AF_2014-15_Modulo 1, b) Nodi teoretici e storici_Approccio

annuncio pubblicitario
Antropologia filosofica
A.A. 2014-2015
Questioni di
Antropologia filosofica
INDICE
Questioni di Antropologia filosofica
- 1. L’antropologia filosofica. Nodi teoretici e storici (U. Fadini,
Antropologia filosofica)
a) Appendice I: Antropologia filosofica e antropologie settoriali
b) approccio etimologico (cfr.: M. Scheler, “Parola ed
espressione”, in: Sull’idea dell’uomo, pp. 56-63)
c) approccio teoretico (cfr.:)
d) approccio antropologico-evoluzionistico (cfr.: Allegato T)
- 2. Aporetica dell'AF (cfr.: PDF da Il segmento
“Dissoluzione del corpus filosofico” e ss.)
mancante,
- 3. L’uomo tra dimensione di ogettività naturale e dimensione
di soggettività personale (M. Scheler, Sull’idea dell’uomo)
MODULO 1, b)
Approccio etimologico
all’Antropologia filosofica
Che cos’è l’antropologia filosofica?
NOTA DI METODO DI CONOSCENZA:
Per affrontare l’ignoto, bisogna partire dal noto e
niente ci è più noto del linguaggio con cui ci
esprimiamo.
Le parole che usiamo rappresentano, infatti, quel
terreno solido del noto, a partire dal quale possiamo
avventurarci in ambiti meno noti, alla conquista
conoscitiva dell’ignoto
(cfr.: M. Scheler, “Parola ed espressione”, in: Sull’idea dell’uomo, pp. 56-63).
a) Un approccio etimologico
Nel nostro caso, per instaurare il procedimento che va
dal noto all’ignoto, a proposito della domanda che ci
siamo posti: “Che cos’è l’AF?”, possiamo
trasformare i termini della domanda e chiederci:
Che cosa ci dicono le parole di cui è composta la
domanda?
L’approccio che così assumeremo sarà un approccio
etimologico, come quello utilizzato da Isidoro di
Siviglia nel VI/VII sec. d. C.
L’etimologia
L'etimologia è la scienza che studia l'origine e la
storia delle parole per scoprirne il vero e
genuino significato.
Viene dal greco ἔτυμος (=étymos), "vero,
genuino" e da λόγος lógos, "discorso, parola".
* Cerca su Wikipedia!
Isidoro di Siviglia
Isidoro di Siviglia (570 ca.-636) è vescovo di Siviglia tra
il VI e il VII sec. d. C., nella Spagna visigotica, appena
stabilizzata, molto prima che si cominci ad avvertire il
pericolo islamico.*
*Gli arabi, infatti, seguendo la predicazione di Maometto, dopo la sua morte nel
632 d. C., cominciarono a conquistare i territori circostanti ai loro primitivi
insediamenti nella penisola arabica.
Incursioni e razzie nella Spagna visigotica furono effettuate tra la fine del VII e
l’inizio dell’VIII sec., partendo dalle basi nel Nordafrica, da poco conquistata e
convertita all’Islam.
Isidoro di Siviglia
Temendo la perdita o la dispersione del prezioso patrimonio della cultura
antica, egli si dedica a scrivere le Etymologiae (624-636 d. C.),
un’opera enciclopedica che tratta dei più vari argomenti (grammatica,
agricoltura, teologia, storiografia, politica, fino ad abbigliamento e
giardinaggio), utilizzando il metodo della ricerca e della
individuazione dell’origine (=etimologia) delle parole stesse.
Il metodo di composizione dell’opera è stato paragonato a quello per
finestre che si aprono in successione, caratteristico dell’attuale
navigazione in internet. Le Etymologiae pertanto consentono di
accedere ad un mondo quanto mai ricco di informazioni,
«navigando», come in una Internet ante litteram.
