SPEECH/02/621
Romano Prodi
Presidente della Commissione europea
Un'etica per l'Europa
Conferenza Politics and Morality
Vienna, 7 December 2002
Signor Presidente,
Ministri,
Chiarissimi Professori,
Illustri e chiari ospiti,
Spetta forse ben più al filosofo e al moralista che al politico estendersi su
considerazioni essenziali tra la relazione della politica con l’etica, tra l’esercizio del
potere pubblico –in special modo, ma non soltanto- e le considerazioni d’ordine
morale.
Preme però anche a me esprimere un pensiero a questo riguardo.
Ho constatato spesso, in questi anni, che la politica, la sua pratica concreta, è così
irta di imprevisti e di rischi, così lastricata di buone intenzioni perdute o di decisioni
sagge poi risoltesi in misure pratiche negative, infelici, se non inique, da farmi
concludere che sia necessario un ritorno al dialogo tra etica e politica.
Il primato della ragione strumentale e il disinteresse per il politico hanno già causato
troppi guasti perché ci si possa chiamare fuori da questo dialogo necessario.
Ecco perché occorre, secondo il mio personale parere, non distinguere mai, per
nessun motivo, l’esercizio delle funzioni politiche dalle considerazioni di ordine
morale.
Occorre cioè mantenere nella più nobilitante ‘confusione’ politica ed etica.
Pur trattandosi di due distinti elementi, essi si sostengono l’uno con l’altro.
L'Europa ha memoria - una tragica memoria - di un rapporto improprio tra morale e
politica. Non possiamo più accettare che si chieda alla politica di insegnare e
imporre agli uomini la virtù. In nome dei valori e delle virtù si sono commessi gravi
crimini nel secolo scorso. Ma non possiamo neppure accettare una svalutazione
della politica, sia che essa avvenga secondo i modelli dello scetticismo, del
pragmatismo o del nichilismo, che finirebbe per sancire l'indifferenza al destino
dell'uomo e della sua comunità civile.
Dire nuovamente di sì al confronto tra morale e politica significa fare un atto di
fiducia negli uomini e nell'operazione che l'uomo può svolgere positivamente nella
storia, e significa altresì affermare che l'azione e il pensiero politico non sono
“indifferenti” al destino dell'uomo.
Oggi vorrei soffermarmi su alcuni aspetti della nostra azione che mi sembrano
mostrino meglio di altri la dimensione politica e morale dell’Unione, da riconoscere e
rafforzare.
Mi riferirò ai rapporti tra scienza e società, al dialogo interculturale, ai rapporti con il
Sud del mondo e con il mercato, al nostro ruolo internazionale e alla dimensione
spirituale e religiosa dell’Europa.
Si tratta di problematiche che ci impongono di sviluppare una nuova riflessione e di
proporre nuove soluzioni e nuove regole, se vogliamo veramente rispondere alle
attese e alle speranze riposte nel progetto europeo e se vogliamo dare un pensiero
ed un’anima all’Europa.
Nel contesto europeo, l’autonomia della politica, la « ragion di Stato », che - nelle
sue estreme conseguenze - porta a considerare la politica come fine a se stessa,
non ha ragione di esistere.
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La carica ideale dell’Europa e l’insistenza sui principi e sui valori come oggetto di
azione politica –si pensi alla dottrina e alla politica europea dei diritti umani– sono
forse l’esempio migliore dell’equilibrio che noi europei stiamo cercando di
raggiungere.
La politica, infatti, non può prescindere dall’etica, ma deve stabilire un rapporto di
tipo specifico con questa.
Per citare André Malraux : « non si può fare politica con la morale, ma neanche
senza ».
I rapporti tra scienza e società sono un esempio della nostra concezione dei
rapporti tra politica e morale. La dimensione morale delle scelte politiche nel settore
della ricerca scientifica e delle sue applicazioni è diventata un punto delicatissimo
negli ultimi dieci anni, in seguito allo sviluppo delle nuove tecnologie.
