BANCO DI NAPOLI – INTESA SANPAOLO
COMITATI AZIENDALI DI COORDINAMENTO
Le Segreterie Nazionali
RINASCE IL BANCO DI NAPOLI:
CHE COSA NE PENSA IL SINDACATO
Il 22 ottobre del 2007 il nome Banco di Napoli, per volontà del vertice del Gruppo a cui
appartiene - Intesa Sanpaolo - perde il carattere di citazione storica, posto in seconda
battuta dopo Sanpaolo dal luglio del 2003, e viene restituito nella sua singolarità alla realtà
bancaria che opera nelle regioni meridionali peninsulari.
Naturalmente ogni enfatizzazione di questa decisione sarebbe pura retorica, una cosa che non
serve a niente, tuttavia essa ci sembra una scelta intelligente se anticipatrice dell’intenzione
del Gruppo di riconoscere al Banco una più forte identità e una più marcata e significativa
autonomia operativa, nell’ambito di una migliorata strategia della Banca dei Territori che vada
oltre la semplice valenza commerciale, cioè di pura valorizzazione del brand locale mirata alla
raccolta finanziaria e alla vendita di prodotti bancari.
Le specificità del territorio meridionale, intessuto di microimprese, di imprese familiari e
artigiane, di medie imprese di successo bisognose di crescere, necessitano di risposte non
standardizzate e di centri e intelligenze locali adatti a interloquire efficacemente con gli
operatori e i clienti e a interpretare velocemente le esigenze del mercato di riferimento,
abilitati al meglio anche a gestire progetti di finanza agevolata, investimenti pubblici, servizi
di investiment banking, e programmi finanziari per ricerca e sviluppo a supporto dell’economia
meridionale.
Un istituto come il Banco che, col beneficio di far parte di un Gruppo di valore europeo,
assolva a questo compito nel nostro scenario con proprie strutture delocalizzate e
specializzate e proprie professionalità è quanto occorre per contribuire, anche dal punto di
vista della responsabilità sociale, a risollevare il Sud dell’Italia da quella condizione di zavorra
per il Paese che il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha schiettamente
evidenziato di recente.
Di fronte all’enfasi esagerata degli ultimi tempi su un malessere imprenditoriale del Nord, egli
ha riportato all’attenzione di tutti la questione meridionale, che molti tentano di rimuovere
tacendola, come vuole la prassi di chi nasconde la polvere sotto il tappeto.
La realtà è invece quella della condizione generale di un Paese che continua a mantenere un
carattere duale, con una rilevante disomogeneità economica e sociale tra i suoi territori e i
suoi stessi cittadini. E “solo dal decollo del Sud”, ha ripetuto il Governatore al Convegno di
Brescia del settembre scorso, echeggiando concetti più volte espressi anche dal Presidente
della Repubblica Napolitano “può derivare una crescita sostenuta e duratura della nostra
economia”, quindi questo è il tema che va posto al centro dell’analisi e della politica economica,
perché al Sud è più ampio il divario tra le risorse disponibili, soprattutto umane, e risultati
conseguiti, ed è più elevato il potenziale di crescita”.
Sono concetti drammaticamente confermati dai numeri.
Attraverso i dati Istat e Svimez, nei loro ultimi rapporti, si scopre che nel 2006 il Sud è
cresciuto dell’1,5%, con un incremento pari a oltre quattro volte quello realizzato dal 2002 al
2005, ma con una dinamica che per il quarto anno consecutivo risulta inferiore al Centro-Nord.
Il PIL per abitante, infatti, è rimasto a 16.919 euro, pari al 57,4% del Centro-Nord (29.459
euro) e il 43% delle imprese che non producono reddito ha sede al Sud.
A livello Unione Europea le cose vanno anche peggio: dal 2000 al 2006 nei nuovi Stati membri
il Pil è cresciuto di oltre il 5%, a fronte di un modesto 0,4% nel Mezzogiorno.
Il tasso di crescita dell’economia meridionale è stato inferiore di 3 volte a quello della Spagna,
di 4 volte a quello dell’Irlanda, di 5 volte a quello della Grecia. Tra i nuovi paesi membri, nel
2006, Slovenia, Ungheria, Estonia e Repubblica Ceca hanno già raggiunto il livello di sviluppo
del Mezzogiorno d’Italia che è poi fanalino di coda per vitalità economica del sistema
produttivo, con un valore di appena il 54,1% della media, mentre il Centro-Nord mantiene il
16°posto in graduatoria, pur essendo in flessione rispetto allo scorso anno di 2,1 punti
percentuali.
Gli investimenti diretti esteri (IDE) nel 2006 (che in Italia rappresentano appena l’1,2% del
PIL contro valori medi nell’Ue del 5%) sono stati concentrati per appena lo 0,66% al
Mezzogiorno, contro il 99,34% del Centro-Nord, in ulteriore calo rispetto al 2005 (0,7%).
Dell’indice complessivo di potenzialità competitiva, il Mezzogiorno raggiunge soltanto un
insignificante 65,9 su una media Ue di 100.
Per finire, nel 2006 il tasso di occupazione è cresciuto dell’1% al Centro-Nord e dello 0,7% al
Sud (fermo però al 46,6% della popolazione), mentre il 42% della popolazione del Mezzogiorno
è caratterizzato da una sottoutilizzazione delle risorse eccezionalmente grave.
In questo contesto preoccupante è essenziale inserire strutture che contribuiscano a dare
una prospettiva di rilancio e di valorizzazione del territorio e delle persone. E’ vitale creare
organismi locali con intelligenze e competenze che comincino a rappresentare occasioni di
riscatto e di rinascita e che consentano, soprattutto ai giovani che lo vogliono, di restare nel
Sud e di non ricominciare un’emigrazione intellettuale che recherebbe ancora più danno a ogni
aspettativa di progresso economico e sociale.
Molte di queste strutture, alcuni di questi organismi, nel senso che prima abbiamo richiamato,
potrebbero vedere luce nel rinato Banco di Napoli, con una politica del Gruppo Intesa
Sanpaolo di diversificazione delle lavorazioni e degli insediamenti di eccellenza, affinché la
riconsegna dell’identità a un’istituzione di oltre quattrocento anni di vita, una volta cuore
finanziario di Napoli e di tutto il Sud, non sia una semplice operazione pubblicitaria e di
facciata.
Napoli 22 Ottobre 2007
LE SEGRETERIE
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Il 22 ottobre del 2007 il nome Banco di Napoli, per volontà del