Ciò diede alcuni anni fa lo spunto a vari estimatori di Isidoro per
designarlo «Patrono di Internet».
Le Etymologiae
Isidorus Hispanensis, Etymologiarum libri XX sive Origines
Trad. it. a cura di A. Valastro Canale, 2 voll., Torino UTET, 2004
Breve esempio dell’opera:
Liber I
De grammatica
Caput I. DE DISCIPLINA ET ARTE.
[1] Disciplina a discendo nomen accepit: unde et scientia dici
potest. Nam scire dictum a discere, quia nemo nostrum scit, nisi qui
discit.
(=Disciplina prende il nome dall’imparare: perciò può essere detta
anche scienza. Infatti sapere fu detto da imparare, perché nessuno di
noi può sapere, se non ciò che impara)
Le Etymologiae (1)
L i b e r XI. D e homine et portentis
Caput I. DE HOMINE ET PARTIBUS EIUS.
[5] Graeci autem hominem ἄνθρωπον appellaverunt, eo quod sursum spectet
sublevatus ab humo ad contemplationem artificis sui. Quod Ovidius poeta designat,
cum dicit:
Pronaque cum spectant animalia cetera terram,
os homini sublime dedit coelumque videre
iussit, et erectos ad sidera tollere vultus.
Qui ideo erectus caelum aspicit, ut Deum quaerat, non ut terram intendat veluti
pecora, quae natura prona et ventri oboedentia finxit.
(=I Greci diedero all’essere umano il nome di ànthropos per il fatto che egli,
sollevatosi dalla terra, guarda in alto, per contemplare il proprio artefice. A questo
allude il poeta Ovidio quando dice:
Mentre gli animali tutti guardano la terra,/all’essere umano concesse viso sublime e
di guardare il cielo/ ordinò, e di levare agli astri i volti eretti.
Questi, eretto, volge il proprio sguardo al cielo alla ricerca di Dio, senza fissare la
terra come le bestie, che la natura ha creato prone e schiave del ventre)
Etimologia di «antropologia filosofica»
L’espressione «antropologia filosofica» è un grecismo
ἄνθρωπος + λόγος
ànthropos + lògos
uomo + discorso razionale
φιλεìν /φίλος+σωφία
filèin/fìlos+sophìa
amico+sapienza
Ai Greci dobbiamo, infatti, le espressioni e le nozioni di
logos,
di philèin e di sophìa, che sono portanti per intendere il significato
etimologico di Antropologia filosofica.
Recuperarne l’origine etimologica ci trasporta, pertanto, nel mondo
dell’antica Grecia, che è temporalmente lontano dal nostro, in cui
però affondano le nostre radici culturali.
Etimologia di “antropologia filosofica”
ἄνθρωπος + λόγος φιλεìν /φίλος + σωφί
ànthropos + lògos
filèin/fìlos+sophìa
uomo+discorso razionale amore amicale+sapienza
Secondo l’etimo greco “antropologia filosofica”
significa:
«discorso razionale sull’uomo
che tende amorosamente a conseguire su di lui
una conoscenza di tipo sapienziale»
Il logos
Il logos indica:
a) la trama di razionalità che pervade l’essere;
b) la facoltà tipicamente umana di cogliere tale
razionalità e raggiungere la conoscenza del principio e del
senso ultimo dell’essere (sophìa).
Il philèin (1)
E' un tendere amoroso che non aspira al possesso,
ma alla fruizione e alla contemplazione e perciò è tipico della
relazione d’amicizia, piuttosto che di quella erotica.
Aristotele dedica all'amicizia i libri VIII e IX dell'Etica Nicomachea.