Noi vogliamo integrare la dimensione etica nel nostro lavoro e nella nostra
riflessione. Anche se – o forse proprio perché – l’Unione europea non ha
competenza per regolare direttamente le questioni di etica, essa può’ svolgere un
ruolo-guida importante, per chiarire il dibattito e favorire il dialogo : l’Europa è
« l’espressione di diverse tradizioni e culture » e la « gestione » della diversità è nel
suo stesso DNA. E’ quindi fondamentale valorizzare il dialogo tra la comunità
scientifica, le scuole filosofiche, i gruppi culturali, le religioni, sì che appaia possibile
lo scambio di opinioni e di idee su una serie di questioni fondamentali quali l’impatto
etico delle nuove tecnologie sulle future generazioni e la dignità umana.
Il problema del rapporto della nostra azione politica con determinati principi e valori
culturali e religiosi non si pone, peraltro, solamente nel settore scientifico.
Il dialogo tra religioni e culture, infatti, non è più solamente una questione di politica
estera ma un’esigenza fondamentale, interna, delle nostre società.
In particolare, come ho avuto occasione di affermare di recente, a proposito dei
rapporti tra Europa e Mediterrano, oggi quel mondo di frontiera fra mediterranei del
Sud e del Nord non si situa più al di là del mare.
È all'interno delle nostre società, dei nostri paesi, che le comunità venute dal Sud in
tempi remoti o recenti stanno sviluppando forme nuove di convivenza.
Tali dinamiche non hanno nulla a che vedere con gli aspetti di sicurezza e di
repressione dei comportamenti incuranti della legge, ma promettono di fiorire in
nuove espressioni sociali.
È qui, allora, che la nostra attenzione si deve concentrare.
A tal fine, ho costituito un gruppo di saggi, che comincerà i suoi lavori in gennaio,
incaricato di riflettere sul dialogo interculturale in Europa e nel Mediterraneo e di
avanzare proposte operative per promuoverlo. La «questione mediterranea»
costituisce, a mio parere, un laboratorio per elaborare soluzione valide su una più
ampia scala.
Il cuore della politica europea, infatti è il raggiungimento e la promozione della pace,
della tolleranza, della coesistenza.
Il disegno politico dell’Europa unita ha contribuito solidamente a metter fine ai
conflitti ed alle lotte disumane per l’illusoria conquista di aree, di regioni, di zone di
confine tra paesi contigui, con irreparabili perdite di vite umane e persistenza di
sentimenti ostili.
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Oggi i principi etici a cui si sono ispirati i paesi dell’Unione, consacrati nei preamboli
dei Trattati costitutivi, hanno conquistato le menti ed i cuori dei paesi europei non
ancora membri dell’Unione, sino ad indurli a compiere il passo della richiesta di
unirsi a noi, accettando di adeguarsi gradualmente ma decisamente ai canoni
prescritti nella nostra comunione di intenti e di obiettivi.
‘Pace’ è un’espressione banalizzata- solo da chi non ne ha sofferto l’assenza. Essa
è invece l’espressione più elevata della convivenza umana.
L’Europa unita la sta vivendo e si propone di operare affinché questa conquista
perduri. Essa non è determinata soltanto dall’assenza di guerra. Essa è anche
espressione di una tenace educazione alla concordia, all’intesa, alla cooperazione,
alla solidarietà.
Il mondo –Europa inclusa- ha bisogno d’intesa, di concordia (non ci si stanca di
proclamarlo).
Intesa con tutti –con i più forti, senza invidia e senza risentimenti o ostilità.
Intesa però anche con i più deboli, specialmente con i più miseri.
E’ facile affermare che la pace stessa è una ben fragile ed effimera conquista
fintantoché il mondo conosca intere regioni e continenti in stato di miseria –
appunto- e quindi di soggezione, se non di schiavitù.
E’ facile affermarlo.
E’ quanto mai difficile però rendersi conto di quel che tale situazione offenda, in
ogni senso, noi stessi.
Abbiamo cercato di porre qualche rimedio a questa esplosiva situazione con slanci
anche notevoli e buone intenzioni. Siamo riusciti a porre rimedio transitorio a
qualche piaga.
Occorre però mutare concezione del nostro ruolo, del nostro dovere di gente e
popoli benestanti verso chi soffre e muore anche a causa nostra.
