Finalmente
Maria Stuarda a Genova.
Dopo 182 anni la storia travagliata e sofferta della Maria Stuarda di Donizetti giunge ad essere
rappresentata anche a Genova, presso il Teatro Carlo Felice, la sera del 17 maggio 2017.
Travaglio e sofferenza vi è nella storia raccontata da Schiller (Mary Stuart, 1800), raccolta dal
diciassettenne studente calabrese Giuseppe Bardari, diventato poeta librettista per il tramite di
Donizetti, che ne aveva letto la traduzione di Andrea Maffei (1829). Altrettanto tormentata è stata la
vita dell’opera stessa, vietata per ordine regio (dal rege Ferdinando II di Borbone) a pochi giorni
dalla rappresentazione, che avrebbe dovuto avere luogo al Teatro San Carlo di Napoli nel settembre
1834 ma che ebbe la sua prima, invece, alla Scala di Milano, nel dicembre dell’anno successivo.
Qui cantata da Maria Malibran ma, come a Napoli, vietata dalle autorità dopo qualche sera.
La proibizione della Maria Stuarda, a ridosso dalla messa in scena, provocò il travasamento
dell’intera partitura di Donizetti in un nuovo libretto, approntato in fretta e furia da un altro
studente, Pietro Salatino, che si produsse una metrica rigorosa per calzare le note già scritte e andare
in scena a Napoli, con Buondelmonte (18 ottobre 1834).
Il peso dei quarti di nobiltà di Maria Stuarda, condivisi dalla regina regnante sul trono delle Due
Sicilie, Maria Cristina di Savoia, andata sposa, il 21 novembre del 1832, all’ora duca di Calabria
Ferdinando di Borbone, presso il Santuario dell’Acquasanta di Voltri. Lo scontro rappresentato
senza mezzi termini tra una regina cattolica e una regina protestante. La confessione di una regina.
Peggio, la decapitazione di una regina (ove certi maligni pensieri rivoluzionari di scure o di
ghigliottina…), resero immediata quanto inappellabile la decisone del re. Infine, lo scontro tra le
due primedonne aggiunse un sigillo di ceralacca definitivo alla prescrizione.
Anna Del Sere (Elisabetta) e Giuseppina Ronzi De Begnis (Stuarda) vennero alle mani (e ai piedi e
ai morsi) dopo che la De Begnis, durante la prova generale (settembre 1834), si espresse così nei
confronti della Del Sere:
Figlia impura di Bolena
Parli tu di disonore?
Meretrice, indegna, oscena,
In te cada il mio rossore
Profanato è il soglio inglese
Vil bastarda dal tuo pie’!
Parole certo dettate dalla inesperienza librettistica del giovane Bardari, che ancora oggi potrebbero
creare un certo imbarazzo, figuriamoci in quel del 1834! Con la ripresa milanese dell’anno
successivo si pensò ad un rattoppo conciliatore in questi termini:
Di Bolena oscura figlia,
Parli tu di disonore?
E chi mai ti rassomiglia?
Su te cada il rossore,
Profanato è il soglio inglese,
Donna vile, dal tuo pie’.
Ma non se ne fece nulla perché la Malibran volle cantare la versione originale.
Infine la leggenda che la regina Maria Cristina di Savoia fosse scena da palazzo (reale) e attraverso
il passaggio privato fosse giunta al San Carlo per assistere alle prove (!) e fosse svenuta ascoltando
un tale insulto e vedendo il tristo spettacolo della scazzottata al femminile.
Se a tutto questo si aggiunge certo ostracismo critico nei riguardi dell’opera di Donizetti per buona
parte del Novecento, ostracismo che portò la ripresa della Maria Stuarda soltanto nel 1967 (Maggio
Musicale Fiorentino), si capisce facilmente il ritardo dell’opera nello giungere a Genova.
Maria Stuarda è il secondo titolo legato alla figura di Elisabetta I Tudor che caratterizza la
cosiddetta serie delle tre regine di Donizetti: Anna Bolena (1830); Maria Stuarda (1835); Roberto
Devereux (1837). Centrale per quel che concerne la cronologia donizettiana; a ritroso per quel che
riguarda la rappresentazione presso il Teatro Carlo Felice, supponendo Anna Bolena il titolo in
cartellone della prossima stagione lirica.
Un fil rouge conduce la rappresentazione di Maria Stuarda rispetto alla produzione dell’anno
scorso legata a Roberto Devereux. Di Alfonso Antoniozzi la regia. Di Monica Manganelli le
scenografia. Di Gianluca Falaschi i costumi. E se del primo il discorso «metatetrale» si conferma
come leitmotiv (nel Roberto il “folle giullare” dell’inizio; in Maria le protagoniste ancora al trucco,
sui lati del palcoscenico). La seconda ci lega al teatro elisabettiano con riferimenti architettonici al
gotico fiorito inglese (sia nel Roberto, sia in Maria). Il terzo ci aveva entusiasmato negli splendidi
costumi del Roberto, ma ci lascia perplessi con l’adozione di ampi panneggi cascanti nei costumi
maschili, in Maria. Dove avrà trovato questo riferimento iconografico?).
La scena ripropone un palco elisabettiano nel quale si svolge l’azione, modellato da squarci
luministici sapienti di Luciano Novelli che danno vita alla texture delle pareti con rasoiate di luci
radenti e dinamiche. Bella l’idea di Monica Manganelli, della forma della croce rincorsa,
annunciata, per tutta l’opera, con grandi schermi neri e contro luci drammatiche fino al compiersi
della croce centrale, incombente, scultorea, della fine dell’opera. I cantanti si muovono dentro
costumi aventi colori forti i quali, accostandosi durante i duetti e il sestetto, rendono una scala
cromatica altalenante dal giallo, al rosso, al celeste, in continuum.
Come il giallo del corpetto di Maria (Elena Mosuc) che sembra riversarsi, durante il duetto, in
quello di Talbot (Andrea Concetti), tramite il “motivo a catene” che contrappunta il costume di
quest’ultimo. Ed è forse per dare agio a queste grandi campiture di colore che Gianluca Falaschi ha
deciso di far indossare, alle parti maschili, le grandi “gualdrappe” (a volte troppo ingombranti).
L’orchestra ha classe e misura, ha eleganza e sensibilità, ha precisione e dottrina. L’orchestra segue
la bacchetta di Andriy Yurkeych (una nuova temperie per Donizetti?) che si rivela anch’egli pittore
musicale. Pittore di suoni, modellatore di squarci orchestrali intensi, momenti sentimentali toccanti,
nei quali “le tinte” donizettiane vengono rese plausibili dai tocchi magistrali del clarinetto di Valeria
Serangeli, un tuttotondo di valori sonori espressivi di finissimo gusto, e l’impareggiabile flauto di
Flavio Alziati, cifra sonora e accento interpretativo di alto livello.
A tutto ciò partecipano, da protagonisti, il tenore Celso Albelo (Roberto), tenore lirico assoluto;
Silvia Tro Santafe (Elisabetta), sua la parte, per sempre! Elena Mosuc (Maria Stuarda), da
indomabile veterana. Di eccellente livello le parti maschili dei comprimari Andrea Concetti (Talbot)
e Stefano Antonucci (Cecil). Brava Alessandra Palomba (Anna).
In ultimo il coro (dagli splendidi costumi), concorde, preciso, armonioso. Irrinunciabile.
Francesco Cento
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Riflessioni - Teatro Carlo Felice