L'opera consiste in una raccolta di lezioni che Aristotele tenne
probabilmente ad Atene, durante il suo secondo soggiorno nella città,
fra il 335 e il 323 a.C.: è il periodo aureo del suo impegno teoretico e
didattico, che s'interromperà soltanto alla morte di Alessandro Magno,
quando ad Atene si scatena una violenta reazione antimacedone. Allora
i legami di vecchia data del filosofo con la dinastia regale della
Macedonia lo inducono ad allontanarsi dalla città e a ritirarsi nei
possedimenti della madre a Calcide, nell'isola Eubea. Vi morirà di
malattia l'anno seguente, il 322, a 62 anni di età.
Il philèin (2)
Aristotele costruisce un articolato impianto teorico inteso a
sussumere la pluralità di significati dell'amicizia (= philìa).
Egli distingue tre cause di philìa: l'utile, il piacere e il bene.
Ne individua il fine nella realizzazione di un equilibrio fra due
individui, ammettendo espressamente l'amicizia fra diseguali, accanto
a quella – ritenuta più stabile e sincera – fra uguali.
Estende il concetto dal rapporto fra individui a quello fra membri
della stessa famiglia, sovrapponendolo al legame di sangue, e alla
relazione fra membri di una stessa comunità e della città (=polis).
Philìa è il vincolo di fiducia leale e sincera, presupposto condiviso
delle amicizie personali, dei legami affettivi familiari, sia naturali sia
acquisiti, della coesione interna alla comunità sociale e allo Stato.
L’amicizia per eccellenza, stabile ed egualitaria, è quella per il
bene.
Il philèin (3)
Si può parlare di ‘amore di amicizia’ in modo adeguato e perfetto
quando, in una relazione, l'una persona vuole manifestamente il
‘bene’ dell'altra e ciò accade in maniera reciproca.
Come dice Aristotele nell’Etica Nicomachea:
«L’amicizia perfetta […] è l’amicizia degli uomini buoni e simili per virtù;
costoro infatti vogliono il bene l’ uno dell’ altro, in modo simile, in quanto sono
buoni, ed essi sono buoni per se stessi. Coloro che vogliono il bene degli amici
per loro stessi sono i più grandi amici; infatti, provano questo sentimento per
quello che gli amici sono per se stessi, e non accidentalmente. Orbene,
l’amicizia di costoro perdura finchè essi sono buoni, e d’altra parte la virtù è
qualcosa di permanente. E ciascuno è buono sia in senso assoluto sia in
relazione al suo amico, giacchè i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili
gli uni agli altri. E una tale amicizia, naturalmente, è permanente giacchè
congiunge in sé tutte le qualità che gli amici devono possedere».
Il philèin (4)
Questa potenza della philìa (=amore di amicizia)
che abbraccia le relazioni dell'individuo a partire
dalla sua dimensione privata fino a quella pubblica
e collettiva, è riconosciuta da Aristotele nel
carattere attivo e transitivo dell'amare:
«la philìa pare consistere più nell'amare (philèin)
che nell'essere amati (philèisthai)»
(Etica Nicomachea, 1159a 26-27).
Il philèin (5)
Il rigore dell'argomentare filosofico richiede che l'affermazione sia
suffragata da una prova logica. E colpisce come all'esigente e
severo raziocinio del filosofo basti, una volta tanto, l'evidenza
irrefutabile di un'argomentazione puramente empirica, e cioè
l'esempio toccante fornito dal gratuito amore materno:
«segno [della natura attiva del philèin] è il fatto che le madri
provano
piacere nell'amare: infatti alcune danno i loro figli ad
allevare e continuano ad amarli, sapendo di loro, senza cercare di
essere amate in contraccambio, se entrambe le cose non sono
possibili; ma sembra che a loro basti sapere che stanno bene e li
amano, anche se quelli, per ignoranza, non ricambiano affatto con
l'amore che si deve a una madre»
(Etica Nicomachea,1159a 27-33).
La sophìa
Fu Aristotele (IV sec. a. C.) che distinse la sapienza
(sophìa) dalla saggezza (phrònesis).
La saggezza è la virtù della ragione (=dianoetica) che ha per
oggetto le faccende umane, che sono mutevoli e contingenti
= in quanto possono essere così o diversamente da così.