Non è sensato illuderci di poterci isolare e sopravvivere nel nostro mondo
mantenendo l’attuale rapporto con mondi disumanizzati dalla miseria.
E’ questo il forte messaggio -di rabbia e d’impotenza- che ho percepito in occasione
del vertice di Johannesburg.
In quel vertice ho capito che noi, ricchi del mondo, inizieremo ad assolvere il nostro
compito soltanto quando ad una cosiddetta politica d’aiuto allo sviluppo sostituiremo
tutto quanto scaturisce dall’etica di un rapporto tra popoli e persone equivalenti.
Trasfigurazione, questa, tanto più ardua quando momenti di declino o di crisi
colpiscono nostre stesse popolazioni, e particolarmente talune categorie di
lavoratori.
Dobbiamo allora trovare una risposta alla questione fondamentale, nei rapporti tra il
Nord e il Sud del mondo e all’interno delle società europee: la profonda
insoddisfazione per i livelli di giustizia sociale e di partecipazione sociale esistenti.
Al momento della caduta del Muro di Berlino, la difesa e la promozione dei diritti
umani – cioè la lotta al totalitarismo in tutte le sue forme – e l’adesione al mercato
erano divenuti il collante tra i vari movimenti di pensiero.
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Le questioni che oggi siamo invece chiamati ad affrontare, richiedono soluzioni
nuove.
In particolare, è forte il bisogno di una nuova riflessione anche sul nostro rapporto
con il mercato.
L’era dei dogmi è ormai alle nostre spalle.
Gli anni ’90 sono finiti, e con essi sono finite quelle certezze che li hanno
caratterizzati.
E’ finita anche la supposta superiorità degli affari e del mercato sulla politica.
La gente ha ormai capito che non stiamo vivendo «nel migliore dei mondi possibile»
e non si illude più sull’esistenza di una «crescita senza fine».
Del resto, gli stessi casi Enron o WorldCom dimostrano che una nuova concezione
dell’economia e del suo rapporto con la società è necessaria. D’altra parte, non è il
mercato in sé, ma un approccio fondamentalista al mercato che ha portato a
eliminare il legame tra ricchezza reale e risorse finanziarie, a farlo coincidere
unicamente con la finanza, ad oscurarne completamente la sua funzione sociale.
La gente richiede invece sempre più «correttezza» nei comportamenti delle autorità
pubbliche e delle imprese.
Il contesto europeo è adatto e maturo per questo dibattito, sul mercato, sul Welfare,
sulle tendenze demografiche, sulla questione dell’immigrazione e dello sviluppo
sostenibile.
Nelle stesse origini dell’Europa, del resto, il mercato non era un bene assoluto ma
era concepito come un luogo per favorire le libertà, le interazioni sociali, la
conoscenza e il rispetto degli altri.
La stessa idea di fare coincidere strettamente capitalismo e massimizzazione del
profitto è ormai inaccettabile.
E’ sempre più evidente che oggi – se mai le cose sono state diverse in passato – il
capitalismo ha un forte bisogno di collaborazione e fiducia reciproca.
Ha bisogno, cioè, di codici morali che assicurino coordinamento e cooperazione nei
rapporti di lavoro, nelle relazioni economiche, nelle transazioni commerciali.
Le istituzioni, anche le istituzioni europee, devono collocarsi in tale ottica.
Certi standard etici e di comportamento, infatti, non si ristabiliscono attraverso
generiche invocazioni moralistiche, ma attraverso un nuovo tipo di
regolamentazione. Non è assolutamente vero – e le recenti crisi lo dimostrano –
che un mercato completamente deregolamentato, privo di standard, «amorale» sia
il mercato più efficiente. La fiducia del mercato, che è anche una fiducia sociale,
dipende anche dall’esistenza di regole di di principi socialmente condivisi.
Lo stesso dibattito sulla globalizzazione richiede un’attenzione specifica da parte
dell’Europa, perché è espressione di un malessere diffuso, di una domanda
pressante di risposte nuove alla nuove sfide e ai nuovi problemi a cui siamo
confrontati.
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Andiamo al di là delle etichette e delle bandiere.
