altri sovrani. In particolare era imbarazzante la posizione del
papa Pio IX che si trovava in guerra contro la più grande potenza cattolica
per questo motivo il 29 aprile annunciò il ritiro delle truppe
o A metà maggio anche Ferdinando di Borbone richiamò l’esercito
o Nonostante fosse accorso anche Giuseppe Garibaldi dal Sud America il
Piemonte fu sconfitto nella battaglia di Custoza.
- A causa delle continue sommosse e manifestazioni anche il papa è costretto a
-
fuggire da Roma mentre vi affluiscono in gran numero i patrioti, tra cui Mazzini e lo
stesso Garibaldi. Viene dunque proclamata la repubblica romana: la monarchia
sabauda tenta di recuperare riprendendo le ostilità contro gli austriaci ma la
seconda fase della guerra si chiude con un disastro.
Si mobilita infatti contro i democratici un nemico imprevisto, Napoleone III con il suo
esercito che ordina di restaurare il potere temporale del papa.
Il nemico è troppo forte e la repubblica romana viene travolta
L’onda rivoluzionaria insomma si era assorbita con la stessa velocità con cui era
iniziata.
48
L'Italia della laicità è un'incompiuta - Confidenze
nell'emancipazione dello Stato rispetto a un Vaticano pervasivo e a una chiesa dogmatica –
«Per tutta la mia vita, mi sono fatto una certa idea della Francia»: così suonava l'esordio – presuntuosamente
memorabile – dell'autobiografia pubblicata a suo tempo dal generale De Gaulle. «Per tutta la mia vita, mi sono fatto una
certa idea dell'Italia»: così avrebbe potuto suonare l'esordio del libro pubblicato ora da Mario Isnenghi, Storia d'Italia. I
fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo (Laterza, pagg. 678, € 30,00). Sarebbe stato – è chiaro
– un incipit memorabilmente presuntuoso, ma avrebbe dato il tono di una Storia d'Italia davvero singolare. Unica, a
confronto
di
tutte
le
altre
messe
fuori
nel
150°
anniversario
dell'Unità.
Professore emerito all'università di Venezia, Isnenghi è fra i maggiori storici italiani. Dagli anni Settanta a oggi, volumi da
lui firmati sul mito della Grande Guerra, sull'intellighenzia fascista, sull'Italia in piazza, hanno fatto epoca nella nostra
storiografia. Adesso Isnenghi ha inteso offrirci una summa di oltre quarant'anni di studi, e ha scelto per farlo una
modalità peculiare, quasi provocatoria. Non ha scritto (a dispetto del titolo) una storia d'Italia. Ha scritto la sua idea della
storia
d'Italia.
È dunque una storia, insieme, su misura e a tesi. Dove tutto viene tagliato secondo le priorità narrative e interpretative
dell'autore, senza riguardo per le proporzioni standard, i luoghi comuni, lo storiograficamente corretto. Storia
confidenziale d'Italia, avrebbe dovuto forse intitolarsi: sia per la sovrana confidenza di Isnenghi con la materia, sia per il
tono complice del racconto. Anche se c'è da chiedersi quanti lettori saranno in grado di raccoglierle, queste confidenze
tanto lunghe e tanto sapide: quanti potranno tenere dietro a un autore onnisciente che dà per note un'infinità di
situazioni, di personalità, di opere. Siamo dinnanzi (va pur detto) a un libro d'altri tempi rispetto al bagaglio medio di
cultura
del
lettore
d'oggidì.
Flaubertianamente sospettoso verso le idées reçues, Isnenghi ha – lui – due idee forti, che accompagnano la sua storia
d'Italia dall'inizio alla fine. La prima gli viene dalla lezione che il medievista francese Marc Bloch ha trasmesso a tutta la
migliore storiografia del Novecento: è l'idea per cui, nella vicenda storica dell'umanità, le percezioni contano altrettanto
dei fatti (da qui il sottotitolo del libro di Isnenghi). Sicché ricostruire il passato ha da essere scienza del soggettivo
altrettanto che dell'oggettivo: scienza dell'accaduto, ovviamente, ma anche scienza del creduto, del voluto,
dell'immaginato,
del
sognato.
Storia
del
sentito,
e
storia
del
sentito
dire.
Un solo esempio, per rendere conto di una tale maniera di pensare e di descrivere il passato: il modo in cui Isnenghi
racconta l'Italia della Grande Guerra. Attraverso il dibattito dei giornali e del Parlamento, sì, ma soprattutto attraverso il
vissuto di soggetti, individuali o collettivi, da lui riconosciuti come metonimie del Paese, parti evocative di un tutto: le
bambine triestine di una quinta elementare, assai poco irridentiste; alcuni sacerdoti dell'altopiano di Asiago, molto più
cattolici che italiani; quella sorta di minoranza egemonica dell'esercito in grigioverde che erano gli alpini; i militari
chiamati a giudicare dei commilitoni colpevoli di diserzione, altrettante figure-limite fra carnefici e vittime...