La sapienza, invece, ha per oggetto il necessario = ciò che
non può essere altrimenti.
La sapienza perciò è il più perfetto dei saperi.
Per questo essa non solo sa ciò che deriva dai principi, come
la scienza che è “abito”(=ciò che si possiede stabilmente)
delle dimostrazioni dai principi, ma conosce anche la verità
dei principi, avendo con l’intelletto (nous) intuizione diretta
dei principi.
La sophìa (1)
In quanto grado di conoscenza più alto e più completo,
comprensivo di intelletto (nous o facoltà della conoscenza intuitiva)
e scienza (epistème o conoscenza dimostrativa), la sapienza è anche
il sapere delle cose più alte e sublimi, quelle che non mutano e dalle
quali dipende il senso delle cose mutevoli.
Come dice Aristotele:
«Vi sono altre realtà di natura ben più divina degli uomini, come
risulta chiarissimo se non altro dagli astri luminosi di cui è
costituito l'universo...Perciò si dice che Anassagora e Talete e gli
uomini come loro vengono chiamati sapienti e non saggi, giacchè
non si applicano a conoscere ciò che è vantaggioso per loro ma
conoscono cose straordinarie e meravigliose, difficili e divine, ma
inutili giacchè essi non indagano intorno ai beni umani».
(Etica Nicomachea, VI, 7, 1041b 1)
Il significato etimologico di “antropologia filosofica”
Collegando i significati delle parole greche di origine,
ἄνθροπος + λόγος
ànthropos + lògos
uomo + discorso razionale
φιλεìν /φίλος+σωφία
filèin/fìlos+sophìa
amico+sapienza
possiamo, per via etimologica, ipotizzare che, quando si parla di
«antropologia filosofica», si intende una disciplina razionale, che ha
come proprio oggetto di ricerca l’uomo e che tende a raggiungere
su di lui una conoscenza di tipo non empirico o utilitaristico o
scientistico, ma sapienziale cioè tale da soddisfare l’esigenza
principale di cui la vita umana è portatrice, quella di conoscere il
senso dell’essere umano e di ogni altro essere nell’ambito del tutto
dell’essere.
La questione del senso (1)
L’indagine etimologica sulle parole «antropologia
filosofica» ha mostrato che fin dall’antichità (cfr.: Ovidio,
Isidoro di Siviglia) si è intesa, quale qualità specifica
dell’uomo, la sua apertura alla dimensione di senso.
All’uomo, cioè, non basta rimanere al livello di quanto
avviene nella dinamica impulso-reazione, con cui piante e
animali rispondono in modo adeguato e tipico agli stimoli
dell’ambiente (cfr.: esempio della zecca femmina).
L’uomo sa/deve, infatti, istituire per tutto quanto gli
avviene la mediazione del proprio orizzonte d’essere,
in cui coglie il senso di ciò che gli sta accadendo.
La questione del senso (2)
A conferma di ciò si riportano le osservazioni dell’antropologo
brasiliano Darcy Ribeiro a proposito delle morti che colpirono
numerosi giovani uomini delle popolazioni indios, deportate nelle
riserve, per consentire la costruzione dell’autostrada
transamazzonica: strappati al loro habitat e alla loro cultura
primitiva, immessi in una condizione di vita materialmente
assistita ma che esulava da ogni possibilità di padroneggiamento di
senso da parte loro, gli indios si stendevano sull’amaca e nel giro
di qualche ora morivano, non per ragioni biologiche, come fu
appurato, ma semplicemente perché, ritenendo che non ci fossero
più le condizioni per sviluppare una vita sensata, perdevano la
volontà di vivere fino al punto di morire.
(Cfr.: DARCY RIBEIRO, Frontiere indigene della civiltà. Gli indios del Brasile fino agli
anni '60, Jaca Book, Milano 1973, p. 214).
Scarica