La protesta pacifica è espressione di interessi ed istanze ben più diffusi e plurali di
quanto non si voglia far credere. Certo, possiamo e dobbiamo non essere d’accordo
con alcune analisi o con alcune soluzione proposte.
Ma sarebbe imperdonabile se voltassimo le spalle ad una così forte esigenza, se
non assumessimo il nostro compito politico, che è quello di ascoltare il grido –a
volte disperato– delle nostre società e di mediare tra le diverse posizioni che stanno
emergendo.
Anche l’approccio europeo alle relazioni internazionali si sta definendo: abbiamo
scelto la via del multilateralismo, non quella dell’unilateralismo, vogliamo usare la
forza della persuasione, delle idee e non della coercizione. Siamo ben lontani da
quella «ragion di Stato», quella realpolitik, che sono nate proprio sul nostro
continente.
La nostra concezione di potenza è di una «potenza delle regole», che ripugna la
discrezionalità assoluta, l’assenza di una quadro generale di riferimento. La nostra
insistenza sul Protocollo di Kyoto, sulla Corte Penale Internazionale, sulla centralità
delle Nazioni Unite, sulla necessità di rafforzare e democratizzare la governance
mondiale sono l’espressione concreta di tale approccio. L’iniziativa everything but
arms è un primo, importantissimo passo: molti altri dovranno seguire.
L’Europa potrà veramente ritagliarsi un ruolo da protagonista nel mondo solo se
saprà presentare una proposta politica forte per un’architettura internazionale più
efficiente e democratica.
Nel momento in cui stiamo riflettendo sul futuro dell’Europa, poi, non possiamo
prescindere dall’affrontare la questione della sua dimensionespirituale, religiosa ed
etica.
Sono infatti convinto, lo ripeto, che l’Europa abbia bisogno di un pensiero e di
un’anima.
Mi avvalgo di quest’occasione, tra l’altro, per annunciarvi che, al fine di riflettere su
tale tema ho deciso, con l’aiuto del professor Michalski, di riunire vari intellettuali e
politici europei in un gruppo ad hoc.
Edificare la nuova Europa sui valori fondamentali che l’hanno modellata nel corso
della sua storia, e che affondano le loro radici anche nella tradizione cristiana, reca
beneficio a chiunque, qualunque sia la tradizione filosofica o spirituale a cui si
appartenga.
Non apparirebbe giusto dinanzi alla realtà storica, nel momento in cui si stanno
gettando le basi della nuova, grande Europa, marginalizzare le religioni e i
movimenti che hanno contribuito ed ancora contribuiscono alla cultura e
all’umanesimo dei quali l’Europa è legittimamente fiera.
Peraltro, ciò non significa affatto disconoscere o semplicemente mettere in secondo
piano l’esigenza della laicità degli Stati, e dunque dell’Europa. Significa tenere conto
delle radici dell’Europa, che si trovano nell’umanesimo, nell’illuminismo, nel
patrimonio greco-romano ma anche in quello religioso e spirituale.
Né riconoscere tale eredità significa inviare un messaggio di rigetto o di esclusione.
E’ infatti la capacità di mescolare, di aggregare influenze e culture molto diverse la
vera forza dell’Europa. Come possiamo mettere tra parentesi il cristianesimo, il
giudaismo o l’islam in un’Europa che vogliamo pluralista, aperta e tollerante?
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La separazione della cosa pubblica dalla religione non può significare negare o
ignorare il fatto religioso e i tanti che in esso si riconoscono.
Credo anche che un dialogo sano ed aperto tra istituzioni comunitarie e Confessioni
religiose sia oggi necessario e possibile. Per questo, il nostro libro bianco sulla
Governance europea fa riferimento alla partecipazione e alla consultazione delle
Comunità religiose. La prossima settimana, daremo seguito a tale orientamento con
un documento operativo su un nuovo sistema di consultazione.
Oggi ho cercato di condividere con voi alcune riflessioni su temi di enorme
importanza, che difficilmente possono venire trattati in così breve tempo.
Ho però voluto esprimervi il mio profondo attaccamento a tale dibattito, da cui
dipende veramente la nostra capacità di costruire un nuovo progetto politico per
l’Europa e la capacità dell’Europa di contribuire ad una più giusta governance
mondiale.
Grazie.
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