La seconda idea forte di Isnenghi – fortissima – consiste nell'interpretare la nostra come la storia di «uno stato
d'occupazione». È la storia dell'Italia occupata dalla Chiesa. Sotto forma di confidenza, l'autore ha l'onestà di avvertire il
lettore fin dal preambolo: «Se la parola non ingenerasse equivoci, potrei dire schiettamente che questa è un'opera
anticlericale». Per tutta la sua vita (fin da quando dedicava un volume giovanile alla figura chiave di Giovanni Papini),
Isnenghi si è fatto una certa idea dell'Italia: l'Italia come il Paese in cui la Chiesa allunga sull'intera penisola, dalla cupola
di San Pietro, l'ombra di un'istituzione «dogmatica, gerarchica, autoritaria; in una parola, totalitaria». Il Paese in cui la
Chiesa consegna (condanna) gli italiani, tutti gli italiani, a una «doppia cittadinanza» e a una «congenita duplicità»: «Non
siamo liberi, siamo doppi, titolari di una cittadinanza sempre insidiata, dall'esterno e – ciò che conta ancor più – dal
nostro
stesso
interno».
Ecco il filo rosso del libro di Isnenghi, che è pur dato di ritrovare dentro la matassa di una prosa abbondante ed esigente:
il filo rosso dell'occupazione vaticana dei nostri corpi come delle nostre coscienze. E perciò questa storia incomincia da
Alessandro Manzoni: perché I promessi sposi sono il romanzo di una clamorosa assenza dello Stato e di una fragorosa
supplenza della Chiesa. Senza che ciò neppure bastasse, d'altronde, al Vaticano di Pio IX, se è vero che dopo la breccia
di Porta Pia, nel 1870, perfino le pagine di Manzoni, lo scrittore cristianissimo, odoravano di zolfo alle narici dei prelati
d'Oltretevere.
Giunto alla storiografia dalla letteratura, più che farsi un esploratore di archivi Isnenghi è rimasto un lettore di testi: lettore
invidiabilmente acuto, come dimostrano i capitoli della Storia d'Italia dedicati ad Antonio Fogazzaro e a Giovanni
Guareschi. A mezzo secolo di distanza l'uno dall'altro, i loro due cicli di bestseller la dicono lunga sull'orizzonte d'attesa –
rispettivamente – dell'Italia di fine Ottocento e dell'Italia di metà Novecento. Al tempo di Fogazzaro, diffusa era la
speranza in una Chiesa cattolica che riuscisse a diventare liberale, e in una fede comandata che divenisse
testimonianza quotidiana. Al tempo di Guareschi, diffusa era la speranza che le lacerazioni della guerra civile europea
potessero ricomporsi all'ingresso di una sacrestia, nella maniera strapaesana per cui l'onorevole Peppone finiva sempre
con
l'inchinarsi
davanti
al
crocifisso
di
don
Camillo.
Dio, Patria, Famiglia: questo, secondo Isnenghi, il basso continuo che la musica del regime clerico-fascista ha trasmesso
all'Italia repubblicana. Cioè a un'Italia guelfa, quella di Luigi Gedda e di padre Lombardi più ancora che di Alcide De
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Gasperi: un'Italia che fin dai Patti lateranensi del 1929 aveva relegato in soffitta quanto restava del l'Italia ghibellina,
quale era sembrata vincente all'indomani del l'Unità. Il Paese bello e impossibile di Francesco De Sanctis, di Edmondo
De Amicis, di Pellegrino Artusi, uomini diversi nelle passioni come negli interessi, nei percorsi come negli sbocchi: ma
uniti nel sogno di un'Italia capace di fare da sé, senza il papa e senza il Sillabo, senza le porpore e senza i confessionali.
Insofferente alle retoriche cattoliche, Isnenghi non si lascia sedurre – peraltro – neppure da certi eroi laici della
venticinquesima ora, il Giosuè Carducci che salì sulle spalle di chi aveva combattuto le battaglie del Risorgimento, il
Piero Calamandrei che salì sulle spalle di chi aveva combattuto le lotte della Resistenza. Più facile che il professore
veneziano si mostri indulgente verso le antiretoriche: a cominciare da quella di un Vamba, l'autore del Giornalino di Gian
Burrasca. Nota Isnenghi, con malizia, come la data finzionale di nascita di Giannino Stoppani, l'enfant terrible, sia il 20
settembre (1897), «la data chiave del più sentito ed esposto canone risorgimentale». Per battezzare con l'eco delle
cannonate di Porta Pia il progetto di un'educazione degli italiani costruita sulla libertà anziché sull'obbedienza.
A noi resta da notare – con ulteriore malizia – come il 20 settembre (1918) sia anche la data presunta in cui le stigmate
di Nostro Signore si iscrissero sul corpo di un frate cappuccino del Gargano, padre Pio da Pietrelcina. Lui stesso, a suo
modo, enfant terrible. Ma altrimenti rappresentativo, rispetto a Gian Burrasca, di una via italiana di risoluzione del
conflitto fra ragioni della libertà e ragioni dell'obbedienza.
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1 - BOVISIO MASCIAGO, pagine di Storia